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24 agosto 2010

Il mondo dei ricchissimi&felicissimi




De Reditu Suo - Terzo Libro

Il mondo dei ricchissimi&felicissimi

Fingere di non vedere l’evidenza è cosa da cretini chi è ricco oggi è l’unico che può dirsi felice perché il mondo umano è stato rimodellato e ricostruito per suo esclusivo conforto. Non si può pensare il presente negando questo dato banalissimo. Ma dal momento che il banale non è evidente citerò Serge Latouche il famoso professore francese che nel suo “Come sopravvivere allo sviluppo”, edito in Italia da Bollati Boringhieri offre al lettore dei dati di una ricerca del 1998 nel momento di massima potenza dei processi di globalizzazione che parlano da soli :“Le tre persone più ricche del mondo dispongono di una fortuna superiore al PIL totale dei 48 paesi più poveri! Il patrimonio delle 15 persone più ricche del mondo è superiore al PIL dell’Asia del Sud.   Il patrimonio delle 84 persone supera il PIL della Cina, con il suo miliardo e duecento milioni di abitanti! Infine, i 225 patrimoni del mondo ammontano a oltre 1000 miliardi di  dollari cifra che corrisponde al reddito annuo del 47 per cento degli individui più poveri della popolazione mondiale, cioè due miliardi e mezzo di persone…”. I dati per quanto datati rendono palese l’indirizzo generale di questa civiltà sedicente occidentale ma che in realtà è solo l’estensione della volontà di potenza di alcune minoranze di ricchissimi di cittadinanza perlopiù inglese e statunitense. La loro civiltà è la civiltà dello spettacolo e della pubblicità e il suo motore è un sistema di produzione e sviluppo impostato sul consumismo. Questo modello di produzione e consumo è ben  disposto anche a far indebitare i privati con mutui e rate da pagare pur di sopravvivere a se stesso e ai suoi limiti che sono evidenti perché  presuppone una crescita infinita in presenza di risorse limitate; il pianeta azzurro ha molte caratteristiche ma per certissimo non è infinito. Quindi pochissimi ricchissimi che hanno nelle loro mani la possibilità di realizzare il quasi impossibile proprio come è stato per i faraoni dell’Antico Egitto che fecero costruire le piramidi ai loro sudditi. Questi pochissimi sono anche felicissimi in virtù del fatto che questo è il mondo che essi plasmano per mezzo della loro volontà indirizzando le loro risorse finanziarie; personalmente credo che non sia sbagliato leggere tanta parte della pubblicità commerciale che fa vedere dei giovanotti palestrati e signorine bellissime, filiformi e seminude in ambienti per così dire “esclusivi” come una idealizzazione dei nuovi “faraoni” del nostro tempo, gli unici umani che son riusciti nell’impresa di creare il loro concretissimo paradiso sulla nera terra.  L’unico culto che deve spaventare oggi è quello tributato al potere del Dio-denaro unica divinità di tanta parte del mondo umano. L'umanità adorante questo Dio è sottomessa al qui e ora e ha perso la volontà di trascendere e di credere.

IANA per FuturoIeri




2 giugno 2010

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- quarto discorso



De Reditu Suo - Terzo Libro

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- quarto discorso

Ora mi trovo a dover ragionare della non esistenza della visione italiana intorno alla storia, e segnatamente alla propria storia patria. In realtà occorre far un triste commento sulla storia patria ossia che essa non esiste come realtà unitaria perché l’Italia non ha un potere civile e culturale in grado di unificare i diversi modi di concepire il passato e di dare ad esso un valore riconosciuto da tutte le parti politiche, anche perché in realtà gli italiani parlano in pubblico in un modo e in privato fanno considerazioni ben diverse. Ogni identità politica ha la sua interpretazione della storia patria, la sua domestica gloria e talvolta questa domestica gloria coincide con la memoria storica della famiglia del singolo italiano. Tante letture e visioni della storia quanti sono i soggetti politici di natura collettiva e privata e nessuna possibilità di dare un senso unitario alla propria storia, forse solo l’età della Pietra non suscita dibattito; ma non ne sono così sicuro. Oggi la politica si occupa della fase conclusiva della Seconda Guerra Mondiale o del Risorgimento per motivi integralmente legati alla polemica politica spicciola o per tenere sempre attivo una porzione di popolazione fortemente politicizzata che ha bisogno di ritrovare le ragioni antiche di un voto da dare. Lo straniero quando ci ha invaso ha sempre mostrato al nostro popolo difforme e confuso l’unità d’intenti e la giustificazione ideologica e morale della sua impresa militare e spesso l’unità di popolo che era dietro la sua impresa.  Non insisto per carità di Patria sulla vicenda della Seconda Guerra Mondiale mi limito a ricordare le guerre d’Italia fra Francia e Spagna nel periodo compreso fra il 1494 e il 1559, allora e anche dopo qualcuno tifava per la Spagna altri per la Francia, il motto che andava per la maggiore era “Franza o Spagna purchè se magna”. I Francesi combattevano e crepavano per il bottino, per la gloria e per il Regli spagnoli e i loro mercenari per il bottino, per la gloria e per l’imperatore Carlo V e poi per il suo successore. Gli Italiani combattevano per se stessi e per la propria famiglia intesa anche come patrimonio fosse essa una famiglia principesca, aristocratica, popolana, cittadina. Forse solo La Repubblica di Firenze e quella di Venezia ebbero in tanto sfacelo un po’ d’orgoglio combattendo potenze nemiche soverchianti e perdendo con un poco di decenza e dignità. Lo straniero è forte perché attacca per primo, è dominatore perché ha la potenza militare, è educatore perché sa quel che vuole e cosa imporre alle genti dissolute e disperse del Belpaese. Infatti gli spagnoli finirono con l’imporre il loro dominio e con il render forte e stabile la controriforma cattolica, il vincitore creò i suoi vinti e provò a ridefinirli secondo la sua volontà, l’opposizione dei nostri fu nascosta e a tratti vile, del resto son cose ovvie. Si tratta delle genti d’Italia e dopotutto senza una civiltà propria e senza  proprie forze sociali e politiche l’opposizione ai dominatori stranieri può prender forma solo nei propositi dei singoli o dei piccoli gruppi di eruditi.

IANA per FuturoIeri




7 maggio 2010

Il Giappone sarà salvato dall'invincibile capitano?




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De Reditu Suo - Terzo Libro

Il Giappone sarà salvato dall’invincibile Capitano?

La notizia è rimbalzata con una certa rapidità sulla rete, sembra certo che la TOEI spenderà una cifra considerevole, si parla di un progetto da dieci milioni di euro, per fare una nuova opera su Capitan Harlock e la sua Astronave da guerra Arcadia. Per non sbagliare il colpo assieme al nuovo Harlock verrà prodotto anche una riedizione di una serie di robot giganti del maestro del genere: il famoso Go Nagai.  Accoppiata di giganti quindi incaricata di dare una svolta tecnologica, l’uscita è prevista per il 2012, al sistema dell’animazione giapponese. Farò in questo breve scritto della dietrologia presuntuosa, ma ho la certezza di aver capito qualcosa di questa novità. L’opera su Harlock sarà in 3D e si capisce perché: la crisi ha picchiato duro in Giappone che era già in recessione dalla metà degli anni novanta e l’invincibile capitano potenziato dagli effetti speciali e dalla nuova tecnologia tridimensionale potrebbe far il miracolo di dar ossigeno almeno all’industria dei DVD e dell’animazione giapponese. Inoltre le multinazionali dell’intrattenimento degli Stati Uniti con Avatar hanno puntato sulle nuove tecnologie e il Giappone non può correre il rischio trovarsi con una del sue industrie di punta, ossia quella dell’intrattenimento e dei cartoni animati, priva di queste novità. Il Giappone in questi ultimi quindici anni è entrato in fase difficile dal punto di vista sociale ed economico, la recessione e la crisi hanno causato  molti suicidi al punto che le stesse autorità dell’Arcipelago si son preoccupate di quelle che nella nostra parte di mondo chiamiamo le condizioni psicologiche della popolazione. Riuscirà il capitano con il Jolly Roger disegnato sulla divisa a salvare almeno un pezzettino del Giappone di oggi, almeno un frammento del suo cinema d’animazione da questa rovinosa triplice crisi che spezza e piega l’economia, la dignità degli esseri umani e distrugge la pace. Se per una combinazione incredibile di eventi il personaggio irreale e finto immerso nel suo racconto fantascientifico sfonda  al botteghino e fa il piccolo miracolo, che in tanti segretamente si aspettano da lui, si dovrà ammettere che nella Terza Rivoluzione Industriale i confini fra il reale e l’irreale, fra materiale e immateriale si sono fusi in una sola linea dove è difficile distinguere. Ciò che è irreale oggi può condizionare il reale senza alcun bisogno, come avveniva nel remoto passato, d’essere un mito sacro o l’opera perfetta di un maestro della pittura o di un genio della letteratura o della poesia. Questo modello di civiltà sta disgregando il remoto passato perché propone una civiltà diversa non priva di pericoli e di rischi enormi. Questa nuova civiltà è intollerante del passato che non può piegare o addomesticare, cerca di piegare o di annientare le  forme di civiltà che fanno da ostacolo ai suoi propositi ambiziosi o contrastano i suoi eccessi: in una parola è la Terza Rivoluzione Industriale. Contro i deliri distruttivi e i limiti di sostenibilità ecologica e sociale di questo modello di sviluppo potentissimo e aggressivo ci vorrebbero vere Arcadia e veri Capitani con un solo occhio pronti a giocarsi vita e fortuna in un solo colpo pur di fermare la follia produttiva,omicida e distruttiva delle risorse naturali di questi decenni. Ma questa è roba per Dei e per Eroi e il modo umano è da troppo tempo privo di costoro, quindi i molti che vivono sula nera terra devono cercarli nel mito e nella fantasia e in mezzo agli eroi dei cartoni animati.    In fin dei conti il finto mito di Halock è venuto bene, son passati più di trent’anni e il suo essere eroe schierato  contro governanti corrotti e dissoluti e cittadini scellerati, cretini e imbelli e il suo salvare l’umanità e il pianeta azzurro dai nemici interni (esseri umani) ed esterni (alieni) è oggi attualissimo.  La morale è questa: L’eroe non esiste, la sua ombra sì.


                                                                                IANA per FuturoIeri





7 marzo 2010

Terza Rivoluzione Industriale e Belpaese

  De Reditu Suo - Secondo Libro

                             Terza Rivoluzione Industriale e Belpaese

 Le disperse genti del Belpaese sembrano vivere in un tempo altro, diverso e parallelo rispetto a questo presente, ai suoi conflitti, ai suoi giganteschi poteri imperiali e finanziari in contrasto. Si ragiona di cose del secolo scorso, di antiche origini di valori oggi perduti, di alcuni aspetti marginali della Seconda Guerra Mondiale, si cercano le fondamenta mitiche della Seconda Repubblica perché quelle vere sono indicibili o peggio troppo banali. La Prima Repubblica ha avuto come sua ragion d’essere di tutelare la proprietà privata dei ricchi e tener in piedi l’anticomunismo per contenere il bolscevismo ateo all’interno e all’esterno dei “sacri confini”; la seconda Repubblica che non ha il problema del comunismo si limita a difendere la proprietà privata dei ricchi. Il fatto che i più ricchi fra i ricchi siano culturalmente apolidi o stranieri non cambia di una virgola la vocazione della Seconda Repubblica. Il sistema esiste per tutelare i pochi, di fatto in questi anni si è cercato di far applicare il dettato Costituzionale solo in quelle parti che possono rafforzare un concetto generale di Stato liberale estraneo ai diritti sociali, il resto della Costituzione si lascia perlopiù a livello formale e come dichiarazione di principio. In questa Seconda Repubblica si è sempre ragionato di banche, di riservatezza, di dati personali specie se in relazione alle esigenze delle minoranze al potere, di destinare soldi pubblici alle scuole private e confessionali, di punire la microcriminalità, di controllare l’immigrazione con misure repressive, di bilancio dello Stato, di riformare la giustizia per garantire gli imputati ricchi e i loro satelliti, e ovviamente dei processi penali che interessano il cavalier Berlusconi. Si è parlato poco di diritti dei lavoratori, del senso delle nuove guerre, di dove vanno i denari delle tasse, della povertà crescente nel Belpaese, del consumo di cocaina presso quasi tutti i ceti, della natura intima dei nuovi poteri che stanno sostituendo i vecchi. Nei fatti ciò che è davvero politicamente rilevante coincide con ciò di cui si ragiona in televisione o presso le maggiori testate giornalistiche, ossia coincide con delle priorità che non coincidono con i problemi quotidiani delle migliaia di umani di ceto medio-basso che osservo quando prendo il bus o la tramvia, i grandi temi dominanti della politica nostrana sono argomenti che interessano ai ceti sociali che vivono di politica e alle minoranze di ricchi e di ricchissimi. Chi prova a presentare delle visioni davvero altre e diverse o dei problemi di carattere sociale di solito appartiene a un certo giornalismo di denuncia o a forze politiche d’opposizione o a realtà sociali costrette a un contrasto con l’ordine costituito; a tutto questo come nota di colore aggiungo l’impegno di taluni personaggi dello spettacolo, il più famoso dei quali è Beppe Grillo, che per la colpevole assenza della politica son quasi stati forzati a colmare un vuoto di rappresentanza e di manifestazione della protesta. Nel silenzio forzato dato dalle troppe voci di dissenso prive di tribune elettorali o televisive, o con limitato accesso alle nuove forme di comunicazione monta un senso di disagio e di disgusto che coinvolge milioni d’italiani. Dal momento che non basta nel Belpaese cambiare un governo o distruggere alcuni soggetti politici per vedere dei cambiamenti sostanziali nel modo di pensare la cosa pubblica e la gestione della cassa stimo che una mutazione decisa e profonda del costume politico potrà avvenire o con un lento processo interno di trasformazione o con un colpo di maglio esterno che rapidamente e brutalmente distrugga la società e l’ordine costituito. In entrambi i casi quanti hanno a cuore la possibile resurrezione del Belpaese devono incontrarsi, organizzarsi e associarsi adesso.

 IANA  per FuturoIeri




28 febbraio 2010

Bananìa e il futuro del mondo

 


 

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                       Bananìa e il futuro del mondo

 Il Belpaese di Bananìa aveva rifondato la sua civiltà e le sue istituzioni al tempo della Terza Grande Spartizione del pianeta azzurro, la repubblica dei ladri e dei mafiosi era sparita, le armi chimiche e nucleari avevano annientato le ragioni stesse della sua esistenza assieme a gran parte degli umani che vivevano sul pianeta azzurro.  Sparite le caste sociali di privilegiati, gli sciami di parassiti sociali, di ladroni, di faccendieri, di prostitute di rango, di criminali adunati in associazioni e organizzazioni segrete rimase una massa informe di popoli smarriti e sfortunati che si diedero un re per regnare su di loro e un governo scelto per sorteggio per governarli. Il sorteggio trasformò la politica e in tempi difficili e di sopravvivenza operò un grande beneficio perché comportò l’eliminazione dei politici di professione  e ridusse di conseguenza la corruzione e la scissione delle genti in partiti rissosi e contrapposti per motivi di clientela o di profitto privato. La necessità e le dure prove del tempo post-apocalittico favorirono comportamenti virtuosi e solidali e la civiltà cominciò a ricostituirsi e con essa lo Stato di Bananìa che trovò la sua missione morale e civile a favore del consorzio umano. Gli Dei oscuri e molteplici ritrovata una via per risorgere alla vita dopo il tempo della loro disgrazia ripresero il loro posto nel mondo umano, essi guardarono con diffidenza a Bananìa ma l’importanza di ciò che si era salvato dal caos era  tale da suggerire un qualche accordo. Fu così che le genti diverse di Bananìa si trovarono ad esser pregate, dagli Dei che non adoravano, di soccorrere le disperse e infelici genti del pianeta azzurro con la loro arte e la loro scienza I tempi scellerati avevano deturpato ma non distrutto il patrimonio culturale della penisola e per questo il  nuovo ciclo della vita e della civiltà di Bananìa nonostante le gravi sciagure, aveva restaurato l’antica saggezza e la forza creativa.  La prima cosa che fu donata dalle genti di Bananìa al resto degli umani infelici furono i loro saperi di carattere artistico e tecnologico per onorare degnamente con opere gli edifici e gli spazi pubblici e le abitazioni. Il vivere e il lavorare in luoghi dignitosi e confortevoli alla vista migliorò le genti straniere che trovarono anche la forza di ringraziare con preghiere e sacrifici gli Dei molteplici per la buona cosa che avevano fatto. Il secondo  dono delle genti di Bananìa fu la loro letteratura che portò di nuovo alle genti tapine del pianeta azzurro il piacere di descrivere la propria esistenza e di pensarla diversa;  questo favorì la scienza e il pensiero e aiutò la tecnica a ricostruire se stessa. Il desiderio del bello e di una vita degna di esser vissuta portò poi grandi benefici anche ai molteplici Dei che compresero il vantaggio di esser onorati da popoli civilizzati.  Così l’umanità andò incontro a una nuova fase di crescita e prosperità che portò fatalmente a una nuova età di declino, di conflitto e di guerra. Tuttavia la saggezza delle genti di Bananìa restò come integro patrimonio di quanti amano la civiltà, il vivere sano e la dignità degli esseri umani.

 IANA  per FuturoIeri




25 febbraio 2010

La favole del Belpaese

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                              Le favole del Belpaese

 Il Belpaese sembra vivere sulla Luna, manca la consapevolezza d’essere un vaso di coccio fra vasi di ferro. In una situazione dove prendono forma nuove potenze imperiali e le vecchie declinano le genti d’Italia son turbate dallo squallore  dei comportamenti della propria sedicente classe dirigente quando viene beccata regalando lo spettacolo di una turba di magistrati indagati, di politici inquisiti, di imprenditori ai domiciliari, di amici degli amici in galera. Le favole  che cercano di nascondere il disastro di una Seconda Repubblica che non riesce a star sulle sue gambe  son tante. Quella che va per la maggiore  è che questo è un paese di ladri governato proprio da delinquenti che ripetono la natura della popolazione. A parte che per un ladro deve pur esserci un derubato e per un colpevole ci deve esser una vittima che ha subito il torto, mi chiedo: tutti, nessuno escluso?

Se così fosse il Belpaese sarebbe un massa informe di delinquenti, perfino i poppanti dovrebbero essere considerati dei criminali in formazione per il solo fatto di vivere qui e ora. Evidentemente non torna il ragionamento. L’altra favola afferma che abbiamo bisogno di minoranze al potere per essere governati, di privilegiati ricchi e isolati dalle masse di esseri umani che compongono la popolazione. Questo va bene quando si è governati da Re-sacerdoti o da principi che mantengono ed applicano una qualche sorta di diritto divino; in una Repubblica bene ordinata e collocata nella terza rivoluzione industriale l’unica aristocrazia possibile è quella che si manifesta nell’eccellenza professionale  e attraverso gli studi. Qui nel Belpaese il concetto di classe dirigente si collega alla ricchezza della famiglia di origine  e alle sue reti di relazioni sociali o talvolta alle relazioni, più o meno decenti, che il privato costruisce durante la sua vita. Si tratta di una forma d’aristocrazia scollegata da qualsiasi senso di servizio o di dovere verso lo Stato e ancor di più verso la popolazione nel suo complesso.    Si pensi agli scandali nei vari ambienti professionali e universitari documentati da decine di libri, inchieste giornalistiche  e dall’attività della magistratura nel corso degli ultimi quindici anni, e taccio sui politici di professione. L’evidenza è che non c’è nessuna aristocrazia di nessun tipo e quindi non è possibile la formazione di una classe dirigente formata da minoranze virtuose. Mi permetto inoltre di considerare che delle minoranze non virtuose dedite al loro esclusivo interesse con ogni mezzo e senza alcuna morale  prendono comunemente due definizioni: associazione a delinquere e comitato d’affari. A queste due favole, già piuttosto grossolane e mal costruite, s’aggiunge l’appello che ogni tanto risuona e chiama le disperse genti d’Italia a difendere la loro “Civiltà”.  Mi limito a questo: scrivo il mio  De Reditu Suo in questa forma proprio perché qui e ora non trovo la civiltà della gente mia. Non è bene scrivere altro, mi congedo per ora dai miei venticinque lettori.

IANA  per FuturoIeri




23 gennaio 2010

PUTTANIERI SI DIVENTA

In principio fu un ultrasettantenne accusato dalla consorte di andare a minorenni e di essere seriamente ammalato di sessuomania.

Quindi venne un ex giornalista, fustigatore dei costumi e delle truffe del Belpaese, pizzicato con travestiti e polvere bianca di corredo.

Infine è stato un Docente universitario grigio e cattolico, accusato dalla ex amante di portarla a spasso per il mondo sotto le mentite spoglie di missioni di lavoro, con annesso shopping di comfort.

I nomi sono noti a tutti e quindi farli non viola alcun segreto istruttorio dei Magistrati.

Il primo caso è quello del Presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi, che dopo aver sfasciato due famiglie viene fotografato prima al diciottesimo compleanno di una ragazzetta napoletana che potrebbe tranquillamente essere sua nipote, poi nella gigantesca villa sarda con uno stuolo di prostitute e in compagnia di altri governanti europei con le pudenda all’aria.

Viene solo il dubbio se, in assenza di miliardi e potere, la sua altezza di un metro e sessanta e la sua calvizie mitigata da un toupé di nutria potevano attrarre cotante veline oppure lo avrebbero indotto con tanto di occhiali scuri e bavero alzato ad approssimarsi con fare circospetto verso il primo cinema pornografico!

Si da il caso che anche il secondo avesse, all’atto della discoperta, incarichi politici. Piero Marrazzo, Presidente della Regione Lazio, che, come l’ultimo dei venditori di pacchi, prima nega platealmente di essere lui nei filmini realizzati in una topaia romana coi pantaloni abbassati insieme ad un procace brasiliano/a ed un rinforzino di cocaina. Poi, di fronte all’evidenza e di fronte ad altri filmini o testimonianze, la butta sul pieticoloso.

Infine è la volta di Flavio Delbono, casualmente anche lui importante amministratore pubblico: Sindaco di Bologna. Prima si attiva per portare nella sua segreteria, allepoca dei fatti Vice Presidente della Regione Emilia Romagna, la propria amante. Solita biondona appariscente, solita storia di potere, soldi pubblici, sesso, donne di facili costumi e politici di facile etica. Viaggi, resort, bancomat a spese della Regione, poi la bufera e - pare - un tenero tentativo di comprare il silenzio.

Queste vicende, oltre allo squallore hanno un altro denominatore comune, la piccata indignazione dei protagonisti una volta sgamati al cospetto della gente. Insomma un complotto per non lasciarli lavorare in pace. Eppure nessuno ha imposto loro di ricoprire cariche elettive e pertanto di essere uomini pubblici, ma nel momento in cui decidono di diventarlo devono accettare l’onore e l’onere che comporta avere quel ruolo. Se no, troppo facile. Si invoca spesso - e talvolta fuori luogo - l’America, sarebbe forse il caso di tenerla a modello anche nei suoi aspetti più rigorosi, per cui tradire la moglie e i figli è l’anticamera del probabile tradimento del popolo.

Chi sarà il prossimo ad essere pizzicato? Sotto a chi tocca...

 

Per leggere altre notizie ed editoriali: http://digilander.libero.it/amici.futuroieri




5 dicembre 2009

De Reditu Suo

De Reditu Suo

Cassa, Cassa, e ancora problemi di cassa

La Cassa è il dramma, forse l’unico dramma della politica professionale di questo Belpaese. Tutta la vita sociale e politica d’Italia passa per la cassa, il denaro è l’elemento centrale delle banali esistenze degli abitanti dello Stivale. In questi anni qualcosa però è cambiato, il problema centrale è diventato l’unico problema e tutto il resto è di fatto accessorio.  Ne deriva un paese tristissimo dove tutto è in vendita perfino la dignità degli esseri umani. La cronaca nera del disgustoso mese di novembre ci ha mostrato, in coincidenza con la centralità del Dio-quattrino, la profonda degenerazione civile e morale che si è fatta strada nel Belpaese e all’interno delle sue sedicenti classi dirigenti.  Questa non sembra più l’Italia degli scandali del recente passato ma il momento nel quale la Repubblica inizia a tracimare, il punto nel quale la decomposizione annuncia mutazioni sostanziali. Perché allora questa idolatria della cassa? Mi sono risposto che i valori morali, politici, civili precedenti sono trapassati, consegnati da coloro che ci credevano al regno delle ombre. Ciò che resta è quanto si rivela reale e tangibile qui e ora, ossia i quattrini da prendere al volo con qualunque mezzo. Finite le narrazioni ideologiche e i presunti valori universali l’essere umano le diverse genti del Belpaese rivelano una natura animale, una specie di pulsione vitale spinge le genti nostre a pensare a se stesse, a far conto che non esista altro che la concretissima realtà di questo mondo umano materiale e legato alla terra nel senso peggiore del termine. La condizione di chi vive di lavoro e s’alza la mattina presto magari quando fa freddo ed pure buio è se possibile peggiore rispetto ad altre categorie perché la trasformazione del lavoro in una realtà esclusivamente legata al profitto e alle logiche d’impresa trasforma gran parte della vita quotidiana in una parte del meccanismo economico e sociale, il lavoro diventa un bene da vendere o da comprare. Questo tempo scellerato è umiliante per gli italiani dei ceti medio-bassi che vivono del loro lavoro, li umilia due volte come appartenenti al Belpaese e come soggetti umani che lavorano per vivere. Credo che da questi ceti sociali schiacciati fra la povertà e il disagio in basso e incapaci o impediti nell’ascesa sociale produrranno delle risposte molto dure e arrabbiate che si rovesceranno nel dibattito politico e nella vita sociale. Non si possono umiliare nel senso più completo e profondo milioni d’esseri umani e sperare che come tanti imbecilli s’accontentino di qualche mancia data con disprezzo o di qualche spettacolo televisivo. Alla fine la violenza sociale produce una reazione, e stimo che la reazione non verrà tanto dai ceti poveri o bassi ma da quelli che si sono impoveriti. Colui che ritiene di esser stato colpito dalla malvagità umana da innocente di solito cova un rancore e un desiderio di rivalsa e vendetta che non ha pari potenza fra i sentimenti umani. Forse alla fine di questi decenni dominati dall’idolatria dell’idolo d’oro ritroveremo una sorta di uomo nuovo ma in una condizione psicologica e vitale certamente poco raccomandabile.

IANA per FuturoIeri




30 novembre 2009

la scuola del Belpaese, ultima pate della comune identità





De Reditu Suo

La scuola del Belpaese, ultima parte della comune identità

La scuola italiana, forse una delle realtà più infamate nella Penisola, rimane ad oggi l’unico ente che crea un minimo di uniformità culturale e civile nel Belpaese. Senza quest’istituzione il Belpaese si sfascerebbe in tante isolette culturali e di quartiere e a questo dato s’aggiunge il peso delle recenti comunità di nuova immigrazione che portano i loro valori e le loro ragioni. Perché una simile realtà deve far i conti con fondi limitati e i tagli? Credo perché le minoranze al potere nel Belpaese sono diventate estranee alla loro gente, ormai si tratta di apolidi culturali che possono vivere a Milano come a New York. La loro patria è solo il Dio-denaro, il metodo che preferiscono è delegare alle forze dell’ordine, magari militarizzate, i problemi sociali e se questo non è possibile ecco che si ricorre alla propaganda televisiva, pubblicitaria, ai politici di professione che ricevono fondi da gruppi di pressione e da privati per fare interessi particolari contrabbandandoli alle loro plebi elettorali per soluzioni miracolose. Ora è evidente che con una politica di professionisti perlopiù al soldo o con problemi di cassa di natura personale, con classi dirigenti di apolidi che pensano il Belpaese come se fosse un supermercato e un possibile valore aggiunto per certi prodotti di nicchia in nome del Made in Italy, con i popoli dello Stivale che hanno smarrito la loro storia e le loro ragioni di stare insieme allora proprio la scuola diventa il primo degli strumenti per creare dei legami comuni. Scrivo questo in un giorno di sconforto nel quale sulle pagine di “Repubblica” uno dei tanti “Superdirettori” del Belpaese firma un articolo dal titolo “Figlio mio, lascia questo paese”.  L’evidenza del fallimento integrale delle nostrane sedicenti classi dirigenti è bollato perfino dai privilegiati e dalla stampa integrata nel sistema. Allora occorre a mio avviso rovesciare i termini del problema e porsi la domanda perché le nostre sedicenti classi dirigenti puntano alla frammentazione del Belpaese? Io temo che sia presente una fascinazione per il modello sociale inglese o statunitense nel quale convivono comunità diverse con valori diversi. Evidentemente l’ammirazione per i vincitori della Seconda Guerra Mondiale porta le nostre senescenti classi dirigenti a concepire una superiorità manifesta dei metodi e la civiltà degli stranieri; mi consta comunque che si tratta di un modello di società di gran lunga più duro e materialista del nostro. Questo modello germanico e calvinista di società crea la possibilità per i ricchi di vivere in un mondo ideale dove sono ammirati e idolatrati, i rapporti sociali sono disgregati, i sindacati indeboliti dalle differenze etniche e culturali, e la guerra è una ovvia opzione del potere politico.  Nel Belpaese sono presenti, anche se mutilate, le tracce di una cultura cattolica di fondo e di antiche solidarietà operaie e contadine; la durezza calvinista e luterana in materia di rapporto con il povero, con l’infelice o con il sofferente è estranea alla maggior parte degli italiani che conservano tracce delle loro culture d’origine. Creare a Firenze o a Roma una ripetizione della divisione etnica e culturale per quartieri e zone vuol dire disgregare non il loro ma il nostro modello di vita cittadina. La scuola italiana nelle sue diverse articolazioni va finanziata e rafforzata e non messa in crisi da tagli e affini; si tratta del Belpaese, della sua storia, del suo futuro. Inoltre mentre scrivo il paradiso dei ricchi WASP non se la passa bene: emergono critiche feroci, perplessità di ordine morale, integralismi religiosi e miseria diffusa che trasformano in senso conflittuale quella forma di civiltà Statunitense che pretendeva di essere egemone nel mondo e perfino le guerre che hanno fatto di recente vanno male. A chi raccomanda la fuga chiedo: DOVE, COME E CON CHI?

Difendiamo noi stessi  e difenderemo tutta la civiltà.

IANA per FuturoIeri





24 giugno 2009

Fra noi in confidenza: parliamo di scuola e del Dio-denaro

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fra noi in confidenza: parliamo di scuola e del Dio-denaro

 

La scuola è forse il mio cruccio maggiore, forse perché è anche il mio lavoro e mi rendo conto che oggi è schiacciata fra una società italiana che ama il denaro sopra ogni altra cosa e i suoi limiti strutturali. Ritengo che la centralità del culto del denaro che gli italiani onorano, anche se inconsapevolmente, sia il centro della logica di tanta parte del decadimento della considerazione della scuola italiana e del rispetto che nel complesso la società italiana ha verso il corpo docente. Il giornalista Giovanni Floris nel suo recente “La fabbrica degli ignoranti, la disfatta della scuola italiana” pubblicato da Rizzoli scrive a pag.91: “…a ripitturare l’appartamento di un mio collega del TG, qualche mese fa si è presentata una squadra di albanesi e un italiano. Questo italiano era professore di lettere del liceo, tuttora in attività. A potare le piante del terrazzo di un mio amico l’altro giorno si è presentato un maestro di musica, diplomato in flauto al conservatorio.”  Questa citazione mi serve per far capire ai miei pochi lettori quanto la dimensione economica sia dominante, e come certe farneticazioni sulla professione docente come missione morale e civile si schiantino sul muro del dato reale e concreto. In Italia è amato il denaro e l’insegnante, la maestra, la professoressa, il docente sono figure sociali non più “borghesi” ma ancora troppo specializzate per essere  collocate nel numero dei nuovi poveri e dei ceti disagiati. L’insegnante è quindi sospeso in un vuoto sociale e i poteri dominanti che sono tutti di natura economica e finanziaria vorrebbero attuare attraverso il potere politico la grande semplificazione: privatizzare la scuola pubblica e spaccare con ancor più forza  la società in classi sociali segnate da enormi disparità economiche e culturali. L’amore per il denaro e per i suoi poteri è tale nel Belpaese da distruggere qualsiasi altro sentimento di natura privata e collettiva, credo che al fondo di questo ci sia una profondissima disillusione verso tutto ciò che è frutto di una qualche azione collettiva, o forse è una reazione di massa ad eccessi ideologici di un remoto passato nei quali chiesa, partiti politici, associazioni di parte si proponevano come modelli di vita civile e di condotta  etica. Di fatto con questo culto del denaro non è l’individuo con la sua dimensione “eroica” ad emergere, né la volontà del genio, né l’opera dell’artista, né l’esito dell’impresa dell’uomo d’azione, né il paziente lavoro dell’erudito, e neanche lo sforzo del singolo che conquista il suo spazio di mondo. Quello che prevale è il gregario, il raccomandato, il vile, l’opportunista, l’adulatore dei ricchi, il criminale col colletto bianco, il furbo, l’erede di patrimoni, il proprietario, il detentore di rendite, il privilegiato. Il distanziare dal successo dell’individuo l’elemento della cultura e del lavoro intelligente e meditato produce un popolamento italiano che aspira ai miracoli, alle vincite alla lotteria, alle fortune che derivano dall’essere gratificati da un potente, e in generale crea una vasta plebe di soggetti umani pronti a servire qualunque padrone prestando ad esso interessata e vigliacca devozione. In breve l’Italia di oggi non è che conosca di meno di meno rispetto al passato è che non vede possibilità nell’esercitare ed applicare le sue reali e sobrie capacità intellettuali. Un giorno lontano chi verrà dopo di noi, quando  cercherà di capire questo tempo si domanderà il perchè di tanto spreco di talento e di possibilità. Forse questo tempo e questo Belpaese apparirà nel remoto futuro come una gabbia di matti e d’illusi, di sciagurati che si son rovinati con le loro stesse mani. O forse no. Il fallimento del sistema potrebbe essere così pesante da costringere chi verrà dopo a censurare e a dimenticare questo tempo. Le illusioni dei molti potrebbero venir incenerite e vaporizzate come la spazzatura nei termovalorizzatori.

 

IANA per FuturoIeri



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