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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


8 ottobre 2010

La recita a soggetto

 

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

La recita a soggetto


Anno 2010 estate, nel villino di periferia di Vincenzo Pisani si presentano di notte lo zio Francesco e lo Zio Marco preoccupati da uno strano annuncio.  I due dopo anni si parlano di persona.

Dove lo zio Marco trova Francesco sul divano degli ospiti in corridoio con il cellulare acceso, i due ragionano della casa e del nipote Vincenzo dove son ritornati a distanza di  anni.

Francesco: Eccolo, si pensa al demonio e subito c’è l’odore dello zolfo; anzi della sigaretta. Ora spengo e son subito da te.

Marco: Non ho fatto qualche migliaio di chilometri per sentire le lamentele di un fratello maggiore, semmai la signora come sta; in fin dei conti siamo in casa sua  e essendo fratelli del tale dal quale è divorziata è di cattivo gusto star in casa sua senza presentarsi. Piuttosto è in casa?

Francesco: Sì era molto stanca, così è andata a dormire del resto è notte son passate le dieci e mezzo, son rimasto con lei per un paio d’ore e me ne ha raccontate di storie. Comunque il tale come lo chiami è il nostro fratellino,  e il problema è il di lui figlio, ossia  nostro nipote. Lo sai che adesso il villino di famiglia è una specie di albergo, guarda attorno quel matto del Vince ha trasformato il salotto buono della zia in un ufficio ricevimento e cassa, ha tirato su due o tre muri e messo porte e finestre nuove e non è finita.

Marco: Fammi capire… La casa di famiglia è un albergo e questo divano nel corridoio è la stanza comune degli ospiti? Ecco spiegata la macchinetta a gettoni del caffè! Incredibile. Ma cosa è girato in quella testa matta.

Francesco: Tasse, tasse comunali, Acqua, Luce, Gas, tasse  sulla spazzatura. Hai bisogno di altri motivi per spazzar via il passato della famiglia? Del resto cosa rimane a questa generazione di giovanotti se non un delirio di debiti passati, di cose incompiute, di stranezze create da classi dirigenti improvvisate che non sono né classi, né dirigenti. Io sarei partito subito dopo la divisione dell’eredità della zia se fossi stato al suo posto. Del resto mettere in mano al ragazzo la casa e i debiti che ci sono sopra per non caricarceli addosso giustifica una cosa del genere. Del resto chi ha detto che in famiglia la torta debba esser divisa fra parti uguali, i vecchi come noi hanno più diritti; siamo stati coerenti in fin dei conti con la nostra generazione che lascerà a figli e nipoti il debito pubblico più grande d’Europa, discariche a  cielo aperto, un sistema sociale morto, un mondo politico deforme e osceno tanto criminale quanto criminogeno. Dimenticavo l’esempio: una generazione di appartenenti a una  finta classe dirigente, di finti politici, di finti credenti, di finti comunisti, di finti imprenditori; oggi tutti allegramente in fuga dalla realtà e da questo paese con la cassa o senza.

Marco: Sei sempre il solito estremista, moralista, forse ex comunista. Parli, straparli ma poi… Fra noi in confidenza ammettiamolo: ma che ce frega degli altri e di questi giovani con l’I-Pad e i calzoni strappati e le scarpine firmate. Cosa hanno fatto per noi. La storia della nostra generazione e di chi ci rappresenta è semplice c’è il denaro e c’è il nulla. Se hai il denaro sei se no sei il nulla e il nulla è la morte civile e morale. Il nulla di chi non ha è la morte morale e spirituale di tutto il proprio mondo umano perché tutto si fa nero e oscuro e sei già morto e decomposto in vita.  L’essere umano è un microcosmo di sentimenti, di valori, di spiritualità e se gli togli i soldi lo fai sparire perché è il denaro che circola la vita della vita. Se non c’è il potere che viene dal denaro tutti ti abbandonano: amici, banche, operai, figli, figlie, parenti. Tutto è una relazione di costi e ricavi nella vita del singolo come nei sette miliardi d’infelici che vivono sul pianeta azzurro. Come faceva dire il tuo amato Pasolini a Totò il povero nel Belpaese “muore due volte” il ricco una sola e solo per restituire una parte quello che ha avuto in più dalla vita. Solo un pazzo o un uomo malvagio non riconosce la follia di quanti non si approfittano del qui e ora strappando con ogni mezzo qualcosa alla malvagità dell’esistenza. Io rifarei quel che ho fatto perché anche se talvolta è riuscito male la natura del mio operare è perfetta perché coerente con questo sistema. Comunque tu non hai fatto cose diverse, mi risulta…

Francesco: La tua filosofia di vita mi fa vomitare, e non vedi la differenza. Io ho subito questo male che tu a tuo modo ami perché ti assolve da tutto e da tutti e ti giustifica. Ciò che tu hai fatto nel lavoro e nel commercio e nella produzione con gioia distruttiva io l’ho compiuto nel dispiacere e nel rimorso. Prova ne sia che la mia salute ne ha risentito, ho somatizzato il mio tradire gli ideali.

Marco: Un ideale che non trova campioni, martiri e forze materiali per la sua difesa non è una cosa seria e meno che mai un ideale. Forse può essere uno squallido alibi, una truffa morale fatta contro se stessi. Ammetti piuttosto che ciò che è stato fatto era necessario, perfetto nella coerenza e meschino nel suo darsi perché i nostri rimorsi e le nostre paure l’hanno corrotto. Se si lascia il passato dietro di sé occorre andar fino in fondo e in questa cosa entrambi abbiamo fallito. Ciò che è stato ci ha colpito alle spalle e ora siamo qui uno di fronte all’altro.






11 ottobre 2009

Quale Italia fra reggenza e crisi dell'Impero?

La valigia dei sogni e delle illusioni

Quale Italia fra reggenza e crisi dell’Impero?

Il Belpaese uscirà da questa strana vicenda politica che vede poteri politici deboli che si baloccano con uno Stato Italiano in profonda crisi e con la chimerica influenza che esercita sulla penisola l’Impero Statunitense ex garante della tranquillità dei ricchi nostrani dalle minacce e dai pericoli derivati dal bolscevismo sovietico.   Se si preferisce il grande impero è stato il garante effettivo dei privilegi delle minoranze al potere nello Stivale insidiate da quelle masse di cittadini che durante la Prima Repubblica guardavano con simpatia alle forze di sinistra e votavano per i comunisti italiani, e talvolta per i socialisti, nella speranza di cavar fuori qualche beneficio economico e di limitare gli abusi di un sistema sociale e politico votato a fare gli interessi di alcuni ricchissimi e in generale dei ceti sociali più elevati. Non quindi la speranza di una rivoluzione mondiale o la prospettiva di eliminare fisicamente il nemico di classe come è avvenuto aldilà della cortina di ferro, ma al contrario il comunismo nostrano e le forze di sinistra affini hanno operato per dar corpo alla speranza di far colare fin ai livelli più bassi della società italiana i quattrini del sistema Italia e i benefici della civiltà industriale. Adesso il gigante a Stelle e Strisce è in sofferenza i suoi rivali più forti cinesi, russi, indiani gli contendono il potere mondiale e  le risorse strategiche, i vecchi alleati prendono le distanze; perfino il Brasile dà dei dispiaceri, l’attribuzione delle Olimpiadi tanto per fare un esempio,  alla presidenza USA.  Fra i nuovi poteri emergenti c’è chi accarezza l’idea di poter far a meno in futuro del dollaro come moneta degli scambi internazionali, se questo pio desiderio prendesse corpo il gigante USA sarebbe forzato a riconsiderare al ribasso la sua potenza culturale, finanziaria e politica nel mondo a vantaggio dei suoi concorrenti. Del resto il Giornalista Robert Fisk sull’Indipendent, l’articolo è tradotto in italiano dall’Internazionale della seconda settimana di ottobre, conferma che il progetto di sganciarsi dal dollaro da parte dei paesi arabi produttori di petrolio e da parte  dei loro clienti è in cammino e si concretizzerà entro il 2018. Quindi il Belpaese è in strato di reggenza, l’impero straniero che garantiva i ricchi non può più farlo o quantomeno non può farlo come prima, inoltre lo Stato italiano è troppo debole per imporre la sua volontà ai ceti privilegiati e il pagamento delle tasse, non a caso è stato votato l’ennesimo scudo fiscale per il rientro dei capitali fuggiti all’estero. Personalmente auspico che questo stato di cose cessi il prima possibile, le genti del Belpaese hanno il sacro diritto e il giusto dovere di essere messe in condizione di ricostruire la loro civiltà, di poter tornare a dare un senso complessivo e sano del loro vivere qui e ora in una Penisola al centro di un mare che mette in comunicazione tre continenti. Legittimamente è perfino auspicabile si dia in un futuro lontano un qualche contributo tangibile alla civiltà umana da parte delle disperse e difformi genti che abitano la penisola.

Prima o poi le genti del Belpaese ritroveranno l’Italia.

IANA per FuturoIeri




8 ottobre 2009

La guerra: il gioco dei forti e il Belpaese

La valigia dei sogni e delle illusioni

La guerra: il gioco dei forti e il Belpaese 

Il Belpaese ha la ventura di lanciarsi talvolta nelle guerre altrui. Questo è accaduto nelle vicende serbe, afgane e irachene, per fortuna la questione irachena non ci riguarda più, in ex Jugoslavia una fortuna mostruosa ci ha salvato da conseguenze funeste, in Afganistan si combatte e si muore. Tuttavia una riflessione viene spontanea: un vaso di coccio come il Belpaese va a fare le imprese dei vasi di ferro. C’è da preoccuparsi, gli altri sono abituati all’idea della guerra e della morte per loro è normale perdere delle vite fra i loro soldati di professione, schiacciare i civili altrui sotto i bombardamenti, e massacrare coloro che resistono. Nella civiltà Anglo-Americana c’è un confine netto, segnato dalla propaganda di guerra, fra i tuoi e i loro. Gli altri sono malvagi strani, mostruosi, maligni nella natura e nelle intenzioni, i nostri buoni, belli eroici, giusti e virtuosi e votati alla vittoria. Nella civiltà atlantica la propaganda di guerra coincide con la visione del mondo. Non si può distinguere la verità in quanto verità dall’immagine del nemico e dei propri soldati che lo combattono veicolata dai militari e dai propagandisti. Questo modo di procedere non riesce a far presa fino in fondo nel Belpaese, complice un sottofondo di diffidenza nei confronti dei forestieri e un certo universalismo culturale già dell’Impero Romano che la Chiesa Cattolica ha, quasi per sbaglio, raccolto. Di solito nell’italiano non c’è quell’abito psicologico duro e forte per cui il confine fra bene e male è nettissimo, dove il compromesso è impossibile e l’eliminazione fisica necessaria; lo stesso fascismo dopo venti lunghi anni di retorica e preparazione psicologica alla guerra constatò i risultati limitati del suo tentativo di creare un Belpaese guerriero e sanguinario. Eppure proprio la propaganda bellicista delle guerre di Clinton e dei Bush è penetrata nel Belpaese portando a un risultato paradossale: le genti disperse del Belpaese son state forzate a ragionare in termini di Nazione e di potenza militare, a pensare la guerra sia pure contro nemici poveri e disorganizzati. Il gioco dei forti ha cambiato qualcosa: le disperse genti del Belpaese vedono che esiste l’altro ed è irriducibile alle nostre logiche e ai nostri comportamenti. Questo impone dei ripensamenti anche negli italiani che sono cattolici perché il povero o il “nemico” adesso non è detto che sia cattolico o che possa o voglia convertirsi. Il gioco dei forti e la sua propaganda sta cambiando lentamente lo Stivale, gli abitanti da secoli presenti nella penisola si sentono catapultati in un Belpaese non più soltanto loro, dove la paura e la minaccia prendono forme quasi metafisiche, irreali; ma ora possono far ricorso a un qualcosa di elementare e primitivo: nella guerra ci sono i nostri e i loro. C’è una barriera invisibile che scinde il proprio bene dal male altrui, non è solo propaganda è qualcosa di remoto, di antropologico, quasi animale nel suo darsi.

Credo che la conclusione naturale di questo processo culturale sarà la nascita di un principio di nazionalismo italiano, diverso da quello pseudo - risorgimentale e da quello fascista, si tratterà  del darsi  di forme d’appartenenza al Belpaese che fatalmente metteranno un discrimine fra le difformi genti della Penisola e i popoli che vivono nell’altra sponda del Mediterraneo, nel Nord - Europa e da quelli che son separati dal continente dalla barriera dell’oceano Atlantico.

 

IANA per FuturoIeri




18 maggio 2009

Costituzione! Se ci sei batti un colpo!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Costituzione! Se ci sei batti un colpo!

Quando si osserva dalla cima di una collina una città medio-grande del Belpaese subito si osservano le diverse stratificazioni delle epoche passate. Spesso ruderi almeno greci o romani si accompagnano ad edifici medioevali i quali convivono a poca distanza da palazzi barocchi o rinascimentali, poi viali neoclassici, edifici in stile Liberty o eclettici, infine il razionalismo fascista con i suoi edifici pubblici. Se si allarga il capo visivo si vede una cintura di condomini, di fabbriche, di capannoni, di centri commerciali all’americana o alla francese che pare circondare il centro della città in esame. Quella è la Repubblica che circonda con una massa imponente e deforme di cose costruite tutto il tempo che è venuto prima di lei. La Repubblica non ha un volto ma ha un suo segno è tanta ed è deforme come se ogni eccitazione, ogni abuso, ogni eccesso avesse con lei preso finalmente forma e fosse fuoriuscito dalle viscere di questa penisola avvolgendola e imponendo la sua presenza. Cosa rimane della Repubblica a parte i decenni perduti e questa fisicità edilizia? Non molto: i valori e i partiti su cui si fondava si sono dissolti, oggi è come sospesa fra cielo e terra, fra ceti sociali che vivono di politica troppo rissosi e incapaci per buttare a mare la Costituzione e difensori occasionali, interessati o deboli, di qualcosa che era vivo nel passato e oggi è morto. Le avventure militari in cui le genti del Belpaese sono state coinvolte, la precarizzazione violenta del lavoro, l’egemonia di un modello unico di pensiero consumista, improntato ad un palese darwinismo sociale e genericamente liberaldemocratico, il venire meno dei valori che per anni avevano qualificato l’essere italiani ha seppellito il senso di quella Carta Costituzionale. Rimane lo scritto Costituzionale formalmente, più o meno, così come era in un tempo remoto ma in un contesto umano e civile estraneo al senso profondo dei valori che rappresenta. Tre decenni di pubblicità consumista spinta, di esaltazione di VIP veri e presunti, di inviti a far soldi in qualunque modo, di trasformazioni radicali nei nomi e nei simboli di vecchi partiti hanno distrutto l’Italia di sessant’anni fa. Faccio un solo esempio: La Repubblica è fondata sul lavoro. Quale lavoro? Quello precario, a contratto a termine, quello dei giovani apprendisti, di quelli che fanno gli stage, degli immigrati col permesso di soggiorno, o di degli extracomunitari senza permesso di soggiorno, dell’imprenditore cinese a Prato, o del dirigente italiano che ha venduto per tempo anche i muri del capannone e trasferito l’impresa in Romania o in Asia, o del tale che lavora in nero o per la criminalità organizzata. Non si può difendere dei principi che stanno fra cielo e terra. O questa Costituzione riesce a diventare una cosa concreta e non un terreno di sterile esercizio retorico per gli iniziati al gergo politico-giuridico oppure sarà dimenticata dalle stessi genti che dovrebbe indirizzare.

Se qualcuno vuol davvero applicare il dettato inizi dai diritti sociali e dell’uomo là nel solenne testo garantiti, cerchi consenso, convinca la popolazione che vota. Chissà, magari la Costituzione potrebbe battere un colpo sulla cassa e capire che è viva.

IANA per FuturoIeri



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