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20 maggio 2018

Ricetta precaria n. 33

Ricetta precaria

33   gli anni del Cristo

Croste alla correzione

 

Allora maggio è arrivato. Panico!

Pacchi di compiti in scadenza, coordinatori di classe con la paura del ricorso, collegio docenti, consigli di classe. Ergo gravi distrazioni causate dal ritmo accelerato del lavoro e dal ritrovare i frutti,  oimè, delle lezioni nelle opere di carta e nelle verifiche degli allievi.

 Quindi la pizza surgelata si è bruciacchiata per imperizia e scarsa vigilanza del bieco forno elettrico.

Il sugo per i tortelli che era un miscuglio di latte e preparato per risotto alle noci e al tartufo è bruciato pure lui.

Occorre un colpo di reni e reagire alla pressione lavorativa e al dispiacere in cucina. Quindi è il momento , di un croste alla correzione.

Si prenda i resti miserabili del bordo della pizza e s’aggiunga un pane vecchio di almeno tre giorni ma non marcio. Si spacchi tutto con odio e spirito vendicativo per farne bocconcini e il tutto collocatelo nella tipica padella.

Aggiungere un bicchiere d’acqua, mezzo di vino bianco, una puntina di paprika comprata al mercato coperto di Budapest, una o due foglie di basilico, una puntina d’olio e va da sé mezzo tetrapak di sugo al pomodoro. Si può scegliere se alla ricotta, all’arrabbiata o alle olive. A piacere. A chi va può star bene anche qualche fetta di cipolla o scalogno.

Date un colpo di calore a questa bizzarria per far capire agli ingredienti chi comanda e poi cuocere a fuoco lento finchè l’acqua calda e il sugo non avranno ammorbidito le croste e il pane secco.

Quando vi sembrerà molliccio e abbastanza amalgamato versate il contenuto della padella su un piatto piuttosto grande.

Se odore e sapore  vi ripugna beveteci sopra un bicchiere di rosso, almeno vi metterà di buon umore per la prossima pila di prove da vergare di rosso




19 giugno 2009

Fra noi in confidenza:ma la scuola italiana...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fra noi in confidenza: ma la scuola italiana…

 

Chi scrive insegna, insegnante di liceo e per la precisione è entrato dentro il sistema con la SSIS. La SSIS è quella scuola di specializzazione post-laurea che abilita all’insegnamento. Ora è in via di scioglimento ma ha fin dall’inizio avuto addosso una cattiva fama. Era impegnativa per tempo –circa due anni- e costosa  -circa 5.000 euro più il mancato lavoro di quei due anni- fu un percorso di studio e tirocinio dove uno doveva seguire le lezioni, fare il tirocinio, scrivere le tesine e sostenere gli esami prescritti. Insomma si trattava di preparare degli universitari a far i docenti, nel Belpaese l’abitudine e la prassi era di far fare il salto dall’università alla cattedra liceale o media senza alcuna preparazione. La questione del formare il corpo docente  prima della SSIS era una questione di “sanatorie” e “concorsoni abilitanti” e “affini”. E’ quasi certo che la SSIS cesserà d’essere, forse ha assolto al suo ruolo di formare qualche migliaio di precari nella scuola superiore e media e di generare impieghi temporanei per l’università di riferimento.

O forse no.

Forse è solo una riforma mancata. Tuttavia dal momento che i discorsi sulla scuola italiana si sprecano da professore sento la necessità di dire qualcosa di diverso.

Uno dei problemi è il fattore tempo, in realtà nei licei fra eventi, occupazioni, assemblee, interruzioni didattiche, viaggi d’istruzione e vacanze vola via più di un mese, qualche volta quasi due. I programmi, le interrogazioni e tutto il resto devono però andare avanti e quindi è quasi sempre una corsa per finire quel che si è pensato di fare o di far fare.

Un secondo problema di cui si parla poco è il numero notevole di anni di precariato che fanno i professori prima di ricevere una cattedra, o meglio:”un contratto a tempo indeterminato”. Questo passare di cattedra in cattedra, di scuola in scuola spesso per supplenze brevi o brevissime ha il pregio di mettere il docente davanti alle difficoltà del mestiere ma il difetto di far scendere la sua autostima e di rendere incerta la sua condizione economica dal  momento che i contratti per le supplenze hanno durata variabile e sono talvolta legati alle condizioni di salute del collega che viene sostituito.

Proprio al condizione economica per unanime ammissione in Italia è fra le peggiori in Europa, personalmente – ma non sono il solo- ritengo che i livelli salariali relativamente bassi provochino quel senso di sconforto che quasi si respira quando si ragiona  di corpo docente. In particolare in una “società” italiana dove l’unico metro per valutare l’essere umano è il reddito, i contanti, il conto corrente, le carte di credito l’insegnante di scuola media superiore o semplicemente media non ne esce bene, specie se è ai primi anni del servizio magari da  precario. Affido queste mie riflessioni ai miei venticinque lettori aggiungendo la considerazione che la scuola italiana nelle sue diverse articolazioni oggi più che mai sembra essere l’unica realtà in grado di entrare in rapporto con tutte le differenze del Belpaese, l’unica forza che può “pensare” il futuro di tutti.

 

IANA per FuturoIeri



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