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28 giugno 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Dove parla il potere leggittimo

Stefano Bocconi: Fantastico, ecco qualcosa di nuovo:un filosofo dentro un operaio; e ragiona di borghesia addirittura! Davvero dovrò segnare questo giorno sul calendario.

Clara Agazzi: Questa tua ironia è fuori luogo. Piuttosto che fai ?. Partecipi alla sfida, ti va di dire la tua.

Gaetano Linneo: Questo discorso è quanto mai vero, il passato borghese è tramontato, oggi c’è una casta di detentori dei mezzi di produzione che sono un mondo a parte rispetto al resto dell’umanità e in loro difficilmente si può trovare qualche traccia di quel passato che pure in mezzo a tanti torti ha avuto delle idealità e le sue filosofie di riferimento.

Vincenzo Pisani: Scusate, ma a questo punto mi offro io. Però prima voglio fare una premessa a ciò che dirò

Franco:  Una premessa? Questa è nuova. Va bene ma per non alterare questo confronto che la cosa sia breve e coincisa, poi seguiremo la regola fin qui tenuta.

Vincenzo Pisani: Bene, la figura mia sarà l’ultimo re, intendo l’ultimo re legittimo e la prospettiva di un nuovo potere legittimo. Quindi il primo e ultimo re. Questa figura mi spetta perché nei miei studi di politica e di scienze sociali da tempo vado meditando sul confine fra potere legittimo e potere illegittimo. Oggi è evidente che il potere devia verso la corruzione e l’illegittimità, e per molte evidenze vedo provato questo. Si pensi ai suicidi per motivi economici, alle migliaia se non centinaia di migliaia di giovani che non studiano e non lavorano, al divario crescente fra ricchi e poveri, alla corruzione e sciatteria diffusa in tutti  i ceti, all’impossibilità di condividere una storia comune, un discorso autenticamente nazionale, anzi di popolo. Non sono forse questi i segni della mancanza di un re legittimo, ovvero di un potere vincolante questo popolo e questa nazione che sia giusto in quanto coerente con i suoi stessi decreti e finalità! Bene questo è l’inizio.

Franco:  Accidenti che fantasma che hai evocato. Un vero e proprio mostro, potrebbe oscurare perfino il profilo delle montagne ora  illuminate dalla luna e dalle stelle. Vai inizia.

Vincenzo Pisani: Primo e ultimo Re legittimo. Primo perché tornerà prima o poi anche qui un potere coerente e retto, ultimo perché ciò che è stato volge al termine e della grandezza delle origini rimane solo polvere. Il compito primo di un re legittimo che lo distingue dal tiranno e dal despota è assicurare ai suoi sudditi o cittadini una giustizia equa e imparziale, pulita da leggi e cavilli che piegano ora in favore di questo ceto, ora di questo  gruppo o interesse di parte l’azione giudiziaria e l’amministrazione delle sanzioni e delle pene. Oggi il potere è minato dal sospetto dell’interesse di parte, dalla legge fatta rito processuale dove il forte ha grande vantaggio rispetto al debole perché può permettersi avvocati costosi e talvolta la benevolenza di gente importante che volge al sì o al no la sua causa. Un potere legittimo in nome di una legge una e coerente elimina questa disparità, poiché la legge non può essere il rischio calcolato del ricco o del malvivente ma l’atto con cui il sovrano rimette ordine nel corpo sociale che deve conservare pulito e certo nello scorrere dei decenni e dei secoli. Il secondo dovere è la difesa. Il re secondo giustizia con sue armi e suoi mezzi assicura lo Stato e i suoi, mai rinuncia a un solo frammento della sua sovranità e se vi è costretto da una qualche alleanza la romperà quando non sarà più utile  per avere in mano la sua libertà incondizionata. Mai accetta basi o fortezze straniere nella sua terra poiché esse limitano per loro natura il suo esercizio della giustizia e guastano il carisma sul quale si regge il suo potere. Un potere che voglia esser santo e giusto non può far a mezzo con interessi altrui sulla sua terra e sul suo popolo. Il terzo compito di un potere regale legittimo è che esso non rompe in modo vile le alleanze che stipula, non si piega davanti alla minaccia dell’amico come del nemico. Questo perché un potere legittimo non può farsi schiacciare, deve esser più forte e più saldo delle avversità e se costretto all’errore vi pone rimedio secondo giustizia e benevolenza. Se costretto alla forza e alla guerra saprà in nome della coerenza e  della rettitudine chiamare a sé il popolo tutto e indirizzare le risorse al fine di ripristinare la giustizia e la pace. Il re legittimo, suo quarto dovere,  è vigile e cura la salute mentale  e fisica del suo popolo, piega il violento, l’inquinatore, il corruttore e lo punisce con la forza della legge e allontana dalla sua terra  lo straniero malevolo o meschino. Il re legittimo, suo quinto dovere,  è sollecito verso il benessere del suo popolo che vuol dire continuità con la tradizione, istruzione pubblica, provvedimenti per la salute pubblica e il decoro urbano, generosità verso le persone perbene e i giusti e mecenatismo verso artisti e gente di cultura e di scienza, supporto verso chi lavora e fa impresa, tasse giuste e misurate. Il re legittimo, sesto suo dovere e privilegio,  sa di poter far di conto dei suoi sudditi, non li tradisce  e da loro non sarà tradito.  Infine, ed è il  settimo punto, il re legittimo sa di dover essere, di venire al mondo come necessità e come segno dell’elevazione dell’umano sopra la bestia; il re giusto è una necessità della vita sociale come l’acqua potabile o il commercio. E ultimo, ma non  meno importante, il re legittimo è lui; non è un fantoccio nelle mani di finanzieri, avventurieri, speculatori, feccia.  Egli è ciò che deve essere e non può esser di meno. Ecco questo è il re legittimo, questo è un  potere sano. Ora parlerò per mezzo di questo potere. Io sono l’ombra di ciò che fu e di ciò che dovrà di nuovo essere. Oggi sono scomparso in oscure biblioteche o in polverose lapidi, o in monumenti dimenticati e lasciati all’usura del tempo; sono ciò che rende retto un popolo, un regno, un comando, una nazione. Sono l’incarnazione umana di un potere legittimo. Oggi non sono perché il potere è tradito ed è traditore; il potere è di tutti e di nessuno perché spezzato e diviso in troppe mani di piccoli uomini di potere, di ricchissimi, di burocrati avidi e ottusi, di demagoghi e ciarlatani che conducono gli elettori verso il si verso il no sfruttando ogni bassezza dell’essere umano. Come può un popolo e una nazione che non ha nome  e volto essere volta al bene, come può darsi questo popolo una meta, un futuro, un senso se chi esercita il potere non ha altro scopo che compiacere se stesso e  arricchirsi in modo smisurato. Se si prendono insiemi diversissimi l’intersezione che si ricava è vuota, e così è vuoto di valori condivisi lo spazio politico senza un re legittimo che metta assieme le ragioni più profonde e certe di una collettività politica.  Io sono l’ombra di ciò che poteva essere e non è stato e sarò nel futuro l’ombra di ciò che avverrà  per necessità. La caduta dentro se stessi, l’implosione di  una collettività nel vizio e nell’eccesso per compensare una crisi di senso e di fini ultimi non è una condizione fissa, essa è un ciclo. Il ciclo della degenerazione fisica e mentale di un popolo o trova la propria cura o finisce il popolo nel volgere dei decenni. Morto il popolo degenerato qualcosa di diverso ne prenderà il posto o se si vuole l’eredità. Io sarò di nuovo con queste o con un altre genti; non sono una persona fisica ma una necessità della vita sociale organizzata. Sono l’ombra che striscia appena visibile in tutti i palazzi e le istituzioni, sono la cattiva coscienza dei sudditi malevoli traditi dal sistema e dei traditori che usano il potere e la cosa pubblica per loro privilegio  e loro lucro privato. Tutti costoro, tranne i dementi e i perduti, sanno di esser nel torto. Un giorno io sarò di nuovo e loro non saranno più.     Perché a un certo punto nella vita dei singoli come delle collettività si presenta la necessità di riempire il vuoto dell’esistenza con dei fini, con uno scopo ultimo, con una forma di vita.    Quello è il mio momento, quando si pone il problema d’esistere dentro un limite, un confine, uno scopo, una legge. Io sono la forza che crea la forma politica e sociale del vivere con uno scopo, con una costituzione, con un fine ultimo. Senza un senso autentico della vita, senza regole o finalità condivise, senza un vincolo che dà senso a ogni giorno che passa il re legittimo resta ombra, ossia qualcosa che ha una forma ma non è materia e neppure luce. Quando arriverò sarò luna e sarò montagna, perché i molti vorranno così e i molti saranno un popolo, una nazione, un regno.    Quando sarà queste nostre disperse genti, se ci saranno ancora, ritroveranno se stesse e la loro ragione di vivere e d’esistere.   Perché la vita è importante e per questo ha senso, ma la fortuna della civiltà industriale è che il senso non è più scritto da un Dio o dalle stelle. Il senso dell’esistenza va costruito, va vissuto, va mantenuto da chi, davvero, esercita il potere. Se non ci fossi io si potrebbe credere che in fondo la vita è un lungo soffrire fra istanti di gioia e noia aspettando che la decadenza fisica o qualche accidente tronchi questo passaggio in vita, ma io in qualche modo ci sono e quindi il fatto che la vita dei molti come dei singoli  sia dotata di senso  è cosa fondata.    Questo è quanto avevo da dire.

Franco:  Un vero e proprio messia laico.  

Clara Agazzi: Questo è davvero non poterne più. Certo che farebbe comodo avere un potere retto, ma come si fa in un mondo corrotto e marcio.

Stefano Bocconi: Mi pare che sia stato chiaro. Il tempo del sovrano legittimo tornerà quando tutto questo che viviamo oggi sarà sparito, disperso, polvere dei secoli che cade sulle cose morte che furono. A quanto pare dobbiamo crepare tutti, magari di vecchiaia o forse di morte violenta. Poi arriverà il momento. Se non è profezia questa.

Gaetano Linneo: Questa è una grande incertezza, il tempo che verrà sarà quello dove era bene vivere. Ma il presente esige una risposta mi pare. Chi affronterà la spinosa questione del presente.

Franco:  Voi mi forzate la mano. Bene io interpreterò la totalità del presente.

Clara Agazzi: Questa è una delle tue follie! Un tempo, voi rappresentare il tempo.

Vincenzo Pisani: Lascialo fare, magari c’è perfino da imparare qualcosa.




18 maggio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Prima recita sul ponte

Vincenzo Pisani: Scusate amici, ma l’ora è tarda. Tuttavia mi dispiace molto dover lasciare così una tal compagnia. Prima di andare ognuno per la sua strada vi propongo un gioco, semplice. Ma chiarificatore, dove tutti noi possiamo concludere felicemente questo piacevole momento conviviale.

Gaetano Linneo: Questa è una cosa bizzarra e folle. Ma qui, in questo freddo invernale, di notte,  su un ponte  fra la ferrovia e le montagne vuoi fare un gioco? E cosa (… )sarebbe mai questo gioco?

Paolo Fantuzzi: Quindi o l’amico scherza o ha in mente qualcosa. Parla Vincenzo; cosa dobbiamo fare per giocare e schiarirci le idee.

Vincenzo Pisani: Semplice. Ognuno qui e ora interpreti un personaggio, vero o immaginario non importa. Faccia una vera e propria orazione come se attraverso di lui parlasse uno spirito o un fantasma. In questo discorso deve dal punto di vista del personaggio fare una profezia autentica su questo nostro mondo. Ovvero secondo verità e giustizia interpretare il presente, il passato e il futuro e dare delle indicazioni. Vedrete amici che la cosa è meno semplice del previsto. Si cade in contraddizione, si cade sulla natura ridicola o infantile di molti pensieri.  Provate a pensare di esser Napoleone e di ragionare di alta strategia di oggi, vedrete come è difficile far discorsi sensati. Dal momento che il tempo è poco propongo la brevità.

Franco:  In effetti è una buona idea. Chi parla prenderà un piccolo peso tipo un libro o una borsetta in mano e il braccio resterà disteso in orizzontale, quando sentirà il peso quello sarà il momento di smettere.

Paolo Fantuzzi: Questo è davvero uno strano cronometro. Accetto la sfida.

Clara Agazzi: Questa è una roba strana, ma c’è un premio

Stefano Bocconi: Giusto, quale premio.

Vincenzo Pisani: Semplicissimo, il piacere di aver detto la propria verità. Per quanto parziale possa esser. Qui nel Belpaese tutti si nascondono dietro opinioni prese un tanto la chilo dal televisore e dalle riviste patinate di donnine nude, VIP, cose strane o di moda. Tiriamo fuori le nostre ragioni, sfidiamoci, liberiamoci della responsabilità e sotto la maschera di qualcuno che non c’è per gioco iniziamo a dire qualcosa di sensato.

Gaetano Linneo: Questa è una buona idea, davvero. Una sfida così la piglio al volo.

Vincenzo Pisani: La tua opinione, che dici.

Franco:  Per me si fa. Qui ho un libro di un certo Biglino che mi hanno regalato, può far da peso. Ma chi è il primo?

Paolo Fantuzzi: Questo è mio. Sarò il primo e interpreterò il primo e l’ultimo borghese del Belpaese.

 Stefano Bocconi: Fantastico, l’operaio che fa il borghese immaginario, questa la devo sentire.

Clara Agazzi: Questa non mi pare una novità. Quante volte il mondo povero, salariato, impiegatizio è stato attirato dalla borghesia e ne ha subito il fascino. Il mondo dei consumi e dei riti del consumo e del successo sociale sono un magnete per tutti coloro che si sentono in condizioni di minorità.

Paolo Fantuzzi: Io sono il fantasma del primo e ultimo borghese di questa penisola. Primo perché oggi la borghesia è una grande illusione, ieri una promessa mai realizzata e nel futuro uno spettro, ma ultimo perché nella mistificazione di una grande classe sociale che ha creato la civiltà industriale tutti sono diventati me, quindi io ho perso la mia natura e il mio nome. Tutti borghesi ovvero nessun borghese. Invece la mia classe sociale, che qui non si è data nella sua natura, ha spezzato le catene dell’oppressione clericale e aristocratica ha costruito un diritto fondato sull’individuo e sull’autonomia del fatto economico liberandolo da Dio e dalle leggi ancestrali. Sfruttando il lavoro umano e le risorse del pianeta questa classe sociale ha creato il capitale, ossia l’incremento continuo nel tempo del profitto  che porta a creare le risorse per la moltiplicazione dei fattori di crescita economica, di sviluppo tecnologico, di capacità creative e distruttive. Questa classe sociale ha fatto meraviglie più grandi delle piramidi, degli acquedotti romani, delle cattedrali gotiche o dei palazzi dei principi del Rinascimento. Essa ha creato dalle rovine della decadente civiltà aristocratica e agricola la grande civiltà industriale che é dominio ed esercizio del potere sulla natura, sul pianeta e sull’intera umanità. Oggi questo mondo che ha creato forma, senso del mondo, destino, una sua morale borghese per l’appunto si è disfatto. Al posto del gentiluomo di un tempo magari sfruttatore e prevaricatore ma con principi, con una moralità e un senso dell’onore si son sostituiti dei personaggi privi di vita interiore. Sono burocrati, funzionari di rango, tecnici del diritto, della banca, dell’amministrazione, delle pubbliche relazioni; esseri che non vedono oltre il proprio lavoro, che vivono senza una spinta interiore macchine di società per azioni che muovono enormi profitti. Miliardi di guadagni  che vanno ad anonimi azionisti. Macchine enormi chiamate multinazionali che sono società per azioni e persone giuridiche hanno sostituito il borghese:un logo, un marchio è il suo nome, la sua storia, il senso della sua opera. Il Borghese oggi non è più un ceto sociale ma una serie di funzioni, di atti tecnici, di soluzioni operate da esperti che si traducono nel potere concretissimo di minoranze di oligarchi. Il nuovo potere sono un limitato numero di famiglie di ricchissimi, perlopiù mentalmente apolidi,  proprietari di pacchetti azionari, di banche d’affari, di multinazionali, di regni, di complessi industriali o militar-industriali sotto di loro una stratificazione di livelli dirigenziali indirizza l’intera piramide sociale. Basta chiedersi chi è il proprietario della banca, chi ha il pacchetto azionario di maggioranza della multinazionale, chi sono i personaggi che hanno l’ultima parola nel movimentare grandi capitali d’investimento dell’ordine di decine di miliardi, chi controlla il grande complesso industriale, chi è l’autocrate o il sovrano e quella domanda è la risposta al problema di chi comanda al vertice della piramide. Come ritorna il borghese, ovvero come  può tornare una classe sociale responsabile di sé e per tutta la società e consapevole di sé che può indirizzare e dirigere la civiltà industriale? Non può finchè questo è l’ordine delle cose. Se torna non torna nel senso di questa parola ma rinasce in altra forma e in altra qualità. Perché il borghese è creatore del suo mondo di ordine e progresso, quindi ci vuole un disordine estremo per  imporre l’ordine a livello universale  e  ci vuole l’arresto della civiltà per imporre il progresso che è una linea di crescita culturale, tecnica, scientifica che da un punto nello spazio e nel tempo tende a espandersi  all’infinito sfidando logica delle cose e perfino la ragione che nega all’infinito la possibilità d’esprimersi in un mondo chiuso e limitato dalla materia. La distanza fra l’infinito del possibile e del mutabile con la potenza industriale e la limitazione data dal mondo materiale del pianeta azzurro è il limite di questo soggetto; è la sua condanna a una coscienza infelice.  Mi pare evidente che una classe sociale che detiene le chiavi del progresso e dell’ordine e ha un progetto per tutta la società e per tutte le classi sia possibile solo quando questo modello fondato su pochissimi realmente potenti e dominanti si sarà esaurito.  Una classe è una cosa collettiva e complessa e non è una somma di singoli, la borghesia dovrebbe esser un grande coro di cattedrale o l’esercito di Oliver Cromwell, una cosa concreta, compatta nell’azione, che ha un progetto e la capacità tecnica e di lavoro per portarlo a buon fine. Singoli ricchi o piccoli ceti di professionisti o di tecnici chiusi nei loro egoismi e nelle loro ottuse visioni del mondo non sono una classe sociale, una classe sociale è storia e fa la storia dell’umanità; sommatorie di singoli la storia la possono solo subire. Occorre un fine, un Dio per dare ordine al mondo e questo vale anche per una classe sociale. Il Principio è la scienza e la tecnica impiegate per il benessere di tutti i ceti sociali, l’uomo deve farsi protettore e guida di se stesso in un mondo mentale scarnificato dall’assenza di principi ultimi e di finalità sacre.  La borghesia è concreta, possessiva, meschina nei fatti d’amore stretti fra piccole passioni e calcoli sui conti domestici? Allora. Nessuno è perfetto. Esseri umani perfetti, di genetica divina potrebbero pensare la sesso, alla riproduzione, alla famiglia con un fare libertino, con una ricerca ludica del piacere per il piacere,  mischiare sesso e provocazione; perfino addentrarsi nell’eros, ossia perdersi nella passione d’amore e nella contemplazione del bello. Ma questa roba non è borghesia. In fondo cosa si vuole. Esser governati dagli DEI, da una aristocrazia dal sangue blu, dove al posto del rosso sgorga un diverso liquido dalle ferite come scrive Omero il grande poeta? Se non si vuol questo occorre il rinascere di una classe sociale che detiene i mezzi di produzione, indirizza nella società umana le ricchezze prodotte, costruisce delle Repubbliche o delle Monarchie dove si vota, ci sono maggioranze e opposizioni parlamentari, c’è un libero dibattito, c’è una Costituzione rispettata e attuata, diventa possibile governare con leggi e regolamenti, esiste lo Stato di Diritto. La borghesia oggi non è una soluzione ma la necessaria composizione in un corpo unico di forze produttive e creative oggi disperse e spappolate, rese ottuse e sottomesse da una straordinaria concentrazione di ricchezze, informazioni  e di poteri in pochissime mani, e queste mani non sono in grado di determinarsi in una nuova forma di Aristocrazia che ci mette la faccia  e prende il potere. Il proprietario del pacchetto azionario, della banca, del fondo d’investimento dovrebbe lui  prendere il potere e assumersi tutte le responsabilità del caso. I ricchissimi non lo fanno usano demagoghi politici, grandi burocrati, la manipolazione finanziaria, i media, perfino i servizi segreti. Così c’è una finzione di Repubblica  un po’ ovunque e il concreto esercizio del potere per interposta persona di pochi oligarchi miliardari. Allora ecco che in questo tempo post-borghese io primo e ultimo borghese di una Belpaese che mai è riuscito a spezzare nel tempo della borghesia trionfante le catene del mondo morto nel luglio del 1789 vi dico che nel futuro o ci sarà una qualche forma di classe sociale borghese o queste genti del Belpaese saranno sempre più schiave di tutti e padrone di nulla. Ora però sono stanco di parlare. Poso il libro e passo la parola.

 

 

 

 

 



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