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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


11 settembre 2015

11 settembre 1973: una lezione di politica?

La data dell'11 settembre riporta uno dei più controversi e per certi aspetti profetici conflitti politici della guerra fredda. Mi riferisco al colpo di Stato in Cile portato avanti da generali sediziosi e ribelli ma appoggiato da minoranze interne di ricchi, dai servizi segreti statunitensi, dalle multinazionali. Ci sono diversi elementi che devono suonano familiari. Fra essi uno, uno fra i molti, il governo Allende d'ispirazione socialista andò al potere grazie alla divisione delle forze politiche ostili e  governò avendo un consenso che oscillava fra il 36% e il 43% dei suffragi. Questa condizione politica di non riuscire a portare con sè la maggioranza dei cileni creò alcune delle condizioni su cui s'innestò la cospirazione internazionale che portò al colpo di Stato.  Se c'è da trarre una qualche ispirazione dalla storia è che la costruzione di un cambiamento sostanziale all'interno di uno Stato  che rimette in discussione privilgi, monopoli, concentrazioni di denaro, alleanze fra ricchi locali e ricchissimi stranieri a favore dei ceti poveri e della gente che lavora ha bisogno o di un vasto consenso o di una forza propria che schiacci l'eventuale sedizione istigata da agenti forestieri. La volontà e il diritto cedono spesso nel mondo umano alla forza bruta dei cospiratori e dei soldati. Questa lezione di storia è da meditare perchè oggi si dà un pò dovunque il,rafforzamento proprio di due soggetti che favorirono il colpo di Stato: multinazionali e servizi segreti.Quindi la data dell'undici settembre per quanti aspirano a una riforma dell'ordine delle cose in questi decenni  di terza rivoluzione industriale ha per così dire il segno di una lezione di storia da non dimenticare.




6 maggio 2013

Diario Precario Dal 25/4 al 27/4/2013

Data. Dal 25/4/2013 al  27/4/2013

 

Note.

La primavera è manifesta, la natura pare rinnovata.

Ponte del 25 aprile, passato in silenzio.

Fatto un piccolo lavoro di modellismo statico per una mostra.

Parlato con gli amici, i tempi sono amari.

 

Considerazioni.

L’attività del docente si è interrotta per l’occasione del ponte del 25 aprile. Così ho dormito fino a metà mattina, mi son rilassato, ho ascoltato gli amici, ho pensato.

Il centro del problema, ciò che è dietro questi tempi amari è stato ben descritto da Latouche: Se si prende come indice del  <<peso>> ambientale del nostro modo di vita l’<<impronta >> ecologica in termini di superficie terrestre, o spazio bioriproduttivo necessario, si ottengono risultati insostenibili sia dal punto di vista dell’equità dei diritti di estrazione dalla natura sia dal punto di vista delle capacità di rigenerazione della biosfera. Lo spazio disponibile sul pianeta terra è limitato. E lo spazio bioriproduttivo, cioè utile per la nostra riproduzione, è solo una frazione del totale, 12 miliardi di ettari su 51…”.  (Serge Latouche, Limite, trad. It Fabrizio Grillenzoni, Bollati Boringhieri, Torino, 2012”).

 Questo è il centro dei problemi della contemporaneità: la civiltà industriale sta trovando i suoi limiti, il pianeta è finito e un sistema con margini grandi di spreco di risorse e creazione di consumi di tutti i tipi è impensabile che possa essere esteso agli oltre sette miliardi di umani che abitano oggi questo pianeta. L’Italia vaso di coccio fra vasi di ferro non sa strappare alla concorrenza dei suoi amici-nemici le risorse strategiche e i mercati di sbocco dei prodotti italiani. Questa rinnovata legge del più forte nei rapporti internazionali crea  nel Belpaese povertà e mancanza di denari e l’indebolimento sociale ed economico degli ex ceti medi. Povertà, rassegnazione, disoccupazione sono i frutti di un Belpaese che non sta reggendo la prova del XXI secolo, il secolo del disordine e del riarmo generalizzato, e quindi l’aggressività e la rabbia nei singoli aumenta e invece di trovare uno sfogo marcisce all’interno dell’individuo alimentando sentimenti negativi e un senso d’oppressione e impotenza. Sintetizzo cosa ho provato nel ponte fra il 25 aprile e il 27 aprile con la parola “umiliazione”. Mi sono guardato intorno e dentro di me e ho trovato questa parola per sintetizzare ciò che da anni vedo e osservo. Ciò che è stato oggi non è più, perfino le parole hanno perso senso e forza. I singoli vedono il loro mondo personale  sfaldarsi e vedono spappolarsi le credenze credute salde e certe.  L’incapacità di gestire i fatti o di prevederli crea quel senso di umiliazione che ho individuato. Ma la mia reazione è poca cosa, mi mancano i denari che servono, mi mancano le strutture di supporto, mi manca la politica quella di ogni giorno fatta sul territorio con idee chiare e distinte; porto avanti qualche attività culturale e sportiva, atti di vago volontariato e non molto di più. Come posso uscire da questa condizione infelice? In realtà non lo so. Le forze materiali le forze che spingono verso l’umiliazione e la decomposizione sono più forti di qualsiasi altra cosa possa concretamente concepire. 

 

Ricordare.

I poteri che pensano di comprare per due lire di carta interi paesi in virtù di crisi finanziarie pilotate con arte dovrebbero far mente locale che potrebbero essere i concorrenti a prendere per tre soldi di carta quel che loro vogliono acquisire per due. Potrebbe darsi che la crisi e la disoccupazione di massa nell’Europa del Sud finisca con il risolversi in una grande occasione per la finanza e la politica cinese e russa. In fondo non ci sono solo le banche statunitensi, francesi, svizzere, e inglesi sul pianeta in grado di comprarsi interi settori industriali e agricoli dei paesi in crisi nera ma anche quelle russe, indiane, giapponesi  e cinesi, e ovviamente  germaniche. Il denaro globalizzato delle superbanche d’affari non ha abolito le nazioni e i tanti imperialismi nazionali, li ha trasformati in forza metafisica, in potenza nascosta, in attori segreti dei conflitti per il dominio sul mondo umano e naturale.

In fondo sarebbe un bel contrappasso dantesco giusto e meritato, il “colonizzato” di ieri che colonizza a suon d’acquisizioni finanziarie  i suoi vecchi “colonizzatori” che hanno perso la lucidità e il senso della loro civiltà. Il denaro è diventato l’ultimo DIO in questo inizio di XXI secolo, un DIO per tutti e quindi un DIO di nessuno.




25 aprile 2013

Diario Precario Dal 18/4 al 24/4/2013

Data. Dal 18/3/2013 al  24/4/2013

 

Note.

La primavera è arrivata, è uscita fuori con il sole.

Ponte del 25 aprile vicino.

Fine scuola ormai prossima.

Rielezione del Presidente della Repubblica. Mai accaduto prima.

Le notizie politiche mi creano un profondo disagio, chiamano in causa le mie scelte e i miei pensieri di un tempo.

Partecipazione matrimonio coppia di amici, occasione solenne quindi chiesto un giorno di ferie.

 

Considerazioni.

C’è un ponte fra il mio concetto di eserciti di una sola persona e otto anni di servizio nella scuola dello Stato Italiano, forse sì.

Alle volte insegno a classi che sono tali sono di nome, si tratta in quei casi di una sommatoria di singoli individui, questo è particolarmente vero quando bocciature e accorpamenti di classi aggregano studenti e studentesse con  percorsi diversi. Una somma di singoli quindi, e ancor più forte questo capita nell’università.

L’individualismo forzato dalle circostanze o determinato da varie ragioni è presente nella scuola, non crea sintesi ma accosta singoli uno sull’altro e talvolta uno contro l’altro.

L’esercito di una sola persona è il naturale esito di masse di consumatori disconnessi fra loro e unificati da strumenti deputati a unificare: social network, televisione, moda…

La civiltà industriale odierna spinge verso l’individuo egoista e consumatore a portar avanti interessi privati e tende ad esser connesso al resto dell’umanità dagli strumenti attraverso i quali avviene il consumo, la promozione pubblicitaria, la comunicazione politica, le frasi fatte espressione dell’ordine costituito.

Il singolo è la forma dell’essere umano in questa forma di civiltà industriale e in Italia in particolare. Per coprire le proprie reali intenzioni da queste parti un po’ tutti quanti tendono a  nascondere sotto frasi e pietose bugie le loro reali intenzioni, anche a se stessi se è il caso; è una vecchia abitudine nostrana quella di metter in campo Dio, i santi, le grandi ideologie per nascondere bassi e  meschini interessi privati. Occorre un grosso sforzo di autodisciplina e consapevolezza per elevarsi sopra il disordine creato dalla grande ipocrisia delle genti difformi del Belpaese.

Il singolo pensa solo a se stesso, si considera il centro del mondo perché il mondo è l’estensione di ciò che sa e può comprendere con i suoi strumenti culturali e fisici, quindi il suo mondo è tutto il mondo. Alla fine le appartenenze si rivelano fragili o vane davanti all’incontenibile potenza dell’IO e del MIO. L’individuo si ritrova a fare la sua guerra privatissima, egoistica al massimo grado con altri o da solo ma sempre con una perfetta centralità di se stesso. Ecco da dove nasce l’esercito di una persona, da questa assoluta centralità del singolo che non riconosce altro da sé. Ma questo è l’esito di una forma di civiltà industriale che prima ha puntato sul consumatore dilatato un po’ a tutti i ceti sociali e ora, per via di limiti materiali,  deve ritirarsi e lasciare scoperti alla povertà milioni di ex consumatori; il risultato non è una sobrietà francescana in aumento presso le masse popolari ma al contrario una diffusione incontrollata dell’individualismo e della rabbia repressa che s’indirizza contro tutto e tutti. Quindi l’esercito di una sola persona è la forma elementare dell’agire civile e politico, l’agire nel mondo umano parte dal singolo e va verso il singolo. Esistono dei meccanismi che compensano la natura dissolutiva di ogni forma d’ordine costituito come il matrimonio, la coppia solidale, forme d’organizzazione o associazione. Forme di condizionamento dell’egoismo del singolo però da leggere in un contesto di soddisfazione di qualche  reciproco, di ottenimento di risultati vincolati a certe attività commerciali o politiche o di conduzione d’attività legate al “Tempo Libero”.

La dimensione della comunità, del gruppo, della forza organizzata e vincolata da sinceri e saldi giuramenti non ha senso in una civiltà industriale al bivio dove non tutti possono consumare ma tutti devono desiderare i consumi, peraltro anche quelli di lusso destinati a pochissimi. Se nella mente del singolo c’è solo se stesso e ciò che può avere o usare per trarre potenza e piacere come è possibile creare una salda associazione fra umani? Questo è il limite con il quale mi son sempre rotto la testa, per anni ho fatto attività culturale  e talvolta qualche esperienza d’attivismo politico. Sempre ho visto prevalere e rompere le situazioni e le associazioni  non ideologie o massimi sistemi ma il crudo e nudo interesse del singolo o di gruppi di umani legati a quel capo o a quel leader o maestro a vario titolo che aveva da seguire una sua strada di potere e acquisizione. Questo genere di comportamento  per quanto lustrato da grandi parole menzognere, supercazzole si dice in Toscana,  era espressione  dell’interesse del singolo. Di quel singolo. Da qui l’amara considerazione che nel corso della mia vita c’è stata troppa compassione e generosità, data la situazione forse un discorso elementare di carattere mercantile, ossia per avere occorre anche dare e viceversa, avrebbe donato alla mia persona almeno la tranquillità della coerenza con questo  mondo umano, invece ho troppo sperato in una sorta di evoluzione civile di questo tipo d’essere umano a causa di qualche lume di ragione o di luce metafisica sbocciato a sorpresa in milioni di anime oscure e oscurate. Non riesco a perdonarmi queste ingenuità giovanili, questo aver voluto vedere  per forza il far tondo un mondo deforme e scomposto. Se il mondo umano nel Belpaese è degenerato e corrotto è anche perché si fonda su finzioni patetiche a cui nessuno crede ma tutti fingono spudoratamente di prendere sul serio. Gli umani italiani  vogliono vivere così:  fingere di credere a quanto è proposto dall’ordine delle cose per poter sottobanco e di nascosto far i loro comodi. Se poi salta il banco nessuno è colpevole perché nessuno era credente ma tutti facevano i credenti, facevano appunto; come se credere fosse fare il muratore o l’impiegato. Oggi uno lavora in cantiere o in qualche ufficio, domani trova impiego altrove. Così è per le grandi narrazioni in Italia. Chi paga o promette di pagare prende la credenza e la fedeltà mercenaria del momento, la quale può essere tolta se vengono meno le condizioni materiali. Del resto le campagne elettorali nel Belpaese si vincono promettendo posti di lavoro, riduzione delle tasse, investimenti sul territorio e chi vince di solito  non parla di cose come la decrescita, il picco del petrolio, la corsa agli armamenti, l’infelicità diffusa, il cancro…

Io so che quello che va contro il singolo e la sua ferrea volontà di credere il mondo come sua estensione e manifestazione alla fine s’imporrà, lo so e basta. Forse è anche una posizione profetica, ingenua nonostante le molte analisi di esperti mi sorreggano in questa mia persuasione. Ma oggi, qui e ora devo registrare un pesante bilancio negativo, il mio fare è stato in passato  perlopiù vano e scomposto. Ero stato a mia insaputa pure io esercito al singolare. Questo mio errore va curato oggi con una consapevolezza nuova, con una maturazione interiore che eviti il ripetersi di atti e parole vane o stupide.




25 aprile 2013

Diario Precario Dal 18/4 al 24/4/2013

Data. Dal 18/3/2013 al  24/4/2013

 

Note.

La primavera è arrivata, è uscita fuori con il sole.

Ponte del 25 aprile vicino.

Fine scuola ormai prossima.

Rielezione del Presidente della Repubblica. Mai accaduto prima.

Le notizie politiche mi creano un profondo disagio, chiamano in causa le mie scelte e i miei pensieri di un tempo.

Partecipazione matrimonio coppia di amici, occasione solenne quindi chiesto un giorno di ferie.

 

Considerazioni.

C’è un ponte fra il mio concetto di eserciti di una sola persona e otto anni di servizio nella scuola dello Stato Italiano, forse sì.

Alle volte insegno a classi che sono tali sono di nome, si tratta in quei casi di una sommatoria di singoli individui, questo è particolarmente vero quando bocciature e accorpamenti di classi aggregano studenti e studentesse con  percorsi diversi. Una somma di singoli quindi, e ancor più forte questo capita nell’università.

L’individualismo forzato dalle circostanze o determinato da varie ragioni è presente nella scuola, non crea sintesi ma accosta singoli uno sull’altro e talvolta uno contro l’altro.

L’esercito di una sola persona è il naturale esito di masse di consumatori disconnessi fra loro e unificati da strumenti deputati a unificare: social network, televisione, moda…

La civiltà industriale odierna spinge verso l’individuo egoista e consumatore a portar avanti interessi privati e tende ad esser connesso al resto dell’umanità dagli strumenti attraverso i quali avviene il consumo, la promozione pubblicitaria, la comunicazione politica, le frasi fatte espressione dell’ordine costituito.

Il singolo è la forma dell’essere umano in questa forma di civiltà industriale e in Italia in particolare. Per coprire le proprie reali intenzioni da queste parti un po’ tutti quanti tendono a  nascondere sotto frasi e pietose bugie le loro reali intenzioni, anche a se stessi se è il caso; è una vecchia abitudine nostrana quella di metter in campo Dio, i santi, le grandi ideologie per nascondere bassi e  meschini interessi privati. Occorre un grosso sforzo di autodisciplina e consapevolezza per elevarsi sopra il disordine creato dalla grande ipocrisia delle genti difformi del Belpaese.

Il singolo pensa solo a se stesso, si considera il centro del mondo perché il mondo è l’estensione di ciò che sa e può comprendere con i suoi strumenti culturali e fisici, quindi il suo mondo è tutto il mondo. Alla fine le appartenenze si rivelano fragili o vane davanti all’incontenibile potenza dell’IO e del MIO. L’individuo si ritrova a fare la sua guerra privatissima, egoistica al massimo grado con altri o da solo ma sempre con una perfetta centralità di se stesso. Ecco da dove nasce l’esercito di una persona, da questa assoluta centralità del singolo che non riconosce altro da sé. Ma questo è l’esito di una forma di civiltà industriale che prima ha puntato sul consumatore dilatato un po’ a tutti i ceti sociali e ora, per via di limiti materiali,  deve ritirarsi e lasciare scoperti alla povertà milioni di ex consumatori; il risultato non è una sobrietà francescana in aumento presso le masse popolari ma al contrario una diffusione incontrollata dell’individualismo e della rabbia repressa che s’indirizza contro tutto e tutti. Quindi l’esercito di una sola persona è la forma elementare dell’agire civile e politico, l’agire nel mondo umano parte dal singolo e va verso il singolo. Esistono dei meccanismi che compensano la natura dissolutiva di ogni forma d’ordine costituito come il matrimonio, la coppia solidale, forme d’organizzazione o associazione. Forme di condizionamento dell’egoismo del singolo però da leggere in un contesto di soddisfazione di qualche  reciproco, di ottenimento di risultati vincolati a certe attività commerciali o politiche o di conduzione d’attività legate al “Tempo Libero”.

La dimensione della comunità, del gruppo, della forza organizzata e vincolata da sinceri e saldi giuramenti non ha senso in una civiltà industriale al bivio dove non tutti possono consumare ma tutti devono desiderare i consumi, peraltro anche quelli di lusso destinati a pochissimi. Se nella mente del singolo c’è solo se stesso e ciò che può avere o usare per trarre potenza e piacere come è possibile creare una salda associazione fra umani? Questo è il limite con il quale mi son sempre rotto la testa, per anni ho fatto attività culturale  e talvolta qualche esperienza d’attivismo politico. Sempre ho visto prevalere e rompere le situazioni e le associazioni  non ideologie o massimi sistemi ma il crudo e nudo interesse del singolo o di gruppi di umani legati a quel capo o a quel leader o maestro a vario titolo che aveva da seguire una sua strada di potere e acquisizione. Questo genere di comportamento  per quanto lustrato da grandi parole menzognere, supercazzole si dice in Toscana,  era espressione  dell’interesse del singolo. Di quel singolo. Da qui l’amara considerazione che nel corso della mia vita c’è stata troppa compassione e generosità, data la situazione forse un discorso elementare di carattere mercantile, ossia per avere occorre anche dare e viceversa, avrebbe donato alla mia persona almeno la tranquillità della coerenza con questo  mondo umano, invece ho troppo sperato in una sorta di evoluzione civile di questo tipo d’essere umano a causa di qualche lume di ragione o di luce metafisica sbocciato a sorpresa in milioni di anime oscure e oscurate. Non riesco a perdonarmi queste ingenuità giovanili, questo aver voluto vedere  per forza il far tondo un mondo deforme e scomposto. Se il mondo umano nel Belpaese è degenerato e corrotto è anche perché si fonda su finzioni patetiche a cui nessuno crede ma tutti fingono spudoratamente di prendere sul serio. Gli umani italiani  vogliono vivere così:  fingere di credere a quanto è proposto dall’ordine delle cose per poter sottobanco e di nascosto far i loro comodi. Se poi salta il banco nessuno è colpevole perché nessuno era credente ma tutti facevano i credenti, facevano appunto; come se credere fosse fare il muratore o l’impiegato. Oggi uno lavora in cantiere o in qualche ufficio, domani trova impiego altrove. Così è per le grandi narrazioni in Italia. Chi paga o promette di pagare prende la credenza e la fedeltà mercenaria del momento, la quale può essere tolta se vengono meno le condizioni materiali. Del resto le campagne elettorali nel Belpaese si vincono promettendo posti di lavoro, riduzione delle tasse, investimenti sul territorio e chi vince di solito  non parla di cose come la decrescita, il picco del petrolio, la corsa agli armamenti, l’infelicità diffusa, il cancro…

Io so che quello che va contro il singolo e la sua ferrea volontà di credere il mondo come sua estensione e manifestazione alla fine s’imporrà, lo so e basta. Forse è anche una posizione profetica, ingenua nonostante le molte analisi di esperti mi sorreggano in questa mia persuasione. Ma oggi, qui e ora devo registrare un pesante bilancio negativo, il mio fare è stato in passato  perlopiù vano e scomposto. Ero stato a mia insaputa pure io esercito al singolare. Questo mio errore va curato oggi con una consapevolezza nuova, con una maturazione interiore che eviti il ripetersi di atti e parole vane o stupide.




21 aprile 2013

Diario Precario Dal 9/4 al 14/4/2013

Data. Dal 9/4/2013 al 14/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente la primavera. Gli allievi sentono la stagione.

Visita mostra-mercato ad Agliana.

Consigli di classe, anzi ultimi dell’anno.

Mancano poche settimane, il programma va concluso.

 

 

Considerazioni.

L’attenzione mia si è spostata sul fatto che l’ultimo consiglio di classe prima dello scrutinio segna la chiusura dell’attività scolastica. Questo passaggio comporta  quasi sempre un bilancio di natura collegiale fra i docenti, ad esso segue il confronto-incontro con i rappresentanti degli studenti e dei genitori. C’è il singolo e c’è la classe, il caso privato viene ricomposto con l’insieme della classe.

Si tratta di un bilancio quindi. Più volte nel corso dei miei anni di lavoro ho avuto modo di osservare anche posizioni polemiche o aperte critiche rivolte ai docenti da parte dei rappresentanti dei genitori e degli allievi. Da anni si è rotto il rapporto fiduciario fra famiglie  e docenti. L’Italia arcaica, ordinata dalle distinzioni di ceto e di ruolo, a suo modo limpidamente feudale in certi comportamenti è finita molti decenni fa. In un mondo umano senza più valori metafisici e regole di comportamento condivise dalle varie parti della popolazione si verifica l’ovvia  evoluzione del docente messo  sotto esame per così dire dall’utenza. Le diverse popolazioni del Belpaese hanno subito per intero nell’arco del ventennio 1993-2013 una radicale trasformazione. Le forme del successo personale sono divenute quantificabili in quattrini sonanti e nel possesso di beni di varia natura, il dato materiale e l’interesse privato di carattere egoistico sono diventati la sola bussola del pensare e del leggere la realtà. Questo materialismo di carattere numerico e contabile è diventato dominante attraverso  il crollo di forme divenute arcaiche di rispetto sociale e della disgregazione della logora struttura partitocratica che gestiva il rapporto di mediazione fra potere e masse elettorali. Al posto di grandi narrazioni pseudo-storiche e pseudo-scientifiche sulla società italiana si è sostituita l’amara razionalità del calcolo economico e della visione del rapporto fra costi e benefici. Ovvio che la scuola è stata colpita da questa trasmutazione delle genti del Belpaese che alla fine hanno trovato se stesse nella loro intima natura egoistica e materialistica. Ritengo inoltre che grattando bene la patina di perbenismo e moralismo politico del vecchio democristiano, del socialista, del comunista, del laico o del liberale dei passati decenni della Repubblica sarebbe uscito fuori la vecchia ruggine dell’italiano delle maschere del teatro dei burattini e del suo vivere quotidiano in mezzo a mille piccoli problemi e a padroni perlopiù cattivi, lontani, forestieri, dispotici. La dismissione dei vecchi fondali ideologici e dei trucchi di scena della politica di professione ha lasciato ogni umano italiano alle prese con il dare e l’avere, con la dichiarazione dei redditi, con le bollette e le multe, con i debiti,  con la vendita degli ori di famiglia, con le cento difficoltà del momento. Chi cerca di sfuggire all’aggressione del presente capita che fugga verso dimensioni immaginarie, finte apocalissi politiche di destra e sinistra, visioni del mondo misticheggianti o allucinate. Le genti del Belpaese risultano così scisse fra una rude brutalità del dato di fatto economico e la fantasia di mondi immaginari politicamente assurdi ma sul piano psicologico lusinghieri. Questa scissione la trovo proprio anche sul lavoro dove esiste la rottura fra la dimensione ideale e profetica dell’insegnamento, che ha una sua maturazione pensata nel futuro di chi riceve l’insegnamento, e il concreto e brutale dato materiale di tagli continui e ripetuti al settore della scuola di Stato. A questo va aggiunto che e la considerazione sociale del docente è proporzionale al suo stipendio.




21 aprile 2013

Diario Precario Dal 9/4 al 14/4/2013

Data. Dal 9/4/2013 al 14/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente la primavera. Gli allievi sentono la stagione.

Visita mostra-mercato ad Agliana.

Consigli di classe, anzi ultimi dell’anno.

Mancano poche settimane, il programma va concluso.

 

 

Considerazioni.

L’attenzione mia si è spostata sul fatto che l’ultimo consiglio di classe prima dello scrutinio segna la chiusura dell’attività scolastica. Questo passaggio comporta  quasi sempre un bilancio di natura collegiale fra i docenti, ad esso segue il confronto-incontro con i rappresentanti degli studenti e dei genitori. C’è il singolo e c’è la classe, il caso privato viene ricomposto con l’insieme della classe.

Si tratta di un bilancio quindi. Più volte nel corso dei miei anni di lavoro ho avuto modo di osservare anche posizioni polemiche o aperte critiche rivolte ai docenti da parte dei rappresentanti dei genitori e degli allievi. Da anni si è rotto il rapporto fiduciario fra famiglie  e docenti. L’Italia arcaica, ordinata dalle distinzioni di ceto e di ruolo, a suo modo limpidamente feudale in certi comportamenti è finita molti decenni fa. In un mondo umano senza più valori metafisici e regole di comportamento condivise dalle varie parti della popolazione si verifica l’ovvia  evoluzione del docente messo  sotto esame per così dire dall’utenza. Le diverse popolazioni del Belpaese hanno subito per intero nell’arco del ventennio 1993-2013 una radicale trasformazione. Le forme del successo personale sono divenute quantificabili in quattrini sonanti e nel possesso di beni di varia natura, il dato materiale e l’interesse privato di carattere egoistico sono diventati la sola bussola del pensare e del leggere la realtà. Questo materialismo di carattere numerico e contabile è diventato dominante attraverso  il crollo di forme divenute arcaiche di rispetto sociale e della disgregazione della logora struttura partitocratica che gestiva il rapporto di mediazione fra potere e masse elettorali. Al posto di grandi narrazioni pseudo-storiche e pseudo-scientifiche sulla società italiana si è sostituita l’amara razionalità del calcolo economico e della visione del rapporto fra costi e benefici. Ovvio che la scuola è stata colpita da questa trasmutazione delle genti del Belpaese che alla fine hanno trovato se stesse nella loro intima natura egoistica e materialistica. Ritengo inoltre che grattando bene la patina di perbenismo e moralismo politico del vecchio democristiano, del socialista, del comunista, del laico o del liberale dei passati decenni della Repubblica sarebbe uscito fuori la vecchia ruggine dell’italiano delle maschere del teatro dei burattini e del suo vivere quotidiano in mezzo a mille piccoli problemi e a padroni perlopiù cattivi, lontani, forestieri, dispotici. La dismissione dei vecchi fondali ideologici e dei trucchi di scena della politica di professione ha lasciato ogni umano italiano alle prese con il dare e l’avere, con la dichiarazione dei redditi, con le bollette e le multe, con i debiti,  con la vendita degli ori di famiglia, con le cento difficoltà del momento. Chi cerca di sfuggire all’aggressione del presente capita che fugga verso dimensioni immaginarie, finte apocalissi politiche di destra e sinistra, visioni del mondo misticheggianti o allucinate. Le genti del Belpaese risultano così scisse fra una rude brutalità del dato di fatto economico e la fantasia di mondi immaginari politicamente assurdi ma sul piano psicologico lusinghieri. Questa scissione la trovo proprio anche sul lavoro dove esiste la rottura fra la dimensione ideale e profetica dell’insegnamento, che ha una sua maturazione pensata nel futuro di chi riceve l’insegnamento, e il concreto e brutale dato materiale di tagli continui e ripetuti al settore della scuola di Stato. A questo va aggiunto che e la considerazione sociale del docente è proporzionale al suo stipendio.




18 aprile 2013

Data. Dal 22/3/2013 al 8/4/2013

Data. Dal 22/3/2013 al 2/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente odore di vacanze pasquali, altra interruzione.

Provo stanchezza, irritazione.

Visita al nonno rimasto vedovo in occasione della cena di famiglia di Pasqua.

Da correggere una quarantina di compiti.

Appuntamento per una mostra dei miei disegni e pitture su cartoncino e carta.

 

Considerazioni.

L’attività d’illustrazione per gli amici di Futuroieri ha creato una massa di disegni e pitture che sto per esporre in un locale fiorentino. Ho già preso i contatti del caso. L’opera di divulgazione prosegue. Mi chiedo se abbia senso. Ma se non si mette assieme la rete e il virtuale con il reale non se ne esce. L’appello civile, morale, di previsione di nuove catastrofi rischia di disperdersi, di diventare una delle tante voci indistinta e indistinguibile. Sono sicuro che tanta parte del Belpaese, specie molti adolescenti e giovani non ha idea di cosa vuol dire essere sette miliardi di umani, tutti potenziali consumatori di beni e servizi della civiltà industriale, in un sistema di risorse planetarie limitate.  Senza grandi accordi internazionali, patti seri e verificabili, sensibilità da parte delle masse popolari verso i problemi ecologici, disinteresse assoluto da parte delle minoranze al potere il rischio di guerre e catastrofi è fortissimo. Anzi oso scrivere che è certo. Non vedo come una competizione crescente per le risorse, i mercati, la forza lavoro a basso costo fra sistemi imperiali armati possa portar qualcosa di buono. Per ora le grandi potenze sponsorizzano conflitti locali, si schierano per questo o per quello a seconda delle opportunità e dell’interesse. Davanti a una penuria globale seria di risorse alimentari, energetiche, di materie prime c’è da attendersi risposte violente, colpi bassi e forse guerre più grandi e pericolose.  Poi se c’è da osservare il passato occorre ammettere che i sistemi imperiali alla fine sono tutti schiantati, e questo non promette bene visto che ormai è certa la ricostituzione in nuova forma di poteri imperiali, sostanzialmente quelli dei cinque paesi con diritto di veto all’ONU più le nuove potenze emergenti.

Molti in Italia non mettono assieme i fatti, non vedono che cose apparentemente remote sono collegate, che i limiti dello sviluppo della civiltà industriali e sono collegati alle tensioni sociali e militari anche quelle del Belpaese, che l’emergere della nuova superpotenza cinese mette in discussione i grandi equilibri internazionali, che le risorse sono limitate e quindi oggetto di speculazione finanziaria e di guerre. Milioni di abitanti del Belpaese non vedono oltre il marciapiede davanti a  casa, il calcio, i fatti propri, lo stipendio, gli spaghetti al dente, la macchina, la donna sono l’inizio e la fine di tutta la loro realtà. Il mondo esterno non esiste  se non quando è in offerta al discount o al centro commerciale e quando l’abitante della penisola deve aprire il portafogli o metter mano alla carta di credito. Questo è il limite, una parte degli abitanti della penisola è irraggiungibile a un discorso coerente e serio sulla realtà oltre le apparenze e le illusioni della pubblicità commerciale e dello spettacolo televisivo. Personalmente, ma è pura congettura, credo che siano la maggior parte. Qualsiasi discorso serio, qualsiasi mobilitazione, qualsiasi appello qui nel Belpaese si spaccherà sempre sopra la massa grande dell’egoismo dei singoli, dell’interesse privato anche il più  meschino e piccino che si possa concepire. So che è un discorso da quarto secolo dopo Cristo ma mi pare proprio, per usare una figura retorica e fantastica piuttosto concreta, che la maggior parte degli abitanti della penisola non abbia l’anima. Ovviamente nel senso ampio dell’espressione. Una parte cospicua della popolazione che abita la penisola mi sembra priva di empatia, gusto estetico, autostima, capacità intellettuali, senso critico, curiosità verso fatti e argomenti di carattere umanistico o scientifico.

 

 

Data. Dal 3/3/2013 al 8/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente la primavera. Piove, è umido ma sta arrivando il caldo e il vento di primavera.

Ansia di primavera: sta per finire l’anno scolastico. Il programma deve arrivare a un buon punto.

Da correggere una ventina  di compiti.

Mostra dei miei disegni e pitture su cartoncino e carta.

Fatto l’annunciatore per l’esibizione di judo alla fiera di primavera di Sesto Fiorentino.

Condizioni morali e fisiche in leggero miglioramento.

 

Considerazioni.

L’attività scolastica conferma, senza sforzo e indagine, quello che osservo e medito da anni. Il lato spiacevole delle genti del Belpaese.  Dal mio punto di vista tanta parte del lato spiacevole è il gigantismo della parola MIO. C’è qualcosa d’infantile nelle genti della penisola, per gli umani abitanti in Italia da generazioni, i nuovi hanno tradizioni e costumi loro, il MIO è tutto, è tutta l’esistenza fisica, spirituale, economica. Al tipico italiano non importa nulla dei disastri e delle guerre, se la sua città cade a pezzi, se la delinquenza è padrona del territorio, se i luoghi dove vive sono brutti, deformi, irriconoscibili. Tutto ciò che tocca la sua sfera d’interessi e  di piaceri immediati ha senso, ciò che è oltre è pazzia di poeti e sciagurati magari di poveracci che votano a sinistra o per partitini moralistici. Quando a pranzo o a cena osserva il telegiornale l’italiano è indifferente a qualsiasi dramma che siano massacri medio-orientali, odio politico, terremoti, uragani, guerre brutali con tanto d’immagini sanguinolente di gente fatta a pezzi o bruciata viva. La pasta scotta o salata due volte o il vino inacidito è un dramma orribile che gli guasta la settimana e magari se ne lamenta con amici e conoscenti, peggio ancora se la squadra del calcio perde di brutto, può andargli di traverso il pollo. Il MIO è più forte di qualsiasi catastrofe lontana o di ogni monito sulle sciagure ultime della razza umana. Questa dimensione limitata della maggior parte delle genti del Belpaese negli anni della mia adolescenza mi si rivelò in forma di metafore e non di analisi quando negli anni novanta trovai e comprai il fumetto tradotto in italiano di capitan Harlock. Nella maturità poi fu possibile per me comprare il DVD con le scene tagliate.  La serie del capitan Harlock del 1978 era stata pesantemente censurata dalla televisione pubblica, allora 1979 si trattò di RaidDue,  in frasi ed espressioni non legate al sesso o alla violenza. In particolare l’adolescente Daiba che spara alla bandiera del suo paese ripudiandola, lo fa prima di unirsi alla ciurma del capitano, perché sconvolto dalla natura imbelle e dissoluta dei suoi governanti mentre sull’umanità incombe il pericolo dell’invasione aliena fu per me una rivelazione. L’umanità imbelle e dissoluta e suoi capi scelleratissimi che nel racconto stavano portando l’umanità del d 2978 incontro alla catastrofe più grave ed estrema aveva diversi punti in comune con le genti del Belpaese del 1979 già allora avviati verso l’ipertrofia del MIO e il votarsi al proprio interesse privato a scapito di qualsiasi altra suggestione dell’anima umana.  Anche se fatto e pensato in Giappone fra il 1977 e il 1978 la serie classica di Harlock uscita in Italia su Raidue nel 1979 aveva un che di profetico. Oggi alla scelleratezza e all’idiozia di massa si sommano le nuove forme di povertà e di malattia mentale indotte dalla crisi e dal disfacimento delle certezze della società italiana. La sicurezza sul lavoro, la natura morale  e ordinatrice della famiglia nella vita dei singoli, lo stato sociale, le prospettive di vita e di carriera si sono disgregate. Si ha pertanto un composto perfino peggiore delle caricatura di umanità del fumetto giapponese del 1978 e va da sé della serie televisiva. Il MIO è nel Belpaese l’ultimo rifugio di milioni di uomini soli e donne sole che sanno ormai di non aver più punti fissi, morale, visione del futuro; la propria corporeità e la propria mente diventa l’ultima banca, l’ultima chiesa, l’ultimo Stato, l’ultima famiglia.

Milioni di singoli isolati sono di solito una massa di consumatori potenziali vittime felici del plagio della propaganda politica e delle suggestioni  pubblicità commerciale, non è quella la condizione per mezzo della quale si può sollevare le sorti del Belpaese facendo forza su coloro che lo abitano e ci lavorano.

 

 

 




7 aprile 2013

Diario Precario Dal 14/3 al 21/3/2013

Data. 14/3/2013

 

Note.

A Scuola niente di nuovo.

Nuovo Pontefice.

 

Considerazioni.

Trovo che la centralità del Dio-denaro nella società italiana crea dei guasti notevoli. Ciò che non è immediatamente e meccanicamente riconducibile ai soldi è insensato per la stragrande maggioranza degli umani che compongono gli abitanti del Belpaese. Insensato, semplicemente insensato. Insensati e strampalati risultano essere per la stragrande maggioranza degli italiani gli antichi valori umanistici, estetica, senso della vita, dell’amicizia, del saper vivere con altri e condividere piccole gioie. Se così non fosse sarebbe inspiegabile l’incuria con cui sono tenute tante città italiane, i resti delle civiltà passate, il rispetto per l’ambiente naturale e paesaggistico; per tacere poi del resto che comunque compone il decoro del Belpaese. Questo nuoce alla scuola che soffre molto a causa del nuovo monoteismo incentrato sul Dio-denaro, devo dire che fa danno perfino alla mia vita privata. In fondo il docente è uno stipendiato, una figura di salariato e con questo dominio del Dio-denaro perde il precedente ruolo sociale di riferimento. Come al solito c’è qualcosa d’interiore e di non incluso nelle logiche mercantili che consente di sicuro a me, ma so di non essere solo, di superare questa condizione che di per sé porterebbe alla depressione, all’avidità e alla malattia. Così vivo scisso fra il mondo di tutti dove il Dio-denaro è il centro del potere e del dominio dell’uomo sull’uomo e dell’umano sulla natura e ideali umanistici e filosofici, perlopiù del passato, che mi si presentano difficilmente accostabili a questo presente.

 

Data. Dal 15/3/2013 al 21/3/2013

 

Note.

A Scuola lezioni.

Difficoltà tipiche dell’inizio della primavera.

Allarme Meteo, fiumi in piena, lezioni regolari.

Meno di Novanta giorni all’esame di Stato.

 

Considerazioni.

L’attività del docente in Italia è oggetto di scritti, racconti, resoconti, intrattenimento televisivo che deve per forza di cose avere un lieto fine. Sulla scuola il lieto fine è obbligatorio, è come se giornalisti e sceneggiatori televisivi e romanzieri dovessero quasi per forza di cose ricondurre tutto a una festa finale, a un qualche miracolo sociale, a fiori che sbocciano, al principe azzurro delle favole, a qualche atto profetico. Alla scuola reale e concreta si sostituisce nell’immaginario collettivo una scuola finta, di buoni sentimenti, di miracoli, di redenzioni sociali e culturali. Così Televisione, giornalismo, scrittori e pubblicisti  creano un modello di rappresentazione che si spalma sul reale in quanto reale e l’accompagna. Si passa molto spesso nel sistema dei media dal descrivere la scuola da un racconto negativo e catastrofista di carattere spettacolare che deve indignare il pubblico al descrivere  uno spettacolo di buoni sentimenti e sante passioni.  Anche per motivi che riguardano l’intrattenere e sollecitare i sentimenti del pubblico la massa grande della scuola pare come sparita dal discorso pubblico. Nel descrivere la scuola manca per ragioni di copione o di sceneggiatura l’enorme zona grigia del quotidiano che non è nobile, non è eroica, non è inquietante, non è esaltante.  Il discorso comune dei media sulla scuola tende a rimuovere ciò che è il lavoro che si fa a scuola e l’attività banale e quotidiana. Così spesso alla figura del docente reale e concreto nella testa di milioni di abitanti del Belpaese  si sovrappongono i maestri e i docenti del cinema, della televisione, dei racconti, della memoria privata e magari immagini vecchie  di decenni, creando una duplicità fra un reale piuttosto grigio e una fantasia letteraria e cinematografica assolutamente multicolore. Mi sento tagliato fuori, estraneo a questa rappresentazione.

La vita quotidiana m’avvelena l’esistenza. Il male di vivere picchia pesante una volta arrivati sui quaranta, intorno a me vedo un mondo sempre più degradato e corrotto e se possibile peggiorato dalla crisi economica. Sono ripassato sulla strada che dà sul negozio di Bomboniere e articoli da regalo davanti al Museo Ginori, l’esercizio chiude dopo 55 anni d’attività. In fondo alla strada apre un negozio cinese. Mi sono chiesto perché non riesco a convivere con una trasformazione così rapida, così drastica. Questi fatti li leggo come il passare del tempo, come il lento dissolversi di un mondo umano, naufragio di stagioni della vita, quindi anche della mia vita.  La mutazione sul territorio delle attività umane è il segno di un passare del proprio tempo, vedere ciò che cambia mostra che sei cambiato. L’essere umano ha bisogno di trovare successi personali e piccoli piaceri per sopportare l’aggressione del presente che muta, che degenera, che diventa un mondo diverso ed estraneo.




18 marzo 2013

Diario Precario 13/3

Data. 13/3/2013

 

Note.

Avanti con il programma.

Prime verifiche scritte.

Umore nero, vedo un mondo intorno a me tendente al peggio e al volgare.

Giornate piovose, umide, tristi.

 

Considerazioni.

Ogni giorno porta con sé una diversa pena, una difficoltà nuova, uno spunto per cadere nello sconforto se non peggio. Capisco che in Italia molti esseri umani siano sospesi fra l’odio incurabile e patologico contro tutto il mondo e qualche nemico di turno e la pigrizia annoiata espressa dal lasciarsi andare dalle illusioni della pubblicità commerciale e degli spettacoli d’intrattenimento.

In questi giorni devo considerare uno scritto di Giuseppe Giaccio che commenta l’ultimo libro di Alain De Benoist sulle condizioni disgraziate della finanza internazionale e sulle sue conseguenze funeste a livello globale. C’è molto di vero quando afferma che i soggetti davvero critici e ostili rispetto al sistema dei consumi, della finanza, della concentrazione della ricchezza e del potere politico in poche mani oligarchiche sono fatalmente destinati a relazionarsi fra loro in piccole realtà da lui definite catacombe. Il riferimento, forse beneagurante ma anche no, alla cristianità delle origini mi pare evidente. C’è molto di vero in questa opinione. In particolare osservo che perfino sulla rete è più facile far passare e far visionare a migliaia di utenti fumetti, disegni e fotografie più o meno pornografiche o di argomento fantastico che non un disegno o una foto di denuncia sociale, civile, morale, politica. Una foto, un fumetto, o un disegno che hanno come temi l’erotismo, la guerra, la violenza, la ricchezza, la pornografia passano più facilmente di un manifesto di denuncia delle povertà nelle società sedicenti ricche, dei disastri di una civiltà industriale, delle nuove guerre, dei nuovi orrori tecnologici e di antichi atti di barbarie. A questo va sommato la facilità con cui sulla rete viene premiato l’eccesso verbale, il discorso fantastico, eccitato, violento. Capita così che passi spesso nei commenti ai blog il discorso esaltato, verbalmente violento o risentito, la presa in giro. Noto che spesso anche per effetto dei molti troll presenti nei forum che sposano una causa o che commentano solo per accendere la rissa virtuale non c’è trasformazione benefica, chi scrive rimane sulle sue posizioni, qualche volta riceve delle informazioni di carattere tecnico o quantitativo su questo o quell’argomento. Il dibattito costruttivo e razionale o sui blog che commentano articoli importanti di politica, guerra e costume si trasforma spesso in rissa verbale virtuale e i diversi utenti tendono a restare sulle proprie posizioni e certezze. Lo sfogo rabbioso e risentito, l’affermazione di sé attraverso frasi ad effetto o dichiarazioni che vanno dal monumentale al meschino  mi sembrano le tendenze ordinarie del dibattere virtuale. In effetti questo rafforza in me l’idea che ho trovato nell’introduzione al libro di De Benoist ossia che il dibattere per costruire, per capire, per organizzare qualcosa di buono si svolga all’interno di gruppi che fatalmente si restringono e si limitano per numero. Successivamente i gruppi, i sodalizi, le associazioni dovrebbero collegarsi fra loro per creare cose più alte e difficili. Ma questo non so quante volte e come possa aver luogo. Sopra queste belle parole pende la considerazione già citata di Giaccio: ”Nessuno concederà ma degli spazi che non siano residuali a quanti si prefiggono di scalzare e abbattere lo status quo. Niente tribune mediatiche o vaste platee televisive e nessun accesso ai luoghi in cui si prendono le decisioni che determineranno il nostro futuro. Solo catacombe. Inutile lamentarsene, perché è nella logica delle cose. Ciò è fuori dalla nostra portata, almeno per ora, e presumibilmente ancora per molto tempo. Tutto il resto- il lavorio su noi stessi per acquisire uno sguardo sempre più penetrante e lucido sulla realtà, la costruzione di isole di resistenza, l’edificazione tra esse di ponti, collegamenti e reti – dipende esclusivamente da noi…” ( dall’introduzione al libro: Alain De Benoist, Sull’orlo del baratro, il fallimento annunciato del sistema denaro, ARIANNA Editrice, Bologna, 2012.)




15 marzo 2013

Diario Precario Dal 9/3 al 12/3/2013

Data. Dal 9/2 al 12/3/2013

 

Note.

Cento Giorni, molti allievi di quinta non si sono presentati.

Attività: orientamento con l’Esercito Italiano.

Avanti con il programma, in settimana le verifiche nuove e le interrogazioni.

Lezioni di materia alternativa cedono il passo ad attività di orientamento e formazione.

Non si è ancora formato un nuovo governo.

Giornate umide, piove, segni dell’arrivo della primavera.

 

Considerazioni.

In questi giorni mi sento trascinato dallo scorrere del tempo.

Gli anni pesano, i tempi passati tornano in sogno in forma distorta, quasi come se il mio inconscio volesse rimproverarmi qualche omissione, qualche momento antico di felicità non goduta.

Credo che in Italia si chieda troppo al personale della scuola, questa è una mia convinzione. Si chiede al corpo docente di essere educatore, correttore, vigilante e insegnante nello stesso tempo e se possibile maestro morale senza però attribuire a queste parti in commedia l’importanza sociale e il riconoscimento economico del caso. Ritengo che sulla scuola per antico vizio cada una retorica intrisa di luoghi comuni e credenze volte a nascondere la realtà spesso spiacevole. Si creano immagini ideali di scuola spesso irrealistiche e si proiettano in questo presente complicato e conflittuale; soprattutto da parte dei media si pretende che con risorse limitate o perfino ridotte il sistema scolastico italiano trasformi aspettative e desideri in realtà concrete e materiali. Cosa chiede il Belpaese alla sua scuola e segnatamente ai suoi licei? Un tempo era facile rispondere, oggi non so. Le certezze del passato dove il buon funzionamento del sistema scolastico era pensato dai molti come la condizione per migliorare la propria condizione di vita e di lavoro pare svanito in mezzo alle tempeste finanziarie e della globalizzazione che in Italia si traduce con de-industrializzazione. Oggi non so cosa chiede la maggior parte, mi arrivano troppi messaggi contraddittori. A questa difficoltà si somma anche una considerazione su quel che faccio in materia di diffusione di temi e questioni con valenza storica, culturale, di libero pensiero. Non vedo i risultati sia a livello personale sia collettivo. Ogni esperienza fatta, anche la più importante finisce confinata fatalmente in ambiti ristretti, in piccole realtà magari di per sé animate da nobili speranze e alta moralità; ma rimane confinata e limitata. Al contrario anche se sempre più condizionata dalla rete e meno incisiva per via dei tempi difficili la televisione sforna atleti super-sponsorizzati, personaggi, cantanti vari e piccole dive, presentatrici e veline che hanno ancora una forte presa sull’immaginario collettivo, che fanno parlare di sé, distraggono, occupano i pensieri dei molti.

Il mio contributo alla civiltà e cultura del Belpaese attuale è poco più della testimonianza del singolo nota a piccoli gruppi di amici e privati. Ritorno spesso sul mio personale paradosso che condivido con altri: il mio tanto fare è quasi nulla rispetto a ciò che appare necessario e utile. Il mio tanto è pochissimo ma è a sua volta molto rispetto al nulla dei tanti. La qualità non trova la quantità, il pensiero non trova il suo megafono, l’intelligenza il suo microfono, il talento il suo canale e il commento geniale meno che mai un pubblico vasto o una pubblica opinione capace di capire, d’imparare cose nuove, di mettere in discussione luoghi comuni e verità parziali. Dovrei superare questa condizione, come non so. Dovrei pensare l’assurdo di uno spazio mediatico dove sono presente e attivo e con altri in grado di competere con la potenza enorme dell’intrattenimento, del divertimento e della comunicazione-spettacolo; potenza alimentata da grandi società e dotate di enormi finanziamenti, centinaia di professionisti, mezzi costosi e  migliaia di operatori. Questo pensiero è idiozia, almeno in questa realtà. Un possibile strumento alternativo al desiderio dell’assurdo è fare rete, in sintesi si tratta d’organizzarsi allineando diversi contatti e rapporti con realtà diverse per far circolare pensieri, idee, problemi aperti e influire così nel dibattito culturale e politico. Il problema è dato dal fatto che organizzare un sistema non centralizzato o influire su di esso è cosa molto più complessa che non creare una piccola società a responsabilità limitata o far attività di auto-promozione.



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