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29 agosto 2009

Appunti Viennesi: la vita oltre la rappresentazione televisiva

La valigia dei sogni e delle illusioni

Appunti viennesi II: la vita oltre la rappresentazione televisiva

La prima impressione del mio breve soggiorno viennese è stata la constatazione banalissima che nel Belpaese l’immagine dell’Austria è a dir poco distorta. Dell’Austria i nostri telegiornali e giornali di solito s’occupavano per due ragioni: il concerto del nuovo anno al Teatro dell’Opera e le vicende del defunto onorevole Haider. Il soggiorno viennese mi ha confermato che esiste, del resto mi era già noto questo fatto, un quotidiano e una vita concretissima che va aldilà della rappresentazione del mondo che danno i mass-media. Alle volte andar a vedere di persona i luoghi fa capire molto e permette anche di prendere le distanze da ciò che viene professionalmente detto nelle sedi consacrate, del resto non è poi così difficile farsi un’idea eterodossa in Italia. Ad esser onesti basta davvero poco. Del quotidiano ho colto la precisione del sistema dei servizi pubblici, la presenza quasi ossessiva delle memorie del passato imperiale e asburgico, il legame stretto fra la musica e l’immagine della capitale e una popolazione con la sua vita e le sue abitudini. Ho visto perfino i viennesi accaldati che si rinfrescavano con un bagno nel Danubio, una cosa che mi ha lasciato perplesso ma così  è.

E’ evidente che la natura della normale comunicazione giornalistica rende in modo assolutamente parziale la realtà che pretende d’interpretare, mi rendo conto che nel mondo reale e non nella sua rappresentazione e riduzione a notizia, e quindi a merce, c’è una complessità non riducibile, non sintetizzabile. C’è un privata esigenza di creare la propria visione derivata dalla personale esperienza.

Quello che mi ha colpito  è l’evidenza del fatto che la capitale austriaca convive con le sue memorie imperiali, con i ricordi di un tempo remoto schiacciato da due guerre mondiali; questo passato evidentemente  svolge ancora oggi un ruolo condizionante, è lo scenario sul quale gli austriaci rappresentano tanta parte di se stessi. Mi ha sorpreso come una dimensione di potere asburgica capace di esercitare ancor oggi un fascino tutto suo  non sia riuscita da darsi una civiltà stabile nella quale far confluire tutte le differenze dell’impero e pacificarle sotto una legge comune.  Non bastarono gli eserciti, la musica, l’opera di Vienna, l’arte, la capacità di persuasione dei grandi monumenti  e palazzi per imporre e far vivere una civiltà. Questa è la lezione viennese che ho  recepito e mi chiedo quale sia il punto di svolta che rende stabili le differenze di popolazione, di lingua e di religione di un sistema politico ed economico. Un punto nel quale le differenze vengono contenute in un contesto politico e culturale che le armonizza e le piega alla volontà politica e alle leggi. Il  problema del potere politico che assolve questo compito di armonizzazione e controllo è che esso deve essere percepito come legittimo da coloro che ne sono coinvolti o ne sono i sudditi, quando la legittimità del potere è messa in discussione le differenze che rendono potente e varia una civiltà possono trasformarsi nelle forze che la distruggono, qualcosa di simile è accaduto all’impero degli Asburgo che ha sopportato situazioni difficilissime fra Seicento e Settecento, ancora nell’Ottocento poteva far affidamento alla fedeltà di tanta parte dei sudditi e che è crollato davanti alla Grande Guerra che ha frammentato i suoi popoli in tante realtà nazionali indipendenti.  Quel passato remoto mi ha posto un problema che rimanda al presente che vivo qui e ora con l’impero Statunitense in declino e nuove realtà imperiali pronte a portargli via gli spazi egemonici che lascerà vuoti. Il potere ha bisogno di rappresentare se stesso, ma quando esso si limita alla sola rappresentazione esso non è più un potere ma una cosa diversa, è la sua farsa e nel migliore dei casi la sua ombra.

 

IANA per FuturoIeri




15 febbraio 2008

SI VIVE ANCHE SENZA GLOBALIZZAZIONE

Il quotidiano “Metro” del 13 febbraio 2008 riporta l’ultimo esito di un coraggioso, a chi scrive pare anche un po’ solitario, dibattito fra il quotidiano e i lettori sul fatto se sia o no auspicabile il boicottaggio dei giochi olimpici in Cina. I fatti sono noti: dopo decenni di retorica sui diritti umani perlopiù sbandierati per giustificare le avventure politiche e militari di tanti paesi aderenti all’Alleanza Atlantica in terre lontane e presso popolazioni diversissime per costumi, mentalità e stile di vita questo modello retorico pare aver preso forma di per sé al di là della volontà dei suoi creatori e viene evocato in funzione critica. Il 97% contro il 3% dei letttori di Metro nel suo sondaggio fra i lettori si è espresso a favore del boicottaggio dei giochi Olimpici di Pechino, forse non vuol dire nulla ma è un fatto di cronaca anche questo che deve far riflettere in quanto evidenzia almeno due cose: la prima è che i cinesi e il loro governo attuale presso una parte della pubblica opinione godono di pessima fama, la seconda è che i giochi olimpici sembrano aver perso sull’altare del Dio-mercato il senso della loro funzione di riconciliazione tra le genti. Valore questo che era anche alla base dello spirito olimpico presso gli antichi elleni. Il ministro Melandri intervistato dal quotidiano rende nota la sua posizione per la quale i giochi di Pechino del 2008 sono un’occasione, per il ministro si tratta di “globalizzare i diritti” e con essi ciò che l’onorevole chiama “il rispetto autentico della persona umana”. Propone il ministro per le “Politiche giovanili e le attività sportive” una giustificazione alta in quanto:”La Cina rappresenta un quinto dell’umanità, se vogliamo globalizzarer i diritti, il rispetto autentico della persona umanna , fare passi in avanti in quel Paese significa fare passi importanti nel mondo”. Del resto ciò che in generale e di solito è contestato alla Cina Comunista è la pena di morte, i limiti alla libertà di stampa,la repressione della dissidenza politica e di quella religiosa, oltre alle note vicende del Tibet. Ora c’è da chiedersi che cosa siano questi fantomatici diritti umani se possono essere messi tra parentesi con così tanta facilità non apena le esigenze del Dio-quattrino lo esigono, con buona pace sarebbe miglior cosa anche per i nostri leader o presunti tali, e in particolare quelli nazionali, parlare solo ed esclusivamente nei termini del più brutale e schietto realismo politico. Sarebbe una cosa buona iniziare ad affermare la più semplice della banalità ossia che la Cina è una potenza mondiale e quindi è oltre l’ottusa e strumentale minaccia del ricatto umanitario, in prospettiva è il paese leader del pianeta per economia, scienza, forza militare e presto anche per cultura e civiltà. L’Italia solito vaso di coccio fra vasi di ferro può solo prendere atto di questa assoluta banalità, forse se l’Europa non fosse il fantasma politico, militare e diplomatico che è potrebbe un ben diverso Belpaese giocare un ruolo come Nazione Europea in un contesto di azione politica ed economica concordata e collegiale. Miglior cosa per tutti in questi tempi così difficili è senza dubbio evitare questo gioco ipocrita e dire la verità: della Cina si teme lo sviluppo economico, la forza culturale e la potenza militare; tutto il resto è fumo. Inoltre è bene precisare che la globalizzazione non è una ricetta sanitaria, la politica ha dato qui nel mondo Atlantico il primato al potere finanziario. La Cina insegna che la politica questo potere può anche riprenderselo per indirizzare l’economia o per far assumere ad essa un valore politico.

IANA per Futuroieri  http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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