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11 febbraio 2010

L'Italia e la Repubblica per vecchi


De Reditu Suo - Secondo Libro

 L’Italia e la Repubblica per vecchi

I ceti dominanti in Italia, giudizio noto e ormai logoro, sono senescenti, impresentabili entro i limiti del consorzio umano, indescrivibili se non nelle opportune sedi penali; inoltre siamo l’unico paese dove un trentacinquenne esser ancora pensato come giovane. Del resto sempre più spesso i giovani italiani vengono presi in giro e offesi da coloro che li chiamano “Bamboccioni”, di solito costoro sono gente anziana e ricca che ha fatto fortuna e guarda con disprezzo i suoi simili che cercano di strappare alla malvagità dei tempi un poco di sicurezza economica e di pace sociale e familiare.  Tutta l’intelligenza e la dignità umana urla di sdegno contro il Belpaese, contro il suo egoismo sociale da caricatura, contro i deliri della politica che vedono di mattina la magistratura come un pericolo sovversivo in odore di bolscevismo e la sera l’invocano contro no-global, contro i  poveri che occupano case sfitte ed edifici pubblici e i licenziati. La Repubblica è oggi una garanzia per quelle poche decine di migliaia di vecchi che son riusciti a strappare alla malvagità del mondo umano  dei beni e delle proprietà di un certo valore, si può dire che tutto lo Stato esista per tutelarli e proteggerli e la politica di professione li coccola e li tranquillizza.  Non un solo appartamento  privato sfitto sarà dato a una ragazza-madre, non un solo pezzo di terra sarà espropriato a favore del piccolo agricoltore, non un solo privilegio di casta o professionale sarà tolto per permettere a qualche giovanotto che vuol  farsi strada di cercare la sua libera professione. Il Belpaese è oggi una Repubblica per vecchi terrorizzati che sta creando un odio fra generazioni e generando uno spaventoso male di vivere. Forse c’è una giustizia profonda nascosta in tutto questo, in fin dei conti gli umani non sono come gli insetti che nel corso  dello scorrere delle generazioni tendono a ripeter gli stessi atti, gli umani mutano gli strumenti e le forme delle loro civiltà. Nello scorrere delle generazioni anche la Seconda Repubblica con i suoi egoismi da pollaio e le sue furberie da ladri di galline diverrà una cosa remota, una serie di trovate giuridiche, sociali e criminali non più in sintonia con i tempi. Per assurdo se un filosofo del Rinascimento si trovasse davanti a un documentario sui bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, e intendo proprio quelli che hanno bruciato intere città con la popolazione, cosa potrebbe dire se non: E’ la fine del mondo! Eppure il mondo umano non è finito con la Seconda Guerra Mondiale, anzi siamo più di sei miliardi e in proporzione si potrebbe vivere meglio di come viveva l’umanità alla fine degli anni trenta del Novecento, anche perché scienza e tecnologia hanno messo a disposizione delle classi dirigenti delle possibilità impensabili ai tempi di Hitler e Mussolini, si pensi, ad esempio, allo sfruttamento dell’energia solare e allo sviluppo di internet. Ma questa Repubblica di vecchi aspetta che altri si cimentino nel salvare l’umanità da se stessa perchè forse non vuole più salvarsi.

IANA  per FuturoIeri




26 gennaio 2010

Secondo Libro- Dal passato al futuro senza questo presente


Reditu Suo - Secondo Libro

Dal passato al futuro senza questo presente

Sto usando come titolo  conduttore di questa mia serie di scritti il titolo di un componimento di Claudio Rutilio Namaziano (latino: Claudius Rutilius Namatianus; ) un poeta romano e un politico romano di nobile famiglia gallo-romana. Come ricorda Wikipedia egli è nato: “forse a Tolosa, fu praefectus urbi di Roma nel 414. L'anno seguente o poco dopo fu costretto a lasciare Roma per far ritorno nei suoi possedimenti in Gallia devastata dall'invasione dei Vandali. Tale viaggio - condotto per mare e con numerose soste, dato che le strade consolari erano impraticabili ed insicure dopo l'invasione dei Goti - venne descritto nel De Reditu suo, un componimento in distici elegiaci, giunto all'epoca odierna incompleto.”

Questa mia serie di scritti è giunta al secondo libro. Nel primo ho voluto considerare il rapporto fra il passato e il futuro, in questo secondo libro cercherò di comprendere la distanza fra il futuro sognato nel passato e questa realtà del qui e ora. Certamente non è un bel pensare perché la distanza fra il mondo degli Dei e degli Eroi e la realtà concreta va, forse, aldilà delle capacità del pensiero umano di concepirla. Gli anni che le sfortunate genti del Belpaese si trovano davanti saranno difficili, in troppi hanno creduto alle illusioni della pubblicità commerciale,  dei pubblicisti dei quotidiani e delle riviste  e del personale addetto alla propaganda politica di questo o di quel partito o personaggio e quindi per molti italiani la discesa dal mondo dei sogni alla realtà sarà brutale e dolorosa. Ora è necessario anche per me fare questo ritorno indietro e osservare la distanza fra il futuro pensato e quello concreto. In questa terza settimana di gennaio i giornali hanno riportato la notizia di un pessimismo diffuso fra i giovani italiani, in tanti temono la disoccupazione e le nuove forme di povertà. Questo venticinque fa sarebbe stato incomprensibile, anche perché le capacità di mobilitare delle forze sociali e politiche che arginassero il peggio del capitalismo selvaggio stavano entrando in crisi proprio allora. Ciò che risulta evidente è la portata della mutazione politica e sociale: la centralità del potere economico nella vita quotidiana ha fatto arretrate il potere politico e la possibilità che hanno le forze sociali di relazionarsi ad esso per mutare le condizioni in cui vivono e operano. Ma proprio mentre scrivo queste parole il dominio economico che corrisponde alla centralità del dollaro e della civiltà anglo­americana si sta avvitando su se stesso e sta perdendo la sua forza originaria.  Oggi il dominio del potere economico non è insidiato tanto dalle forze sociali  italiane ed europee quanto da una novità assoluta: l’emergere di potenze imperiali contrapposte alla civiltà Anglo-Americana. Cina,  Brasile,India ,Russia post-sovietica, e dietro di esse perfino il Venezuela, esse  cercano di trovare uno spazio loro non contrattabile e non sottoposto ai condizionamenti della civiltà Atlantica.  Usano sfacciatamente il capitalismo e le sue contraddizioni per ritagliarsi la loro fetta di potere al grande tavolo della guerra e del confronto diplomatico fra potenze,.La loro azione è sempre lucida, precisa, perfetta, machiavellica e  consegue di solito l’utile politico. Proprio perché il loro agire economico è volto all’utile politico queste nuove potenze stanno mettendo in discussione la centralità dell’economia la quale è coincidente con gli interessi delle minoranze al potere nella civiltà Anglo-Americana. Del resto proprio le gravi difficoltà della civiltà statunitense rivelano la strage delle vecchie illusioni italiche..

IANA per Futuroieri




29 novembre 2009

Antiche Rovine




De Reditu Suo

Antiche rovine

Arriverà prima o poi il tempo nel quale alcuni simboli della Repubblica come gli stadi di calcio saranno trasformati da chi verrà in un lontano futuro in qualcosa di buono e di sano per una popolazione italiana rinnovata. Adesso le periferie deformi, gli stadi di calcio, gli orrori urbanistici, le rotonde prive di gusto e talvolta i ruderi del recente passato industriale del Belpaese sono parte del vissuto quotidiano di milioni di italiani. Le antiche rovine delle remote civiltà d’Italia e del fu Impero Romano comunicano un certo rispetto, talvolta un vago senso di minorità rispetto alla grandezza di due millenni fa. Le opere caratteristiche di questi ultimi sessant’anni portano già ora che sono usate e parte della vita di milioni d’Italiani un senso di nausea quando finirà, chissà quando, questo tempo sciagurato questa nausea si trasformerà in una pesantissima abiura. Ritengo che le genti d’Italia attueranno verso loro stesse e verso questi anni una vera e propria abiura; non una rimozione o una sorta di autocritica ma una potente affermazione di estraneità rispetto a queste due Repubbliche. Le rovine di questi anni resteranno senza alcun popolo o alcun potere che se ne assuma la responsabilità, questi anni per chi verrà dopo questo tempo saranno incomprensibili o pensati come nati dalla follia e dalla malvagità di pochi apolidi malvagi ascesi al potere per i motivi i più strani inconfessabili. Le rovine antiche hanno padri, madri e carnefici; cosa si può dire di ciò che sta già oggi andando a pezzi nel Belpaese?

Quando affermo che "Non esistono padri, madri e carnefici," intendo affermare che la creazione delle deformità della penisola  ha  dietro di sè degli interessi più o meno legittimi, tuttavia i nomi dei politici e  degli imprenditori che hanno prodotto lo scempio e coloro che hanno lucrato sopra le cose malfatte o nate disgraziate sono sconosciuti ai più.

 Chi ha creato e fatto tutto questo pare esser stato nessuno. Questo fatto mi ricorda il grandissimo Omero e segnatamente l’episodio quando Odisseo l’eroe astuto acceca il ciclope malvagio e antropofago. L’eroe si era presentato a Polifemo col nome di “Nessuno” e quando Polifemo chiama aiuto e chiede vendetta affermando che “Nessuno” lo ha accecato. I suoi fratelli ciclopi pensano che questo “Nessuno” sia appunto nessuno e abbandonato il malvagio fratello alla sua disperazione. Ecco credo che senza qualcosa di miracoloso che congiunga la fortuna del Belpaese con le più alte speranze questo sarà il senso delle due Repubbliche per coloro che saranno dopo questo tempo. Questo sistema sarà un male inaudito che “Nessuno” ha prodotto e di cui “Nessuno” è colpevole, ma che tutti hanno subito e di cui la penisola porterà per secoli i segni.




25 novembre 2009

La Banalità di un mondo umano piccino



De Reditu Suo

La banalità di un mondo umano piccino

Il Belpaese esce dalle sue stagioni passate per esaurimento fisico, per consunzione dei corpi e delle menti di coloro che ne hanno fatto parte, fino all’ultimo il discorso su ciò  che è stato è inquinato dai rancori e dalle paure di coloro che hanno vissuto quei tempi.

Proprio gli anni che sono volati via dovrebbero far pensare intorno alla questione di cosa tiene assieme questa massa informe di esseri umani diversi e rissosi che passa sotto il nome collettivo di “Italiani”.  L’Italia della politica di questi ultimi anni è a metà strada fra l’aula di  tribunale e l’ospizio di lusso per ricoverati provenienti dai ceti più elevati della società. Quel che ho capito di questa situazione non è rassicurante, ormai le diverse genti d’Italia stanno assieme per paura e per una sorta di forza d’inerzia che sconfina nella rassegnazione, l’elemento della politica che dovrebbe adeguare le leggi ai tempi e influire positivamente sui costumi e sull’azione del governo sta giocando un ruolo perverso, di fatto divide, umilia e deprime le disperse genti del Belpaese. Le genti d’Italia si dividono e si spaccano su tutto proprio adesso che i tempi esigono delle politiche in grado di rispondere a problemi gravi, mi limito ad elencarne alcuni: scarsa mobilità sociale, disprezzo generalizzato per la cosa pubblica e la politica, povertà presente in diversi ceti sociali, razzismo strisciante, paura, egoismo sociale, indifferenza al “bene comune”, estraneità rispetto alla storia e alla cultura del Belpaese. Queste sono le basi per pianificare una catastrofe, per vedere l’ennesimo otto settembre. Stavolta potrebbe non andare così bene, finora gli stranieri non hanno voluto sostituire le popolazioni della penisola, deportarle o incenerirle. Destino che altre genti hanno incontrato nel corso del secolo scorso. Questo secolo potrebbe non essere così caritatevole come quello appena passato, e non è bene lasciarsi andare. Occorre costruire qualcosa che superi la vulnerabilità dell’essere Stato, che sia più forte delle ingerenze straniere, dei poteri finanziari. Occorre che si formi una civiltà italiana del tutto nuova in grado di reggere la sfida dei tempi. Questo non può essere il lavoro di un privato o di un cenacolo di dottori e persone di specchiata moralità, le diverse e disperse genti d’Italia devono ricostruire se stesse e creare una loro storia, darsi da sé le ragioni profonde del loro stare assieme.

Solo ricostruendo degli elementi di comune identità italiana sarà possibile uscire da questi anni funesti, da questo gelo della vita civile, morale e spirituale. La crisi in corso e l’enorme debito pubblico proiettano delle ombre inquietanti su questo mondo piccino, su quest’Italia delle certezze ridicole e delle illusioni, sulla politica del finto buonsenso e della retorica, sulle immagini rassicuranti di un Belpaese che esiste solo nel fantasia di qualche pubblicista. E’ banale ricordarlo ma nel comune sentire di tanta parte delle genti d’Italia c’è un qualcosa di profondamente estraneo alla libertà; questo strano e oscuro oggetto sta emergendo con forza spinto dalla crisi che lo svincola dalle sue catene.

 

IANA per FuturoIeri

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23 ottobre 2009

Il Belpaese e il suo risorgere

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Il Belpaese e il suo risorgere

Fra una follia imperiale e l’altra, nei ritagli di tempo di questi anni pazzi e disonesti dove anche le parole hanno perso senso e suono mi ritrovo a delineare le possibilità di una condizione diversa da questa.

In cuor mio cerco di capire come possa in un futuro ancora lontano risorgere il Belpaese e come sia possibile l’uscire dai tempi presenti. Come prima evidenza credo che risalterà e si mostrerà apertamente che gli stranieri che fanno parte di civiltà e culture forestiere ci tengono a tenere le distanze fra noi e loro con tanti saluti alle fantasie universalistiche di origine politica o mistica che nel secolo scorso hanno fatto i loro danni nel nostro Belpaese. Questo comporterà per le genti della penisola  il pensare se stessi e il darsi quel nome e quel volto che oggi l’Italia non ha.

Una seconda evidenza sarà quella di costruire una forma di civiltà italiana, ossia di creare o ricreare gli strumenti civili e culturali per affrontare questo nuovo millennio e le novità portare dalla terza rivoluzione industriale. E’ evidente che la presente rappresentanza politica è legata al trapassato remoto, alle grandi ideologie del Novecento oggi sopravvissute in forma di farsa o di testimonianza del tempo che fu nella memoria di pochi privati, vincolata a un pertinace insistere in prassi di nepotismo e piccola corruttela in politica e nella vita civile e lavorativa. Questo modo di agire e di vivere è la scorciatoia che  prepara ogni sorta di disordini e disgrazie. Il Novecento è stato benigno col popolo italiano: i massacri che ha subito sono pochissima cosa rispetto a quel che è capitato a sovietici e cinesi nel Secondo Conflitto Mondiale, le sue città non hanno subito la sorte di Dresda, di Hiroshima, di Nagasaki che sono state cancellate a forza dalla faccia della terra. Questa fortuna enorme, immeritata, sfacciata potrebbe non durare in questo nuovo secolo del nuovo millennio che si presenta inquieto e ancor più insidioso del precedente. Non è possibile costruire una civiltà sulla base dei consigli dei pochi o della volontà di un dittatore o di un partito; una civiltà è una creazione collettiva, è l’insieme dei diversi strumenti che un gruppo umano si dà per reggere alla prova del suo tempo, alle sfide materiali, sociali e morali che deve vincere se non vuol essere disgregato e assorbito, o perfino distrutto, da gruppi umani più forti, più coesi, meglio armati.

Questi strumenti vanno pensati e costruiti e nello stesso tempo occorre che prenda forma una terza cosa che oggi è assente: una comune identità italiana, o per esser più precisi una serie di valori e di regole in comune valide per le diverse e disperse genti d’Italia. Se non si può avere una creazione qui e ora compiuta, ordinata, e precisa è almeno necessario che dei privati comincino l’opera del predicatore nel deserto che prova a delinearne i confini, a descrivere le prime forme, a indicare l’urgenza e la necessità di essere qualcosa.

Ho appena descritto tre cose dal suono folle, che addirittura presentano un che di stramberia nei tempi presenti. Non posso che indicare ai miei venticinque lettori di meditare criticamente su ciò che scrivo. Ognuno, se vuole, può rispondere a quel che affermo interrogando la propria coscienza e la propria onestà.

IANA per FuturoIeri



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