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3 agosto 2010

L'italiano educato dagli stranieri invasori- settimo discorso





De Reditu Suo - Terzo Libro

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- settimo discorso

Quando i Re di Francia e di Spagna lottavano per imporre la loro egemonia sul continente Europeo all’inizio dell’Età Moderna in pochi fra le genti d’Italia erano consapevoli dell’esistenza dei fatti politici e si dividevano fra filo-francesi e filo-spagnoli. Per tutti gli altri la logica era il solito “Franza o Spagna purchè se magna” e l’eterno “Dove c’è Pane   c’è Patria”, quest’ultimo motto più letterario che storico, è stato messo in bocca a un cavaliere mercenario in un romanzo dell’Ottocento,  riflette bene la naturale inclinazione degli italiani. A parte alcune minoranze fortemente politicizzate perlopiù istruite e parte dei ceti medi la maggior parte della popolazione del Belpaese è estranea a qualsiasi passione che non sia lo strettissimo interesse privato o della famiglia d’origine. Le ultime vicende palestinesi con lo scontro fra incursori israeliani e pacifisti arrabbiati su una nave turca che portava aiuti umanitari dovevano di per sé scuotere la politica e l’opinione pubblica. La maggior parte delle genti d’Italia hanno mostrato encefalogramma piatto e solo delle minoranze fortemente politicizzate hanno dato luogo a manifestazioni o a qualche forma d’interesse che non fosse il fastidio o la sorpresa per l’ennesima violenza medio-orientale che arriva dal televisore. Così i giornali politicamente orientati si schierano a favore o contro l’incursione dei commando dalla stella a sei punte sulla base della polemica politica italiana, dei suoi mal di pancia sociali, della sua arretratezza cultuale, delle sue allucinazioni giornalistiche che scambiano uno scontro militar-religioso che dura dal 1949 con i fatti e gli schieramenti faziosi di casa nostra. Il dramma palestinese diventa la solita occasione per schierarsi a favore o contro talune minoranze politiche italiane, per far paragoni forzati e strambi, per confondere le grandi tragedie altrui con le farse e le carnevalate di casa nostra. Ecco oggi come ieri le genti del Belpaese fanno il tifo per questo o per quello, c’è nella cultura italiana un bizzarro istinto di sopravvivenza proveniente dal passato remoto che spinge a cercar protettori stranieri o a cercar di compensare la prepotenza di uno di questi con il calunniare o il cospirare contro di lui assieme ai suoi nemici. Come ai tempi dell’Imperatore Carlo V e del Re Francesco I il Belpaese è un terreno di conquista psicologico e culturale prima ancora che militare o politico. Lo straniero dominante troverà sempre partigiani e nemici perché in fin dei conti per l’Italiano il nemico è sempre e comunque il connazionale; lo straniero prima o poi varcherà le alpi o prenderà il mare ma il proprio simile è qui per rimanere e contendere ai suoi simili la roba: donne, soldi, impieghi, protezioni, terreni, case. Fra noi ci conosciamo, per questo coltiviamo l’odio e il disprezzo; tuttavia devo esser chiaro su un punto che mi sta a cuore: oggi le difformi genti d’Italia continuano a comportarsi come se la Penisola fosse sotto un  regime straniero. A mio avviso non ci può essere abiura più forte e strisciante del sistema della Repubblica di questo banalissimo agire culturale e politico che attraversa tutti i ceti e diventa banale forma del vivere e modello di comprensione dei fenomeni della globalizzazione e della presenza delle comunità straniere nel Belpaese.  

IANA per FuturoIeri




12 luglio 2010

Note sul tempo altro e sui giovani

 


De Reditu Suo - Terzo Libro

Note sul tempo altro e sui giovani

 Il vecchio mondo umano con i suoi costumi, le sue illusioni, la sua forza civile, le sue speranze è ormai polvere di cose morte dispersa nel vento. Quello nuovo che sta prendendo forma e che muta e si altera è un tempo altro e diverso. Esso è tale perché si dibatte in una grave crisi di senso delle ragioni intime del suo sviluppo tecnologico ed economico in questi anni di crisi, è diverso perché le grandi creazioni ideologiche novecentesche sono da tre decenni in disarmo e il suo posto è stato preso dalla spettacolarizzazione della politica, è altro perché le grandi speranze del passato in Europa e nell’Impero Anglo-Americano hanno lasciato il posto alle inquietudini e a un vivere intristito tutto ripiegato sul presente. Chi fa il facile gioco retorico di proiettare il suo passato, recente o antico che sia, su questi che hanno fra i diciotto e i venticinque anni d’età commette un grave torto verso la sua intelligenza. Non è una questione di cattiveria o di condizione di minorità: i giovani semplicemente vivono in un tempo altro e diverso rispetto a quello dei padri e dei nonni di conseguenza vanno forzatamente verso prospettive diverse di lotta sociale e politica. I profeti della domenica mattina che vedono miracolose resurrezioni di ideologie fasciste o comunistoidi proiettano il loro passato, o i finti ricordi, su questo concretissimo presente. L’Italia è un Belpaese anziano e quindi milioni di anziani temono il futuro che smentirà e sbugiarderà le loro pietose menzogne e i loro tristi egoismi per anni mascherati rozzamente e falsamente da ragioni politiche o moralistiche. Il vizio antidemocratico di mascherare i propri comodi e i propri egoismi sociali con ragioni politiche altisonanti e fumigazioni retoriche è stato per troppo tempo coltivato dai vecchi partiti politici e dalle organizzazioni sociali e di categoria; oggi le vecchie invenzioni e le furberie da ciarlatani del mercato rionale si collocano in un tempo non loro dove creano confusione e dividono fra chi capisce di che cosa si tratta, chi riesce a comprendere la loro natura di cose morte e chi diffidente li prende come cose strane e pazze. Il discorso sui giovani nel Belpaese cade dall’alto, il giovane non è oggetto di comprensione o di studio ma di giudizio e a seconda della passione politica che anima il giudicante il giudicato è trattato bene o male a seconda del caso e dell’opportunità. Nel discorso che comunemente sento sui giovani manca  l’umiltà di capire da quale tempo arrivano, come vivono qui e ora e dove andranno. Odo di solito giudizi pesantissimi o lusinghieri su di loro in nome di stereotipi vecchi di trenta o quarant’anni, per fortuna l’interesse per i giovani è poco e i giudici dalla parola facile  non vengono quasi messi davanti ai loro pesanti condizionamenti ideologici e alle loro discutibili certezze.

IANA per FuturoIeri




2 febbraio 2009

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

 

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

6-Seconda nota dal fu Regno di Francia

La Francia attuale conosce molti problemi prossimi a quelli del Belpaese. Zone turistiche che si svuotano degli abitanti originali, piccole stazioni ferroviarie chiuse, traffico, onnipresenza dei grandi gruppi commerciali, problemi legati all’immigrazione e alla presenza di grandi diversità fra le comunità immigrate e la popolazione originaria, disoccupazione, crisi, problemi politici. Solite cose insomma. La grande differenza fra l’Italia e il potente vicino d’oltralpe è la presenza di uno Stato che riesce ad essere se stesso anche in un momento così difficile. Non è questo un merito dei contemporanei quanto piuttosto del Re Sole, di Robespierre e del grande Napoleone.

Il Belpaese al contrario non riesce a convincersi della necessità di darsi un punto di riferimento che si proietti oltre i partiti politici, i personaggi carismatici, gli interessi particolari. Questo fa della situazione italiana una cosa molto strana, in quanto un paese che è piazzato nel mezzo del Mediterraneo a far da asse fra il nord e il sud, fra l’est e l’ovest si trova in una condizione incredibile, più di cento basi militari straniere, ossia della NATO e degli Stati Uniti, forze armate che non rispondono al nostro Stato. L’Italia è parte di un dispositivo militare che rimanda ad accordi stipulati dopo la Seconda Guerra Mondiale dove un paese vinto e occupato dalla Sicilia alle Alpi il quale doveva rispondere ai vincitori e a concretissimi e attualissimi interessi di altri che non sono l’Italia. A fron te di un sacrificio di quel che un tempo si chiamava la sovranità della Patria quel che ricaviamo oggi come allora è un manifesto disprezzo per i nostri interessi nazionali e questo indipendentemente dal fatto che l’Italia sia sotto un governo di centro-sinistra o di destra. Si pensi di sfuggita alle vicende della giornalista Sgrena in Iraq che son capitate sotto il più filoamericano di tutti i governi italiani, dopo quello di Massimo D’Alema. O anche ai recentissimi fatti inglesi dove si è fatto un linciaggio morale dei nostri andati laggiù per motivi di lavoro. Comincio a chiedermi cosa capiterà alle sfortunate genti del Belpaese quando le loro classi dirigenti politiche e finanziarie fatalmente faranno, come è loro ordinario costume, il solito ribaltone politico-militare e passeranno armi e bagagli dall’altra parte come è già capitato nelle due precedenti guerre mondiali. Non so come, non so quando ma sono ormai certo che questa cosa avverrà , dalla mattin a alla sera il Belpaese farà il salto del fosso. Cosa racconteremo a quel punto? Forse il solito:” cari signori, sapete, sulla questione dell’alleanza abbiamo sempre scherzato”.

Cosa augurarmi se non un salto del fosso, un voltar gabbana, un cambiar spalla al fucile, fatto bene, ben calcolato, ben ordinato ben equilibrato nella scelta dei tempi e delle condizioni e non quel troiaio ripugnate dell’otto settembre 1943 o quello schifo indecente e improbabile del maggio radioso del 1915 nel quale l’ordine costituito ha regalato alla teppa della nostrana borghesia pecoreccia e stracciona la possibilità dell’eversione di piazza.

Dal momento che da tempo ho messo una pietra sopra la possibilità di mantenere il Belpaese in questa alleanza, e i fatti della Georgia con le posizioni curiosissime del governo Berlusconi su Putin mi suonano a questo punto familiari, auspico di veder il prima possibile un bel tradimento all’italiana. Questo perché la permanenza dell’Italia nell’Alleanza non è data tanto da uno Stato debole che deve difendersi dai suoi nemici ma da classi dirigenti disperse e inconsapevoli dei loro interessi. Sono esse le stesse caste al potere che quando, nel passato della prima Repubblica, hanno trovato un leader o un punto di riferimento si son puntualmente messe a sgomitare, a prendere le dovute distanze, a ricercare una politica estera propria.

Ma ancora nella terra dei Limoni c’è da acquisire quella consapevolezza, che è comune nel fu Regno di Francia, per la quale l’alleanza politica e militare con una potenza straniera è un’affare di Stato una cosa che riguarda tutti e non l’interesse di alcuni privati o di un solo partito politico.

IANA per FuturoIeri



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