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22 luglio 2017

Ricetta precaria n. 24. Insalatona ai ricordi romani

24.  Due dozzine sommate

Insalata con cose prese a caso che passione, o se si vuole il rovistare fra frigo e dispensa. Buttando sopra a casaccio varie tipologie di sottaceti, pinoli, noci. Mi ricordo di un viaggio di oltre vent’anni fa fatto al tempo del liceo, ero a Roma e mi capitò in un locale di mangiare un’insalata di questo tipo. La base era data da un piatto di lattuga, così almeno mi par di ricordare. Sopra la lattuga del salmone tagliato fine, dei bastoncini di polpa di granchio fatti a rondelle e dei gamberetti sgusciati. Mi rimase questo ricordo e provai più volte a rifarlo con tipologie diverse d’insalata, usando olio sale e, aceto oppure senza  con olio e limone. Mi ritrovai ad effettuare diverse prove per trovare un modo soddisfacente di preparare quest’insalata. Mi ricordo che in quel viaggio comprai una teiera che raffigurava un gatto e un topo che era accucciato sul coperchio. Si ruppe per un incidente domestico, ci cadde sopra una pentola. Rifare una simile insalata sono sicuro che mi riporterebbe a tempi lontani, al periodo immediatamente precedente tangentopoli, a quel mondo antico di cui ormai si sono perse le tracce. L’Italia prima di internet e del cellulare, che avevano solo alcune categorie di professionisti allora. Ripensando a quel passato mi accorgo che quei venticinque anni  e qualcosa valgono un secolo: la vita, le abitudini, il linguaggio sono state sottoposte a un cambiamento accelerato. Allora non lo sapevo ma quell’assolato mezzogiorno romano  era uno degli ultimi della cosiddetta Prima Repubblica, se qualcuno mi avesse detto allora che nel giro di uno o due anni sarebbe crollato il sistema e dato corso a una trasformazione accelerata avrei dubitato di lui, avrei ritenuto al cosa poco probabile. Nel giro di due o tre anni andò in onda un po’ si tutti i canali televisivi, le cose avvennero letteralmente così perché senza le televisioni che li sbugiardavano e li esponevano al pubblico ludibrio lorsignori non avrebbero perso la presa sul Belpaese, la dissoluzione di una classe dirigente ormai priva del suo alibi: il contrasto al comunismo. Una lunga teoria di potenti di allora furono messi alla gogna mediatica o caddero in disgrazia, i partiti si sciolsero o sparirono, le seconde e terze file delle gerarchie politiche catapultati nel ruolo dirigenziale. Chiuse i portenti di quel periodo un partito nato da un anno il cui leader e signore era il Cavalier Berlusconi, e fu costui  prendere il potere e di fatto a gestirlo dall’opposizione o dal governo per circa vent’anni. Con il 1994 era sparita la Prima Repubblica e nasceva di fatto la Seconda. Oggi il ricordo vitale che traggo dalla preparazione di quell’insalatona dall’aspetto solare e marino è che quel che è reale muta e si trasforma, spesso cambia in modo repentino, rapido. Eraclito di Efeso avrebbe detto con la rapidità del fulmine. Alle volte nella vita può sembrare che una situazione sia stabile. Ferrea. Poi tutto si disgrega e si riaggrega con grande velocità. La saggezza, ammesso sia salubre nel Belpaese, indica che si deve percepire il cambiamento per tempo per preparare le misure del caso o essere abbastanza preparati e forti per reagire a qualsiasi evento positivo o negativo che sia. Il caso  che porta calamità spesso è il frutto dell’idiozia umana e dell’arrogante ignoranza dei ricchi e dei potenti del momento. E con questi pensieri vi sarà passata la voglia di cucinare, anche così avete risolto.




18 luglio 2017

Considerazioni sopra il passivo e l'attivo dello sport

Ricetta precaria

23.  il numero primo

Caldo, il caldo a Firenze è davvero caratteristico. Umido e implacabile. Per chi rimane i città la tentazione è fingere d’essere in vacanza o in palestra. E quindi beveroni sportivi come se in essere ci fosse un allenamento gravoso e duro e la tentazione fosse d’iscriversi a qualche torneo d’arti marziali o a una competizione agonistica.

Beveroni per sportivi della tarda domenica mattina. Beverone utile e facile: acqua minerale gasata o Ferrarelle per metà, succo di frutta a piacere per un quarto e per l’ultimo quarto spremuta o succo d’arancia. Dissetante. Quanto meno. Certo che per chi ha fatto vita di palestra o le ha frequentate per anni i ricordi sono tanti.  Devo dire che i beveroni fatti con parti di acqua gasata e succhi di frutta li ho provati per via del caldo di giugno e luglio fuori dal contesto di palestra. Anche così non mi sembrano male, mi rappresentano un alternativa alle bevande gassate in lattina.

Quando penso allo sport amatoriale o agonistico qui in Italia il pensiero va al gioco del calcio, eppure non è questo il mio caso. Ho praticato il judo per un paio di decenni, e ancora non ho smesso e la realtà mi gettato tante volte  in faccia l’evidenza di come gli sport dove circola un maggior quantitativo di denaro siano quelli più gettonati e popolari. Lo sport di massa è figlio della civiltà industriale e quindi è naturale che tenda a trasformarsi in merce, prodotto e intrattenimento. Ma nel caso italiano per quel che riguarda il calcio c’è qualcosa di più. Si tratta della fusione fra campanilismo, intrattenimento, mondo dei VIP, soldi e talvolta scandali e cronaca sportiva.  Il calcio evidentemente è lo sport che concentra e genera grandi ricchezze e l’interesse della politica  e degli sponsor, i discorsi dei molti, passioni e speranze. In certe città può trasformarsi in festa collettiva per una vittoria memorabile o in contestazioni che interessano questori e prefetto. Sospetto che il calcio per le genti del Belpaese sia prima di tutto tifoseria e attaccamento ai colori cittadini. Spesso è capitato gente che non mi conosceva mi chiedeva della mia squadra, alla risposta che non m’interessavo del calcio rimanevano quasi male, a molti pareva una cosa strana. Rappresentazione plastica di questa inclusione fra calcio e identità personale è il celebre Fantozzi di Paolo Villaggio nella scena nella quale segue la partita nel salotto di casa con la scodella di spaghetti o la frittata con le cipolle sul tavolo davanti alla televisione. Rappresentazione caricaturale e grottesca ma non priva di verità quella che consegna alla storia del cinema il compianto Paolo Villaggio Questa condizione del vedere i beniamini e gli sportivi super sponsorizzati attraverso o schermo mi  è sempre sembrato questo modo di concepire lo sport come qualcosa di passivo. Forse si tratta di uno spettacolo gratificante per molti,  ma privo di quella disciplina, di quel misurare le proprie possibilità, del competere con altri stando nelle regole fissate tipico delle diverse attività sportive. Nel rapporto passivo con il gioco del pallone, tipico delle genti del Belpaese, manca appunto l’essenza delle discipline sportive, ossia il disciplinamento del corpo e della mente umana.   




7 luglio 2017

Considerazioni sopra una stella marina

Considerazioni operative di una stella marina

 

La stella marina è una strana creatura marina che può riproducendosi a dismisura distruggere la barriera corallina, quindi altrerare l’equilibrio fra terra e mare.  La sua caratteristica è che non ha un centro vero e proprio, non c’è una testa da tagliare.  Come riesca a cordinarsi è in parte ancor oggi poco chiaro.

Un libro che studia la storia e i modelli organizzativi la  prende ad esempio per descrivere le organizzazioni decentrate in contrapposizione a quelle accentrate.

Oggi una seria riflessione su questo tema apre la mente alla domanda se una diversa forma di civiltà è possibile e se nel fluire del tempo, variando drammaticamente alcune condizioni, il presente ordine costituito sia forzato a dissolversi e generare una diversa forma di società umana. Domande, dubbi, questioni aperte e spesso esse portano il pensiero davanti al mistero o al vicolo cieco. Intanto chi scrive si ripassa un pò di letteratura e studia il passato, magari un giorno ci fosse bisogno di ricordarsi qualcosa che oggi pare strano e perfino archeologico.

Quali i vantaggi di una “adeguata” organizzazione a rete.

Uno principalmente: la sua sopravvivenza se il vertice viene colpito e messo fuori uso, non ne ha propriamente uno proprio.  Il secondo vantaggio è dato da un fatto banale e stupido: un sistema a rete senza leader si sviluppa sulla base delle condizioni ambientali e operative.  Cessa se le condizioni ambientali e operative vengono meno.  Un sistema decentralizzato si organizza con queste caratteristiche:

1)     Circoli: gli appartenenti sono eguali fra loro e promuovono gli scopi della loro organizzazione.  Un eventuale leader è un trascinatore del gruppo o un tale che in via temporanea si occupa di fare la cosa.

2)   Catalizzatore: occorrono uno o due elementi che avviano un circolo o un gruppo e che attivano energie e possibilità.  Non è necessario che rimangano leader per molto tempo, anzi.  Meglio se dopo aver attivato un gruppo si spostano per materializarne un altro.

3)    Ideologia: nelle organizzazioni decentralizzate di solito ci sono pochi soldi e pochi privilegi.   La motivazione viene da un senso di comunità e dalla dimensione ideologica o di affinità che viene in essere fra i componenti del gruppo.

4)   Network preesistente: le  organizzazioni decentralizzate nascono di solito da qualcosa di già in essere che si converte ideologicamente o si vota ad una buona causa, o esso stesso si decentralizza per sopravvivere.   Alle volte singoli personaggi carismatici o appassionati di una causa operano queste conversioni di sistema portando il loro credo e la loro lotta dentro realtà sociali o affini già strutturate o comunque esistenti.   Costoro di solito creano sulla base dei fattori contingenti lo strumento operativo di cui hanno bisogno a partire dagli entusiasti o dalle organizzazioni che li seguono.

5)    Paladino o giusta causa: un personaggio con notevoli doti comunicative e di persuasione o una causa giusta di per sé evidente richiamano forze e organizzazioni e privati verso la stella marina, ossia verso i gruppi decentralizzati.




12 agosto 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - L'ululato del lupo solitario

Franco:  Aspetta un attimo, stai ragionando di dominio in senso astratto. Da che mondo è mondo il dominio è una cosa concreta, si esercita sull’uomo e sulla natura ma non l’esercitano i marziani ma gli esseri umani.

Gaetano Linneo: Giusto, devo allora scendere nel dettaglio. Intorno alle civiltà umane ho capito questo: esse assomigliano a enti naturali in quanto hanno un loro ciclo di vita, sviluppo, degenerazione, morte. Dalle loro rovine altri progetti di civiltà prendono quel che serve per far crescere principati, regni, repubbliche, imperi. Così è stato per l’Impero Romano che ha regalato miti, simboli, cultura giuridica e artistica e tanto altro ancora ad altri imperi e regni che hanno preso nello scorrere dei secoli il suo posto. La civiltà dell’Impero Romano nell’Europa Occidentale decomponendosi ha dato degli strumenti politici e religiosi alla civiltà Medioevale. Vi invito a pensare al Sacro Romano Impero Germanico istituito dall’imperatore Medioevale Carlo Magno; nelle parole stesse è incluso il senso di un recupero del passato del mondo antico in una realtà  completamente diversa. Oggi molti imperi sono crollati e molte civiltà si sono disgregate e ricomposte in altra forma. Il caos apparente può però esser ricomposto in questi termini: esistono due blocchi instabili di potenze imperiali. Un blocco è dato da un modello di potere finanziario e commerciale egemone di fatto sul  potere politico e l’altro da un potere politico egemone rispetto ai poteri finanziari e commerciali. Il blocco dei poteri finanziari e commerciali in grado d’influenzare fortemente e di farsi egemone sulla politica è quello che fa capo agli Stati Uniti e alle Nazioni dell’Europa e dell’Ex Impero Britannico. I paesi più o meno democratici dove si vota vedono dirigenti e capi politici elettivi facilmente influenzabili e condizionabili da gruppi di pressione, finanziamenti, interessi privati e perfino corruzione; la capacità dei ricchissimi di far squadra per difendere i loro profitti e l’azione delle multinazionali e delle banche di cui possiedono le quote dei pacchetti azionari di controllo  e di mobilitare a loro vantaggio i mass-media comporta l’estrema difficoltà del potere politico democratico spesso frammentato, corrotto, rissoso e sempre bisognosi di fondi per le campagne elettorali di opporsi in senso significativo all’interesse dei pochissimi. A questo blocco di potere, che chiamerò per comodità atlantico, si contrappone un blocco che definirò asiatico composto da Russia e Cina e da paesi alleati o amici di questi due imperi. In questi imperi il potere politico per via della sua formazione storica è più forte del potere finanziario e commerciale che deve subire solitamente l’iniziativa del potere politico-militare. Questa mi pare la differenza maggiore ma è una differenza di poco conto, perché in verità entrambi i blocchi sono simili fra loro. Si tratta di civiltà industriali  armate fino ai denti che usano il capitalismo per crescere in potenza e influenza e hanno delle minoranze al potere che decidono per tutti sotto la parvenza e apparenza di un sistema politico che afferma di tutelare la totalità della popolazione. 

Stefano Bocconi: Un bel guaio, troppi galli nel pollaio.

Paolo Fantuzzi: Certo i grandi imperi ci sovrastano e la coscienza chiama. Siamo seri però! Cosa può mai sperare la gente che va a lavorare per uno stipendio? Di contare davvero qualcosa nel mondo?  Di cosa può rendersi colpevole chi è un pezzo del sistema, una rotella che gira in un meccanismo?

Clara Agazzi: Adesso siamo al piagnisteo e alla facile assoluzione da tutto e da tutti. Ma racconta Gaetano, non è certo questo il tempo di cui ragioni.

Gaetano Linneo: Infatti Questo mio discorso vuol arrivare la tempo che m’interessa; come ulteriore premessa dirò che la competizione fra il dominio Atlantico e il dominio asiatico sfocia spesso in tensioni commerciali, diplomatiche, guerre di spie e infine guerre locali e per procura. Gli esempi purtroppo si sprecano. Ma questa lotta continua aggrava le condizioni generali dello sfruttamento delle risorse del pianeta; delle sue risorse naturali. In una situazione di tensione crescente pare poco probabile che si giunga a qualche seria collaborazione per trovare una politica planetaria comune almeno a questi due blocchi. La cosa probabile è che nonostante le proclamazioni solenni e le dichiarazioni di principio le potenze imperiali si confronteranno con durezza e questo aggraverà la competizione che domina le diverse parti di quest’unica civiltà industriale che ha raggiunto quasi tutti gli angoli del pianeta. In sintesi la lotta per accaparrarsi mercati, risorse, territori e popolazione da sfruttare continuerà, è difficile pensare che forze che si combattono fra loro in modo anche aspro arrivino a un ragionevole accordo per il bene della specie umana e fissino dei limiti ai danni che subisce la flora e la fauna del pianeta limitando gli affari delle loro banche, dei loro complessi militar-industriali, del loro commercio internazionale. Se non arriverà prima una Guerra Mondiale o qualcosa di simile è da pensare che sarà la natura a scrollarsi di dosso tanta parte della razza umana, e questo avverrà per mezzo del collasso di tante risorse troppo sfruttate e di probabili cambiamenti climatici. Quando la pressione umana su un dato ambiente diventa insostenibile o collassa l’ambiente o collassa la società umana o tutte e due. Resta da capire quando avverrà questo se in tempi relativamente veloci o no.

Clara Agazzi: Che intendi? Vuoi far il profeta di sventure?

Gaetano Linneo: Una generazione, forse due se il cambiamento arriva veloce, forse quattro o cinque se viene rallentato; mi pare improbabile che il sistema trovi da sé un punto d’equilibrio. Considerate che siano più di sette miliardi di umani sul pianeta e fra le potenze che si stanno rapidamente industrializzando c’è in questo preciso momento l’India con  circa un miliardo e duecento milioni di esseri umani e la Cina che forse ne ha un miliardo e quattrocento milioni. Ora vi prego d’osservare questi monti immersi nella notte. Cercate di capire che queste montagne hanno avuto la loro prima sedimentazione circa cento milioni di anni fa  e hanno cominciato ad alzarsi e a formarsi quarantacinque milioni di anni fa. Il tempo delle montagne, dei fiumi, delle specie viventi che prendono forme nuove non è quello delle nostre civiltà umane, che hanno tempi brevi. La potenza industriale può allungare come accorciare il tempo di queste civiltà umane. Adesso devo fare una considerazione sulla misura del tempo : l’eone si misura in miliardi di anni, l’era in centinaia di milioni di anni, il periodo in decine di milioni di anni, l’epoca in milioni di anni, l’età in migliaia di anni; e qui siamo nell’Olocene, il nostro tempo uscito dall’ultima glaciazione che ha soltanto 11.700 anni a fronte di un tempo precedente che pare spaventoso tanto è difficile concepirlo.

Clara Agazzi: Mi ricordo di quel conto per il quale se si misura come se fosse una giornata la durata del tempo del pianeta terra da quando era una massa di non si sa bene cosa che vagava nello spazio ad oggi, l’intero periodo del Quaternario nel quale è incluso l’Olocene avrebbe la durata di 17 secondi circa. In effetti  quello che dice Gaetano ha senso. Un crollo catastrofico delle forme di vita, essere umano incluso, potrebbe esser recuperato nel volgere dei milioni di anni dalla natura di questo pianeta. Certo però c’è da chiedersi cosa sarà di quest’umanità in caso di disastro.

Franco:  Aspettate, lasciamolo finire, forse ho capito dove vuol arrivare.

Gaetano Linneo: In effetti da tempo penso che il fallimento dell’essere umano formato dalla civiltà industriale e  dal capitalismo possa determinare una catastrofe generalizzata della flora e della fauna per l’eccesso di sfruttamento, di inquinamento, di uso dissennato delle risorse e perfino di guerra generalizzata. Dal mio punto di vista un sistema capitalistico che pensa alla crescita infinita punta a qualcosa che non può raggiungere, l’unica cosa che davvero pare infinita è l’eternità delle leggi che regolano l’universo.

Vincenzo Pisani: Aggiungi pure l’infinita umana idiozia alla citata durata infinita leggi del cosmo

Gaetano Linneo: Giusto. Questo luogo comune rammentato dall’amico qui mi porta a pensare a un fatto. Ovvero che l’uomo della civiltà industriale e capitalistica è parte di un meccanismo che può esser letto come una piramide a gradoni dove dalla massa indistinta che lavora per vivere si sale verso l’alto e verso gerarchie sempre ricche  e potenti ma anche più limitate nel numero e ristrette dal punto di vista della visione della complessità. Quest’uomo parte di questa piramide sociale, dei suoi riti, dei suoi miti, dei suoi pregiudizi per smuoversi dal suo torpore dovrebbe fare senza dubbio un salto spirituale e di conoscenza per comprendere il senso del suo limite e del sistema complesso in cui vive. Va da sé che potrebbe non bastare e magari al salto culturale e politico potrebbe aggiungersi  anche la dimensione del biologico, in una parola sarebbe opportuna una rinascita dell’umanità.

Stefano Bocconi: Rinascere che idea. Sa di misticismo

Franco:  Non credo che il nostro intenda qualcosa tipo una religione asiatica, lui sta parlando di una trasformazione auspicabile. In effetti quest’uomo della civiltà industriale se si togli la luce elettrica per tre giorni vede il collasso di tutta la sua realtà. Il posto di lavoro si spenge, la distribuzione dei viveri nei supermercati finisce, le macchine si fermano, le funzioni di comando e controllo della società si paralizzano,  il caos potrebbe portare a una proliferazione incontrollata delle violenze e dei delitti. In effetti quest’uomo industrializzato e informatizzato incastrato nella roccia della sua piramide sociale è molto più vulnerabile di quanto a prima vista ci si potrebbe aspettare.

Gaetano Linneo: Concludo. La possibile disfatta dell’umanità e della piramide sociale tipica della civiltà industriale non smuoverà queste montagne. I milioni di anni possono farlo. Qui dal tempo degli antenati etruschi sui è formata, sviluppata e ha prosperato una civiltà contadina anche in altura. Ora sopra una certa quota il bosco ricopre i muretti a secco e le case in pietra di quel mondo contadino che praticando una vita economica ai limiti della sussistenza ha lasciato questi luoghi da due generazioni. Due generazioni d’abbandono sono state più che abbondanti per lasciare presso i sentieri i resti di ruderi o di muretti a secco su cui sono cresciuti alberi e roveti. Forse che la fine di quel tipo di mondo umano ha smosso di un solo metro queste montagne? Su quelle rovine semisepolte dalla vegetazione ora è tornato il capriolo, la lepre, il cinghiale e perfino il lupo. Ora che ho parlato così tanto posso provare a far intuire cosa intendo. L’ora è davvero tarda. Farò il verso del lupo tre volte e voi resterete in silenzio.

Paolo Fantuzzi: Cosa significa?

Clara Agazzi: Ci vuol far intuire l’esistenza di questi monti silenziosi nel loro essere natura, enti che non rispondono al nostro tempo ma a qualcosa di diverso di cui è difficile la percezione razionale.

Franco:  In questo modo egli interpreterà comunque una parte, anche se non può esser espressa a parole come abbiamo fatto.

Linneo fa il verso del lupo

Da lontano si sente qualcosa

Franco:  Incredibile, sembra che risponda.

Gaetano Linneo: silenzio, assoluto  silenzio. Pare un miracolo: rispondono.

Si sente dei cuccioli, un branco  e poi isolato ma forte un lupo solitario

Ululato del Lupo solitario

 

 

Il Maestro è dedicato a tutti i maestri che ho avuto

IANA

 

 

 

 

Breve bibliografia  per comprendere alcuni contenuti dei dialoghi

Barioli Cesare, il libro del Judo, De Vecchi, Milano, 1988

Antonino Adamo, I nuovi mercenari, Medusa, Ingraf, 2003

Alain De Benoist, Sull’orlo del baratro,  il fallimento annunciato del sistema del denaro, (presentazione di Massimo Fini), Arianna editrice, Cesena, 2012

Stefano Cammelli, Ombre cinesi, indagine su una civiltà che volle farsi nazione, Einaudi, Torino, 2006

Franco Cardini, I cantori della guerra giusta, religioni, fondamentalismi, globalizzazione, (presentazione di Massimo Fini), Il Cerchio, Città di Castello, 2002

Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe, Piemme, Milano, 2013

Noam Chomsky, Conoscenza e libertà, interpretare e cambiare il mondo, Il Saggiatore, Milano, 2004

Jared Diamond, Armi, acciaio, e malattie, Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Nuova edizione accresciuta, (introduzione di Luca e Francesco Cavalli-Sforza), Einaudi, Torino, 2006

Paul Ginsborg, la democrazia che non c’è, Einaudi, Torino, 2006

Diego Fusaro, Antonio Gramsci, La passione di essere nel tempo, Feltrinelli Milano,2015

Adolf von Harnack, Marcione, il vangelo del Dio straniero,( a cura di Federico Dal Bo),  Marietti, , Milano, 2007

Jigoro Kano, I fondamenti del Judo, (presentazione Matteo Pellicone), Luni, Milano,2003

Giovanni De Luna, Una politica senza religione, Einaudi, Torino, 2013

Pio d’Emilia, Tsunami nucleare, i trenta giorni che sconvolsero il Giappone, (con uno scritto di Randy Taguchi), Il Manifestolibri, Roma, 2011

Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù, e gli altri scritti pubblici, ( a cura di Carlo Galeotti), StampaAlternativa, Roma 2003

Fabio Mini, La guerra dopo la guerra, soldati, burocrati, mercenari nell’epoca della guerra virtuale, Gli struzzi, Torino, 2003

Loretta Napoleoni, Economia canaglia, il lato oscuro del nuovo ordine mondiale, Il Saggiatore, Milano, 2008

Serge Latouche, come sopravvivere allo sviluppo, dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa, Bollati Boringhieri, Torino,2005

George Orwell, 1984, (trad.It. Stefano Manfrerotti), (Edizione Italiana ) Mondadori, Milano, 2014

Vandana Shiva, Il bene comune della terra, Feltrinelli, Milano,2006

Howard Zinn, Paul Buhle, Mike Konopachi, Storia popolare dell’Impero Americano,    ( trad.It. Annarita Baldassarre, Marina Lanzavecchia), Hazard Edizioni, Milano, 2011

 

 

 

 




30 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo

Stefano Bocconi: Vero. Maledettamente  vero.  Questa nostra società è priva di un punto fermo. Di un centro su cui convergono quelli che una volta erano i valori e le tradizioni.  Mi chiedo come si possa riconoscere un buon esempio, un buon insegnante, un…  Non  so. Ditemi un po’ come la pensate.

Paolo Fantuzzi: Un punto fermo diverso dal conto corrente. Chiedi molto. Oggi che la vecchia società è disgregata e disfatta manca proprio il terreno su cui dovrebbe poggiarsi un sano insegnamento o un vero discorso sul  mondo. Qui nel nostro tempo tutti i valori o sono oggetto di commercio o sono relativi, di conseguenza solo la legge nel senso della polizia e del tribunale può tener assieme una società disfatta sul piano sociale e priva di valori condivisi. Va da sé che tribunale, polizia, burocrazia sono poteri, sono poteri dello Stato e quindi le minoranze che controllano lo Stato sono il nuovo Potere che governa senza autentiche forze d’opposizione. Quello che salva un po’ la gente comune da una più grande oppressione è che queste minoranze al potere sono divise fra loro e piene di contrasti e spesso non riescono a far morire il vecchio per creare il loro mondo. Lavorare per una società umana disgregata è stato un loro successo, ma nello stesso tempo non son riusciti a metter assieme i pezzi. Bravissimi nel dividere e nel frammentare e nel trarre profitto da leggi svuotate di senso e da società in disfacimento ma pessimi nel costruire un loro mondo stabile e forte. Questa per me è la decadenza di oggi. Questo tempo di decadenza è reso più amaro dal fatto che c’è poca speranza, non si comprende come possa determinarsi un futuro migliore. Inoltre se si guarda sul serio il futuro si notano che queste guerre nuove e spettacolari fatte di spedizioni militari, lotta al terrorismo, lotta agli insorti e chi più ne ha ne metta s’avvicinano ogni anno sempre più pericolosamente ai confini dell’Europa e di riflesso del Belpaese.

Franco:  Infatti eccoci qui a lamentarci. Almeno nel medioevo le confraternite potevano fare una bella e collettiva recitazione di preghiere e processioni varie allo scopo di incorrere nella benedizione e nell’intervento della Madonna e dei santi.  Vi ricordo che è l’essere umano colui che dà senso alla sua vita, e in questo giudizio e personale convinzione sono confortato dai numerosi testi di religione e mistica che ho letto e studiato. Quindi anche se l’evidenza ci comunica la nostra marginalità davanti ai grandi poteri del mondo occorre ammettere che esiste uno spazio interiore che è il primo luogo da liberare e da far nostro. Ripeto. Occorre prima liberarsi dal pregiudizio e dalla pigrizia e dall’ignoranza, e dopo si potrà costruire un proprio sapere e una propria visione del mondo umano e della natura. Oggi  i molti desiderano e vogliono comprare verità preconfezionate, seguite da qualche evidenza, da immagini edificanti o terrorizzanti. Insomma chiedono non percorsi spirituali o culturali da seguire e su cui impegnarsi ma miracoli, profezie di santoni, magie facili e popolari, in una parola illusioni. Di sicuro occorre qualcosa di più di qualche illusione, di qualche gioco intellettuale per trovare un punto fermo nel divenire delle cose di oggi.

Vincenzo Pisani: Scusate ma ho l’impressione che sia opportuno tacere. Sento che al tavolo del professore stanno parlando di qualcosa di simile. I maestri di arti marziali stanno ragionando del loro maestro defunto. Credo ci riguardi. So che non è da  gran signori. Ma intuisco che sia opportuno ascoltarli facendo finta di niente. Aspettate sta arrivando anche il capo.

Il padrone del locale: signori tra poco faccio portare la bistecca, ho preso dei bei pezzi dal mio fornitore, per voi ho messo a cuocere la migliore.  Aspettate e sarete ben serviti, la faccio semplice ma buona.

Clara Agazzi: Questa bistecca è più che altro vostra.

Paolo Fantuzzi: Aspettate un momento mi pare che al tavolo in fondo il tuo amico il professore stia per prendere la parola. Ci vuole altro vino. Altro vino per favore!

Stefano Bocconi: Accidenti sono confuso. Mangiare o ascoltare. Non riesco a far bene tutte e due le cose.

Franco: Fate quel che vi pare, per quel che mi riguarda voglio proprio sentire cosa dice.

Si sente la voce del professore. Si rivolge ai maestri e ai vecchi allievi del suo defunto maestro di Judo.

Ora voi avete rammentato il maestro ricordandolo in molti modi. Ora poiché tutti avete parlato e raccontato qualcosa adesso tocca a me. Confesso un certo imbarazzo perché devo scendere nei ricordi personali, proprio come avete fatto voi. Questo è necessario  per sviluppare il mio discorso. Il mio ricordo è questo ed è molto lontano nel tempo. Ero nei primi anni dell’adolescenza quando stanco per l’allenamento e l’esercizio cercai di andar via dal tappeto. Il maestro mi fu subito addosso e mi disse che dovevo restare, perché ero sul tappeto e non potevo andar via. Sarei andato via quando lui l’avrebbe stabilito. Quella per me fu una lezione importante di vita. Perché in quel caso il carisma del vecchio Ivo fece il suo effetto. Mi resi conto allora che nella vita, anche nei fatti apparentemente banali, ci sono dei momenti nei quali non ci si può sottrarre, non ci si può ritirare o nascondere dietro una scusa. Non si può uscire dal tappeto quando fa comodo. Questa è la morale di questo ricordo. E qui devo tornare su una cosa che era un po’ sospesa nei vostri discorsi. Ossia la differenza fra un comune docente e un maestro. Il maestro diventa parte della propria esperienza di vita. Questo non sempre si può dire del docente, dell’insegnante, del professore i quali sono figure che istruiscono, che giudicano, che formano ma non sempre sono maestri. Questo perché la figura tipica del maestro che oggi onoriamo è per l’allievo formazione del fisico, del carattere, è stare dentro le regole del judo, seguire la vita di palestra, è esperienza viva e concreta che si trasmette e si fortifica nelle prove, nelle competizioni,  e nella pratica sportiva. Il maestro è più di una somma di risultati sportivi o di ricordi di tempi passati, è parte della costruzione fisica e mentale di un praticante di arti marziali. Il docente. Il professore è una figura che è simile al maestro sotto molti punti di vista  ma che spesso non ha il carisma, o le condizioni, o la cultura, o l’ambiente giusto e ovviamente la considerazione per  assumere l’importanza che ha la figura del maestro di arti marziali verso i suoi allievi.  L’insegnate spesso è una figura di passaggio nella vita dell’adolescente e di solito non si tratta di una scelta. Per caso questo o quello in qualità di docente entra nella vita di ciascuno. Il maestro di judo si segue o si lascia. Quindi c’è differenza fra i due casi.




15 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - discorso sullo Stato e sulla società civile


Vincenzo Pisani: Mi meraviglio di te Franco. Come fai a staccare il singolo dalla massa che si muove, che opera, che fa politica. Certo. La  mente, la volontà, la coscienza. Ma poi... Senza quadri, senza strutture, senza ideologia non c’è nulla da fare. Questo dominio dei pochi sui molti permane e si rafforza anche in mezzo alla crisi, al caos, al disordine morale, alle nuove guerre, al relativismo morale e alla svalutazione di tutti i valori. Certo si parte dal singolo ma rapporto fra singolo  e collettività permane. Già Aristotele indicava l’uomo come animale politico e quindi parte di un qualcosa di più vasto. Quindi l’uomo non si educa e non arriva alla ragione da sé. Egli ha bisogno di capi politici, di maestri, di professori, di padri, madri, fratelli, nonni e perfino di qualche zio. Se questi soggetti stanno tutti dalla parte dell’ordine esistente come può il comune essere umano, maschio o femmina che sia, fare il salto oltre l’ombra e  superare se stesso.

Stefano Bocconi: Ricordiamoci poi che esistono gli Stati, i parlamenti, i senati, i governi. Il potere è anche istituzione, è anche istruzione, coercizione e tasse. Cosa è mai un singolo da solo. Nulla. Meno di niente. La società è la sua forza, l’essere parte di un tutto che è la somma di tante parti. Suona strano ma è evidente che l’uomo è un animale che vive collettivamente come le formiche o le api. Il singolo che fa da sé e decide di staccarsi dalla società e dal comune comunicare o diventa per i molti un tipo starno, o un matto o un ribelle. Tre cose che portano guai, che provocano inimicizie, maldicenze.

Franco: Quanto dite ha del vero. C’è una spinta dell’uomo a entrare dentro la società e dentro l’ordine esistente delle cose. Ma c’è differenza fra ribellione e attività politica e c’è differenza fra il singolo che si ribella in modo acerbo e anarchico e colui che cerca d’individuare le concrete possibilità di mutare qualcosa nel reale. In fondo cosa volete cambiare davvero?

I rapporti sociali, l’economia, lo Stato?

Mutare qualcosa contro la volontà del Potere inteso come interesse delle minoranze di superburocrati, di ricchissimi, di famiglie di ricchissimi, che sono le forme delle minoranze al potere nella civiltà industriale, è cosa difficilissima. Il retto atto politico esige abilità e talento. Per questo occorre che l’essere umano riscopra la possibilità sacra di poter trasformare il suo mondo e il mondo naturale in cui vive a partire da se stesso. Quindi ribadisco che si parte dall’individuo. Anche dal punto di vista spirituale. Pensate solo a questo: un singolo diventa il simbolo di una massa di oppressi e dà ad essi una direzione, una visione del mondo, una politica. Perché questo accada occorre necessariamente un singolo che intraprende un percorso di ricomposizione  e purificazione di se stesso.

Clara Agazzi: Fregarti sul talento  dialettico è davvero difficile. D’accordo il singolo. Ma come procede poi questo singolo, cosa fa, a quali risorse attinge, come vive?

Vincenzo Pisani: Questo agire sociale e politico può esser spiegato facilmente anche da me. In origine c’è una fase c’è il momento nel quale il mondo umano e materiale comincia a sfaldarsi e a decomporsi e qualcuno prende coscienza del disastro, poi c’è la fase della chiarificazione e purificazione dei propri pensieri e del proprio spirito, o anima o se si preferisce, e della parte più profonda della propria coscienza. Dopo i due passaggi c’è l’opera di ricomposizione e di creazione di un mondo nuovo a partire dal percorso intrapreso. Ora queste tre tappe banali di qualsiasi serio processo di azione volta a trasformare il vivere collettivo esige un rapporto con le moltitudini, con la politica, con le elezioni e infine con lo Stato. Il pensiero e lo spirito devono farsi atto creativo del genere più pratico e più prosaico.

Paolo Fantuzzi: Ma questo è un processo quasi rivoluzionario. Comunque sia la vedo male. I molti di cui ragionate non ci sono nella realtà. Le genti nostre sono disfatte in mille parti, divise  fino all’inverosimile e piene di livore e di rabbia contro tutto, tutti e Dio. La politica dei partiti non ha unito ma diviso, perfino i sindacati sono divisi anche in merito alle stesse vertenze. Ecco se c’è una cosa da dire è che il popolo qui è tanti popoli divisi e rotti in mille interessi e  ovviamente dove c’è disordine  morale, rabbia e odio prevale l’interesse del più forte. Lo Stato che dovrebbe esser lo strumento tipicamente umano che somma le differenze  e le unifica in un solo corpo collettivo qui è troppo debole per poter assolvere questa funzione. Di fatto troppi non credono che andando dietro a chi predica al vento e  alle rocce si possa cambiar qualcosa. Così per i molti è preferibile il piccolo interesse, ascoltare l’opinione più forte in televisione, votare per una promessa o per un piccolo favore. Forse domani questi molti saranno diversi, ma non oggi.

Franco: I molti vivono male  e con grave disagio psicologico e  materiale questi anni tormentati. Tormentati, proprio così. La vita sembra aver perso di senso schiacciata fra pubblicità commerciale  e consumismo edonistico per pochi ma propagandato a tutti come concime per lo spirito e per la gioia di vivere. I molti sono anche dei singoli. Essi dovrebbero prendere coscienza e unirsi in una rivendicazione collettiva di un diverso modo di vivere, consumare e produrre; ma non lo fanno per avidità o per risentimento. La paura di perdere qualcosa o quella  di aiutare il rivale, l’estraneo, lo sconosciuto impediscono in molti l’azione generosa per mutare qualcosa in positivo. In fondo se uno si sente minacciato, offeso, sfidato dall’altro perché dovrebbe muovere un dito per salvare il mondo? Ricordatevi amici miei che nell’uomano esiste un principio che porta verso l’autodistruzione e il sentirsi in mezzo a un mondo ostile che ti misura e ti calcola non aiuta a sviluppare sentimenti in senso stretto ma solo pulsioni di morte, odio  e violenza.

Vincenzo Pisani: Ricordati Franco che esiste lo Stato. C’è un istituzione che deve tener assieme una collettività articolata e complessa e disciplinarla e sanzionarla per farne un corpo unitario. Lo Stato appunto. Nella terza rivoluzione industriale  lo Stato è sottomesso o condizionato da poteri finanziari e commerciali che sono riuniti nella forma delle  multinazionali e delle banche. Questi poteri  sono quello che nel Medioevo erano le famiglie dei re e dei Principi. Se non si ragiona di Stato e si ripensa lo Stato  questa tua nuova  umanità resta una cosa astratta e filiforme ovvero  una fantasia ben fatta, una nuova predica alle rocce.




9 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - discorso sulla coscienza e sul male

Vincenzo Pisani: Ora si mangia questi cinque vassoi di primi divisi fra noi. Prima che arrivi il capo per il secondo, ho da porre una domanda a tutti quanto alla luce di quanto finora detto. Dunque” Quando il problema del singolo è il problema della guerra, del male che viene dalla violenza tecnologica, strutturata, tecnologica, governativa, come si pone l’essere umano autocosciente e libero?”

 Paolo Fantuzzi: Ecco una domanda davvero difficile. Poi di questi tempi nei quali intorno ai nostri confini si sente il rombo del cannone  e sulle nostre coste sbarcano i profughi delle mille guerre dimenticate del pianeta azzurro. Come può un privato opporsi al male che travolge tutto e tutti. La guerra oggi è un mare che sale, che sale e continua  a salire e mangia la terra, invade le strade, porta via le città. Il singolo può solo salvare se stesso se è bravo e se è astuto.

Clara Agazzi: Potrebbe anche salvare altri oltre a se stesso, la guerra in fondo la fanno gli esseri umani non la natura. Non è come un terremoto o una tempesta fortissima. L’uomo è capace di distinguere.

Franco: La domanda posta è difficilissima. Se la potenza dei quotidiani mezzi di persuasione e di plagio è pari a uno in tempo di pace, in tempo di guerra questa potenza è dieci, venti, trenta e anche di più. Quindi distinguere è quasi impossibile, tenere la testa ferma è una vera e propria impresa, allora ha senso quel che ho detto finora e con più forza. L’essere umano deve trovare in sé la sua verità e la sua ragione di vita, lui deve essere il muro che non crolla e l’asse che non vacilla. La sua verità più intima e profonda  è la roccia su cui siede la sua mente, allora potrà anche far qualcosa di buono perfino per gli altri.

Paolo Fantuzzi: Ma la guerra è una roba seria. Vuol dire morti ammazzati, campi devastati, città in fiamme, lutti, macelleria umana all’aria aperta. Non sono argomenti da portare a tavola, specie davanti a questo ben di Dio. Buona questa roba. Ma come può in fondo un tipo che vive in un mondo umano così omologato, controllato, indirizzato scegliere fra il bene e il male. Dal momento che l’uomo in verità è indirizzato con forme di plagio e di cultura consumistica egli è libero da qualsiasi responsabilità. Ceco di spiegarmi così:” se c’è chi ti comanda, chi pensa per te, chi ragiona per te, chi calcola per te e tu devi solo srotolare  quel filo o avvitare quel bullone e poi mettere una X con la matita su un foglio colorato il giorno delle elezioni chi può dire che uno è portatore di un suo libero arbitrio”, quindi se non sei libero non puoi esser colpevole di un tuo atto intenzionale o premeditato. Chi è in alto è il solo responsabile, il solo portatore di ogni colpa e di ogni responsabilità, il solo soggetto colpevole. Chi è in basso nella scala sociale rimane pulito non solo perché non sa, ma perché non ha mai avuto la possibilità di sapere come funziona davvero il potere che lo domina e lo condiziona.

Franco: Mi fai lasciare questo boccone al cinghiale per risponderti. E sia! La responsabilità individuale esiste. Ma non sempre gli umani ne riconoscono l’esistenza, anzi sono incline a pensare che una parte dell’umanità per cultura, tradizione,  personalità sia estranea al concetto di responsabilità  individuale. Quindi solo coloro che sono almeno in parte consapevoli di se stessi sono in grado di trovare dentro di loro la propria personalità e la propria coscienza. Ci sono uomini e donne che questa cosa non la troveranno mai. E sottolineo mai. Tuttavia dal momento che io credo, anche se è una congettura, che la maggior parte degli esseri umani possa avere una propria personalità e una propria coscienza a mio modestissimo avviso anche in un caso estremo come la guerra non viene meno la responsabilità del singolo. Poi c’è la questione della responsabilità collettiva, ossia della società umana in cui uno vive. Qui occorre far un discorso davvero politico. Se il caso è quello d’opporsi a un conflitto o di limitare i suoi danni ci sono dei livelli. Il primo livello è la testimonianza individuale, il singolo che prende coscienza e cerca attorno a sé altri che la pensano come lui. Si tratta della fase nella quale si determina quella che si chiama una resistenza culturale, d’idee. Sotto la dittatura fascista di tante generazioni fa questo fu fatto proprio da minoranze culturali e da alcuni ceti poveri della città e della campagna. Resistere al culto della guerra fascista, che si fece rito e atto di consuetudine, nel proprio circuito di pochi amici, nell’officina fra gente fidata, in campagna al riparo da gente sospetta, in fabbrica fra compagni di lavoro. Poi quando si sono formati molti gruppi a macchia di leopardo arriva il momento dell’organizzazione, del fare gruppo, del fare contrasto aperto a poteri dispotici e autoritari o semplicemente criminali. Resistere a quel punto è creare consenso, attività quotidiana, propaganda. Ricapitolando. L’autocoscienza e la propria libertà personale riscattata da tutte le forme di plagio  e di corruzione sono le condizioni di partenza di singoli che vanno a formare una società di liberi individui secondo delle leggi democratiche.

Stefano Bocconi: Ma serve a poco la tua autocoscienza quando i denari in cassa sono il privilegio dei pochi, quando un pugno di ricchi ha il controllo di banche, corporazioni, latifondi, interi paesi, perfino città. Il denaro signore del mondo è la merce che compra tutte le merci e i tuoi umani sono merci. Si può comprare i loro giuramenti, il loro lavoro, la loro vita privata. Perché il mercato non ha un volto e un nome. Ma ha un potere enorme, e poche migliaia di superricchi e di superburocrati esercitano un potere enorme perché indirizzano miliardi e miliardi d’investimenti. Quindi perché stupirsi se pochissimi da alberghi e uffici superlusso pianificano una guerra, una speculazione, una ristrutturazione aziendale? Questo è il nuovo potere e il confine ideologico delle nuove guerre. Non più fascismo, comunismo, liberalismo, nazionalismo ma al contrario capitali investiti o da investire per creare profitto. Miliardi d’investimenti, percentuali di PIL, quotazioni di borsa del greggio, dell’oro, del rame queste le ideologie vere delle nuove guerre. Quello che raccontano i media è colore, è fantasia , è propaganda di guerra, i fatti concreti sono questi che ho appena detto. Davanti alle quotazioni del rame sulla borsa di Londra che scatenano un colpo di Stato in un paese dell’America Latina o dell’Africa cosa può il singolo dotato di autocoscienza? Io dico che può niente. Ma proprio niente! Cosa mi rispondi.

Franco: La risposta è questa: può raccontare  la verità che sente. Questo perché è importante cominciare da se stessi, ciò che è collettivo è anche individuale, quindi un punto di contatto ci deve esser fra queste due cose, altrimenti non spenderebbero i nostri tutti quei denari per la propaganda di guerra come fanno tutte le volte che capitano certe imprese militari denominate missioni di pace. Se fosse tutto meccanico, ordinato, perfetto perché dovrebbero spendere cifre e mobilitare risorse importanti per lavare i dubbi dalla testa della gente. C’è da stupirsi davvero per un fatto nuovo che si manifesta oggi . C’è consenso per le nuove guerre per le quotazioni di borsa e per il PIL come tu dici. Non parlo di un consenso strappato con la frode o con i trucchi da circo ma di qualcosa di  spontaneo, popolare, genuino. Molti hanno capito che una crescita illimitata è impossibile e che se il sistema si blocca si spacca, quindi una guerra diventa una delle possibili opzioni per provare a fermare un mondo umano che tende a sprofondare nella violenza, nella povertà, e nel disordine  e anche nel fanatismo religioso. Ecco mi fa più paura questo consenso sotterraneo, cinico, in malafede che non la massa enorme di propaganda e di manipolazione. Quindi a maggior ragione la persona perbene deve essere l’asse che non vacilla di se stesso.  Ecco mi avete fatto freddare il boccone.

Clara Agazzi: Chi per malafede e interesse finge di credere a cose assurde per poter trovare delle farisaiche scuse è di solito chi cerca d’approfittarsi della situazione, chi tira a fregare la sua stessa collettività d’appartenenza, chi ha un suo tornaconto segreto. Quindi inconsapevolmente favorisce il caos e la dissoluzione del sistema in cui vive perché lo spinge  a correre la sua strada senza modificare o rallentare e quindi a moltiplicare errori, confusione, disordine fino al disastro finale. Quindi questa parte dell’umanità mi par così negativa che è meglio ignorarla. Poi ci sono quelli che per difetto culturale, fisico o mentale credono davvero alle cretinate, anche questi mi sembrano non recuperabili a un discorso di responsabilità e coscienza. Il problema è che una volta scartate le masse di personaggi illusi o in malafede rimangono proprio quei singoli isolati o a gruppi di cui avete detto. il singolo finisce con attivarsi appunto nel suo piccolo e solo in alcuni casi spesso legati alla professione giornalistica o dell’insegnamento superiore è possibile coinvolgere migliaia o decine di migliaia di umani in un ragionamento o in una lotta civile. Una comunità di spiriti liberi che si dedica all’artigianato dovrebbe come minimo stare a cento chilometri di distanza da ogni supermercato o centro commerciale per poter vivere la propria dimensione originale. L’espressione originale  e buona di sé in mezzo a un mondo di omologati, illusi, corrotti, approfittatori, ruffiani rischia di degenerare o di doversi nascondere. Quindi la coscienza e il sapere interiore opera in ambiti ristretti, spesso privati e domestici. Questa è la realtà.

Vincenzo Pisani: Un singolo può fare uno anche quando sono in mille. Tanti singoli divisi e connessi solo via internet ma viventi in situazioni diverse e in luoghi diversi fanno forse coscienza ma dubito  che creino azione politica. Uno resta uno anche quando sono mille se non ci sono parole d’ordine, strutture politiche, regole, capi, prospettive che trasformino soggetti divisi e separati in gruppi compatti e organizzati. 

Franco: La coscienza, il rispetto di se stessi, la comprensione della propria libertà sono elementi che servono per iniziare un percorso di vita sociale e politica non per finirlo. Il male ha molte forme ma per esser davvero compreso e per suscitare davvero una reazione o una cura deve esser il male che uno sceglie di combattere.




9 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - discorso sul mondo interiore

Clara Agazzi: Questo parlare di cambiare, di mutare  i pensieri e le mentalità un discorso debole alla luce di quanto avviene oggi. La realtà ci urla che il conformismo, l’egoismo e il calcolo del rapporto fra piaceri e  interessi prevale nella mentalità dei molti.  Il denaro è oggi un culto e in quanto totalità  pseudo - religiosa è misura e ordinamento della società. Quindi una sincera e felice crescita spirituale è oggi un percorso ad ostacoli, una sorta di competizione difficile perché l’essere umano tende a dover attuare dei compromessi con l’ordine esistente.

Stefano Bocconi: Aggiungo a questo discorso che è molto  più. Il denaro è come  un fatto religioso. Cadute le ideologie e le grandi speranze nel progresso o in un dio redentore per i molti i soldi sono l’unico orizzonte e l’unica speranza. Il denaro è così potente da trasformare con forza sua originaria la vita quotidiana di ogni individuo.

Vincenzo Pisani: Già cadute tutte le speranze e tutti i valori e tutte le ideologie del secolo passato ogni discorso sull’elevazione dell’essere umano assomiglia una favola. Si può pensare qualsiasi cosa e dire di tutto, l’importante è avere i soldi per comprarsi quei beni, quelle proprietà e quei servizi che suscitano nei molti uno spontaneo rispetto. Il rispetto che deriva dall’invidia sociale. Anzi mi correggo non il rispetto. L’invidia e l’ammirazione per quel che si ha e apertamente o segretamente si desidera. La cupidigia, il piacere, lo spettacolo, l’estetismo sono i territori psicologici e comportamentali del senso del vivere per le moltitudini di consumatori sempre inappagati e sempre ardenti di nuovi piaceri e nuovi beni da consumare.

Franco: Siete troppo duri. Gli esseri umani non sono rocce che il vento, la natura e gli elementi pian piano sgretolano e spaccano nello scorrere del tempo. A differenza delle rocce possono cambiare la loro vita, i loro pensieri, le loro aspettative. Spesso con la velocità del fulmine cambia la vita dell’essere umano, anche di quello comune. C’è spesso nella vita un punto dove una cosa che era finisce, e una che non era diventa. Nascita e morte sono in opposizione.  Oggi quasi tutto nella vita sociale ha la forma dell’egoismo, della cupidigia, della morale che cambia come le banderuole che segnano il vento. Ma non è detto che questo tutto duri per sempre. Nel passato c’erano mondi umani che non sono questo qui. Oggi paghiamo la colpa di essere per così dire colonia civile e culturale di civiltà industriali più potenti della nostra, e la cultura oggi è industria del cinema, dei cartoni animati, dello spettacolo, dei videogiochi, perfino dei giochi di carte collezionabili e dei wargame. Questo è il punto. La vita sociale oggi è inserita in un mondo di consumi, spesso superflui, espressione chiarissima del presente modo di produrre, distribuire ricchezza, consumare, vivere pensando al guadagno e la profitto. Vengono venduti anche mondi fantastici, mondi immaginari, mondi fantasy o di fantascienza nelle forme del gioco, dell’intrattenimento e perfino nella forma dei grandi parchi giochi a tema. Il mondo desiderato che è altrove spesso è il valore aggiunto di un gioco di carte collezionabile, di un telefilm, di un gioco da tavolo, di un gioco per computer, di un fumetto. Allora ecco lo sforzo enorme di questi nostri giorni, ossia  elevarsi sopra tutte le apparenze e vedere le concrete possibilità. Conoscere se stessi e il proprio mondo al punto di poter agire su di esso con una libera volontà per trasformarne in positivo alcune parti.

Paolo Fantuzzi: Ma chi decide cosa è positivo e cosa è negativo. Chi stabilisce cosa è pieno e cosa è vuoto? Il singolo, il privato che qui abbiamo detto e convenuto tutti esser parte di questo sistema di produzione, consumo, distribuzione della ricchezza. Qui a sentir questo discorso si tratta di fare il classico salto aldilà della propria ombra, ossia di superare dei limiti notevoli. I mondi spirituali, morali, etici. Quei mondi culturali da costruire o da ritrovare per forza di cose partiranno da quel che c’è qui e ora, ossia si porteranno dietro la continuità con questo presente. Io conosco il mondo concreto, reale, oggettivo, ceto conosco la mia porzione, il mio angolo di marciapiede per dirla in modo semplice. Pensare che questo mondo concreto e presente si sgretoli sulla forza di ideali o di pensieri mi sembra una cosa fuori da ogni ragione. Se qualcosa cambierà sarà questo o quel pezzo e probabilmente solo per continuare questo modo di produzione capitalistico, come dite voi, con più efficacia  e con ancor maggior potenza.

 Una voce dalla cucina: “L’ordinazione per il Pisani e i suoi amici, là in sala altro vino, acqua e il formaggio presto, poi passo a chiedere per il secondo”.

Vincenzo Pisani: Ora si ragiona, per primi sono arrivati i funghi, Clara questi sono fatti proprio per te, inizia per prima a prender la tua parte. Comunque Paolo ha ragione. La mutazione non può scaturire dal vuoto cosmico, fatalmente il passato si ripropone in un presente trasformato in forma residuale o subdola. 

 Paolo Fantuzzi: Ecco che portano il resto, che gioia per gli occhi, A me il piatto con il sugo di cinghiale.  Sì è questo quel che volevo dire. L’essere umano cambia forse nome quando cambia la sua mentalità e la sua vita?  Mi par di no. Un sistema gerarchico e industriale come il presente se cambia questo o quel pezzo resta tale, di nome e di fatto. Tutto cambia e tutto resta uguale. Per trasformare questo mondo umano come lo vediamo sotto i nostri occhi con la forza e la velocità del fulmine sarebbe necessaria una catastrofe pesante e gravissima. Allora il passato e quanto del passato incide sul presente difficilmente riuscirebbe a riciclarsi, un po’ come quando nella vita di uno qualsiasi interviene qualcosa che lo travolge e comincia che so a cambiar lavoro, casa, donna, abitudini. Insomma quel qualcosa che nel parlare di tutti i giorni si chiama trauma, ma nel senso più pesante del termine.

Clara Agazzi: Questo presuppone  una miopia politica  e di sentimenti notevolissima. Umani che hanno bisogno del vulcano che esplode o dello tsunami per mutare sentimenti, opinioni, punti di vista, ragioni di vita. Ma ci deve pur esser un modo diverso di pensare  e di vivere nel mondo umano come nel mondo naturale, non si è detto qui che l’essere umano ha un libero volere e un libero arbitrio?

Franco: Tu dici cose vere. Non nego. Il problema è quale essere umano. Cosa è l’uomo oggi, non solo nella penisola ma nel resto del consorzio umano?  Io oso rispondere. Egli è una corda tesa fra ciò che è e quel che potrebbe essere. Ma non sempre è possibile essere se stessi e in particolare se stessi fino alla massima espressione. Infatti condizioni sociali, ignoranza, bassa scolarizzazione, cattiva volontà, cattive abitudini condizionano l’essere umano e lo forzano a stare in una dimensione di minorità. Per esser se stessi occorre superarsi e questo è difficile, è doloroso, occorre punire se stessi, aggredire le proprie certezza, il proprio oziare nel pregiudizio e nelle illusioni collettive. Quando ci si è liberarti dalle proprie paure e dalle proprie difese psicologiche e ci si è scoperti per ciò che si è, cosa rara e difficile, si è dentro un percorso di liberazione nel quale tutto diventa più chiaro, più luminoso. Allora quando io ragiono di singoli non ragiono di cose astratte ma di un percorso di autentica autocoscienza. Il piano materiale e del denaro è vincolante, sarei pazzo a negarlo. Tuttavia non è quello il punto di svolta, ci sono sforzi e lavori interiori che difficilmente possono esser risolti con adeguate dosi di quattrini profusi a specialisti, esperti, chiarissimi docenti. Pensate a una società di umani che non riesce a liberarsi dai suoi limiti culturali e ad accettare la moneta come merce di scambio. Quando incontra questo mondo umano della civiltà industriale quella collettività, magari arcaica e  tribale, viene disintegrata e disfatta. Queste cose son accadute nel passato quando tribù primitive hanno avuto la sventura di trovarsi davanti ai colonizzatori. Questo discorso lo faccio a voi per dirvi che alle volte quello che ci sembra fisso, stabile, certo nelle nostre vite può esser travolto e disperso. Allora ecco che deve emergere l’essere umano che ridefinisce la sua vita e le sue ragioni più intime e profonde. Certamente la pressione del presente è fortissima, sicuramente chi subisce questo processo si sente oppresso e schiacciato. Per questo io dico che occorre trovare l’uomo interiore, ciò che è fisso e stabile. Da questo punto si può far leva per reagire al male del mondo e costruire secondo misura.

Paolo Fantuzzi: Ma la tua è una dimensione interiore, un fatto privato. Passi dal singolo alle moltitudini con estrema facilità e senza contare le differenze di tutti i tipi: dal ceto sociale, al denaro, alle origini, anche fisiche e di natura morale. Non c’è certezza e non c’è metodo in quel che affermi.

Franco: Ma il mio concetto è che non si può liberare gli altri senza liberare se stessi, non si può dare una misura la mondo se non si è misura del proprio mondo, non si può dare leggi se non si ha un concetto di legge. La negazione di tutto il mio discorso, tanto per fare una prova al contrario, si dà nel momento in cui  la realtà dell’interesse egoistico e del profitto privato sacrifica intere collettività con speculazioni finanziarie, edilizie, monetarie. Quando non ci sono limiti e confini al profitto, all’interesse privato c’è la negazione del mio discorso. Se l’umano è privo di limiti e di regole o volutamente le distrugge in quel caso c’è l’impossibilità di arrivare a fissare qualcosa di stabile e di certo nella vita interiore proprio come  nella vita collettiva. La distruzione creativa tipica della civiltà industriale insita nella parola “change” è la regola alchimistica del “Solve et Coagula" resa però tendenzialmente distruttiva dai processi meccanici del modo di produzione, i quali per loro natura non conoscono la dimensione della purificazione. Comunque vedo che vi siete serviti da soli, vi dispiace lasciar qualcosa al vostro contadino e mago di provincia, vorrei cenare dopotutto. Clara mi passi quel vassoio di ravioli burro e salvia, a vista mi par che promette bene.




4 agosto 2014

Sintesi: Il Maesto - secondo atto - Immagine pubblicitaria e civiltà industriale

Stefano Bocconi: Il falso è parte della pubblicità e delle pubbliche relazioni che devono venderti qualcosa, ma non è un falso in quanto falso. Non è un falso da risposta secca del tipo SI/NO. Si tratta di un falso che spesso è mischiato al vero, a immagini comuni, a speranze, a desideri, spesso desideri sessuali, talvolta a  frustrazioni. La pubblicità e i trendsetter reinventano il senso del prodotto, attribuiscono ad esso un valore, uno stile di vita, una logica dello stare al mondo che esso di per sé non ha.

Vincenzo Pisani: Già proprio così. Questa è la potenza dei trendsetter e di quelli che fanno pubbliche relazioni in modo professionale. Sono i creativi del valore aggiunto immateriale, i realizzatori  della molla psicologica che crea il profitto coloro che mandano avanti l’industria della pubblicità e delle pubbliche relazioni. Il consumatore è per prima cosa un essere umano. Quindi come tale ha frustrazioni, ha paure, ha desideri, ha istinti repressi, spesso ha una vita sessuale infelice, è un consumatore di sostanze insalubri come tabacco e superalcolici, talvolta è psicologicamente ferito per delusioni negli affetti, negli amori, nella vita professionale. In altre parole ogni umano ha dei punti di rottura, dei lati deboli; qualcosa su cui si può far leva  per spingerlo ad acquistare dei beni o servizi. Del resto a che servono donne bellissime nude o seminude nella pubblicità se non per attirare l’attenzione di maschi adulti, a cosa serve infilare dei bambini piccoli nella reclame di prodotti per la colazione o per la casa se non per andar a colpire la fantasia di chi ama la vita domestica e gli affetti familiari. La testa dell’essere umano è come se fosse di plastilina. Può esser manipolata e rifatta se l’artista della manipolazione ha gli strumenti giusti.

Franco: Sagge parole, ma nessuna di esse è tranquillizzante. Del resto devo riconoscere che è molto difficile cambiare questo stato di cose visto l’enorme potere di trasformazione delle credenze e dell’immagine del mondo che ha l’industria della pubblicità. Va da sé che essa non è un mostro irragionevole ma un prodotto di rapporti di produzione capitalistici entro i termini di una terza fase della civiltà industriale. Il computer, la televisione, la radio, internet,  la telefonia mobile  hanno trasformato i linguaggi parlati e l’immagine del mondo della quasi totalità degli abitanti del Belpaese. Quindi quale strumento più coerente per trasformare la mentalità e le abitudini della pubblicità commerciale che può penetrare in tutti questi canali di comunicazione. Questo però porta a un grave problema per i pochi che riflettono e ragionano sul futuro e sul destino collettivo, ovvero quali strumenti e quali attività possono esser attivate per evitare di esser vittime di questo modo di trasformare di continuo la nostra immagine del mondo. Il problema del porsi davanti al male di vivere in termini ragionevoli e attivi e deve tener conto della forza enorme di questa industria della pubblicità che è un vero e proprio esercito di avvocati, psicologi, antropologi, esperti di comunicazione, tecnici, registi, attori, burocrati…   Dirò di più a questo proposito. Essa è una delle manifestazioni più riuscite e complete del potere di oggi, perché oggi il potere è prima di tutto finanziario e ha bisogno di una efficace industria delle pubbliche relazioni e della pubblicità.

 Una voce dalla cucina: “Per i secondi passo fra poco. Intanto faccio fare  i primi”.

Vincenzo Pisani: Io non mi sono mai sentito un plagiatore. Comunque è vero quel che dici, ma c’è di più. Il conformismo lo hai messo fuori dal tuo discorso. Invece è stato tanto ai miei tempi e lo è ancora. Molti umani, anzi  moltissimi, non hanno una forte coscienza e identità e questo vale anche per le donne. Quindi imitano figure che gli sembrano carismatiche, o le mosse dei divi del cinema, o le frasi fatte dei divi dei telefilm, o le posizioni delle dive delle passerelle e delle presentatrici. I trendsetter insomma. Ma a coronamento di questo c’è l’abitudine, la ripetizione, la banalità dell’atto che trasforma qualcosa che di per sé è un gesto da palcoscenico in un qualcosa che va bene, che è accettato. Pensate per un momento a quelli che devono farsi vedere in piazza o in paese con abiti e scarpe firmati. Sono una maggioranza ma devono cercare di staccarsi dalla massa di cui fanno parte per qualcosa di individuale, per il possesso di un bene che dimostri che hanno una personalità, uno status sociale, un ruolo, un senso. Il singolo che è solo nella moltitudine di atomi umani che schizzano dovunque  vuole sentirsi protagonista proprio come i personaggi famosi e quindi li imita e imita anche i molti che imitano quei pochissimi. Di fatto quando una tendenza supera certi numeri diventa un  fatto ordinario, una moda, una questione di smercio di volumi di merce prodotta chissà dove  e fatta pagare cara per via del valore aggiunto che assume in quanto bene che si compone di una natura materiale e di una immaginaria. L’essere umano imita i pochi ricchi e famosi e imita subito dopo i molti spesso come lui, ossia né ricchi e nemmeno famosi. È come se avesse il bisogno sia di distinguersi e nello stesso tempo di esser accolto in una  sorta di collettività dedita alla produzione e al consumo. Devo dire che parlando con il professore, che sta laggiù a quel tavolo, più volte si è ragionato come i ceti gerarchicamente in basso nella scala sociale tendono a imitare alcuni comportamenti di coloro che stanno in alto. Pensate per esempio alle vacanze, prima della civiltà industriale erano una prerogativa dei nobili che andavano nei loro feudi e possedimenti anche per  controllare i sovraintendenti e i  lavori agricoli della servitù. Poi con la civiltà industriale è diventata la vacanza una vera e propria industria dello svago e del divertimento per le moltitudini. Ciò che era inferiore e in basso nella gerarchia sociale si è elevato e ha  costruito la sua versione e il suo concetto di vacanza e di viaggio d’istruzione.

Paolo Fantuzzi: Uno come me che ha scorrazzato fino a ieri con il camper non poteva intuire di aver ereditato una tradizione con un passato così illustre. Comunque esiste o non esiste nel tuo discorso quella cosa che si chiama libero arbitrio? In fondo si è padroni della vita propria, si dovrebbe poter accettare o rifiutare quel che passa dalla televisione, da internet o chissà da dove.

Vincenzo Pisani: In gioventù la pensavo proprio come te. Poi ho avuto dei ripensamenti. Mi sono accorto di quanto per vanità, ignoranza, superficialità l’essere umano sia vulnerabile alla lusinga, alla tentazione, al conformismo, alla soddisfazione dei suoi desideri e perfino delle sue passioni.

Clara Agazzi: Questo parlare vede solo il lato negativo, in fondo ci deve pur esser una dimensione positiva e sana. Pensate per un momento a chi fa volontariato, a chi lavora per il prossimo, a chi fa atti di carità. Io credo che esita l’emulazione anche in positivo e non solo per la soddisfazione di un capriccio, di un desiderio sessuale represso che deve trovare una sublimazione in altre forme, per trovare una scala psicologica e salire sopra i suoi limiti e le sue paure. Mi risulta che milioni di umani abitanti nella penisola si danno da fare in molti modi, dagli orfani a coloro che si occupano di cani e gatti abbandonati. C’è chi occupa perfino di rapaci e volatili in generale. Forse è la logica con cui vengono usati gli strumenti di persuasione che è perversa perché eccita quello che nell’essere umano crea contrasto, egoismo, desiderio di rivalsa, fuga dalla realtà,  volontà di potenza. Se la logica è l’esaltazione, in diverse forme e  figure, dell’esercizio arbitrario e  personale del potere su uomini e cose o della capacità di piegare alla propria volontà la natura mi pare ovvio che si pervenga a una vasta umanità di umani soli, infelici, aggressivi e frustrati. Come è arcinoto lo scarto fra i desideri, di per sé infiniti, e la realizzazione degli stessi è un qualcosa che richiama distanze infinite e tempi di realizzazione ignoti . Se si mostra che tutto è possibile e si spingono milioni e milioni di umani a credere questo è ovvio che il risultato sarà una grande allucinazione collettiva che non può che costruire una civiltà fatta di gente frustrata, infelice, alienata, desiderosa di sempre nuovi piaceri e nuove acquisizioni per placare le sue paure e il proprio disagio interiore. Ma chi ha detto che può finire così. Gli stessi mezzi possono esser usati per rendere consapevoli gli esseri umani, per migliorarli, per purificarli dalle loro stesse paure, dai loro limiti.

Franco: Potrei dire che è giusto quanto affermi. Ma non lo farò. Occorre riconoscere quello che è il principio di realtà che urla in faccia a tutti noi qui seduti, e non solo, il fatto banalissimo che quest’industria ha come suo fine il creare profitti. Punto e basta. L’industria dello spettacolo e della pubblicità sono in stretta unione ed entrambe devono creare è profitti per azionisti, produttori e finanziatori. Altrimenti non è industria è volontariato culturale. Qualcosa di diverso, di altro. Noi per esempio con questo discorso stiamo attuando una microscopica forma di volontariato culturale. Stiamo allargando la nostra visione della realtà per mezzo di un libero scambio di punti di vista.  Ma prova a pensare una vicenda si una dimensione produttiva dell’industria “culturale” di oggi, nella quale sono stati  investiti milioni di euro o di dollari. Chi finanzia vorrà almeno far pari con quanto speso. Quindi i buoni propositi si fermano davanti al profitto che è il motore finanziario del modo di produzione capitalistico. Allora il problema è come si concilia il presente modello di produzione e consumi con le istanze che porti. Una risposta possibile è che non è conciliabile, una seconda risposta possibile è che occorre costruire un potere che bilanci lo strapotere del dio-quattrino, una terza è che occorra aspettare che crolli tutto il sistema per ricostruire dalle macerie un nuovo ordine.

Paolo Fantuzzi: Ma tu che cosa ne pensi? Perché hai una risposta ne sono sicuro!

Franco: Devono cambiare interiormente gli esseri umani. Occorre un processo di liberazione dalle paure e un processo di potenziamento della mente e della consapevolezza di se stessi. Non confondetemi con un ciarlatano che predica di stregoneria e di pozioni. Sto parlando di crescita interiore e d’elevazione fisica e psichica. Occorre guarire se stessi dal proprio intimo male di vivere per superare questo presente.




2 agosto 2014

Sintesi: Il Maesto - secondo atto - Immagine e potere politico

Franco Fusaro: Questo è vero. Destino collettivo e realtà concreta e quotidiana di solito coincidono. Tuttavia è diverso il punto di partenza. Clara parte dal soggetto, dall’individuo. Io da enti collettivi  che seguono il loro corso storico secondo natura.

Stefano Bocconi: Lo ripeto. Vi capiscono forse una dozzina di persone in tutta la penisola. Tuttavia cosa si fa per i primi. No dico! Siam venuti qui per il tortello di patate alla pratese giusto?

Paolo Fantuzzi: Certo. Si è scollinato per ore per cosa, per mangiare le tagliatelle?

Franco: Qui sono buone anche le tagliatelle, comunque sia possiamo fare come fa di solito il professore con gli amici, ossia una scelta di primi da dividere fra commensali. Proporrei visto che siamo in cinque una scelta sui tortelli e sui ravioli.

Clara Agazzi: Calma uomini.  Almeno un primo vegetariano lo esigo, siate signori!

Stefano Bocconi: Io intanto liquido quel che avanza delle focacce. Olio. Buono anche l’olio con un po’ di sale e pepe faccio una sorta di fettunta.

Vincenzo Pisani: Consiglio di scegliere i principali piatti di tortelli e di dividerli secondo i gusti, se volete parlo io con il padrone, mi conosce (sic). In fondo anche questa è cultura, cultura gastronomica.

Franco: Già il Belpaese è famoso per il cibo, sembra che siamo messi meglio degli altri in materia.

Stefano Bocconi: Assolutamente. Infatti copiano i nostri prodotti alimentari, si divertono a imitare pizza, sughi, formaggi, salumi, tutto. Poi fanno una bella confezione ci stampano sopra qualcosa di pacchiano che ricorda le nostre genti e lo mettono nei loro supermercati. Fanno i soldi vi dico. I soldi veri. Dove sono le nostre multinazionali nel settore alimentare? Chi le ha viste?

Paolo Fantuzzi: Non lamentarti sempre. Cosa volevi essere? Un australiano che vende la pasta e il vino rosso e magari la polenta fritta con il sugo di funghi?

Franco: Sulla pasta non so. Per certo ti dico che il vino ormai è un prodotto dell’Australia, e di sicuro l’enologia non è una cosa tipica né degli aborigeni e meno che mai degli anglosassoni. Ma da tempo discuto e ho discusso con il professore e con il Pisani qui sul fatto che all’estero non solo si copia ma spesso si prendono cose che riguardano questo paese e si spacchettano, si scompongono e poi si ricompongono per far mille prodotti. Alle volte basta poco: un campanile, un piatto tipico, una torre del Rinascimento, un paesaggio tipico, un nome. Basta prendere il riferimento, toglierlo dal contesto e il gioco è fatto. Una roba da alchimisti del marketing. Devo dire che presto prendere ad altri qualcosa per cambiargli di segno e sfruttarlo per i propri fini è tipico anche delle forme della propaganda occulta o palese.

Clara Agazzi: Questo tuo ragionamento ci porta dal cibo al quotidiano. Basta pensare che oggi è possibile con le risorse multimediali togliere dal contesto delle immagini e collocarle in uno diverso, con i fotomontaggi e i ritocchi si può creare una vera e propria realtà illusoria. Pensate alle foto delle riviste di moda o alle foto della cronaca scandalistica. Avete notato che in estate nelle foto dei paparazzi che ritraggono i VIP che vanno al mare non piove mai. Anche con un’estate tormentata dal maltempo le signore famose  sono sempre seminude in spiaggia con fidanzati, mariti, figli, manager,industriali e gente del genere. La famosa nuvola dell’impiegato non esiste per loro ma solo per i comuni mortali. Siamo talmente abituati agli stereotipi da essere prevedibili per quel che riguarda la nostra immagine del mondo.

Stefano Bocconi: Il falso tecnologicamente calcolato non é solo del commerciale in senso stretto. Non c’è un solo settore dalla pornografia alla politica che si sottrae alla manipolazione. Oggi  la manipolazione delle immagini, delle parole, dei contesti è costante. Da anni vado maturando una sorta di reazione a questo schifo. Mi sento come se ogni giorno qualcosa volesse trarmi in inganno, magari è solo un ritocco per provare con qualche immagine a far passare nella mia testa un marchio o un prodotto.

Vincenzo Pisani: Già a questo mondo poco conta arrivare a una propria verità e talvolta può esser cosa imbarazzante o pericolosa. In realtà siamo in un mondo dove tanta parte dell’umanità si compone d’ingannati e d’ingannatori. Ci si meraviglia se in questo quotidiano tutto volge alla decadenza e alla corruzione? Comunque, con il vostro permesso io ora farei l’ordinazione ovvero una scelta di tortelli e ravioli della casa con ragù, ragù di cinghiale, burro e salvia, funghi, pomodoro piccante. Cinque sapori per cinque commensali. Mi pare una cosa buona. Poi sul vostro discorso volevo dire che dovete pensare anche ai luoghi comuni. Quanti stereotipi abbiamo in testa? Per esempio i VIP. Ma perché devono per forza stare al mare o sul veliero di turno. Ma uno di loro che se ne va in Nepal o in Tibet a respirare l’aria rarefatta fra le nevi perenni in mezzo a terre di ancestrale spiritualità? Una di queste attrici o presentatrici  che sale sulle montagne più alte del mondo a bere tazze giganti di tè con sale  e burro di yak non c’è mai? Non vi sembra una coazione a ripetere, anzi una grande finzione? In fondo siamo noi comuni mortali del ceto medio, ma anche medio-basso, che li vogliamo vedere così. Io per assurdo m’immagino che certi di questi signori e di queste attrici, presentatrici, e Dio solo sa cosa, che mollato il palcoscenico della spiaggia corrono con la valigia piena di antibiotici e medicinali per lo stomaco verso il tetto del mondo o le rive del Gange. In fondo per loro sarebbe questo un modo per distinguersi da noi banali piccolo-borghesi che li scrutiamo dalle pagine di un rotocalco. Anzi, a  pensarci bene è di gran lunga più esclusivo e degno di nota l’andare a giro con una borsa di antibiotici, antidolorifici, disinfettanti che non quello che ritraggono di solito i paparazzi sulle spiagge di Sardegna e Toscana  e che finisce spessissimo sui portali dei motori di ricerca.

Franco: Sagge parole amico mio. In fondo i luoghi comuni sono armi comuni per tutte le forme di propaganda e di plagio. Cosa c’è di meglio di uno stereotipo per far  credere cose altrimenti soggette a critica, a verifica, a serio esame. Con un luogo comune, con uno stereotipo, con immagini ripetute migliaia di volte si raggiunge lo scopo, si crea un genere, si costruisce una serie di discorsi. Funziona così anche la propaganda di guerra. Pensate a l fatto che in fondo per creare l’immagine  e la paura del nemico non sono necessari più di dieci luoghi comuni sul nemico ripetuti migliaia di volte in forme diverse da tutti i mezzi di comunicazione. Pensate solo al discorso banalissimo che si fa di solito raccontando che il nemico uccide i bambini o che sevizia gli animali domestici dei vinti. Funziona. Masse enormi di disgraziati finiscono con credere a queste idiozie e a qualsiasi altra favola venga loro propinata. Il che non vuol dire che in guerra non ci siano cani, gatti e bambini che vengono accoppati, solo che essi sono un luogo comune facile da sfruttare da parte della propaganda. Il potere politico in fondo è per motivi suoi di carattere professionale. L’attività politica organizzata usa abitualmente slogan e luoghi comuni per veicolare l’immagine del mondo che vuol far passare. Attenzione non sempre l’immagine della realtà che il politico presenta è quella in cui crede davvero, di solito il soggetto politico distingue fra ciò che deve far credere agli altri e ciò che davvero sa. In fondo anche Machiavelli raccomandava a chi volesse raccapezzarsi intorno alle intenzioni dei potenti di meditare sugli atti concreti dei principi e dei re. Da ciò che è concreto nell’azione politica spesso si deduce cosa davvero sa il politico e cosa davvero vede. Ma questo vale anche per l’ordine delle cose attuale, occorre sempre vedere il lato concreto dell’agire politico. La politica è un fatto concreto, non sempre lo è la sua immagine costruita con arte e sapienza illusionistica.

 Si sente una voce: “Allora se il Pisani ha finito di chiacchierare verrei a prendere l’ordine. Avete deciso?  Le specialità della casa. Bene. Subito questo foglio in cucina”.

Vincenzo Pisani: Il padrone qui mi conosce, a suo modo è un tipo importante da queste parti. Uno che si è fatto da sé. Poi c’è da ordinare il secondo. Che vogliamo fare pizza o bistecca, chiedo al padrone di farci vedere che pezzi ha. C’è anche la selvaggina se vi va. Qui son bravi un po’ con tutto.

Paolo Fantuzzi: Certo che questo posto lo conosci davvero bene. Mi sembri uno di quelli che fanno la pubblicità occulta e lasciano dei messaggi per far girare il nome del prodotto per cui lavorano. Del resto oggi non è più necessario neanche far lo spot basta far sapere e far ripetere che il VIP tal de tali ha comprato questo o quello e l’effetto desiderato è raggiunto.

Vincenzo Pisani: In gioventù quando ero studente ho lavorato nelle pubbliche relazioni.  Comunque quelli di cui ragioni si chiamano trendsetter, un termine inglese per indicare coloro che orientano o determinano una certa moda specie nel vestiario o negli accessori. Evidentemente coloro che sono già famosi e piacciano a un vasto pubblico sono soggetti ideali per veicolare una moda, certi accessori, certe merci della categoria dell’elettronica di consumo. Perfino gli snack vengono lanciati sul mercato attraverso campagne pubblicitarie mirate che usano i trendsetter,.



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