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14 luglio 2015

Ripubblicata la favola di Bananìa

La Favola di Bananìa

 

 

Dove in poche righe si parla di Bananìa

 

Il popolo di Bananìa era uscito a pezzi da una serie di grandi macelli di natura militare che sono soliti dare un senso e un cammino alla razza umana, nonostante il difetto di ridurre il numero di facenti parte della stessa.    Del resto a tale specie di bipedi, senza troppe pretese, i Bananiani appartenevano, e per così dire, non si erano sottratti alla generale spinta suicida.    Di solito quando quei vasti insiemi di umani associati, comunemente detti stati, imperi o anche regni, sono travolti da grandi stragi e devastazioni essi traggono dal meglio della loro gente i capi e regolano le cose della politica verso quel bene supremo che è la mera sopravvivenza.  Bananìa a onor del vero seguì proprio il consiglio opposto, anche per  il consiglio dei vincitori della Seconda grande spartizione del mondo ebbe in sorte la cleptocrazia più nota e biasimata in cielo e terra per incapacità, idiotismo, ignoranza, spirito ebete, malafede, e destino tapino. 

Quindi, fino all’inverosimile e nel più grave momento,  i capi di Bananìa seguirono il consiglio e l’indirizzo di fare il bene degli approfittatori, dei ladri, dei mascalzoni, e della peggior gente del consorzio umano.   La Cleptocrazia è dopotutto il governo dei poteri criminali organizzati e in ciò le genti di Bananìa ebbbero una sorta di coerenza politica.    La classe politica e imprenditoriale, che senza adeguato senso del ridicolo si definiva Classe Dirigente, fu una sorta di poesia al contrario: politici arrivisti e cialtroni, imprenditori pronti alla fuga con la cassa, banchieri dediti alla fuga con l’argenteria, intellettuali mercenari un tanto al chilo, signorine e signore della più alta società che parevano uscite dal braccio femminile di qualche carcere di massima sicurezza.    Questo troiaio moltiplicato per migliaia di soggetti con masse di nullafacenti parassiti adulatori, servi sciocchi sporchi e laidi e seguagi pazzoidi e psicolabili andò avanti per tre generazioni protetti da equilibri geopolitici pericolosissimi e dalle bombe degli eserciti stranieri che bivaccavano nella terra dei Bananiani.

Questo era un frutto amaro della precedente spartizione del mondo di cui si è già detto.   La presuntuosa e impunita ladrezza dei capi e la loro meschinità al rovescio produsse nei molti uno spirito di emulazione  che fece del popolo di banania uno dei più ignoranti e ladri del pianeta, ma poiché non si può esser ladri se non c’è niente da rubare la volontà di trafficare e di barare al gioco triste e malvagio del commercio varcò i confini e produsse la prima industria del paese quella del crimine organizzato.

Il denaro dei malavitosi doveva però anche esser ripulito e da qui si generò una grande attività industriale e commerciale che fece la fortuna del suddetto paese di criminali organizzati e di mascalzoni impuniti e che permise alle sue anime belle di vivere senza sporcarsi le mani impegnandosi in tante e diverse attività più o meno oneste.  Coloro che erano onesti mostrarono dunque ai forestieri fino a che punto il vivere onestamente fosse una  suprema e artistica forma d’ipocrisia  sapendo che tutto il denaro del sistema era il frutto di numerose attività indegne e questo enorme capitale veniva lavato e lustrato a nuovo attraverso il sistema bancario.

La ripulitura del denaro sporco ebbe conseguenze surreali in quanto per mascherare la natura della ricchezza i ricchissimi si diedero a manifestazioni di mecenatismo e di filantropia di conseguenza: con il traffico dei rifiuti tossici in paesi sfortunati vennero indirettamente finanziate attività editoriali e culturali,  con i traffici di armi e droga fu creato un sistema finanziario articolato che finì per avere come ricadute il finanziamento di gallerie d’arte, musei, industrie avanzate, depuratori, infrastrutture.

 Una piccola parte di questa massa monetaria si trasformò in prestiti allo Stato per pagare l’esercito e le scuole con il meccanismo del debito pubblico.  Fu tuttavia il fantasioso e multiforme commercio dato dalla tratta delle bianche, dallo sfruttamento della prostituzione e dal traffico di umani detti immigrati clandestini, questo in verità possibile solo grazie ad estese complicità, che arrivò dove il resto non era arrivato.   Questo grande mare in movimento  di denaro venne riciclato in uno straordinario fervore edilizio che avrebbe fatto impallidire e umiliato i costruttori delle piramidi o delle cattedrali medioevali; sull’intera penisola si rovesciò una massa oscena e informe di periferie squallide, di capannoni nati male, di centri commerciali senza senso e brutti, ma così brutti che sembravano uscire da un incubo frutto di menti drogate con sostanze pericolose e molto pesanti da reggere, e poi stadi, galere, e case popolari e ville per siuri.    Miracolosamente neanche un solo edificio era umanamente passabile.

Questo regno del brutto e del deforme creò milioni di posti di lavoro fra edilizia e indotto,  e come esito la popolazione vivendo in tali luoghi divenne cattiva, ladra e stupida, e per gradire ignorantissima di ogni cosa.

In tanta rovina le passate culture di Bananìa, che pure avevano avuto nel remoto passato una loro discutibile dignità, sembravano dei fantasmi che vagavano sulle rovine e dentro i castelli medioevali, quelli di cui si favoleggia ma dei quali mai si trova la prova della loro esistenza.

Il crimine organizzato e un ceto politico di scellerati e di miserabili dementi con queste premesse organizzò un paese talmente corrotto, osceno e inaffidabile che nessuna specie, nemmeno del regno vegetale e minerale, dava a questi bananiani il minimo credito o la minima stima.

La bestialità della vita e la rozza ignoranza della maggior parte della popolazione facevano di questo paese una terra di diavoli senza ritegno e dignità; ma anche senza inferno, cosa che avrebbe almeno concesso loro la grandezza del male.

La mancanza di dignità era un dato originale, in quanto a causa delle sciagure di questo popolo, la popolazione aveva preso a chiamare padrone chiunque potesse elargire un pasto o una mancia o l’occasione per portare ad effetto qualche espediente per guadagnare del denaro.   Tale era il vivere dei potenti e dei loro satelliti e ugualmente tale era quello di coloro che vivevano nel bisogno  o del proprio lavoro.

 

 

 

Come la degenerazione fu fonte di salvezza

 

Il risultato fu un popolo talmente privo di quelle caratteristiche di decenza, onestà e forza di coesione che quando le grandi potenze uscite vincitrici dalla Seconda Grande Spartizione del Mondo, presero la risoluzione, dopo uno stillicidio di piccole guerre, stragi, azioni indegne e vendette di porre in essere una Terza Grande Spartizione del Mondo nessuno prese sul serio i bananiani che furono lasciati sul limite del grande macello di popoli.

I Grandi della terra non presero in considerazione un popolo così miserabile, l’onore di far parte degli eletti che sparivano nel regno delle ombre fu quindi lasciato a gente più degna; i quali stavano annientando un patrimonio unico di beni, umani utili, animali, piante.

Solo le grandi banche nei paradisi fiscali gioirono degli straordinari profitti che la guerra generava, anche se non era certo se sarebbe sopravvissuto qualche bancario o finanziere per contare il malloppo. Ma come è noto per banchieri e finanzieri la sopravvivenza della specie umana e dei viventi in generale non ha spazio nei loro calcoli e nei loro progetti; la morte di tutto e di tutti è irrilevante, il capitale è un Dio che può vivere in astratto anche all’interno di un pianeta morto.

Il popolo bananiano fu felice di non venir massacrato per gli imperi altrui e con indifferenza videro partire gli occupanti dediti a rischierarsi, così si espressero, in punti strategici e quindi ad unirsi a quelle masse di armi e armati che le città del mondo stavano vomitando sul pianeta azzurro.    I politici screditati di Banania rigettarono sulla malevola loro gente tutte le  scemenze che la loro fertile mente partoriva, mentre le città del mondo sprofondavano, colpite a morte dalle armi chimiche e nucleari di nuova concezione, e venivano avvolte  nelle nubi tossiche.

Fu con la fine delle grandi masse che venne meno il monoteismo, forma di adorazione del divino costruita apposta per gruppi di fedeli numerosi da riportare a una regola di vita e a una legge unitaria. Come conseguenza di tanta strage, resuscitarono dagli inferi gli Antichi e subito essi presero a scrutare quella strana umanità che li aveva abbandonati.

In verità non fu tutta gloria, i rappresentanti del Dio unico avevano da tempo intrapreso forme di proselitismo e adorazione che puntavano su personaggi carismatici, introducendo nel monolite dei culti del  Dio Unico forme di adorazione pagana e idolatria.

Gli Dei della guerra molto si rallegrarono del massacro e di vedere tutte le arti degli umani, che del resto a ciò sono votate, piegarsi alla sua prediletta.   Felice vide il mondo sprofondare in lutti infiniti e con lui Plutone signore dei morti e Mercurio dio dei mercanti e dei ladri assai soddisfatti lodavano il gioioso momento dove i denari venivano spesi, i furti e i crimini erano cosa di tutti, e le gole del tartaro erano colme di anime di trapassati; le ombre popolarono di nuovo gli inferi degli Dei pagani. In fondo la distruzione delle masse di viventi ebbe l’effetto di costituire un grande rito di evocazione che cancellava un tempo e riportava sulla terra il dominio dei molti Dei.

Solo Bananìa fu causa dello  sdegno del Dio Rosso, ovvero di Marte.

Si chiese come poteva esistere un simile popolo e in una terra che gli pareva ai suoi tempi, che nella sua mente divina erano lontani nel ricordo ma lieti perché li associava a fresche e violente stragi, popolata da ben diversa gente. Lui per prosperare aveva bisogno di uomini e donne di forte tempra, aggressivi, con corpi pronti alla lotta, i mercenari infidi, i grulli dal grilletto facile, gli sciagurati in divisa erano un problema, anzi una disgrazia. Ancor di più questo quadro gli appariva negativo osservando la natura imbelle, dissoluta e scema di tanta parte delle genti di Bananìa.

Crucciato osservò un popolo talmente scellerato che veniva bandito dalla guerra.  Meditò una vendetta e stabilì offeso che avrebbe mutato l’odiata cleptocrazia che si permetteva di sopravvivere a tanta strage  truccandosi malamente da Democrazia.

La quale, essendo la forma di governo dei criminali, era prossima al collasso.

Come accade talvolta un fatto lontano provoca disastri a grande distanza e presso popoli ignari e incolpevoli e così fu per questa guerra altrui che mutò nel fisico e nella mente i Bananiani.

La classe dirigente, se così la possiamo definire, di Bananìa aveva subito una selezione al contrario parallelamente alla raffinazione e selezione dei principali leader dei gruppi criminali.  Alla barbarie della degenerazione politica, commerciale, umana  e sociale faceva seguito la crescita in termini di potere e consenso dei principali gruppi criminali.    I quali per non far brutte figure e per meglio farli passare inosservati infiltravano fra i politici solo ed esclusivamente i peggiori elementi, i cialtroni patologici, gli ignoranti cronici, i narcisisti con problemi di droga, i mitomani scemi .

Tuttavia la delinquenza organizzata aveva bisogno di una situazione politica e militare ben diversa dai macelli immani che si venivano a creare in quel periodo, senza umani vivi venne meno il commercio delle armi leggere, lo sfruttamento della prostituzione, lo spaccio di sostanze stupefacenti, il traffico di organi, il furto e lo smaltimento illegale dei rifiuti, l’incendio, doloso, gli omicidi e i ricatti e ancor di più i  sequestri vera industria mondiale che dava lavoro a centinaia di migliaia di operatori e a decine di banche e a un paio di paradisi fiscali.

Le prime cento bombe nucleari, per maggior celia gli esperti le chiamarono tattiche, chiarirono che era inutile fra i milioni di ombre nere e gli scheletri di centinaia di migliaia di edifici cercare chi potesse pagare un riscatto, praticare attività moralmente riprovevoli o comprare droghe, fosse  un governo o un privato.  Ciò che rimaneva era il collasso di ogni civiltà industriale e di massa, e senza la società di massa non c’è criminalità organizzata e quindi neanche cleptocrazia.

Quel consorzio umano cessò, finì d’improvviso senza nemmeno un congedo accettabile, cosa che implicò il collasso dei poteri criminali e quindi anche del sistema politico di Bananìa.

La debolezza del potere politico e della società aveva fatto prosperare la criminalità, la quale di contro aveva finanziato e favorito l’ordine costituito, in qualche caso aveva concordato con le forze dell’ordine la consegna di qualche delinquente reo di delitti infamanti per distrarre l’opinione pubblica.  Stavolta il gioco era finito, niente grandi truffe coi soldi, e con le perversioni delle grandi masse imbelli e dissolute della civiltà industriale post-fordista, per un semplice e banalissimo motivo: le grandi masse stavano venendo meno per motivi biologici. Gli effetti della guerra si fecero sentire in tutta Bananìa con drammi indicibili, la vita divenne dura anche per i delinquenti costretti ad assistere al crollo del loro mondo; il Dio della guerra volle soddisfazione dei torti subiti da tali genti scellerate, e liberò l’antica Dea della giustizia dalle catene dette “del civile buonsenso e della ragion di Stato” e la condusse nella penisola triste ed empia. Il Dio voleva il ritorno di popolazioni forti e audaci perché voleva seguaci degni di lui.

Il suo spirito dimenticato da troppe generazioni iniziò a risvegliare in molti una rabbia, non proveniente dalla testa ma semmai dal basso ventre.

Fu così che nel volgere di una mattinata, mentre gli addetti si sbarazzavano delle carcasse di umani, cani, gatti e altre bestie decedute per le pestilenze scatenate dagli attacchi con i virus e per la carenza di medicinali, tutta Bananìa si fermò; fu una paralisi contagiosa, anzi uno sciopero, e nella notte divenne una rivoluzione irreversibile, alla quale non partecipò un solo politico  in disarmo o in carriera che fosse.

Il sistema politico-criminale sparì e si disgregò nel giro di una settimana, lo Stato e le Istituzioni da decenni cadaveriche impiegarono un pomeriggio soltanto.

L’intero potere della criminalità organizzata, ormai privato di un consenso popolare e di una giustificazione politica, sopravvisse solo pochi minuti  alla fine del sistema che lo aveva generato.  Il  malvagio consorzio dei paesi sedicenti civili stavolta aveva ben più gravi questioni e non riuscì, come era suo costume, ad aggredire quelle genti sconsigliate per trarre profitto dal loro male e dal disordine altrui, o a far da stampella alle diverse mafie e ai centri di potere affaristico-criminali.   

La Randocrazia fu resa possibile dalla dissoluzione delle civiltà vicine  e dal venir meno delle forze interne e forestiere che sorreggevano il regime di malcostume criminale  e criminogeno.

Quindi, forse per la prima volta, la gente di Bananìa fece da sé e accoppati, con la brutalità sadica di chi ha troppo subito, i passati leader e i loro seguaci più compromessi non trovò di meglio che prendere atto del suo punto zero di partenza.

Inventarono quindi con le risorse che avevano, alcune delle quali si erano salvate dalla guerra, un nuovo sistema che chiamarono con un neologismo tutto loro “Randocrazia”.

Con gli strumenti informatici in possesso misero i posti di potere e di comando in sorte del caso malaugurato, considerando che dopotutto la politica è questione di posti, poltrone di seta e raso, titoli altisonanti ma perlopiù vani e fatui, e strapuntini e seggiolini metaforici in comitati ad hoc e consigli d’amministrazione per i meno malvagi e i poco raccomandati.

Forti delle cattive esperienze del loro passato i bananiani passarono a considerare il problema a partire dai posti da occupare.  Fu deciso di darli assolutamente a caso senza prendere in considerazione cose errate e sconce come consenso, benpensanti, moralità privata dei candidati, e meno che mai le elezioni più o meno democratiche che fossero.

Fu quindi il sorteggio duro, puro e fino in fondo e non si fecero scrupolo  i Bananiani di mettere fra i sorteggiabili pure i carcerati e i militari di carriera.  Fu un clamoroso e inverecondo successo, e le cose pubbliche e quelle private iniziarono ad andare molto meglio.  I saggi incaricati stabilirono che il caso evitava alcuni problemi della democrazia: spezzava in primo luogo il rapporto fra l’eletto e i suoi finanziatori e sostenitori fondamento questo di ogni sorta di manipolazioni della legge e di travisamento dei delicati incarichi che costoro ricevevano dalle urne il sorteggi liberava il sorteggiato dalla riconoscenza e dalla condizione ricattatoria in cui si trovava l’eletto dopo le elezioni, il quale per essere rieletto in qualche carica doveva rispondere del suo operato a gruppi di potere palesi ed occulti nel totale disinteresse della cosa pubblica e della gran massa dei cittadini.

Il sorteggiare imponeva, proprio per la casualità del risultato, regole, vincoli e controlli, questo faceva sì che il politico e l’uomo di potere fosse controllato e giudicato da personaggi che non erano suoi pari e nel suo agire non poteva fare appello a responsabilità di gruppo o di casta o peggio a indicibili complicità e a giochi di ricatti incrociati.

Inoltre questo creava curiose e non chieste novità: ergastolani tratti di galera per fare i sottosegretari trovandosi a recitar una ben diversa parte in commedia si rivelarono probi, giusti e disinteressati e pure assidui sul lavoro, scellerati e tossici collocati nei consigli d‘amministrazione di municipalizzate e società miste migliorarono meglio che in una comunità di recupero e i risultati del loro operare furono superiori a quelli registrati dai consigli composti da avvocati, esperti e famigli di potenti del precedente regime democratico.   Addirittura qualche ex politico, categoria spesso peggiore e solitamente inclusiva delle tre precedenti, libero finalmente dai vincoli di partito e di gruppo agiva nel disinteresse suo e per aiutare la popolazione tutta in così tribolato periodo.

Una regola che proibiva il ricoprire l’incarico per due volte nella vita dell’equivalente di parlamentare, ministro e presidente del consiglio e ancor di più di sottosegretario e capo-commissione parlamentare si rivelò una mano santa che guarì molti dalla prevaricazione e dall’ambizione; quindi rese migliore ciò che può solo peggiorare in un sistema parlamentare affidato a fazioni e partiti sempre pronti a tirare dalla loro parte il potere legislativo e l’esecutivo, per tacere del giudiziario.   La randocrazia rese quindi i tapini e afflitti abitanti di bananìa, per quanto ciò sia banale, uguali perché ognuno era eleggibile e potenzialmente destinato a ricoprire cariche pubbliche in virtù del malaugurato o benigno caso.

Vennero meno quindi la preparazione di una carriera, il ruolo dei protettori e dei finanziatori e le bande di seguagi e parassiti che di solito per loro esclusivo tornaconto prestano interessata  fedeltà ai politici in carriera o alle ricche mance elargite dalle agenzie di spionaggio dei paesi stranieri.   Il tempo di Marte iniziò a declinare, gli dei oscuri che tormentavano le anime  e aumentavano in ricchezza e potenza grazie al numero di dannati che precipitavano nel regno delle ombre erano un potere che oscurava le glorie di tutti gli Dei guerrieri. Milioni di morti per volta, innumerevoli masse di tormentati, di pazzi, di disperarti erano la grande ricchezza degli Dei infernali, con una sola moneta per morto, matto, disperato avevano creato una grande ricchezza. Avevano perfino il problema di gestire la loro ricchezza e il loro potere su una tale masse di morti e di schiavi sottomessi alla loro volontà. Una simile carneficina era roba da inferno del Dio Unico non da Dei pagani che quando aprivano le porte del Tartaro e dell’Erebo al più accoglievano trentamila ombre per volta.    Mille diavoli furono incaricati di contare gli oboli versati per i defunti e per coloro che resi folli o malati si raccomandavano ai signori dell’oscurità, ma le misere creature non riuscivano a tener il conto. Troppo lavoro! Un mondo intero era morto e uno nuovo sorgeva per servire gli Dei Antichi. Grande fu lo sconforto dei risorti Dei Antichi le grandi masse dei consumatori trapassati avevano distrutto, con il loro trapasso, i poteri forti, non c’era più aristocrazia di casta e del denaro, si erano dissolti i ceti privilegiati, ed i poteri dispotici sui quali far leva per ricostruire la pace e l’ordine erano spariti. Erano rimasti loro, rovine, disperazione e un mondo da far rifiorire per mezzo di quanti si erano salvati dalla catastrofe bellicista; nel disastro si erano di nuovo impadroniti della dispersa umanità. Come è noto gli Dei si dividono in Dei Celesti o antichi, Dei Oscuri di rango inferiore ai celesti, e poi messaggeri, demoni e diavoli ovvero servitori di basso lignaggio delle due categorie; c’è chi semplifica tutto questo ordine di cose chiamandoli in blocco alieni. Comunque questa gerarchia non umana era votata a ricostruire l’umanità e la vita sul disgraziato pianeta azzurro.

La guerra fu inizio fine e nuovo cammino per l’umanità confusa e per i Bananìani.

In effetti il sistema era complessivo, le masse consumavano tanto e male e consumavano beni e servizi legali esattamente come quelli illegali, i criminali prosperavano; inoltre i ricchi e i potenti, all’ombra di istituzioni politiche ridicole e di reali poteri finanziari e criminali, potevano organizzare e compiere di tutto.    Finite le masse era finito il potere che esse generavano; di conseguenza coloro che avevano lanciato i terribili ordigni che avevano bruciato intere città a temperature inaudite, o distrutto popoli interi con sostanze chimiche e radioattive di straordinaria potenza si erano annientati con le loro mani.

Come tutte le cose umane e divine la guerra doveva finire, e iniziò a spengersi per un bieco istinto di sopravvivere alla propria razionale natura di esseri scellerati, violenti e avidi.

Coloro che erano dalle ombre della fortuna ascesi alla luce del potere trovarono una buona occasione per essere felici, ora con poco si era potenti e temuti, e dopo qualche difficile anno di lotte e scontri cominciò a formarsi una nuova casta di privilegiati che subentrò alla precedente che venne macellata e dispersa durante i primi anni del conflitto.  Per certi aspetti questi nuovi potenti erano ancor più transnazionali e cosmopoliti dei precedenti signori del mondo, in verità più per disperazione che per convinzione si erano trovati in questa condizione di privilegio.

Volendo essi staccarsi dal recente passato colsero al volo il fatto che al declino di Marte sovviene sempre il regno di Venere, anche perché l’umanità inquieta dovrà pur ricostituire il suo popolamento sulla superficie della terra e ragionare di ricostruire quel mondo di cose e affetti disintegrato.   Quindi il tempo della pace, intesa come è giusto che sia come preparazione a nuove guerre e ricostituzione del materiale umano per nuovi orizzonti di gloria, prese ancora una volta forma.

Il dio che iniziò ad influenzare gli uomini con la decadenza di Marte fu Apollo il quale da buon Dio devoto alle cose precise e ordinate comandò che venisse fatto ordine e che, risolte le questioni più gravi, e fra queste lo sciagurato popolo di Bananìa venisse ricondotto a più miti consigli. Non si può dare esempi troppo positivi all’umanità inquieta, sentenziò il Dio di Socrate.

Quindi seguendo il Dio e il nuovo tempo dell’amore  i nuovi potenti si circondarono di servi e tutori armati del loro nuovo ordine costituito e si volsero a consolidare il loro potere, i loro beni, i loro interessi, a far fuori i soliti illusi, a dare una nuova possibilità di vita a delatori, parassiti, personaggi dello spettacolo, faccendieri, procuratori, e gente del mondo dello sfruttamento della prostituzione.

Sistemare alla meglio le cose loro, essi presero a considerare le vicende del popolo di Bananìa, cattivo esempio essi dissero: si era salvato dal terzo grande inutile macello per spartire il mondo, come è arcinoto le altre specie di viventi sono o troppo stupide o troppo intelligenti per fare loro la  spartizione del mondo, vivevano meglio di tanta parte dell’umanità, ringraziavano ancora il Dio Unico per averli risparmiati e per aver dato loro la forza di liquidare fisicamente ed economicamente quella gente riprovevole che di mestiere ha scelto di comandare gli altri e, addirittura, vivevano molto bene per i parametri consueti pareva proprio che  la vita media fosse addirittura di cinquant’anni contro i quaranta scarsi- scarsi dei paesi più potenti e felici.

Venne quindi stabilito  di riunirsi fra i potenti della terra, di metter fine alle liti, e di considerare le cose di bananìa; quindi con discrezione ma con molta decisione fecero pervenire ai Bananiani un vero ultimatum.  Esso era un po’ sgrammaticato perché non erano rimasti vivi molti diplomatici dopo i primi trenta minuti di deflagrazioni nucleari tattiche e delle nuove superarmi a energia diretta. Questa volta non c’era da minacciare un governo o un capobanda ma una nazione intera, ossia la popolazione tutta; era una Randocrazia dopotutto.

Invano sperò il Dio rosso che nell’ultimo giro della ruota della  fortuna l’abisso di Plutone e degli Dei oscuri  s’aprisse ancora una volta, che le genti si sterminassero di nuovo per sete di saccheggio e per il gusto di uccidere.  Ben altro fu tessuto col filo del destino, e non vi fu un altro eroico macello per la conquista del nulla.

Pur rammaricandosi per l’ingiustizia che veniva fatta loro, le genti di Bananìa avevano l’enorme fortuna di avere dei capi casuali e quindi disinteressati: ergo potevano anche prendere in considerazione l’idea di perdere il loro personale potere per favorire la collettività.

Tenendo fermo il fatto che mai si sarebbero rimessi in mano a una Repubblica irresponsabile o a qualche altra forma di invereconda e temibile e oltretutto finta Democrazia, stabilirono che si poteva placare lo sdegno di questi potenti  accordando loro delle forme di modifica della struttura politica che non snaturassero i principi e i benefici effetti di quanto avevano istituito.

Scelsero il più ambizioso e magnifico dei nuovi padroni e gli offrirono di regnare su Bananìa con una sua dinastia a patto che per sua maggior gloria e potenza conservasse quanto di meglio il regime Randocratico aveva prodotto.

Fu così che fra lo sconcerto di tutti e con la benevolenza di Bacco, Dio sempre propizio alle genti di Bananìa, ebbe luogo la Monarchia Aleatoria. Uno stato monarchico temperato e moderato dalla casualità dei ministri e dei funzionari tratti a sorte prese forma; e del resto Dei e uomini erano stati esauditi il regime politico era mutato e un sire aveva il suo trono e la penisola e tutto il potere politico nel suo scettro e nella sua corona, Il monarca, per dirla  in breve, consumava molto meno dei vecchi parlamenti democratici, era molto meno osceno, avventuriero  e scandaloso dei vecchi politici che avevano portato alla rovina l’umanità, era più affidabile nella gestione della cassa dello Stato e  di quella sua personale e si rimetteva alle cose del potere sostanzialmente per fingere di far qualcosa lasciandosi il diritto di punire qualche temerario o qualche testa calda o di seguire il popolo minuto nelle sue richieste, perlopiù poco ragionevoli e anche irresponsabili. Gli Dei visti esauditi i loro desideri benedirono la nuova istituzione  e tutte le genti di Bananìa concedendo loro benevolenza, prosperità, antichi saperi, benefici fisici e mentali dovuti alla loro grande scienza segreta che presso gli umani è chiamata manipolazione genetica.

Fu così che il nuovo regno ebbe ministri ora eccellenti ora pessimi, ma sempre disinteressati; e comunque rappresentativi della popolazione e di ogni ceto sociale, il sire ebbe il suo regno da megalomane, il quale era ancora integro in molte sue parti e ebbe in sorte di essere abbastanza al riparo da congiure e intrighi, data la natura del suo potere e delle istituzioni.

Così andarono le cose e il popolo ebbe quel poco di felicità e prosperità che la specie umana può concedere a se stessa.

Poi per una serie di fattori qualche generazione dopo il numero degli umani tornò sopra i due miliardi e si riformò in nuove forme la società di massa e con essa i consumi, la rappresentanza democratica, i cartelli industriali, il sistema della comunicazione e come è giusto altre guerre totali, altre armi di distruzioni di massa  e nuovi equilibri del terrore.

Bananìa tornò allora Repubblica, immemore del grande male subito e del bene che ebbe dalla monarchia e dalla pace.

 

 

 

 

Dedicato al Dottor Sandro Nappini




1 novembre 2013

Una parabola ancora da scrivere...

-Per i pochi amici che qui ci leggono e altrove ci ascoltano-


Canovaccio per una parabola

Devo fissare subito il canovaccio di questa parabola.

Gli anziani, i magistrati e i saggi che insegnavano ai giovani erano fra loro impegnati nell’urlarsi addosso e nel rinfacciarsi delazioni e meschinità quando uno straniero anziano, famoso per essersi guadagnato da vivere come Rapsodo in molte città grazie al suo padroneggiare gli strumenti a corda e alla memoria prodigiosa che tanto ricordava del passato e delle cose notevoli chiese silenzio e si fece avanti. Così parlò ai molti Aemalledes il famoso rapsodo: “o Cittadini benemeriti. Oggi siete qui indignati e incanagliti perché i vostri giovani maleducati e amorali non vogliono morire per voi in guerra, e anche  perché voi avete dilapidato e sperperato il tesoro di onore, rispetto  e di denari lasciato dai nonni e dai padri con la corruzione, la scelleratezza e la dissolutezza dei vostri costumi, e anche perché le vostre figlie che si son maritate con gli stranieri vi negano perfino il saluto, e anche perché il vostro tradire gli ateniesi democratici e imperialisti per gli spartani schiavisti e militaristi vi espone oggi alla vendetta dei vendicativi e sanguinari tebani che hanno ucciso il re Lacedemone e sconfitto il suo esercito a Leuttra. Ma io che ho avuto modo di esercitare il mio mestiere ad Atene, a Corinto, a Siracusa e proprio io che ho ascoltato i ragionamenti di Ippia, Gorgia, Protagora, e io che ho conversato con Socrate, e io che ho udito i detti di  Diogene e io che ho litigato con  Platone e io che ho udito le amare verità  di Crizia il Tiranno ateo  e le parole alte e nobili di Trasibulo l’eroe democratico allora io vi dico che sbagliate. Guardate bene dentro di voi! O cittadini di questa città! Conoscete voi stessi? La corruzione che vi sta distruggendo e che ha perso questa città e le sue leggi è tutta dentro di voi. Da almeno due generazioni non siete più popolo, città, famiglia, tribù o qualsiasi altra cosa simile. Mancano in voi quei legami familiari, quei vincoli di sangue, quel minimo di condivisione di valori civili, quel senso di comune appartenenza a una stessa civiltà,  quel minimo senso dell’onore che sta dietro ogni governante o sacerdote sia di città sia di  regno. Pretendete di educare i giovani senza avere né scienza né dottrina, cercate di persuaderli a morire al vostro posto in orrende guerre e temete perfino l’ultimo dei ladri di polli e li volete pagar poco per il loro lavoro e li rovinate con le tasse e le truffe e vi lamentate se essi alla prima occasione fuggono da voi maledicendovi e si fanno servi del Gran Re di Persia o sudditi del re di Macedonia. Istigate e portate in città ogni  genere di corruzione, di vile opportunismo, di mollezza e vi meravigliate se le vostre donne e le vostre figlie hanno vergogna di voi. Siete ignoranti e cacciate i saggi filosofi  e i sofisti che vengono qui a insegnare perché dite che costano troppo, e dite che pagare il prezzo di un porco ingrassato per capire di geografia, di matematica, di musica di poesia e perfino di storia è un lusso eccessivo, una roba  da Re Mida; e poi vi lamentate se non sapete neanche dove i vostri alleati di turno hanno perso le battaglie e vi stupite perché non sapete indicare dove vivono  i vostri nemici o evitate di pronunciare i nomi dei popoli a voi sconosciuti che hanno ucciso nelle vostre sconclusionate guerre i vostri disgraziatissimi figli. O uomini di questa piccola ma antica città! Voi vi lamentate che la città diventa più piccola e le case son vuote e le mura ormai diroccate e  rotte e prive di sentinelle. Ma come può la gente di buoni costumi vivere ed educare qui i suoi figli e render dignitosa una discendenza se ogni giorno vivete di scrocchi, di truffe, di raggiri e se fuggite il pericolo o peggio cercate qualche temerario che vada a finir nei guai al vostro posto. Tassate i poveri e i lavoratori e li forzate a scappare in altre città e al contrario accogliete qui ogni sorta di vagabondo e di cialtrone che con l’adulazione o il delitto si fa vostro confidente e complice. Guardate dentro di voi. O Cittadini di questa città! Voi non siete ignoranti, voi avete paura della verità. E si noti non di una verità qualunque. Ma della verità che deriva dal riconoscere dentro di voi la dissoluzione di ogni senso del sacro, di ogni disegno divino, di qualsiasi cosa che possa avvicinarsi alla nobiltà. Oggi siete qui non per cercare una soluzione che non troverete perché nessuno di voi vuol mettersi in discussione, fare un gesto di pentimento, dare il senso di un cambio di vita.

 Io ora vi dico secondo verità e giustizia perché siete qui. O cittadini voi siete qui perché discutendo di gravi provvedimenti pubblici e deliberando una nuova legge, che nessuno di voi applicherà e nessuno di voi leggerà mai per intero, riceverete come previsto dalle vostre leggi un obolo, ossia la sesta parte di una dracma che spenderete subito dopo averla incassata. Questo andrà avanti finchè ci saranno oboli nel tesoro, finiti gli oboli non farete più nemmeno lo sforzo di recarvi fuor di casa per ragionar di leggi e di provvedimenti. Ve ne fregherete alla grande convinti di aver fatto così un gesto da furbi e da astuti.  In voi non c’è nessun popolo, nessun Dio, nessuna legge, solo il denaro vi dà il senso di esser vivi, di manifestarvi al mondo, di esistere. Voi siete qui e ora  perché nel pugno stasera avrete un obolo di ricompensa. Oggi però vi dico di conservarlo. Perché per tutti voi arriverà il momento di pagare Caronte per passare gli inferi e sparire nelle tenebre infinite. Questa nera terra è stanca e annoiata di gente come voi, ormai siete un peso irritante, un fastidioso ricordo di tempi ormai polvere di tomba, un fatto sanitario. Credete a me. Conservate l’obolo di stasera e non chiedete altro. Ne avrete bisogno per non vagare nelle nebbie della non-morte. E sappiate infine che questo mio discorso non è mosso da un Dio o da un dovere sacro ma solo da un generoso e irragionevole attimo di pietà

IANA




17 maggio 2013

Diario Precario Dal 7/5 al 11/5/2013

Data. Dal 7/5/2013 al  11/5/2013

 

Note.

Maggio.

Governo  nuovo, PD e PDL assieme al potere. Vecchi schemi saltati.

I vecchi schemi politici erano evidentemente di facciata, una cosa così non arriva da un giorno all’altro.

 Così mi pare.

Incontrati gli amici a cena. Precisamente due cene e una merenda, uno alla volta; ovviamente.

Nessuno è felice. 

Terze prove restituite, programma classi quinte da fare e correggere e inviare con urgenza.

La fine della scuola è vicina, occorre accelerare interrogazioni e programmi.

 

Considerazioni.

La scuola è quasi finita, manca poco, ci sono le ultime battute e la chiusura dell’anno scolastico è prossima, mi sento come forzato, mi pare che stia finendo un percorso, di fatto un pezzetto di vita almeno professionale. La fine dell’anno mi provoca un senso di fretta, di necessità. Il lavoro diventa quotidiana urgenza, non c’è un mese di lavoro dopo questo ma solo una mezza settimana, ciò che non verrà fatto non sarà più fatto o andrà all’anno prossimo.

Il lavoro evita d’impazzire, c’è il pericolo fortissimo di perdere la ragione in una società come questa. Il lavoro vincola  l’individuo, dà una scadenza ai giorni, alle ore, lo forza a star dentro l’ordine costituito, in una parola a rispettare le regole della società. Non è quindi il lavoro ma questo tipo di società che crea infelicità a vagonate, l’appagamento dei sensi attraverso l’impiego del denaro per acquisire beni e servizi è tendenzialmente temporaneo. Il piacere del possesso o dell’uso è sempre limitato al tempo e  allo spazio interno al momento del consumo. Una società come questa non può essere stabile sul piano dei desideri e della soddisfazione, il meccanismo della produzione e del consumo ha bisogno di stimolare il consumatore e il potenziale acquirente; è una necessità interna al sistema di produrre milioni di tonnellate di merci  e di cavar dal commercio enormi profitti. Ma l’infelicità che vedo  a giro è esistenziale ed economica allo stesso tempo, l’essere umano nella civiltà incentrata sulla teocrazia del DIO-denaro è tendenzialmente un soggetto infelice. Si chiede in fondo ad esso d’uniformarsi al modello prevalente della pubblicità commerciale, ad essere simile quindi alle foto, spesso ritoccate, di donnine giovani e atleti superbi che vengono usate per promuovere i beni di consumo. Questo non è possibile a meno di non trasformare pesantemente la natura biologica degli umani. Gli umani attraversano stagioni diverse della vita, momenti diversi e solo pochi di essi hanno il corpo e la mente al massimo delle sue potenzialità e solo per periodi limitati. Martellare gli umani per mesi, anni, decenni, con modelli così singolari la grande massa dei consumatori produce un senso d’inadeguatezza e d’infelicità. Il modello dominante è raggiungibile solo per pochi, o  peggio per pochi ricchissimi che possono permettersi di pagare cure estetiche costose e soddisfazioni personali.  Il possesso di alcuni beni superflui è talmente qualificante della posizione sociale del soggetto da suscitare mode che sconfinano nell’ossessione, milioni di persone fatalmente osservando la differenza fra la loro realtà e i modelli proposti si sentono in affanno o infelici. Le ambientazioni poi sono ancora più devastanti, per uno come me che ha sempre avuto un rapporto stretto con la periferia è disorientante osservare le pubblicità con i centri cittadini messi a lucido come se avessero passato la cera su ogni mattonella, con casette da favola immerse nel verde, con ville e villette in campagne dove sembra sia scesa una qualche divinità e poi alberghi esclusivi, motoscafi, barche di lusso... La mia quotidianità è estranea a quel che vedo nella pubblicità, ma la pubblicità è l’elemento dominante nella comunicazione dei media. L’essere umano per non cadere in una condizione di alienazione dovrebbe o arrivare a dominare la propria immagine di sé oppure essere ricco quel tanto che basta per dar soddisfazione ai piaceri e ai bisogni indotti. Quindi un tipo di umano resistente alle persuasioni pubblicitarie ha una consapevolezza di sé che sconfina in una qualche forma di mistica, si tratta soggetto in grado di reggere a un bombardamento quotidiano d’immagini, emozioni, descrizioni che sono pensate per portarlo a  desiderare cose che gli sono presentate come capaci di migliorare la sua condizione e la percezione che ha di se stesso. I giovani sono presi in pieno dalla potenza della pubblicità commerciale  e segnatamente gli adolescenti che fanno il liceo o le superiori; c’è una dimensione di pesante condizionamento dell’individuo che non passa dalla scuola e nemmeno dalla famiglia ma dalla pubblicità commerciale. Studiando per mio conto la capacità di persuasione della pubblicità commerciale del XXI secolo mi sono reso conto che plasma i desideri e quindi l’immagine che l’essere umano ha di sé; e più un soggetto è culturalmente debole, più è poco propenso alla riflessione e alla meditazione e maggiormente è vulnerabile dalle diverse forme di persuasione pubblicitaria. Questa questione della pubblicità torna sempre nel mio pensiero. In fondo è necessario che un docente si confronti con la potenza dell’immaginario collettivo creato dai media vecchi e  nuovi, le lezioni specie di storia e filosofia rischiano di rimbalzare sul piano della formazione davanti alla potenza  di una società dei consumi ormai decadente. Decenni fa era centrale la formazione, allora si diceva formazione spirituale, data dal sistema scolastico per creare l’essere umano consapevole di sé e della realtà, oggi si assiste al prevalere nel discorso politico e nel senso comune di una concezione molto Inglese e Statunitense del concetto d’insegnamento già spiegata a suo tempo da Max Weber, ossia ” studente-cliente”. In sintesi un idea tipicamente mercantile del sapere, dove il rapporto fra allievo e insegnante è di tipo contrattualistico e commerciale, questo limita le possibilità del docente alla trasmissione pagata di nozioni e informazioni. Manca in breve quel rapporto fra allievo e maestri tipico dello sport e delle arti marziali, dove chi insegna è qualcosa di più di un fornitore di nozioni a pagamento. Io leggo le due cose collegate perché una dimensione consumista e mercantile della società e dei rapporti fra esseri umani deve comportare la prevalenza di un rapporto mercantile anche nella concezione dell’insegnamento e del fare scuola. Leggo questo come un esito ovvio di uno scivolare di tutti i valori che tengono insieme la società umana a vantaggio del valore assoluto del denaro, la merce che acquista tutte le merci si è trasformata in una forza pseudo-sacra e metafisica che dà la misura dell’importanza di tutte le cose nella società industriale del XXI secolo




6 maggio 2013

Diario Precario Dal 25/4 al 27/4/2013

Data. Dal 25/4/2013 al  27/4/2013

 

Note.

La primavera è manifesta, la natura pare rinnovata.

Ponte del 25 aprile, passato in silenzio.

Fatto un piccolo lavoro di modellismo statico per una mostra.

Parlato con gli amici, i tempi sono amari.

 

Considerazioni.

L’attività del docente si è interrotta per l’occasione del ponte del 25 aprile. Così ho dormito fino a metà mattina, mi son rilassato, ho ascoltato gli amici, ho pensato.

Il centro del problema, ciò che è dietro questi tempi amari è stato ben descritto da Latouche: Se si prende come indice del  <<peso>> ambientale del nostro modo di vita l’<<impronta >> ecologica in termini di superficie terrestre, o spazio bioriproduttivo necessario, si ottengono risultati insostenibili sia dal punto di vista dell’equità dei diritti di estrazione dalla natura sia dal punto di vista delle capacità di rigenerazione della biosfera. Lo spazio disponibile sul pianeta terra è limitato. E lo spazio bioriproduttivo, cioè utile per la nostra riproduzione, è solo una frazione del totale, 12 miliardi di ettari su 51…”.  (Serge Latouche, Limite, trad. It Fabrizio Grillenzoni, Bollati Boringhieri, Torino, 2012”).

 Questo è il centro dei problemi della contemporaneità: la civiltà industriale sta trovando i suoi limiti, il pianeta è finito e un sistema con margini grandi di spreco di risorse e creazione di consumi di tutti i tipi è impensabile che possa essere esteso agli oltre sette miliardi di umani che abitano oggi questo pianeta. L’Italia vaso di coccio fra vasi di ferro non sa strappare alla concorrenza dei suoi amici-nemici le risorse strategiche e i mercati di sbocco dei prodotti italiani. Questa rinnovata legge del più forte nei rapporti internazionali crea  nel Belpaese povertà e mancanza di denari e l’indebolimento sociale ed economico degli ex ceti medi. Povertà, rassegnazione, disoccupazione sono i frutti di un Belpaese che non sta reggendo la prova del XXI secolo, il secolo del disordine e del riarmo generalizzato, e quindi l’aggressività e la rabbia nei singoli aumenta e invece di trovare uno sfogo marcisce all’interno dell’individuo alimentando sentimenti negativi e un senso d’oppressione e impotenza. Sintetizzo cosa ho provato nel ponte fra il 25 aprile e il 27 aprile con la parola “umiliazione”. Mi sono guardato intorno e dentro di me e ho trovato questa parola per sintetizzare ciò che da anni vedo e osservo. Ciò che è stato oggi non è più, perfino le parole hanno perso senso e forza. I singoli vedono il loro mondo personale  sfaldarsi e vedono spappolarsi le credenze credute salde e certe.  L’incapacità di gestire i fatti o di prevederli crea quel senso di umiliazione che ho individuato. Ma la mia reazione è poca cosa, mi mancano i denari che servono, mi mancano le strutture di supporto, mi manca la politica quella di ogni giorno fatta sul territorio con idee chiare e distinte; porto avanti qualche attività culturale e sportiva, atti di vago volontariato e non molto di più. Come posso uscire da questa condizione infelice? In realtà non lo so. Le forze materiali le forze che spingono verso l’umiliazione e la decomposizione sono più forti di qualsiasi altra cosa possa concretamente concepire. 

 

Ricordare.

I poteri che pensano di comprare per due lire di carta interi paesi in virtù di crisi finanziarie pilotate con arte dovrebbero far mente locale che potrebbero essere i concorrenti a prendere per tre soldi di carta quel che loro vogliono acquisire per due. Potrebbe darsi che la crisi e la disoccupazione di massa nell’Europa del Sud finisca con il risolversi in una grande occasione per la finanza e la politica cinese e russa. In fondo non ci sono solo le banche statunitensi, francesi, svizzere, e inglesi sul pianeta in grado di comprarsi interi settori industriali e agricoli dei paesi in crisi nera ma anche quelle russe, indiane, giapponesi  e cinesi, e ovviamente  germaniche. Il denaro globalizzato delle superbanche d’affari non ha abolito le nazioni e i tanti imperialismi nazionali, li ha trasformati in forza metafisica, in potenza nascosta, in attori segreti dei conflitti per il dominio sul mondo umano e naturale.

In fondo sarebbe un bel contrappasso dantesco giusto e meritato, il “colonizzato” di ieri che colonizza a suon d’acquisizioni finanziarie  i suoi vecchi “colonizzatori” che hanno perso la lucidità e il senso della loro civiltà. Il denaro è diventato l’ultimo DIO in questo inizio di XXI secolo, un DIO per tutti e quindi un DIO di nessuno.




25 aprile 2013

Diario Precario Dal 18/4 al 24/4/2013

Data. Dal 18/3/2013 al  24/4/2013

 

Note.

La primavera è arrivata, è uscita fuori con il sole.

Ponte del 25 aprile vicino.

Fine scuola ormai prossima.

Rielezione del Presidente della Repubblica. Mai accaduto prima.

Le notizie politiche mi creano un profondo disagio, chiamano in causa le mie scelte e i miei pensieri di un tempo.

Partecipazione matrimonio coppia di amici, occasione solenne quindi chiesto un giorno di ferie.

 

Considerazioni.

C’è un ponte fra il mio concetto di eserciti di una sola persona e otto anni di servizio nella scuola dello Stato Italiano, forse sì.

Alle volte insegno a classi che sono tali sono di nome, si tratta in quei casi di una sommatoria di singoli individui, questo è particolarmente vero quando bocciature e accorpamenti di classi aggregano studenti e studentesse con  percorsi diversi. Una somma di singoli quindi, e ancor più forte questo capita nell’università.

L’individualismo forzato dalle circostanze o determinato da varie ragioni è presente nella scuola, non crea sintesi ma accosta singoli uno sull’altro e talvolta uno contro l’altro.

L’esercito di una sola persona è il naturale esito di masse di consumatori disconnessi fra loro e unificati da strumenti deputati a unificare: social network, televisione, moda…

La civiltà industriale odierna spinge verso l’individuo egoista e consumatore a portar avanti interessi privati e tende ad esser connesso al resto dell’umanità dagli strumenti attraverso i quali avviene il consumo, la promozione pubblicitaria, la comunicazione politica, le frasi fatte espressione dell’ordine costituito.

Il singolo è la forma dell’essere umano in questa forma di civiltà industriale e in Italia in particolare. Per coprire le proprie reali intenzioni da queste parti un po’ tutti quanti tendono a  nascondere sotto frasi e pietose bugie le loro reali intenzioni, anche a se stessi se è il caso; è una vecchia abitudine nostrana quella di metter in campo Dio, i santi, le grandi ideologie per nascondere bassi e  meschini interessi privati. Occorre un grosso sforzo di autodisciplina e consapevolezza per elevarsi sopra il disordine creato dalla grande ipocrisia delle genti difformi del Belpaese.

Il singolo pensa solo a se stesso, si considera il centro del mondo perché il mondo è l’estensione di ciò che sa e può comprendere con i suoi strumenti culturali e fisici, quindi il suo mondo è tutto il mondo. Alla fine le appartenenze si rivelano fragili o vane davanti all’incontenibile potenza dell’IO e del MIO. L’individuo si ritrova a fare la sua guerra privatissima, egoistica al massimo grado con altri o da solo ma sempre con una perfetta centralità di se stesso. Ecco da dove nasce l’esercito di una persona, da questa assoluta centralità del singolo che non riconosce altro da sé. Ma questo è l’esito di una forma di civiltà industriale che prima ha puntato sul consumatore dilatato un po’ a tutti i ceti sociali e ora, per via di limiti materiali,  deve ritirarsi e lasciare scoperti alla povertà milioni di ex consumatori; il risultato non è una sobrietà francescana in aumento presso le masse popolari ma al contrario una diffusione incontrollata dell’individualismo e della rabbia repressa che s’indirizza contro tutto e tutti. Quindi l’esercito di una sola persona è la forma elementare dell’agire civile e politico, l’agire nel mondo umano parte dal singolo e va verso il singolo. Esistono dei meccanismi che compensano la natura dissolutiva di ogni forma d’ordine costituito come il matrimonio, la coppia solidale, forme d’organizzazione o associazione. Forme di condizionamento dell’egoismo del singolo però da leggere in un contesto di soddisfazione di qualche  reciproco, di ottenimento di risultati vincolati a certe attività commerciali o politiche o di conduzione d’attività legate al “Tempo Libero”.

La dimensione della comunità, del gruppo, della forza organizzata e vincolata da sinceri e saldi giuramenti non ha senso in una civiltà industriale al bivio dove non tutti possono consumare ma tutti devono desiderare i consumi, peraltro anche quelli di lusso destinati a pochissimi. Se nella mente del singolo c’è solo se stesso e ciò che può avere o usare per trarre potenza e piacere come è possibile creare una salda associazione fra umani? Questo è il limite con il quale mi son sempre rotto la testa, per anni ho fatto attività culturale  e talvolta qualche esperienza d’attivismo politico. Sempre ho visto prevalere e rompere le situazioni e le associazioni  non ideologie o massimi sistemi ma il crudo e nudo interesse del singolo o di gruppi di umani legati a quel capo o a quel leader o maestro a vario titolo che aveva da seguire una sua strada di potere e acquisizione. Questo genere di comportamento  per quanto lustrato da grandi parole menzognere, supercazzole si dice in Toscana,  era espressione  dell’interesse del singolo. Di quel singolo. Da qui l’amara considerazione che nel corso della mia vita c’è stata troppa compassione e generosità, data la situazione forse un discorso elementare di carattere mercantile, ossia per avere occorre anche dare e viceversa, avrebbe donato alla mia persona almeno la tranquillità della coerenza con questo  mondo umano, invece ho troppo sperato in una sorta di evoluzione civile di questo tipo d’essere umano a causa di qualche lume di ragione o di luce metafisica sbocciato a sorpresa in milioni di anime oscure e oscurate. Non riesco a perdonarmi queste ingenuità giovanili, questo aver voluto vedere  per forza il far tondo un mondo deforme e scomposto. Se il mondo umano nel Belpaese è degenerato e corrotto è anche perché si fonda su finzioni patetiche a cui nessuno crede ma tutti fingono spudoratamente di prendere sul serio. Gli umani italiani  vogliono vivere così:  fingere di credere a quanto è proposto dall’ordine delle cose per poter sottobanco e di nascosto far i loro comodi. Se poi salta il banco nessuno è colpevole perché nessuno era credente ma tutti facevano i credenti, facevano appunto; come se credere fosse fare il muratore o l’impiegato. Oggi uno lavora in cantiere o in qualche ufficio, domani trova impiego altrove. Così è per le grandi narrazioni in Italia. Chi paga o promette di pagare prende la credenza e la fedeltà mercenaria del momento, la quale può essere tolta se vengono meno le condizioni materiali. Del resto le campagne elettorali nel Belpaese si vincono promettendo posti di lavoro, riduzione delle tasse, investimenti sul territorio e chi vince di solito  non parla di cose come la decrescita, il picco del petrolio, la corsa agli armamenti, l’infelicità diffusa, il cancro…

Io so che quello che va contro il singolo e la sua ferrea volontà di credere il mondo come sua estensione e manifestazione alla fine s’imporrà, lo so e basta. Forse è anche una posizione profetica, ingenua nonostante le molte analisi di esperti mi sorreggano in questa mia persuasione. Ma oggi, qui e ora devo registrare un pesante bilancio negativo, il mio fare è stato in passato  perlopiù vano e scomposto. Ero stato a mia insaputa pure io esercito al singolare. Questo mio errore va curato oggi con una consapevolezza nuova, con una maturazione interiore che eviti il ripetersi di atti e parole vane o stupide.




25 aprile 2013

Diario Precario Dal 18/4 al 24/4/2013

Data. Dal 18/3/2013 al  24/4/2013

 

Note.

La primavera è arrivata, è uscita fuori con il sole.

Ponte del 25 aprile vicino.

Fine scuola ormai prossima.

Rielezione del Presidente della Repubblica. Mai accaduto prima.

Le notizie politiche mi creano un profondo disagio, chiamano in causa le mie scelte e i miei pensieri di un tempo.

Partecipazione matrimonio coppia di amici, occasione solenne quindi chiesto un giorno di ferie.

 

Considerazioni.

C’è un ponte fra il mio concetto di eserciti di una sola persona e otto anni di servizio nella scuola dello Stato Italiano, forse sì.

Alle volte insegno a classi che sono tali sono di nome, si tratta in quei casi di una sommatoria di singoli individui, questo è particolarmente vero quando bocciature e accorpamenti di classi aggregano studenti e studentesse con  percorsi diversi. Una somma di singoli quindi, e ancor più forte questo capita nell’università.

L’individualismo forzato dalle circostanze o determinato da varie ragioni è presente nella scuola, non crea sintesi ma accosta singoli uno sull’altro e talvolta uno contro l’altro.

L’esercito di una sola persona è il naturale esito di masse di consumatori disconnessi fra loro e unificati da strumenti deputati a unificare: social network, televisione, moda…

La civiltà industriale odierna spinge verso l’individuo egoista e consumatore a portar avanti interessi privati e tende ad esser connesso al resto dell’umanità dagli strumenti attraverso i quali avviene il consumo, la promozione pubblicitaria, la comunicazione politica, le frasi fatte espressione dell’ordine costituito.

Il singolo è la forma dell’essere umano in questa forma di civiltà industriale e in Italia in particolare. Per coprire le proprie reali intenzioni da queste parti un po’ tutti quanti tendono a  nascondere sotto frasi e pietose bugie le loro reali intenzioni, anche a se stessi se è il caso; è una vecchia abitudine nostrana quella di metter in campo Dio, i santi, le grandi ideologie per nascondere bassi e  meschini interessi privati. Occorre un grosso sforzo di autodisciplina e consapevolezza per elevarsi sopra il disordine creato dalla grande ipocrisia delle genti difformi del Belpaese.

Il singolo pensa solo a se stesso, si considera il centro del mondo perché il mondo è l’estensione di ciò che sa e può comprendere con i suoi strumenti culturali e fisici, quindi il suo mondo è tutto il mondo. Alla fine le appartenenze si rivelano fragili o vane davanti all’incontenibile potenza dell’IO e del MIO. L’individuo si ritrova a fare la sua guerra privatissima, egoistica al massimo grado con altri o da solo ma sempre con una perfetta centralità di se stesso. Ecco da dove nasce l’esercito di una persona, da questa assoluta centralità del singolo che non riconosce altro da sé. Ma questo è l’esito di una forma di civiltà industriale che prima ha puntato sul consumatore dilatato un po’ a tutti i ceti sociali e ora, per via di limiti materiali,  deve ritirarsi e lasciare scoperti alla povertà milioni di ex consumatori; il risultato non è una sobrietà francescana in aumento presso le masse popolari ma al contrario una diffusione incontrollata dell’individualismo e della rabbia repressa che s’indirizza contro tutto e tutti. Quindi l’esercito di una sola persona è la forma elementare dell’agire civile e politico, l’agire nel mondo umano parte dal singolo e va verso il singolo. Esistono dei meccanismi che compensano la natura dissolutiva di ogni forma d’ordine costituito come il matrimonio, la coppia solidale, forme d’organizzazione o associazione. Forme di condizionamento dell’egoismo del singolo però da leggere in un contesto di soddisfazione di qualche  reciproco, di ottenimento di risultati vincolati a certe attività commerciali o politiche o di conduzione d’attività legate al “Tempo Libero”.

La dimensione della comunità, del gruppo, della forza organizzata e vincolata da sinceri e saldi giuramenti non ha senso in una civiltà industriale al bivio dove non tutti possono consumare ma tutti devono desiderare i consumi, peraltro anche quelli di lusso destinati a pochissimi. Se nella mente del singolo c’è solo se stesso e ciò che può avere o usare per trarre potenza e piacere come è possibile creare una salda associazione fra umani? Questo è il limite con il quale mi son sempre rotto la testa, per anni ho fatto attività culturale  e talvolta qualche esperienza d’attivismo politico. Sempre ho visto prevalere e rompere le situazioni e le associazioni  non ideologie o massimi sistemi ma il crudo e nudo interesse del singolo o di gruppi di umani legati a quel capo o a quel leader o maestro a vario titolo che aveva da seguire una sua strada di potere e acquisizione. Questo genere di comportamento  per quanto lustrato da grandi parole menzognere, supercazzole si dice in Toscana,  era espressione  dell’interesse del singolo. Di quel singolo. Da qui l’amara considerazione che nel corso della mia vita c’è stata troppa compassione e generosità, data la situazione forse un discorso elementare di carattere mercantile, ossia per avere occorre anche dare e viceversa, avrebbe donato alla mia persona almeno la tranquillità della coerenza con questo  mondo umano, invece ho troppo sperato in una sorta di evoluzione civile di questo tipo d’essere umano a causa di qualche lume di ragione o di luce metafisica sbocciato a sorpresa in milioni di anime oscure e oscurate. Non riesco a perdonarmi queste ingenuità giovanili, questo aver voluto vedere  per forza il far tondo un mondo deforme e scomposto. Se il mondo umano nel Belpaese è degenerato e corrotto è anche perché si fonda su finzioni patetiche a cui nessuno crede ma tutti fingono spudoratamente di prendere sul serio. Gli umani italiani  vogliono vivere così:  fingere di credere a quanto è proposto dall’ordine delle cose per poter sottobanco e di nascosto far i loro comodi. Se poi salta il banco nessuno è colpevole perché nessuno era credente ma tutti facevano i credenti, facevano appunto; come se credere fosse fare il muratore o l’impiegato. Oggi uno lavora in cantiere o in qualche ufficio, domani trova impiego altrove. Così è per le grandi narrazioni in Italia. Chi paga o promette di pagare prende la credenza e la fedeltà mercenaria del momento, la quale può essere tolta se vengono meno le condizioni materiali. Del resto le campagne elettorali nel Belpaese si vincono promettendo posti di lavoro, riduzione delle tasse, investimenti sul territorio e chi vince di solito  non parla di cose come la decrescita, il picco del petrolio, la corsa agli armamenti, l’infelicità diffusa, il cancro…

Io so che quello che va contro il singolo e la sua ferrea volontà di credere il mondo come sua estensione e manifestazione alla fine s’imporrà, lo so e basta. Forse è anche una posizione profetica, ingenua nonostante le molte analisi di esperti mi sorreggano in questa mia persuasione. Ma oggi, qui e ora devo registrare un pesante bilancio negativo, il mio fare è stato in passato  perlopiù vano e scomposto. Ero stato a mia insaputa pure io esercito al singolare. Questo mio errore va curato oggi con una consapevolezza nuova, con una maturazione interiore che eviti il ripetersi di atti e parole vane o stupide.




21 aprile 2013

Diario Precario Dal 15/4 al 17/4/2013

Data. Dal 15/3/2013 al 17/4/2013

 

Note.

La primavera è arrivata.

Ultimi consigli di classe.

Analisi lezioni da fare, in realtà le ultime di carattere conclusivo.

Consiglio classe quinta. Sono segretario e scrivo il verbale.

 

Considerazioni.

Fare il verbale è per me una vecchia abitudine.  Da precario con anni di precariato il verbale è qualcosa di consueto. Spesso passano dalla mia penna o dalla tastiera del portatile le sintesi di anni di scuola, questo mi consente di farmi una mia visione d’insieme precisa perché alla fine chi verbalizza riassume il quadro generale. Ho capito che la scuola e nello specifico i licei subiscono le trasformazioni della società e dei diversi poteri politici che si susseguono, di fatto non è la scuola che sta mutando la società o la politica ma piuttosto l’esatto contrario. Coloro che vedono nei docenti dei soggetti per così dire del Potere con la P maiuscola non sono mai stati così in torto come in questi anni. L’ossequio delle masse di adolescenti e giovani verso l’ordine esistente non ha come strumento la scuola, cosa in parte vera nel Novecento, ma piuttosto le diverse forme di pubblicità commerciale e il sistema dei VIP televisivi o cinematografici che diventano madrine o padrini di grandi eventi a sfondo sociale, umanitario, ecologista che non turbano mai l’ordine sociale esistente o le forme del vivere e consumare. Non è un caso che grandi capi politici del pianeta e le multinazionali cerchino la compagnia o la sponsorizzazione di personalità del mondo dello spettacolo e dello sport di fama mondiale specie  in occasione di grandi eventi. Si tratta ovviamente di una delle tante possibili strategie di accattivarsi il consenso di grandi masse di consumatori e spettatori quella d’associare i VIP ai loghi delle multinazionali e ai più importanti fra i capi politici.  

Quindi proporzionalmente alla propria mancanza di un potere reale e concreto sulla società segue una minor considerazione del docente, incluso quello del liceo. Vuole la fortuna che la specie umana necessiti di soggetti biologicamente maturi in grado d’insegnare qualcosa a qualcuno e quindi l’importanza sociale e culturale del docente in tempi sciagurati come questi si abbassa a livelli infimi ma non arriva mai a zero. Questo fatto, intrinsecamente umano, salva sempre la professione docente e in una certa misura fa da scudo al livore e alla calunnia dei tanti che sono malcontenti contro la scuola o che sono indotti a portar avanti critiche aride e sterili per abitudine, partito preso, o perché mal consigliati e peggio informati.

Eppure qualcosa di grosso muove contro questo mestiere, non so dire se è un fatto destinato a durare per anni o se si tratta al contrario di qualcosa di transitorio e accidentale. Provo a chiarire cosa secondo me muove contro la categoria docente.

Il nuovo “Potere” dominante in Europa è potere di banchieri e grandi proprietari di pacchetti azionari, di plurimiliardari in euro tanto per esser chiari, ed essi per la loro tranquillità finanziaria  e politica gradiscono delle riduzioni dello Stato Sociale e iniziative varie che colpiscono i lavoratori e i salariati e vanno a scapito del tenore di vita dei ceti medi e bassi per fascia di reddito; del resto queste sono le politiche che consigliano da decenni ai diversi paesi europei. Tale dimensione politica, spinta da piccolissimi gruppi di miliardari, è denominata neo-liberale originaria non a caso del fu Impero Inglese e degli Stati Uniti. In questi due civiltà a vocazione imperiale l’istruzione è tendenzialmente privata, il sapere e il conoscere è merce liberamente comprata e  venduta e non qualcosa di condiviso e parte dell’appartenenza di un privato a un soggetto collettivo più grande di lui. Ossia uno Stato Nazionale. Il mercato è il centro ideale e ideologico di questo nuovo Potere, la riduzione d’importanza della scuola di Stato come fatto che associa soggetti diversi all’interno di uno Stato Nazionale è conseguente, se l’umano è tendenzialmente consumatore o cliente iscritto nella logica del mercato globale ne segue di conseguenza che non è poi così importante se esso è cittadino, saggio, giusto, istruito. Conta se compra, vende, consuma; possibilmente senza turbare l’ordine costituito e la gerarchia sociale dominante. Quella vera, quella dei plurimiliardari. Infatti il problema del futuro sarà la più che probabile riduzione dei consumi, che passa sotto il termine di decrescita, dovuta al fatto che da un pianeta dato e finito con risorse limitate non si può produrre consumi infiniti. In fondo oggi sul pianeta ci sono sette miliardi di esseri umani che desiderano tutti quanti salire la piramide sociale ed acquisire beni e prodotti di vario tipo, è quasi certa una crescita di tensioni e conflitti per l’acquisizione di beni e risorse sia al livello dei singoli sia di grandi stati o sistemi imperiali.

Quindi il docente ha sopra di sé una forza di carattere ideologico e politico che riduce la sua presa sulla società e la sua importanza sul piano del riconoscimento sociale e nello tesso tempo subisce lo “spirito dei tempi” dove alla centralità del mercato nell’esistenza delle grandi masse di consumatori, e fra esse sono presenti a vario titolo le categorie dei dirigenti, presidi, personale ATA, docenti, gli allievi e le loro famiglie,  si somma l’inquietudine e l’incertezza dei tempi.

Credo inoltre che sia falsa la percezione che in fondo questi poteri sono solo poteri di pochi umani associati fra loro. L’apparenza fisica del banchiere, del finanziere, del miliardario, della detentrice di grandi pacchetti azionari può essere umana ma le forze intellettuali, scientifiche, tecnologiche, di analisi e controllo dei processi sociali e di comunicazione di massa fanno di tali protagonisti  il centro umanamente fisico di un potere dominante nei diversi settori in cui s’esprime la civiltà industriale. Di fatto ogni grande multinazionale è una sorta di nuovo LEVIATANO sociale e di dominio sulla natura e sull’umanità  composto da migliaia o da decine di migliaia di professionisti, dirigenti, esperti. Esseri umani al servizio della causa neo-liberale che si muovono ordinati e precisi con grandissimi finanziamenti e opportuni ed efficaci strumenti come un grande e potente esercito del Novecento. La risposta a queste forze ordinate, tecnologiche, potenti e disciplinate qui in Italia sono eserciti formati da una sola persona. Di fatto singoli che per caso o per scelta in piccoli gruppi o individualmente contrastano con forze limitate o nulle questi “eserciti ordinati” volti a far ingegneria sociale IN TUTTA l’Europa. Prova ne sia lo stretto legame che sussiste fra una personalità dominate e un gruppo organizzato d’opposizione, il personaggio più credibile o con l’immagine dominante diventa il leader che qualifica il gruppo e spesso ne dà il soprannome. Quelli del Movimento CinqueStelle sono infatti comunemente chiamati “grillini”. Come se essi fossero una semplice estensione di una singola personalità. Milioni di singoli associati sotto il nome di una personalità rimangono individui che si associano o dissociano sulla base del proprio bisogno o dell’opportunità del momento, non c’è quella dimensione organizzata, tecnica, cronometrica tipica dei nuovi Poteri, inoltre non sono neanche da accostare le risorse finanziarie di una grande multinazionale o di un colosso finanziario con quanto possono mettere assieme per la causa comune milioni di singoli che costituiscono una qualche forma di movimento politico.

La mia impressione è che qui in Italia  il ruolo docente si salverà in qualche modo, non è facile rifare la natura intima  dell’essere umano, ma solo per una catastrofe interna all’agire di questi eserciti neo-liberali; devono perdere per loro causa e per le loro azioni perché le forze che dovrebbero contrastarli qui nel Belpaese non esistono. Milioni di eserciti di una sola persona dovrebbero diventare una forza significativa, non riesco nemmeno ad immaginare chi o che cosa possa associarli o potenziarli. Solo la fantasia apocalittica relativa all’urgenza di riparare a una catastrofe grave non controllata e senza soluzioni confezionate a tavolino può delineare il caso in cui milioni d’eserciti di una sola persona si coordinano come gli eserciti d’esperti e specialisti di una Multinazionale o di un colosso finanziario. Ma è un caso limite, davvero sul limite della civiltà come la conosciamo oggi.




21 aprile 2013

Diario Precario Dal 9/4 al 14/4/2013

Data. Dal 9/4/2013 al 14/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente la primavera. Gli allievi sentono la stagione.

Visita mostra-mercato ad Agliana.

Consigli di classe, anzi ultimi dell’anno.

Mancano poche settimane, il programma va concluso.

 

 

Considerazioni.

L’attenzione mia si è spostata sul fatto che l’ultimo consiglio di classe prima dello scrutinio segna la chiusura dell’attività scolastica. Questo passaggio comporta  quasi sempre un bilancio di natura collegiale fra i docenti, ad esso segue il confronto-incontro con i rappresentanti degli studenti e dei genitori. C’è il singolo e c’è la classe, il caso privato viene ricomposto con l’insieme della classe.

Si tratta di un bilancio quindi. Più volte nel corso dei miei anni di lavoro ho avuto modo di osservare anche posizioni polemiche o aperte critiche rivolte ai docenti da parte dei rappresentanti dei genitori e degli allievi. Da anni si è rotto il rapporto fiduciario fra famiglie  e docenti. L’Italia arcaica, ordinata dalle distinzioni di ceto e di ruolo, a suo modo limpidamente feudale in certi comportamenti è finita molti decenni fa. In un mondo umano senza più valori metafisici e regole di comportamento condivise dalle varie parti della popolazione si verifica l’ovvia  evoluzione del docente messo  sotto esame per così dire dall’utenza. Le diverse popolazioni del Belpaese hanno subito per intero nell’arco del ventennio 1993-2013 una radicale trasformazione. Le forme del successo personale sono divenute quantificabili in quattrini sonanti e nel possesso di beni di varia natura, il dato materiale e l’interesse privato di carattere egoistico sono diventati la sola bussola del pensare e del leggere la realtà. Questo materialismo di carattere numerico e contabile è diventato dominante attraverso  il crollo di forme divenute arcaiche di rispetto sociale e della disgregazione della logora struttura partitocratica che gestiva il rapporto di mediazione fra potere e masse elettorali. Al posto di grandi narrazioni pseudo-storiche e pseudo-scientifiche sulla società italiana si è sostituita l’amara razionalità del calcolo economico e della visione del rapporto fra costi e benefici. Ovvio che la scuola è stata colpita da questa trasmutazione delle genti del Belpaese che alla fine hanno trovato se stesse nella loro intima natura egoistica e materialistica. Ritengo inoltre che grattando bene la patina di perbenismo e moralismo politico del vecchio democristiano, del socialista, del comunista, del laico o del liberale dei passati decenni della Repubblica sarebbe uscito fuori la vecchia ruggine dell’italiano delle maschere del teatro dei burattini e del suo vivere quotidiano in mezzo a mille piccoli problemi e a padroni perlopiù cattivi, lontani, forestieri, dispotici. La dismissione dei vecchi fondali ideologici e dei trucchi di scena della politica di professione ha lasciato ogni umano italiano alle prese con il dare e l’avere, con la dichiarazione dei redditi, con le bollette e le multe, con i debiti,  con la vendita degli ori di famiglia, con le cento difficoltà del momento. Chi cerca di sfuggire all’aggressione del presente capita che fugga verso dimensioni immaginarie, finte apocalissi politiche di destra e sinistra, visioni del mondo misticheggianti o allucinate. Le genti del Belpaese risultano così scisse fra una rude brutalità del dato di fatto economico e la fantasia di mondi immaginari politicamente assurdi ma sul piano psicologico lusinghieri. Questa scissione la trovo proprio anche sul lavoro dove esiste la rottura fra la dimensione ideale e profetica dell’insegnamento, che ha una sua maturazione pensata nel futuro di chi riceve l’insegnamento, e il concreto e brutale dato materiale di tagli continui e ripetuti al settore della scuola di Stato. A questo va aggiunto che e la considerazione sociale del docente è proporzionale al suo stipendio.




21 aprile 2013

Diario Precario Dal 9/4 al 14/4/2013

Data. Dal 9/4/2013 al 14/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente la primavera. Gli allievi sentono la stagione.

Visita mostra-mercato ad Agliana.

Consigli di classe, anzi ultimi dell’anno.

Mancano poche settimane, il programma va concluso.

 

 

Considerazioni.

L’attenzione mia si è spostata sul fatto che l’ultimo consiglio di classe prima dello scrutinio segna la chiusura dell’attività scolastica. Questo passaggio comporta  quasi sempre un bilancio di natura collegiale fra i docenti, ad esso segue il confronto-incontro con i rappresentanti degli studenti e dei genitori. C’è il singolo e c’è la classe, il caso privato viene ricomposto con l’insieme della classe.

Si tratta di un bilancio quindi. Più volte nel corso dei miei anni di lavoro ho avuto modo di osservare anche posizioni polemiche o aperte critiche rivolte ai docenti da parte dei rappresentanti dei genitori e degli allievi. Da anni si è rotto il rapporto fiduciario fra famiglie  e docenti. L’Italia arcaica, ordinata dalle distinzioni di ceto e di ruolo, a suo modo limpidamente feudale in certi comportamenti è finita molti decenni fa. In un mondo umano senza più valori metafisici e regole di comportamento condivise dalle varie parti della popolazione si verifica l’ovvia  evoluzione del docente messo  sotto esame per così dire dall’utenza. Le diverse popolazioni del Belpaese hanno subito per intero nell’arco del ventennio 1993-2013 una radicale trasformazione. Le forme del successo personale sono divenute quantificabili in quattrini sonanti e nel possesso di beni di varia natura, il dato materiale e l’interesse privato di carattere egoistico sono diventati la sola bussola del pensare e del leggere la realtà. Questo materialismo di carattere numerico e contabile è diventato dominante attraverso  il crollo di forme divenute arcaiche di rispetto sociale e della disgregazione della logora struttura partitocratica che gestiva il rapporto di mediazione fra potere e masse elettorali. Al posto di grandi narrazioni pseudo-storiche e pseudo-scientifiche sulla società italiana si è sostituita l’amara razionalità del calcolo economico e della visione del rapporto fra costi e benefici. Ovvio che la scuola è stata colpita da questa trasmutazione delle genti del Belpaese che alla fine hanno trovato se stesse nella loro intima natura egoistica e materialistica. Ritengo inoltre che grattando bene la patina di perbenismo e moralismo politico del vecchio democristiano, del socialista, del comunista, del laico o del liberale dei passati decenni della Repubblica sarebbe uscito fuori la vecchia ruggine dell’italiano delle maschere del teatro dei burattini e del suo vivere quotidiano in mezzo a mille piccoli problemi e a padroni perlopiù cattivi, lontani, forestieri, dispotici. La dismissione dei vecchi fondali ideologici e dei trucchi di scena della politica di professione ha lasciato ogni umano italiano alle prese con il dare e l’avere, con la dichiarazione dei redditi, con le bollette e le multe, con i debiti,  con la vendita degli ori di famiglia, con le cento difficoltà del momento. Chi cerca di sfuggire all’aggressione del presente capita che fugga verso dimensioni immaginarie, finte apocalissi politiche di destra e sinistra, visioni del mondo misticheggianti o allucinate. Le genti del Belpaese risultano così scisse fra una rude brutalità del dato di fatto economico e la fantasia di mondi immaginari politicamente assurdi ma sul piano psicologico lusinghieri. Questa scissione la trovo proprio anche sul lavoro dove esiste la rottura fra la dimensione ideale e profetica dell’insegnamento, che ha una sua maturazione pensata nel futuro di chi riceve l’insegnamento, e il concreto e brutale dato materiale di tagli continui e ripetuti al settore della scuola di Stato. A questo va aggiunto che e la considerazione sociale del docente è proporzionale al suo stipendio.




18 aprile 2013

Data. Dal 22/3/2013 al 8/4/2013

Data. Dal 22/3/2013 al 2/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente odore di vacanze pasquali, altra interruzione.

Provo stanchezza, irritazione.

Visita al nonno rimasto vedovo in occasione della cena di famiglia di Pasqua.

Da correggere una quarantina di compiti.

Appuntamento per una mostra dei miei disegni e pitture su cartoncino e carta.

 

Considerazioni.

L’attività d’illustrazione per gli amici di Futuroieri ha creato una massa di disegni e pitture che sto per esporre in un locale fiorentino. Ho già preso i contatti del caso. L’opera di divulgazione prosegue. Mi chiedo se abbia senso. Ma se non si mette assieme la rete e il virtuale con il reale non se ne esce. L’appello civile, morale, di previsione di nuove catastrofi rischia di disperdersi, di diventare una delle tante voci indistinta e indistinguibile. Sono sicuro che tanta parte del Belpaese, specie molti adolescenti e giovani non ha idea di cosa vuol dire essere sette miliardi di umani, tutti potenziali consumatori di beni e servizi della civiltà industriale, in un sistema di risorse planetarie limitate.  Senza grandi accordi internazionali, patti seri e verificabili, sensibilità da parte delle masse popolari verso i problemi ecologici, disinteresse assoluto da parte delle minoranze al potere il rischio di guerre e catastrofi è fortissimo. Anzi oso scrivere che è certo. Non vedo come una competizione crescente per le risorse, i mercati, la forza lavoro a basso costo fra sistemi imperiali armati possa portar qualcosa di buono. Per ora le grandi potenze sponsorizzano conflitti locali, si schierano per questo o per quello a seconda delle opportunità e dell’interesse. Davanti a una penuria globale seria di risorse alimentari, energetiche, di materie prime c’è da attendersi risposte violente, colpi bassi e forse guerre più grandi e pericolose.  Poi se c’è da osservare il passato occorre ammettere che i sistemi imperiali alla fine sono tutti schiantati, e questo non promette bene visto che ormai è certa la ricostituzione in nuova forma di poteri imperiali, sostanzialmente quelli dei cinque paesi con diritto di veto all’ONU più le nuove potenze emergenti.

Molti in Italia non mettono assieme i fatti, non vedono che cose apparentemente remote sono collegate, che i limiti dello sviluppo della civiltà industriali e sono collegati alle tensioni sociali e militari anche quelle del Belpaese, che l’emergere della nuova superpotenza cinese mette in discussione i grandi equilibri internazionali, che le risorse sono limitate e quindi oggetto di speculazione finanziaria e di guerre. Milioni di abitanti del Belpaese non vedono oltre il marciapiede davanti a  casa, il calcio, i fatti propri, lo stipendio, gli spaghetti al dente, la macchina, la donna sono l’inizio e la fine di tutta la loro realtà. Il mondo esterno non esiste  se non quando è in offerta al discount o al centro commerciale e quando l’abitante della penisola deve aprire il portafogli o metter mano alla carta di credito. Questo è il limite, una parte degli abitanti della penisola è irraggiungibile a un discorso coerente e serio sulla realtà oltre le apparenze e le illusioni della pubblicità commerciale e dello spettacolo televisivo. Personalmente, ma è pura congettura, credo che siano la maggior parte. Qualsiasi discorso serio, qualsiasi mobilitazione, qualsiasi appello qui nel Belpaese si spaccherà sempre sopra la massa grande dell’egoismo dei singoli, dell’interesse privato anche il più  meschino e piccino che si possa concepire. So che è un discorso da quarto secolo dopo Cristo ma mi pare proprio, per usare una figura retorica e fantastica piuttosto concreta, che la maggior parte degli abitanti della penisola non abbia l’anima. Ovviamente nel senso ampio dell’espressione. Una parte cospicua della popolazione che abita la penisola mi sembra priva di empatia, gusto estetico, autostima, capacità intellettuali, senso critico, curiosità verso fatti e argomenti di carattere umanistico o scientifico.

 

 

Data. Dal 3/3/2013 al 8/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente la primavera. Piove, è umido ma sta arrivando il caldo e il vento di primavera.

Ansia di primavera: sta per finire l’anno scolastico. Il programma deve arrivare a un buon punto.

Da correggere una ventina  di compiti.

Mostra dei miei disegni e pitture su cartoncino e carta.

Fatto l’annunciatore per l’esibizione di judo alla fiera di primavera di Sesto Fiorentino.

Condizioni morali e fisiche in leggero miglioramento.

 

Considerazioni.

L’attività scolastica conferma, senza sforzo e indagine, quello che osservo e medito da anni. Il lato spiacevole delle genti del Belpaese.  Dal mio punto di vista tanta parte del lato spiacevole è il gigantismo della parola MIO. C’è qualcosa d’infantile nelle genti della penisola, per gli umani abitanti in Italia da generazioni, i nuovi hanno tradizioni e costumi loro, il MIO è tutto, è tutta l’esistenza fisica, spirituale, economica. Al tipico italiano non importa nulla dei disastri e delle guerre, se la sua città cade a pezzi, se la delinquenza è padrona del territorio, se i luoghi dove vive sono brutti, deformi, irriconoscibili. Tutto ciò che tocca la sua sfera d’interessi e  di piaceri immediati ha senso, ciò che è oltre è pazzia di poeti e sciagurati magari di poveracci che votano a sinistra o per partitini moralistici. Quando a pranzo o a cena osserva il telegiornale l’italiano è indifferente a qualsiasi dramma che siano massacri medio-orientali, odio politico, terremoti, uragani, guerre brutali con tanto d’immagini sanguinolente di gente fatta a pezzi o bruciata viva. La pasta scotta o salata due volte o il vino inacidito è un dramma orribile che gli guasta la settimana e magari se ne lamenta con amici e conoscenti, peggio ancora se la squadra del calcio perde di brutto, può andargli di traverso il pollo. Il MIO è più forte di qualsiasi catastrofe lontana o di ogni monito sulle sciagure ultime della razza umana. Questa dimensione limitata della maggior parte delle genti del Belpaese negli anni della mia adolescenza mi si rivelò in forma di metafore e non di analisi quando negli anni novanta trovai e comprai il fumetto tradotto in italiano di capitan Harlock. Nella maturità poi fu possibile per me comprare il DVD con le scene tagliate.  La serie del capitan Harlock del 1978 era stata pesantemente censurata dalla televisione pubblica, allora 1979 si trattò di RaidDue,  in frasi ed espressioni non legate al sesso o alla violenza. In particolare l’adolescente Daiba che spara alla bandiera del suo paese ripudiandola, lo fa prima di unirsi alla ciurma del capitano, perché sconvolto dalla natura imbelle e dissoluta dei suoi governanti mentre sull’umanità incombe il pericolo dell’invasione aliena fu per me una rivelazione. L’umanità imbelle e dissoluta e suoi capi scelleratissimi che nel racconto stavano portando l’umanità del d 2978 incontro alla catastrofe più grave ed estrema aveva diversi punti in comune con le genti del Belpaese del 1979 già allora avviati verso l’ipertrofia del MIO e il votarsi al proprio interesse privato a scapito di qualsiasi altra suggestione dell’anima umana.  Anche se fatto e pensato in Giappone fra il 1977 e il 1978 la serie classica di Harlock uscita in Italia su Raidue nel 1979 aveva un che di profetico. Oggi alla scelleratezza e all’idiozia di massa si sommano le nuove forme di povertà e di malattia mentale indotte dalla crisi e dal disfacimento delle certezze della società italiana. La sicurezza sul lavoro, la natura morale  e ordinatrice della famiglia nella vita dei singoli, lo stato sociale, le prospettive di vita e di carriera si sono disgregate. Si ha pertanto un composto perfino peggiore delle caricatura di umanità del fumetto giapponese del 1978 e va da sé della serie televisiva. Il MIO è nel Belpaese l’ultimo rifugio di milioni di uomini soli e donne sole che sanno ormai di non aver più punti fissi, morale, visione del futuro; la propria corporeità e la propria mente diventa l’ultima banca, l’ultima chiesa, l’ultimo Stato, l’ultima famiglia.

Milioni di singoli isolati sono di solito una massa di consumatori potenziali vittime felici del plagio della propaganda politica e delle suggestioni  pubblicità commerciale, non è quella la condizione per mezzo della quale si può sollevare le sorti del Belpaese facendo forza su coloro che lo abitano e ci lavorano.

 

 

 



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