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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


15 luglio 2008

DECRESCERE PER RISALIRE

Le direttrici di marcia proposte con lungimiranza dagli ecologisti già vent’anni fa appaiono oggi indispensabili ma non più sufficienti: fonti di energia «rinnovabile» o tecnologie ancor più sofisticate per poter avere uno «sviluppo sostenibile». Dobbiamo trovare il coraggio e la franchezza per guardarci negli occhi e ammettere che non può esistere alcun «sviluppo sostenibile». In letteratura si chiamerebbe ossimoro. Questo Sviluppo, così come è stato concepito dalla rivoluzione industriale in poi, è per definizione insostenibile. Ogni suo ulteriore incremento, comunque ottenuto, conduce ancor più velocemente alla rovina ecologica. È illusorio pensare di salvare la capra e i cavoli, lo Sviluppo ma anche l'ambiente, con il ricorso a fonti di energia «alternative». Qualsiasi fonte di energia usata in modo massivo è inquinante. Se al posto del petrolio e dei combustibili fossili si userà l'idrogeno, tanto caro al tecnologico Rifkin, si alleggerirà l'ecosistema in un punto ma lo si appesantirà comunque in qualche altro. Senza contare che la conversione di una fonte di energia in un'altra esige tutta una serie di adattamenti sistemici che non possono esser ottenuti che usando altra energia. Cosicché, se nel particolare si ottiene una riduzione dell'inquinamento da due a uno, a livello sistemico lo si quadruplica. E invece di risolvere il problema lo si aggrava. Basti pensare all’esempio delle moderne autovetture, hanno standard di inquinamento più bassi rispetto alle generazioni precedenti, eppure il problema dell’inquinamento dovuto alla produzione di CO2 e alle polveri sottili emesse dai motori a scoppio cresce esponenzialmente ovunque, aumentando di anno in anno -in ossequio al P.I.L.- il loro parco circolante, il loro uso e abuso.

«La tecnologia» ha detto una volta il filosofo della Scienza Rossi «per ogni problema che risolve ne apre altri dieci ancor più complessi con un effetto moltiplicatore».

Ci siamo dimenticati dell'entropia, della seconda legge della termodinamica che Carnot enuncia nel 1824 a proposito dei flussi di calore delle macchine a vapore e che nel 1860 il fisico tedesco Clausius estese alla produzione di tutte le forme di energia. Per non dire, molto prima, di Democrito.

Tutto ciò perché in Occidente (e da qualche anno anche in oriente) non ci si vuole, o non si può, rassegnare a una società in cui lo sviluppo, la produzione di beni, il consumo, l'economia, il Prodotto Interno Lordo, non siano in costante crescita.

E invece l'unica soluzione, se non vogliamo distruggere definitivamente l'ecosistema che ci ha dato e ci dà la vita, è la "Decrescita": dei consumi, della produzione, dell'economia. Noi dobbiamo ridurre drasticamente i nostri livelli di vita, anche perché il cosiddetto benessere -andando anche oltre la questione dell'inquinamento, che è solo la più immediatamente percepibile da chiunque- si è rivelato uno straordinario malessere esistenziale.

In altri tempi sono state guerre, pestilenze, o altre tragiche catastrofi a ripristinare, per eterogenesi dei fini, il ciclo della natura all'organizzazione umana. Per cui, come ad una estate di raccolta segue un autunno ed un inverno di riposo per preludere di nuovo ad una primavera di rigoglio, così veniva smorzata la concezione malata di uno “Sviluppo” come linea retta tendente all'infinito.

La battaglia politica, per chi ha in odio le guerre, massimamente quelle vigliacche moderne, è quella di coltivare la saggezza dell'uomo. Saggezza, se non più oramai istintuale almeno aiutata dai morsi della crisi economica galoppante, capace di indurre a stili di vita più sobri e, perché no, più gratificanti.

Dobbiamo lottare per affermare nelle condotte individuali e collettive il concetto di limite contro una “ùbris” (onnipotenza) dilagante -come ad esempio la scienza che si fa scientismo, cioè la più intollerante religione-, per affermare non solo i diritti inviolabili della persona ma ancor prima i doveri inderogabili verso la comunità.

Risultano essere, pertanto, logore le categorie di sinistra e destra figlie della medesima matrice positivista. Altro che Marx o Smith, è San Francesco il vero rivoluzionario d'oggi giorno!
 

http://biodiversitaverde.blog.dada.net/post/1206958795




8 marzo 2008

10, 100, 1.000 ALAIN DE BENOIST

L’indifferenza e l’impossibilità di distinguere fra destra e sinistra in politica non è solo una questione di luogo comune popolare ma anche uno dei punti forti del pensiero di De Benoist, il filosofo francese riconosciuto universalmente come il fondatore filosofico della nuova destra. Nella sua lingua, il francese, questa cultura metapolitica è chiamata Nouvelle Droit e ha un certo pregio ad onor del vero, comunque sia rende conto di alcuni dati di fatto altrimenti bizzarri.

Capita che questo punto del pensiero Debeneostiano sia stato richiamato, in qualche modo, sulla “Repubblica” del 3 marzo 2008 dal presidente della Federmeccanica Massimo Calearo che il giornale in questione dà come candidato nel PD. Sempre secondo il giornale egli una volta accettata la candidatura si sarebbe dimesso puntando all’elezione e a un posto di ministro in un futuro governo. Intervistato dichiara:”Sa che differenza c’è oggi tra la destra e la sinistra? Che sono sedute in posti diversi in Parlamento. Punto . E io non sono certamente uomo di sinistra, ma nemmeno di destra. Sono uno che ragione con la propria testa”. Fa piacere che questa posizione culturale, anche se in una versione semplicistica, della dottrina della nuova destra sia stata fatta propria da un candidato di questo PD; evidenziando ciò che già era certissimo per chi scrive e forse anche per i pochi che lo leggono: quello che si è formato è un partito di destra. Ma non della destra classica nostrana nostalgica del ventennio e del mondo pre-industriale, piena di rancore per le vicende della Seconda Guerra Mondiale e per una Repubblica che sente estranea, ma di una destra nuova di zecca alla maniera della Thacher e di Ronald Regan; una destra che ha fede nel fatto che la società non esiste, e che la mano invisibile del mercato è la volontà di Dio. Una destra tutta incentrata sul primato dell’economia sulla politica, dell’immagine sulla sostanza, dei grandi interessi sui bisogni dei molti, il tutto farcito da campagne elettorali, mediazioni sociali, e atti caritatevoli che rendono credibile la miscela. Una destra a misura d’Italia che darà potere alle minoranze di ricchi e di arricchiti e lascerà i molti nel loro disagio, e farà vivere alla meno peggio chi è riuscito a finire fra i salvati e non si è ritrovato fra i sommersi di questi nuovi maremoti finanziari e sociali. Ovviamente non è l’unica destra, un’altra destra ugualmente neo-liberale intende ritornare al potere e il leader di questa coalizione è Berlusconi, qualche sfumatura fra le due destre c’è, ma non è tale da mutare la natura di fondo del loro intimo essere. E non si dica che è l’eterno trasformismo italico, questa è una scelta definitiva, si sta da una certa parte punto e basta. Cosa auspicare da queste elezioni se non lo sdoganamento del pensiero del filosofo francese e auspicare per il futuro la redenzione di altri aspetti di questa Nouvelle Droit quali: la decrescita, la critica al sistema dei consumi e della produzione, la diffidenza nei confronti degli Stati Uniti, l’auspicio che si formi una Comunità Europea altra rispetto al cosidetto Occidente (che ad oggi è la somma dell’ex Impero Inglese più gli Stati Uniti), la resurrezione di forme di comunitarismo, la critica al neo-liberismo , al giusnaturalismo, al capitalismo.

Questo nobilissimo sdoganamento merita un “10,100, 1.000 Alain De Benoist”

IANA

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