.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


12 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Quale paese modello alternativo?

Clara Agazzi: Questa idea che della gente normale, perbene debba aspettare la catastrofe per costruire qualcosa di diverso è sinistra e un po’ folle. Insomma è mai possibile che dal bianco si debba passare al nero e dal blu al rosso senza sfumature di sorta, senza un ragionevole percorso di riforma! Non ci sono forse più uomini, donne, giovani in questa penisola?

Paolo Fantuzzi: Questo pensiero è meschino, ma è vero. Nel corso di una vita troppo spesso si comprende che alcune situazioni devono esser fatte esplodere, che certe contraddizioni e iniquità devono arrivare al punto di rottura e rompersi. Quante volte nella vita umana la mediazione risulta impossibile perché davanti alla persona perbene c’è un delinquente, una persona in malafede, un calunniatore dichiarato e patentato. Troppo spesso qui nella nostra patria la gente onesta subisce violenze piccole e grandi indecenti perchè priva dei mezzi per difendersi, spesso leggi e regolamenti diventano trappole per le vittime e salvacondotti per la feccia. Allora anche la persona perbene si rifugia in una stanza, in un angolo per le preghiere, in un silenzio rotto solo da qualche gesto, o dal votare il meno peggio quando capita.

Stefano Bocconi: Infatti oggi che il denaro è tutto e lo Stato è umiliato perché  sotto la pressione del Dio-denaro  non si sente arrivare alcun modello di vita alternativo. La decadenza e l’indecenza del modello di vita e sviluppo è sotto gli occhi di tutti ma non ci sono forze o grandi personalità in grado d’offrire alternative. Si sentono solo voci di riforma, pensieri belli, grida nel deserto. Ma nulla si muove davvero. Pensare la fine e l’apocalisse diventa non solo una ragionevole istanza esistenziale ma anche un calcolo, se si vuole una previsione.

Vincenzo Pisani: Ritorno ora da voi, ma sento che ragionate di decadenza, di fine. Cari. Carissimi, ma alzate gli occhi. Qui è il caso di migrare, di andarsene. Chi può si rifaccia una vita altrove. Ragionate su questo: se è impossibile a causa della decadenza e del malcostume riformare una popolazione e uno Stato allora la persona perbene, il lavoratore, l’uomo di buon talento deve andarsene. Deve privare i suoi rivali, i suoi diffamatori, i suoi nemici consapevoli o meno del frutto del suo lavoro, delle sue tasse, della sua ostinazione, della presenza fisica. Quando la decadenza arriva ai livelli nostrani il male di vivere inquina l’anima, rovina e deforma anche i migliori aspetti del carattere di una persona. Non sto parlando di un popolo metafisico o spirituale che risente tanto della decadenza, sto parlando delle difformi genti della penisola che tutto sono tranne che spirituali, anzi piuttosto l’opposto. Eppure qui avviene questa corruzione nel modo che vi ho detto. Credetemi amici. La fuga è l’ultimo dei trentasei stratagemmi, la fuga è lecita quando sono esauriti gli altri trentacinque.

Franco: E allora con questa perla di saggezza cinese possiamo dire che a oggi noi tutti siamo a un bivio o la strada della fuga o al contrario dalla muta attesa della fine. Una scelta che potrei definire una roba da braccio della morte, o il condannato scappa o verrà giustiziato. Non vi pare di esagerare un poco.

Stefano Bocconi: No. Purtroppo il Pisani ha detto il vero. La questione di cui si dibatte è altro. Si è fra noi discusso molto di cultura, consapevolezza, coscienza. Ma insomma. Ci rendiamo conto che per i quattro quinti degli abitanti della penisola questo modo di parlare è insensato. Come possono pochi, relativamente pochi intendo, imporre amasse di plebi elettorali e sfaccendati  un progetto di vita e di comunità umana alternativo. Non in qualche film di fantascienza ma qui e ora.

Paolo Fantuzzi: Una Massa simile di feccia impedisce qualsiasi progresso. Attendere la fine è un fatto ragionevole. Intanto ognuno tira a campare secondo la regola generale: ognun per sé, Dio contro tutti e tutti contro Dio.

Franco:  In effetti questa posizione è persuasiva, ma non è del tutto vera. Essa è egoistica, perché presume che la fine uccida gli altri ma risparmi colui che aspetta.  In un certo qual senso chi si lascia sedurre da questa posizione esprime un desiderio inconsapevole di veder rovinati e possibilmente distrutti in futuro i suoi simili. La fuga è altresì nel caso nostro espressione di valore  individuale,perfino  di libertà; ma anche di disprezzo per chi resta e per chi prova a far qualcosa. In fondo perché queste masse di scellerati e di umani ripugnanti dovrebbe muove un dito per venir incontro a chi li vorrebbe fatti a pezzi o lasciati lontano. Se si vuole liberare dall’ignoranza e dalle tenebre della ragione milioni d’inconsapevoli rincretiniti  occorre porsi in ascolto, capire. Farsi umili in un certo senso. Non si può pensare di domare masse informi urlando nel deserto o minacciandole con una spada di gomma. Occorre conoscersi bene e capire chi sono i nostri simili, e anche accettare che di solito è la dimensione locale, il piccolo e il quotidiano il mondo politico a cui guardano queste masse malconsigliate.

Vincenzo Pisani: Scusate tanto. Ma questi che hanno fatto per noi. Sono forse portatori di miracoli, di atti di generosità, di arte, di cultura, di civiltà. Chi sono i nostri simili. Esistono? Io non voglio vivere con addosso l’evidenza di esser concittadino di amorali faccendieri, delinquenti prestati alla politica, falsi accademici, finti politici e di milioni di umani senza cultura e formazione che vivono come capita. Io non sono questi qui e non voglio aver nulla in comune con essi, qui per forza di cose fosse anche solo per il fatto di condividere le stesse strade e le stesse piazze si finisce col diventare complici.  Se il Belpaese non riesce a ritrovare se stesso io non posso inventare dal nulla un paese alternativo e parallelo a questo. Cosa dovrei fare? Costruirmi una stanzetta e mettere lì tutte le cose belle e buone mentre il Belpaese si avvolge nella corruzione e nella follia. No! Amici questa non è la mia strada e voi lo sapete bene. Meglio andarsene, e non vedere, non sapere, fare altro.

Gaetano Linneo: Queste parole sono belle. Ma denunciano un sentimento da amante tradito, da melodramma. Certe cose si fanno a freddo e con metodo. Andare via esige  metodo, sapere, capacità. Restare ancora di più. Costruire un mondo diverso è costruire prima di tutto se stessi, nella mente, nelle aspettative, nella formazione, coscienza, cultura e perfino nel corpo fisico. Questa cosa è fatica.




15 ottobre 2013

Un fatto simbolico: chiude la Mivar

L'italiana Mivar che produceva televisori chiude.
Un pezzo di Belpaese finisce e a occhio direi che nessun corrispettivo arriva al suo posto.
Il potere politico presente sembra estraneo al dissolversi del Belpaese, come se coloro che esercitano qui il potere politico e finanziario vivessero in un Belpaese parallelo a quello reale.
Forse le cose stanno così, forse vivono davvero in un mondo a parte. Nel loro mondo riservato e chiuso e ben protetto da guardie armate, servitori, collaboratori, camerieri, addetti alle pubbliche relazioni.
Il caso dell'azienda produttrice di televisori in oggetto è l'ennesimo caso che si somma a tanti altri.
A mio avviso è un simbolo.
Il simbolo di un Belpaese che sta precipitando dentro un suo abisso, dove la degenerazione, la corruzione e la senescenza del sistema stanno rovinando quanto fatto nei decenni precedenti.
Una perdita continua di ricchezza, potenza e credibilità internazionale è in atto da almeno venti lunghi anni, se questa disgrazia non trova argine sarà sempre più difficile e amaro vivere nel Belpaese.
C'è inoltre da chiedersi cosa è mai il Belpaese oggi!



http://www.tomshw.it/cont/news/l-italiana-mivar-chiude-maledette-tv-a-led/49971/1.html

http://www.abruzzo24ore.tv/news/Mivar-chiude-vendevano-in-perdita-contro-gli-asiatici-Colpa-di-tasse-e-balzelli/127764.htm




10 novembre 2009

Sepolture simboliche per i ricordi del tempo morto

De Reditu Suo

Sepolture simboliche per i ricordi del tempo morto

Un caso, è stato un caso e ho rivisto e udito nei montaggi che fa una trasmissione di Raitre la vecchia sigla di Lady Oscar. Il contesto era fuori luogo, ma comunque la mia memoria è andata ad anni molto lontani, a un mondo ormai morto e sepolto con le sue illusioni, le sue logiche, perfino con le sue virtù. Già perché quella serie animata, dalla quale mi sento lontano, è stata parte di un mondo dell’infanzia che era inserito in una vecchia Italia decadente che conservava dei valori e delle logiche un minimo decenti; quella sigla mi spediva a tradimento in un tempo diverso e altro, oggi morto. Per me la constatazione della morte di quel mondo è un fatto doloroso, eppure devo rendere omaggio a una vecchia Italia che non c’è più e forse anche a una sigla per quei tempi coraggiosa e decisamente fuoriclasse. Se avessi i soldi dovrei conservare in delle teche da museo o in una specie di cassettiera a metà strada fra quelle della sala professori e l’ossario i resti pietosi di quel tempo perduto. Penso ai dischi in vinile, alle pubblicazioni ERI dedicate agli eroi del piccolo schermo, ai trasferelli, agli album di figurine e ai primi robot di plastica, ai giocattoli dell’Atlantic, ai filmini che si vendevano allora e che venivano usati con dei proiettori casalinghi. Ricordi di un tempo morto, non tutti piacevoli. Meriterebbero queste cose una sepoltura simbolica, non per cattiveria o per feticismo da strapazzo ma per delineare un prima e un dopo, un esser qui e ora avendo alle spalle qualcosa che forse ha cercato di raccontare, in modo strambo e un po’ pazzo, anche le speranze l’inquietudine di un tempo lontano. Per me è doloroso, ma devo far i conti con un tempo che è ormai altro, dove le illusioni di natura sublime o le fantasie del periodo hanno lasciato il passo a un mondo umano ben più triste e meno portato a slanci eroici o generosi; è rimasto poco della natura problematica, altruistica e contestataria degli anni settanta che era, sia pur sottotraccia e da decifrare, presente in alcune serie animate giapponesi. Oggi tutto è stritolato dalla macchina dell’industria dell’intrattenimento e lo spazio per l’arte e la provocazione sembra essersi ristretto anche nelle serie animate dell’Arcipelago. Rimane quindi nel nostro ossario ideale anche il rispetto per un piccolo mondo antico e l’amarezza per questi anni così meschini. Quindi essendo vano il piangere a oltranza sul tempo perduto, anche se può avere una sua dignità, occorre pensare al qui e ora e al futuro. Evidentemente per descrivere le speranze e le paure concrete di questi anni sarà necessario non far affidamento sulla dimensione commerciale; occorre che nasca l’esigenza da parte della gente perbene di creare le condizioni per scrivere, disegnare, fare cose di carattere civile e culturale. Occorre che quasi con una spinta dal basso si formino quelle spinte a descrivere in forma fantastica o allegorica le passioni e le paure di questi anni. Credo che la potenza creativa dei nostri anni ancora non emerga in forma compiuta perché tarpata dalla difficoltà di attivare canali paralleli rispetto a quelli lucrativi, ma forse il rimedio già c’è la rete e i nuovi mezzi per moltiplicare messaggi, disegni e scritti potrebbero favorire la formazione di spinte culturali dal basso, forse questa è illusione, o forse è il futuro.

La libertà inizia da sé stessi.

IANA per FuturoIeri



sfoglia     febbraio        aprile
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email