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17 ottobre 2011

Ammazzare la memoria, costruire il discorso politico

Ammazzare la memoria, costruire il discorso politico

 

La lotta politica si fa anche con i simboli e l’opposizione proletaria e socialista comprese subito di dover contrapporre la propria simbologia e la propria lettura del conflitto a quella dei ceti dominati, una lotta fra Davide  e Golia, e vinse Golia. In fondo in Italia è comune che vinca il più forte a scapito del più debole. Il fascismo riuscì a controllare questo processo di creazione di mito e gestione della morte di massa ma di sicuro non lo inventò. In realtà in questa storia che il fondamento del fascismo stesso non c’è molto di più se non la creazione del fascismo di se stesso attraverso l’abilità politica e giornalistica di Mussolini. Tuttavia non era una cosa così scontata e non era facile prevedere l’oblio che colpì la resistenza spesso eroica di tanti che negli anni venti s’opposero al fascismo. Anche quella fu Resistenza antifascista, ma non gode della stessa fama e fortuna di quella della Seconda Guerra Mondiale. Credo che questa differenza di trattamento sia da riferirsi  a mio avviso al modo arbitrario con il quale i  partiti politici dell’Arco Costituzionale si son fatti strumentalmente forti della Resistenza  per costruire un discorso di apologia continua del loro sistema politico privo di reali alternative che solo Tangentopoli ha saputo chiudere aprendo la via a una Seconda Repubblica. Infatti da quando è arrivata una Seconda Repubblica priva dei partiti dell’Arco Costituzionale si sente poco rammentare come fondamento della democrazia le prime forme di resistenza al fascismo e per la verità  non sempre sono ricordate le seconde. Credo che questo sia dovuto al fatto che il potere politico di ogni colore non si occupa mai di storia ma di uso pubblico della storia o di propaganda politica che sono cose molto diverse dallo studio della storia fondato secondo dei criteri e sulla base di dnti e testimonianze. Sul fascismo voglio aggiungere una riflessione: non era sua invenzione il saluto romano, la camicia nera, il fascio littorio, il grido Eia Eia Allà, il mito della Roma dei Cesari, l’aquila come simbolo di potere, il martirio per la salvezza della Patria, e neppure gran parte dell’iconografia e dei simboli della  retorica guerrafondaia e perfino il concetto di sangue e di stirpe. Perfino le bande armate anticomuniste non erano così originali visto che già nel 1919 in Germania i Freikorps massacravano centinaia di cittadini della Repubblica di Weimar sospetti rivoluzionari. Il fascismo è stato un modo di gestire e di dare un senso a tutto questo attraverso il potere politico. Se così non fosse sarebbe inconcepibile la rete di complicità e di simpatizzanti che trovò quando s’impadronì dello Stato. L’opportunismo, la corruzione e la decadenza delle minoranze di ricchi liberali al potere e il re non spiegano come mai un movimento politico così singolare e inquietante sia riuscito nella presa del potere e nell’imporre la sua visione della realtà. Il linguaggio simbolico fascista e le dichiarazioni belliciste e nazionaliste risultavano familiari a tanta parte degli italiani dei ceti medi e medio-bassi, il perchè spero sia chiaro.

 

La simbologia della morte divisa fra destra, centro e sinistra

 

 

Ma ciò che colpisce è che la tendenza a tradurre in chiave di rito, di “culto”, di “religione”, intenzioni e progetti della politica con segno rovesciato era presente  anche tra le forze di sinistra, anche se con qualche eccezione.  I socialisti e le forze politiche di sinistra, spinte dal mito dell’esempio sovietico e dal prezzo pagato dalle classi lavoratrici alla guerra, costruirono nel dopoguerra lapidi e monumenti[1], analoghi e contrapposti a quelli espressi dalla memoria “ufficiale”. Tali ricordi enfatizzarono alcuni aspetti antimilitaristici e anticapitalistici della cultura anarchica e socialista.

Scrisse “La Difesa”, settimanale della Federazione Socialista fiorentina, subito dopo il grande evento del 4 novembre:

 L’ENTUSIASMO CITTADINO

E’ stato grande. Non contestiamo. Le notizie militari e quello della firma dell’armistizio sapientemente comunicata hanno fatto esultare la cittadinanza, la quale, più che di ogni altra cosa è stata lietissima della cessazione delle ostilità. Il censore non ci permetterebbe di esporre quello che noi pensiamo sugli ultimissimi avvenimenti perché il nostro sereno e calmo ragionamento potrebbe fare sui bollori dei giorni passati l’effetto di una doccia fredda e noi, per non guastare l’amicizia non vogliamo disturbarlo.

Però non possiamo lasciare passare sotto silenzio quello che nelle dimostrazioni è avvenuto.

Ci si dice  per esempio che  l’avvocato Meschiari[2] ed altri suoi degni compari non

si siano lasciati fuggire neppure questa occasione per lanciare le solite stupide invettive – tra le approvazioni degli imbecilli – contro il partito  socialista. I nostri informatori sono persone serie e degne di fede e non c’è quindi da porre in dubbio che questi signori oggi abbiano vomitato le loro insolenze contro di noi…”[3].

La tensione dovuta alle necessità di regolare i conti in sospeso fra le forze politiche e sociali, aperti con l’entrata in guerra e acuiti oltremisura dagli anni del conflitto era fortissima in città. Un primo segnale fu l’aggressione fatta a Giuseppe Pescetti ad opera di gruppi di studenti e soldati organizzati nel corso della commemorazione proletaria per i morti in guerra[4] avvenuta il 15 dicembre 1918. Furono i socialisti a dover affrontare una reazione violenta, secondo loro portata avanti da quelle minoranze di soggetti economici, ossia i “pescecani” di guerra, che trovarono i loro naturali alleati in questa azione nei gruppi politici nazionalisti. Scriveva “La Difesa”: “Numerosi ufficiali in congedo che si valgono della divisa militare e del grado per imporsi, spadroneggiare e compiere indisturbati e impuniti tutti gli atti teppistici che loro talenta”[5].

I socialisti fiorentini, seguendo una polemica presente anche a livello nazionale, evidenziarono la presenza fra questi avversari non solo dei pescecani ma anche degli imboscati.

I socialisti fiorentini risposero all’abuso che veniva fatto dei simboli militari da parte degli avversari politici attraverso il ribaltamento concettuale del valore attribuito alla divisa, alle medaglie ed alla bandiera. “La Difesa” lanciò, il 4 ottobre 1919, un appello AGLI EX COMBATTENTI in cui si affermava: “Non resta perciò ai proletari smobilitati che di ricorrere alla stessa arma dei nazionalisti, di scendere cioè in piazza in divisa militare coi distintivi di guerra indicanti le campagne fatte e le ferite riportate. Lanciamo l’appello che, verrà certamente raccolto dal proletariato. Si tratta di vita o di morte. E’ in gioco la stessa libertà di pensiero, di riunione e di organizzazione.

Siamo intesi! Al primo ordine del partito socialista migliaia di ex-combattenti sovversivi, dei quali non pochi sono ufficiali e graduati, devono partecipare alle nostre dimostrazioni, vestiti in divisa, al canto dell’inno dei lavoratori e dietro i vessilli rossi (…) Faremo vedere agli imboscatissimi eroi del marciapiede chi veramente ha fatto la guerra.”

I socialisti, anche a Firenze, usavano termini e parole dei loro avversari in contesti diversi e rovesciandone i sensi. Il mondo[6] dei simboli e valori socialisti, come tutta la società italiana, era stato costretto a confrontarsi con l’esperienza di guerra.

Esso si trovò a condividere con i suoi avversari espressioni e parole di stampo religioso, mistico o bellicistico che nel corso del conflitto avevano acquisito senso e popolarità. I due insiemi culturali disomogenei, quali erano in quel tempo il mondo socialista e quello cattolico-reazionario e fascista, avevano in comune delle parole in grado di rappresentare valori mitici e simboli come: “forza”, “bellezza”, e sopra ogni altra, “fede”, oltre ad affermazioni verbali come “consacrare”, “vincere”, “combattere”, “infrangere la resistenza”.

Se ne ha un esempio nell’inaugurazione fiorentina del vessillo della lega proletaria dei reduci di guerra. I socialisti descrissero e qualificarono l’evento[7] in questi termini: “un imponente corteo, un comizio vibrante di entusiasmo, la bandiera della lega consacrata alle battaglie per l’internazionale operaia in una cerimonia religiosa.” Tale modo di parlare e quindi di veicolare messaggi era adatto a portare avanti quella tensione e quella radicalità politica ereditata dal periodo bellico, e diventata parte del linguaggio politico del dopoguerra. Inoltre, le forze della sinistra attuavano lo smascheramento dei simboli e delle parole d’ordine nazionaliste e clericali accompagnando l’uso  dei  medesimi simboli e parole per affermare concetti e progetti opposti.  In  quest’attività   che   intendeva  sovvertire  le   categorie    della    “memoria

ufficiale” si distinse la rivista[8]  “l’Ordine Nuovo”. L’uso di tali strumenti simbolici e linguistici, mutuato dagli avversari, non fu solo negativo, la dissacrazione e la negazione dei valori fatti propri dalle forze di destra poteva avvenire contemporaneamente alla rivendicazione del proprio ruolo avuto nel conflitto e del sacrificio subito dal proletariato.

Gli esiti di questa lotta simbolica sembrano confermare l’analisi generale  dello storico George. L. Mosse a proposito dell’uso politico[9] dei culti laici e della loro articolata simbologia: “I nazisti sapevano quel che facevano quando posero il culto dei morti in guerra e il culto dei propri martiri al centro della loro liturgia politica. Il culto dei caduti aveva un’importanza diretta per la maggior parte della popolazione: maschi adulti aveva combattuto nella guerra e perduto un quasi tutte le famiglie avevano perso uno dei loro membri, e una maggioranza dei maschi adulti aveva combattuto nella guerra e perduto un amico. Ma fu la destra politica, e non la sinistra, che si dimostrò capace di annettersi il culto e metterlo a profitto. L’incapacità della sinistra di dimenticare la realtà della guerra e di far proprio il Mito dell’Esperienza di Guerra si risolse in un vantaggio per la destra che poté sfruttare ai propri fini politici le sofferenze di milioni di persone”.

Il far proprio il mito politico del rappresentare i caduti per la patria conferiva alla forza politica che ne assumeva, per così dire il monopolio, la possibilità di presentarsi come una forza erede del passato storico in grado di rigenerare la Nazione. L’appropriazione del mito da parte delle forze di destra, nel caso di Firenze, fu resa più facile grazie alla presenza di intellettuali reazionari e interventisti che erano schierati ed avevano operato in funzione antisocialista fin dal periodo dell’amministrazione del sindaco Orazio Bacci[10].

La giunta del sindaco Antonio Garbasso[11] ereditò la politica culturale incentrata sull’esaltazione della  vittoria, degli eroi e dei caduti; e adattò alle nuove circostanze gli strumenti culturali e propagandistici. Per le forze di sinistra era difficile affermare le proprie ragioni, poiché durante e subito dopo la guerra fu attuato un gioco pesante contro i socialisti fatto di offese e accuse di disfattismo e tradimento mentre la censura, che fu abolita solo a distanza di diversi mesi dalla fine del conflitto, colpiva la stampa socialista.  Difatti l’appello per la ricorrenza del 2 novembre 1919, pubblicato da “La Difesa” del 1 novembre 1919 uscì censurato; le autorità non ammettevano la presenza di una liturgia diversa e di memorie  alternative intorno alla straziante questione dei caduti in guerra. La parte non censurata del testo riporta: “ 2 NOVEMBRE. Giorno dei morti. Le vittime della guerra reclamano e attendono giustizia riparatrice. Ricordalo o popolo!  E nei fiori vermigli che – al pensiero dei tuoi dolori – butti al vento per ricoprire…CENSURA”.

                Il fiore, simbolo della continuità della vita e di una speranza nella morte, diveniva in questo appello un monito a non dimenticare le responsabilità di quelle morti e di quel conflitto. Tale omaggio simbolico era un gesto che era stato fatto proprio dalle giunte comunali che destinarono, per la ricorrenza del 2 novembre, fondi per adornare le tombe dei caduti in guerra[12]  al cimitero di  Trespiano.

Nel 1919, in occasione del giorno dei morti, il regio commissario[13] aveva predisposto una cerimonia per la deposizione di fiori sulle tombe dei caduti nel cimitero di Trespiano cooptando le rappresentanze delle scolaresche comunali, dei sodalizi patriottici e contando sull’appoggio de “La Nazione”.

Una vera e propria svolta verso una complessità simbolica e rituale più consona all’esigenza di far partecipare le masse ai riti pubblici si ebbe solo durante la giunta Garbasso. Una lettera del sindaco inviata nell’aprile del 1921, d’accordo col Consiglio comunale, al comitato di Treviso con l’offerta di fiori del vivaio comunale, da deporre sulle tombe dei caduti del Piave, rivela la volontà di superare i limiti della solita retorica. Il sindaco concluse la lettera di omaggio[14] inviata al comitato affermando: “Portino queste fronde e questi fiori il memore saluto di Firenze agli Eroi che attendono una Patria più grande, quale sognarono cadendo… ”.

In questa lettera emergono due aspetti, che evidenziano un cambiamento profondo rispetto alle esperienze precedenti: il primo è che i fiori assumevano un valore simbolico, oltre a quello ovvio di rinascita e di continuità della vita dopo la morte, in quanto consacrati al culto dei caduti; il secondo è la mitizzazione e le strumentalizzazione della morte in guerra per fini politici. Formalmente Garbasso affermava che i morti volevano un’Italia più grande e diversa e affermando che era compito dei vivi rendere piena soddisfazione a questa “attesa dei morti”. Non si trattava più di ricordare i morti in guerra come portato di una lotta intrapresa per salvare la Patria, ma, al contrario, di fare dei gloriosi caduti la ragione per cui era necessario mutarla a partire da quel  preciso momento storico.

“L’attesa dei morti” è il dato palese di un profondo cambiamento culturale e politico che non avrebbe mancato di inserirsi nelle forme dello stato totalitario; infatti, se in tutti i paesi usciti dalla Grande Guerra il culto dei morti divenne un nodo cruciale della vita pubblica fu, tuttavia, in Germania e in Italia che esso “assunse  un’importanza speciale. Ancora  negli anni  30, durante il regime fascista, l’Italia era impegnata a sviluppare e ricostruire i suoi cimiteri militari, mentre in Germania pellegrinaggi e cerimonie mantennero la memoria dei morti costantemente viva fino allo scoppio della seconda guerra mondiale”[15].  I riti dedicati ai caduti della Grande Guerra, che vennero utilizzati dal fascismo nel contesto del costruendo stato totalitario erano, infatti, stati elaborati e sperimentati già prima della presa del potere da parte di Mussolini. Il 4 novembre del 1921, mentre Garbasso nella veste di sindaco di Firenze si trovava a Roma per assistere al rito dell’inumazione del Milite Ignoto nel Vittoriano, le principali autorità civili e militari fiorentine onorarono la vittoria del 4 novembre con una Messa in Santa Croce, celebrata su un altare da campo sopra cui fu stesa la bandiera tricolore[16]. La cerimonia riuscì imponente, la suggestione del passaggio fiorentino dell’Ignoto giocò certamente un ruolo e l’evento ebbe come ospite d’onore il cattolicissimo generale Luigi Cadorna.

            La commemorazione in onore dei caduti raggiunse una sintesi fra il culto della fede cattolica e quello della patria uscendo dai limiti della cerimonia elitaria e divenendo un evento pubblico coinvolgente per le masse. La sacralizzazione dei caduti della Grande Guerra in chiave di uso pubblico della storia e di manipolazione politica delle masse, fu fatta propria dal fascismo. Nel caso fiorentino il fatto che il sindaco si fosse “convertito” al fascismo facilitò la strumentalizzazione e l’uso di parte del mito dei caduti. L’anno successivo il generale Cadorna ed il sindaco furono i traghettatori verso il fascismo di questa cerimonia solenne del 4 novembre.  Il sindaco aveva del resto manifestato la sua passione politica il 31 ottobre 1922, quando assieme ai gerarchi fiorentini, aveva improvvisato un comizio a favore di Mussolini in piazza Vittorio Emanuele mentre i fascisti andavano a liberare i loro camerati rinchiusi in galera, alle Murate[17], per svariati delitti. Pochi giorni dopo il 4 novembre del 1922 la Messa solenne in Santa Croce e la cerimonia in Palazzo Vecchio videro ancora protagonisti i fascisti fiorentini, ormai “padroni” della città.  Kurt Suckert, ossia Curzio Malaparte, si ritagliò un suo spazio quando tenne un comizio fascista nel salone dei Cinquecento, inserendo la propaganda politica nel rito solenne.  La cerimonia proseguì poi con un corteo i cui partecipanti, dopo aver percorso il centro storico, ritornarono in piazza Signoria, dove Cadorna prese la parola per lodare la marcia su Roma avvenuta pochi giorni prima,  evento che, egli disse, avrebbe “salvato la Patria”. "Il Nuovo Giornale” e “La Nazione” diedero un grande rilievo a questi fatti mentre il genetliaco del Re[18], festeggiato anche a Firenze, ebbe poco spazio nella cronaca. “Il Nuovo Giornale” gli dedicò, il giorno dopo, solo un piccolo trafiletto. Quanto ai giornali non allineati con la giunta, essi non ebbero in quei giorni la possibilità di circolare, perché i fascisti li bruciarono prima che potessero arrivare nelle edicole.

 



[1] Cfr. Gianni Isola, Guerra al Regno della guerra, Storia della Lega proletaria mutilati invalidi reduci e vedove di guerra (1918-1924), Le Lettere, 1990, Firenze, pp.166-181. In generale sulle memorie dedicate ai caduti  di orientamento socialista cfr. Mario Isnenghi, La Grande Guerra, Giunti, Firenze,1993, pp.147-148

 

[2] L’Avvocato Gino Meschiari, (1883-1947) uomo politico repubblicano ed ufficiale dei bersaglieri,  in quel periodo era un antisocialista convinto. Successivamente avrebbe legato il suo nome alle associazioni combattentistiche; aderì al fascismo dopo il delitto Matteotti. Esponente di prestigio della corrente repubblicana divenne “l’ultimo federale” di Firenze durante la Repubblica Sociale. Il partito repubblicano lo espulse nel 1920 a causa della sua accesa difesa delle proprie posizioni politiche scioviniste. Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 26 novembre 1920. Cfr. Carlo Francovich, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, Firenze, 1969, pp. 49-50 e p 364.

 

[3]  “La Difesa”, Cronaca cittadina, 8 dicembre 1918. L’articolo che commentava la fine delle ostilità terminava con un minaccioso giudizio sugli avversari politici: “Ma il gioco non è terminato e non si sa come possa chiudersi la partita. Non sempre saremo disposti a tollerare. Ed allora sapremo servire a dovere questi repubblicani passati al servizio della monarchia, questi… socialisti che vanno puntellando la borghesia traballante. Il tempo è galantuomo.”. Sui motivi che scatenarono le tensioni che erano intercorse tra la giunta al potere e i socialisti fiorentini durante il conflitto cfr. Luigi Tomassini, Associazionismo operaio a Firenze fra 800 e 900, La società di Mutuo Soccorso di Rifredi (1883-1922)  Olschki Editore, Firenze, 1984, pp. 293 –299; e anche Giorgio Spini e Antonio Casali, Firenze, Editore Laterza, 1986, pp. 112 – 113.  In generale sulle tensioni sociali e politiche in Toscana nel 1919 cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001

 

[4] Cfr. “La Nazione”,  Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919. Cfr. “Il Nuovo Giornale”, Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919. Cfr. “La Difesa”, 14 dicembre 1918 e 28 dicembre 1918.

 

[5] Cfr.”La Difesa”, 4 ottobre 1919.

 

[6] Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, cit., pp. 240 – 246 e pp. 322 – 329. In generale sulla storia del linguaggio politico in Italia nel 1919. Cfr. Roberto Bianchi, Pace, Pane, Terra il 1919 in Italia, Odraedek edizioni, Roma, 2006. Per quel che riguarda l’organizzazione  di ex combattenti che militavano politicamente a sinistra e il loro linguaggio Cfr: Eros Francescangeli, Arditi del popolo, Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista, Odradek, Roma, 2008.

 

[7]  “La Difesa”, 1 novembre 1919. Tale tendenza non era un dato solo fiorentino, lo stesso “Ordine Nuovo” usò, il 1 maggio, questi termini per celebrare la data solenne: “Perché il mondo si salvi è necessario che la fede socialista diventi il soffio animatore dell’opera di ricostruzione, è necessario uno scatenamento di energie morali che torni a potenziare l’umanità, a ridarle il vigore e la giovinezza adeguate allo immane compito”.

 

[8] “L’Ordine Nuovo” ad esempio  pubblicò racconti strazianti che alla denuncia sociale accompagnavano la denuncia del conflitto e fra questi un articolato e concettualmente complesso racconto “il Congresso dei morti” che fu pubblicato a puntate.  Questo racconto immaginava che la grande strage avvenuta con la guerra avesse convocato agli inferi così tanta folla da scatenare un congresso fra i defunti.  A tale evento presero parte le grandi personalità della storia come Attila, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Garibaldi e tanti altri.  Il congresso viene chiuso direttamente da Gesù Cristo e da un Milite Ignoto; lo stesso Messia pronuncia una aperta condanna del capitalismo, della chiesa, e della guerra.   Cfr. “L’Ordine Nuovo ”, 24 maggio, 7, 14, 21 giugno; 17, 26 luglio, 9, 16 agosto 1919.

 

[9] George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Editori Laterza, Roma – Bari, 1990,  pp. 117 –118. 

 

[10] Il “Gr. Uff. Prof. Dott”. Orazio Bacci morì la notte fra il 24 e il 25 dicembre 1917, mentre si trovava a Roma per motivi d’ufficio. Nato a Castelfiorentino il 17 ottobre 1864, intraprese a Firenze la carriera di insegnante fin dai più bassi gradini arrivando ad essere prima un professore di Liceo, poi un accademico della Crusca e infine un professore universitario. Nel 1910 ricoprì la carica di assessore alla Pubblica Istruzione.  Dal gennaio del 1915 fu  sindaco di Firenze, il suo mandato lasciò un segno a causa delle molte iniziative culturali e benefiche attuate durante il difficile periodo della guerra. Genero di Isidoro Del Lungo, ebbe una formazione culturale e politica che fu determinante nell’impostare momenti e riti di propaganda patriottica.

 

[11] Antonio Garbasso ultimo Sindaco di Firenze e primo Podestà fascista della città era nato a Vercelli nel 1871. Accademico dei Lincei, e docente di fisica – matematica a Pisa e a Firenze. A  Firenze si occupò specificamente di ottica e di magnetismo. Fu eletto Sindaco nel 1920, fu nominato senatore del Regno nel 1924, nominato podestà mantenne la carica fino al 1928.  La sua opera politica e culturale a Firenze fu notevole, tant’è che attualmente esiste una via Antonio Garbasso nella zona di San Gervasio che non ebbe una nuova denominazione dopo la guerra.  I frati francescani della Verna  gli diedero sepoltura nel cimitero del convento nel 1933.

 

[12] Tale consuetudine, che aveva assunto le vesti della ritualità pubblica fin dal 1916, proseguì nel decennio successivo e oltre. Cfr. ASCFi, f. 4445,  doc. 119.

 

[13] Cfr. “La Nazione”, 2 novembre  1919.  La crisi politica e morale della giunta Serragli impose la nomina di un commissario Regio nella persona di Vittorio Serra Caracciolo.  Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p. 75 e p.112

 

[14] Atti, CFi,, I,  19 aprile 1921, p.318

 

[15] George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Editori Laterza, Bari, 1990, p.103

 

[16] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 5 novembre 1921

 

[17] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 4 e 5 novembre 1922.  Su Firenze e la marcia su Roma cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, cit., pp. 316 – 319.

 

[18] Cfr. “La Nazione”, 11 novembre 1922 e “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1922. In particolare “Il Nuovo Giornale” con una punta di malizia scrisse che nella cerimonia solenne in Comune i presenti avevano gridato: “Viva il Duca d’Aosta, viva casa Savoia.”   Il duca D’Aosta era stato preso in considerazione da alcuni gruppi politici d’estrema destra come potenziale alternativa al sovrano legittimo Vittorio Emanuele III in caso d’abdicazione da parte di quest’ultimo, e come probabile candidato alla presidenza di un governo autoritario e antidemocratico.  Cfr. Denis Mack Smith, I Savoia  Re d’Italia, cit. p. 314, e p. 325.

 



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