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10 febbraio 2011

Il Fascista Immaginario: un lavoro, una fede

Il 
geotermico: ottenere energia dalla Terra

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Il Fascista Immaginario

Breve scritto teatrale sulla disgregazione del vecchio mondo umano al tempo del ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti e dell’ennesimo governo Berlusconi; è l’ estate del 2003.

-          Lazzaro: D’accordo. I soldi, il potere, la roba, l’appartamento. La macchina, le donne… Le genti d’Italia sono diverse ma tenute assieme dall’avidità e dalla paura; se fossi un filosofo antico direi che l’anima dei nostri è profondamente malata. Ha perso la parte razionale e si è dissolta quella legata all’orgoglio marziale e alla volontà di potenza, è rimasto solo desiderio, brama, delirio, cupidigia. Ma come se ne esce, e a titolo personale… Come vedi tutto questo. Come è possibile uscirne e altra domanda fondamentale quali sono, se ci sono, le leggi che regolano questo sistema; perché uno schema, un canovaccio deve pur esserci.

-          Sergio: Il mio secondo lavoro semplifica queste domande.

-          Lazzaro: Voglio saperne di più, parla…

-          Sergio: Funziona così. Ho bisogno di soldi, servono per il mio primo lavoro. Ricambi per il veicolo, benzina, assicurazione, qualche spesa imprevista e poi le spese per me. Mi sono accorto dell’infelicità di tanti che non riescono a vivere in un Belpaese ormai colonia celebrale dell’Impero Anglo-Americano. Loro sono le teorie dominanti in economia, loro è la concezione criminale di un libero mercato che spacca la comunità nazionale, loro la visione scellerata di far delle nostre città e paesi la ripetizione grottesca e apertamente empia  della Torre di Babele dove i popoli erano associati fra loro parlando la lingua del despota orientale che l’aveva creata. Sono stranieri come mai li abbiamo conosciuti in questa nostra penisola, neanche i turchi sono così diversi da noi come questi inglesi e questi statunitensi. Alieni. Quindi qualcuno un giorno mi ha messo una pulce nell’orecchio e mi ha detto come sarebbe bello ritornare ai vecchi tempi, fare come i rossi che hanno i loro modi di ricordare, di star assieme, di metter in scena la loro lotta armata e la Resistenza. Anche se devo dire che quest’ultima parola di solito non la uso e non ha per me lo stesso valore di chi solitamente la pronuncia.

-          Lazzaro: Credo di capire purtroppo. Questa è una reazione, solo che invece d’essere pubblica è di carattere privato e con finalità di lucro. Ho capito bene. Siamo alle solite. Vi nascondete dietro a un dito. Certo per me è facile capire. Questa destra ripulita, in giacca e cravatta, con dirigenti che parlano inglese o peggio che fingono di farlo non può rimettersi la camicia nera…

-          Sergio: Come no! Il nero si addice a camerieri e gente di servizio come i maggiordomi, quindi possono benissimo vestir di nero quando si ritrovano con i grandi  finanzieri, con i CEO delle Multinazionali, con i direttori di banca, con i generali stranieri, con i capi della massoneria, con illuminati, sacerdoti e altro ancora. Ma un giorno finirà questo Purgatorio punitivo e ciò che ha natura propria ritroverà la sua strada. Per me è legge di natura.

-          Lazzaro: Che situazione assurda, il fascista immaginario è più estremista di me e per certi aspetti ancor più anticapitalista e antisistema. Peccato ami le divise, i pestaggi, la polizia, le armi da fuoco.

-          Sergio: Come credi che arriverà la tua Rivoluzione…Il tuo popolo al potere…Con le belle parole, con le libere elezioni, con qualche predicatore da piazza, con qualche editoriale in un giornale pagato da banche e capitalisti, con il casino in pazza o i Social Forum?

-          Lazzaro: Non ho dietro di me l’Armata Rossa, e devo dire che non è poi un buon affare andar dietro ai carri armati e ai generali. Ma dimmi piuttosto cosa fai quando ti cali nella tua parte. Quello che fai mi sembra una cosa a metà strada fra il gioco di ruolo e il teatro a domicilio.

-          Lazzaro: Vado con ordine. Così è tutto più facile. Di solito la sera o di notte arriva una telefonata. E’ il cliente o un suo amico. Fissiamo l’appuntamento e di solito il prezzo. Poi al momento opportuno, una o due ore prima di andare in scena mi faccio un caffè doppio, capelli corti o rasati ovviamente, vestiario comune e quel che serve in un sacco o meglio ancora in uno zaino di vecchio tipo. Poi arrivo dal cliente con il furgoncino, di solito per non dare nell’occhio uso abiti da lavoro e delle grosse borse come quelle da operai, come se dovessi andar in casa a far un lavoro alle tubature o aggiustare dei fili elettrici. I vicini se ci sono e scrutano pensano che sia stato chiamato il garzone di un muratore o l’elettricista. Arrivato in casa mi presento e mi scuso per gli abiti, specie se la casa è di lusso. Ma la clientela capisce al volo. Di solito son gente di media o alta borghesia e non ama la pubblicità. Certo per la mia salute preferirei far queste cose allo stadio o in qualche piazza rionale, ma non è possibile e poi ho bisogno di soldi. Nella casa è sempre presente una stanza libera che può essere sgombrata o allestita in pochi minuti. Basta poco, un quadro, delle bandiere, qualche cartone pieghevole dipinto, un cimelio. Alcuni clienti hanno divise e oggetti d’epoca e così spesso sono loro a metter a disposizione quanto serve. A quel punto parto con la musica. Discorsi del Duce o qualche inno del periodo. L’importante è far la magia, montar bene la scenografia, illudere che siano nel 1923, nel 1933 o nel 1943, che il tempo si è fermato, che l’Italia è tornata indietro ed è ancora Impero, senza  questi stranieri che vengono dall’Oceano Atlantico. Dopo a seconda del cliente inizia la mia opera. Discorsi di carattere storico, encomi, lodi di eroi, lettura di bollettini di guerra trionfalistici, elogio del Duce e della sua opera. Di solito non è bene insistere sul fascismo, la clientela preferisce che si parli bene del Duce. Il fascismo in fondo come regime totalitario ha mancato il suo destino e non ha vinto la guerra. Qualcuno vuole la drammatizzazione, in un paio di volte ho dovuto rievocare la cattura del Duce da parte dei traditori e la sua liberazione grazie ai paracadutisti germanici. Quando il pubblico si è commosso capita quasi sempre che qualcuno dia in escandescenze, che deplori l’Italia, che urli il suo odio per questo ordine di cose. Non so se capita anche a voi ma vedo che questo capitalismo selvaggio e distruttivo delle identità popolari e nazionali è proprio odiato.

-          Lazzaro: A chi lo dici…Questo almeno lo capisco. Lo capisco bene.

-          Sergio: Quando vedo che la situazione è calda e il mio piccolissimo pubblico è carico scatta di solito la rievocazione dei successi del Duce, se posso con i filmati d’epoca, l’elogio della persona, il tributo di fede alla sua figura, poi c’è la conclusione… Nella quale deploro la sua fine, ingiustizia che è caduta sopra di lui, talvolta parlo male anche dei nazisti che non hanno capito nulla. Sono più copse nello stesso tempo: fanatico fascista, attore, ciarlatano, scenografo, imbonitore, propagandista politico, estremista e il tutto in circa quarantacinque minuti. Eppure non mi sento un criminale, vedo che alla fine la clientela sta meglio, si sfoga, ricarica le pile psicologiche. La mia è una cura dell’anima. Anche se devo dire che in tanti apprezzano i racconti delle imprese militari, dei bombardamenti fascisti su Londra e sulla Spagna Anarco-Comunista o la storia della crociata antibolscevica del 1941, o la lotta antipartigiana in Italia. Io del mio repertorio amo ricordare tutti gli stranieri inglesi americani ammazzati in Africa e Sicilia. Ma mi rendo conto che la clientela ha mandato i figli a studiare nei college o a frequentare i master o come diavolo si chiamano i corsi post-universitari anche fanno gli stranieri, qualcuno fra i loro parenti o la loro prole vive a Londra o negli USA e lavora per le corporation di quelle genti. Quindi devo come dire censurarmi o non insistere troppo. Certo è che è una roba da non credere, chi ha distrutto il fascismo sono stati gli eserciti dell’Impero Inglese e Statunitense spesso formati da popoli che vivevano nelle colonie o in paesi succubi. Ma finirà. Prima o poi schianteranno questi stranieri odiosi, perderanno una delle loro guerre magari una grossa e il velo che le genti d’Italia hanno davanti sui squarcerà e le nostre genti abbandoneranno questi stranieri e abiureranno la loro fede mercenaria e interessata in quella civiltà.

-          Lazzaro: Questa è fenomenale. Tu sei più di quel che dici di essere. O sei un profeta si sventure e o sei un visionario, oppure sei un folle che s’accompagna a gente psicologicamente malata . Come molti studenti di famiglie povere o di ceto medio sei sprecato in questo paese.

-          Sergio: Sai una cosa. Non vedo vera e autentica felicità intorno a me, e non è solo un questione di quartiere, di soldi o di frequentazioni. Alle volte sono io che ho bisogno di ricaricare le pile psicologiche, il cliente spesso mi paga per qualcosa che farei comunque, proprio così…





13 luglio 2009

L'Italia che mette la testa sotto la sabbia quando si tratta di guerra

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

L’Italia che mette la testa sotto la sabbia quando si tratta di guerra

L’esercito italiano è schierato in Afganistan, come devo chiamare la cosa: missione di pace, vacanza in colonia, passeggiata militare, soccorso ai bisognosi? Non è forse il caso di usare la parola giusta e dire chiaro e tondo che siamo in guerra contro forze ostili militarmente preparate alla guerriglia? Agli inizi di luglio il presidente statunitense Obama finalmente dismessi i panni del buon padre e del politico amico di tutti ha vestito quelli del comandante in capo e ha dato il via libera per un’offensiva dei marines. Come vogliamo chiamare quella cosa? Turismo eccentrico?

Alle genti del Belpaese piace troppo mettere la testa sotto la sabbia, fingere e far finta che la realtà del mondo sia come loro l’immaginano. Da tempo ai miei venticinque lettori avevo segnalato la rivista atlantista e bellicista Raids, pur non condividendo il tono entusiasta e propagandistico ho più volte fatto riferimento alle immagini e agli articoli colà contenuti. Quella è guerra e va chiamata col suo nome, fuggire dalla realtà non è una medicina ma un viatico per la follia e per attirare su di sé nuove disgrazie. Del resto da tempo il Belpaese si è addormentato, vive il suo incubo con l’incoscienza e l’inattività di un tale che è imbottito di sedativi e calmanti. Ormai tutti i problemi sono questioni private, o nella migliore delle ipotesi questioni amministrative di corretto uso della cassa pubblica; la politica è ormai il privilegio di chi vive di essa e la sedicente società civile è tagliata fuori, e forse nemmeno ci prova, dalla possibilità di comunicare e di cambiare  qualcosa nella presente situazione. Tutto quello che è spettacolo, divertimento, festa, idiozia, tifo calcistico occupa le menti dei molti; la politica non può essere scissa facilmente dalle forme nelle quali si confeziona per il vasto pubblico la notizia o lo spettacolo, o il facile scandalo da dar in pasto alla pubblica riprovazione. Non c’è una vera capacità di pensare o di assumersi delle responsabilità collettive, non c’è quasi una dimensione di comune identità se non in vuote parole, in esercizi di retorica, nei gesti quotidiani, nel ricordo di tempi lontani.  Le genti del Belpaese pensano a sé stesse e alle loro limitate risorse, ai problemi quotidiani, alla crisi e al proprio male di vivere, e ai loro piccoli piaceri quotidiani.  Cosa potrebbe aggiungere la parola guerra se venisse usata tutti i giorni: fastidio, serietà, comprensione, odio per il diverso? Non lo so, ma una cosa grossa come questa non può essere lasciata alla dimensione di quello spettacolo integrato che è il miscuglio di calcio, tifo, vicende giudiziarie, sentimentali ed erotiche di VIP veri o presunti tali, immagini dal mondo, balle in libertà ed esercizi di retorica. Prima o poi andrà a finire come nella serie classica di Capitan Harlock: l’umanità rincretinita, corrotta, dissoluta e mal governata si ritrova con un’invasione aliena vecchio stile, da cinema degli anni settanta. A quel punto entra in azione l’eroe con i suoi mezzi e il suo seguito…Ma il Belpaese non è un cartone animato.

IANA per Futuro Ieri



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