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8 settembre 2009

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

Note libere sulle prime tre puntate della serie classica di Capitan Harlock

 Nel lontano 9 aprile 1979 alle 19.15 Capitan Harlock faceva la sua comparsa nel piccolo schermo della penisola. Scanso equivoci preciso che si tratta della serie animata di 42 puntate nella quale per la prima volta viene presentata al pubblico la storia del pirata spaziale del 30° secolo. 

La descrizione della società umana che fa da sfondo alle imprese dell’eroe presenta alcuni elementi inquietanti perché rimandano alla contemporaneità. Mi riferisco alla descrizione tragicomica di una democrazia autoritaria, estranea allo stato di diritto, imbelle e dissoluta; un sistema politico caricaturale minato nell’efficienza dalla corruzione e da una burocrazia scellerata e pigra e dalla viltà di militari, politici e funzionari. Questo regime scellerato governa una popolazione rincretinita dalla televisione e tenuta sotto controllo con forme ipnotiche di controllo, un consorzio umano incapace di pensare liberamente e di difendersi da chiunque. L’eroe come al solito salverà la Terra dagli invasori alieni, i quali, sia detto per inciso, sono le terribili guerriere mazoniane e fanno una bellissima figura se contrapposte all’umanità scellerata e moralmente decomposta. In effetti la serie classica di Harlock prende a schiaffi i luoghi comuni dello spettatore che si trova catapultato in una finzione nella quale non sa bene se simpatizzare per il delinquenziale Harlock o per i suoi nemici alieni; è certamente esclusa la possibilità di star dalla parte della maggior parte degli umani. Nessuno vorrebbe esser parte di un consorzio umano in stato confusionale che sta lì per farsi macellare dal primo che passa.

Una riflessione che si ricava da questa prima evidenza, aldilà della finzione,  è che i regimi troppo deboli o sconclusionati devono per forza di cose affidarsi a poteri esterni per regolare le loro vicende, e questo dato di fatto emerge con forza nelle situazioni straordinarie e in casi drammatici. Nella finzione di questa serie animata è l’eroe con le sue dotazioni militari e le sue  virtù e i suoi seguaci a fare l’impossibile, a salvare la situazione e a donare ai sopravvissuti il suo esempio per costruire un mondo migliore. Questa serie ha avuto un ruolo speciale nella mia vita perché mi ha colpito moltissimo nell’infanzia, mi ha costretto a delle riflessioni nella tarda adolescenza, e adesso nella maturità la ritrovo davanti sempre nuova e non ancora meditata a dovere. Come se nuovi segreti dovessero essere ancor oggi rivelati o meditati alla luce di questa finzione sfacciatamente nipponica e nello stesso tempo nicciano-wagneriana. Credo che questa sia un caso rarissimo di cartone animato che è riuscito a saltare oltre la sua ombra e a fare la difficile trasformazione in un classico. Si tratta di una serie di 42 puntate che va oltre all’intrattenimento, tipico dei prodotti commerciali dell’industria dell’intrattenimento televisivo, descrive una condizione umana e affida un ruolo pedagogico all’eroe protagonista.

Il mio pensiero va al Belpaese, una penisola popolata da genti diversissime che ormai si sono lasciate andare allo sconforto e al culto del Dio-denaro nelle forme più rozze e infantili, una penisola nella quale non ritrovo più le ragioni e le forme di vita di un tempo che fu. L’incapacità di difendersi dal male estremo e grande da parte di popolazioni che si lasciano andare, che perdono ogni dignità è un dato di fatto. Nella finzione artistica come un Deus ex Machina arriva l’eroe invincibile che mette a posto le cose, ma nella realtà delle vicende umane non è detto che arrivi qualcuno con il suo seguito per sistemare le cose andate storte. Ma cosa accade nella realtà concreta quando l’eroe non si materializza e non prende forma. Vedo un Belpaese condannato da una viltà evidentissima e punito a causa dell’assenza di eroismi che non vengono alla luce e non possono prendere forma. Forse nel Belpaese nessuno sa più cosa sia un eroe.

IANA per FuturoIeri




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