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5 luglio 2012

I primi appunti sul processo - note e scritti su un testo tutto da scrivere-

Assedio di I. Nappini




Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

I primi appunti sul processo

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Ripetevo gli stessi gesti, in modo nervoso e un po’ seccato. La camera presa in affitto mi sembrava maledettamente piccola e la mia raccolta di vocabolari e di testi mi sembrava inadeguata.    Andavo dalla scrivania dove avevo collocato il computer  per scrivere i miei appunti e le mie note al materiale cartaceo. Non ne uscivo fuori, rimanevo incastrato in cattive immagini, mi perdevo in pensieri oziosi, in visioni deludenti, in letture parziali; in breve perdevo tempo. La mia curiosità e il mio interesse si disperdeva in mille cose diverse. Poi arrivai alla prima domanda seria. Perché loro?

Perché proprio degli esseri squallidi, dei guitti dell’informazione e dello spettacolo, dei personaggi vissuti di pubbliche relazioni, di pubblicità commerciale e propaganda travestita da notizie vere, di delazioni vergognose, degli squallidi pubblicisti al soldo di chi paga dovevano essere al centro di un processo esemplare. Perché proprio loro. Sulle prime pensai a un processo ridicolo, ai capri espiatori, a una sorta di sacrificio animale. Poi mi resi conto che la cosa  era più complicata. Volevano quelli lì e proprio quelli. Dovevano esser messi davanti ai loro delitti, alla loro miseria morale, al loro  vendersi per soldi o per qualche favore; dovevano essere l’esempio negativo. Il senso del processo era la messa in stato d’accusa di tutto il passato “occidentale” di queste popolazioni, ciò che era stato prima doveva prendere l’aroma della vergogna  e della truffa, dietro questo regime nuovo più o meno rivoluzionario non doveva restare nessun punto di ritorno, nessun tempo delle origini. Ma perché allora proprio delle cialtrone televisive, dei giornalisti venduti, dei pubblicisti usi alla menzogna. Poi compresi. Quelle categorie umane erano state per decenni l’immagine della cultura popolare della lega più bassa e vile, ma erano stati un pezzo del quotidiano e  del vissuto, i servi squallidi delle minoranze al potere e degli alieni nemici degli Xenoi e intrattenitori della popolazione di questo paese. Non le rovine degli antichi, i ruderi delle fortezze medioevali, le ville del Rinascimento o le meraviglie architettoniche dell’età Industriale,  ma al contrario i miserabili della televisione e della stampa e della rete erano il passato da stroncare, il passato pericoloso. Pericoloso perché molti non si ricordavano di coloro che avevano costruito la ferrovia, il mercato coperto, il castello, la villa reale, il rudere dei cavalieri crociati o la villa romana, le mura cittadine. No i molti si ricordavano del tale che si era presentato nel salotto televisivo con la cravatta color aragosta, della presentatrice bellicista con la minigonna e la magliettina, del demagogo sudato e  cialtronesco nel discorso con la canotta militare presa al mercatino etnico, della cicciona volgare della televisione che insultava a destra e a manca, del politico che si presentava alla tribuna politica con i colori della squadra della città o della nazionale di calcio. Il cretino televisivo e la scema di turno  da film amatoriale erano i campioni della civiltà da poco scomparsa e quelle dovevano essere le bestie da uccidere, il lupo al quale doveva esser fracassata la testa per far felici pecore e pastori. Era così evidente che mi son chiesto perché non avevo capito subito la cosa, ma questo poi mandava la mia persona a sbattere contro un diverso problema.  Una volta stroncato questo modello scellerato con cosa sarebbe stato poi sostituito? Cosa volevano fare di questi popoli? Come volevano integrare gli alieni Xenoi dentro la popolazione locale? Quel processo conteneva molte risposte. Una delle cose che gli eserciti fanno durante un conflitto è conquistare appoggi presso le popolazioni invase con la propaganda di guerra o manipolare con soldi, corruzione, ricatti, favori associazioni umanitarie, gruppi culturali, minoranze religiose per far passare come cosa buona e giusta la loro impresa militare e i loro propositi di conquista. In particolare nella guerra a bassa intensità è vitale per un esercito occupante costruire attorno alla sua presenza una rete di consenso. Qui era però diverso. Questa non era esigenza di guerra, e neanche un tentativo di stroncare qualche gruppo di dissidenti o di ribelli locali distruggendo la rete di complicità e la loro credibilità. Questa era volontà di mettere una sepoltura su un tempo finito e di criminalizzare l’immagine del passato. Ciò che era stato il precedente regime in blocco era quella cosa lì: l’ultimo esito e tragico esempio umano di decomposizione civile e morale. Questi i nomi: Michele Tito Stano, Giorgio Meschini, Gano Serrat, Pina Riccobaldo da Ferrara, Maurizia Pigalle, Maria Battista de Melis e infine Puddu Maligni. Quattro uomini e tre donne messe davanti al fallimento del loro regime e della loro esistenza. La sentenza di morte era già scritta, il problema era come ci sarebbero arrivati. So come ce li voleva portare il comandante Giosia: in ginocchio, anzi strisciando fino al patibolo.

Cominciai a vedere la cosa nel suo complesso; questo non era un caso minore, uno studio da tesi o da ricercatori di seconda fila, dietro questi fatti c’era il senso di un passaggio di stato. Era la mia occasione, poteva essere il mio biglietto per la carriera accademica se fossi riuscito a trovare il senso politico e propagandistico di questo processo. Inoltre la sfortuna aveva fatto sì che molti degni compari e complici di questi sette fossero dispersi, stati linciati, massacrati dalla folla, uccisi sul posto. Avevo trovato la ragione del mio lavoro, del mio studio e una forse carriera.



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