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16 marzo 2010

La civiltà italiana come costruirla (VIII)




La civiltà italiana come ricostruirla (VIII)

 La possibile civiltà italiana civiltà del futuro che è ben oltre l’orizzonte ha bisogno fin da ora di quanti intendono resistere al disfacimento senza fine dei valori, dei miti e delle speranze delle diversissime genti d’Italia.  Chi non intende affidare qualcosa d’indefinito al capriccio dei tempi o peggio dei nuovi imperi in formazione deve cominciare a costituirsi in qualcosa che ad oggi non ha mai avuto peso, importanza o senso in Italia ossia una pubblica opinione. Per decenni i Partiti della Prima Repubblica e poi dei singoli leader nella Seconda hanno deciso che cosa era bene e male per i loro seguaci, mantenuti, satelliti, amici degli amici, ed elettori. Adesso è necessario che si formino delle forze che dal basso sono in grado di ragionare sul mondo reale, magari su un piccolo frammento del mondo umano, e offrire ai loro simili una visione delle cose e dei ragionamenti non inquinati da opportunismi, spirito di parte, e pessime intenzioni. In altre parole occorre che si formi quel minimo di opinione pubblica atta a mantener vivo uno spirito critico di natura collettiva  e diffuso sul territorio nazionale. L’aspetto decisivo della formazione di milioni di soggetti in grado di prendere le distanze almeno dalle forme più marcate di propaganda e dalla pubblicità televisiva è la possibilità di sostenere con finanziamento o con la partecipazione delle buone cause, quello che altrove è l’impegno civile o politico qui nel Belpaese è inquinato da decenni di cultura partitocratica e dalle strumentalizzazioni di parte per fini elettorali. Finora è mancata in Italia la possibilità di collegare le aspirazioni di milioni d’Italiani a forze culturali e sociali in grado di far sentire il loro peso sulla politica in modo non settario, non corporativo e non fazioso. Centinaia di esigenze e di necessità particolari espresse da categorie sociali o professionali organizzate e talvolta politicamente ben definite non formano una civiltà. La civiltà è un qualcosa dove istituti politici, orientamenti culturali, forze sociali, tradizioni e altro ancora trovano una loro armonia e riconoscono il loro esser parte di un tutto. In Italia la natura dei nostri schieramenti politici e dei gruppi sociali e professionali organizzati non trova mai una sintesi e non si riconosce in qualcosa di superiore, la civiltà italiana è un fatto retorico ed è spesso volutamente confusa con nebulosi riferimenti allo Stato o a sue particolari articolazioni istituzionali che non sono la stessa cosa di una civiltà. Nella Prima Repubblica i vecchi partiti di massa per alcuni decenni sia pur in modo maldestro, interessato e talvolta truffaldino hanno messo assieme i problemi e la cultura particolare di intere parti della popolazione con la vita politica o con le grandi scelte di una Nazione.   Oggi questo non è possibile e proprio nella Seconda Repubblica è necessario che i partiti, ormai altro da ciò che erano nel passato, siano forzati a confrontarsi con forze già organizzate sul territorio e già culturalmente strutturate che non hanno bisogno del protettore politico o di qualche altro soggetto mosso da interessi di pessima natura. Si deve formare una cittadinanza conforme ai tempi e  non una plebe. La civiltà per essere ha bisogno di chi si riconosce in essa e la sostiene e non di masse informi di gente diversa.

IANA per FuturoIeri







16 marzo 2010

La civiltà italiana come costruirla (VIII)




La civiltà italiana come ricostruirla (VIII)

 La possibile civiltà italiana civiltà del futuro che è ben oltre l’orizzonte ha bisogno fin da ora di quanti intendono resistere al disfacimento senza fine dei valori, dei miti e delle speranze delle diversissime genti d’Italia.  Chi non intende affidare qualcosa d’indefinito al capriccio dei tempi o peggio dei nuovi imperi in formazione deve cominciare a costituirsi in qualcosa che ad oggi non ha mai avuto peso, importanza o senso in Italia ossia una pubblica opinione. Per decenni i Partiti della Prima Repubblica e poi dei singoli leader nella Seconda hanno deciso che cosa era bene e male per i loro seguaci, mantenuti, satelliti, amici degli amici, ed elettori. Adesso è necessario che si formino delle forze che dal basso sono in grado di ragionare sul mondo reale, magari su un piccolo frammento del mondo umano, e offrire ai loro simili una visione delle cose e dei ragionamenti non inquinati da opportunismi, spirito di parte, e pessime intenzioni. In altre parole occorre che si formi quel minimo di opinione pubblica atta a mantener vivo uno spirito critico di natura collettiva  e diffuso sul territorio nazionale. L’aspetto decisivo della formazione di milioni di soggetti in grado di prendere le distanze almeno dalle forme più marcate di propaganda e dalla pubblicità televisiva è la possibilità di sostenere con finanziamento o con la partecipazione delle buone cause, quello che altrove è l’impegno civile o politico qui nel Belpaese è inquinato da decenni di cultura partitocratica e dalle strumentalizzazioni di parte per fini elettorali. Finora è mancata in Italia la possibilità di collegare le aspirazioni di milioni d’Italiani a forze culturali e sociali in grado di far sentire il loro peso sulla politica in modo non settario, non corporativo e non fazioso. Centinaia di esigenze e di necessità particolari espresse da categorie sociali o professionali organizzate e talvolta politicamente ben definite non formano una civiltà. La civiltà è un qualcosa dove istituti politici, orientamenti culturali, forze sociali, tradizioni e altro ancora trovano una loro armonia e riconoscono il loro esser parte di un tutto. In Italia la natura dei nostri schieramenti politici e dei gruppi sociali e professionali organizzati non trova mai una sintesi e non si riconosce in qualcosa di superiore, la civiltà italiana è un fatto retorico ed è spesso volutamente confusa con nebulosi riferimenti allo Stato o a sue particolari articolazioni istituzionali che non sono la stessa cosa di una civiltà. Nella Prima Repubblica i vecchi partiti di massa per alcuni decenni sia pur in modo maldestro, interessato e talvolta truffaldino hanno messo assieme i problemi e la cultura particolare di intere parti della popolazione con la vita politica o con le grandi scelte di una Nazione.   Oggi questo non è possibile e proprio nella Seconda Repubblica è necessario che i partiti, ormai altro da ciò che erano nel passato, siano forzati a confrontarsi con forze già organizzate sul territorio e già culturalmente strutturate che non hanno bisogno del protettore politico o di qualche altro soggetto mosso da interessi di pessima natura. Si deve formare una cittadinanza conforme ai tempi e  non una plebe. La civiltà per essere ha bisogno di chi si riconosce in essa e la sostiene e non di masse informi di gente diversa.

IANA per FuturoIeri







18 febbraio 2009

Anche il passato fugge dal Belpaese

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Anche il passato fugge dal Belpaese

Alle volte preferirei scrivere recensioni o commenti sui cartoni animati e i manga giapponesi piuttosto che ritornare di continuo su questa penisola e sulle sue genti. Si fa un gran discutere di Seconda Guerra Mondiale, foibe, Mussolini, scontro di civiltà, si confondono le date e i discorsi. Il grosso dell’uso pubblico della storia e dell’appropriazione della memoria da parte di coloro che fanno discorsi di parte è poco più di un rozzo parlare da ubriachi o da invasati. Si vuol usare la storia e segnatamente la tragica e remota storia del secolo appena passato per un rozzo discorso di stampo elettorale che non convince nessuno, ma serve a far polveroni, a non annoiare un pubblico elettorale di vecchi e di giovinastri. I quali non amando essere richiamati alle gravi responsabilità che chiamano le difformi genti d’Italia davanti alla triplice crisi sociale, economica e militare si trastullano con cose che restano dove sono: nel trapassato remoto . La riflessione sul passato, l’assunzione di responsabilità, la riflessione sulla storia divengono quindi per i molti un comodissimo trucco regalato dalla politica nostrana ai più per non riflettere, per non pensare, per non capire il presente. E’ l’ennesima tragica fuga dalla realtà, è il rimandare i gravissimi drammi che le diverse genti d’Italia devono affrontare. Il discorso sulla storia del Novecento diventa un diversivo, un divertimento nel senso peggiore del termine. Eppure proprio da quel passato remoto potrebbero arrivare strumenti per riflettere, materia per capire meglio questo presente e le troppe debolezze delle genti della penisola che rischiano di nuovo di essere schiacciate da qualche novella calata dei Lanzi. In verità anche il passato ci sfugge e quasi fugge dal Belpaese di oggi, ormai propenso nella stragrande maggioranza dei suoi cittadini/sudditi a disfarsi di ogni morale e di ogni responsabilità nei confronti di se stesso e degli altri. Il passato stesso nella sua complessità e nel suo essere storia sembra sfuggire il Belpaese e il suo posto viene preso dalla chiacchera dal discorso fazioso, dalla predica dell’ubriaco e dell’invasato. L’Italia di oggi ha perso il contatto con se stessa e con la realtà, adesso la crisi, lentamente ma fatalmente pone le genti discordi a un bivio: cambiare in fretta o accettare che emerga un qualche nuovo padrone straniero che imporrà la sua volontà a tutti quanti.

Dove sia l’Italia che ho conosciuto nel pasato non lo so, questa è così diversa che a pensarci bene sembra una nazione straniera, tanto per dirna una si compone di decine di comunità straniere che l’emigrazione selvaggia di questi ultimi due decenni ha portato sulle nostre spiagge. Mi chiedo che cosa pensano questi stranieri che da decenni vivono in Italia delle nostre questioni di storia patria, stranieri che da anni si candidano a diventare cittadini e a pesare molto con il voto a tutti i livelli. Sono latori di una storia loro molto diversa dalla nostra, in queste condizioni non credo che prenderanno ripetizioni di storia dagli italiani.

IANA per FuturoIeri




7 novembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 14

Mi capita per un mio studio in questio giorni di leggere un libro di due eminenti studiosi tedeschi: “La morte per la patria, La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica”. Si tratta di Oliver Janz e Lutz Klinkhammer che hanno curato una raccolta di saggi sui riti dedicati ai caduti per la Nazione da parte degli italiani. Il volume si avvale della collaborazione e dei saggi di studiosi italiani ma è tuttavia da segnalare che grazie a questi due figli della Grande Germania è stato dato alla stampe un contributo così prezioso e specifico su una questione delicata di storia nazionale, di identità e di memoria. Quando si parla di cultura e di civiltà si dovrebbe segnalare la difficoltà con cui le classi dirigenti nazionali hanno trattato la materia. L’Italia della Repubblica non ha saputo essere una civiltà si è appoggiata e s’appoggia a memorie non sue, a simboli e miti che non la riguardano,in alcuni casi i miti sono forestieri e per loro natura sono alieni dal nostro contesto come nel caso della fede nei confronti del gigante statunitense e del cieco credere nel mito del pioniere e dell’uomo bianco nord-americano giudice e redentore del mondo che ha caratterizzato interi decenni della nostra Repubblica. La necessità del costituirsi di una cultura che rappresenti le differenze di questo paese dovrebbe essere sentita dagli italiani come una necessità vitale al pari della corrente elettrica, e dell’acqua corrente nelle case. Oggi che non siamo più soli in questo paese ma assieme a tante comunità straniere di recente o vecchia immigrazione il sapere che non siamo gente dispersa piombata per sbaglio in questo stivale d’Europa è una necessità. C’è bisogno di una comune identità, di un passato condiviso almeno in qualche sua parte, di un elemento unificante che trascenda l’egoismo economico o lo spirito di parte. Non si può pensare di affrontare questo nuovo secolo come se si fosse un mucchio di polvere che turbina nel vento senza né nome, né volto, senza una storia. La brama di denaro e di far cariera non mette al sicuro i singoli come le comunità quando qualche grave sciagura o qualche guerra un po’ più dura del solito arriva. Non si può neanche pensare di avere un sistema industriale e commerciale senza un riferimento, senza un sistema culturale, senza una vera civiltà alle spalle. Questo è ancor più stringente adesso che i modelli economici vincenti e il potere mondiale si stanno spostando in Asia, per reggere all’urto delle novità occorre sapere chi siamo e cosa vogliamo, e non si può più pensar per noi e basta. Ci sono anche gli altri imbarcati in questo strano Belpaese, piaccia o non piaccia. Le comunità straniere sono qui, qui vivono, qui studiano, qui lavorano, qui mettono al mondo figli e altro ancora; è piuttosto improbabile che siano destinate a reimbarcarsi, per andare dove poi?

L’Italia sarà ciò che può essere oggi, e se siamo solo polvere senza né nome né volto lo scopriremo presto, anche gli altri conosceranno la nostra natura e si regoleranno di conseguenza.

IANA per FuturoIeri




7 novembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 13

Dove si trova la mia gente?

Il Belpaese è talmente cambiato nel corso degli ultimi trent’anni da essere irriconoscibile, non trovo più le tracce del passato che ho conosciuto durante la mia infanzia, le tracce del tempo che fu sembrano dissolte, sprofondate nella terra. Questo paese è qualcosa di diverso, solo la persistenza di qualche caricaturale mito politico, di qualche ricordo di anni trapassati, di qualche gruppo aggrappato alle certezze del passato più per disperazione che per fede mi ricorda che vivo nel grande stivale d’Europa. Forse è tempo di prendere seriamente in considerazione il fatto che se le cose continuano così il centro del potere mondiale si sposterà verso l’Asia, verso la Russia, la Cina, l’India e forse, il Giappone. A questo punto occorre chiedersi cosa vuol fare il Belpaese davanti a una simile mutazione, è tempo di trovare le ragioni di una nostra civiltà, di una nostra identità culturale. In breve deve prevalere l’idea che la cultura e l’identità non sono problemi sociali da mettere in conto ad una scuola pubblica con i bilanci ridotti all’osso e gli organici da sfoltire, ma una necessità vitale quotidiana se si vuole che questo Belpaese abbia un futuro suo e non la volontà imposta da qualche protettore straniero o da qualche cricca di finanzieri. L’identità non può essere un casino frutto del mettere assieme le forme residuali dei troppi miti perduti di questa Nazione attaccata all’Europa ma pur sempre troppo vicina all’Africa. Occorre costruire come italiani un paese così grande da poter accogliere tutte le differenze che abbiamo al nostro interno perché la grande sfida interna non ha a che fare con i mercati finanziari alla canna del gas o le nuove scelleratissime guerre ma con il fatto che ormai gli italiani non sono più soli nel loro paese. Negli ultimi tre decenni decine di comunità straniere si sono ritrovate nel nostro paese e ormai ci sono stranieri di seconda generazione nati qui, e presto arriverrano quelli di terza. Questa vittoria di Obama farà senza dubbio risaltare il problema di un paese troppo vecchio, impaurito e con poca o nulla mobilità sociale, incapace di assicurare a queste comunità come ai milioni di italiani poveri un futuro degno, una prospettiva credibile e decente. Nella terra del gigante Nord-Americano qualcosa è cambiato e questo cambiamento arriverà fin qui. Quello che può mettere assieme tante differenze non può essere l’allucinazione della ricchezza o della paura, cupidigia e odio tendono a distruggere non a costruire; una civiltà italiana deve iniziare a formarsi o questo paese sarà fin troppo stretto e corto per le differenze che lo popolano.

IANA per FuturoIeri




20 ottobre 2008

QUANDO LA FUGA CON LA CASSA SI CHIAMA OTTIMISMO

Stavolta non c’è modo di uscirne bene, questa paurosa crisi finanziaria ed economica statunitense apre un problema di civiltà: il sistema liberal-democratico uscirà devastato nella credibilità. Potrebbe crollare anche come ideologia come capitò al comunismo. Che fare a quel punto di tutte le belle parole spese per giustificare gli interventi militari in Afganistan, Iraq, Kossovo e altrove. Le ragioni accettabili e pulite per che stavano dietro a quelle imprese militari verranno meno, la forza di persuasione dovrà fondarsi solo sulla forza bruta delle armi. Se va giù il sistema statunitense andrà a pezzi anche la dimensione liberale che sta dietro di esso. Incluso il concetto filosofico che riguarda quei diritti naturali che sono la ragione del darsi di modelli di stato repubblicano o costituzionale rispettosi delle libertà fondamentali. Tutti i nemici dei sistemi democratici trarranno forza e nuovi argomenti da questa condizione e il fatto che non pochi regimi autoritari siano in grado di rispondere alla crisi in atto con la censura e la violenza poliziesca potrebbe scatenare le simpatie di molti miliardari e dei loro giornalisti ed esperti al soldo verso per le soluzioni autoritarie. L’ottimismo adesso è cosa buona solo per quelli che volevano scrollarsi di dosso il peso di democrazie tapine e per coloro che intendono reggere ancora un po’ prima di darsi alla fuga con la cassa. Non si può credere alla fiducia, semmai occorre far appello al coraggio che viene in essere davanti al grande pericolo e alla forza delle proprie ragioni che non cede davanti a un tremendo rovescio di fortuna. Personalmente non credo che in natura siano presenti dei diritti naturali. L’essere umano proietta su un concetto astratto di natura i suoi problemi esistenziali e politici. Questa proiezione diventò durante l’Età moderna la giustificazione di un certo tipo di civiltà e di ordinamento politico. Casualmente questo è il modello delle minoranze al potere nella civiltà anglo-americana, e incidentalmente proprio quel modello di sedicente civiltà superiore sta andando in crisi. Quindi la crisi economica trascinerà un bel pezzo di credibilità delle istituzioni democratiche nel fango.

Inoltre con la rovina del modello economico statunitense tutta la falsa e roboante retorica sui diritti e sulla società multiculturale andrà a farsi benedire come si dice nel linguaggio corrente. Sarà divertente qui nel Belpaese osservare finalmente, ora che i vecchi padroni sono in disgrazia, cosa davvero la gente pensa degli anglo-americani, della liberazione al tempo della seconda guerra mondiale, della società meticcia che si va costruendo con la presenza di comunità straniere di recente immigrazione. Questo è a suo modo un momento della verità, ed essa è scomoda e sovversiva, per questo dietro ogni ottimista intelligente si può nascondere uno che vuol fuggire con la cassa.

IANA per FuturoIeri



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