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17 settembre 2011

Il terzo libro delle tavole



Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Il terzo libro delle tavole

L’Italia e la ricostruzione della memoria pubblica

Tempo fa avviai una riflessione sulla costruzione dell’identità italiana, oggi in tempi di crisi del sistema di produzione e consumo In Europa e USA, di guerre non più episodiche ma integrate nel sistema finanziario e dei complessi militar-industriali delle grandi potenze a vocazione imperiale emerge la fragilità politica e di sistema del Belpaese. Questo terzo libro delle tavole vuole dare un contributo intorno alla complessità dei processi che definiscono la propria memoria pubblica e l’appartenenza di un privato a una comunità umana. Presento, quale primo contributo, qui uno schema storico per iniziare una riflessione su quanto sia frantumata e complicata la memoria pubblica a partire dai 150 anni dell’Unità d’Italia. Il terzo libro sarà anche dedicato a quella parte della cronaca e dei fatti clamorosi del quotidiano che esigono una meditazione e una considerazione.

1861-  Il Risorgimento

L’avventura dell’Italia Unita si apre a grandi speranze di gusto romantico per via della presenza di grandi eroi ottocenteschi come Mazzini e Garibaldi. Il Regno Unitario che si costituisce, e che è privo di alcune regioni del nord-est, si presenta come un nuovo Stato Nazionale su cui sono collocate molte speranze non solo italiane.

1861- 1876   La destra Storica al potere

L’Italia passa dalla poesia alla Prosa, al posto dei grandi ideali – la poesia- emerge l’evidenza di un Risorgimento tormentato e contrastato, di una Nazione giovane con grandi masse popolari e contadine povere e poverissime, di classi dirigenti insensibili alle sofferenze quotidiane dei loro amministrati e di un popolo italiano tutto da costruire  e da istruire. Intanto il brigantaggio è represso con estrema durezza e grande è la distanza fra la stragrande maggioranza degli italiani e le minoranze al potere.

1876-1887  La Sinistra Storica

La sinistra storica constatando la distanza enorme fra paese legale e paese reale, fra sudditi del Regno d’Italia e la minoranza di ricchi e di nobili che di fatto governa il paese e ha i diritti politici cerca di avvicinare le masse popolari con riforme sociali ed edificando monumenti agli eroi del Risorgimento e attuando titolazioni patriottiche di piazze e vie. Intanto l’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo si presenta come un fenomeno inedito che coinvolge milioni d’Italiani. Tuttavia per la prima volta la minoranza al potere si pone il problema di nazionalizzare e istruire  le masse che costituiscono il popolo italiano.

1887-1896  L’età Crispina

L’età Crispina segna l’emergere di una minoranza politica autoritaria con forti legami con i grandi industriali del Nord e i latifondisti del Sud. Da una lato aggredisce con estrema violenza poliziesca le manifestazioni di protesta operaie e contadine dall’altro coltiva un nazionalismo aggressivo e colonialista che fa presa sui ceti medi, la nuova formula di creazione degli italiani fa leva su riforme di carattere giuridico, amministrativo e sociale. La disfatta coloniale dell’esercito italiano ad Adua fa emergere un nazionalismo esasperato e forze socialiste diffidenti e ostili al concetto stesso di Nazione. Emerge l’impegno politico dei cattolici in quel momento culturalmente ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia.

 

1898-1900  Sangue e fango sull’Italia.

L’età Crispina cessa al momento della disfatta coloniale, la protesta sociale è soffocata nel sangue anche nella civilissima e industrializzata Milano dove  spara con i cannoni contro donne e bambini in sciopero. La repressione sociale è durissima, l’idea risorgimentale di fare gli italiani è di fatto spento. La politica diventa terreno di terribili contrasti, per evitare la disgregazione delle libertà fondamentali l’opposizione ricorre all’ostruzionismo parlamentare. Su questo biennio di sangue e fango  cade il regicidio del 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

1901- 1913  L’Età di Giovanni Giolitti

L’età di Giovanni Giolitti segna un periodo di riforme e di progresso sociale, economico e industriale che trasforma lentamente ma inesorabilmente l’Italia in una potenza regionale dotata di una propria potenza militare e industriale anche grazie alle innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale e fra queste l’energia elettrica. Le proteste contadine nel sud sono represse, aperture alle forze sociali e operaie nel Centro-Nord. Emerge l’impegno politico dei cattolici fino a quel momento culturalmente  ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia. Il suffragio universale maschile è un fatto, c’è la possibilità di avvicinare le masse popolari alla Nazione nonostante la presenza fortissima di una cultura cattolica e socialista diffidenti verso lo Stato Nazionale e le sue classi dirigenti.

1914  L’Italia del Dubbio.

L’Italia è l’unico paese  fra le potenze d’Europa che evidenzia una massa popolare ostile all’entrata nella Grande Guerra, il grande massacro scientifico e  industrializzato che riscriverà la storia del pianeta e della civiltà industriale. Giolitti è ostile al conflitto che comporterebbe il rovesciamento dell’alleanza con il Secondo Reich e l’Impero d’Austria-Ungheria, il parlamento è contrario  alla guerra, il popolo freddo e diffidente, i ceti borghesi impauriti.  Solo una minoranza di nazionalisti di varia origine è favorevole per spirito d’avventura; la Corona per motivi di prestigio internazionale e  di potere è orientata a stracciare l’alleanza e a dichiarare la guerra.  

1915-1918  L’Italia della Grande Guerra.

L’Italia in tutte le sue articolazioni sociali paga un prezzo spaventoso al conflitto mondiale imposto da una minoranza di nazionalisti politicizzata e organizzata e di estremisti politici di destra a tutto il resto della popolazione della penisola. I morti sono più di Seicentomila, tutta l’Italia è coinvolta, lo sforzo è enorme e ipoteca il futuro del paese a causa dei debiti contrati e delle perdite umane, quasi tutte le famiglie italiane direttamente o indirettamente sono toccate dal conflitto.

 

1919-1920  Il Biennio rosso

L’influenza della rivoluzione d’Ottobre e della presa del potere Comunista in Russia determina e la resa dei conti fra le forze politiche e sociali dopo la Grande Guerra determina un periodo di forte scontro sociale con accenni rivoluzionari che porta all’occupazione delle fabbriche e di alcuni latifondi incolti da parte delle masse popolari arrabbiate e impoverite. Il mito della rivoluzione Bolscevica e la disillusione per la Vittoria Mutilata sembra spegnere qualsiasi identità patriottica. Emerge la reazione quadristica,  armata e terroristica  fascista che intende imporre all’Italia intera la sua concezione di patria  e di Stato.

 

1922-1924  Il Fascismo al potere

Mussolini riesce a trasformare i fasci di combattimento in una forza politica autorevole che ha rapporti con il Vaticano, con la Corona, con l’Esercito e con la grande industria italiana. Nell’Ottobre del 1922 con un finto colpo di Stato che segue la “Marcia su Roma” comincia a costituire un modello di Stato che deve sostituire quello liberale e giolittiano attraverso un governo di coalizione che trova ampio consenso in parlamento. L’idea è usare il fascismo per creare lo Stato fascista che deve a sua volta creare l’italiano nuovo. Il fascismo manipola la scuola, lo Stato, i riti pubblici per arrivare al suo scopo politico principale.

1925-1935  Il  Regime fascista

Il fascismo cerca di creare il suo italiano ideale militarizzando la scuola pubblica, determinando riforme sociali, trasformando il partito in istituzione, plagiando al gioventù e distorcendo la vita quotidiana sulla base della sua demagogia patriottica.  L’Italiano del futuro dovrebbe essere l’italiano del fascismo.

1935-1939  Anni Ruggenti

Il fascismo appare vincente. Crea l’Impero a danno delle popolazioni dell’Etiopia che vengono aggredite e conquistate, sfida i grandi imperi coloniali d’Europa e la Società della Nazioni. Il prezzo per questa operazione è il legarsi ai destini del nuovo regime nazista che ha proclamato al fine della Repubblica di Weimar e la nascita del Terzo Reich. Hitler e Mussolini s’impegna nella guerra di Spagna, emerge una diffidenza fra gli italiani e il regime, stavolta la guerra del regime è ideologica e non nazionalista e colonialista. Tuttavia le vittorie in Etiopia  e Spagna spengono il dissenso. Intanto Hitler e il suo Terzo Reich iniziano la seconda guerra mondiale.

 

 

1940-1943  La guerra Fascista

Il fascismo e il suo Duce Mussolini s’impegnano nella guerra mondiale al fianco del Giappone e del Terzo Reich ma le forze armate italiane son mal equipaggiate, peggio comandate e in generale il morale è basso. L’Italia fascista e monarchica dimostra di non essere in grado di sostenere il conflitto pur essendo una delle tre potenze principali dell’ASSE.  Le disfatte del 1942  del 1943 in Russia e  Africa e l’invasione del territorio italiano da parte degli Anglo-Americani determinano la caduta del fascismo e la resa incondizionata del Regno d’Italia nel settembre del 1943.

1943-1945  La Resistenza

Si formano due stati in Italia, uno monarchico a Sud e uno Nazi-fascista a Nord. Uno controllato da Hitler e denominato Repubblica Sociale di cui è leader Mussolini appoggiato da una schiera di fanatici fascisti e l’altro sotto il controllo degli alleati. Si formano nell’Italia Centro-Settentrionale le forze armate partigiane antifasciste malviste dagli alleati per via della componente comunista e socialista. L’Italia diventa così un campo di battaglia, l’unità nazionale è dissolta, gli italiani si dividono e si combattono fra loro. Il futuro è incerto e legato alla prossima spartizione dell’Europa e del mondo che sarà fatta dai vincitori del Conflitto mondiale.

1946-1947  Il Dopoguerra

L’Italia dopo una difficile e contrastata votazione diventa Repubblica e s’inizia a pensare alla sua ricostruzione. Intanto nel 1947 a  Parigi le speranze italiane sono deluse, il trattato di pace è punitivo ela Resistenza non viene valorizzata dai vincitori che ne hanno dopotutto tratto profitto , Alcide De Gasperi si trova a dover liquidare la pesante eredità fascista e monarchica.

1948-1953 L’Italia Democristiana

L’Italia diventa democristiana, nell’aprile del 1948 il responso elettorale punisce socialisti e  comunisti e premia i democristiani legati agli Stati Uniti e al Vaticano. L’Italia della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi fra molte contraddizioni e tanti limiti cerca di legare l’economia all’Europa del Nord e la politica estera agli Stati Uniti impegnati nella lotta contro il comunismo. Si forma una Repubblica Italiana che esce dalle emergenze e comincia a ritagliarsi un suo ruolo economico e politico.

 1954-1963 Il Miracolo economico

L’Italia si trasforma in civiltà industriale, le antiche culture contadine, rionali, cittadine, popolari iniziano a dissolversi. Quanto di antico e  di remoto aveva fino ad allora limitato l’azione propagandistica dei nazionalismi fascisti e  monarchici si dissolve. L’Italia si trasforma rapidamente e aldilà della volontà delle classi dirigenti timorose di non controllare più la mutazione sociale ed economica in atto. La criminalità organizzata intanto diventa una potenza economica e sociale  nel Mezzogiorno d’Italia.

1963-1968 Il primo Centro-Sinistra

L’Italia è governata con il contributo del Psi, inizia una stagione di riforme volta ad aiutare i ceti popolari, a riequilibrare le differenze sociali, a migliorare la scuola pubblica, nasce la scuola media. Ma i tempi sono aspri, il contrasto fra comunismo sovietico e regimi capitalisti è durissimo e il riflesso in Italia è pesantissimo. Intanto la televisione inizia a rideterminare e a formare la comune lingua italiana. Emerge la distanza enorme fra cultura alta e fra le masse popolari avviate al consumismo acritico e una ridefinizione di sé sulla base degli stimoli pubblicitari della società mercantile. Pasolini denunzia la trasformazione degli italiani da cittadini a consumatori.

1969-1976 L’Italia della Strategia della tensione

L’Italia paga un prezzo spropositato alla miopia politica delle minoranze al potere e alle mire politiche degli stranieri, la contestazione di carattere sociale diventa durissima emerge un terrorismo italiano di destra e di sinistra inserito nelle logiche degli ultimi anni della guerra fredda. Per l’Italiano contano due sole identità quella derivata dall’appartenenza politica e quella data dalla propria collocazione entro i parametri della società dei consumi. Pasolini muore atrocemente in circostanze non chiare il 2 novembre 1975.

1976-1990  L’Italia di Craxi

Craxi diventa il leader indiscusso del PSI e l’ago della bilancia della Repubblica, con la presidenza Pertini avviene un fatto inaudito la distanza fra masse popolari e  potere politico, il famoso Palazzo si riduce, aumenta il consenso per il PSI e per i partiti di governo il PCI viene ridimensionato l’Italia ascende al rango di potenza globale. Questo ha però un rovescio della medaglia: corruzione, clientelismo, disgregazione di ogni morale e di ogni valore social o umano non di natura mercantile, pesante indebitamento  dello Stato, ingerenza di poteri illegali nella vita pubblica del paese. Il Craxismo dominate esprime una labile forma di nazionalismo garibaldino che cerca di collegarsi alle antiche glorie risorgimentali.

1991-1994 L’agonia della Prima Repubblica

L’Italia di Craxi si decompone, la crisi politica e morale della Repubblica italiana è evidentissima e le inchieste giudiziarie travolgono, disfano e umiliano i grandi partiti di massa che cambiano nome e ragioni ideologiche o si dissolvono. le novità internazionali successive alla Prima Guerra del Golfo del 1991 tendono a determinare il governo mondiale di una sola grande potenza gli USA e lo spostamento dei grandi affari internazionali verso l’Asia e l’Oceano Pacifico  riducono l’importanza dell’Italia e del Mediterraneo. La confusione fra gli italiani è enorme perché i vecchi punti di riferimento si dissolvono.

1994-2000 L’Italia della Globalizzazione

Berlusconi e il suo schieramento di centro-destra e i raggruppamenti eterogenei di centro-sinistra sono i protagonisti della vicenda politica italiana. L’identità italiana malamente formata  negli anni della Repubblica attraverso il mutuo riconoscimento dei partiti usciti dalla realtà della Resistenza e della creazione della Repubblica inizia a dissolversi. Lentamente si forma un quadro politico fra due grandi raggruppamenti politici contrapposti che sconfessa la molteplicità della identità politiche di parte e la crisi sociale creata dai processi di globalizzazione dissolve le identità legate al benessere e al facile consumismo. L’identità italiana sembra disgregata in una miriade di suggestioni pubblicitarie e demagogiche. Intanto la situazione internazionale peggiora partire dalla guerra del 1999, si determinano nuove potenze imperiali che contrastano gli Stati Uniti.

2001-2011 L’Italia della crisi globale

Il progetto di creare un Nuovo Secolo Americano pare dissolversi fra le dune irachene e le montagne afgane, gli USA sono impegnanti in due guerre logoranti contro insorti e  terroristi in Medio Oriente e Asia, l’Italia vi partecipa con sue forze. La globalizzazione rallenta, le logiche imperiali sembrano più forti dei grandi interessi commerciali e finanziari, intanto emergono i guasti politici e sociali legati ai processi di globalizzazione. L’Identità italiana è oggetto di dibattito pubblico segno della sua difficoltà a collocarsi in questi anni difficili con le proprie ragioni e la propria autonomia.




4 aprile 2010

Questo Anti-Comunismo tutto nostrano

Questo Anti-comunismo tutto nostrano

Certo che è difficile prendere sul serio l’anti-comunismo italiano.

Lo Statunitense può mostrare allo straniero il monumento con l’elenco dei 58.000 suoi concittadini in armi morti contro il comunismo in Viet-Nam.

Il francese può ostentare le lapidi ai caduti “Pour la France” con la lista dei caduti in indocina e parlare del 2nd REP PARAS che è andato a incontrare la morte a Dien Bien Phu combattendo i comunisti Viet.

L’Afgano può mostrare il suo paese brutalizzato dall’Armata Rossa  e indicare i luoghi dove l’Impero Sovietico ha incontrato la sua definitiva disfatta geo-politica globale ad opera delle milizie tribali e dei fanatici religiosi armati dai servizi segreti Pakistani e Statunitensi.

L’Italiano della Repubblica come esempio di anti-comunismo può ostentare solo le tangenti e le truffe della “Prima Repubblica” tutte Anti-Comuniste, ha come tributo di sangue le stragi della strategia della tensione che hanno perlopiù assassinato civili ignari e per quel che riguarda questi massacri vili e facili la parola verità si è persa fra processi durati decenni e depistaggi. A tutto questo, che esige da solo il trascinamento delle genti d’Italia davanti al tribunale della Ragione, si aggiunge come maggior perso che cade sul  piatto della bilancia della Giustizia dalla parte sbagliata il tifo da stadio del nostro anti-.comunismo che ha combattuto comodamente seduto in poltrona davanti alla televisione le guerre dei Paras, dei Marines, dei guerriglieri afgani.

L’Anticomunismo in Italia è stato una truffa e si è ridotto aldilà delle solite roboanti dichiarazioni di principio, che tutti hanno affermato ma alle quali nessuno credeva, a dar addosso all’operaio che voleva l’automobile o al contadino povero che voleva il figlio laureato proprio come l’avvocato del paese o il dottore. L’unico vero Comunismo e l’unico vero Anti-Comunismo nel Belpaese si è manifestato con la lotta fra parti sociali nelle quali coloro che avevano poco, o volevano di più, usavano il Comunismo e il suo spettro per cavar qualcosa dai politici e dai ceti socialmente più elevati. Dopo il 1948  con le libere elezioni vinte dalla Democrazia Cristiana il Comunismo in Italia poteva arrivare solo con la vittoria, in una improbabile terza guerra mondiale, dell’Unione Sovietica. Tutta la lotta anti-comunista è stato un mascheramento rozzo e triste di lotte sociali e politiche che non avevano alcun senso nella loro drammatizzazione ideologica se non in un contesto come quello italiano dove i legami che uniscono le genti d’Italia sono deboli, lo Stato anche, la mobilità sociale bassissima quando non inesistente, e i legami clientelari di natura politica molto forti. Il nemico politico qui nel Belpaese era solo il concorrente sociale o il rivale del benefattore che aveva premiato l’adesione politica della famiglia. Quando i rivali sociali erano tanti e organizzati ecco il mostro comunista che prendeva forma nella fantasia di giornalisti e politici; da qui le invocazioni dei conservatori al gigante statunitense “protettore della proprietà privata dei ricchi”  e per contrasto le lodi degli arrabbiati verso i paesi retti da regimi comunisti “difensori dei lavoratori e dei contadini dai biechi padroni”.

Alle volte mi sembra d’impazzire quando penso che tutto questo prima o poi ci verrà fatto pagare in qualche modo, non è un giudizio o una profezia ma un disagio che si manifesta dentro di me come  una sorta di presentimento.

IANA per Futuroieri




4 aprile 2010

Questo Anti-Comunismo tutto nostrano

Questo Anti-comunismo tutto nostrano

Certo che è difficile prendere sul serio l’anti-comunismo italiano.

Lo Statunitense può mostrare allo straniero il monumento con l’elenco dei 58.000 suoi concittadini in armi morti contro il comunismo in Viet-Nam.

Il francese può ostentare le lapidi ai caduti “Pour la France” con la lista dei caduti in indocina e parlare del 2nd REP PARAS che è andato a incontrare la morte a Dien Bien Phu combattendo i comunisti Viet.

L’Afgano può mostrare il suo paese brutalizzato dall’Armata Rossa  e indicare i luoghi dove l’Impero Sovietico ha incontrato la sua definitiva disfatta geo-politica globale ad opera delle milizie tribali e dei fanatici religiosi armati dai servizi segreti Pakistani e Statunitensi.

L’Italiano della Repubblica come esempio di anti-comunismo può ostentare solo le tangenti e le truffe della “Prima Repubblica” tutte Anti-Comuniste, ha come tributo di sangue le stragi della strategia della tensione che hanno perlopiù assassinato civili ignari e per quel che riguarda questi massacri vili e facili la parola verità si è persa fra processi durati decenni e depistaggi. A tutto questo, che esige da solo il trascinamento delle genti d’Italia davanti al tribunale della Ragione, si aggiunge come maggior perso che cade sul  piatto della bilancia della Giustizia dalla parte sbagliata il tifo da stadio del nostro anti-.comunismo che ha combattuto comodamente seduto in poltrona davanti alla televisione le guerre dei Paras, dei Marines, dei guerriglieri afgani.

L’Anticomunismo in Italia è stato una truffa e si è ridotto aldilà delle solite roboanti dichiarazioni di principio, che tutti hanno affermato ma alle quali nessuno credeva, a dar addosso all’operaio che voleva l’automobile o al contadino povero che voleva il figlio laureato proprio come l’avvocato del paese o il dottore. L’unico vero Comunismo e l’unico vero Anti-Comunismo nel Belpaese si è manifestato con la lotta fra parti sociali nelle quali coloro che avevano poco, o volevano di più, usavano il Comunismo e il suo spettro per cavar qualcosa dai politici e dai ceti socialmente più elevati. Dopo il 1948  con le libere elezioni vinte dalla Democrazia Cristiana il Comunismo in Italia poteva arrivare solo con la vittoria, in una improbabile terza guerra mondiale, dell’Unione Sovietica. Tutta la lotta anti-comunista è stato un mascheramento rozzo e triste di lotte sociali e politiche che non avevano alcun senso nella loro drammatizzazione ideologica se non in un contesto come quello italiano dove i legami che uniscono le genti d’Italia sono deboli, lo Stato anche, la mobilità sociale bassissima quando non inesistente, e i legami clientelari di natura politica molto forti. Il nemico politico qui nel Belpaese era solo il concorrente sociale o il rivale del benefattore che aveva premiato l’adesione politica della famiglia. Quando i rivali sociali erano tanti e organizzati ecco il mostro comunista che prendeva forma nella fantasia di giornalisti e politici; da qui le invocazioni dei conservatori al gigante statunitense “protettore della proprietà privata dei ricchi”  e per contrasto le lodi degli arrabbiati verso i paesi retti da regimi comunisti “difensori dei lavoratori e dei contadini dai biechi padroni”.

Alle volte mi sembra d’impazzire quando penso che tutto questo prima o poi ci verrà fatto pagare in qualche modo, non è un giudizio o una profezia ma un disagio che si manifesta dentro di me come  una sorta di presentimento.

IANA per Futuroieri




20 febbraio 2010

Gli ultimi giorni dell'umanità

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                       Gli ultimi giorni dell’umanità

“Die lezten Tage der Menscenheit” con questo titolo il drammaturgo Karl Kraus narrò in un testo teatrale monumentale la distruzione dell’Impero Austro-Ungarico durante la Prima Guerra Mondiale. Un testo teatrale scritto per “il teatro di Marte” e questo giudizio è  dello stesso autore viste le evidenti difficoltà a rappresentare il suo enorme dramma che mette  in scena la fine di un antico mondo umano.  Per gli estimatori del regista teatrale italiano Luca Ronconi ricordo di passaggio che costui ha fatto una riduzione del lavoro di K. Kraus a Torino molti anni fa. Effettivamente la Grande Guerra ha segnato la disgregazione della vecchia umanità liquidando i vecchi imperi e togliendo dal consorzio umano le fantasie legate alle forme di civiltà pre-industriali e portando tanta parte dell’umanità dentro i meccanismi della civiltà industriale e di massa. Con la Grande Guerra il fatto bellico diventa totale e l’essere umano diventa una variabile matematica e numerica di un meccanismo di produzione, consumo, innovazione e morte. Chi visse allora aveva perlopiù le idee molto confuse perché il processo che stava per distruggere e ricostruire il mondo umano non si lasciava scrutare alla luce del sole, solo uno studio accurato e una riflessione libera e attenta poteva dare il senso della conclusione della vecchia umanità e del sorgere di una nuova forma di civiltà che da sé costruiva il suo mondo umano. I grandi esperimenti totalitari del ventesimo secolo sono comprensibili solo alla luce della Grande Guerra, se la vecchia civiltà Europea non si fosse autodistrutta nel Primo Conflitto Mondiale Fascismo, Nazismo e Comunismo non avrebbero mai avuto lo spazio non solo per prendere il potere ma neanche per esistere e di conseguenza non avrebbero  potuto  portar avanti i loro programmi di distruzione e ricostruzione della civiltà e dell’umanità caduta sotto il loro controllo. Del resto ignorare oggi il dato banale che le forme con cui s’esprime una civiltà possono morire e decomporsi proprio come la materia vivente è proprio di quanti nel Belpaese vogliono vedere solo il loro interesse privato, il loro quotidiano, essere sempre e comunque giustificati nelle loro piccole certezze. Oggi il potere mondiale è scosso dall’emergere di nuovi imperi militari, politici e finanziari in Asia questo fatto banale e certissimo comporterà una trasformazione del mondo umano e alla fine anche il Belpaese verrà colto da questi fatti. Rimane incerto se tale mutazione darà origine a conflitti armati di vasta portata e intensità latori di tragedie simili a quelle delle due Guerre Mondiali o se tutto procederà per via finanziaria, diplomatica e per mezzo delle nuove tragiche guerre asimmetriche e per procura. Personalmente vedo un Belpaese nel suo complesso estraneo alle questioni gravi sospese come una spada di Damocle sulla testa di tutto il consorzio umano. Oggi più di ieri sarebbe stata di generale utilità la presenza nel mondo di una Civiltà Italiana compiuta e comprensibile anche per i forestieri.  

 

IANA  per FuturoIeri




28 gennaio 2010

F.Allegri traduce B.Obama in Cina

26 Gen, 2010

B. Obama in Cina

Scritto da: F. Allegri In: Ralph Nader e letto 18 volte.

Proponi su Proponi su OkNotizie

25/11/2009

Di Ralph Nader

C’era qualcosa di triste e di strano nella debole presenza del Presidente Obama in Cina la scorsa settimana.

Triste perché  lui arrivò senza obiettivi apparenti e se n’andò a mani vuote subito dopo aver visitato la vecchia Grande Muraglia che secondo lui gli dava una prospettiva del tempo.

Strano perché  permise ai dominatori cinesi di tenere in quarantena le sue fermate con la gente cinese- sia di persona sia in televisione.

Il suo incontro pubblico principale fu con la Lega dei giovani studenti Comunisti i quali vennero con domande scritte.

Tutti i segni apparenti mostrarono che Obama non ebbe carte da giocare. Gli USA sono, di gran lunga, il più grande debitore del mondo.

Era duro sfidare i suoi padroni di casa cinesi che fecero una menzione rapida dei deficit e dei debiti profondi del nostro governo.

Essi non dovevano descrivere la nostra economia indebolita, il nostro dollaro in declino e l’alto indebitamento che gli USA hanno con i loro creditori cinesi.

Tutti sanno quanto è malferma la situazione finanziaria globale dell’America.

Certamente non sappiamo cosa avvenne nelle discussioni private fra Mr. Obama e le sue controparti cinesi.

Basta dire che il Presidente non avrebbe potuto ottenere molto di più nella sottovalutazione dello Yuan, nella grande ingiustizia nelle regole commerciali e nelle convenzioni tra la Cina e i suoi clienti più grandi dell’altro lato del Pacifico.

Mr Obama ha elevato il commercio principale, l’investimento, i temi militari e di sicurezza del conflitto con la Cina descritti nel Rapporto 2009 appena diffuso al Congresso dalla Commissione U.S.- China Economic and Security Review: la fredda constatazione che ciò che i capi della Cina accordarono a lui in pubblico si sarebbe trasformato decisamente in gelo.

(Per tutto il rapporto, visita www.uscc.gov.)

David Shambaugh, direttore del China Policy Program alla Gorge Washington University, lodò il rapporto congiunto tra USA e Cina come se “introducesse a molteplici aree di cooperazione tangibili”.

Tuttavia, l’accordo sono solo parole senza qualsiasi compito vincolante.

Sull’aspetto minore, Mr. Shambaugh fu generoso. Egli disse:

“I fallimenti mettono in luce come il presidente passò il suo tempo in Cina. Non interagendo con i cinesi, non facendo un discorso televisivo nazionale senza censura, non visitando organizzazioni civiche o di affari, non visitando imprese ad energia pulita o eolica, non vedendo i difensori e gli attivisti per i diritti umani, non incontrando gli affaristi americani o la comunità scolastica: tutto va considerato come un fallimento. Non mandò segnali positivi in queste aree – ma il governo cinese non lo permise e quello Americano non insistette su questo”.

Questo primo viaggio in Cina di Mr. Obama fu un’opportunità persa in tre modi che non possono essere scusati: non conta l’assenza di stato ed energia positiva.

Primo, gli USA sono il più grande consumatore della Cina e non sono stati trattati bene.

Pesce contaminato, ingredienti pericolosi nelle medicine, gomme difettose e prodotti contaminati da piombo sono alcuni dei problemi continui che sono costati delle vite di americani e anche la loro salute.

Mr. Obama avrebbe dovuto fare un trattato di protezione del consumatore con la Cina chiedendo l’accesso ai loro laboratori, imprese ed esportatori per ispezionare e certificare il prodotto. Tale trattato avrebbe dovuto includere garanzie contro l’importazione di merci contraffatte e assoggettare alle nostre leggi civili e ai nostri tribunali le imprese cinesi che vogliono fare affari nel nostro paese.

Secondo, occorreva un accordo bilaterale concentrato sull’enorme corrente di inquinamento dell’aria che viene sul Pacifico dalla Cina portata dai venti prevalenti.

La Cina sta aprendo due grandi impianti a carbone che generano elettricità ogni settimana e la Corea, il Giappone e il Nord America soffrono le conseguenze, anche di quelli delle emissioni delle grandi fabbriche. L’accordo avrebbe aperto (ora che la Conferenza di Copenhagen è stata consegnata alla retorica e all’esortazione) la via ad una cooperazione contro la pioggia acida, l’acidificazione dell’oceano, e il cambiamento climatico. La Cina è preoccupata per i nostri deficit. Noi potremmo preoccuparci delle loro emissioni.

Terzo, un patto scaduto da tempo riguardo alle malattie infettive è necessario.

Nel corso dei decenni molti Americani hanno perso le loro vite a causa dell’influenza diffusa dalla Cina. Il virus è passato dai maiali agli allevatori (che vivono in prossimità) e al resto del mondo. La Cina imparò dall’epidemia di SARS del 2003 quanto la segretezza possa essere economicamente dannosa.

Ma essa deve essere ancor più cooperativa con i sistemi di pronto allarme internazionale.

Il governo deve permettere a più specialisti Americani in malattie infettive di lavorare con le loro controparti cinesi a tempo pieno in Cina.

Una forte espansione dei servizi di cooperazione, investigazione, analisi dei dati, test e altre iniziative contro le epidemie (che insieme salveranno milioni di vite in futuro, sia in Cina che in USA) sono una priorità urgente.

Forse Mr. Obama parlò in privato di questi argomenti.

Ma questo è  un segno di debolezza. Egli è debitore con gli americani di una forza pubblica e di una leadership a Pechino per proteggerli – come consumatori – dai sotto prodotti della globalizzazione corporativa dato che non si muove per proteggerli come lavoratori.

Franco Allegri è presidente dell’associazione Futuroieri e laureato in scienze politiche con una tesi sulle relazioni fra stato e chiesa e si dedica alla libera informazione politica ed economica. Per approfondire visita il sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri. Su Facebook puoi fare amicizia con lui cercando Futuro Ieri.




20 gennaio 2010

Perchè il morto afferra il vivo...


De Reditu Suo

Perché il morto afferra il vivo…

In certe mattine d’inverno quando fa freddo e devo con il buio andar a lavorare prendendo l’autobus mi prende il sospetto che qualcosa non vada;  in effetti sono martellato come altri milioni d’italiani dalla pubblicità commerciale nella quale si osserva come la gente che se la passa bene viene di solito ripesa dalle telecamere in orari ben più comodi e rilassanti e in situazioni molto meno prosaiche.  Così mi capita di domandarmi se in qualche modo l’alzarsi la mattina a certi orari non sia il segno del far parte di ceti sociali medio-bassi, queste ad oggi sono le mie impressioni.   Io so che in una diversa stagione della mia vita una mattina, una di quelle fredde e limpide, appena alzato guarderò fuori dalla finestra. Scalderò un po’ di latte, verserò il caffè e il latte in una tazza e berrò la miscela accompagnandola con qualche biscotto. Scenderò poi in strada constatando che le due Repubbliche sono in quel momento un ricordo lontano. Oggi nel tempo in cui scrivo ciò che è morto è paradossalmente ancora vivo: sono ancora attive per fini bassamente elettorali antiche identità politiche tenute artificialmente in vita. In una realtà bipolare è insensato parlare di destra, sinistra e centro; la divisione in quel caso è fra progressisti e conservatori come nel mondo anglo-americano. Questa è la vera scissione fra le parti politiche nel bipolarismo e solo in Italia si può narrare la favola del centro-destra e del centro-sinistra e del centro-centro. Gli elettori italiani che vivono con le categorie di destra, sinistra e centro sono ingannati e vogliono credere all’inganno. Le antiche appartenenze politiche erano credibili al tempo della guerra fredda e della minaccia comunista alle frontiere dell’Italia, adesso servono alle minoranze che vivono di politica per tenersi stretto il loro elettorato di riferimento cercando di far leva su antiche paure di carattere sociale e vecchie fedeltà.   Un mondo umano di personaggi che vivono di politica, e con una certa approssimazione affermo che vivono molto meglio della stragrande maggioranza dei loro amministrati, sono legati a un remoto passato, a aderenze politiche, a ideologie e a partiti scomparsi per una questione di veder pagati gli stipendi il 27 del mese. Non c’è altro. Il morto afferra il vivo in Italia per il motivo banale che le appartenenze morte danno da vivere, da vestire e da mangiare a una quantità cospicua di personaggi che han fatto della politica la professione. Viene quindi evocato per questioni di cassa e di carriera il centro, la destra, la sinistra, e addirittura il pericolo fascista come se l’Italia del 2010 fosse ancora quella del 1922. Del resto gran parte dell’elettorato italiano vuol mettere la testa sotto la sabbia, vuole ingannarsi, vuol credere alle favole e alle promesse anche le più stravaganti. Del resto perché assumersi in proprio delle responsabilità? Perché farsi carico delle pubbliche calamità? Perché sacrificarsi per un bene comune a dir poco chimerico? Ecco la soluzione che le diverse genti d’Italia amano: “vivere nella menzogna e nella finzione delegando a capi discutibili, chiacchierati o con condanne passate in giudicato l’onere di rappresentare la grande finzione della vestizione e animazione di ciò che è morto”. Questo presente con la sua carica di durezza e brutalità prima o poi  si farà strada e distruggerà le favole maligne e le troppe illusioni

IANA per FuturoIeri









7 gennaio 2010

Il dispiacere di pensare la fine

De Reditu Suo

Il dispiacere di pensare la fine

Ammetto di aver ripensato alla Repubblica Spagnola, quella federale stroncata brutalmente e massacrata da Franco, Hitler e Mussolini e dall’imperizia e dalla complicità delle sedicenti democrazie di allora. Grazie ai portenti della terza rivoluzione industriale posso vedere documentari, fotografie e perfino le musiche di chi ha combattuto e morto dalla parte della Repubblica Spagnola, e beninteso anche da quella dei fascisti dei reazionari spagnoli. Mi vien fatto di pensare che in fin dei conti quella Repubblica ha avuto un destino tragico, aldilà di quanto nel Belpaese si possa concepire, e che la loro Repubblica non ha fatto i conti i conti con la decomposizione e la disgregazione civile e sociale in cui si dibatte la nostra, con la perdita del senso della realtà per mezzo dell’intrattenimento televisivo e della pubblicità. La loro decomposizione è stata una fiammata, un rogo collettivo nel mezzo dei furori bellicisti e ideologici del primo Novecento. La fine di questa Seconda Repubblica in questo secondo millennio sembra un lento disfarsi di ciò che per anni abbiamo chiamato Italia. Il cupo desiderio di morte che è parte di questo tempo è presente nella quotidianità di questa Seconda Repubblica italiana e dà il senso della una fine e della decomposizione di ogni valore e di ogni morale precedente. Quel che emerge è una realtà frammentaria priva di quegli elementi di unità e di appartenenza ad una vicenda storica comune, un contesto dove ogni egoismo umano e sociale può scatenarsi senza dover render conto a qualsivoglia forma di riprovazione morale. L’esempio infelice delle minoranze dei ricchi e dei politici di un certo spessore spesso chiacchierati o alle prese con i tribunali nostrani sta dando alla popolazione italiana l’impressione che l’unico metro possibile su cui ragionare sia il denaro. Lo strumento del commercio e del lavoro nonché merce che serve ad acquistare altra merce diventa l’unico fine perché coincidente con il potere. Avere il potere su uomini e cose è oggi l’unica garanzia di salvezza individuale in un mondo dove si sono perduti i valori e le ragioni di una comunità che condivide una storia comune o delle radici culturali. Questa mutazione antropologica e civile aiuta e rafforza tutti i fenomeni di disfacimento presenti nella società e nella Repubblica italiana. Del resto il mondo umano percepisce a modo suo l’evidenza che è presente sul pianeta azzurro ossia che ciò che nasce e si sviluppa, si indebolisce, muore e si decompone. Nel corso dei milioni di anni cambia perfino la geografia figuriamoci se non finiscono i sistemi politici, con le classi dirigenti. Dove sono oggi i re-sacerdoti dell’antichità, o il patriziato dell’Antica Roma, o le legioni di Cesare con i centurioni o i condottieri delle milizie Rinascimentali? Tutto finito, tutto trasformato, morto o ricomposto in forme nuove. Questa Repubblica, con i suoi riti, con i suoi discordi signori, con i suoi orrori che ogni tanto balzano all’onore della cronache giudiziarie sembra una massa informe di personaggi e cose diverse che stanno assieme per sbaglio. Finirà, prima o poi anche questo sistema. Esso è destinato a riformarsi e a cambiare o a sparire sotto la pressione spaventosa dei mutamenti che arrivano nel corso dello scorrere del tempo. Quel che mi dispiace è che la fine sembra annunciarsi in uno scenario crescente di noia, di disgusto e di squallore entro un contesto di miseria morale.

IANA per FuturoIeri




12 dicembre 2009

La destra del Belpaese

De Reditu Suo

La destra del Belpaese

L’ultimo dei miei pensieri era quello di far un mio punto della situazione politica a partire da cosa può esser oggi la destra  nel Belpaese. Per mia sfortuna son forzato dalle circostanze a considerare la cosa. Quindi scriverò adesso alcune considerazioni personali e faziose frutto della mia esperienza. La mia impressione è che sia presente nella destra di oggi una componente numerosa in seno al popolo italiano di irriducibili, di elettori che non sono disposti per nessun motivo a far alcuna concessione alle forze riconducibili al centro-sinistra, di umani che credono ancora al pericolo comunista, che non sopportano l’elezione statunitense di Barack Obama, larvatamente o apertamente son spaventati dalle comunità straniere e dalla presenza di comunità islamiche nel Belpaese, intimorite da una penisola non più soltanto loro e che devono iniziare a condividere con soggetti altri forestieri o domestici che siano.  Una destra irriducibile la cui fedeltà alla leadership di Berlusconi è l’esigenza di trovare un capo riconosciuto, o se si vuole un padrone, che li  protegga dal dubbio di aver sbagliato negli anni in cui erano Democristiani o votavano per i partiti minori del pentapartito. Molti irriducibili votavano per la Balena Bianca certi di far cosa gradita  a Dio, alla Madonna e alla loro parrocchia di riferimento e Lui adesso li salva dai dubbi elettorali e dalle paure. Dal punto di vista sociale questo ceto d’irriducibili è la roccia elettorale del centro-destra ed è dato da diversi strati della popolazione: c’è il ricco padrone di case sfitte e terreni assieme all’operaio o all’artigiano che non sopportano il sindacato, il professionista che pensa per sé e in qualche misura s’identifica con Berlusconi e le signore che adorano il presidente del Consiglio perché ha fama d’esser l’uomo più ricco d’Italia e c’è perfino il pensionato che crede di aver ricevuto dei torti dalla fantomatica sinistra o dallo Stato. Tutti assieme appassionatamente contro quelle forze sociali identificate come quelle che vogliono distruggere le loro certezze e la loro tranquillità, contro ogni dubbio in materia di morale o di famiglia e contro una società italiana che è composta anche da un 7% di abitanti di appartenenti alle comunità di nuova emigrazione, contro ciò che è rosso perché rappresenta il bolscevismo di staliniana memoria.  Questa destra è il frutto di cinque decenni d’intervento della Chiesa cattolica nella politica italiana, di ideologie novecentesche vissute troppo a lungo nel Belpaese e di rozze esasperazioni retoriche ma anche e prima d’ogni altra cosa del clientelismo sfacciato che è stato dominante in queste due Repubbliche italiane. Immobilismo sociale, clientelismo, nepotismo hanno trasformato i partiti politici italiani in ascensori della mobilità sociale, talvolta nelle ragioni  principali  di carriere ben remunerate quindi l’avversario politico ieri come oggi in Italia è  coincidente con il nemico ideologico e con il pericoloso concorrente sociale. Le storie delle famiglie italiane sono piene di parenti risentiti per un qualche torto fatto sul lavoro o in qualche ambito sociale che ha avuto come forza scatenante il malvagio di turno politicamente ben piazzato; qualche volta si tratta di pietose bugie, qualche volta è vero. La destra irriducibile si alimenta anche di questo, questa componente politica è convinta che cedere qualcosa vuol dire mollare posizioni, condizioni sociali favorevoli, farsi del male. Queste certezze sono cementate dalle memorie familiari, dalle amarezze della vita, dalla paura che suscita un mondo umano nuovo e incerto. Forse da parte delle genti del Belpaese e dei loro politici sarebbe bene riconoscere quanto i defunti partiti politici della Prima Repubblica e la vicenda politica e giudiziaria di Berlusconi hanno spezzato e diviso gli abitanti dello Stivale; il riconoscimento  di questa evidenza renderebbe questa destra, che in troppi fingono di non vedere e di non sentire, comprensibile e giustificata nel suo esistere.

IANA per FuturoIeri




20 ottobre 2009

Basta Obama! Voglio scrivere di cose di provincia

La valigia dei sogni e delle illusioni

Basta Obama! Voglio scrivere di cose di provincia

Ho seguito con crescente timore le cronache di otto anni di guerre di Bush, adesso mi si racconta la favola felice del buon principe che arriva a raddrizzare i torti, si chiama Barak Hussein Obama e ancor prima di qualsiasi risultato tangibile prende il premio Nobel per la pace.

Quale pace?

Di cosa si favoleggia in questi pazzi tempi dove le parole hanno smarrito il loro senso e il loro suono?  

Potrei fare delle facili ironie e raccontare di Nobel inventore della dinamite, sbeffeggiare pacifismi di maniera e ipocrisie farisaiche. Invece basta Obama!

Voglio scrivere per i miei venticinque lettori cose di provincia, sestesi addirittura.

Il 16 e il 17 ottobre 2009 a Sesto Fiorentino presso un parco cittadino e nella Villa San Lorenzo è stata onorata la memoria di Ivan Della Mea cantautore popolare e comunista atipico recentemente scomparso con convegni, buffet popolare, canti e musica. Si trattava a suo modo di un maestro, di un cavaliere d’altri tempi che in questi decenni di decomposizione e corruzione ha cercato di cantare le disgrazie e le piccole gioie dei ceti operai e contadini d’Italia, le loro lotte spesso di sinistra, la delusione di tanti militanti rossi davanti al destino avverso e alla loro incapacità di fermare i processi distruttivi e creativi della civiltà industriale e del consumismo edonistico e acritico. Un piccolo eroe della parola e della musica in questa valle di lacrime e duro fango. Certo questa qui è una cosa di provincia, marginale, quasi privata per certi aspetti. Eppure mi ha fatto impressione la folla di circa trecento persone di ogni età che ha sfidato il freddo, non c’era riscaldamento al concerto nel parco, che è stata per ore ad ascoltare il ricordo cantato degli amici di costui, che ha riascoltato in video qualche sua parola, il pubblico stesso si è più volte unito ai canti di lotta e di protesta di Ivan e di altri. Per parlare davvero di pace in questo consorzio umano residente nel pianeta azzurro ritengo che ci sia bisogno da parte dei singoli della cognizione di quella elementare solidarietà umana che esce fuori dal fare una cosa tutti assieme, dall’essere uniti da un ricordo, dal condividere qualcosa di certi valori, dal provare una gioia primitiva nello star con gli altri a far una cosa bella. Si tratta di un sentire e di un fare estraneo alla persuasione pubblicitaria, all’intrattenimento televisivo dei predicatori delle sorte magnifiche e progressive della civiltà industriale, di qualcosa di estraneo nel senso più profondo alla solitudine che è parte costitutiva della civiltà dei consumi. La pace di cui si narra in televisione e sui sistemi d’intrattenimento e d’informazione è la naturale continuazione della propaganda di guerra, da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Come in certi brutti film o in certi fumetti per adolescenti: qui sono collocati i buoni dipinti e vestiti da buoni, là i cattivi dipinti e vestiti da cattivi e guai a chi la pensa diversamente.  Sarebbe bene dare alle cose il loro nome, quello vero e non una qualche fantasia creativa da pennivendoli e addetti alla propaganda di guerra. Se la pace oggi è la banalità della “guerra di guerriglia” o il quotidiano di quella “a bassa intensità” allora si usino i termini appropriati senza ipocrisie farisaiche.

Questo è il primo passo per far una cosa seria, anche quando s’invoca la Pace come se fosse una divinità pagana.

 

IANA per FuturoIeri




28 novembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 21

Peggio vanno le cose nel Belpaese e più roboante e allucinata si fa la retorica patriottarda e para-democratica. “Si scuopron le tombe” come si sarebbe detto nel nostro Risorgimento ma per far cosa? Credo personalmente per negare la realtà, questa realtà dura e semplice di una Nazione che non si è compiuta e di un popolo disperso senza né nome né volto lasciato a se stesso a cavarsela alla garibaldina, in tempi difficili come questi, da classi sociali dominanti sedicenti dirigenti antropologicamente dissolute, inique, scellerate e pazze. C’è da impazzire nel diluvio retorico di questi mesi come le dichiarazioni di fuoco contro il nazismo di Hitler il quale è trapassato, peraltro con tutta la sua ideologia, durante la battaglia di Berlino dell’aprile del 1945. Il che significa che è morto nella prima metà del secolo scorso. Ricordo inoltre che la sua sconfitta fu determinata dall’armata rossa di Stalin alleato degli Stati Uniti e dell’Impero Inglese. Staccare la sconfitta del nazismo dalla vittoria comunista è far una frode storica e far offesa ai venti milioni di cittadini sovietici morti in quella che in Russia chiamano la Grande Guerra Patriottica. Voglio precisare che molti di questi cittadini e cittadine della fu URSS morirono in modi atroci e in situazioni che vanno ben oltre la comune barbarie della guerra. Inoltre dal momento che in Italia la memoria è molto callosa e putrida quando si tratta di far retorica trombona ricordo a tutti gli smemorati che noi eravamo alleati dei nazisti e dell’Impero Giapponese, alleati nel bene e nel male e non si può far finta di niente e mettere assieme con scioltezza e facilità i morti in Russia e in Africa caduti combattendo contro gli alleati e quelli che hanno fatto la Resistenza contro il nazifascismo. Non sono morti per la stessa cosa, a meno che l’Italia sia un ente metafisico così grande da poter abbracciare tutte le cause e tutte le ideologie. Qualcuno, inoltre, si è arricchito col fascismo, che qui è durato vent’anni, altri sono diventati più poveri e perseguitati di prima ( e ce ne voleva), non si può dire che siamo e siamo stati tutti uguali. La Repubblica non ha creato alcuna unità ma aggravato le divisioni politiche e ideologiche e non ha fatto giustizia, prova ne sia che oggi nel 2008 si ragiona di chieder conto a qualche ufficiale nazista delle stragi fatte contro i nostri. Si accetti che qui c’è diversità non unità e che non c’è bisogno della roboante retorica democratica vuota e falsa. Se per ogni sproloquio patriottico-democraticoide si fosse compiuta una buona azione concreta o un atto di giustizia da parte delle classi dirigenti questo paese sarebbe ben più coeso della monolitica Francia. Ma la retorica nostra è l’ultimo rifugio delle canaglie, è la spalmata del tricolore per nascondere i colori del proprio egoismo sociale e quello dei diversi padroni stranieri che nel Belpaese intendono esercitare un dominio tutto loro.

IANA per FuturoIeri

http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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