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4 febbraio 2011

Il Belpaese e la scuola: Mistero Sociale



Le Tavole delle colpe di Madduwatta

IL BELPAESE E LA  SCUOLA: Mistero Sociale

Le vicende della scuola italiana non sembrano interessare alle  sedicenti classi dirigenti, agli onorevoli, ai fini esperti di cose patrie&nostrane, al giornalismo più o meno militante. L’impressione che ricavo è che di scuola si parli solo quando fa comodo, quando la situazione politica esige che l’opposizione batta dei colpi sul governo, quando si muovono proteste collegate al  malessere generale, o in caso di riforme contestate siano esse radicali o parziali. Manca a quel che intendo una riflessione giornalistica e in generale dei media sulla scuola in quanto scuola, sul senso di qualcosa che deve, a mio avviso, avere uno statuto separato dal resto delle attività umane. La scuola infatti non crea profitti, è sconsigliabile che sia politicizzata, non punta a indottrinamenti, non è un parcheggio per aspiranti disoccupati, non è uno strumento di compensazione della disoccupazione intellettuale attraverso la creazione di posti di lavoro. La scuola quando è una delle cose che non è si fa carico di compiti e di pesi specifici non suoi. In generale dovrebbe avere quindi una grande abbondanza di fondi, di personale, e una credibilità a tutta prova. In realtà la scuola in un sistema di civiltà industriale, perché la scuola pubblica  e l’alfabetizzazione delle masse  sono  state una necessità della civiltà industriale, è parte del sistema di riproduzione della società umana. La scuola assolve più o meno bene a una necessità che è quella d’istruire e di formare. Questi compiti prima della civiltà industriale erano affidati alle famiglie d’origine o ai precettori o ai sacerdoti, e nel caso della formazione superiore alle Università Medioevali o alle scuole filosofiche. Quando la civiltà industriale ha travolto l’Antico Regime e disgregato le forme arcaiche e medioevali del vivere e del riprodursi della società umana e delle sue strutture giuridiche e sociali si è reso necessario da parte dei governi  Europei e poi del mondo intero creare una scuola pubblica; o provare almeno a costruirla. Quindi non una stranezza o un ente sociale di carattere previdenziale ma una concreta esigenza della civiltà industriale. Ciò che prima poteva essere ben fatto dalla Famiglia, dalla Chiesa, dalla Tradizione Contadina o Corporativa era diventato nel giro di un solo secolo inadeguato. La Civiltà industriale  necessita di competenze di cultura generale, alfabetizzazione, di calcolo che devono essere impartite da una struttura a parte, pubblica possibilmente in modo da avvicinare masse di cittadini e sudditi allo Stato Nazionale e alle sue Istituzioni. 

Oggi proprio l’entità collettiva e istituzionale promotrice della scuola pubblica ossia lo stato Nazionale è stato ferito con crudeltà dai processi economici di globalizzazione e di trasformazione in merce e in prodotti finanziari dei diversi aspetti della vita civile e sociale dei popoli e delle civiltà umane. Il potere reale, oggettivo, concreto è passato di mano. I re, i Principi, i Presidentissimi, gli Onorevoli, i demagoghi più o meno ispirati da Dio hanno lasciato in mano dei finanzieri e dei banchieri la maggior parte della loro capacità di dominio e controllo sull’umanità e sulle risorse del pianeta. Chi controlla il sistema di Banca Centrale che emette la moneta per conto degli Stati a vocazione imperiale o di "conglomerati bituminosi" di Stati come l’Unione Europea quello è il potere assoluto, vero, concreto, integro. Fa eccezione in questo panorama la Cina che ha un modello di controllo politico sulla moneta legato alle strutture politiche e ai vertici del Partito Comunista Cinese. Comunque sia il Modello Cinese e il Modello Atlantico condividono la loro dimensione di esser manovrati da parte di una minoranza ristrettissima della popolazione, in realtà proprio l’aspetto finanziario del potere è quello meno permeabile alle inchieste giornalistiche e a un dibattito aperto. Del resto dietro i giornali e le televisioni ci sono gli editori e gli editori senza le banche che finanziano le loro società semplicemente non esistono, e le banche non  potrebbero far quello che fanno se non ci fosse il meccanismo di Banca Centrale che crea moneta. Pertanto è improbabile che un giornalista possa prendersi la libertà di dar addosso al sistema finanziario e alle banche, sarebbe come chiedere la rovina del giornale e dell’editore che si vedrebbe nell’ora del bisogno sbattere le porte in faccia quando chiede dei prestiti. Cosa vuole quindi questo potere che controlla tutti i poteri? Di sicuro vuole espandere le possibilità di profitto e la privatizzazione della vita perché un sistema tutto trasformato in merce non solo crea profitto per i pochissimi, che sono ricchissimi e felicissimi e hanno i capitali ben investiti, ma crea una possibilità grandiosa di dominio per la grande finanza. Si tratta di controllare la società umana trasformandola in un grande mercato. Il mercato ha sempre bisogno di prestiti e di far profitti da collocare in nuovi affari e la Banca Centrale controllando l’emissione del denaro controlla di fatto i prestiti e di conseguenza controlla in realtà il mercato e quindi controlla la vita degli esseri umani. Una scuola calunniata, impoverita, privatizzata è utile a chi punta a scindere i destini di minoranze di ricchissimi e felicissimi e dei loro esperti e funzionari da quelli di masse enormi di popolazione impoverita, con lavori precari, con difficoltà sociali e psicologiche. Ma a fronte di questa scissione dove chi ha la ricchezza agisce in nome di un egoismo potente e assoluto emerge come strumento di dominio e controllo il denaro e il suo dominio pseudo-religioso. La scuola di tutti che ha assolto il compito di legare ciò che era diviso per origine e prospettive ora sembra un peso a queste piccolissime minoranze di potenti irresponsabili e a quanto pare dissoluti e bellicisti con il sangue altrui o di poveracci prezzolati un tanto a massacro. In realtà il sistema capitalista non premia tanto la borghesia, oggi ombra di se stessa, quanto ristrette minoranze di miliardari, esperti di rango, divi di livello globale, mediatori dei grandi affari internazionali, superburocrati, amministratori delegati di multinazionali. Queste piccole minoranze intendono conservare il sistema di privilegio che premia la loro posizione sociale e la scuola in quanto forma necessaria della riproduzione della civiltà umana è un oggetto, come tante altre entità, della manipolazione di queste caste al potere.  La scuola presenta però una non dichiarata forma di resistenza alla manipolazione pubblicitaria e propagandistica sia essa di natura commerciale o demagogica o peggio politica. Tale resistenza inconsapevole è data dal conferire strumenti, spesso infimi, allo studente di orientarsi dentro l’oscuro labirinto della realtà e delle illusioni di questo mondo umano; questo avviene con la lettura, il ragionamento, il calcolo, la scrittura, e la messa in discussione delle sue capacità nelle prove scritte e orali, l’apprendere insieme ad altri, l’osservare delle regole comuni. Lo studio offre ai più strumenti poveri ma pur sempre strumenti per iniziare un percorso di conoscenza e di auto-orientamento personale, che di certo non può esaurirsi con la scuola ma presume comunque l’acquisizione di saperi e formazione di base di carattere scolastico. Questo non piace, al nuovo potere; non interessano enti estranei alle, loro logiche e quasi per un gusto predatorio devono agganciare in qualche modo la scuola, avvicinarsi al luogo della formazione. La scuola è quindi un mistero sociale. Una sorta di figlia nobile e filantropica della rivoluzione industriale nonostante ristrettezze, errori, autoritarismi, pressioni subite da ogni direzione. Da qui il desiderio dei pochissimi di metterla sotto tutela.

IANA per Futuro Ieri




26 maggio 2009

Amari presentimenti intorno al declino dell'impero statunitense

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Amari presentimenti intorno al declino dell’impero statunitense

E’ evidente che il fu impero statunitense nonostante le sue enormi risorse umane, materiali, militari è in gravissima sofferenza. Le sciagurate guerre afgane e irachene dopo otto e sei anni di lotta non si sono risolte con una vittoria chiara e distinta, quale che sia stato il progetto di colonizzazione della civiltà Anglo-Americana in quelle terre lontane esso ad oggi sembra fallito. Alla crisi economica s’accompagna l’insuccesso militare e il dubbio del declino, c’è da aspettarsi delle novità per il Belpaese vaso di coccio fra vasi di ferro. Aggiungo di sfuggita che di questi tempi la memoria va alla guerra del 1999 contro la Serbia nella quale la penisola si trasformò in piattaforma aerea e navale a discrezione della volontà dell’esercito degli Stati Uniti. Presagi amari mi disturbano, non è molto difficile intuire che con queste sue genti dissolute e plagiate dalla pubblicità politica e commerciale e con queste sedicenti classi dirigenti il Belpaese dovrà seguire la via crucis dell’impero Anglo-Americano e subire il peggio delle nuove disgrazie senza aver goduto di alcun beneficio; come capitò a tante parti della nostra penisola quando l’Impero Spagnolo andò declinando e trascinò una parte dell’Europa e dell’Italia nei disastri della prima metà del Seicento. Credo sia tempo di ragionare con franchezza sul senso dell’alleanza e della tanto sbandierata fedeltà all’invincibile potenza americana. Potenza che ora non appare più né come potenza né come invincibile. Credo che è giunto il tempo d’iniziare a pensare al futuro del Belpaese e a cosa voglia essere questa nostra realtà che ad oggi non è né uno Stato, né una civiltà, né un popolo ma la contrario una massa eterogenea di gente più o meno diversa che sta assieme quasi per sbaglio. E sia chiaro ritengo che occorre a buon diritto mettere ormai, anche se nessuno ci dice come, gli ex stranieri di seconda generazione nel numero degli italiani. Non ci sono più solo gli italiani nati e vissuti qui da generazioni, più o meno bianchi di pelle e più o meno cattolici. Ora la situazione è che in realtà non c’è una dimensione unitaria perché la scuola è poco considerata, la lingua parlata è quella della televisione-spazzatura aggraziata da modi di dire rozzamente tratti dalla lingua inglese e dalla pubblicità commerciale, e il passato è un cumulo di rovine dove s’aggirano i fantasmi dei troppi miti perduti, i nostri ex intellettuali o sedicenti tali s’arrangiano come capita e un comico di spessore come Beppe Grillo ascende al rango di nuovo Savonarola. Questa è stata una grande civiltà ed è ancora un grande Nazione perché adesso che è stritolata da forze ostili, da una crisi mondiale dirompente, dai ricatti incrociati della politica internazionale riesce a mantenere interi ceti sociali parassitari che vivono di politica e con la politica. E’ inoltre falsa l’idea che questa gente che fa politica sia un bene perché produce consenso per il sistema e svolge un lavoro di raccordo fra le parti sociali. Essi vivono sulle divisioni e sulle fazioni, sono forti quando il Belpaese è debole e i loro amici fedeli sono sempre poteri particolari quando non apertamente criminali o  forestieri. Se l’Italia, per assurdo, fosse un paese “normale” i problemi oggi accantonati e rimossi a causa della debolezza e della precarietà in cui siamo caduti esploderebbero e il Belpaese si rivelerebbe essere un serio problema per le altre nazioni abituate a pensare l’Italia come una pura espressione geografica.

Ma oggi come oggi l’Italia può essere solo ciò che è.

Il ricostruire la sua civiltà può essere solo iniziato.

IANA per FuturoIeri




8 maggio 2009

Civiltà italiana: una, nessuna,centomila

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Civiltà italiana: una, nessuna e centomila

Per una persona normale, incensurata, che non è scesa a particolari compromessi è difficile far una ragionamento lineare e ragionevole sulla comune identità italiana. Questo perché una civiltà italiana, chiara, distinta, con valori certi come tale non esiste. Si può fare l’arbitrio d’indicare la lingua comune come fondamento della comune identità ma essa non è quella parlata ogni giorno, la lingua comune di cui si parla è quella dei manuali scolastici, delle antologie, dei testi ufficiali, non certo quella ordinaria e banale della comunicazione di tutti i giorni. In verità tanta parte del linguaggio comune deriva dal freddo impasto fra modi di dire mutuati dalle lingue straniere e dalla pubblicità commerciale e la banalissima vita quotidiana nella quale si risparmia ogni fatica del linguaggio per arrivare ad argomentazioni efficaci e rapide. Il problema del Belpaese è che la civiltà che lo anima è, per così dire, invisibile. Si fa presto a suonare l’inno (ma nessuno si ricorda più che in tempi non sospetti ebbe luogo un dibattito politico  sull’opportunità di cambiarlo) ma una civiltà non è solo questo ma l’insieme di ragioni che spingono esseri umani molti diversi fra loro a fare gruppo, a star assieme, a riconoscersi in valori e in simboli, a darsi regole, riti, vita politica. Ebbene neanche il mito garibaldino sembra in grado di mettere assieme gli italiani, figurarsi gli altri. Il Belpaese ha avuto una storia recente dove il passato monarchico e fascista è strato abiurato e rinnegato per cause di forza maggiore e la Repubblica è stata storia di partiti e gruppi diversi ed eterogenei, divisi su tutto ciò che era comune identità e valori a cui guardare per pensare lo sviluppo dello “stivale”. L’unico ente che si occupa -quasi per caso- di ragionare in termini di "identità e nazione", al quale si guarda con fastidio da parte delle “classi dirigenti” perché concepita come costo e come problema perché limita affari lucrosi nel settore,  è la scuola italiana dalla materna al liceo. Oltre la scuola e ciò che essa riesce a legare c’è una cultura commerciale da grande magazzino, da rivista patinata di moda, da volantino del discount, da televendita che guarda con fastidio alla dimensione nazionale, alla storia e alla vita. Quindi non gli spettri di comunismi e fascismi morti, stramorti e sepolti ma il tritatutto della società dei consumi, aggravata qui nel Belpaese dalla difficoltà dei ceti sociali che vivono di politica di concepire l’esistenza di un “problema italiano”, di una comune identità che si proietti oltre il qui e ora degli slogan della politica e della banale e ordinaria cialtroneria culturale delle campagne elettorali. In quali simboli dovrebbero riconoscersi tutti gli appartenenti al Belpaese, in quelli più o meno politici magari legati al remoto passato?, in quelli banalmente commerciali come se il Belpaese fosse una somma di loghi per vendere merce magari soltanto assemblata e confezionata in Italia? In quelli religiosi  e cattolici con buona pace delle masse d’immigrati e di connazionali che cristiani non sono? In quelli logorati da decenni di vuota e roboante retorica patriottarda. Inoltre chi scrive non ha fiducia nella dimensione unificante della nazionale di calcio perché nei campionati e nelle sfide sportive fra nazioni non sempre si vince e un simbolo unitario non può essere una variabile calcistica, inoltre milioni d’italiani praticano o sono amatori degli sport minori e la centralità del calcio sembra fatta più per divedere gli italiani che non per unirli. Una dimensione di civiltà del Belpaese forse dovrà far a meno di fattori unificanti, probabilmente si dovrà sfidare la logica comune e il buonsenso e concepire per gli anni a venire una civiltà senza un suo centro, senza quei due o tre elementi unificanti forti che di solito aggregano le popolazioni delle altre nazioni. L’Italia che sarà può essere costruita solo proiettandola nel futuro e con la rinunzia preventiva a fare di domestiche glorie e remote reliquie di miti perduti le  basi di una civiltà che oggi non è. Sarà solo ciò che potrà essere se verrà costruita pezzo per pezzo.

IANA per FuturoIeri




6 maggio 2009

Fra noi, in confidenza, parliamo di civiltà italiana...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fra noi, in confidenza, parliamo di civiltà italiana…

E’ un fatto. Esiste una civiltà giapponese che, anche se caduta da oltre dieci anni in un periodo di gravi difficoltà, esporta ai quattro angoli del mondo i suoi prodotti culturali e la sua cucina, c’è una civiltà russa e pure una cinese che oggi sperano di diventare egemoni nel pianeta visto che il grande impero statunitense sta cadendo in disgrazia. Perfino la Germania e la Francia e anche nel suo  piccolo l’Irlanda si danno il tono e l’importanza che compete a chi si propone come modello di vita e di cultura. Inoltre il fu Impero Inglese sfida il senso del ridicolo e si pone come il centro del mondo civile in virtù dell’enorme importanza della sua lingua a livello mondiale. Dov’è l’Italia?  L’Italia non c’è, ad oggi non è né Stato- che sarebbe comunque qualcosa – né civiltà.

La Repubblica si è sempre pensata in termini di partito politico, di fazione, di sudditanza a poteri stranieri o confessionali. A turno, e a seconda dei tempi e dei luoghi e dei ceti sociali d'appartenenza, la popolazione del Belpaese è stata comunista filo-sovietica, post-fascista e conservatrice, clericale e pseudo-democristiana, socialista senza socialismo, individualista senza la libertà di pensiero e senza la cultura, liberale senza saper nulla di cosa sia la liberal-democrazia, in alcune zone del Mezzogiorno, per un buon decennio almeno, è stata perfino monarchica in tempi di Repubblica. In breve il Belpaese in queste due Repubbliche è stato il palcoscenico di ogni rozzo travestimento, di ogni bizzarro trasformismo politico, di ogni scatenato individualismo, di ogni estensione di qualsiasi interesse particolare inquinante e tossico. Quindi non fu né civiltà, né Stato. Il nostro Stato si riduce infatti a una serie di elementi spesso mal funzionanti ereditati dalla Monarchia, dal fascismo, o creati nelle due Repubbliche per far finta di essere un popolo libero, tollerante e democratico. Pezzi, frammenti di Stato dunque.  Non un progetto unitario, non l’estensione della volontà democratica di un popolo libero, non l’atto creativo di genti diversissime che dopo l’esperienza della Resistenza e la Guerra Mondiale si danno un nuovo modo di vivere. La civiltà italiana non c’è, se c’è è invisibile sepolta da eccessivi particolarismi, dalla fede nei miracoli, dall’espressione di volontà di singoli, dalla presuntuosa ingerenza degli stranieri che dall’alto dei loro pulpiti ci giudicano, pretendono di dirci come vivere, come pensare, come vestire. Adesso che si delinea la decomposizione morale e civile di questa Seconda Repubblica è tempo che i buoni e i giusti pensino di nuovo a cosa potrà essere la civiltà italiana. La sofferenza attuale della scuola italiana concepita dalle caste al potere come una spesa sociale da tagliare rivela quanto inconsistente sia la dimensione della civiltà italiana presso i ceti privilegiati della penisola. I componenti delle sedicenti classi dirigenti  amano mandare i loro figli in costosi master o in università estere, si travestono da cosmopoliti, da statunitensi, e prima o poi li vedremo nei panni dei russi e dei cinesi. Non è possibile pensare alla ricostruzione della civiltà italiana ad opera di questi ceti sociali, se mai sarà verrà dalla rovina morale, patrimoniale e forse anche fisica delle minoranze che oggi dominano le genti della penisola. A che prezzo accadrà questo non so dire…sul serio non lo so.

IANA per FuturoIeri





10 febbraio 2009

La Grande Pedagogia del Belpaese

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

La Grande Pedagogia del Belpaese

C’è una lapalissiana evidenza che una recente trasmissione della RAI ha mostrato: la scuola pubblica in Italia è in sofferenza. Ma il senso pedagogico profondo e comune dell’essere italiani oggi non è il saper molte cose o il lavorare per costruire una casa e la famiglia, è tirare a campare, fare cose diverse per raggranellare soldi, il vivere nel bisogno o nella incessante, nella brama di porre fine al male di vivere attraverso il possesso dei beni, della roba, dei quattrini. La Grande Pedagogia italiana è ognuno per sé e Dio contro tutti, fino all’auto-distruzione, fino alla fine del mondo e del Belpaese. La vicenda della scuola tanto bistrattata e alla quale viene sottratto il denaro che serve illumina su quanto sia profondo l’egoismo suicida delle nostri sedicenti classi dirigenti. Non c’è un futuro perché non si vuole avere un futuro, credo di capire perché: le nostre genti sono atomi, ognuno è un singolo e quando il singolo muore, tutto il suo mondo muore: affetti, vita, beni. Il mondo cessa di esistere quando io cesso di esistere. Questa visione dell'umano discende dall'alto delle gerarchie del Belpaese e fa scuola fin dentro la casa dell'ultimo italiano. Quindi non c’è posto per cose ingombranti come il dovere, la morale, Dio, la Patria, la famiglia. Le nostre genti sono malate di una cosa che si chiama nichilismo, non è un nichilismo filosofico o estetico, è semplicemente che occuparsi degli altri, inclusi i propri figli, costa e uno che vuol godersi la roba faticosamente strappata alla malvagità della vita sente tutto questo come uno scippo. In fin dei conti per l’italiano comune per il Mario Rossi di turno esiste un solo mondo e una sola realtà: la propria. Questa è dunque la grande pedagogia e se ne ricava che il futuro non c’è perché nell’intimo nessuno dei nostri sedicenti personaggi di potere vuol lasciare un futuro a chicchessia, domani la sua nera ombra potrebbe esser chiamata a rispondere ai pronipoti. Il suicidio della propria civiltà è il grande tema con cui il Belpaese deve confrontarsi. I pochi che ci dominano bramano la fine delle nostre genti e la loro distruzione? Le loro azioni portano a questo esito. Tutte le crisi di cui soffriamo siano esse il problema dei rifiuti, il degrado umano e urbanistico o la pericolossima esposizione nelle guerre dell’Alleanza sono il frutto di politiche parziali, faziose quando non casuali e del profondo disinteresse con cui finanzieri, industriali, politici hanno sempre guardato alla Penisola e alle sue genti. Per primi coloro che esercitano il potere guardano agli italiani come a delle genti straniere dai costumi bizzarri così diversi da quelli dei grandi leader inglesi e statunitensi che onorano e che ammirano. Prova ne sia che è costume dei nostri ceti sociali più elevati mandare i figli ad istruirsi all’estero magari in qualche costosa università americana e parlare una lingua piena di parole forestiere o di rabberci fonici a metà fra l’inglese e l’italiano delle barzellette. Le nostre sfortunate genti se avessero avuto due lire di cultura e buonsenso da tempo avrebbero ripudiato i nostri leader o ne avrebbero preso per tempo le distanze, ma adesso il guasto è compiuto.

Quando ritroveremo il nostro futuro, ritroveremo noi stessi.

IANA per FuturoIeri




4 dicembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 22

Come è pigro questo Belpaese. Mi riferisco alle capacità intellettuali. I molti s’aggrappano alle tre o quattro balle della televisione o alla loro esperienza quotidiana e immediata, sono rari gli sforzi per andar oltre le proprie piccole certezze, ancor più strana la volontà di cercare una verità propria e non quella preconfezionata sul momento, impacchetta e fatta a pezzi per far digerire ogni sorta di abuso e malversazione delle nostre sedicenti classi dirigenti a quel vasto pubblico di spettatori che comunemente è detto gente. Questa pigrizia nell’accettare la verità del più forte di turno fa il pari con una qualità tipica dell’italiano: non credere mai a niente e a nessuno. I più nel Belpaese non credono a nulla se non ai beni materiali su cui hanno un controllo immediato, privato, integralmente egoistico; talvolta i più anziani fanno appello alla loro esperienza per trarre insegnamenti incentrati sulla malvagità dell’essere umano in quanto tale. Di qui l’impossibilità per la gente onesta di appellarsi alla virtù o alle ideologie in materia di vita politica e al contrario la facilità con cui l’uomo politico tipico del Belpaese è solito nel suo mestire far appello alla concretezza degli interessi, alle mance più o meno travestite, alla durezza degli egoismi sociali, a tutti gli elementi che dividono gli italiani e a rifuggire o denigrare tutti quelli che potrebbero unire o associare.

Se c’è un minimo comune denominatore della vicenda italiana questo è l’egoismo, un egoismo così forte da essere cieco anche davanti a una grande catastrofe collettiva che potrebbe venir in essere a causa della crisi economica devastante e delle molte tensioni internazionali. Tale egoismo integrale e perfetto impedisce di ritrovare qualsivoglia elemento di comune sentire o cultura nel nostro paese, la nostra gente stimolata dalla cattiva politica a pensare solo a se stessa sta tornando ad assumere la consistenza di un turbine di polvere che turbina a piacer di dove spira il vento. Tutto ci sta portando verso qualche gravissimo disordine. La pigrizia mentale, l’odio sociale, la confusione fra pubblico e privato, l’arroganza provocatoria dei criminali e dei truffatori dal colletto bianco, la disunione fra tutti i ceti e fra tutti i partiti politici crea le premesse per un nuovo clamoroso otto settembre. Le classi dirigenti del Belpaese hanno sfruttato a usura queste che sono le debolezze dei molti per lucrare sopra le altrui disgrazie. Ma non contenti del molto male già compiuto hanno procurato ai loro satelliti e ai loro protetti carriere in politica e nelle professioni altrimenti impossibili e talvolta inique perché aliene da ogni merito che non sia l’interessata fedeltà al padrone di turno. Mi sono chiesto sempre se lorsignori si son riservati un piano B, una via di fuga dal caos e dalla disgregazione che hanno con scienza e metodo costruito. Temo che siano inconsapevoli della portata delle loro stesse azioni. Ancora una volta mi chiedo se sia bene auspicare una rapida catastrofe per tutti o sperare in una miracolosa resurrezione di una politica che si fonde con l’etica. L’augurio in questo ultimo caso sarebbe l’operare concreto di una forza redentrice in grado di sanare una decomposizione civile e morale inaudita per una Repubblica del Vecchio Mondo.

IANA per FuturoIeri

Sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri




27 novembre 2008

DODICI PEZZI FACILI

Quando stavo pensando a un nuovo pezzo da mettere sul blog mi è capitato d'intravvedere l'assessore Cioni in un noto bar-gelateria in Piazza della Signoria. Una cosa di pochi secondi, un volto intravisto dalla vetrina, un pensiero del tipo: quello so chi è...
Eppure non mi va di scrivere dello scandalo, dell'inchiesta della magistratura, di queste primarie a dir poco avvelenate, della notoria capacità italica di far collezione di avvisi di garanzia e poi candidarsi allegramente e con felice incoscienza di trovarsi pure votati. Voglio scrivere di dodici pezzi facili, ossia del numero di caldarroste trovate nel sacchetto che per tre euro mi ha venduto un infreddolito ambulante che perdipù era, come direbbe il leader del Belpaese, "abbronzato". Ho fatto due conti: 12 diviso tre euro fra 25 cent. Quindi circa 500 lire a castagna, 1000 lire due castagne, quattro castagne 2000 lire. il che in euro fa più o meno uno. Mi sono reso conto di quanto tempo è trascorso dalla mia adolescenza e dalla mia prima giovinezza.
Questo Belpaese è irriconoscibile, questa sensazione è ancora più forte se penso a quel disgraziato infreddolito venuto chissà da dove che mi propinava per un prezzo incomprensibilmente alto un pugno di castagne riscaldate al banchino volante. Magari il suo ideale di cibo d'asporto era un kebab, o delle banane fritte, o un pasticcio di riso e spezie. Tecnicamente il suo è il mestiere del caldarrostaio, chissà se lo sa. Invece eccolo qui davanti a me a vendere una cosa estranea alla sua cultura d'origine, in una città straniera, in una serata fredda e impassibile davanti al male di vivere. Più o meno come le stelle, che dall'alto del mondo siderale risplendono su questa umanità sofferente ed effimera che crede di far quali miracoli mentre gira a vuoto su se stessa. Quel che manca alle diverse genti d'Italia è un decente concetto che riveli la loro identità, la loro necessità di vivere, per non sentirsi isolati e fortuiti, casuali nel loro stesso ambiente, proprio quello che le generazioni del remoto passato hanno contribuito a modellare. Mi rendo conto che queste sedicenti classi dirigenti non possono trovare per i molti la risposta perchè non è loro interesse dare ciò che procura dei valori, della forza interiore, una capacità di agire in comune accordo, una moralità, una dimensione etica. Per coloro che esercitano il potere siamo tutti come quel venditore di caladarroste: gente che vende e che compra. Più in generale anche esseri umani detti consumatori senza qualità, senza dignità, senza passato, senza futuro.  Gli umani si trasformano quindi in bestie capaci di tener in mano una carta di credito o un portafoglio, di credere alla propaganda militare e pubblicitaria della televisione, di votare per liste bloccate decise dalle segreterie, di far da comparse in uno studio televisivo dove lorsignori si parlano addosso e ognuno far per sè, e Dio, ovviamente, è contro tutti.
Qualcosa mi dice che c'è un modo possibile e diverso da questo per essere italiani nel Belpaese, lo so, ma non saprei come indicare la via per uscire da questo periodo  miserabile.
Fino a che punto riusciranno le genti del Belpaese a sopportare tutta la sofferenza che procura questa  dimensione liquida di se stessi. Come è possibile pensare di adattarsi a ogni mutamento, a ogni capriccio dei signori della finanza mondiale, a ogni vessazione dei piccoli uomini di potere, a ogni atto violento dei criminali e dei ladri.
Prima ancora di trovare un paese perduto, occorre trovare se stessi e le proprie intime ragioni di vivere.

IANA per FututroIeri
Sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 




15 novembre 2008

IL CALCIO DELL’ASINO

Alle volte capita che si manifesti nella realtà quel proverbio antico che recita:”Arlecchino si confessò burlando”. Ossia che malefatte e timori taciuti vengan fuori alla luce del sole in circostanze festose o in occasione di burle e affini. Questo è a mio avviso il caso di un numero di una rivista gratuita fiorentina “Giullari” che è distribuita in città e ha il patrocinio di Provincia e Comune. Nel numero di Novembre 2008 pubblica una vignetta che ricade nel suddetto proverbio, un  tal Fremura mostra un disegno con un commesso viaggiatore sfacciatamente asiatico mentre offre a un commerciante un albero di natale rinsecchito in cui fanno bella mostra di sé decorazioni tratte dalla spazzatura come una scarpa rotta, lattinine vuote, stracci. L’asiatico nel fumetto così s’esprime “per le prossime festività natalizie, in catalogo abbiamo questo articolo (made in China) che pare fatto apposta per il vostro mercato (…)”.

Questo è un calcio dell’asino nei confronti dei saccenti e arroganti banchieri e dei professori d’economia, degli imbottitori di crani della persuasione politica, dei mestieranti della televisione fatta di chiacchere e luoghi comuni che hanno proclamato per anni la superiorità del mercato rispetto a qualunque altra cosa e che ora hanno distrutto perfino le basi su cui si fondava il loro potere. Di sfuggita ricordo che la nazione maggiormente colpita da questa disfatta economica e ideologica è quella statunitense. La stupidità delle  affermazioni di queste pessime categorie di umani si fonde perfettamente con la natura perfettamente e integralmente criminale dei bancarottieri che hanno distrutto i risparmi di milioni di famiglie negli Stati Uniti e in Europa. La rivista in questione si occupa di cose locali e non ha particolari pretese ma in un colpo solo con una vignetta senza particolari pregi stilistici smaschera il bluff dei potenti e dei loro esperti pagati un tanto a menzogna. Le paure che emergono inconsapevolmente dal disegno sono due: il travolgimento del Vecchio Mondo e dell’impero Anglo-Americano ad opera dell’Asia e della Russia e la fine del benessere e l’inizio di un periodo di minorità e di povertà per questo piccolo continente schiacciato fra l’Africa e l’Asia. Incidentalmente ricordo che l’Italia in Europa è il solito vaso di coccio fra i vasi di ferro e che quindi pagherà caro e probabilmente per tutti questo crollo di civiltà altrui. E’ amaro vedere che invece di far appello al coraggio di tutti e dare un forte esempio le nostre caste al potere s’arroccano per difendere i loro piccoli privilegi a costo di mandar in malora la stragrande maggioranza della nostra gente. Le nostre paure e le verità inconfesssabili, prima fra tutte che questo paese da decenni non ha più difensori nelle sue sedicenti classi dirigenti, emergono dalla satira, dallo scherzo, dalla provocazione. Aspetto solo di scoprire che siamo entrati nella terza guerra mondiale nel corso di uno spettacolo di Beppe Grillo o di Dario Fo. So che può succedere. Qui si è perduto ogni limite da anni

IANA
Sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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