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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


15 luglio 2014

Sintesi: Il Maesto - secondo atto - Pane, vino e salame

Secondo atto

 

Vernio, notte.  Interno: ambiente popolare, riproduzioni di quadri francesi alle pareti, rumori da ristorante.

Franco apre la porta ed entra. Fa dei cenni, va verso un tavolo. Chiama i suoi convitati. I quattro si seggono

Franco: Dopo tanta strada buia, eccoci finalmente. Abbiam fatto tutta la lunghezza della Calvana per arrivare fin qui. Siamo proprio sulle montagne.

Paolo Fantuzzi: Ci hai fatto scollinare, ma per davvero. Comunque il posto sembra gradevole.

Clara Agazzi: Sì. Ricorda il passato, i tempi delle Case del Popolo in ogni quartiere, delle feste dell’Unità. Cose semplici, popolari. Cose di tempi ormai andati.

Stefano Bocconi: Ma è quello il tuo amico, e l’altro dove sta?

Franco: Infatti non vedo  il professore

Vincenzo Pisani: Grande Franco, amico mio che piacere! Anche voi qui. Avvicinatevi, facciamo un solo tavolo. Se volete. Si capisce.

Franco: Mi pare una cosa buona, va bene allora s’aggiunge un posto a tavola. Vieni con noi vecchia volpe. Racconta che cosa hai fatto. Ti vedo bene.

Vincenzo Pisani: Avvicinatevi. Mi è capitato di venir qui con il professore ma per combinazione oggi si ritrovano in questo posto certi vecchi allievi della sua palestra di arti marziali e così nell’occasione del primo lustro della morte del loro vecchio maestro han fatto un tavolo per loro laggiù per ricordare il passato e onorarne la memoria. Si è scusato e mi ha lasciato qui da solo.

Franco: Certo che aver avuto un maestro è una cosa importante, se ne ragionava  proprio oggi con gli amici. Anzi te li presento: Clara Agazzi, Stefano Bocconi, Paolo Fantuzzi. Rispettivamente insegnante, commerciante, operaio.

Vincenzo Pisani: Poi c’è Francone qui presente saggio, contadino e molte altre cose. Hai messo assieme su questo tavolo i tre settori: primario, secondario e terziario. Un tavolo che è specchio della piramide sociale almeno per quel che riguarda le categorie. Il sottoscritto può esser iscritto nel terziario alla voce servizi visto che messo su un piccolo ostello.

Franco:  Certo che è proprio vero. Alla fine si viene giudicati per il mestiere che si fa.

Vincenzo Pisani: Invece no caro Franco. Si viene giudicati oggi in questo tempo in misura del denaro. Del denaro che si guadagna. Ma è una cosa antica il professore mi diceva che queste cose già accadevano al tempo dei filosofi dell’Antichità Classica, anche allora il possesso delle ricchezze segnava la differenza fra gli schiavi, i poveri, e i padroni fossero essi aristocratici o volgari arricchiti. L’appartenenza a una gerarchia, a un gruppo di potenziali consumatori di certi beni e servizi determina l’immagine e quindi la forma con cui uno si manifesta ai suoi simili.

Franco:  Certo, ma questo riguarda il passato. Un passato lontano e antico che a fatica si può ricostruire e immaginare.

Vincenzo Pisani: Non lo credo. Il passato forse sarà per noi un mistero ma certi fenomeni sembrano proprio manifestazioni dell’essere umano. Con una differenza di non poco conto da stabilire fra questo presente e il passato. Nella civiltà industriale che esiste da solo tre secoli il denaro è l’unico metro. In antico l’onore, la discendenza, la patria, il sapere, la credenza religiosa o filosofica potevano segnare un distinguo. Oggi le uniche patrie che sembrano rimaste sono le multinazionali e le banche. Sono loro che decidono quali prodotti lanciare sul mercato, quali pubblicità mandare a giro, quali parole nuove far calare in testa alla gente comune, quali gusti e quali mode seguire, quali guerre fare, quali paci accettare magari di controvoglia. Gli Stati, e sottolineo gli Stati, oggi si dividono in quelli che riescono ad attirare investimenti e capitali e a far girare l’economia  e quelli che si ritrovano con limitate risorse domestiche, con enormi debiti pubblici o con problemi interni gravissimi. Dal momento che il successo o l’insuccesso di una comunità umana complessa come lo Stato oggi si misura sul metro del successo di mercato ne deriva che tutte le altre forme d’appartenenza diventano marginali o secondarie.

Franco: Poi c’è il singolo, uomo o donna che sia che deve trovare le sue ragioni di vita, i suoi scopi, i suoi sentimenti. Dall’alto dei grandi poteri e delle segrete stanze al basso tutto è un correre dietro ai soldi. In fondo il denaro virtuale è l’unica cosa che può crescere all’infinito in un pianeta azzurro limitato per dimensioni e risorse. Ma dimmi ora che siamo a tavola tu personalmente sei soddisfatto di quanto hai?

Vincenzo Pisani: Una domanda difficile. Intanto se permetti faccio un cenno alla cameriera che porti subito acqua e almeno un litro di vino e l’antipasto della casa, doppio ovviamente salumi e crostini della casa..

Vincenzo fa dei gesti e poi ordina il solito per cinque persone.

Allora, ti devo una risposta.

Franco: Se vuoi, non obbligo nessuno. In fondo ti ho chiesto una cosa personale e davanti a personale che conosci appena. Ma sono curioso. Su rivelati.

Vincenzo Pisani: Vedi nella maggior parte degli esseri umani c’è bisogno di un piccolo spazio di potere, proprio così. Questo bisogno non è uguale, ognuno ha il suo. C’è chi ha bisogno di questo potere nel senso di poter mutare qualcosa nella realtà che vive tutti i giorni e ognuno ha il suo. Ad esempio c’è  chi vuole esser al centro dell’attenzione, chi vuole riconoscimenti formali anche con certificati, chi vuole i soldi, chi vuole la pubblica ammirazione, chi vuole una famiglia numerosa, chi cerca l’amore. Questi sono esempi presi a caso fra tanti. Ma di sicuro un soggetto deve avere la volontà e qualche strumento anche minimo, anche solo la propria fisicità e corporeità per arrivare alla soddisfazione del suo desiderio. O almeno provare ad arrivare al punto, perché anche la volontà conta. Cosa è oggi il denaro per i molti. Bene, io dico che per i molti è esattamente questo: POTERE. Perché i soldi, anzi mi correggo i tanti soldi sono ciò con cui si misura tutto e con cui si compra tutto qui nel Belpaese. O almeno essi sono lo strumento che sembra deputato a far questo. Allora, venendo al mio caso, il mio spazio di potere lo giudico inadeguato, la qualità della mia persona per esprimersi avrebbe bisogno di ben altre condizioni di lavoro e di vita. Purtroppo qui non trovo le condizioni per afferrare la realtà e la fortuna e scuoterla fino a realizzare il successo personale nel mio ramo che è quello turistico.

Paolo Fantuzzi: Sei un tipo dalle concezioni chiare, se il successo non arriva è colpa del sistema. Se arriva invece è solo opera tua. Così è facile non ti pare.

Clara Agazzi: Aspetta, magari ha i suoi buoni motivi per dire queste cose. Comunque è vero nella vita si finisce con il fare delle scelte e scegliendo o si è o non si è. Quando si prende una direzione per fare un lavoro o per scegliere un percorso di vita ci si lascia alle spalle altri percorsi possibili. Quindi se lui ha scelto una carriera ha fatto quella scelta e ciò che poteva essere altrimenti sarà per sempre un mistero. C’è dà stupirsi se è così categorico. Io credo di no.

Stefano Bocconi: Ma insomma. Ricordiamoci che questo Belpaese non è esattamente il Regno di Camelot e non ci governano i santi cavalieri di Re Artù o i paladini di Carlomagno. Difficoltà negli affari. Di questi tempi mi sembra normale, l’importante è non farne una malattia anche se riconosco che è difficile non identificarsi con il successo o con l’insuccesso sul lavoro. Se sei in proprio e rischi del tuo, come dire. Il lavoro spesso diventa il tuo sangue, lo senti che scorre dentro di te.

Franco: Siate certi che il nostro sa bene di cosa parla. Tante ne ha fatte e tante ne ha viste. Ma vi invito a pensare che non sempre nella vita si può scegliere e che talvolta lo scorrere degli anni o i casi della vita ci spingono in direzione magari non voluta o inattesa. Pensate per un momento a quanti non hanno coronato il loro sogno d’amore, a quelli che non hanno ereditato, a quelli che hanno dovuto scegliere un mestiere pressati dalle necessità e cose simili. Vogliamo forse far loro un torto e dire che era solo colpa loro, che era una debolezza di volontà o di fortuna. Prendiamo anche in considerazione la questione del denaro.

Clara Agazzi: Aspetta, il denaro è tanto. Ma non usiamolo per nasconderci e negare proprie responsabilità.

Stefano Bocconi: Vero. Ma se il metro è il denaro tutto viene passato da quella misura. Allora come misurare la propria debolezza, i propri limiti, la propria cattiva volontà?

Paolo Fantuzzi: Ma l’umano, il tipico umano. Voglio dire… saprà misurarsi. Magari non con parole alte e nobili ma riconoscere i suoi limiti, ammettere le mancanze, capire chi è. Poi va bene, il metro è il denaro. Con questo. Cosa ci si fa con questo. Cosa si misura con il denaro se non i beni, il successo, la capacità di comprare e di possedere. Questo è l’essere umano o c’è di più. Che ne so famiglia, affetti, sensibilità, perfino tenerezza. Queste cose non stanno nel foglio del dare e dell’avere del commerciante.

Vincenzo Pisani: Vedi io intendo che il denaro è il metro perché lo è per le cose che all’apparenza contano davvero in una società industriale e mercantile come questa. Quando comanda l’apparenza del possesso una non guarda i bicipiti o la cicatrice ma la catena d’oro, l’orologio di marca, le scarpe, gli abiti e per certissimo il cellulare. Molte delle mie relazioni nel mio settore sono totalmente o parzialmente mercantili, quindi è sicuro che sarò giudicato e pesato sulla base dell’apparenza di quanto possiedo. Poi si può esser più o meno sobri, più o meno cafoni in certe manifestazioni di sé ma questi sono i fatti. Come misuri la tua automobile, il tuo cellulare, il tuo orologio. Vuoi farmi credere che hai una dimensione affettiva e  di rispetto per tutto, suvvia non è possibile.

Paolo Fantuzzi: Ma ora parli d’oggetti di beni. Di cose materiali e concrete.

Vincenzo Pisani: Ma questo è il punto. La realtà oggi è dominata dal calcolo, si parla da anni d’investimenti affettivi. Voglio dire… ma ci rendiamo conto che nel vocabolario comune il metro è il denaro, i termini sono i termini del commercio e molte espressioni sono prese di peso dalla lingua commerciale per eccellenza, ovvero quella inglese. Non voglio esagerare la natura dei tempi ma io vedo qui nel Belpaese una gran parte della gente ripiegata su se stessa e che guarda il quotidiano alla luce del successo apparente  e del risultato economico. I molti  vedono e pesano quel che vogliono pesare e misurare.

Franco: Amici vi prego. Stanno portando il vino e gli affettati. Intanto distribuiamo questo e poi passiamo ad ordinare i primi. Comunque mentre verso voglio aggiungere una cosa in questo mondo tutto è sottoposto all’usura e alla scorrere del tempo e se non si hanno scopi fortificati dal conoscere bene se stessi e il proprio piccolo mondo si rischia di correre dietro al vento, di perdersi nel mutare delle cose e di restare dopo una vita d’affanni prostrati senza aver trovato il senso e lo scopo della propria vita. Quindi osserviamo che usare sempre lo stesso metro e la stessa misura per cose diverse può far precipitare nell’errore e nell’idiozia.

Stefano Bocconi: Intanto dividiamo il pane e versiamo il vino e poi sotto con il companatico. Siamo qui per star bene assieme. Allora iniziamo. E un brindisi alla salute, perché senza la salute della mente e del corpo nessuna impresa umana è possibile.

Clara Agazzi: Ben detto.




28 marzo 2014

Sintesi: Il Maesto - Introduzione primo atto

Il Maestro

Scritto teatrale in tre atti.

Composto per il teatro di tutti e di nessuno.

Sette personaggi.

Tre atti.

Primo atto

 

Oliveto di Franco Fusaro contadino, saggio, mago.

Franco sente il rumore di un veicolo, lascia gli strumenti  agricoli su un piccolo cesto, prende una sedia, un tavolo. Si siede, tira fuori da una scatola di latta un piatto, un bicchiere, un coltello, pane, vino, sale, olio. Calmissimo aspetta. Tre personaggi arrivano.

Franco: Benvenuti nella mia piccola proprietà, qui sul poggio che sovrasta il comune di Cemento Pigi, non aspettavo nessuno e meno che mai in inverno. Ma credo di sapere perché siete qui . Qualcosa che avete visto o sentito vi ha turbato e volete un mio consiglio, una mia interpretazione.

Paolo Fantuzzi: Franco, è così. Tu sai che uno che fa e ha fatto e sicuramente farà diversi mestieri.  Un tempo uno come me l’avrebbero chiamato operaio., oggi sono un precario come tanti. Voglio esser diretto: tutti e tre ci siamo trovati al Bar della stazione di Empoli e per caso ci siamo raccontati fra noi tre esperienze più ch e spiacevoli. Di solito finisce con un Vaffa al mondo e al resto, ma ora non è così. Abbiamo bisogno che tu ci ascolti.

Clara Agazzi: Sì è così.

Stefano Bocconi: Franco, vorrei parlar per primo.

Franco: Avvicinatevi. Scusate se non mi alzo ma sono un po’ stanco. Stavo per farmi un paio di fette di pane  e un bicchier di vino.

Stefano Bocconi: Franco, come tu sai sono un commerciante; ho in città un locale dove vendo fumetti, gadget, giochi. Avevo due commessi ma nell’ultimo anno ho dovuto licenziarne uno e l’altro non potendo tenerlo perché gli affari vanno male ha pensato bene di far da sé e d’andarsene per qualche tempo in Australia. Emigrante. Ma una settimana fa, prima che partisse è successo che in negozio è arrivato un vecchio cliente, una persona gradevolissima famoso a livello locale perché giocatore in tornei regionali di non so bene che cosa. Il mio commesso si è avvicinato a lui e lo ha abbracciato commosso. Per lui quel cliente era il passato, era il tempo dei tornei e del gioco, era una raffigurazione di tempi felici. Oggi  tempi passati e finiti. Egli ha capito e ha ricambiato con affetto il gesto d’intimità.  Sul momento non ci ho dato peso ma da una settimana quest’immagine mi tormenta. Ho bisogno di sentire cosa ne pensi.

Clara Agazzi: Il  mio caso è recente, è di due giorni fa. Capitò questo. Di solito mi barcameno fra diversi mestieri. Mi hanno assunto come precaria all’archivio comunale, nella biblioteca comunale, e di recente ho messo a frutto i miei studi e ho avuto qualche supplenza nelle scuole elementari.  Ma un colloquio con una vicepreside in un mio ultimo incarico mi ha disturbato. Si trattava del solito discorso su cosa c’è da fare; ma c’era una novità. I vocaboli. Parlava di Offerta Formativa, di consumatori di formazione, del preside che doveva esser chiamato dirigente perché ormai si tratta di un manager, di performance, di input/output, di soddisfazione dell’utenza, e cose simili… Mi sembrava il discorso sentito tante volte, ma stavolta erano così tanti i vocaboli tratti dalla materia economica e dall’inglese pseudo- economico che sono rimasta basita. Mi son detta: ma cosa ne è del sano mestiere dell’insegnare. Cosa è accaduto in questo Belpaese negli ultimi anni?

Franco: Paolo, tu non hai parlato.

Paolo Fantuzzi: Franco, il mio caso è molto semplice e molto meno filosofico. Mi capitava proprio oggi di passare dal capoluogo di provincia per sentire di un lavoro nuovo, questo di mattina presto. Per strada un mendicante e venditore di cianfrusaglie mi ha chiesto l’elemosina con grande insistenza. Mi ha afferrato per lo zainetto e insisteva quasi fino a piangere. Sono riuscito a staccarmene, ma la cosa mi ha turbato. Mi pareva che vi fosse qualcosa di tragico, di fatale. Quel gesto mi ha dato l’impressione di aver davanti un mondo integralmente fragilissimo. Solo che è il mio mondo, il mio territorio, la mia storia personale, anche il mio lavoro. La città stessa mi è apparsa in un solo istante degradata e turbata nel profondo.

Franco: Ho capito. Come negli effetti di certi sogni premonitori questi episodi vi hanno scosso. Vi hanno costretto a ripensare la vostra vita. Vi siete trovati davanti alle vostre paure, a paure nascoste, rimosse. Forse anche a qualcosa di più. Dunque iniziamo.  Ora ditemi da questo poggio cosa vedete.

Stefano Bocconi: Una cittadina di provincia, delle strade

Paolo Fantuzzi: Franco,vedo una cittadina, dei campi, olivi, strade

Clara Agazzi: Case, chiese, il cimitero, il Comune, strade… non so. La scuola anche.

Franco si alza. Con un gesto ampio della mano indica il paesaggio. Poi lentamente va verso gli ospiti.

Franco: Adesso, io vi mostrerò il non visto. Occorre molto sapere e molto cercare per conoscere la genealogia del territorio e della città. Occorre pazienza. Lì vicino alla strada, presso la casa del pastore oggi abbandonata c’era un luogo santificato dagli etruschi. Un fulmine aveva  colpito quel posto e i sacerdoti di 25 secoli fa avevano stabilito di collocare un segno di pietra. Per gli antichi cosmo e microcosmo dovevano aver una qualche forma d’equilibrio, dovevano raccontarsi l’uno con l’altro e quindi potevano esser interpretati dai saggi  e dai sacerdoti sapienti.  Il fulmine non cadeva mai per caso. Questo fu il primo segno, il primo atto della civiltà umana in queste terre. Ora seguite il dito, lì vicino alla fabbrica di vetro abbandonata lasciata allo sfascio hanno trovato i resti di una villa romana, la forma di produzione e di dominio del patriziato dei Cesari, sia di quelli pagani sia di quelli cristianizzati. Una società di schiavi e di padroni che ha però messo le basi per il diritto e per la cultura della nostra civiltà. Poi sono arrivati i barbari, cristiani o pagani, schiavi o padroni sono stati distrutti. Goti, vandali, Ostrogoti, e poi i Longobardi; è nata gente con i capelli rossi o biondi ed  e è arrivato il Medioevo. I signori barbarici son diventati cavalieri cristiani, hanno fatto costruire torri e castelli e hanno preso possesso della terra e delle disperse genti. Poi venne costruita la Chiesa con il campanile che sta al centro del paese e questo avvenne, più o meno, un migliaio di anni fa. Una volta creata la chiesa  si  venne a formare il borgo e poi la cittadina con le mura e il comune. Chiesa, torre, castello, mura, comune erano le forme materiali di un modo d’essere e d’esistere. Il tutto coerente con le stagioni, con la distinzione fra il bene il male, con la logica del tempo che va e che viene, dell’abbondanza e della carestia e dei limiti della vita. Nello scorrere dei secoli un padrone straniero arrivava e uno partiva. Intanto nel Rinascimento il principe faceva costruire non lontano da qui una sua villa di campagna, il denaro alla fine del medioevo era già una potenza che comprava eserciti e regni da almeno due secoli. Ma i nobili signori spesso l’usavano per esser magnifici, per inseguire un sogno estetico, per ricostruire l’incanto di mondi sognati dai loro artisti e dai loro poeti.   Seguite ancora quello che indico, e osservate. Quello è il Comune costruito nell’Ottocento  in stile eclettico con la targa per Garibaldi e la piazza con il monumento ai caduti della Grande Guerra. Qui siamo all’entrata del nostro tempo: la civiltà industriale, la civiltà dell’elettricità, del capitale, del tempo degli orologi, del calcolo economico, delle masse di operai e di soldati, della scienza e della tecnica al servizio della morte, dei milioni di morti in Europa. Da quel punto cronologico e fisico il vecchio mondo inizia il lento congedo dalle nostre vite.  Il mondo antico dei re, della civiltà contadina, delle regole arcaiche, del tempo della natura  è stato travolto da due guerre mondiali e dal finto ed effimero benessere che è seguito. Quella massa di fabbricati brutti e senza forma e quei capannoni rugginosi e marci che circondano come una cintura grigiastra i nuclei medioevali, rinascimentali, risorgimentali della cittadina sono il segno senza forma dello sviluppo del secondo dopoguerra. Un mondo umano nuovo è nato. Esso è senza forma, senza equilibrio, privo di studio veritiero, privo di pensiero, estraneo a quel che è  autenticamente religioso. Non si può nemmeno porre il problema di Dio in questo tempo di terza rivoluzione industriale, perché tanta parte della presente umanità è incapace di pensarlo. Questo tempo nuovo ha rivelato una vasta umanità che vuole vivere senza più eredità morali, senza più autentiche regole, che ha fede nella potenza del denaro e ha fatto di esso il nuovo Dio che promette ricchezze e piaceri senza limiti. Ora guardate di nuovo la città. La strada. La chiesa. La piazza. Cominciate ora a vedere il vostro passato?

Paolo Fantuzzi: Franco,è vero. Ora che ci penso. Quella è la chiesa medioevale, vedo la città vecchia, un pezzo delle mura.

Clara Agazzi: Quella è la parte del Settecento e dell’Ottocento, si riconosce bene il Comune fatto sotto Re Umberto.

Stefano Bocconi: Ora la vedo la periferia, le case nuove. Solo ora vedo la differenza fra la forma delle cose costruite nel passato e il prefabbricato di oggi, è come se fossi stato cieco. Per anni ho visto e non ho capito.

Franco: Non è magia questa. Chi vive con la terra sa che ci sono le stagioni. Che esiste il tempo della potatura, della semina, dl raccolto, della fatica, della festa, della vendita, e così via… Perfino gli alberi plurisecolari hanno le loro vicissitudini e tuttavia crescono, danno frutti, esistono e aumentano in altezza, profondità, spessore. Lentamente accade questo. Se si pensa la città di Cemento Pigi come un corpo, se si sa come questo corpo si è dato nello scorrere dello spazio e del tempo allora le parti di quel corpo possono esser lette, scoperte, rivelate. Oggi voi mi chiedete di scoprire qualcosa che  il senso profondo di qualcosa che è iscritto nella parte ultima della città ossia la gabbia di edifici prefabbricati e malfatti che la circonda. Ma di per sé non sono malvagi gli edifici, è il loro senso simbolico che li rende odiosi perché sono i manufatti di un mondo umano che ha perso la forma etica e non la vuole avere nemmeno oggi. Il denaro e il suo culto si sono sostituiti al sacro diritto dei re e dei principi e dei vescovi che sono vissuti secoli fa. Il vostro microcosmo è stato turbato dalle conseguenze del macrocosmo e dalle forme con cui si domina oggi la stragrande massa della popolazione. Ossia con un miscuglio di mezzi diversi: divertimenti, spettacoli, intrattenimenti, politica-spettacolo, paura, precariato, burocrazia, predominio del potere finanziario sul potere politico e religioso, distruzione o mistificazione di ogni valore etico o morale tradizionale; e se non basta per i popoli ribelli e i loro signori esistono meccanismi internazionali per l’attivazione di opzioni militari o di polizia. Cinque sono le superpotenze oggi dominanti, hanno gli arsenali più grandi, hanno un grande potere finanziario, hanno il diritto di veto alle Nazioni Unite  e i più potenti e sofisticati complessi militar-industriali. Il potere del denaro in quanto denaro e dei suoi sacerdoti e dei suoi adulatori  si lega ai centri di comando e controllo delle cinque grandi potenze planetarie. Ma per quel riguarda noi qui è opportuno esser sinceri. Siamo la periferia della periferia di questi domini a carattere imperiale. Da questo la sensazione, amara ma comune a tanti ,di esser vittime di forze invisibili, di strumenti oscuri, di forme diabolico del dominio. Adesso che questa premessa del non visto è stata detta possiamo iniziare a ragionare del non detto nei vostri tre racconti.




12 novembre 2013

Intervento in un discorso sul fumetto nostrano e la politica

Intervengo su una questione sollecitata dagli amici, in particolare Franco Allegri mi ha chiesto un parere sui reportage a FUMETTI che fuori dall'Italia hanno un loro proprio spazio politico e di denuncia sociale.
In misura minore in Italia e in misura maggiore in altri paesi il fumetto è un veicolo di reportage a sfondo sociale e di cronaca e anche di politica. I lettori de "l'Internazionale" spesso trovano i reportage a fumetti, di solito forestieri, nelle pagine interne della rivista, non è un caso. Il fumetto impegnato non è la satira all'italiana spesso legata a questo o a quel partito e quindi avvolta nell'ideologia o nell'interesse di parte in modo esplicito e dichiarato e senza concreti approfondimenti e spesso con   canovacci surreali o grotteschi.  Il fumetto è un media della civiltà industriale al pari del cinema o della televisione. Esso si presta bene all'uso della denuncia sociale e politica perchè ha costi di produzione e di realizzazione inferiori a quelli del cinema o della televisione dove, tanto per dirne una, occorre affittare i teatri di posa e spendere soldi per gli specialisti.
Il fumetto ha i suoi costi, ovviamente e le sue regole di produzione e distribuzione. Tuttavia è possibile per case editrici di fumetti spesso poco note al vasto pubblico presentare anche in Italia fumetti impegnati politicamente. Un esempio del genere è dato dalle Edizioni "Il Becco Giallo".
 (http://main.beccogiallo.net/)  Segnalo inoltre un libro che spiega bene i limiti dell'esperienza nostrana e i punti di forza dei pioneri del fumetto-reportage in Italia : "Federico Vergari, Politicomics, Raccontare e fare politica attraverso i fumetti, Tunuè, 2008, Cisterna di Latina."




24 luglio 2013

Diario Precario 19/6 e dal 20/6/2013 al 27/06/2013

Data. 19/6/2013

 

Note.

Fine. Ma anche no.

Tarda mattinata, caldo esagerato. Appena svegliato.

Il CSA mi chiede di fare una sostituzione. Hanno avuto le disdette per l’esame di maturità.

Si tratta di un liceo scientifico-sportivo parificato, è relativamente lontano rispetto a dove abito.

Dico di sì. Parto su due piedi perché la sessione d’esame è in corso.

Arrivo che è già iniziata la prima prova.

Mi presento senza la nomina stampata, arriverà più tardi.

 

 

Considerazioni.                                                        

Prima sorpresa: è uscito fra le tante tracce una con un brano di Pasolini di cui avevo indirettamente trattato in classe, avevo visto giusto a far qualcosa in questo senso durante le lezioni sulla storia della Repubblica.

Ho come l’impressione che i miei allievi non ne abbiano fatto tesoro. Chissà…

La mia mente era già andata verso calcoli di che cosa fare dopo.

Cercavo di allontanarmi dal pensiero del lavoro, essendo di fatto concluso anche se il contratto cessa il 30 del corrente mese. Ma mentre pensavo alla lettera da mandare alla commissione sull’ora alternativa e alla domanda relativa allo stato di disoccupazione ecco che torno in cattedra, anzi in commissione come esterno. Un supplemento d’attività lavorativa, va bene perché ci sarà da lavorare anche nelle due settimane di luglio e son soldi che arrivano dopo il contratto, del resto l’alternativa era presentarsi il 1 di luglio per chiedere al patronato di supportare la mia domanda per l’indennità di disoccupazione, così mi pare una cosa onorevole. Capita proprio bene la sostituzione e in un quartiere che conosco e avevo frequentato quando ero universitario. Il presidente di commissione pare un tipo tranquillo e sereno, io e lui siamo gli unici docenti di sesso maschile in quella commissione, gli allievi da esaminare sono 54. Quindi con una media di cinque a mattinata c’è da pensare ragionevolmente che l’esame arriverà fino alla seconda settimana di luglio. Curioso come l’indisponibilità di una collega diventa per me occasione di un guadagno, quasi una sorta d’equilibrio nei fatti della vita.

Ho già individuato le macchinette del caffè e delle merendine e il bar della scuola che resterà aperto in questo periodo.

Tuttavia questa novità mi rappresenta di nuovo il senso della precarietà della mia condizione lavorativa.  

 

 

 

Data. Dal 20/6/2013 al  27/6/2013

 

Presento la nomina stampata nel pomeriggio del giorno prima.

L’esame assomiglia a una serie di passaggi collegati fra loro.

Come in una produzione industriale.

Il 20 la seconda prova.

Il 21 e il 22 le correzioni

Il 24 la terza prova con correzione nel pomeriggio.

Il 25 attività legate alla burocrazia e al corretto funzionamento dell’esame

Il 26 giorno di pausa.

Il 27 inizio orali.

Il giornalaio sotto casa espone il cartello di cessione attività, intende chiudere.

 

Considerazioni.

Prima azione personale della maturità: faceva caldo fuori e ho sistemato io il ventilatore per dare un po’ di ricambio d’aria nell’aula durante la seconda prova.

Sorpresa: non mi ricordavo che ci fossero così tanti verbali, firme, lettura elaborati…

Avevo saltato un paio di maturità per motivi diversi e quindi rieccomi dentro il meccanismo.

Come professore elaboro i quesiti di terza prova per le mie materie, era una cosa che non facevo da tempo.

Dopo quattro giorni intensi il premio di un giorno di pausa poi di nuovo al lavoro.        

Il 27 i primi candidati per gli orali, i quali si mettono al centro di una sorta di U composta dal centro dato dal presidente della commissione e a destra le materie scientifiche e a sinistra quelle letterarie. Dietro il candidato c’è il pubblico.

In effetti dal punto di vista del posizionamento il candidato dovunque ruoti la testa vede gli esaminatori, la maturità è anche una prova di carattere.

La maturità così come è organizzata trovo che presenti parecchio di meccanico. Nel senso che alla fine risulta essere una somma fra le varie prove a cui si aggiungono i crediti scolastici. Arrivare al 100 è estremamente difficile, ci vogliono delle condizioni di partenza buone e occorre non sbagliare praticamente nulla.

Trovo questa modalità  troppo severa, soltanto alcuni casi rari per istituto possono raggiungere il punteggio massimo.

La prima cosa che cerco di fare in questi casi è ambientarmi, cercar di capire come funziona l’esame nel senso di scoprire chi sono i colleghi, quali le condizioni di lavoro, quali gli ambienti, dove si può parcheggiare la macchina, quali i trasporti pubblici su cui far affidamento.

Una delle cose che mi ha sorpreso è il traffico la mattina, la gente ordinaria non sembra esser andata in vacanza.

Il caldo è una tortura, perfino il volante e il cruscotto sono caldi. Metto la radio per sentir meno la temperatura.

Quando uso i mezzi pubblici ci metto più tempo per la percorrenza ma osservo la città e i luoghi durante il tragitto; però mi vedo la città, ripasso da luoghi conosciuti, faccio due passi.

Il giornalaio del quartiere ha messo il cartello “Cessione  attività, astenersi perditempo”. Coerente con i molti cartelli della piana  e della città con la scritta affittasi, vendesi, chiuso…

Come docente alle volte mi chiedo cosa faranno questi allievi e questi esaminandi, vent’anni fa era possibile fare una previsione, oggi il futuro si sta restringendo e domina un presente triste e piuttosto cupo nonostante il sole e il caldo aggravato dal tasso d’umidità.




20 luglio 2013

Diario Precario Dal 14/6 al 18/6/2013

Data. Dal 14/6/2013 al  18/6/2013

 

Note.

Scrutinio alle 8.00.

Fine.

Davvero la fine di questo periodo d’insegnamento

Secondo rito: restituzione dei registri personali.

Poi considerazioni personali sull’anno scolastico che tengo per me.

Delle due quinte quattro non ammessi in una, e due di questi miei allievi alle lezioni alternative, e nell’altra tre non ammessi.

 Il numero dei non ammessi mi disturba.

 

Considerazioni.                                                        

La mia disposizione d’animo è tale che ho avuto un cattivo sogno la notte del 17 e sdoppiato perfino.

Ossia ho sognato male, mi sono svegliato, mi sono riaddormentato e di nuovo un cattivo sogno.

Ne deduco che il mio inconscio ha qualcosa d’inquieto.

Una stagione di lavoro è finita. Un nuovo anno di lavoro si prospetta.

Così va nel sistema del precariato si passa da un anno scolastico all’altro spesso senza continuità.

 

Osservazioni

 Quando le lezioni cessano si chiude un ciclo iniziato nel momento in cui metti piede in aula. Se hai il contratto da precario non hai garanzia di continuità e devi farti una ragione della scissione fra la natura intima del tuo lavoro e il senso del tuo contratto. Ho fatto due sogni che indicavano in modo brutale la cessazione del ruolo che avevo. Uno era una specie di cartone animato sulla presa di una fortezza una roba da pirateria del settecento, dove un tesoro grande non veniva né conteso né bramato dai conquistatori intenzionati a far chissà che cosa. L’altro invece mi trovavo a far lezione ed erano spariti gli strumenti della lezione, perfino al lavagna, gli studenti dell’ultimo anno non mi davano retta e alla fine interrogavo me stesso e poi spariva tutto. I due sogni li ho interpretati come l’evidenza della cessazione dell’esperienza lavorativa. Il tesoro che lasciava indifferente era probabilmente quel che avevo cercato di comunicare e d’insegnare, e la lezione inutile era la percezione onirica dei limiti del mio lavoro. Così ho interpretato i due sogni, ho cercato di dare un senso a quanto mi comunicava l’aspetto onirico della mia esistenza, credo che cominci a pesare sulla mia coscienza questa condizione di precariato nella scuola pubblica che si protrae da otto anni nella quale ogni anno la mia esperienza lavorativa viene rimessa in discussione senza nessuna continuità se non casuale. Non mi sento valorizzato dal sistema, c’è poco da fare così stanno le cose.

Poi c’è la grande questione del tempo dell’essere umano che è relativamente breve, quindi tempo che va e non torna. Per questo il tempo di lavoro assume una certa importanza perché finisce con l’esser una parte della propria vita, si lega alla tua identità personale e alla vicenda umana che porti avanti con il tuo esserci in questo mondo e in questo tempo. Quindi la restituzione delle chiavi del cassetto e, dopo gli scrutini, dei registri segnano la cessazione di quella esperienza che compone una parte del tempo e della  vita; e nello specifico del mio tempo e  della mia vita. In effetti quando si è dentro il lavoro non si visualizza come esso sia parte del flusso d’esperienze che formano un pezzo della propria personale vita, eppure proprio la natura del mio lavoro dovrebbe indicarmi l’importanza del pensare quanto faccio nel corso dell’anno scolastico come parte di un percorso unico. Comunque sia su quest’anno scolastico fatto l’ultimo scrutinio e consegnato i registri cala la parola fine, ci potrebbe essere una riconvocazione a settembre per la commissione giudicante gli esami di riparazione, comunque sia è andata. 

Ora ho bisogno di riposare e di lasciar che la mia mente s’abitui alla cessazione di questo quotidiano rapporto di lavoro e sia pronta a un nuovo incarico fra circa tre mesi. Vita e lavoro a mio avviso sono strettamente connessi in questo tempo, per questo, in generale, il lavoro dovrebbe esser qualcosa di più e di diverso da una serie di aridi rapporti mercantili, di dati numerici, di “produttività”. Il lavoro potrebbe esser una parte della costruzione del senso della propria esistenza qui e ora.

 Ma capisco che è chiedere troppo di questi tempi, la completa realizzazione di se stessi nel proprio tempo stride con le difficoltà del momento, il qui e ora punisce le aspirazioni senza fondamento.




15 luglio 2013

Diario Precario Dal 11/6 al 13/6/2013

Data. Dal 11/6/2013 al  13/6/2013

 

Note.

Scrutinio alle 8.00.

Sono segretario.

 Tocca a me scrivere i nomi degli ammessi e dei non ammessi all’esame di maturità con le motivazioni e le registrazioni del caso.

Dopo le due quinte, altri scrutini di classi prime, seconde e terze a vario titolo come professore di materia alternativa o di storia e filosofia.

Rinnovo del contratto separato come professore di materia alternativa per poter effettuare gli scrutini del caso fino al giorno 13/6.

 

Considerazioni.

La mia disposizione d’animo non è serena.

Durante lo scrutinio dovrò esser scrupoloso più del solito.

Sono il segretario che redigerà il verbale di scrutinio nella 5B.

Intanto un dispiacere personale: il numero di non ammessi all’esame di Stato nella quinta dove facevo lezione e nell’altra dove avevo la cattedra di materia alternativa è stato relativamente alto.

 

Osservazioni

Sono portato a mettere i fatti e quel che conosco in discussione da più punti di vista, eppure lo scrutinio finale mi appare sempre difficile.

La principale preoccupazione dei docenti è il ricorso.

 Il discorso comune fra i docenti indica che il  ricorso di solito viene vinto per vizio di forma. Quindi attenzione estrema alla forma in sede di scrutinio e va da sé in quella di Esame di Stato.

Come tante altre volte c’è stata la relazione della docente coordinatrice, i diversi interventi, poi le decisioni all’unanimità o a maggioranza.

 Lo scrutinio è simile nella procedura a tanti altri scrutini finali cui ho avuto modo di partecipare, ma cambiano sempre i nomi, i casi, le situazioni, i docenti, il quadro generale.

Non ci sono mai due classi uguali, non ci sono due scrutini uguali se non per qualche dettaglio numerico.

Tuttavia quest’anno mi trovo a dover fare più scrutini del solito per via dell’ora della materia alternativa.

Così ho avuto modo di vedere tutto il ciclo del Liceo e non solo il triennio.

Ho capito questo: il sistema ha bisogno di due cose: una riforma seria che parta dalla realtà quotidiana della scuola e dal corpo insegnanti e non da fantasticherie elettorali o favole della politica e poi occorrono molti soldi.

Occorre che il potere politico accetti di mettere soldi nella scuola e nel sistema della formazione, ossia occorre investire bene quelle cifre del bilancio dello Stato che servono e che oggi vanno nelle cose più strane e bizzarre. Occorrono dei fini generali, occorre una civiltà propria che giustifichi uno sforzo mai fatto prima per costruire il senso dello stare assieme di genti e comunità così diverse nel Belpaese, anche passando dalla scuola e dal suo rinnovo in termini di risorse, personale, dotazioni tecnologiche, strutture.

La scuola ha poi bisogno di un Belpaese con qualche sana ambizione. Le diverse genti d’Italia non possono esser solo una massa informe di singoli consumatori, debitori, lavoratori e contribuenti verso il fisco. Questa pluralità infelice deve darsi delle mete, dei fini, degli scopi di uno star assieme di carattere collettivo.

Ad esempio perché questo popolo non si dà l’ambizione di trasformare il suo enorme patrimonio di carattere ARCHEOLOGICO E CULTURALE in uno strumento di soft power volto a condizionare in senso buono della parola il sistema di vita, produzione e consumo in Europa e non solo in Europa. Ma l’Italia del 2013 appare lontana da tutto questo, le ambizioni della maggioranza sono clamorosamente egoistiche e individuali, perfino i politici sembrano incapaci di far squadra. Non può darsi in questa situazione una volontà collettiva, il senso di una civiltà propria che propone ad altri sue specifiche qualità.

Tutto il passato sembra disgregato e morto e nulla sembra cambiato.

Intanto in questi giorni di scrutinio e di chiusura dei registri personali ripasso a mente quanto ho fatto in quest’anno scolastico, rivedo le scelte, i successi, le delusioni, i casi personali di allieve e allievi.

Alla fine ci penso sempre e mi chiedo spesso se potevo far diversamente, se altre scelte avrebbero inciso in maniera diversa.

Finisco con il ritornare all’altro tempo, nell’altro secolo quando ero sui banchi e non in cattedra.

La mia esperienza scolastica diventa uno dei tanti elementi in gioco per giudicare me stesso e il lavoro, e quindi il mio tempo.

Cosa c’è di così diverso in questa nuova generazione?

Perché è evidente che questi ragazzi e ragazze non sembrano associabili o sovrapponibili  a quelli di due decenni fa!

Una domanda difficile, forse le nuove tecnologie informatiche hanno inciso in profondità sui comportamenti quotidiani, più di quanto comunemente non si voglia ammettere.

In fondo far il mio mestiere è anche porsi domande, creare e ricostruire di continuo dei percorsi educativi e d’insegnamento.

In fondo esser docente non è esattamente un mestiere come un altro.




7 luglio 2013

Diario Precario Dal 9/6 al 10/6/2013

 

Data. Dal 9/6/2013 al  10/6/2013

 

Note.

Notte prima dello scrutinio. Ovviamente son andato a mangiare i tortelli di Prato a Vernio.

Scrutinio alle 8.00.

Sono segretario, una cosa da fare in più; peraltro non facile.

 

Considerazioni.

Battuta personale a proposito della continuità didattica: chi presenta il foglio-ferie, chi ha il contratto scaduto.

Sto diventando sarcastico e un po’ acido, gli anni pesano.

I tortelli erano buoni, davvero una cucina raccomandabile quella della Casa del Popolo di Vernio.

Fra un bicchier di vino e una buona forchettata ho come al solito ragionato di politica e di costume con il Vincenti.

Mi rendo conto però che questo non serve. Almeno per quel che mi riguarda.

Tutto gira su se stesso: i ragionamenti, i discorsi, le analisi argute vengono pronunciate, magari criticate, anche lodate; e poi nulla accade.

Senza un potere reale e concreto le parole rimangono aria e suoni che si perdono nella notte.

Non è certo ragionando in modo amichevole, a tavola, fra una cosa e l’altra che può cambiare questa realtà umana.

La zona delle montagne rimane comunque molto bella, c’erano davvero dei bei paesaggi leggermente deturpati dai soliti capannoni.

Di notte vedendo il profilo delle montagne e delle colline a nord di Prato mi rendo conto che c’è una fisicità del territorio che va oltre i tempi ristretti della vita umana. Il profilo dei monti e delle colline di notte mostra una natura imponente, che attende la sfida dei millenni e non quella dei decenni o degli anni. Il profilo della conformazione della terra si stampa nella notte come una massa nera su un cielo scuro.

Anche viaggiando in auto la massa dei monti e delle colline colpisce l’attenzione. Ti senti un minuscolo dettaglio in una storia non umana votata a passare ancora qualche altra epoca geologica.

Tra parentesi scrivo che siamo nell’Eone Fanerozoico, l’era è il Cenozoico, il periodo è il Quaternario e l’epoca attuale è l’Olocene.

Davanti alle decine di  millenni l’essere umano singolo è maledettamente fragile, marginale, un granello di sabbia in una spiaggia.

La mia disposizione d’animo non è serena.

C’è uno scarto troppo grande fra la brevità della vita umana e la manifestazione della natura.

Questa presente forma di civiltà industriale non riesce a trovare alcun tipo d’armonia dentro le società umane, d’integrazione con la natura e la conformazione questo pianeta, di senso proprio per quello che riguarda i fini generali e collettivi. Questa civiltà è moltiplicazione di ricchezza, tecnologia e potenza senza un senso ultimo, un fine superiore. O se c’è pare inconfessabile perché non è evidente e non è pubblico.

Eppure il confronto a livello di pensiero alto, di sincera preoccupazione per il futuro dovrebbe essere non la tornata elettorale prossima ma il senso della vita umana su questo pianeta.

Il problema  che si esiste come singoli. Alla fine è il singolo che si confronta con qualcosa che rimanda all’eternità, allo scorrere dei milioni di anni.

 La collettività, e non solo in Italia, pensa al qui e ora; l’agenda delle priorità e del dibattito pubblico è legata ai tempi dello spettacolo, del commercio, della pubblicità, della finanza internazionale. C’è un oltre che non viene neanche pensato o intuito. In fondo mi piace pensare allo scorrere dei secoli e  dei millenni e delle centinaia di migliaia di anni perché mette fra parentesi questo presente, in quanto questo pensiero lo confina e lo rende incredibilmente mortale; in una parola lo svuota della sua potenza ipnotica, affabulatoria e ingannevole.

 

Osservazioni

Sono alla chiusura di un percorso scolastico. Del solito percorso, per così dire. Una specie di labirinto del precario che ogni anno si ripresenta ad ogni nuovo contratto.




4 luglio 2013

Diario Precario Dal 7/6 al 8/6/2013

Data. Dal 7/6/2013 al  8/6/2013

 

Note.

Lezioni mancano meno due, meno uno…

Fine lezioni per Nappini

Mini-rito della restituzione delle chiavi del cassetto.

Ultima ora di lezione: reazioni opposte da parte degli allievi chi si dimostra riconoscente, chi quasi infastidito.

Va bene così. Sta nel divenire delle cose.

Prima riunione della commissione a tre su una proposta per l’ora alternativa da presentare a settembre

Sabato notte scrittura via internet di voti e giudizi

 

Considerazioni.

Il rito della riconsegna delle chiavi è  stato un lampo, una breve formalità. Meglio così.

Le mie lezioni cessano, per motivi d’orario, quest’anno prima dell’ultimo giorno di lezione, di solito l’ultimo giorno è difficile da gestire. In effetti scavando nei ricordi mi è capitato proprio d’assistere a una sorta di primordiale e infantile scatenamento, l’energia con cui escono dalla scuola l’ultimo giorno non è paragonabile a niente di simile durante l’anno scolastico. Talvolta i presidi mandano circolari apposite perché gli studenti cercano di forzar la mano sulla disciplina e di non far nulla; e poi fuori dalla scuola, di solito, si vedono gavettoni e lanci di uova. Talvolta qualche passante s’arrabbia, specie se la scuola è nel centro di una città.  Questo stavolta non mi riguarda. Finisco il giorno prima.

La scuola è finita e ora  c’è lo scrutinio finale che inizia con la messa online sul sistema Argo delle votazioni e dei giudizi.

Io preferisco lavorare di notte, dopo aver riletto più volte il registro personale e segnato quel che devo inserire. Nella mia zona dopo le 23 comincia a scendere un silenzio rotto solo da qualche auto e camion che supera i limiti di velocità o strombazza in piena notte, da qualche urlo, da qualcuno che sbatte porte e portiere. Così con la finestra aperta mi metto al computer e lavoro per il giudizio, quello conclusivo. Il silenzio della periferia quando si riesce a percepirlo è una fotografia del proprio mondo interiore, è come vedersi riflessi nell’acqua scura. Il lavoro diventa dialogo con se stessi e ripercorri cosa hai fatto, cosa credevi di fare, quali risultati hai raggiunto, voti e giudizi ti forzano a dare l’estrema sintesi al lavoro che è anche un pezzo di vita e di memoria. La periferia di notte  è un silenzio rumoroso e quindi ti lascia solo con i tuoi ricordi e i tuoi pensieri.

C’è qualcosa d’artigianale, di medioevale nel lavoro del docente, proprio perché è in uso la registrazione informatica emerge con forza la necessità di far entrare in formule e numeri quel che si è fatto. Più si usano cifre e frasi fatte o griglie più emerge che qualcosa sfugge sempre al dato numerico. Il docente ha a che fare con l’irriducibile singolarità dell’esser umano e non è facile inquadrare il singolo e la sua vicenda dentro una griglia di valutazione che pensa in termini generali e collettivi.

Dal momento che l’insegnamento impartito darà i suoi frutti nel corso della vita del singolo, se di un serio insegnamento si tratta, è facile osservare che c’è qualcosa di profetico, di destinato al dopo e al domani nel lavoro del docente.  

 

Osservazioni

Spesso mi sembra d’essere un profeta che predica alle rocce.




26 giugno 2013

Diario Precario Dal 3/6 al 6/6/2013

Data. Dal 3/6/2013 al  6/6/2013

 

Note.

Lezioni mancano meno tre, meno due, meno  uno ormai resta solo la burocrazia e forse l’ultima spiegazione o interrogazione.

Tempo variabile, piove e poi arriva il sole.

Notizie: netto aumento delle proteste in Italia per povertà e disoccupazione e vittoria dei governativi nella guerra siriana, i ribelli sono in fuga.

Collegio docenti finale: quasi quattro ore.

 

Considerazioni.

La scuola è finita e son riuscito a farmi mettere in via temporanea in una commissione che stilerà un documento sulla possibile organizzazione dell’ora alternativa alla religione cattolica, ovviamente questo mio lavoro è a gratis, ovvero non ho incentivi economici. Lo spirito del docente deve prevalere sulla materia in questa piccolissima cosa.

 Suona un po’ assurdo per un precario.

Nell’ultimo consiglio ho voluto dir la mia sull’ora alternativa e come al solito mi son fatto carico dei miei pensieri. Personalmente credo che sia impossibile oggi fare un ragionamento di etica o un ragionamento sulla Costituzione senza prima aver costruito un vocabolario minimo. La stragrande maggioranza degli studenti non sa cosa sono i partiti citati nell’art.49 della vigente Costituzione Italiana perché non li ha mai visti. Voglio proprio prendere l’esempio dell’art.49 perché mi semplifica l’argomentazione. I ragazzi e le ragazze nati dal 1994 in poi non hanno, per motivi anagrafici, memoria, di cosa è accaduto prima a livello politico, sociale, di vita quotidiana. Ciò che sanno del passato recente è spesso frutto di nozioni o argomenti che si sono sedimentati per caso o sono arrivati loro in modo frammentario se non addirittura distorto. Ad esempio cosa poteva esser un partito politico italiano della Prima Repubblica  lo possono immaginare o ricostruire perché semplicemente sono nati dopo quei fatti e quel tipo di costume e di società.  Quelli di oggi non sono più i partiti del dopoguerra, sono perlopiù organizzazioni politiche diverse  simili ai partiti liberali dell’ Ottocento, quindi se un liceale associa un partito di massa del Novecento ai movimenti o ai partiti legati a un singolo personaggio di questo XXI secolo  rischia di trasporre il presente sul passato e di giudicare o pensare ciò che era stato come se fosse un fatto del quotidiano. Se non viene fatto un percorso per spiegare allo studente la natura e la storia dell’argomento in esame, nell’esempio si tratta del partito politico, il rischio che capisca poco o male è fortissimo. Sono persuaso che oggi ragionare d’etica anche in senso laico presupponga percorsi di conoscenza strettamente collegati all’attualità e alla padronanza delle parole che orientano in questa civiltà industriale. Del resto il grosso della comunicazione che passa oggi è pubblicità, intrattenimento, spettacoli; gli adolescenti e i pre-adolescenti sono bombardati da un tipo di cultura dei consumi e dello spettacolo che non si accorda con il ragionamento, la meditazione sui grandi problemi, la comprensione delle grandi questioni di questa civiltà industriale arrivata a toccare gravi problemi di sviluppo e crescita.

Per il resto nel mio quotidiano prevalgono le preoccupazioni di fine scuola.

Domani è l’ultima lezione per me. Con venerdì chiudo.

Dopo rimane solo il dato numerico dello scrutinio.




17 giugno 2013

Diario Precario Dal 30/5 al 2/6/2013

Data. Dal 30/5/2013 al  2/6/2013

 

Note.

Lezioni mancano meno cinque ormai.

Ora la prospettiva è lo scrutinio e fare le medie.

Domenica faccio il presentatore del Judo club alla festa dello sport di Sesto

Sabato e domenica fuori a cena.

 

Considerazioni.

La mia testa pensante va alla fase degli scrutini.

Ho le ultime ore per decidere, interrogare, calcolare le assenze, fare le somme e le sottrazioni del caso.

Mi sono messo nell’aula vuota di fisica con un righello in mano e la matita per far il punto sulle assenze, in quel momento l’insegnate sembrava un contabile dell’ottocento, poi i risultati finiranno sul sistema di registrazione elettronica della scuola. In quel momento come  ero sospeso fra l’ottocentesco registro di carta e il XXI secolo digitale.

Lo scrutinio finale è il momento dove è necessaria maggior precisione, dove lo strumento dell’Ottocento incontra il XXI secolo dove il dato numerico registrato su carta dovrà diventare digitale.

Sbagliare vuol dire prestar il destro a un ricorso di eventuali bocciati o delle loro famiglie.

Lo scrutinio non è iniziato e già sono al punto di pensare ad esso, mi proietto già verso la fine prima che arrivi la parola stop.

Sono giorni piuttosto intensi.

L’Italia intanto mi par sempre più triste. La cronaca continua ad essere pessima, notizie di delinquenza, cronaca politica fusa con la giudiziaria, confusione, incapacità di affidarsi a voci credibili o autorevoli, venti di guerra nel Mediterraneo, troppe storie di povertà e disoccupazione.

La manifestazione sportiva a Sesto con l’occasione dell’anniversario della Repubblica è andata bene, con dei volenterosi e con i maestri si è portato il materiale, allestita la postazione, fatta l’esibizione e ho presentato la palestra. La giornata di sole era bella, temperatura ottima, c’erano nel parco le più importanti realtà sportive del territorio di Sesto Fiorentino.  La folla di curiosi e amatori del parco di quest’anno rispecchia una popolazione del Belpaese molto variata con una percentuale crescente di popolazione proveniente dai quattro angoli del pianeta, l’Italia da questo punto di vista come prima  impressione si presenta sempre di più come una sorta di Stati Uniti in miniatura, o se si vuole come una caricatura degli USA.

C’è una sorta d’Italia sospesa fra passato ingombrante, un presente estremamente provvisorio e un futuro imprevedibile.

Da tempo credo che questi ultimi due decenni nei quali mi trovo a vivere qui in Italia  siano una sospensione, una lunghissima pausa in attesa che ben  altre potenze impegnate in lotte titaniche  definiscano il futuro dell’Europa e di gran parte della razza umana e delle risorse del pianeta.

Occorre precisare che le risorse sono abbondanti ma finite.



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