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15 luglio 2014

Sintesi: Il Maesto - secondo atto - Pane, vino e salame

Secondo atto

 

Vernio, notte.  Interno: ambiente popolare, riproduzioni di quadri francesi alle pareti, rumori da ristorante.

Franco apre la porta ed entra. Fa dei cenni, va verso un tavolo. Chiama i suoi convitati. I quattro si seggono

Franco: Dopo tanta strada buia, eccoci finalmente. Abbiam fatto tutta la lunghezza della Calvana per arrivare fin qui. Siamo proprio sulle montagne.

Paolo Fantuzzi: Ci hai fatto scollinare, ma per davvero. Comunque il posto sembra gradevole.

Clara Agazzi: Sì. Ricorda il passato, i tempi delle Case del Popolo in ogni quartiere, delle feste dell’Unità. Cose semplici, popolari. Cose di tempi ormai andati.

Stefano Bocconi: Ma è quello il tuo amico, e l’altro dove sta?

Franco: Infatti non vedo  il professore

Vincenzo Pisani: Grande Franco, amico mio che piacere! Anche voi qui. Avvicinatevi, facciamo un solo tavolo. Se volete. Si capisce.

Franco: Mi pare una cosa buona, va bene allora s’aggiunge un posto a tavola. Vieni con noi vecchia volpe. Racconta che cosa hai fatto. Ti vedo bene.

Vincenzo Pisani: Avvicinatevi. Mi è capitato di venir qui con il professore ma per combinazione oggi si ritrovano in questo posto certi vecchi allievi della sua palestra di arti marziali e così nell’occasione del primo lustro della morte del loro vecchio maestro han fatto un tavolo per loro laggiù per ricordare il passato e onorarne la memoria. Si è scusato e mi ha lasciato qui da solo.

Franco: Certo che aver avuto un maestro è una cosa importante, se ne ragionava  proprio oggi con gli amici. Anzi te li presento: Clara Agazzi, Stefano Bocconi, Paolo Fantuzzi. Rispettivamente insegnante, commerciante, operaio.

Vincenzo Pisani: Poi c’è Francone qui presente saggio, contadino e molte altre cose. Hai messo assieme su questo tavolo i tre settori: primario, secondario e terziario. Un tavolo che è specchio della piramide sociale almeno per quel che riguarda le categorie. Il sottoscritto può esser iscritto nel terziario alla voce servizi visto che messo su un piccolo ostello.

Franco:  Certo che è proprio vero. Alla fine si viene giudicati per il mestiere che si fa.

Vincenzo Pisani: Invece no caro Franco. Si viene giudicati oggi in questo tempo in misura del denaro. Del denaro che si guadagna. Ma è una cosa antica il professore mi diceva che queste cose già accadevano al tempo dei filosofi dell’Antichità Classica, anche allora il possesso delle ricchezze segnava la differenza fra gli schiavi, i poveri, e i padroni fossero essi aristocratici o volgari arricchiti. L’appartenenza a una gerarchia, a un gruppo di potenziali consumatori di certi beni e servizi determina l’immagine e quindi la forma con cui uno si manifesta ai suoi simili.

Franco:  Certo, ma questo riguarda il passato. Un passato lontano e antico che a fatica si può ricostruire e immaginare.

Vincenzo Pisani: Non lo credo. Il passato forse sarà per noi un mistero ma certi fenomeni sembrano proprio manifestazioni dell’essere umano. Con una differenza di non poco conto da stabilire fra questo presente e il passato. Nella civiltà industriale che esiste da solo tre secoli il denaro è l’unico metro. In antico l’onore, la discendenza, la patria, il sapere, la credenza religiosa o filosofica potevano segnare un distinguo. Oggi le uniche patrie che sembrano rimaste sono le multinazionali e le banche. Sono loro che decidono quali prodotti lanciare sul mercato, quali pubblicità mandare a giro, quali parole nuove far calare in testa alla gente comune, quali gusti e quali mode seguire, quali guerre fare, quali paci accettare magari di controvoglia. Gli Stati, e sottolineo gli Stati, oggi si dividono in quelli che riescono ad attirare investimenti e capitali e a far girare l’economia  e quelli che si ritrovano con limitate risorse domestiche, con enormi debiti pubblici o con problemi interni gravissimi. Dal momento che il successo o l’insuccesso di una comunità umana complessa come lo Stato oggi si misura sul metro del successo di mercato ne deriva che tutte le altre forme d’appartenenza diventano marginali o secondarie.

Franco: Poi c’è il singolo, uomo o donna che sia che deve trovare le sue ragioni di vita, i suoi scopi, i suoi sentimenti. Dall’alto dei grandi poteri e delle segrete stanze al basso tutto è un correre dietro ai soldi. In fondo il denaro virtuale è l’unica cosa che può crescere all’infinito in un pianeta azzurro limitato per dimensioni e risorse. Ma dimmi ora che siamo a tavola tu personalmente sei soddisfatto di quanto hai?

Vincenzo Pisani: Una domanda difficile. Intanto se permetti faccio un cenno alla cameriera che porti subito acqua e almeno un litro di vino e l’antipasto della casa, doppio ovviamente salumi e crostini della casa..

Vincenzo fa dei gesti e poi ordina il solito per cinque persone.

Allora, ti devo una risposta.

Franco: Se vuoi, non obbligo nessuno. In fondo ti ho chiesto una cosa personale e davanti a personale che conosci appena. Ma sono curioso. Su rivelati.

Vincenzo Pisani: Vedi nella maggior parte degli esseri umani c’è bisogno di un piccolo spazio di potere, proprio così. Questo bisogno non è uguale, ognuno ha il suo. C’è chi ha bisogno di questo potere nel senso di poter mutare qualcosa nella realtà che vive tutti i giorni e ognuno ha il suo. Ad esempio c’è  chi vuole esser al centro dell’attenzione, chi vuole riconoscimenti formali anche con certificati, chi vuole i soldi, chi vuole la pubblica ammirazione, chi vuole una famiglia numerosa, chi cerca l’amore. Questi sono esempi presi a caso fra tanti. Ma di sicuro un soggetto deve avere la volontà e qualche strumento anche minimo, anche solo la propria fisicità e corporeità per arrivare alla soddisfazione del suo desiderio. O almeno provare ad arrivare al punto, perché anche la volontà conta. Cosa è oggi il denaro per i molti. Bene, io dico che per i molti è esattamente questo: POTERE. Perché i soldi, anzi mi correggo i tanti soldi sono ciò con cui si misura tutto e con cui si compra tutto qui nel Belpaese. O almeno essi sono lo strumento che sembra deputato a far questo. Allora, venendo al mio caso, il mio spazio di potere lo giudico inadeguato, la qualità della mia persona per esprimersi avrebbe bisogno di ben altre condizioni di lavoro e di vita. Purtroppo qui non trovo le condizioni per afferrare la realtà e la fortuna e scuoterla fino a realizzare il successo personale nel mio ramo che è quello turistico.

Paolo Fantuzzi: Sei un tipo dalle concezioni chiare, se il successo non arriva è colpa del sistema. Se arriva invece è solo opera tua. Così è facile non ti pare.

Clara Agazzi: Aspetta, magari ha i suoi buoni motivi per dire queste cose. Comunque è vero nella vita si finisce con il fare delle scelte e scegliendo o si è o non si è. Quando si prende una direzione per fare un lavoro o per scegliere un percorso di vita ci si lascia alle spalle altri percorsi possibili. Quindi se lui ha scelto una carriera ha fatto quella scelta e ciò che poteva essere altrimenti sarà per sempre un mistero. C’è dà stupirsi se è così categorico. Io credo di no.

Stefano Bocconi: Ma insomma. Ricordiamoci che questo Belpaese non è esattamente il Regno di Camelot e non ci governano i santi cavalieri di Re Artù o i paladini di Carlomagno. Difficoltà negli affari. Di questi tempi mi sembra normale, l’importante è non farne una malattia anche se riconosco che è difficile non identificarsi con il successo o con l’insuccesso sul lavoro. Se sei in proprio e rischi del tuo, come dire. Il lavoro spesso diventa il tuo sangue, lo senti che scorre dentro di te.

Franco: Siate certi che il nostro sa bene di cosa parla. Tante ne ha fatte e tante ne ha viste. Ma vi invito a pensare che non sempre nella vita si può scegliere e che talvolta lo scorrere degli anni o i casi della vita ci spingono in direzione magari non voluta o inattesa. Pensate per un momento a quanti non hanno coronato il loro sogno d’amore, a quelli che non hanno ereditato, a quelli che hanno dovuto scegliere un mestiere pressati dalle necessità e cose simili. Vogliamo forse far loro un torto e dire che era solo colpa loro, che era una debolezza di volontà o di fortuna. Prendiamo anche in considerazione la questione del denaro.

Clara Agazzi: Aspetta, il denaro è tanto. Ma non usiamolo per nasconderci e negare proprie responsabilità.

Stefano Bocconi: Vero. Ma se il metro è il denaro tutto viene passato da quella misura. Allora come misurare la propria debolezza, i propri limiti, la propria cattiva volontà?

Paolo Fantuzzi: Ma l’umano, il tipico umano. Voglio dire… saprà misurarsi. Magari non con parole alte e nobili ma riconoscere i suoi limiti, ammettere le mancanze, capire chi è. Poi va bene, il metro è il denaro. Con questo. Cosa ci si fa con questo. Cosa si misura con il denaro se non i beni, il successo, la capacità di comprare e di possedere. Questo è l’essere umano o c’è di più. Che ne so famiglia, affetti, sensibilità, perfino tenerezza. Queste cose non stanno nel foglio del dare e dell’avere del commerciante.

Vincenzo Pisani: Vedi io intendo che il denaro è il metro perché lo è per le cose che all’apparenza contano davvero in una società industriale e mercantile come questa. Quando comanda l’apparenza del possesso una non guarda i bicipiti o la cicatrice ma la catena d’oro, l’orologio di marca, le scarpe, gli abiti e per certissimo il cellulare. Molte delle mie relazioni nel mio settore sono totalmente o parzialmente mercantili, quindi è sicuro che sarò giudicato e pesato sulla base dell’apparenza di quanto possiedo. Poi si può esser più o meno sobri, più o meno cafoni in certe manifestazioni di sé ma questi sono i fatti. Come misuri la tua automobile, il tuo cellulare, il tuo orologio. Vuoi farmi credere che hai una dimensione affettiva e  di rispetto per tutto, suvvia non è possibile.

Paolo Fantuzzi: Ma ora parli d’oggetti di beni. Di cose materiali e concrete.

Vincenzo Pisani: Ma questo è il punto. La realtà oggi è dominata dal calcolo, si parla da anni d’investimenti affettivi. Voglio dire… ma ci rendiamo conto che nel vocabolario comune il metro è il denaro, i termini sono i termini del commercio e molte espressioni sono prese di peso dalla lingua commerciale per eccellenza, ovvero quella inglese. Non voglio esagerare la natura dei tempi ma io vedo qui nel Belpaese una gran parte della gente ripiegata su se stessa e che guarda il quotidiano alla luce del successo apparente  e del risultato economico. I molti  vedono e pesano quel che vogliono pesare e misurare.

Franco: Amici vi prego. Stanno portando il vino e gli affettati. Intanto distribuiamo questo e poi passiamo ad ordinare i primi. Comunque mentre verso voglio aggiungere una cosa in questo mondo tutto è sottoposto all’usura e alla scorrere del tempo e se non si hanno scopi fortificati dal conoscere bene se stessi e il proprio piccolo mondo si rischia di correre dietro al vento, di perdersi nel mutare delle cose e di restare dopo una vita d’affanni prostrati senza aver trovato il senso e lo scopo della propria vita. Quindi osserviamo che usare sempre lo stesso metro e la stessa misura per cose diverse può far precipitare nell’errore e nell’idiozia.

Stefano Bocconi: Intanto dividiamo il pane e versiamo il vino e poi sotto con il companatico. Siamo qui per star bene assieme. Allora iniziamo. E un brindisi alla salute, perché senza la salute della mente e del corpo nessuna impresa umana è possibile.

Clara Agazzi: Ben detto.




29 luglio 2013

Diario Precario. Dal 28/6 al 11/7/2013

Data. Dal 28/6/2013 al  4/7/2013.

Note.

Nuoto libero in piscina per rilassarmi.

Esami a ritmo sostenuto, cinque candidati per volta

Dopo la presentazione della tesina il candidato o la candidata iniziano l’esame con uno dei professori nello schieramento a U.

Poi arriva il mio turno e la presentazione, alla fine del colloquio, del risultato della prima, seconda e terza prova.

Per la mia parte dopo le domande sul programma arriva il momento in cui presento la parte che mi compete della terza prova.

A quel punto l’esame è finito.

Riunione a porte chiuse per determinare il voto della prova orale e dell’esposizione della tesina ovviamente consultando la relativa griglia di valutazione,.

Somma della prova orale con le prove scritte, i crediti e infine ecco il risultato finale.

Poi avanti il prossimo.

Così va l’esame. Un candidato dopo l’altro.

Ho modo di parcheggiare nel parcheggio di una palestra adiacente all’istituto con un gettone che mi viene di volta in volta dato.

Gli esami iniziano verso le 8,20 e di solito si termina la sessione intorno alle due, in realtà l’orario varia da situazione a situazione.

Il bar della scuola non è male, sto bevendo molto thè confezionato.

 

Osservazioni

Fatta una gaffe con un esterno autodidatta, gli avevo chiesto se avevano fatto a lezione un certo argomento di storia da un certo punto di vista, mi ha risposto che era autodidatta. Non mi ero reso conto che si trattava di un esterno. Sono così abituato a pensare in termini di scuola, programma, cattedra che questa possibilità quasi l’escludo. Meglio così mi sono ricordato una cosa importante ovvero che il proprio mondo di convinzioni e di abitudini non è mai coincidente con la vastità del mondo di tutti.

Devo dire che fra candidati e candidate sto sperimentando tutte le possibili varianti del comportamento umano davanti a una simile prova, si va dalla forte sicurezza di sé al panico da esame, non ci sono due allievi o allieve uguali.

Certo che questo mi fa comprendere la singolarità della mia situazione da precario perché in effetti son chiamato a valutare e a decidere in nome dello Stato, visto che di Esame di Stato si tratta; ma la mia condizione è quella di precario con contratto scaduto e rinnovato per la maturità.

Tuttavia per l’allievo o l’allieva che sostiene l’esame questa differenza non conta il professore è professore di per sé in sede d’esame.

Mi sono fermato a pensare che in fondo il mio ruolo me lo sono già guadagnato con anni d’esperienza e di servizio, quello che manca è un atto di volontà del potere politico che determina di mettere nel sistema scuola le centinaia di milioni di euro che servono ad assumere parte del precariato con anni di servizio sulle spalle.

Comincio a prendere il ritmo dell’esame e della routine, prevedere più o meno come si svolgerà la giornata aiuta a lavorar con meno tensione e fatica, anche in una situazione che dura due settimane occorre trovare quelle costanti che diventano punti di riferimento. L’essere umano tende ad aggrapparsi alle abitudini.

La temperatura è leggermente scesa.

Sono andato nella piscina di Sesto Fiorentino, mi è parso d’osservare una diminuzione della pubblicità presente in loco.

In compenso c’era il manifesto che si trova un po’ dovunque a Sesto di sostegno agli operai della fabbrica Ginori.

 

 

Data. Dal 5/7/2013 al  7/7/2013

Note.

Il lavoro ormai gira in modo sicuro. Ho messo in atto un piccolo sistema per fare l’esaminatore.

Osservo il candidato mentre espone la tesina, capisco più o meno come si orienta davanti alla commissione.

Sulla base di quello che fa e del programma che porta mi domando cosa è opportuno chiedere.

Lo scrivo su un foglietto volante e aspetto il momento nel quale dovrà esser interrogato da me.

Osservo qualche difficoltà dei candidati e delle candidate nelle mie materie: storie e filosofia

L’atteggiamento dei colleghi è cordiale e collaborativo.

Domenica sono andato a vedere l’associazione Lailac che presentava degli stand presso la Limonaia di Villa Strozzi.

Si tratta di un modo per fare beneficenza a favore dei bambini di Fukushima.

Al mare dove vanno i miei pochi gli italiani e tanti gli stranieri.

 

Osservazioni

A passeggio per la città di sera, domenica visita a una festa di beneficienza dell’associazione Lailac.

Si è trattato di andar a curiosare fra due o tre bancarelle e di dar qualche soldo in beneficienza.

La macchina l’avevo parcheggiata a quattrocento metri dal punto della festa, così ho fatto di sera una passeggiata nei luoghi d’infanzia.

Passando nei pressi di un palazzo ho sentito una voce. Era una bambina piccola due o tre anni che da un balcone osservava i passanti.

Quella bambina mi ha chiesto: chi sei? Evidentemente ero vestito in un modo per lei curioso, forse per via del cappello o della borsa a tracolla.

Non ho risposto, tuttavia la domanda mi è ritornata più volte nella testa.

In effetti in questa contemporaneità emerge forte il senso di una precarietà propria del singolo, che lo colpisce perfino nella considerazione di sè.

I bambini piccoli hanno la capacità di mettere in crisi gli adulti con domande semplicissime.

In effetti se ci si pensa bene rispondere a un simile quesito è difficile di solito è possibile rispondere solo con una banalità o una qualche ovvietà: ad esempio indicare la professione, la condizione sociale, il nome e cognome.

Il senso più profondo e determinante di ciò che uno crede di essere necessita di autocoscienza, meditazione e comprensione del proprio tempo, il che rende difficile una risposta immediata a meno che uno non sia un maestro Zen in grado di sintetizzare aspetti qualificanti della vita e della natura.

Alla fine questa e non solo questa domanda dovrebbe essere la tipica domanda che sta dietro tante risposte che gli umani danno automaticamente anche solo a livello celebrale.

Invece in Italia l’essere umano tipico ordinariamente tende a rispondere senza pensare alle domande che l’esistenza quotidiana e  professionale presenta di volta in volta, questo spesso senza aver dietro alle risposte delle domande complesse già almeno in parte risolte.

In effetti ogni buona risposta presume più domande risolte o affrontate in modo adeguato.

Notizie dalle ferie, i miei sono a  Montescudaio. Tutto il campeggio che ha riaperto è pieno di stranieri in particolare Olandesi e Tedeschi, pochissimi gli italiani.

Il lavoro prosegue, fino alla conclusione. In fondo lavorare mi aiuta, risponde a qualche domanda declinare la propria condizione professionale.

 

 

 

Data. Dal 8/7/2013 al  11/7/2013

Note.

L’istituto mi scrive di mandare il foglio per il pagamento delle ferie non godute, essendo precario è ovvio che non avrò modo di usufruirne una volta cessato il contratto.

L’istituto mi chiede se sono disponibile per gli esami di riparazione di settembre.

Fine orali maturità.

Riunione sindacale l’ultimo giorno di maturità.

Il luogo dell’incontro cambiato, sono finito nel mezzo di un funerale preso la camera del lavoro prima di capire cosa fosse successo; grande gaffe con il portiere.

Cena con i maestri del Judo club.

Bel ristorante, in mezzo al verde.

Domattina domanda per la disoccupazione.

Un cerchio si chiude, uno si aprirà a settembre.

 

Osservazioni

Fatta ormai siamo al finale, l’esame è quasi finito.

La scuola mi chiede se sono disponibile per l’esame di settembre, risponderò di sì anche se questo comporterà l’interruzione di un eventuale assegno di disoccupazione.

Di solito però trovo da lavorare con le supplenze di settembre o con le cattedre annuali, quindi dovrebbe esser mal di poco. Sulle ferie non godute direi che è proprio una necessità, io non presento il foglio-ferie dei colleghi a tempo indeterminato. Al sottoscritto scade il contratto.

Sono arrivato alla fine di questa inaspettata maturità, tra poco gli ultimi candidati e poi la parte burocratica e l’impacchettamento delle prove d’esame con tanto di sigilli in ceralacca.

La conclusione è prevista per il giorno 11. Al termine delle operazioni è stato fatto il pacco, io stesso ho timbrato il sigillo. Ho sempre avuto una certa affinità con i timbri, forse è perché occorre usare un po’ di forza per usarli, danno il senso del colpire e dell’ufficializzare qualcosa di burocratico.

Il tempo di salutarsi cordialmente fra colleghi e tutto è finito per me.

Lo stesso giorno avevo la riunione sindacale di pomeriggio sulla questione del precariato.

Il giorno 11 ho fatto una gaffe per via della riunione sindacale, sono finito nel mezzo di un funerale preso la Camera del Lavoro.

 Prima di capire cosa fosse successo ho dovuto ragionare il portiere che per la cosa era infastidito. L’auto era parcheggiata quasi due chilometri indietro.  La scena è stata fantozziana con il sottoscritto che in mezzo alla pioggia estiva se ne tornava sui suoi passi a ritmo di marcia per raggiungere il parcheggio e ripartire per l’altra sede del sindacato.

La riunione sul precariato era gremita, la stanza non era grande ma la gente stava anche in piedi o fuori dalla porta.

La situazione è quella nota: senza i soldi che servono ogni riforma o sistemazione del precariato nella scuola non può aver luogo.

La sensazione che ho avuto è stata quella di una situazione nella quale anche il precariato nel settore scuola è fortemente differenziato, le differenze sono molte e metterle assieme risulta estremamente difficile. In effetti questa è la debolezza della categoria: la frammentazione della categoria. I docenti sono divisi a causa della tipologia di materie che insegnano, a causa delle modalità di reclutamento sia per i contratti a tempo determinato che per i contratti a tempo indeterminato, a causa del tipo d’istituto scolastico, a causa dei diversi orientamenti dei sindacati del settore scuola. A questi quattro elementi ovvi s’aggiunge che si differenziano anche dal personale ATA (bidelli) e di segreteria. Di fatto il settore scuola è scomposto in tante parti e solo in occasioni di rivendicazioni molto forti è possibile congiungere nella protesta personale che viene da situazioni così diverse. Questa scomposizione di una vasta categoria di lavoratori nel settore della conoscenza rende più difficili le rivendicazioni sindacali. Credo sia questo il motivo di tante volte nelle quali ho visto un grande disagio fra i colleghi e talvolta fra i compagni di precariato e una difficoltà oggettiva a far valere le proprie ragioni come categoria.

Comunque una novità: la questione dei precari della scuola in Italia con contratti a tempo determinato reiterati per un periodo oltre i 36 mesi sarà rimessa alla Corte di Giustizia Europea.

Alla fine la questione del precariato diventa un caso individuale e di Stato, il singolo caso lavorativo è riconnesso a una dimensione più grande di carattere collettivo.

La cena con i maestri presso i campi da tennis. Dove c’è un ristorante all’ombra di antichi cipressi, una curiosa combinazione.

In fondo la sera, i vecchi amici, i cipressi, i ricordi, le stelle, la pizza e la birra sono un buon modo per chiudere un ciclo e cominciarne uno nuovo.

Domattina comincerò a pensare alle carte per la domanda di disoccupazione, poi l’attesa di un nuovo incarico annuale.  

Quest’ennesimo anno da precario non ritorna al suo punto d’inizio, è come un cerchio che vorrebbe chiudersi ma non ci riesce e finisce con il formare una spirale.



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