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17 luglio 2017

Ricetta precaria n. 25: panino al paradosso di capitan Harlock

 Ricetta precaria

25.

Il paradosso di Capitan Harlock e un panino da pic-nic

Il paradosso è questo e va colto insieme a un panino realizzato se possibile con del pane integrale. Il nero e il bianco devono essere dati dalla seguente combinazione due fette di pane nero su cui spalmerete del banale formaggino tipo infanzia, che con l’argomento è la morte sua, e il combinato mascarpone più gorgonzola per dare un tono ugualmente bianco ma venato di serietà. Una sorta di nero con tre sfumature di bianco.

Il paradosso è questo e mi si è rivelato dopo molti pensieri, un tantino ossessivi, intorno alla serie classica di capitan Harlock. Perchè in effetti a certi telespettatori della serie, ossia anche allo scrivente queste righe, una volta che la serie è  finita  viene il sospetto che in fondo gli alieni invasori, di sesso femminile in questo caso più unico che raro nella storia dell’animazione,  non fossero poi tanto male rispetto allo squallore dei governanti della terra. Almeno quelle aliene ostentano per 42 puntate una loro tetra ma affascinate dignità marziale e spirito di sacrificio.

 Rimando i lettori  che non sanno nulla intorno al  ponderoso, quanto antiquario e polveroso,  tema alla pagina di wikipedia:https://it.wikipedia.org/wiki/Capitan_Harlock

Il paradosso è questo:  l’ottimo eroe combatte e vince per la causa giusta ma finisce con il favorire la feccia.

Combattere con sofferenza e sacrificio per una nobile causa e alti ideali può portare a un’affermazione personale breve a cui poi segue un vantaggio quando non addirittura la presa del potere da parte di gente ignobile, imbelle, cretina e dissoluta. Quante volte ho visto in piccolissimo, ovvero nel quotidiano, militanze politiche o attività di carattere sociale finire nel nulla, o addirittura trasformarsi in fenomeni di conferma del pessimo ordine delle cose di tutti i giorni. Molto spesso, troppo spesso. Il bene grande e donato con altruismo da gente generosa si piega e scompare e riemerge tracotante e dilagante lo squallore quotidiano e il male di vivere in cui la feccia umana galleggia. Epiche lotte per elevare l’umanità o una piccola parte di essa  hanno spesso lasciato il passo al ritorno alla banale corruzione di tutti i giorni. Ogni umano che capisce  questo paradosso può trovare i suoi riferimenti e associare il fatto storico o l’esperienza di vita che, a suo avviso, meglio s’adatta al paradosso in questione. Nel Belpaese si sprecano le possibilità in questo senso. Tornando all’inizio del ragionamento panino è il classico ripiego da crisi di spuntino di mezzanotte o per colazione al sacco fatta con quello che si trova. Se la farcitura è davvero bianca e il pane nero rispetterete, con qualche concessione cromatica, i colori della bandiera pirata.

Indovinate di chi!

 




2 luglio 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto - ripensare la civiltà e ripensare l'essere umano

Clara Agazzi: Aspetta, calma. Ma questi profeti, questi maestri come si collocano; che ruolo sociale hanno. Qui si ragiona di categorie umane che sembrano calare dalle nuvole o cadere dagli alberi come i frutti. Avranno un ruolo, un mestiere, un loro posto. I maestri sono insegnanti, sono istruttori, sono educatori, cosa sono?

 Franco: Forse. Mi resta difficile indicare il posto di lavoro di un maestro di vita, di un rivelatore di valori e di ragioni dello stare al mondo in un contesto come questo dove individuo, socialità, comunità d’origine, storia personale e collettiva sono realtà dissociate ma messe artificiosamente assieme quando serve dal discorso politico o dalla pubblicità. Sicuramente è un soggetto che riesce a proiettarsi oltre i limiti del proprio tempo e a comunicare delle verità, dei valori, un sapere autentico, talvolta un mestiere; perché il mestiere è anche sapere, saggezza, conoscenza accumulata nei secoli o nei decenni e  tecnica.

Stefano Bocconi: Ma qui c’è un problema, parli di società, di tradizione, di autentica comunicazione fra generazioni quando intorno a noi tutto sembra degenerare e spegnersi in un privato egoismo e in bisogni ora primari ora voluttuari. Forse è il mio mestiere che mi porta a vedere nelle tipologie di merci che popolano il tempo libero il passaggio da generazione a generazione. Fra i soldatini di plastica o di carta di quattro decenni fa e i videogiochi in 3d di oggi c’è l’abisso. Lo stesso posso dire dei dischi in vinile e dei giradischi o messi a confronto con i telefonini tuttofare che memorizzano interi  file musicali e persino uno o due film più centinaia d’immagini. Questo è un mondo nuovo che ha fatto fare un salto che in passato avveniva solo nello scorrere dei secoli.

Paolo Fantuzzi: Hai parlato bene, ma c’è anche il negativo. Mestieri che spariscono, saperi che si perdono, precariato nel mondo del lavoro, concorrenza di operai e disperati provenienti dai quattro angoli del pianeta, e poi la dispersione di risorse e di materie prime dovute al sistema di produzione e consumo. E il relativo danno all’ecosistema del pianeta. C’è da chiedersi cosa ne sia della civiltà.

Franco: Allora ecco il punto. La civiltà!, quale civiltà? Di solito si confonde lo sviluppo tipico della civiltà industriale con la civiltà propria, ossia con quella cosa che comunemente è detta nazione. Non è la stessa cosa. La civiltà è l’insieme delle forme dell’organizzazione politica, culturale e  sociale di una popolazione che ha raggiunto una stabilità, ha assunto una forma per quanto malleabile e mutevole possa essere. Ma la civiltà non è lo sviluppo industriale, non è questo o quel genere di prodotto o di merce e neanche questo o quel capo politico o fazione politica. La civiltà è un complesso, è un sistema all’interno del quale vivono esseri umani che sono una comunità organizzata, che provengono da una o più storie comuni, che discendono dai secoli e magari hanno perfino un rapporto con il territorio che abitano. Colui che appartiene alla civiltà propria sa di non essere casuale o fortuito ma di provenire dallo scorrere dei secoli, da una sedimentazione di fatti, storie, battaglie, eventi, fondazioni, dinastie familiari, alberi genealogici. Questo tipico soggetto è oggi messo in difficoltà da un modello di civiltà industriale che punta a una massificazione dei consumi, all’omologazione, all’inquadramento dell’essere umano e del suo vivere in una logica di produzione – vendita -consumo  di beni materiali che immancabilmente, in un modo o nell’altro, diventano spazzatura . Oggi qui nel Belpaese quando si parla di civiltà occidentale si parla del nulla. La civiltà occidentale nel Mediterraneo ci fu al tempo dei Cesari quando l’Impero Romano fu diviso in due l’Oriente e l’Occidente. Chi parla di civiltà Occidentale qui in Italia dovrebbe mettere il soggetto: Stati Uniti. Tuttavia proprio la vita degli esseri umani di oggi è attraversata ogni anno da decine di migliaia di messaggi pubblicitari diretti o indiretti che modificano la percezione della realtà e la percezione della società e il senso di ciò che è davvero importante. Questo processo di consumismo indotto e secolarizzazione dei costumi  ha nel corso di cinque decenni prodotto uno svuotamento di senso delle fedi laiche nello Stato, delle tradizioni religiose, delle culture popolari, operaie, perfino contadine. L’uomo della civiltà dei consumi, oggi in decadenza e scomposizione, doveva essere un consumatore e non un cittadino, un credente, un buon uomo, un soldato di chissà quale patria. Oggi nel tempo della decadenza di questa civiltà abbiamo uomini e donne spiazzati. Il passato è finito, il presente è debolissimo e precario e il futuro sembra lontano o altrove.

Clara Agazzi: In altre parole questo è un tempo funesto. Ci sarà pure qualcosa di buono: uomini e donne che s’impegnano nel sociale, gente che fa volontariato, qualche amministratore onesto, qualche politico che non sia un ladro. Non può esser un precipitare nel vuoto come tu affermi.

Franco: Questo è un discorso difficile da confutare, ma ci proverò. Ritorno indietro all’infanzia, al tempo nel quale davano Mazinga Z in televisione. Avete presente.  

Paolo Fantuzzi: Ovvio, chi non conosce i cartoni animati giapponesi di robot dei primi anni ottanta. Ma cosa c’entra. Questa è una vera e propria follia.

Stefano Bocconi: Lascialo dire. Forse sa qualcosa che non sappiamo. O forse vuole stupirci con una parabola, farci sognare con un discorso di fantasia.

Franco: Invece no. Molto meno. Avete presente la sigla italiana di Mazinga quella che fa “Quando udrai un fragor a 1.000 decibel/ veloce e distruttore come un lampo non dà scampo…”

Stefano Bocconi: Sì ricordo. Sono vaghi ricordi.

Paolo Fantuzzi: C’erano delle immagini, mostri, città in fiamme, aerei, carri armati, e Mazinga.

Franco: Appunto le immagini. Tornate indietro negli anni. Nelle immagini finali della sigla si vedeva lo schema delle parti meccaniche del Mazinga Z, giusto! E’ importante!

Clara Agazzi: Vagamente mi ricordo di qualcosa, non era il io preferito. Cosa c’entra lo schema tecnico del Mazinga superobot peraltro fatto  immaginario e prodotto dall’industria giapponese dell’animazione?

Franco: E dal maestro del genere  ovvero Go Nagai.  C’entra perché per fare barriera contro una forza ostile tremenda e le sue conseguenze non basta la volontà o la buona disposizione d’animo e meno che mai i buoni propositi. Ci vuole quello che si vedeva nel Cartone Animato in questione: organizzazione, un gruppo di tecnici e di specialisti, un team pronto a battersi composto di gente leale e coraggiosa, uomini e donne pronte allo scontro anche in situazioni di netta inferiorità e un simbolo che unisse tutti in quel caso Mazinga stesso. Oltre a questo gli eroi avevano  spirito di squadra, volontà di prevalere, capacità di sacrificarsi e, tornando all’immagine che ho evocato, i mezzi sofisticati. L’interno del Mazinga Z che si vede nella sigla è questo: ci vuole la potenza dei mezzi e i mezzi sono parti complesse di un corpo unitario. Invece cosa vedo in questa realtà. Tanta gente perbene, magari seria, ragionevole fa grandi proclami e poi davanti al male che arriva non fa gruppo, non fa squadra, non crea i mezzi, spesso rinuncia a combattere e cerca una via di fuga, magari studia per avere qualche espediente o qualche privilegio. Prendete Mazinga Z come metafora della difesa di una civiltà. Si può difendere una civiltà o affermarla senza le cose che ho detto? No. Questo è sicuro. Quelle buone azioni e buone prassi che esistono e di cui dici Clara sono di solito separate le une dalle altre. Come spesso capita non è uno più uno uguale due, ma uno e uno ossia due singolarità che non fanno coppia. L’individuo, il singolo staccato e dissociato da un corpo sociale di cui fa parte e dal quale in una pur minima misura è difeso e tutelato è azzerato davanti allo strapotere dei mezzi di oggi. Come può un singolo opporsi davanti a processi commerciali, industriali, economici che muovono miliardi e che ridefiniscono e scombinano la sua vita, le sue certezze, le sue possibilità economiche. Pensate alla crisi del 2008 e alle vite che ha travolto nel mondo. Basta il singolo, con il suo buonsenso, con i buoni propositi, con la sua carità aleatoria o perfino occasionale per fare barriera? Io dico di no.

Stefano Bocconi: Ma insomma, ci sarà pure un modo, un sistema. Voglio dire. E’ proprio necessario che le forze positive siano frammentate in mille pezzi mentre quelle negative sono esercito, sono unità.

Franco: Positive, negative. Che vuol dire. No non ci sbagliamo qui  non c’è una lotta fra il bene e il male come la si può intendere comunemente. Qui ci sono egoismi e desideri alimentati o indotti che producono per prima cosa consenso e a seguire fatti politici, culturali, azioni militari. Si tratta di un sistema di terza civiltà industriale oggi governata da un sistema finanziario capitalista. Non c’è un mondo buono di cavalieri della Tavola Rotonda che deve arrivare qui, il mondo che vedo è già questo. Piuttosto invece di aspettare l’eroe con il robot o con la spada divina perché non pensare di assumere qualche caratteristica positiva dell’eroe; che ne so: lo spirito di squadra, la speranza nel futuro,  un sano altruismo, la volontà di battersi…

Paolo Fantuzzi: Ovviamente questo discorso è assurdo. Certo l’immagine è suggestiva ma assumere su di sé un qualcosa di eroico fra il bollo auto e la dichiarazione dei redditi è una cosa da scemi anche solo il pensare una cosa del genere. 

Franco: Ma io non parlo di andar a giro con robot alti quanto una casa di dieci piani o di nascondere armi incredibili e partire alla ricerca di non si sa che cosa. Questo è qualcosa di manicomiale, una roba da ricovero coatto. No dico che per affrontare questo momento di sfascio di valori e di forme della vita sociale sommerse e spaccate da una ridefinizione dell’economia capitalista che volge al dominio su tutta la realtà umana da parte  della finanza, delle multinazionali e  di poche famiglie di supermiliardari occorre che chi per motivi umanitari o politici si oppone faccia gruppo, si dia un coordinamento, si ponga degli scopi altruistici. In una parola faccia propria l’evidenza che per combattere forze ostili organizzate, specializzate, amorali, dotate di enormi mezzi tecnici  e finanziari occorre far gruppo, creare una rete, diventare quello che si chiama un soggetto politico e sociale. Mille iniziative benefiche  separate le une alle altre non sono gruppo, non sono movimento, non sono trasformazione. Sono dei singoli che fanno cose simpatiche, divertenti, suggestive, magari perfino faticose. Ma singoli. Non quindi Mazinga Z che è una cosa unitaria ma tanti bulloni e viti che schizzano via in libertà. Prendo un fatto immaginario. La multinazionale XYZ in accordo con politicanti corrotti ha deciso di trasferire gli stabilimenti dalla provincia X allo provincia K che sta in un paese povero e governato da una dittatura e fa questo per non mettere agli stabilimenti i depuratori e pagare poche tasse. Chi ferma una cosa del genere che risulta essere un danno economico e un potenziale disastro ecologico? Il singolo?

Clara Agazzi: Vuoi dire che occorre creare qualcosa di simile ai vecchi partiti, strutture organizzate.

Franco: Non proprio. Occorre un senso diverso della cittadinanza. Occorre una popolazione che sia essa stessa responsabile e che sia in grado di stabilire la differenza fra ciò che è importante e ciò che non lo è e che se presa in giro o danneggiata dai grandi colossi finanziari o commerciali imponga dei politici capaci di stroncare i processi degenerativi. Occorre una tipologia di cittadino, o se si vuole di essere umano, che non è il consumatore. Certamente  il consumatore è nel suo piccolo un lavoratore specializzato, un tecnico, un detentore di un qualche sapere ma per certo esso non è quel soggetto che si mobilita per reagire alle forme perverse, pericolose e degenerative di questo modello di civiltà industriale.

Paolo Fantuzzi: Ma questo presuppone un riciclaggio, anzi una riqualificazione di milioni di esseri umani. Da consumatori a cittadini responsabili, questa è metamorfosi. Ma allora è vero che sei un mago, questo è un grande incantesimo, tu pensi in termini tali da credere possibile il cambiamento della realtà.

Franco: Io penso che nella vita sia ragionevole a un certo punto darsi uno scopo. Uno scopo vero, un disegno personale, uno scegliere un percorso di vita  e non il seguire come una pulce ammaestrata i modelli adulterati che passano nei programmi televisivi dove si vedono e si sentono le cose più strane e folli.




14 gennaio 2011

Il Fascista Immaginario


Le Tavole delle colpe di Madduwatta. Libro Secondo

Libro secondo

Il Fascista Immaginario

Breve scritto teatrale sulla disgregazione del vecchio mondo umano al tempo del ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti e dell’ennesimo governo Berlusconi; è l’ estate del 2003.

-          Lazzaro si prende una pausa, Sergio  osserva attento i suoi movimenti, le mani, il libro con il biglietto, il movimento degli occhi.

-          Lazzaro: Forza. Parli di forza. Ma quale? Guarda questo Belpaese per ciò che è davvero. Una pletora di anziani terrorizzati dall’idea di perdere la pensione, di finti docenti, di falsi profeti della politica, di apprendisti stregoni che vivono di pubbliche relazioni e di politica professionale. Tutti quanti campano al di sopra della realtà e dei propri mezzi grazie alle loro frodi, ai loro inganni, alle loro mistificazioni. No il potere è nelle mani della grande finanza, delle pochissime famiglie di miliardari in euro, dei generali stranieri che sono in relazione con i complessi militar-industriali dei loro imperi di riferimento, dei grandi burocrati, dei livelli alti della politica e della diplomazia. Questi sono i forti. Ceti sociali o se si vuole caste formate da minoranze piccolissime che sono al potere o ne controllano delle frazioni. Un messia politico che trascina il popolo dalla sua o è espressione di questi poteri oppure è morto o carcerato prima ancora d’iniziare. No non c’è nessun Messia o Redentore sul piano politico ed economico. C’è solo lo squallore di un mondo senescente pieno di paure e terrorizzato dall’idea di perdere quel poco che ha strappato con la frode, il lavoro, la disonestà alla malvagità del mondo e all’iniquo sistema sociale della Repubblica. La forza dell’Italia. Ma quale? Quella dei migranti poveri che lavorano per pochi euro l’ora, dei nuovi poveri, di quelli che s’arrangiano, delle famiglie con madre e padre con lavori saltuari e precari e le famiglie d’origine dissolte. Ma di che si parla? Oggi un turbine di anziani terrorizzati brama solo ed esclusivamente di divorare le residuali risorse pensionistiche e sociali con ingordigia ed egoismo ignoti a tutta la storia precedente di queste nostre sfortunate genti d’Italia. Mai è capitato che l’egoismo sociale degli anziani si sviluppasse al punto di determinare politiche così miopi, distruttive, disgregatrici della solidarietà fra generazioni. E’ evidente anche a un cretino che se intere generazioni svolgono lavori malpagati e saltuari non potranno dare i contributi pensionistici ad una massa di anziani bisognosi di cure sanitarie costose, di supporto sociale, di sussidi e ovviamente di pensioni. Quanto può dare un precario della Scuola, un assunto dal Comune per tre mesi, un  migrante che lavora in nero e senza permesso di soggiorno, un disoccupato  o uno sbandato.  Il disinteresse per noi, per coloro che vogliono insegnare, educare, costruire un Belpaese meno osceno, irreligioso, empio corrotto, degenerato ha una dimensione suicida. Forse c’è una pulsione di morte in Italia, una spinta interna che sta puntando alla dissoluzione dello Stato e alla rovina estrema del nostro popolo.

-          Sergio: Credi nelle stelle? Non è una presa in giro… Vedi io credo che sia vero che questo è un tempo di passaggio fra ere, fra modi d’essere umani qui nel pianeta azzurro.

-          Lazzaro: Cosa cerchi di dire? Sei uno di quelli che va dietro  la New Age e la teoria che stiamo entrando nell’Età dell’Acquario. Sei fuori di testa fino a questo punto?

-          Sergio: No. Credo in ciò che è reale e il reale muta, degenera, rinasce, si scompone  e ricompone per azione dell’uomo e della natura. Se sia una nuova Era che apre le porte a una nuova forma d’esistere della razza umana non lo so, e non lo posso sapere. Ma è evidente che i forti possono sopravvivere al male e  non c’è solo la forza del soldato o del poliziotto che si basa sulle armi. C’è l’intelligenza di chi conosce i fatti e sa cosa sia reale e cosa sia illusione, c’è la forza di chi ha fede e prega, la forza di chi vuol costruire e non distruggere. Forse alcuni nemici sono comuni. Ma tu dai un forte valore sociale e di ceto a quel che è una natura morale e antropologica. Ci sono umani che sono malvagi e nascono malvagi e vanno in alcuni momenti del corso storico messi in condizione di non nuocere con tutti i mezzi. Ordinariamente la loro funzione è di distruggere i deboli annientando e razziando le risorse economiche e disgregando la solidarietà fra simili per aumentare il caos, la paura, il disordine, la follia. Quando la misura è colma arriva poi la purificazione necessaria, legittima, santa. Quel che rimane una volta purificato è più forte, più saldo, più elevato. Il salto spirituale e antropologico di chi studia magia e astronomia è una realtà naturale, un fatto quotidiano, privato che ha una sua dimensione collettiva e perfino ecologica. Cambia la natura distruggendo le mutazioni naturali o indotte incapaci di relazionarsi al meccanismo complesso della vita sul pianeta azzurro; così è per gli esseri umani. Il meccanismo sociale e civile del capitalismo di questo terzo millennio è fatto per stroncare ogni forma di vita singola o associata che si riveli incapace di relazionarsi ad esso. E’ una macchina artificiale  che completa e rafforza il meccanismo di selezione naturale. Forse è più della natura è un nuovo Dio creato però dagli esseri umani per gli esseri umani. Per me è il segno che è possibile mutare con la forza la natura dell’umanità e dare ad essa una forma, un segno, una vita ordinata secondo una volontà dominate impersonale in grado di muovere forze collettive.

-          Lazzaro: Incredibile! Astrologia, New Age e Darwinismo sociale tutto mischiato assieme. Forse abbiamo dei nemici comuni, ma la confusione è tanta in questa stanza. Di tutti i fascisti che ho ascoltato finora tu sei il più strano, il più originale.




6 novembre 2010

Il Fascista Immaginario




Rivelazione magica

Il Fascista Immaginario


Breve scritto teatrale sulla disgregazione del vecchio mondo umano al tempo del ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti e dell’ennesimo governo Berlusconi; è l’ estate del 2003.

-          Sergio: Adesso è il momento di parlare del prezzo e di quel che dobbiamo dirci.

-          Lazzaro: Questo è giusto, ma aspetta con calma. Fammi accomodare su questa cattedra.

-          Sergio: Ti piace la cattedra sei uno strano tipo, il tipico rivoluzionario italiano che il ventisette passa di banca a ritirare la pensione o lo stipendio.

-          Lazzaro: Non tutti nascono Lenin o Marx, qualcuno deve pur fare cose ordinarie, organizzare, stare sul posto, limare l’utopia per creare il concreto; e perché no: tirare a campare e possibilmente bene.

-          Sergio: Voglio il nome  e il cognome di una ragazza, bionda, occhi blu, del collettivo, circa uno e ottanta. In cambio il nome del docente che è stato mio cliente e che sta col cuore a destra-destra e voterà come deve votare.

-          Lazzaro: Un attimo, bionda, occhi blu, alta ma nel collettivo non c’è nulla del genere… magari…

Aspetta. Fammi pensare. Cribbio! Forse ho capito!

-          Sergio: Cosa c‘è che non va, non si può fare?

-          Lazzaro: Non è una cosa semplice, non è di questo collettivo. Credo sia una di lettere, forse so chi è perché è gente allegra quella; di ceto medio-alto fa feste e filosofeggia. Certo questa storia è davvero curiosa, stento a crederci.

Lazzaro si accomoda in cattedra Sergio si avvicina al banco in piedi, distende le mani sul legno vecchio come per stirarsi ma in realtà è contratto, sta quasi sfidando Lazzaro.

-          Sergio: Non si può fare?

-          Lazzaro: La politica è la scienza dei numeri e del possibile e qualche volta anche dell’utopia e della rivoluzione. Fissiamo una regola un nome convenzionale per la ragazza e un nome convenzionale per il docente. 

-          Sergio: Il nome che scelgo di copertura è il “Cliente”

-          Lazzaro: Il nome che scelgo è “belle Hélène” abbreviato “Hèlenè”. E’ il titolo di una commedia francese che ho conosciuto e visto quando ho fatto l’Erasmus in Francia. Ora arriviamo al dunque come si fa.

-          Sergio: Potrei scrivere il nome del cliente a stampatello su un foglio piegato, ma io come  faccio a sapere se tu mi racconti il vero?

-          Lazzaro: Lo stesso vale per me!

-          Sergio: Dobbiamo conoscerci un po’ meglio. Parliamo di cartoni animati!

-          Lazzaro: Prego! Sei matto?

-          Sergio: Dimmi cosa guardi o ricordi dei cartoni animati visti in televisione durante l’infanzia e capirò che tipo sei.

-          Lazzaro: Capitan Harlock! Rigorosamente solo la  serie classica: quella contro Raflesia e non la SSX. Gli darei fuoco alla SSX

-          Sergio: Harlock? Serie Classica? Che cosa stranissima, tanti camerati vanno pazzi per la SSX. Ora che ci penso la classica non l’ho mai vista

-          Lazzaro: La tua serie! Prego!

-          Sergio: Lupin III, la prima serie quella diretta da Hayao Miyazaki; il resto dei cartoni di Lupin  lascia il tempo che trova. Roba di scarto.

-          Lazzaro: La tua serie è quella di un ladro gentiluomo?

-          Sergio: Lupin è un criminale che nove volte su dieci combatte contro poteri ancora più sanguinari, ladri e corrotti di lui; e poi è audace, forte, intelligente con seguaci fedeli e letali e non teme. Mi piace chi rischia tutto e forza le regole stabilite da gente peggiore di lui. In tutti gli esseri umani c’è un limite di sopportazione, quando la legge diventa arbitrio e vessazione dei pochi sui giusti scatta qualcosa e l’uomo si fa audace.

-          Lazzaro: La serie classica, a differenza della SSX che piace ai tuoi camerati per via dell’OAV “L’Arcadia della mia Giovinezza”, vede il pirata spaziale lottare contro gli alieni bellissimi, terribili e sanguinari che minacciano la Terra dall’esterno e combattere contro i poteri pseudo-democratici interni corrotti, dissoluti, imbelli, cialtroni, irresponsabili, criminali. L’eroe che combatte il nemico interno e quello esterno. L’eroe finto nel suo mondo a colori fa quello che il sottoscritto  in piccolissimo, senza seguaci pronti a tutto, senza corrazzata spaziale, senza armi dovrebbe far qui. Lottare contro un sistema che attende solo di essere rottamato e contro poteri che spingono verso la globalizzazione e la privatizzazione della vita e della guerra.

Lazzaro fa una pausa, i due si scrutano si osservano, cercano di capirsi dalla posizione del corpo e delle mani. Passa un minuto circa. Lazzaro si distende, Sergio anche.

-          Lazzaro: Ecco il dunque. Un ribelle di destra e un visionario di sinistra. Una coppia bene assortita nulla da eccepire. Chi ama il ladro gentiluomo perché ribelle e chi il pirata spaziale che lotta contro tutto e contro tutti in nome dei suoi ideali anarchistico-nicciani. Ma ho l’impressione che il pensiero nicciano non sia roba per te.

-          Sergio: Ho letto qualcosa per ispirarmi. Non ho mai fatto filosofia. So che era uno dei filosofi di riferimento del DUCE. Comunque è vero, non volo alto; del resto il mio lavoro extra ha delle caratteristiche per le quali non serve sapere i dettagli e i particolari piuttosto è utile creare l’atmosfera giusta e la suggestione del momento. La mia è immagine in movimento che rimanda a straordinarie illusioni come nelle sfilate di moda che si vedono in  televisione o negli schermi grandi delle pizzerie alla moda e nei bar per figli di papà e signorine ben vestite con servizi sessuali in vendita.

-          Lazzaro: Illusioni e cose concrete, i due estremi che creano il mondo umano  e la vita quotidiana. Allora dal momento che stiamo cominciando a conoscerci dimmi. Se io metto la soluzione in questo libro, tu che fai?

-          Lazzaro fruga nel portafoglio, prende un qualcosa simile a un cartoncino colorato e lo mette in mezzo a “La Fine del Lavoro”.

-          Sergio: Se è la soluzione che mi serve e placa il mio cuore e la mia curiosità allora ti sussurrerò quel nome. Ma devo essere assolutamente certo del fatto che tu non mi rifili un pacco.

-          Lazzaro: E sia! Se ci mettiamo d’accordo e saremo convinti delle buone intenzioni reciproche  scambieremo un libro per un sussurro.

-          Sergio: Per me va bene, l’affare può andar avanti; adesso troviamo l’accordo.




25 settembre 2010

Il Belpaese e la scuola Ignorata

opera di I. Nappini

Le Tavole delle colpe di Madduwatta
IL BELPAESE E LA  SCUOLA IGNORATA
Le vicende della scuola italiana non sembrano interessare alle  sedicenti classi dirigenti; si può dire che essa non è fra le priorità delle minoranze al potere e a onor del vero anche la popolazione adulta sembra nel complesso poco interessata alla scuola. Di solito sui giornali, in televisione, sulle riviste  si parla di scuola in caso di inizio dell’anno scolastico, alla fine dell’anno scolastico, e in caso di vicende di cronaca nera o giudiziaria. Quindi dal mio osservatorio sul balcone di casa osservo un mondo umano italiano  chiuso in se stesso e una scuola che interessa solo in casi estremi o in  scansioni temporali ben definite utili per la polemica politica o per il solito moralismo un tanto al chilo nell’ambito circoscritto del giornalismo italiano tendenzialmente fazioso e opaco. Potrebbe essere invece di generale e pubblica utilità capire come nella scuola cadono e ricadono importanti fenomeni sociali e di costume che riguardano i bambini e gli adolescenti; la vicenda scolastica nazionale nel suo quotidiano è la grande occasione mancata per una riflessione sul quotidiano banalissimo che non è affatto così semplice da decifrare. Presento ai lettori una citazione da un testo che può aiutare a capire quanto la scuola sia parte delle grandi trasformazioni culturali e sia a sua volta aggredita da fenomeni che assolutamente non le appartengono e che  non può e non sa controllare. Può esser utile osservare questa citazione che presenta una situazione tipica della scuola elementare ovvero la presenza dell’immaginario culturale nipponico veicolato dai cartoni animati che è tanta parte delle fantasie e dei giochi dei bambini e sul quale il disinteresse dei mass-media è assoluto. Leggo questo come la dimostrazione del profondo disprezzo per il futuro del Belpaese e per le  nuove generazioni incluse da parte del sistema. 


Giuseppa Cappuccio, Cartoni animati a scuola, Città Aperta Edizioni, Troina, 2008
“I cartoni animati possono essere considerati un evento socio-culturale degli ultimi trent’anni; un evento che ha come palcoscenico il sofisticato apparato mondiale dei media e che ha permesso un incontro tra gli assetti culturali e mediatici della civiltà occidentale e gli scenari della cultura orientale contemporanea. Come già sottolineato più volte, i cartoni animati sono considerati spesso come un prodotto per bambini; in realtà essi oggi, si rivolgono all’intera famiglia, diventando anche uno spettacolo utile per riunire e commentare vicende spesso intrise di una morale particolare. E’ troppo semplicistico etichettare i cartoni animati come necessariamente divertenti e adatti ai bambini solo perché disegni animati; anche se negli anni i cartoni hanno modificato struttura e genere di storia, la loro capacità di coinvolgimento dei bambini rimane tutt’ora sottovalutata. L’applicazione delle regole del buon senso alla valutazione della adeguatezza, per fasce d’età, di un cartone animato non è di per sé errata ma può non bastare la complessità della problematica. E’ fondamentale, quindi, che insegnanti e genitori acquisiscano le competenze necessarie per poter scegliere cartoni animati adeguati allo sviluppo cognitivo, affettivo e relazionale dei bambini. ” pp.31-32


IANA per FuturoIeri





13 giugno 2010

Note italiane su Urusei Yatsura

De Reditu Suo - Terzo Libro

Note italiane su Urusei Yatsura

Urusei Yatsura Altro non è che il famosissimo cartone animato di Lamù. Quello che lo rendeva straordinario ai suoi tempi era la sintesi fra ironia, comicità grottesca, fantascienza e trama da telenovela sui fidanzamenti adolescenziali. Adesso che è passato più di un ventennio dalla prima messa in onda in Italia (1983) e che son passati trentun anni dalla sua prima edizione in fumetto si può prendere questa cosa singolare e straordinaria con intenti analitici. Occorre dire e ribadire che mi ha colpito negativamente osservare la ristampa della serie nelle edicole con la dicitura “consigliato a un pubblico adulto”, ho visto quelle puntate quando frequentavo la quinta elementare! Le cose sono due o  l’Italia era impazzita nel 1983 oppure è impazzita oggi. Credo proprio che qualcosa si sia rotto oggi a livello di buonsenso e non ventisette anni fa. L’altra nota è la dimensione ludica con cui si racconta una bizzarra storia d’amore in un contesto grottesco di un Giappone che convive con la presenza aliena.  Questa leggerezza, questa dimensione amabile la considero la componente più interessante dell’assemblaggio narrativo della serie, parlare di cose anche difficili da rappresentare con una semplicità quasi disarmante. Il personaggio maschile il giovane Ataru è forse la rappresentazione più crudele e nello stesso tempo bonaria di una condizione adolescenziale nei paesi post-industriali e culturalmente e scientificamente sviluppati: da un lato la società sembra eccitare ogni passione e ogni vanità e dall’altro non dà alla gioventù un suo rito d’iniziazione, una collocazione morale e civile diversa da quella dell’inclusione del soggetto in qualche fascia di consumatori a seconda dei denari che possiede. Ataru è un personaggio universale in questi anni di finto benessere. I  suoi problemi sono nella loro intima natura di alienazione e frustrazione condivisi da milioni di liceali e adolescenti.  Forse a ben vedere se Lamù fosse stata nel  cartone animato accompagnata da un damerino o da un atleta olimpionico la serie avrebbe perso tanta parte della sua capacità di coinvolgere lo spettatore. Concludo queste brevi note riportando osservazione che ho fatto mentre ero dal giornalaio sottocasa.  Ho osservato che il dvd di Zambot 3,  che presenta massacri e stragi di umani da parte degli alieni malvagi,  non aveva la dicitura – consigliato per un pubblico adulto –  ho pensato e devo aver detto più o meno questo:”oggi in Italia inquieta di più  un cartone animato che parla di fidanzati che vengono da lontano  che non una strage aliena con tanto di umani fatti esplodere”.

IANA per FuturoIeri




9 gennaio 2010

Aspettando i nuovi miracoli





De Reditu Suo

Aspettando i nuovi miracoli

Quanto tempo ci vuole perché le sciagurate genti del Belpaese intendano che il secolo vecchio è finito, non è bastato nemmeno cambiar millennio per far intendere che ciò che è stato prima sta tramontando. Il Belpaese si nasconde dietro una cortina d’illusioni e di pietose finzioni, a giro c’è talmente tanta nostalgia del trapassato da dar spago a quanti ricordano il Craxi con nostalgia. Ciò che è morto non torna dai regni delle ombre e della notte. Quel che si decompone nelle tombe non è destinato a tornare in vita. Quest’affermazione, ovviamente, non vale per chi ha una fede così forte da prendere in considerazione la resurrezione dei corpi alla fine dei tempi. In quel caso la questione non è politica o morale ma di carattere religioso o filosofico.  Mentre le disperse genti d’Italia scrutano il futuro cercando le tracce di nuovi miracoli e atti straordinari io mi ritrovo da solo a considerare il passato per comprendere qualcosa del futuro e di questo indecoroso presente. Aspetto da anni l’ennesima abiura italiana, l’ennesima rimozione collettiva, l’ennesima maledizione. Tutto è finito piuttosto male nella penisola, non c’è stato un solo regime politico del passato recente o remoto che non sia stato in qualche misura aspramente criticato o maledetto. Non credo che questo quando arriverà la sua fine questa Seconda Repubblica farà eccezione. Mi vien fatto in questi giorni di portar avanti una considerazione non da poco: quanto ha spostato il fumetto e la satira italiana in Italia e quanto al contrario il fumetto e l’animazione giapponese in Italia negli ultimi trent’anni? Credo che fra i miracoli della prima e della seconda repubblica sia presente quello negativo di aver disperso le forze culturali e civili del Belpaese che potevano associare alcuni elementi della cultura popolare alla contemporanea civiltà industriale. La mia generazione che ha subito l’influenza dei fumetti e dei cartoni animati giapponesi si è vista passare davanti allo schermo un mondo fantastico “made in Japan” proiettato perlopiù verso il futuro con robot, capitani e piloti coraggiosi, alieni, aliene, astronavi spaziali, eroi in tute futuristiche e affini.  L’Italia, tranne qualche pugno di eroi fra i quali il grande Magnus, nella sua dimensione fumettistica e d’animazione era volta perlopiù verso il passato con eroi come Tex o Mister No o verso l’inserimento del fumetto nella vicenda politica attraverso la satira di parte; e satira di parte il che voleva dire allora comunista o in generale di sinistra. Il miracolo italiano che si è prodotto è stata la concessione dell’immaginario infantile e pre-adolescenziale orientato al futuro alla potenza culturale nipponica in strana intesa con le produzioni statunitensi; ancora una volta la distanza fra cultura alta elitaria italiana e la maggior parte della popolazione ha disarticolato le possibilità di leggere un possibile futuro o di sognarlo. Parto da questa constatazione che può sembrare poco sobria per considerare che in fin dei conti in questa materia del pensare il futuro anche in termini fantastici e artistici è opportuno che si verifichi un miracolo. Le disperse genti d’Italia devono ritrovare a capacità di pensare se stesse e di guardare oltre il dato immediato del qui e ora, altrimenti la prima innovazione asiatica o statunitense ci coglierà di sorpresa e l’immagine del nostro possibile futuro apparterrà ad altri e non sarà espressione del Belpaese e di un suo eventuale contributo originale.

IANA per FuturoIeri




31 ottobre 2009

Ancora una volta su Capitan Harlock

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Ancora una volta su Capitan Harlock

Gli anni passano, il 1979 è molto lontano e scrivere della serie classica di capitan Harlock è anche fare una fuga nell’infanzia e nel trapassato remoto.

Eppure il 28 ottobre 2009 a breve scadenza dal trentesimo ho letto quest'intervista su Tiscali, in prima pagina, l’oggetto era una scrittrice italiana che aveva pubblicato un saggio su Capitan Harlock. Devo dar ragione a quanti mi hanno fatto osservare che certi miei scritti sull’argomento avevano capito l'importanza della cosa. Mi chiedo però cosa resta di quel passato che è morto e viene evocato qui e ora come se l’eroe disegnato dal maestro Leiji Matsumoto fosse un campione immaginario, una possibilità d'eroismo e di vita mentre era ed è finzione.
Credo che quella serie ormai nota come classica, i 42 episodi contro Raflesia sono quelli che contano, sia riuscita a fare, incredibile a dirsi, il salto oltre la sua stessa ombra. Il prodotto commerciale della civiltà industriale come pinocchio si è trasformato, la merce si è fatta arte, il legno è diventato carne e sangue.
Temo che vedrò pochi di questi miracoli, forse ho assistito, e questo è un grande privilegio, a  qualcosa di raro e prezioso.

In questi anni difficili, e a tratti disperati, è certissima l’esigenza di miti eroici un po’ più sobri e psicologicamente complessi di quelli ordinariamente confezionati dall’industria dell’intrattenimento. Gli eroi di oggi sono fin troppo figli dei videogames e troppo spesso sono dei macellai con la spada più potente o dal pugno devastante, o con la magia che fa l’esplosione più grande. Molto spesso  sono eccessivi nei dialoghi o con ambientazioni grottesche o esasperate, oppure si tratta di personaggi adolescenziali, fin troppo adolescenziali, al punto da sembrare infantili nella loro ingenuità. Questa mia affermazione è volutamente provocatoria e invito i miei pochi lettori a farsi la loro opinione personale.  Ritengo che quando il prodotto commerciale dell’industria dell’intrattenimento non si pone altri scopi che un facile successo di mercato cade fatalmente nel banale e nel ripetitivo. La finzione che simula qualcosa che ha a che fare con la vita e l’arte deve porsi il problema di superare i limiti dell’ovvio e stupire l’intelligenza e non solo suscitare facili emozioni.

Chi scrive è persuaso che i fumetti e i cartoni animati siano una forma d’arte, del resto non si capisce perché negare a un professionista che crea centinaia di tavole ciò che si attribuisce volentieri a uno scenografo o a un pittore. L’arte ha la sua autonomia, purtroppo oggi la civiltà industriale non accetta che vi siano realtà culturali o spirituali altre e diverse da essa.

Questo il titolo di Tiscali: Capitan Harlock, storia di un eroe molto anticonformista, A trent'anni dall'arrivo in Italia del cartone animato, Elena Romanello presenta il libro: Capitan Harlock. Avventure ai confini dell'Universo.

IANA per FuturoIeri




29 giugno 2009

Ripensando ai miti perduti

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ripensando ai miti perduti

 

Penso spesso ultimamente al remoto passato, agli anni della mia infanzia a cavallo fra la seconda metà degli anni settanta e i primi anni ottanta.

Ripenso a quella società lì, ormai defunta e sepolta nelle sue ragioni e nella sua socialità e osservo una cosa fra le altre. Il mondo degli eroi del piccolo schermo era già segnato profondamente, e per fortuna, dai cartoni animati giapponesi. Si trattava di una massa informe di piccoli e grandi eroi sia che fossero piloti di formula, pirati spaziali come capitan Harlock, ladri impuniti come Lupin III, eroi come i piloti di Mazinga e Goldrake, Jeeg Robot, Daitarn. Quello che è diverso oggi è la dimensione pervasiva della macchina dell’intrattenimento, non si tratta più della vendita delle figurine Panini o di qualche giocattolo in plastica, magari allora fatto a Taiwan, oggi è entrata in gioco la macchina della realtà virtuale, per essere più precisi dei videogiochi. In breve alla serie televisiva oggi s’accompagna il gioco di carte collezionabili, il videogioco, l’oggetto costoso, il gadget, e talvolta il fumetto giapponese tradotto. Nella mia infanzia questo accompagnamento di una serie televisiva di successo non era così pervasivo e invadente,  qui c’è qualcosa che va oltre il giocare con degli oggetti in plastica che ricordano le cose viste nel piccolo schermo, il videogioco di oggi porta direttamente sul piano dell’azione, il rapporto è con la console e non con l’estro della fantasia. In altre parole avere la possibilità di combattere ad esempio con il personaggio della serie dei “Cavalieri dello Zodiaco” per mezzo di una console non comporta una rielaborazione personale del tipo: prendo i giochi che servono, li uso, prendo l’oggetto che rappresenta il  personaggio, m’invento la sua storia. Mi ricordo di aver ai miei tempi creato delle vere e proprie storie con i soldatini della Seconda Guerra Mondiale, delle specie di operazioni militari; di aver usato i pezzi del lego per fare le battaglie le più strane o di aver fatto interagire i Playmobil con il castello dei “Masters of the Universe”. Che non sono la stessa cosa. Questo ricorrere  al supporto del computer può non essere necessariamente un male in questi tempi di terza rivoluzione industriale, il rapporto fra essere umano e macchina e “intelligenza artificiale” finisce con essere un dato banale, quotidiano. Quello che è diverso è che l’eroe di una storia, più o meno moralmente pulito che sia, non è più un eroe di un racconto ma un prodotto commerciale, una cosa che serve a segnare i punti sul monitor della  Playstation, una roba protetta dal Copyright. I miei miti del tempo che fu erano “illusioni”della televisione di allora mentre questi attuali sono, tendenzialmente, prodotti commerciali accompagnati da un sapere del tutto nuovo di marketing per l’infanzia e l’adolescenza.

Gli eroi oggi non fanno più gli eroi, e forse non è un caso che sistematicamente certe vecchie serie di cartoni animati giapponesi, l’ultimo caso è quello della fortunata serie di Yattamen  nel marzo 2009, siano diventati dei film. 

Questa Italia è proprio lontana dagli Dei e dagli Eroi, non è la sola purtroppo.

 

IANA per FuturoIeri

 




24 maggio 2009

Quel che resta di un mondo umano umano in rovina

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Quel che resta di un mondo umano in rovine…

Il Belpaese è ormai irriconoscibile, lontanissimo da quel che ho conosciuto nella mia infanzia. Non perché siano spariti i monumenti o perché qualche genio malvagio si sia messo a mettere a ferro e fuoco musei e parchi pubblici ma perché la popolazione è cambiata, è diversa psicologicamente e anche fisicamente. L’Italia di prima con il suo moralismo, con la sua vitalità, con le sue ridicole certezze è lontana, persa nella memoria e nel tempo che fu. Di quel mondo rimangono le rovine, perfino le vecchie serie televisive dei cartoni animati giapponesi degli anni settanta sono l’occasione per lontani ricordi o per il manifestarsi di un collezionismo nostalgico all’insegna del come eravamo. Questa dimensione del collezionismo e del ricordo di come eravamo la leggo come l’ennesima evidenza di una trasformazione della società italiana che è stata rapidissima negli ultimi trent’anni, talmente rapida da ridefinire la dimensione dell’italianità su nuove basi e su nuovi problemi. La penisola oggi è popolata da esseri umani molto diversi da quelli che l’abitavano nel 1979 e non per la presenza di milioni d’immigrati o per l’uso intensivo di internet ma perché ciò che era creduto prima ed era parte di un modello di vita e pensiero riconosciuto e onorato oggi è morto. Delle troppe ridicole e presuntuose certezze del passato, delle trasposizioni e interpretazioni all’italiana delle grandi speranze e ideologie o dei miti del successo e del potere di allora non è rimasta altro che la puzza. Il passato è un mondo in rovine dal quale l’essere umano cerca di recuperare questo o quello a seconda della sua sensibilità. Non una storia unitaria quindi ma tanti frammenti sparsi che raccontano il tempo che fu. Magari il proprio tempo. Cosa resta del  mondo di prima? Credo solo rovine, detriti, rottami dove la politica e la cattiva pubblicità cercano delle suggestioni per impressionare il loro pubblico e manipolarlo. Il mondo di oggi al contrario è pieno di dubbi, di questioni aperte, di cose non dette. In particolare questa contemporaneità poggia su una contraddizione spaventosa: si ha fede in una crescita infinita entro i limiti di un pianeta azzurro che ha ampie risorse finite. Crescita infinita e risorse finite, questa è la dirompente contraddizione globale di cui nel Belpaese non si ha percezione. L’essere italiani è oggi un vivere giorno per giorno, una fare cose come compiuta, uno sbarcare il lunario, un tirare a campare, accendere ceri e aspettare miracoli. Anche avendo una stima molto bassa delle nostre genti credo che sia giusto considerare come questa fuga nel passato, nella paura, nella rassegnazione, nella lotteria dei miracoli più o meno sacri, sia una cattiva prova delle genti del Belpaese. Questo disordine vile è come una tenebra che uccide il coraggio, come un gas venefico e oscuro che ha corrotto la terra e ucciso i viventi.

La civiltà italiana tornerà ad essere una volta che questo funesto periodo di scelleratezza e disordine mentale sarà superato.

Potrebbe non bastare tutta la mia vita per vedere quel momento.

IANA per FuturoIeri



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