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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


5 settembre 2009

Il tempo defunto

La valigia dei sogni e delle illusioni

Il tempo defunto

Non riesco ad abituarmi all’idea che il mio piccolo mondo, la vecchia Italia della mia infanzia sia stata stritolata e sostituita da questa massa informe di singoli con problemi, da questo ripostiglio confuso pieno d’ideologie morte, di putrefazione d’ideali, di rimpianti spesso assurdi e amarezze. Ciò che era il mio passato è morto. Devo dire che il mio passato furono gli ultimi anni settanta e i primi anni ottanta perché quella è cronologicamente la mia infanzia, Dopo venticinque anni tutto ciò che era a livello di certezze, rapporti umani, vita quotidiana è cessato, è silente come una lapide. Intanto mentre osservo ciò che non è più questa crisi tremenda e distruttiva prepara molto probabilmente qualcosa di nuovo, apre le porte a un mondo umano che sta uscendo dalla terza rivoluzione industriale, o la sta integrando con nuove tipologie di rapporti umani, con l’integrazione fra gli umani e la realtà virtuale.

Il rapporto fra uomo e i suoi strumenti esiste dai tempi della preistoria quando degli esseri che in qualche modo possiamo individuare come remotissimi antenati costruirono i loro strumenti per le attività di caccia e raccolta. Stavolta è diverso perché il rapporto con la macchina di oggi è un rapporto con l’intelligenza artificiale e con la realtà virtuale; oggi l’artificiale indirizza l’educazione e la cultura: con i film, con le foto, con la capacità che ha internet di rendere disponibili miliardi di dati e informazioni, con le migliaia d’immagini che un singolo vede nell’arco di una giornata, e ovviamente sul posto di lavoro. Inoltre lo strumento tecnologico è anche il tramite e la forma dell’informazione e delle telecomunicazioni. Questa nuova civiltà ha almeno due caratteristiche ben visibili oggi: la prima è l’individualismo, l’essere umano è tendenzialmente solo e perlopiù ha un lavoro precario o è in una condizione di sofferenza per un qualche motivo, l’altro è la dimensione dello spettacolare che invade ogni aspetto della realtà, e in particolare la politica che diventa lo spazio privilegiato della finzione. Forse questo è solo un periodo lungo di transizione verso un nuovo che si sta formando, del resto se così fosse le innumerevoli sofferenze di questi anni avrebbero un qualche senso, farebbero parte di qualcosa che spinge verso una direzione. Temo che così non sia. Probabilmente non c’è nessun progetto, nessuna direzione. Le piccolissime minoranze di miliardari straricchi che esercitano il loro potere su sei miliardi di esseri umani semplicemente non hanno nessuno scopo che sia diverso dal mantenimento del loro potere, dal suo accrescimento o se le cose si mettono, male dalla difesa ad oltranza del medesimo. Questo è coerente con la natura intima del capitalismo e del suo strumento: il denaro. Il capitalismo non è una religione, non è un Dio, almeno che degli umani non arrivino al punto d’adorare i soldi, non è un partito o un movimento politico e neanche una scienza filantropica. Il Capitalismo è un sistema che aumenta la potenza delle capacità industriali e tecnologiche a scapito delle risorse ambientali e degli umani che vengono sfruttati, è il mezzo con il quale il denaro si moltiplica, è uno strumento di potere per il potere e come tale non ha altro fine che non sia se stesso. Il sistema deve creare e distruggere, è la sua forza il demolire per ricostruire. In questa sua ragione vedo lo sgretolamento del remoto passato che ho vissuto, quel mondo di prima è stato tolto pezzo per pezzo e poi sostituito, e non parlo solo d’arredi urbani o di oggetti o strumenti; è cambiata proprio la “gente”. Il nuovo ha portato nuovi modi di vivere e di stare al mondo, il rapporto stesso con il reale è cambiato. Ora che è defunto quel tempo mi suscita un sentimento di rispetto che non gli avevo mai attribuito prima.

IANA per FuturoIeri

 




28 aprile 2009

Controllare tutto, controllare un bel nulla!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Controllare tutto, controllare un bel nulla!

Questa nuova mania del controllo, del vigilare intasando le città nostrane di telecamere, di poliziotti privati antitaccheggio, di ronde più o meno politicizzate rivela una paura di fondo del potere politico e dei ceti dominanti che legano le loro fortune materiali e patrimoniali al sistema di potere ad oggi vigente. Controllare, reprime, investigare, dominare su un territorio sempre meno controllato, in mutazione continua, in perenne stato d’alterazione. Tutto cambia, il potere economico e politico dovrebbe accettare il fatto di dover cambiare uomini, mezzi e riti.  Di dover costruire i suoi poteri e i suoi valori da contrapporre a quelli dominanti che sono pubblicitari e finanziari. Il potere politico ha esaurito da tempo la sua capacità di dominio sulle persone per mezzo delle suggestioni ideologiche, le grandi narrazioni sui massimi sistemi e i grandi destini si sono lentamente dissolte. Alla dissoluzione del suo futuro si è sostituito un generico senso di fedeltà ai modelli pubblicitari e di senso comune dominanti, I ceti sociali che vivono di politica hanno sostituito la grande filosofia e l’economia politica con i consigli per gli acquisti e con le campagne pubblicitarie organizzate e portate avanti da esperti al soldo. Non ci vuole molto per capire che i mezzi della pubblicità commerciale hanno finito per dominare l’immagine della politica, il mezzo è diventato il fine; della politica i molti vedono l’aspetto della propaganda commerciale, i manifesti, gli slogan, le frasi fatte, i discorsi fatti per i giornalisti della televisione che si risolvono fra i venti e i trenta secondi di trasmissione televisiva.  Se poi osserviamo l’aspetto critico verso la società e il sistema vigente di produzione e consumo si osserva che l’aspetto critico oggi ricade su soggetti eccentrici, comici, giornalisti atipici  e artisti; ossia la riflessione sul presente è affidata a soggetti marginali e non deputati a far questo. E’ un fatto che Caparezza ha recentemente fatto uno spettacolo di grande richiamo nel quale prende in giro ferocemente: le Grandi Opere, i VIP, la politica, la criminalità organizzata , e molto altro ancora. Caparezza è un cantautore di successo che mischia sonorità rap alla tradizione musicale pugliese e classica. In un paese normale personaggi come lui non dovrebbero essere centrali nella critica del sistema , eppure...

 La politica sta scappando dalle sue responsabilità, in pratica interi ceti sociali vivono di essa e sopra essa e non hanno idea della sua intima essenza. La politica degli ultimi quindici anni di Seconda Repubblica è una gestione a mezzadria con i poteri finanziari e criminali da parte di mediatori sociali, più o meno abili, che gestiscono, più o meno rozzamente, il consenso politico di quelle masse di cittadini che riescono a raggiungere. Il controllo del territorio che ritorno ossessivo nel discorso politico lo percepisco da una parte come volontà di cavalcare le paure del signor Mario Rossi, dall’altro nell’incapacità dei poteri politici di vedere la realtà del Belpaese con gli occhi e le prospettive dei cittadini che non sono parte di minoranze al potere. Inoltre nessuno mi ha spiegato come integrare, o convivere, con i milioni di nuovi “ italiani” che catapultati da noi da tutti e cinque i continenti qui vivono, mettono famiglia e, secondo logica, non vogliono più andarsene.

IANA per FuturoIeri




25 aprile 2009

Ma la politica?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ma la politica?

Quelle grandi questioni, quelle domande fondamentali che agli inizi della Prima Repubblica erano parte della cultura politica e della vita sono di fatto un terreno affrontato da  chi vive di satira, d’arte, di musica. Mi riferisco alla critica della vita quotidiana, sociale e politica che traspare dalle opere di Caparezza, dall’impegno politico di Beppe Grillo, dalle vignette di Vauro, dalle imitazioni di Sabina Guzzanti. L’opposizione dura e graffiante, dissacrante e tenace sembra ormai il terreno di artisti a metà strada fra l’apparizione televisiva e l’impegno politico, ammirati e stimati da un pubblico loro di fedelissimi. Ma la politica, quella per la quale i cittadini di questa Repubblica pagano cifre enormi dove è finita? Non è forse compito del potere politico entrare in relazione con i problemi del quotidiano, osservare la montagna del potere dal basso e dall’alto per capire gli elementi di rottura, i pericoli, i percorsi difficili; comprendere quanto un sistema rischia di essere travolto dal discredito, dal disprezzo, dalla diffidenza, dai nemici che si moltiplicano e dalla diserzione di alleati e sodali. Eppure se si mettono assieme le sole opere recenti di questi artisti, e non ci sono solo loro, emerge un Belpaese che non è in grado di star in piedi sulle sue gambe, disgregato al punto da non poter essere più visto nella sua interezza tanto è diviso moralmente, politicamente ed economicamente.  Di che si occupa oggi la politica?

Certamente non della realtà e della banalità di un vissuto quotidiano delle diverse genti del Belpaese, non delle minute difficoltà del signor Mario Rossi, non delle molteplici inquietudini che prendono alla gola milioni d’italiani che in questi anni si sono impoveriti o che semplicemente vedono il loro piccolo mondo mutato oltre ogni più fantasiosa previsione. L’impressione generale è che la politica italiana ai grandi livelli parli di se stessa e ragioni delle sue questioni interne, sia lontana dai cittadini e dalla vita banale perché essa è collocata in un limbo di privilegio, in una condizione sociale straordinaria. Alla fine l’apparenza del potere politico crea i suoi riti e le sue ragioni e cerca di mascherare la realtà concretissima di un paese in sofferenza in qualcosa che somiglia al Belpaese, in una mascherata permanente, in una finzione che vorrebbe essere collettiva ma in realtà è solo la recita grottesca orchestrata da esperti di pubblicità, di giornalismo e di pubbliche relazioni perlopiù prestati alla politica ma in verità a libro paga dei veri poteri che sono finanziari. Come dimostrano gli ultimi anni della vita di Montanelli l’editore che paga conta più del direttore del suo giornale. La finzione, la grande recita ha un suo limite: l’impatto con questo mondo reale e concreto; prima o poi quella realtà volutamente ignorata o mascherata , edulcorata o colorata si riprende la sua dura rivincita e presenta il suo conto. Per tutti. A tutti!

 IANA per FuturoIeri




7 novembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 13

Dove si trova la mia gente?

Il Belpaese è talmente cambiato nel corso degli ultimi trent’anni da essere irriconoscibile, non trovo più le tracce del passato che ho conosciuto durante la mia infanzia, le tracce del tempo che fu sembrano dissolte, sprofondate nella terra. Questo paese è qualcosa di diverso, solo la persistenza di qualche caricaturale mito politico, di qualche ricordo di anni trapassati, di qualche gruppo aggrappato alle certezze del passato più per disperazione che per fede mi ricorda che vivo nel grande stivale d’Europa. Forse è tempo di prendere seriamente in considerazione il fatto che se le cose continuano così il centro del potere mondiale si sposterà verso l’Asia, verso la Russia, la Cina, l’India e forse, il Giappone. A questo punto occorre chiedersi cosa vuol fare il Belpaese davanti a una simile mutazione, è tempo di trovare le ragioni di una nostra civiltà, di una nostra identità culturale. In breve deve prevalere l’idea che la cultura e l’identità non sono problemi sociali da mettere in conto ad una scuola pubblica con i bilanci ridotti all’osso e gli organici da sfoltire, ma una necessità vitale quotidiana se si vuole che questo Belpaese abbia un futuro suo e non la volontà imposta da qualche protettore straniero o da qualche cricca di finanzieri. L’identità non può essere un casino frutto del mettere assieme le forme residuali dei troppi miti perduti di questa Nazione attaccata all’Europa ma pur sempre troppo vicina all’Africa. Occorre costruire come italiani un paese così grande da poter accogliere tutte le differenze che abbiamo al nostro interno perché la grande sfida interna non ha a che fare con i mercati finanziari alla canna del gas o le nuove scelleratissime guerre ma con il fatto che ormai gli italiani non sono più soli nel loro paese. Negli ultimi tre decenni decine di comunità straniere si sono ritrovate nel nostro paese e ormai ci sono stranieri di seconda generazione nati qui, e presto arriverrano quelli di terza. Questa vittoria di Obama farà senza dubbio risaltare il problema di un paese troppo vecchio, impaurito e con poca o nulla mobilità sociale, incapace di assicurare a queste comunità come ai milioni di italiani poveri un futuro degno, una prospettiva credibile e decente. Nella terra del gigante Nord-Americano qualcosa è cambiato e questo cambiamento arriverà fin qui. Quello che può mettere assieme tante differenze non può essere l’allucinazione della ricchezza o della paura, cupidigia e odio tendono a distruggere non a costruire; una civiltà italiana deve iniziare a formarsi o questo paese sarà fin troppo stretto e corto per le differenze che lo popolano.

IANA per FuturoIeri




29 luglio 2008

NEL BELPAESE

Questo paese a forma di stivale è oggi alle prese con una crisi dell’economia mondiale dirompente. Per ora i provvedimenti più forti presi dal governo sono diretti contro i precari e contro il presunto cattivo lavoro degli statali. Gli uni aggrediti da un precariato senza futuro, gli altri trattati in blocco come problema sociale e come soggetti dei quali si deve verificare onestà e produttività. Va da sé che si tratta di un gioco delle parti. Chi difende e chi offende, chi vuole incendiare e chi fa il pompiere, chi impone e chi tratta. Così va il Belpaese, ma questo carnevale delle maschere tristi ha davanti a sé una crisi econmica che minaccia di essere tremenda, essa cade in un sistema Italia fragile e provato, ai limiti delle risorse umane e strutturali. Questo paese forte contro i deboli e debole con i forti come affronterà il peggio di questa crisi. Cercherà di scaricare delle colpe immaginarie su zingari ed extracomunitari e sui fannulloni degli uffici pubblici? E poi? E dopo? Se le cose andranno davvero male e le banche statunitensi in sofferenza trasmetteranno la crisi a tutto il mondo. Con chi se la prenderà il governo? Con i marziani? Con gli alieni della galassia di Andromeda?

Questa crisi è più di una crisi: è una strage delle illusioni, è la rivelazione della totale umanità e provvisorietà di quel culto del Dio-denaro che ha improntato di sé la realtà italiana dalla metà degli anni ottanta a oggi. Oggi quel Dio-denaro si è rivelato per ciò che è sempre stato un idolo, un feticcio che ha preteso vera adorazione e culto devoto. La crisi spero porti il buon consiglio dell’abiura di questo culto pagano, ma so che così non sarà. La civiltà industriale esige di produrre falsi idoli per una sua necessità di mascherare i limiti, per non rivelare la dubbia legittimità dei poteri che genera. I cambiamenti generati dagli sviluppi dell’economia e dell’industria creano fortune nuove e innalzano nuovi poteri di carattere finanziario che si traducono in potere politico. Questo potere che si rinnova si rigenera sulla demolizione parziale dei vecchi poteri, l’ascesa del nuovo si colloca in un contesto che non ha bisogno delle antiche consacrazioni per diventare potere legittimo. Non ne ha bisogno. Il potere che si dà è giusto in quanto tale e non chiede di essere riconosciuto come vero se non dalla sua capacità di produrre e distribuire ricchezza. Il culto del Dio-denaro con i VIP, le ville, le barche e le feste era la favola per le plebi, quello che conta è la nudità del potere in quanto tale e il suo decidere per la vita degli altri, la sua capacità di trasformare il mondo, di predare le risorse planetarie e di trasformarle, di controllare le sue interpretazioni e le sue relazioni, anche con la guerra. Molti nel Belpaese vivono questa realtà della civiltà industriale come se fosse la favola di Biancaneve e, more solito, aspettano un principe azzurro che salvi la sua amata dai malvagi della favoletta. La civiltà industriale è brutale e semplice. Essa vive di continue rivoluzioni e trasformazioni. Ne ha bisogno, è nella sua intima natura demolire il mondo per ricostruirlo in via provvisoria, in attesa di nuove demolizioni e di nuove trasformazioni e di relativi massacri culturali e sociali. In questa opera di distruzione creativa riposa tanta parte delle vite della stragrande maggioranza degli italiani. Ci vuole coraggio per vedere la nudità di questa civiltà industriale, forse per questo molti si ostinano a credere nelle favole, anche in quelle che racconta la politica nostrana.

IANA per Futuroieri

http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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