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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


16 febbraio 2015

Riedizione di una sintesi

L’Italia e la ricostruzione della memoria pubblica
DI I. Nappini

Alcuni anni fa avviai una riflessione sulla costruzione dell’identità italiana. Oggi in tempi di crisi del sistema di produzione e consumo In Europa e negli USA e di guerre non più episodiche ma integrate nel sistema finanziario e dei complessi militar-industriali delle grandi potenze a vocazione imperiale emerge la fragilità politica e di sistema del Belpaese.
Questo ripubblicazione vuole dare un contributo di pensiero intorno alla questione della complessità dei processi che definiscono la memoria pubblica e l’appartenenza di un privato a una comunità umana. Presento qui uno schema storico.

1861 - Il Risorgimento
L’avventura dell’Italia Unita si apre a grandi speranze di gusto romantico per via della presenza di grandi eroi ottocenteschi come Mazzini e Garibaldi. Il Regno Unitario che si costituisce, e che è privo di alcune regioni del nord-est, si presenta come un nuovo Stato Nazionale su cui sono collocate molte speranze non solo italiane.

1861 - 1876 La destra Storica al potere
L’Italia passa dalla poesia alla Prosa, al posto dei grandi ideali – la poesia- emerge l’evidenza di un Risorgimento tormentato e contrastato, di una Nazione giovane con grandi masse popolari e contadine povere e poverissime, di classi dirigenti insensibili alle sofferenze quotidiane dei loro amministrati e di un popolo italiano tutto da costruire e da istruire. Intanto il brigantaggio è represso con estrema durezza e grande è la distanza fra la  maggioranza degli italiani e le minoranze al potere di estrazione sociale aristocratica o borghese.

1876 - 1887 La Sinistra Storica
La sinistra storica constatando la distanza enorme fra paese legale e paese reale, fra sudditi del Regno d’Italia e la minoranza di ricchi e di nobili che di fatto governa il paese e ha i diritti politici cerca di avvicinare le masse popolari con riforme sociali ed edificando monumenti agli eroi del Risorgimento e attuando titolazioni patriottiche di piazze e vie. Intanto l’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo si presenta come un fenomeno inedito che coinvolge milioni d’Italiani. Tuttavia per la prima volta la minoranza al potere si pone il problema di nazionalizzare e istruire le masse che costituiscono il popolo italiano.

1887 - 1896 L’età Crispina
L’età Crispina segna l’emergere di una minoranza politica autoritaria con forti legami con i grandi industriali del Nord e i latifondisti del Sud. Da una lato aggredisce con estrema violenza poliziesca le manifestazioni di protesta operaie e contadine dall’altro coltiva un nazionalismo aggressivo e colonialista che fa presa sui ceti medi, la nuova formula di creazione degli italiani fa leva su riforme di carattere giuridico, amministrativo e sociale. La disfatta coloniale dell’esercito italiano ad Adua fa emergere sia un nazionalismo esasperato sia forze socialiste diffidenti e ostili al concetto stesso di Nazione. Emerge l’impegno politico dei cattolici in quel momento culturalmente ostili alle minoranze "liberali" che esercitano il potere in Italia.

1898 - 1900 Sangue e fango sull’Italia.
L’età Crispina cessa al momento della disfatta coloniale, la protesta sociale è soffocata nel sangue anche nella civilissima e industrializzata Milano dove l’esercito spara con i cannoni contro donne e bambini in sciopero. La repressione sociale è durissima, l’idea risorgimentale di fare gli italiani è di fatto spenta. La politica diventa terreno di terribili contrasti, per evitare la disgregazione delle libertà fondamentali l’opposizione ricorre all’ostruzionismo parlamentare. Su questo biennio di sangue e fango cade il regicidio del 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

1901 - 1913 L’Età di Giovanni Giolitti
L’età di Giovanni Giolitti segna un periodo di riforme e di progresso sociale, economico e industriale che trasforma lentamente ma inesorabilmente l’Italia in una potenza regionale dotata di una propria potenza militare e industriale anche grazie alle innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale e fra queste l’energia elettrica. Le proteste contadine nel sud sono represse, si registrano aperture politiche  e sociali  alle forze sociali e operaie nel Centro - Nord.
Emerge l’impegno politico dei cattolici fino a quel momento culturalmente  ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia. Il suffragio universale maschile è un fatto, c’è la possibilità di avvicinare le masse popolari alla Nazione nonostante la presenza fortissima di una cultura cattolica e socialista diffidenti verso lo Stato Nazionale e le sue classi dirigenti.

1914 L’Italia del Dubbio.
L’Italia è l’unico paese fra le potenze d’Europa che evidenzia una massa popolare ostile all’entrata nella Grande Guerra, il grande massacro scientifico e industrializzato che riscriverà la storia del pianeta e della civiltà industriale. Giolitti è ostile al conflitto che comporterebbe il rovesciamento dell’alleanza con il Secondo Reich e l’Impero d’Austria - Ungheria, il parlamento è contrario alla guerra, il popolo freddo e diffidente, i ceti borghesi impauriti. Solo una minoranza di nazionalisti di varia origine è favorevole per spirito d’avventura; la Corona per motivi di prestigio internazionale e di potere è orientata a stracciare l’alleanza e a dichiarare la guerra. La guerra è dichiarata forzando la volontà della maggior parte degli italiani e dello stesso parlamento.

1915 - 1918 L’Italia della Grande Guerra.
L’Italia in tutte le sue articolazioni sociali paga un prezzo spaventoso al conflitto mondiale imposto da una minoranza politicizzata di nazionalisti e di estremisti politici  e di piccoli gruppi d’affaristi  e industriali a tutto il resto della popolazione della penisola. I morti sono più di Seicentomila, tutta l’Italia è coinvolta, lo sforzo è enorme e ipoteca il futuro del paese a causa dei grossi debiti contratti e delle perdite umane, quasi tutte le famiglie italiane direttamente o indirettamente sono toccate dal conflitto.

1919 - 1920 Il Biennio rosso
L’influenza della rivoluzione d’Ottobre e della presa del potere Comunista in Russia determina e la resa dei conti fra le forze politiche e sociali dopo la Grande Guerra determina un periodo di forte scontro sociale con accenni rivoluzionari che porta all’occupazione delle fabbriche e di alcuni latifondi incolti da parte delle masse popolari arrabbiate e impoverite. Il mito della rivoluzione Bolscevica e la disillusione per la Vittoria Mutilata sembra spegnere qualsiasi progetto di creare un senso collettivo di appartenenza alla Patria. Emerge la reazione armata e terroristica fascista che intende imporre all’Italia intera la sua concezione di Patria e di Stato, una concezione mutuata dalla propaganda di guerra e priva, allora, di spessore filosofico e ideologico.


1921 - 1922  Lo squadrismo  e il Milite Ignoto
L’influenza della rivoluzione sovietica sulle masse operaie e contadine rimane forte nonostante i limitati e parziali risultati sindacali del biennio rosso. Nel 1921 il governo decide di procedere al rito dell’inumazione del Milite Ignoto al Vittoriano a Roma. Tale rito  coinvolge tutta l’Italia e mette le opposizioni in difficoltà presso l’opinione pubblica sinceramente commossa per quel simbolo che rappresenta, ad oggi, i circa 600.000 morti della Grande Guerra. Si moltiplicano preso associazioni, parrocchie, istituzioni anche scolastiche le attività per ricordare i caduti della Grande Guerra con lapidi, cippi, targhe, monumenti. Il nazionalismo e la sua simbologia riprendono la scena pubblica. Intanto le squadre fasciste aggrediscono e disorganizzano il movimento operaio mentre Mussolini con una operazione trasformistica sulla destra Giolittiana riesce a far eleggere in  parlamento 35 deputati. Giocando sul tavolo della legalità e su quello dell’illegalità Mussolini cerca una via per arrivare alla presa del potere presentando il fascismo come il movimento salvatore della Nazione uscita vittoriosa dalla Grande Guerra.

1922 - 1924 Il Fascismo al potere
Mussolini riesce a trasformare i Fasci di Combattimento in una forza politica autorevole che ha rapporti con il Vaticano, con la Corona, con l’Esercito, e con la grande industria italiana. Nell’Ottobre del 1922 con un finto colpo di Stato derivato dalla “Marcia su Roma” comincia a costituire un modello di Stato che deve sostituire quello liberale e giolittiano attraverso un governo di coalizione che trova ampio consenso in parlamento. L’idea è usare il fascismo per creare lo Stato fascista che deve a sua volta creare l’italiano nuovo. Il fascismo manipola la scuola, lo Stato, i riti pubblici per arrivare al suo scopo politico. Sul breve periodo hanno particolare rilievo l’istituzione dei Parchi della Rimembranza dedicati ai soldati morti nella Grande Guerra che vedono la partecipazione attiva delle scolaresche d’Italia per merito del sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi.

1925 - 1935 Il Regime fascista
Il 3 gennaio del 1925, dopo una crisi politica durissima dovuta all’omicidio del leader dell’opposizione Matteotti, Mussolini sfida apertamente  il  sistema parlamentare e riesce a schiacciarlo con il discorso del 3 gennaio; data che segna  anche dell’inizio della dittatura. Il fascismo come regime cerca di creare il suo italiano ideale militarizzando la scuola pubblica, determinando riforme sociali, trasformando il partito in istituzione, plagiando al gioventù e distorcendo la vita quotidiana sulla base della sua demagogia patriottica. L’Italiano del futuro dovrebbe essere l’italiano del fascismo, ma il fascismo deve di volta in volta attuare dei compromessi politici e sociali che riducono la forza di persuasione che può esercitare sulla popolazione italiana. Il concordato fra Stato e Chiesa Cattolica del 1929 aiuta il consolidamento del Regime e limita le possibilità d’azione delle opposizioni.

1935 - 1939 Anni Ruggenti
Il fascismo appare vincente. Crea l’Impero a danno delle popolazioni dell’Etiopia che vengono aggredite e conquistate, sfida i grandi imperi coloniali d’Europa e la Società della Nazioni. Il prezzo per questa operazione è il legarsi ai destini del nuovo regime nazista che ha proclamato al fine della Repubblica di Weimar e la nascita del Terzo Reich. Hitler e Mussolini s’impegna nella guerra di Spagna, emerge una diffidenza fra gli italiani e il regime, stavolta la guerra del regime è ideologica e non nazionalista e colonialista, iniziano le prime smagliature nel consenso verso Mussolini e il fascismo. Tuttavia sul momento le vittorie in Etiopia e Spagna spengono tanta parte del dissenso. Intanto Hitler stipula un effimero e non sincero trattato d’amicizia con l’Unione Sovietica per evitare la guerra su due fronti e iniziare la Seconda Guerra Mondiale con l’aggressione alla Polonia.

1940 - 1943 La guerra Fascista
Il fascismo e il suo Duce Mussolini s’impegnano nella guerra mondiale al fianco del Giappone e del Terzo Reich ma le forze armate italiane son mal equipaggiate, peggio comandate, guidate senza una strategia di guerra chiara  e in generale il morale è basso. L’Italia fascista e monarchica dimostra di non essere in grado di sostenere il conflitto pur essendo una delle tre potenze principali dell’ASSE. La guerra si complica con l’entrata nel conflitto della Russia Sovietica e degli Stati Uniti  e costringe il Regio Esercito Italiano a uno sforzo superiore alle sue possibilità militari. Le disfatte del biennio 1942 -1943 in Russia e Africa e l’invasione del territorio italiano da parte degli Anglo-Americani determinano la caduta del fascismo e la resa incondizionata del Regno d’Italia nel settembre del 1943.

1943 - 1945 La Resistenza
Si formano due stati in Italia, uno monarchico a Sud e uno Nazi-fascista a Nord. Uno controllato da Hitler e denominato Repubblica Sociale di cui è leader Mussolini appoggiato da una schiera di fanatici fascisti e l’altro sotto il controllo degli alleati. Si formano nell’Italia Centro-Settentrionale le forze armate partigiane antifasciste malviste dagli alleati per via della componente comunista e socialista. L’Italia diventa così un campo di battaglia, l’unità nazionale è dissolta, gli italiani si dividono e si combattono fra loro. Il futuro è incerto e legato alla prossima spartizione dell’Europa e del mondo che sarà fatta dai vincitori del Conflitto mondiale secondo la logica implacabile d’attribuire alla presenza della propria  forza armata sul territorio l’appartenenza di esso al sistema capitalista o a quello comunista.

1946 - 1947 Il Dopoguerra
L’Italia dopo una difficile e contrastata votazione diventa Repubblica e s’inizia a pensare alla sua ricostruzione. Intanto nel 1947 a Parigi le speranze italiane sono deluse, il trattato di pace è punitivo la Resistenza non viene valorizzata dai vincitori che ne hanno dopotutto tratto profitto, il premier Alcide De Gasperi si trova a dover liquidare la pesante eredità fascista e monarchica. Di lì a breve si romperà anche l'unità delle forze antifasciste.

1948-1953 L’Italia Democristiana
L’Italia diventa democristiana, nell’aprile del 1948 il responso elettorale punisce socialisti e comunisti e premia i democristiani legati agli Stati Uniti e al Vaticano. L’Italia della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi fra molte contraddizioni e tanti limiti cerca di legare l’economia all’Europa del Nord e la politica estera agli Stati Uniti impegnati nella lotta contro il comunismo. Si forma una Repubblica Italiana che esce dalle emergenze e comincia a ritagliarsi un suo ruolo economico e politico in Europa e nel Mediterraneo.

1954 - 1963 Il Miracolo economico
L’Italia si trasforma in civiltà industriale, le antiche culture contadine, rionali, cittadine, popolari iniziano a dissolversi. Quanto di antico e di remoto aveva fino ad allora limitato l’azione propagandistica dei nazionalismi fascisti e monarchici si dissolve. L’Italia si trasforma rapidamente e aldilà della volontà delle classi dirigenti timorose di non controllare più la mutazione sociale ed economica in atto. La criminalità organizzata intanto diventa una potenza economica e politica  nel Mezzogiorno d’Italia.

1963 - 1968 Il primo Centro-Sinistra
L’Italia è governata con il contributo del Psi, inizia una stagione di riforme volta ad aiutare i ceti popolari, a riequilibrare le differenze sociali, a migliorare la scuola pubblica, nasce la scuola media. Ma i tempi sono aspri, il contrasto fra comunismo sovietico e regimi capitalisti è durissimo e il riflesso in Italia è pesantissimo. Intanto la televisione inizia a rideterminare e a formare la comune lingua italiana. Emerge la distanza enorme fra cultura alta e fra le masse popolari avviate al consumismo acritico e una ridefinizione di sé sulla base degli stimoli pubblicitari della società mercantile. Pasolini denunzia la trasformazione degli italiani da cittadini a consumatori e la nascita di un nuovo Potere, con la P maiuscola, diverso da quello che si è manifestato nel primo Novecento ma non meno insidioso e totalitario.

1969 - 1976 L’Italia della Strategia della tensione
L’Italia paga un prezzo spropositato alla miopia politica delle minoranze al potere e alle mire politiche degli stranieri, la contestazione di carattere sociale diventa durissima emerge un terrorismo italiano di destra e di sinistra inserito nelle logiche degli ultimi anni della guerra fredda. Per l’Italiano contano due sole identità quella, spesso opportunistica, derivata dall’appartenenza politica e quella data dalla propria collocazione entro i parametri della società dei consumi. Pasolini muore atrocemente in circostanze non chiare il 2 novembre 1975.

1976 - 1990 L’Italia di Craxi
Craxi diventa il leader indiscusso del PSI e l’ago della bilancia della Repubblica, con la presidenza Pertini avviene un fatto inaudito: la distanza fra masse popolari e potere politico, il famoso Palazzo si riduce. In questi anni aumenta il consenso per il PSI e per i partiti di governo mentre il PCI viene ridimensionato e l’Italia ascende al rango di potenza globale. Questo ha però un rovescio della medaglia: corruzione, clientelismo, disgregazione di ogni morale e di ogni valore sociale o umano, pesante indebitamento dello Stato, ingerenza di poteri illegali nella vita pubblica del paese. Il Craxismo dominate esprime una labile forma di nazionalismo garibaldino che cerca di collegarsi alle antiche glorie risorgimentali.

1991 - 1994 L’agonia della Prima Repubblica

L’Italia di Craxi si decompone, la crisi politica e morale della Repubblica italiana è evidentissima e le inchieste giudiziarie travolgono, disfano e umiliano i grandi partiti di massa che cambiano nome e ragioni ideologiche o si dissolvono. le novità internazionali successive alla Prima Guerra del Golfo del 1991 tendono a determinare il governo mondiale di una sola grande potenza gli USA e lo spostamento dei grandi affari internazionali verso l’Asia e l’Oceano Pacifico riducono l’importanza dell’Italia e del Mediterraneo. La confusione fra gli italiani è enorme perché i vecchi punti di riferimento si dissolvono.

1994 - 2000 L’Italia della Globalizzazione
Berlusconi e il suo schieramento di centro-destra e i raggruppamenti eterogenei di centro-sinistra sono i protagonisti della vicenda politica italiana. L’identità italiana malamente formata negli anni della Repubblica attraverso il mutuo riconoscimento dei partiti usciti dalla realtà della Resistenza e della creazione della Repubblica inizia a dissolversi. Lentamente si forma un quadro politico fra due grandi raggruppamenti politici contrapposti che sconfessa la molteplicità della identità politiche di parte e la crisi sociale creata dai processi di globalizzazione dissolve le identità legate al benessere e al facile consumismo. L’identità italiana sembra disgregata in una miriade di suggestioni pubblicitarie e demagogiche e dominata da una cultura mercantile del consumo e del possesso di beni superflui. Intanto la situazione internazionale peggiora partire dalla guerra del 1999, si determinano nuove potenze imperiali che contrastano gli Stati Uniti.

2001 - 2011 L’Italia della crisi globale
Il progetto di creare un Nuovo Secolo Americano pare dissolversi fra le dune irachene e le montagne afgane (e di recente fra i deserti della Libia e le foreste dell'Ucraina). Nel periodo che va dal 2003 AL 2011 gli USA sono impegnanti in due guerre logoranti contro insorti e terroristi in Medio Oriente e Asia, l’Italia partecipa con sue forze a "operazioni" in Afganistan e Iraq. La globalizzazione rallenta, le logiche imperiali sembrano più forti dei grandi interessi commerciali e finanziari, intanto emergono i guasti politici e sociali legati ai processi di globalizzazione. L’Identità italiana è oggetto di dibattito pubblico segno della sua difficoltà a collocarsi in questi anni difficili con le proprie ragioni e la propria autonomia.

2011-2014
La cronaca di questi anni vede irrisolte le questioni di fondo di un Belpaese che ha difficoltà a ritrovare se stesso e di una situazione internazionale resa sempre più grave e pericolosa da disastri ecologici, guerre di guerriglia e per procura, crisi finanziaria internazionale, decadenza e discredito delle istituzioni democratiche nell'Unione Europea quest'ultime evidenze manifestate da risultati elettorali che premiano forze di netta contestazione dell'ordine costituito e delle politiche neoliberali. La questione dell'identità collettiva degli italiani appare ad oggi irrisolta.




23 novembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo II

Adesso che ho mostrato la principale differenza fra la figura del maestro e quella del docente passo a considerare un secondo aspetto ossia la volontà. Seguire un maestro, i campioni che lo fanno per carriera e per denaro non sono parte dell’esempio, è impegnarsi con il corpo e la mente in una disciplina sportiva. Un giovane e così anche un praticante adulto si sottomettono a sforzi fisici e talvolta mentali con un atto di volontà. Il maestro uniforma e disciplina all’interno della palestra le mille e  mille differenze che emergono dai suoi praticanti e dagli allievi che intendono procedere con l’attività agonistica. In questa condizione di mettere assieme i diversi livelli di motivazione e d’esperienza emerge il suo carisma e il suo buonsenso nel dare una direzione al lavoro di palestra.  Quello che spesso è il frutto dell’esperienza e del buonsenso nella scuola è regolato da scadenze, programmi e da una burocrazia a tratti oppressiva. La mentalità comune ignora solitamente quanto il mestiere dell’insegnare a scuola sia vincolato a scadenze e procedure burocratiche. Non dico che sia giusto o sbagliato. Dico che l’attività del maestro e del docente sono regolate da principi diversi e si svolgono in contesti non sovrapponibili pur trattando dell’educazione  e della formazione dell’essere umano. La burocrazia che regola una palestra esiste ma non ha la natura  e l’intensità della burocrazia scolastica. Il maestro quindi può a mio avviso ritagliarsi un più ampio spazio, può creare un suo stile di conduzione della palestra e arrivare al raggiungimento dei risultati attesi con tempi e modalità suoi. Il lato spiacevole della cosa è che egli è praticamente l’unico responsabile.  Quindi i praticanti di un’arte marziale o di una qualsiasi disciplina sportiva che si trasmetta per mezzo di un maestro scelgono un percorso impegnativo per la mente e il corpo con la speranza di ricavarne dei benefici fisici, mentali  e perfino spirituali. Benefici che sono collegati all’insegnamento del proprio maestro di riferimento. In questa centralità di colui che insegna vedo il tratto caratteristico del maestro di judo, ossia il carisma. Quella capacità, che viene declinata in termini positivi, d’esercitare una forte influenza sulle persone. In effetti senza una guida è improbabile che gli esseri umani s’associno fra loro per fare cose difficili o percorsi di costruzione e definizione della propria mentalità e della propria fisicità.  

Clara Agazzi: Questo professore è un po’ scolastico però mi pare che ci pigli. Certe cose le descrive bene. Tuttavia mi pare che riveli un rapporto con il suo lavoro contradditorio. Da un lato ne sottolinea l’importanza e dall’altro ne definisce i limiti. Questa categoria del maestro di cui ragiona pare lo specchio su cui si riflettono i limiti della scuola formale e burocratica.

Paolo Fantuzzi: Aspettate. Qui devo dire qualcosa io. Ricordatevi in materia di sport di contatto e arti marziali di una grande verità di cui tutti i praticanti e gli agonisti del settore sono consapevoli: le botte fanno male. Per questo qui nel Belpaese certi sport e le arti marziali hanno poco seguito. Lo sport quando praticato è soddisfazione e fatica, ma per capire la mia affermazione pensate al pugilato o sport minori ma simili. Oggi televisione, cinema, pubblicità commerciale non fanno vedere lo sforzo della persona qualunque, la normalità della fatica dell’uomo della strada. Televisione, pubblicità commerciale, cinema, illustrazioni varie  fanno vedere i presunti VIP in barche di lusso, nei ristoranti e nei privè per gran signori, al ricevimento di questo o di quello, nella villa del tal dei tali, all’inaugurazione del locale esclusivo.  Ovvia conseguenza che tanta gente e la gioventù in particolare sia sviata da questi messaggi ripetuti fino all’ossessione e fugga quanto è fatica, percorso anonimo e silenzioso, costruzione di se stessi. Se l’esempio che gira nelle nostre periferie cittadine è il ricco o il mammifero di lusso che si gode i soldi è normale che l’impegno che ha come premio non il riconoscimento del singolo presso un pubblico ma una sua crescita fisica e mentale sia evitato. Comunque in questo discorso c’è questo che non mi torna: mi pare che in quelle parole si voglia cercare un bene e un male che non stanno nella vicenda di tutti i giorni. Il divenire del mondo non è bianco o nero come il colore dei pezzi sulla scacchiera.

Stefano Bocconi: Certamente hai della ragione dalla tua. Da anni mi chiedo se non siano folli coloro che inseguono l’idea fissa di un bene o un male assoluto, come se bene e male fossero sfere perfette, realtà metafisiche, enti angelici o demonici. Eppure credo che sia lecito cercare oggi una qualche guida, beninteso. Oggi come ieri occorre iniziare da qualche parte e darsi un punto fermo, un qualche inizio. Se questa cosa può farlo un maestro come dice quello lì. Ma perché no?

Franco: Il professore non si è smentito. Qui è bastato ascoltarlo dieci minuti e subito son fioriti i distinguo, i dubbi, le approvazioni. Ma invito qui gli amici tutti a pensare a quanto sia forte il peso specifico della quotidianità, della noia, del vivere strascicandosi di qua e di là. Quella cosa che individuate come esempio negativo della pubblicità è l’ordinaria banale conseguenza di un mondo umano che si è impoverito ma che pensa se stesso come un mondo di consumatori. Il desiderio stimolato fino al parossismo e al delirio di consumare beni e servizi in assenza di una ricchezza autentica sul piano materiale provoca nei molti disordine mentale, odio, paure irrazionali. Immaginate questo: un tale per sue ragioni di lavoro è forzato a vivere spostandosi per ore e ore in macchina in condizioni di traffico indecenti. Un giorno si trova in campagna e rimane sconvolto. Non è quello il mondo nel quale vive e capisce che qualcosa non va nel suo stile di vita, davanti a un prato fiorito rimane come bloccato da un dolore al petto. Bene questa è la condizione del traumatico risveglio dei molti che hanno fatto l’errore e d’identificarsi con una delle tante illusioni indotte dalla pubblicità in relazione a donne bellissime, consumi da signori, barche, ville, soldi facili e così via. Prima o poi qualcosa si blocca, la dura realtà batte i suoi colpi  e uno rimane con la sensazione di aver inseguito il vento, di aver fatto volar via la vita rincorrendo un miraggio.

Stefano Bocconi: Certamente è così ma non vedo il legame fra il tuo ragionamento e quello  del  professore.

Franco: Il professore credo che stia ragionando intorno al fatto che occorre costruire se stessi, conoscere se stessi  per non cadere vittima delle molte forme di manipolazione e degenerazione della presente civiltà industriale. In questa opera di chiarimento interiore le figure dei maestri da cui si è avuto una qualche impostazione e l’esempio  sono decisive.  Riconoscere esempi e insegnamenti  e la propria origine è l’inizio di una costruzione interiore e  della fondazione propria immediata consapevolezza di se stessi.




29 luglio 2013

Diario Precario. Dal 28/6 al 11/7/2013

Data. Dal 28/6/2013 al  4/7/2013.

Note.

Nuoto libero in piscina per rilassarmi.

Esami a ritmo sostenuto, cinque candidati per volta

Dopo la presentazione della tesina il candidato o la candidata iniziano l’esame con uno dei professori nello schieramento a U.

Poi arriva il mio turno e la presentazione, alla fine del colloquio, del risultato della prima, seconda e terza prova.

Per la mia parte dopo le domande sul programma arriva il momento in cui presento la parte che mi compete della terza prova.

A quel punto l’esame è finito.

Riunione a porte chiuse per determinare il voto della prova orale e dell’esposizione della tesina ovviamente consultando la relativa griglia di valutazione,.

Somma della prova orale con le prove scritte, i crediti e infine ecco il risultato finale.

Poi avanti il prossimo.

Così va l’esame. Un candidato dopo l’altro.

Ho modo di parcheggiare nel parcheggio di una palestra adiacente all’istituto con un gettone che mi viene di volta in volta dato.

Gli esami iniziano verso le 8,20 e di solito si termina la sessione intorno alle due, in realtà l’orario varia da situazione a situazione.

Il bar della scuola non è male, sto bevendo molto thè confezionato.

 

Osservazioni

Fatta una gaffe con un esterno autodidatta, gli avevo chiesto se avevano fatto a lezione un certo argomento di storia da un certo punto di vista, mi ha risposto che era autodidatta. Non mi ero reso conto che si trattava di un esterno. Sono così abituato a pensare in termini di scuola, programma, cattedra che questa possibilità quasi l’escludo. Meglio così mi sono ricordato una cosa importante ovvero che il proprio mondo di convinzioni e di abitudini non è mai coincidente con la vastità del mondo di tutti.

Devo dire che fra candidati e candidate sto sperimentando tutte le possibili varianti del comportamento umano davanti a una simile prova, si va dalla forte sicurezza di sé al panico da esame, non ci sono due allievi o allieve uguali.

Certo che questo mi fa comprendere la singolarità della mia situazione da precario perché in effetti son chiamato a valutare e a decidere in nome dello Stato, visto che di Esame di Stato si tratta; ma la mia condizione è quella di precario con contratto scaduto e rinnovato per la maturità.

Tuttavia per l’allievo o l’allieva che sostiene l’esame questa differenza non conta il professore è professore di per sé in sede d’esame.

Mi sono fermato a pensare che in fondo il mio ruolo me lo sono già guadagnato con anni d’esperienza e di servizio, quello che manca è un atto di volontà del potere politico che determina di mettere nel sistema scuola le centinaia di milioni di euro che servono ad assumere parte del precariato con anni di servizio sulle spalle.

Comincio a prendere il ritmo dell’esame e della routine, prevedere più o meno come si svolgerà la giornata aiuta a lavorar con meno tensione e fatica, anche in una situazione che dura due settimane occorre trovare quelle costanti che diventano punti di riferimento. L’essere umano tende ad aggrapparsi alle abitudini.

La temperatura è leggermente scesa.

Sono andato nella piscina di Sesto Fiorentino, mi è parso d’osservare una diminuzione della pubblicità presente in loco.

In compenso c’era il manifesto che si trova un po’ dovunque a Sesto di sostegno agli operai della fabbrica Ginori.

 

 

Data. Dal 5/7/2013 al  7/7/2013

Note.

Il lavoro ormai gira in modo sicuro. Ho messo in atto un piccolo sistema per fare l’esaminatore.

Osservo il candidato mentre espone la tesina, capisco più o meno come si orienta davanti alla commissione.

Sulla base di quello che fa e del programma che porta mi domando cosa è opportuno chiedere.

Lo scrivo su un foglietto volante e aspetto il momento nel quale dovrà esser interrogato da me.

Osservo qualche difficoltà dei candidati e delle candidate nelle mie materie: storie e filosofia

L’atteggiamento dei colleghi è cordiale e collaborativo.

Domenica sono andato a vedere l’associazione Lailac che presentava degli stand presso la Limonaia di Villa Strozzi.

Si tratta di un modo per fare beneficenza a favore dei bambini di Fukushima.

Al mare dove vanno i miei pochi gli italiani e tanti gli stranieri.

 

Osservazioni

A passeggio per la città di sera, domenica visita a una festa di beneficienza dell’associazione Lailac.

Si è trattato di andar a curiosare fra due o tre bancarelle e di dar qualche soldo in beneficienza.

La macchina l’avevo parcheggiata a quattrocento metri dal punto della festa, così ho fatto di sera una passeggiata nei luoghi d’infanzia.

Passando nei pressi di un palazzo ho sentito una voce. Era una bambina piccola due o tre anni che da un balcone osservava i passanti.

Quella bambina mi ha chiesto: chi sei? Evidentemente ero vestito in un modo per lei curioso, forse per via del cappello o della borsa a tracolla.

Non ho risposto, tuttavia la domanda mi è ritornata più volte nella testa.

In effetti in questa contemporaneità emerge forte il senso di una precarietà propria del singolo, che lo colpisce perfino nella considerazione di sè.

I bambini piccoli hanno la capacità di mettere in crisi gli adulti con domande semplicissime.

In effetti se ci si pensa bene rispondere a un simile quesito è difficile di solito è possibile rispondere solo con una banalità o una qualche ovvietà: ad esempio indicare la professione, la condizione sociale, il nome e cognome.

Il senso più profondo e determinante di ciò che uno crede di essere necessita di autocoscienza, meditazione e comprensione del proprio tempo, il che rende difficile una risposta immediata a meno che uno non sia un maestro Zen in grado di sintetizzare aspetti qualificanti della vita e della natura.

Alla fine questa e non solo questa domanda dovrebbe essere la tipica domanda che sta dietro tante risposte che gli umani danno automaticamente anche solo a livello celebrale.

Invece in Italia l’essere umano tipico ordinariamente tende a rispondere senza pensare alle domande che l’esistenza quotidiana e  professionale presenta di volta in volta, questo spesso senza aver dietro alle risposte delle domande complesse già almeno in parte risolte.

In effetti ogni buona risposta presume più domande risolte o affrontate in modo adeguato.

Notizie dalle ferie, i miei sono a  Montescudaio. Tutto il campeggio che ha riaperto è pieno di stranieri in particolare Olandesi e Tedeschi, pochissimi gli italiani.

Il lavoro prosegue, fino alla conclusione. In fondo lavorare mi aiuta, risponde a qualche domanda declinare la propria condizione professionale.

 

 

 

Data. Dal 8/7/2013 al  11/7/2013

Note.

L’istituto mi scrive di mandare il foglio per il pagamento delle ferie non godute, essendo precario è ovvio che non avrò modo di usufruirne una volta cessato il contratto.

L’istituto mi chiede se sono disponibile per gli esami di riparazione di settembre.

Fine orali maturità.

Riunione sindacale l’ultimo giorno di maturità.

Il luogo dell’incontro cambiato, sono finito nel mezzo di un funerale preso la camera del lavoro prima di capire cosa fosse successo; grande gaffe con il portiere.

Cena con i maestri del Judo club.

Bel ristorante, in mezzo al verde.

Domattina domanda per la disoccupazione.

Un cerchio si chiude, uno si aprirà a settembre.

 

Osservazioni

Fatta ormai siamo al finale, l’esame è quasi finito.

La scuola mi chiede se sono disponibile per l’esame di settembre, risponderò di sì anche se questo comporterà l’interruzione di un eventuale assegno di disoccupazione.

Di solito però trovo da lavorare con le supplenze di settembre o con le cattedre annuali, quindi dovrebbe esser mal di poco. Sulle ferie non godute direi che è proprio una necessità, io non presento il foglio-ferie dei colleghi a tempo indeterminato. Al sottoscritto scade il contratto.

Sono arrivato alla fine di questa inaspettata maturità, tra poco gli ultimi candidati e poi la parte burocratica e l’impacchettamento delle prove d’esame con tanto di sigilli in ceralacca.

La conclusione è prevista per il giorno 11. Al termine delle operazioni è stato fatto il pacco, io stesso ho timbrato il sigillo. Ho sempre avuto una certa affinità con i timbri, forse è perché occorre usare un po’ di forza per usarli, danno il senso del colpire e dell’ufficializzare qualcosa di burocratico.

Il tempo di salutarsi cordialmente fra colleghi e tutto è finito per me.

Lo stesso giorno avevo la riunione sindacale di pomeriggio sulla questione del precariato.

Il giorno 11 ho fatto una gaffe per via della riunione sindacale, sono finito nel mezzo di un funerale preso la Camera del Lavoro.

 Prima di capire cosa fosse successo ho dovuto ragionare il portiere che per la cosa era infastidito. L’auto era parcheggiata quasi due chilometri indietro.  La scena è stata fantozziana con il sottoscritto che in mezzo alla pioggia estiva se ne tornava sui suoi passi a ritmo di marcia per raggiungere il parcheggio e ripartire per l’altra sede del sindacato.

La riunione sul precariato era gremita, la stanza non era grande ma la gente stava anche in piedi o fuori dalla porta.

La situazione è quella nota: senza i soldi che servono ogni riforma o sistemazione del precariato nella scuola non può aver luogo.

La sensazione che ho avuto è stata quella di una situazione nella quale anche il precariato nel settore scuola è fortemente differenziato, le differenze sono molte e metterle assieme risulta estremamente difficile. In effetti questa è la debolezza della categoria: la frammentazione della categoria. I docenti sono divisi a causa della tipologia di materie che insegnano, a causa delle modalità di reclutamento sia per i contratti a tempo determinato che per i contratti a tempo indeterminato, a causa del tipo d’istituto scolastico, a causa dei diversi orientamenti dei sindacati del settore scuola. A questi quattro elementi ovvi s’aggiunge che si differenziano anche dal personale ATA (bidelli) e di segreteria. Di fatto il settore scuola è scomposto in tante parti e solo in occasioni di rivendicazioni molto forti è possibile congiungere nella protesta personale che viene da situazioni così diverse. Questa scomposizione di una vasta categoria di lavoratori nel settore della conoscenza rende più difficili le rivendicazioni sindacali. Credo sia questo il motivo di tante volte nelle quali ho visto un grande disagio fra i colleghi e talvolta fra i compagni di precariato e una difficoltà oggettiva a far valere le proprie ragioni come categoria.

Comunque una novità: la questione dei precari della scuola in Italia con contratti a tempo determinato reiterati per un periodo oltre i 36 mesi sarà rimessa alla Corte di Giustizia Europea.

Alla fine la questione del precariato diventa un caso individuale e di Stato, il singolo caso lavorativo è riconnesso a una dimensione più grande di carattere collettivo.

La cena con i maestri presso i campi da tennis. Dove c’è un ristorante all’ombra di antichi cipressi, una curiosa combinazione.

In fondo la sera, i vecchi amici, i cipressi, i ricordi, le stelle, la pizza e la birra sono un buon modo per chiudere un ciclo e cominciarne uno nuovo.

Domattina comincerò a pensare alle carte per la domanda di disoccupazione, poi l’attesa di un nuovo incarico annuale.  

Quest’ennesimo anno da precario non ritorna al suo punto d’inizio, è come un cerchio che vorrebbe chiudersi ma non ci riesce e finisce con il formare una spirale.




20 luglio 2013

Diario Precario Dal 14/6 al 18/6/2013

Data. Dal 14/6/2013 al  18/6/2013

 

Note.

Scrutinio alle 8.00.

Fine.

Davvero la fine di questo periodo d’insegnamento

Secondo rito: restituzione dei registri personali.

Poi considerazioni personali sull’anno scolastico che tengo per me.

Delle due quinte quattro non ammessi in una, e due di questi miei allievi alle lezioni alternative, e nell’altra tre non ammessi.

 Il numero dei non ammessi mi disturba.

 

Considerazioni.                                                        

La mia disposizione d’animo è tale che ho avuto un cattivo sogno la notte del 17 e sdoppiato perfino.

Ossia ho sognato male, mi sono svegliato, mi sono riaddormentato e di nuovo un cattivo sogno.

Ne deduco che il mio inconscio ha qualcosa d’inquieto.

Una stagione di lavoro è finita. Un nuovo anno di lavoro si prospetta.

Così va nel sistema del precariato si passa da un anno scolastico all’altro spesso senza continuità.

 

Osservazioni

 Quando le lezioni cessano si chiude un ciclo iniziato nel momento in cui metti piede in aula. Se hai il contratto da precario non hai garanzia di continuità e devi farti una ragione della scissione fra la natura intima del tuo lavoro e il senso del tuo contratto. Ho fatto due sogni che indicavano in modo brutale la cessazione del ruolo che avevo. Uno era una specie di cartone animato sulla presa di una fortezza una roba da pirateria del settecento, dove un tesoro grande non veniva né conteso né bramato dai conquistatori intenzionati a far chissà che cosa. L’altro invece mi trovavo a far lezione ed erano spariti gli strumenti della lezione, perfino al lavagna, gli studenti dell’ultimo anno non mi davano retta e alla fine interrogavo me stesso e poi spariva tutto. I due sogni li ho interpretati come l’evidenza della cessazione dell’esperienza lavorativa. Il tesoro che lasciava indifferente era probabilmente quel che avevo cercato di comunicare e d’insegnare, e la lezione inutile era la percezione onirica dei limiti del mio lavoro. Così ho interpretato i due sogni, ho cercato di dare un senso a quanto mi comunicava l’aspetto onirico della mia esistenza, credo che cominci a pesare sulla mia coscienza questa condizione di precariato nella scuola pubblica che si protrae da otto anni nella quale ogni anno la mia esperienza lavorativa viene rimessa in discussione senza nessuna continuità se non casuale. Non mi sento valorizzato dal sistema, c’è poco da fare così stanno le cose.

Poi c’è la grande questione del tempo dell’essere umano che è relativamente breve, quindi tempo che va e non torna. Per questo il tempo di lavoro assume una certa importanza perché finisce con l’esser una parte della propria vita, si lega alla tua identità personale e alla vicenda umana che porti avanti con il tuo esserci in questo mondo e in questo tempo. Quindi la restituzione delle chiavi del cassetto e, dopo gli scrutini, dei registri segnano la cessazione di quella esperienza che compone una parte del tempo e della  vita; e nello specifico del mio tempo e  della mia vita. In effetti quando si è dentro il lavoro non si visualizza come esso sia parte del flusso d’esperienze che formano un pezzo della propria personale vita, eppure proprio la natura del mio lavoro dovrebbe indicarmi l’importanza del pensare quanto faccio nel corso dell’anno scolastico come parte di un percorso unico. Comunque sia su quest’anno scolastico fatto l’ultimo scrutinio e consegnato i registri cala la parola fine, ci potrebbe essere una riconvocazione a settembre per la commissione giudicante gli esami di riparazione, comunque sia è andata. 

Ora ho bisogno di riposare e di lasciar che la mia mente s’abitui alla cessazione di questo quotidiano rapporto di lavoro e sia pronta a un nuovo incarico fra circa tre mesi. Vita e lavoro a mio avviso sono strettamente connessi in questo tempo, per questo, in generale, il lavoro dovrebbe esser qualcosa di più e di diverso da una serie di aridi rapporti mercantili, di dati numerici, di “produttività”. Il lavoro potrebbe esser una parte della costruzione del senso della propria esistenza qui e ora.

 Ma capisco che è chiedere troppo di questi tempi, la completa realizzazione di se stessi nel proprio tempo stride con le difficoltà del momento, il qui e ora punisce le aspirazioni senza fondamento.




7 luglio 2013

Diario Precario Dal 9/6 al 10/6/2013

 

Data. Dal 9/6/2013 al  10/6/2013

 

Note.

Notte prima dello scrutinio. Ovviamente son andato a mangiare i tortelli di Prato a Vernio.

Scrutinio alle 8.00.

Sono segretario, una cosa da fare in più; peraltro non facile.

 

Considerazioni.

Battuta personale a proposito della continuità didattica: chi presenta il foglio-ferie, chi ha il contratto scaduto.

Sto diventando sarcastico e un po’ acido, gli anni pesano.

I tortelli erano buoni, davvero una cucina raccomandabile quella della Casa del Popolo di Vernio.

Fra un bicchier di vino e una buona forchettata ho come al solito ragionato di politica e di costume con il Vincenti.

Mi rendo conto però che questo non serve. Almeno per quel che mi riguarda.

Tutto gira su se stesso: i ragionamenti, i discorsi, le analisi argute vengono pronunciate, magari criticate, anche lodate; e poi nulla accade.

Senza un potere reale e concreto le parole rimangono aria e suoni che si perdono nella notte.

Non è certo ragionando in modo amichevole, a tavola, fra una cosa e l’altra che può cambiare questa realtà umana.

La zona delle montagne rimane comunque molto bella, c’erano davvero dei bei paesaggi leggermente deturpati dai soliti capannoni.

Di notte vedendo il profilo delle montagne e delle colline a nord di Prato mi rendo conto che c’è una fisicità del territorio che va oltre i tempi ristretti della vita umana. Il profilo dei monti e delle colline di notte mostra una natura imponente, che attende la sfida dei millenni e non quella dei decenni o degli anni. Il profilo della conformazione della terra si stampa nella notte come una massa nera su un cielo scuro.

Anche viaggiando in auto la massa dei monti e delle colline colpisce l’attenzione. Ti senti un minuscolo dettaglio in una storia non umana votata a passare ancora qualche altra epoca geologica.

Tra parentesi scrivo che siamo nell’Eone Fanerozoico, l’era è il Cenozoico, il periodo è il Quaternario e l’epoca attuale è l’Olocene.

Davanti alle decine di  millenni l’essere umano singolo è maledettamente fragile, marginale, un granello di sabbia in una spiaggia.

La mia disposizione d’animo non è serena.

C’è uno scarto troppo grande fra la brevità della vita umana e la manifestazione della natura.

Questa presente forma di civiltà industriale non riesce a trovare alcun tipo d’armonia dentro le società umane, d’integrazione con la natura e la conformazione questo pianeta, di senso proprio per quello che riguarda i fini generali e collettivi. Questa civiltà è moltiplicazione di ricchezza, tecnologia e potenza senza un senso ultimo, un fine superiore. O se c’è pare inconfessabile perché non è evidente e non è pubblico.

Eppure il confronto a livello di pensiero alto, di sincera preoccupazione per il futuro dovrebbe essere non la tornata elettorale prossima ma il senso della vita umana su questo pianeta.

Il problema  che si esiste come singoli. Alla fine è il singolo che si confronta con qualcosa che rimanda all’eternità, allo scorrere dei milioni di anni.

 La collettività, e non solo in Italia, pensa al qui e ora; l’agenda delle priorità e del dibattito pubblico è legata ai tempi dello spettacolo, del commercio, della pubblicità, della finanza internazionale. C’è un oltre che non viene neanche pensato o intuito. In fondo mi piace pensare allo scorrere dei secoli e  dei millenni e delle centinaia di migliaia di anni perché mette fra parentesi questo presente, in quanto questo pensiero lo confina e lo rende incredibilmente mortale; in una parola lo svuota della sua potenza ipnotica, affabulatoria e ingannevole.

 

Osservazioni

Sono alla chiusura di un percorso scolastico. Del solito percorso, per così dire. Una specie di labirinto del precario che ogni anno si ripresenta ad ogni nuovo contratto.




4 luglio 2013

Diario Precario Dal 7/6 al 8/6/2013

Data. Dal 7/6/2013 al  8/6/2013

 

Note.

Lezioni mancano meno due, meno uno…

Fine lezioni per Nappini

Mini-rito della restituzione delle chiavi del cassetto.

Ultima ora di lezione: reazioni opposte da parte degli allievi chi si dimostra riconoscente, chi quasi infastidito.

Va bene così. Sta nel divenire delle cose.

Prima riunione della commissione a tre su una proposta per l’ora alternativa da presentare a settembre

Sabato notte scrittura via internet di voti e giudizi

 

Considerazioni.

Il rito della riconsegna delle chiavi è  stato un lampo, una breve formalità. Meglio così.

Le mie lezioni cessano, per motivi d’orario, quest’anno prima dell’ultimo giorno di lezione, di solito l’ultimo giorno è difficile da gestire. In effetti scavando nei ricordi mi è capitato proprio d’assistere a una sorta di primordiale e infantile scatenamento, l’energia con cui escono dalla scuola l’ultimo giorno non è paragonabile a niente di simile durante l’anno scolastico. Talvolta i presidi mandano circolari apposite perché gli studenti cercano di forzar la mano sulla disciplina e di non far nulla; e poi fuori dalla scuola, di solito, si vedono gavettoni e lanci di uova. Talvolta qualche passante s’arrabbia, specie se la scuola è nel centro di una città.  Questo stavolta non mi riguarda. Finisco il giorno prima.

La scuola è finita e ora  c’è lo scrutinio finale che inizia con la messa online sul sistema Argo delle votazioni e dei giudizi.

Io preferisco lavorare di notte, dopo aver riletto più volte il registro personale e segnato quel che devo inserire. Nella mia zona dopo le 23 comincia a scendere un silenzio rotto solo da qualche auto e camion che supera i limiti di velocità o strombazza in piena notte, da qualche urlo, da qualcuno che sbatte porte e portiere. Così con la finestra aperta mi metto al computer e lavoro per il giudizio, quello conclusivo. Il silenzio della periferia quando si riesce a percepirlo è una fotografia del proprio mondo interiore, è come vedersi riflessi nell’acqua scura. Il lavoro diventa dialogo con se stessi e ripercorri cosa hai fatto, cosa credevi di fare, quali risultati hai raggiunto, voti e giudizi ti forzano a dare l’estrema sintesi al lavoro che è anche un pezzo di vita e di memoria. La periferia di notte  è un silenzio rumoroso e quindi ti lascia solo con i tuoi ricordi e i tuoi pensieri.

C’è qualcosa d’artigianale, di medioevale nel lavoro del docente, proprio perché è in uso la registrazione informatica emerge con forza la necessità di far entrare in formule e numeri quel che si è fatto. Più si usano cifre e frasi fatte o griglie più emerge che qualcosa sfugge sempre al dato numerico. Il docente ha a che fare con l’irriducibile singolarità dell’esser umano e non è facile inquadrare il singolo e la sua vicenda dentro una griglia di valutazione che pensa in termini generali e collettivi.

Dal momento che l’insegnamento impartito darà i suoi frutti nel corso della vita del singolo, se di un serio insegnamento si tratta, è facile osservare che c’è qualcosa di profetico, di destinato al dopo e al domani nel lavoro del docente.  

 

Osservazioni

Spesso mi sembra d’essere un profeta che predica alle rocce.




26 giugno 2013

Diario Precario Dal 3/6 al 6/6/2013

Data. Dal 3/6/2013 al  6/6/2013

 

Note.

Lezioni mancano meno tre, meno due, meno  uno ormai resta solo la burocrazia e forse l’ultima spiegazione o interrogazione.

Tempo variabile, piove e poi arriva il sole.

Notizie: netto aumento delle proteste in Italia per povertà e disoccupazione e vittoria dei governativi nella guerra siriana, i ribelli sono in fuga.

Collegio docenti finale: quasi quattro ore.

 

Considerazioni.

La scuola è finita e son riuscito a farmi mettere in via temporanea in una commissione che stilerà un documento sulla possibile organizzazione dell’ora alternativa alla religione cattolica, ovviamente questo mio lavoro è a gratis, ovvero non ho incentivi economici. Lo spirito del docente deve prevalere sulla materia in questa piccolissima cosa.

 Suona un po’ assurdo per un precario.

Nell’ultimo consiglio ho voluto dir la mia sull’ora alternativa e come al solito mi son fatto carico dei miei pensieri. Personalmente credo che sia impossibile oggi fare un ragionamento di etica o un ragionamento sulla Costituzione senza prima aver costruito un vocabolario minimo. La stragrande maggioranza degli studenti non sa cosa sono i partiti citati nell’art.49 della vigente Costituzione Italiana perché non li ha mai visti. Voglio proprio prendere l’esempio dell’art.49 perché mi semplifica l’argomentazione. I ragazzi e le ragazze nati dal 1994 in poi non hanno, per motivi anagrafici, memoria, di cosa è accaduto prima a livello politico, sociale, di vita quotidiana. Ciò che sanno del passato recente è spesso frutto di nozioni o argomenti che si sono sedimentati per caso o sono arrivati loro in modo frammentario se non addirittura distorto. Ad esempio cosa poteva esser un partito politico italiano della Prima Repubblica  lo possono immaginare o ricostruire perché semplicemente sono nati dopo quei fatti e quel tipo di costume e di società.  Quelli di oggi non sono più i partiti del dopoguerra, sono perlopiù organizzazioni politiche diverse  simili ai partiti liberali dell’ Ottocento, quindi se un liceale associa un partito di massa del Novecento ai movimenti o ai partiti legati a un singolo personaggio di questo XXI secolo  rischia di trasporre il presente sul passato e di giudicare o pensare ciò che era stato come se fosse un fatto del quotidiano. Se non viene fatto un percorso per spiegare allo studente la natura e la storia dell’argomento in esame, nell’esempio si tratta del partito politico, il rischio che capisca poco o male è fortissimo. Sono persuaso che oggi ragionare d’etica anche in senso laico presupponga percorsi di conoscenza strettamente collegati all’attualità e alla padronanza delle parole che orientano in questa civiltà industriale. Del resto il grosso della comunicazione che passa oggi è pubblicità, intrattenimento, spettacoli; gli adolescenti e i pre-adolescenti sono bombardati da un tipo di cultura dei consumi e dello spettacolo che non si accorda con il ragionamento, la meditazione sui grandi problemi, la comprensione delle grandi questioni di questa civiltà industriale arrivata a toccare gravi problemi di sviluppo e crescita.

Per il resto nel mio quotidiano prevalgono le preoccupazioni di fine scuola.

Domani è l’ultima lezione per me. Con venerdì chiudo.

Dopo rimane solo il dato numerico dello scrutinio.




17 giugno 2013

Diario Precario Dal 30/5 al 2/6/2013

Data. Dal 30/5/2013 al  2/6/2013

 

Note.

Lezioni mancano meno cinque ormai.

Ora la prospettiva è lo scrutinio e fare le medie.

Domenica faccio il presentatore del Judo club alla festa dello sport di Sesto

Sabato e domenica fuori a cena.

 

Considerazioni.

La mia testa pensante va alla fase degli scrutini.

Ho le ultime ore per decidere, interrogare, calcolare le assenze, fare le somme e le sottrazioni del caso.

Mi sono messo nell’aula vuota di fisica con un righello in mano e la matita per far il punto sulle assenze, in quel momento l’insegnate sembrava un contabile dell’ottocento, poi i risultati finiranno sul sistema di registrazione elettronica della scuola. In quel momento come  ero sospeso fra l’ottocentesco registro di carta e il XXI secolo digitale.

Lo scrutinio finale è il momento dove è necessaria maggior precisione, dove lo strumento dell’Ottocento incontra il XXI secolo dove il dato numerico registrato su carta dovrà diventare digitale.

Sbagliare vuol dire prestar il destro a un ricorso di eventuali bocciati o delle loro famiglie.

Lo scrutinio non è iniziato e già sono al punto di pensare ad esso, mi proietto già verso la fine prima che arrivi la parola stop.

Sono giorni piuttosto intensi.

L’Italia intanto mi par sempre più triste. La cronaca continua ad essere pessima, notizie di delinquenza, cronaca politica fusa con la giudiziaria, confusione, incapacità di affidarsi a voci credibili o autorevoli, venti di guerra nel Mediterraneo, troppe storie di povertà e disoccupazione.

La manifestazione sportiva a Sesto con l’occasione dell’anniversario della Repubblica è andata bene, con dei volenterosi e con i maestri si è portato il materiale, allestita la postazione, fatta l’esibizione e ho presentato la palestra. La giornata di sole era bella, temperatura ottima, c’erano nel parco le più importanti realtà sportive del territorio di Sesto Fiorentino.  La folla di curiosi e amatori del parco di quest’anno rispecchia una popolazione del Belpaese molto variata con una percentuale crescente di popolazione proveniente dai quattro angoli del pianeta, l’Italia da questo punto di vista come prima  impressione si presenta sempre di più come una sorta di Stati Uniti in miniatura, o se si vuole come una caricatura degli USA.

C’è una sorta d’Italia sospesa fra passato ingombrante, un presente estremamente provvisorio e un futuro imprevedibile.

Da tempo credo che questi ultimi due decenni nei quali mi trovo a vivere qui in Italia  siano una sospensione, una lunghissima pausa in attesa che ben  altre potenze impegnate in lotte titaniche  definiscano il futuro dell’Europa e di gran parte della razza umana e delle risorse del pianeta.

Occorre precisare che le risorse sono abbondanti ma finite.




3 giugno 2013

Diario Precario Dal 24/5 al 29/5/2013

Data. Dal 24/5/2013 al  29/5/2013

 

Note.

Lezioni quasi finite, quindi vicina la chiusura del rapporto di lavoro.

Conto i giorni, conto alla rovescia per la fine delle attività scolastiche.

Subito furto dei tergicristalli.

Tempo variabile.

Notizie: netta flessione del Movimento di Grillo alle Comunali e peggiora la guerra siriana.

 

Considerazioni.

Ho subito un furto, mi han smaterializzato i tergicristalli, 36 euro di danni. Meno male che non avevo urgenza d’usarli altrimenti un furto lieve poteva trasformarsi in un qualche tipo d’incidente. Fatta segnalazione alla polizia. In effetti nella mia zona capita talvolta qualche episodio di piccola delinquenza come: furto di gomme, di benzina, aggressioni, rumori molesti di notte, perfino furto di gomme d’auto. Il fastidio e il senso d’essere vulnerabile è più grave del danno nel mio caso. In effetti un mascalzone così come può rubare i tergicristalli o rapinare della benzina col sistema dei tubi può far di peggio. Come alcuni anni fa quando ci furono diversi episodi d’incendio ad opera di uno o più piromani. Vulnerabile. Ecco la sensazione che mi prende. Posso esser colpito con grande facilità. Reagire è difficile. Come si fa. Proprio le abitudini e i ritmi di vita forzano ad esser ripetitivi e quindi facile bersaglio dei malintenzionati. Quest’anno son forzato a riconoscere i miei limiti ossia considerare quanto son vulnerabile, infatti è facile colpire un tipo che ha un lavoro di fatto precario, che ha orari fissi, disposizioni, tre o quattro attività sociali. Sono stanco. C’è in me un malessere che deriva dalla condizione di precarietà troppo a lungo protratta e dall’ossessione per il denaro coltivata da grandi masse della popolazione che squalifica qualsiasi attività umana che non produca rapidamente  profitto in denaro. Il parere dei molti pesa e può schiacciare quando diventa una sorta di spirito dei proprio tempo. Mi sento come se fossi incapace di attaccare chi si muove contro di me, purtroppo l’avversario non ha né nome né volto; si tratta della  mia condizione di precariato che provoca una sensazione di debolezza, inadeguatezza, infelicità. Di per sé la cosa è comune e dovrebbe esser l’incentivo psicologico a darsi da fare, in realtà porta spesso a un malessere persistente e diffuso. Da quando il precariato si è unito alla globalizzazione voluta e imposta dalla finanza inglese e statunitense all’Europa e al mondo il male di vivere è aumentato e la piccola borghesia italiana si è impoverita nel giro di un paio di decenni.  Mi sono visto come uno che è debole, uno dei tanti che non riesce a trovare il punto per colpire il nemico, l’oggetto che deve esser rimosso, il bersaglio. Quindi essendo debole la mia percezione è di esser potenziale vittima, potenziale oggetto di prepotenza o violenza altrui, in questo caso l’occasione per questa considerazione è stata un piccolo furto. Chi ha fatto il furto è sparito e non so chi possa essere, probabilmente resterà ignoto. Il problema tremendo del declino italiano è che la persona comune non riesce a capire da che parte arriva l’aggressione, da dove comincia il processo che porta allo smantellamento di interi pezzi del Belpaese e di dissoluzione di cose che riteneva certe e sicure. In questo non vedere e non sentire il nemico è causa di un crollo dell’autostima, è come combattere contro l’aria o l’acqua del mare. I fatti prendono la forma del furto, pezzi d’esistenza, cose date per certe spariscono, e rimangono solo cause apparenti o mezze verità o congetture su cosa sia davvero successo o cosa possa esser davvero accaduto. Le piccole storie di tanta gente comune sono mosse da fili invisibili, da grandi eventi finanziari e da guerre vere o anche solo politiche che avvengono lontano spesso oltre il confini nazionali, ma qui nel Belpaese si vedono solo le ombre e spesso solo gli effetti. In questo non sapere rimane al singolo il Italia resta difficile il dovere della ricerca, il trovare una risposta non banale e non cretina fra una scadenza sul lavoro e una cosa urgente da fare; l’urgente impedisce di pensare, toglie capacità di trovare quelle risposte spesso lontane e perfino oscure che sono dietro il declinare di gruppi sociali e lo spegnersi lento di un a vecchia Italia.




24 maggio 2013

Diario Precario Dal 17/5 al 23/5/2013

 

Data. Dal 17/5/2013 al  23/5/2013

 

Note.

Lezioni regolari, qualche prova scritta.

Conto i giorni.

Contare mi spinge a pensare sul tempo e sul tempo che è finito.

Tempo variabile, qualche dolore fisico.

Notizie bruttissime sulla stampa: povertà, suicidi, violenza, omicidi

 

Considerazioni.

Mi prende male. Da mesi ormai quando leggo il giornale scopro fatti di sangue o suicidi legati al disagio psichico o alla miseria o  tutte e due le cose, e questo in Italia non in qualche luogo oscuro dell’Asia.

I suicidi poi sono spaventosi. Un italiano che si suicida non ha neppure il conforto della propria cultura tradizionale o della religione dei padri e dei nonni. Il suicidio dell’Italiano è un gesto di disperazione assoluta, e avviene tragicamente spesso dandosi fuoco o creando le condizioni per sfracellarsi da qualche parte. Non è il suicidio dei senatori della Roma dei Cesari o dei filosofi di qualche perduta dottrina,  si tratta di  distruggere se stessi e il proprio mondo, è azione negatrice, dichiarazione di odio insanabile verso questo presente, impossibilità manifesta di vivere dentro storie e regole sentite come mostruose, aggressive, persecutorie. Ma cosa è successo al Belpaese che mi scuote, da anni è irriconoscibile; certo non è mai stato un giardino di rose ma quel che accade oggi è clamoroso. Questo dato rende ancora più amara la riflessione sulla mia adolescenza quando mi son illuso che la cultura e l’attivismo politico o qualche forma di volontariato potesse cambiare qualcosa in meglio. I fatti del quotidiano sono tutti contro di me. Questo errore era frutto di una qualche forma di millenarismo inconsapevole che mi accompagna da decenni e dalla cultura politica di allora mediata dai giornali, dai presunti intellettuali e dalle televisioni. C’è un modo per misurare grossolanamente quanto mi sono sbagliato ed è la mia reazione davanti a storie tragiche di suicidi per povertà, di gente che uccide la madre anziana perché non può mantenerla, di padri che sparano ai figli e poi s’ammazzano perché travolti dai debiti, di adolescenti e persone ritenute normali che si danno alla devianza. Ad esempio oggi 23 maggio leggo sul “Corriere della Sera” a pag. 21 un trafiletto su un tale disoccupato e privo di mezzi che ha ucciso la madre vecchia e inferma e poi si è consegnato ai carabinieri, ha dichiarato d’aver compiuto il delitto perché non poteva più assisterla ed era disperato. Quando la cronaca è questa e non sono più fatti isolati, slegati fra loro ma inseriti in un contesto di grande disagio è evidente la dimensione catastrofica delle mie illusioni adolescenziali. Quando l’impressione negativa  quotidiana per me è aggravata dal fatto che non avevo nella mia adolescenza allora una connotazione politica estrema o come si dice eversiva. Un eversore, uno che è sempre e comunque contro il sistema ha meno difficoltà sul piano psicologico davanti a una simile cronaca. Il mondo degli altri per l’estremista di destra o di sinistra è funestato da forze infernali a cui dà nomi diversi: capitalismo, mondialismo, banche, illuminati, comunisti, fascisti, servizi segreti, congiura sionista e chi più ne ha ne metta. In questa visione minoritaria della realtà il mondo di tutti è impregnato di male e la purificazione una necessità consegnata al futuro. Quindi la riforma a partire da forze interne o il progresso lento e necessario del sistema in nome di una comune civiltà sono da escludere; il male è tale da non poter credere nel sistema e in chi ci vive dentro. Quindi l’estremista vive come straniero in un mondo che sente ostile, estraneo, irrecuperabile alla civiltà o alla società giusta che arriverà  prima o poi. Non ha illusioni o belle speranze. Io che ho coltivato in gioventù una sorta di speranza civile mi son dovuto ricredere e ho dovuto osservare la pesante ingenuità che avevo dentro di me. Forse avevo in testa troppi esempi virtuosi, invece se avessi meditato con maggior attenzione le molte figure di umani delinquenti e squallidi che la televisione mostrava nei film polizieschi o nelle commedie avrei capito l’impossibilità di riformare in modo pacifico e civile il Belpaese in tempi ragionevoli e non biblici. Oggi che devo contare le ore e i giorni per arrivar bene alla fine del servizio, in quanto precario, peso di riflesso il tempo andato e son forzato a giudicare come infantili e ingenue certe illusioni che erano al fondo di molti mie scelte  adolescenziali. Oggi sono amare ma senza passione, perché gli anni passati hanno sfocato la forza di quei sentimenti e di quei pensieri e riesco così a incasellarli in qualcosa che era e ora non è più, una vicenda di storia personale. Nulla di più.

 

 



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