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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


17 maggio 2013

Diario precario dal 4/5 al 6/5/2013

 

           

Data. Dal 4/4/2013 al  6/5/2013

 

Note.

Maggio.

Governo  nuovo, polemiche vecchie.

 Italia immobile.

 Così pare.

Correzione terze prove, siamo alle battute finali dell’anno.

Mi prende un senso di solitudine e di stanchezza.

Visto film di Myazaki: Kiki consegne a domicilio.

Dibattito scolastico all’assemblea con psicoterapeuta e ipnologo.

 

Considerazioni.

Il film di Hayao Miyazaki è una piccola perla ma è anche una dose sconvolgente di zuccherosi buoni sentimenti e positive azioni. Alcune osservazioni. Prima osservazione in trent’anni è cambiato poco o nulla l’animazione giapponese è ancor  oggi percepita come spettacolo per bambini e con mio grande imbarazzo mi son trovato con il mio bicchiere di birra in mezzo a famiglie e a bambini con il guanciale di supporto per alzarsi di qualche centimetro sulle sedie o con il   bicchierone  di pop-corn. Più o meno al tempo della mia infanzia le cose stavano così, l’animazione in generale e quella giapponese in particolare era ed è pensata come spettacolo per bambini e famiglie. Mi sono detto: “se qualcuno mi chiede qualcosa dico che sono qui per scrivere una recensione per un blog”.

Seconda osservazione l’Europa descritta dal nipponico studio Ghibli è di fantasia, è il regno delle fiabe rivisto e corretto dove al posto delle casette di zucchero e pan di Spagna e alle carrozze trainate da topolini c’è un mondo tecnologico ordinato, preciso, pittoresco pieno di animali, fiori, natura. L’Europa da cartolina illustrata, anzi da acquerello di quelli che si vendono ai turisti stranieri nelle città d’arte. Terzo va osservato che la protagonista è una strega tredicenne a cavallo di una scopa volante che va a giro per i cieli del nord Europa evidentemente, se c’è una categoria umana che nella storia d’Europa è stata massacrata e messa al rogo dall’ordine costituito è proprio la categoria delle streghe. Il che mi fa pensare che in fondo lo sdoganamento della strega dei nostri tempi che avviene per fini commerciali e di vendita di prodotti d’intrattenimento e giocattoli vari sia dovuto al fatto che per via commerciale la strega cessa d’essere soggetto culturalmente e socialmente pericoloso. In effetti quando c’erano davvero le streghe a giro per l’Europa torture, roghi, processi, pubblici pestaggi erano la regola. Calvinisti, luterani, cattolici, furono spietati nei confronti della stregoneria letta come fatto demoniaco  e sopravvivenza di culti pagani e quindi opposizione concreta all’ordine costituito di allora.  Le piccole streghe della civiltà dei consumi e dello spettacolo, con la scopa volante o chitarra elettrica a seconda dei casi e delle sceneggiature, evidentemente non sono pericolose per l’ordine costituito; la civiltà presente ha sdoganato quello che per secoli era percepito come una potente manifestazione delle forze del male e togliendo alla categoria ogni dimensione malefica ha rivestito il settore “streghette e maghette” di una dimensione positiva, si tratta di un riciclaggio ben riuscito di una categoria umana. In questo il maestro dell’animazione giapponese non è molto diverso da molti autori che hanno preso questo riciclaggio e ci hanno lavorato sopra per creare personaggi simpatici più o meno positivi.

Per il resto è un ottimo film d’animazione all’insegna dei buoni sentimenti, del romanzo di formazione, del pittoresco.

L’Europa ideale e bella  e l’Italia ideale e bella  sembrano confinate nelle fantasie e nei capolavori grafici del maestro dell’animazione giapponese.

Lunedì incontro con la psicologia, l’ipnotismo e la psicoterapia e perfino la grafologia all’assemblea d’istituto. Niente lezione del lunedì ma sorveglianza.

Quattro settimane e la scuola è finita. Devo spingere al massimo il programma.




4 gennaio 2013

Diario Precario dal 27/12/2012 al 3/01/2013

Data. Dal 27/12/12 al 3/01/2013

Note.

Solite cose, giornate che girano a vuoto.

Nuovo anno

Prima impressione delle folle festeggianti il passaggio: tanta voglia di dimenticare il 2012.

Seconda impressione: C’è disagio nella società e la festa collettiva in piazza ha mascherato per una notte, ma fino a un certo punto, il negativo di questo presente.

Terza impressione: il tempo che passa lascia dei ricordi materiali, una saracinesca chiusa da anni  la ritrovi e ti ricordi che era un negozio che frequentavi spesso. Si tratta di un fatto materiale, ma nello stesso tempo è anche un ricordo personale.

Considerazioni

A questo punto non penso al lavoro. Osservo. Qualche volta ascolto.

Mi sono chiesto dove sono finito. Che tempo è mai questo. La civiltà industriale sta trovando dei limiti evidenti di ogni tipo: risorse, irriducibilità di culture altre, conflitti interni, guerre, minacce all’ordine pubblico, crollo di valori e di credenze religiose o loro corruzione e perversione in forme aperte di fanatismo, incapacità del potere politico, inettitudine e avidità delle sedicenti classi dirigenti. Manca un pensiero politico realmente concreto e possibile per uscire da questa caduta e avvitamento verso il peggio. Non è che non sono state pensate forme altre di civiltà industriale, anzi. Il problema è che esse non hanno modo di diventare una probabile alternativa perché questo sistema in Europa e non solo  ha ancora la capacità di mantenere gerarchie burocratiche, plebi elettorali, forze armate e di polizia, ceti privilegiati, gruppi editoriali, interi sistemi radiotelevisivi e così via…

Il che denota una certa vitalità, ma non offre una soluzione al fatto che il pianeta azzurro è circa 51 miliardi di ettari, moltissimo. Tuttavia non è infinito e i 2/3 del pianeta sono mari, fiumi, oceani, laghi …

Questo fa sì, insieme ad altri fattori, che gli umani sviluppino le loro forme di civiltà  su poco più di 12 miliardi di ettari, prendo i dati dall’ultimo libro di Serge Latouche: “Limite”.

Pertanto il pianeta Azzurro non può sostenere una crescita illimitata di più civiltà industriali umane  in conflitto, contrasto, competizione. Questo fatto a mio avviso è il massimo sistema che sta dietro di quell’infelicità nel vivere così comune, il limite di questa civiltà c’è e viene toccato ogni giorno in molti settori. Questo è il punto da cui prende forma il disagio del vivere, un sistema che si è pensato infinito e superiore alla natura deve riconoscere di esistere entro limiti dati e ha difficoltà gigantesche a superarli, per ora cerca d’ignorarli e di tirare avanti.

I “grandi”  che esercitano il potere all’interno dei sistemi imperiali politici, finanziari, militari delle diverse forme di civiltà ad oggi sembrano intenzionati a portare avanti i loro interessi, a realizzare agende politiche, militari, economiche che sono in relazione con la situazione generale ma non sembrano prevedere risposte comuni, altruistiche, fondate sul rispetto e sull’amicizia fra i popoli. Del resto come potrebbero fidarsi di altri simili a loro, non c’è ad oggi un solo sistema di dominio e controllo di carattere imperiale che sia esente da critiche e spesso più è efficace nel perseguire i suoi scopi più si rivela poliziesco, militaresco e autoritario.

Sono quindi qui a livello di massimo sistema, ma nel mio piccolo esiste il quotidiano, il lavoro, il fatto di ogni giorno, l’orario da rispettare, le scadenze. Esiste una cascata di fatti, spesso spiacevoli, che si collegano a livello grandissimo con il quadro generale appena abbozzato. Mancano gli Dei e gli Eroi in grado di rimettere assieme la civiltà industriale con il dato materiale del pianeta, i limiti del possibile  con il pensiero illimitato, la volontà di esprimere potenza divina con la fisicità del corpo umano. La decadenza che vedo ovunque non è solo l’ordinario dato per così dire biologico interno alle leggi naturali di questo pianeta ma è anche il frutto della scoperta silenziosa ma crescente ed evidente dei limiti al progresso della civiltà industriale come è ordinariamente inteso. Questo mi pone ogni giorno la domanda intorno a quale possa essere il corretto atteggiamento davanti a questa situazione, anche ammesso che prenda corpo un generalizzato miglioramento economico questa questione dei limiti dello sviluppo e del pianeta è presente ed è il limite non riconosciuto della civiltà industriale, ossia la realtà nella quale vivo, lavoro, agisco, penso. In fondo proprio perché in quanto essere umano singolo devo pormi il problema del senso di questa totalità che è il mio mondo umano nel quale sono calato e in un certo senso parte. Di cui, per altro, conosco bene per esperienza diretta solo una piccola parte di questa totalità, ossia l’Europa.

Quanti doveri verso se stessi esistono nella vita di un precario della scuola?

 




30 dicembre 2012

Diario Precario dal 24/12/2012 al 26/12

Data. Dal 24/12/12 al 26/12/2012

Note.

Natale…

Periodo, in generale,  di feste finte, intristite. Il Belpaese non ha più il tono festoso di venti o trent’anni fa.

Ritorno ai luoghi dell’infanzia. Suggestioni e pioggia su di me.

 

Considerazioni

A Natale mi capita di passeggiare dopo il pranzo di rito. Lo trovo utile e positivo. Passeggiando nel Parco delle Cascine è sopraggiunta la notte, ci vuole poco a dicembre. Tutto il mio mondo antico mi è sembrato calare in quelle tenebre che si fanno marea di cui tanto scrivo, anche perché una nebbiolina era giunta assieme alla fine della luce naturale e in effetti l’oscurità pareva aver preso una consistenza fisica e la realtà concreta a distanza di pochi metri sfumava lentamente ma inesorabilmente. Alla fine ho avuto una rappresentazione fisica di quel che scrivo senza bisogno di andar in terre esotiche o altro. Sono sicuro e persuaso di aver trovato una formula corretta per descrivere questa presente realtà: Le tenebre si fanno marea. A questo punto devo riconoscere che questa mia espressione è frutto di una personale identificazione con quel piccolo mondo antico di fine anni settanta e primi anni ottanta che si è dissolto perché logorato dal tempo e dalle trasformazioni del mondo umano. La constatazione della lenta sparizione e trasformazione della realtà mi si presenta come la dissolvenza lenta e inesorabile di un grande racconto vissuto in prima persona. Un po’ come il sipario del teatro che si chiude lentamente con un fare solenne. In effetti è comune che nel corso della vita un qualsiasi essere umano osservi trasformazioni anche radicali e viva esperienze fortemente differenziate, perfino che il suo mondo di abitudini e di costumi si stronchi tutto assieme con la velocità del lampo. Qui nella mia vicenda assisto alla decomposizione e dissoluzione lenta, ingloriosa e triste di quel che è comunemente chiamato “Prima Repubblica” che era molto di più della somma di migliaia di ladri in politica e di moltitudini di corrotti e corruttori. Era la scenografia politica e sociale del palco immaginario dove si svolgeva l’esistenza di una cinquantina di milioni di abitanti del Belpaese, milione più, milione meno, quindi qualcosa che era anche nella vita privata dei singoli. Questo palco, questo teatro, questa platea dove si recitava la commedia tragica della Prima Repubblica e dei suoi ultimi anni si è dissolto, è rimasto solo il sipario chiuso e dietro di esso il rumore di suoni spettrali, e  di facchini che mettono via il materiale, non si sente più neanche i fischi del pubblico e le urla d’indignazione. La recita è finita nel peggiore dei modi e perfino il teatro è finito, resta solo un sipario immerso nell’oscurità e nelle tenebre che lentamente sparisce nella notte senza limiti e senza luce. Per mia sfortuna non si è dissolto solo il mondo politico di allora ma anche quella società di cui era in parte espressione. Questo mi forza a pensare la mia vita fuori da un mondo umano di fatto oggi scomparso, proprio l’esperienza del precariato mi rivela quanto sapevo già dalla filosofia: ossia che l’essere umano sente il bisogno di radici, di origini, di avere dietro le spalle un punto da cui è partito e davanti, forse, un punto d’arrivo anche immaginario. Questo sentire non è una consolazione o una vanità, al contrario è una necessità della vita  quotidiana che si rivela nei momenti nei quali l’essere umano deve prendere decisioni importanti o si trova davanti a cose pericolose e impreviste; avere un elemento di stabilità propria, una certezza psicologica, una visione certa di se stessi aiuta nell’indirizzare l’azione e il pensiero. Il senso autentico della mia espressione è la denuncia di questo venir meno delle proprie origini e del proprio quotidiano che è fonte di forza, di pensiero, di capacità d’agire davanti al male che prende forma e alle trasformazioni del mondo umano.




27 dicembre 2012

Diario Precario dal 22/12/2012 al 23/12

Data. Dal 22/12/12 al 23/12/2012

Note.

Vacanze di Natale… scuola chiusa.

Periodo difficile. Otto anni di precariato ormai evidenti mi fanno avvelenare le feste.

Del resto tutto il Belpaese pare in sofferenza.

Ho visto molti negozi chiusi, molti cartelli su case e fondi con la scritta “in vendita”.

Cattivo anche il Natale di questi tempi.

 

 

Considerazioni

Osservo un fatto: il detto CHI SA FARE FA, CHI NON SA FARE INSEGNA rivela che nel Belpaese si dà per scontata la separazione fra produzione  e ricchezza e conoscenza e docenza.

Il sapere è un disvalore perché praticato da cialtroni o incapaci, questa è la sintesi del proverbio. Se non fosse così perché stacca in modo così forte il FARE dall’INSEGNARE.

In effetti questa cosa mi è venuta all’occhio da una saggia osservazione di un carissimo amico.

In Italia rimane dominante  l’idea che tutto ciò che esiste sia materiale nel senso di merce da comprare e vendere. Non c’è spazio per altro e questo spiega le ossessioni e le paure degli italiani che possono ridursi a una sola: farsi fregare la roba e quindi i soldi. Del resto c’è un solo principio l’interesse del singolo è tutto, il DENARO è il DIO a cui la maggior parte degli abitanti della Penisola guarda con ammirazione, devozione, paura reverenziale. Banca e finanza si sono fatte potere politico perché la popolazione ormai in forme diverse tributa forme di culto al Dio–quattrino. Del resto come può essere altrimenti, io stesso devo ammettere che se fossi ricco, ma davvero ricco, avrei superato i tre quarti dei miei problemi semplicemente comprando le soluzioni ad essi. Non tutti certo. Ma i tre quarti sì. In effetti come potrebbe esser altrimenti. La forma dominante di comunicazione oggi è la pubblicità commerciale, essa esce da tutte la parti. Presente nella rete, in quasi tutti gli spettacoli televisivi, al cinema, in strada, in radio, dovunque in una parola. Questa comunicazione mette spesso e volentieri in relazione strettissima la felicità, il successo, la credibilità del comune essere umano con il possesso e il consumo di beni e servizi rigorosamente in vendita. Non si sfugge a questa cosa ed essa piano piano trasforma la mente, la plasma, fa dell’essere umano una bestia addomesticata asservita al senso dell’esistenza che trasmette la pubblicità commerciale. Così è normale che la vita sia in relazione non con la realtà in quanto realtà ma con la sua immagine distorta, con la sua rappresentazione più o meno consumistica. Il modello in testa è quello della pubblicità commerciale, i desideri sessuali son plasmati da decine di migliaia di immagini di modelle seminude o velate, gli oggetti desiderati sono quelli proposti con maggior insistenza o abilità, la macchina è quella del professionista con i superaccessori, la casa dei sogni è lo stereotipo della casa della classe medio-alta dei ricchi di successo ossia la villa o il villino con tetto, camino, giardino, cane, bambini biondissimi, albero con altalena, guardie private e così via... Quando mai una pubblicità mostra condomini popolari alla Fantozzi? Inoltre, a meno che non si tratti di materiale di cancelleria  o affini, quando mai compare nella pubblicità il maestro o l’insegnante?

Il modello di consumi e d’immagine dell’essere umano consumatore non è un sogno, che inteso come destino da forgiare da se stessi è scelta, è una prescrizione, quasi di tipo medico. Se esci dal modello sei uno con problemi, un tipo strano, uno che non sta alle regole con cui giocano gli altri. La “partita” che è comunemente giocata è quella di fare i soldi o almeno di trovare un lavoro per avere accesso ai beni di consumo, alla roba, al conto corrente. In breve quasi tutti inseguono gli stereotipi e i luoghi comuni della pubblicità commerciale, anche senza rendersene conto, per una forza d’inerzia e per una pigrizia mentale  presente nell’essere umano.

Quindi tornando al discorso quel pregiudizio contro il sapere e a favore del fare, come fonte di guadagno ovviamente, ben rappresentato dal proverbio si fondo con il mondo parallelo delle illusioni della pubblicità commerciale, con le immagini dell’essere ricchi e  felici. Il tutto senza nessuna mediazione, senza capacità di distinguere, di approfondire. Così l’immagine del docente diventa meschina agli occhi di milioni di umani del Belpaese; l’immagine in particolare del docente di materie umanistiche.

Io credo che questo proverbio tante volte sentito indichi proprio questa sfiducia in colui che insegna, e non è solo una consolazione tesa a svilire chi sale in cattedra. Si tratta di autentica sfiducia.

Questo è il mio problema: prendersi la credibilità. Perché è proprio la credibilità del docente l’oggetto del proverbio, l’insegnante deve dimostrare che per qualche motivo suo non rientra in quella categoria, ossia deve dimostrare e fondare con la sua quotidiana attività il senso di ciò che fa. Deve da sé creare la sua credibilità. Il che non è cosa facile e tanto precariato non aiuta.




21 dicembre 2012

Diario Precario dal 18/12/2012 al 21/12

Data. Dal 18/12/12 al 21/12/2012

Note.

Quiz. Il concorsone esito 34,5. Tragica beffa di Natale.

Ormai è argomento del telegiornale e strumento della tattica pre-elettorale dei diversi partiti e movimenti.

Domande…

 

Considerazioni

Quanto mi è capitato è, a mio avviso,  estraneo al normale lavoro che svolgo.

Questo è stato uno degli errori più grossi della mia vita finora da me compiuti. Va assieme al primo incidente d’auto, ad amori non ricambiati dell’adolescenza e cose del genere.

Dovevo rifiutarmi di farlo. Invece ho partecipato alla cosa.

Finito l’esame mi sono chiesto a che punto fossi arrivato della mia vita… anzi che storia era quella in cui mi trovavo dopo otto anni di contratti con la scuola pubblica italiana da me onorati e rispettati e non senza successo. Ero caduto in balia del caso, per un quiz in più o perfino in meno si decideva del senso di otto anni di vita e di lavoro, più i due della SSIS.

Questo mio partecipare mi ha squalificato ai miei occhi. Grave errore. Ci vorrà tempo per riparare.

Per mia enorme disgrazia non ho trovato una forza politica e sindacale abbastanza potente e credibile in grado di sostenere un NO.

Intendo un NO radicale, con concrete alternative alla partecipazione.

Così ho preso parte alla cosa durante uno dei periodi di maggior l’intensità di lavoro a scuola. Manco l’avessero fatto apposta.

O forse sì?

Il problema a questo punto è il dopo.

 Occorre anche prendere atto dell’errore compiuto, del disagio che mi sono procurato, della valanga di disistima e disprezzo che è caduta sulla categoria quando le notizie riportate in modo discutibile hanno scatenato provocatori del WEB e della carta stampata.

Qualcosa era errato, stupido, cretino. In me.

Occorre riconoscere che dentro la mia concezione del posto di lavoro è rimasto appiccicato ancora qualche residuo di corrotto buonismo, di fiducia in cose strane, di ottimismo irragionevole e stolto. Questo è male.

La presente civiltà industriale ha le sue logiche. Autentiche, perfette, comprensibili.

Se sei precario sei precario e non sei come chi può dall’alto di cattedre immaginarie o giornalistiche urlare decreti di carta contro la categoria, se sei uno che sta sotto allora  non stai  sopra; se sei fra gli esclusi allora sei  non fra coloro che sono inclusi. Quindi se sei debole in un mondo di finti forti, di finti sani, di finti liberali, di finti dotti,  di finti in generale sei in guai grossi.  

Devo ricordarmi questa cosa, tutti i giorni.

 Devo evitare di trasmettere a coloro che sono vicini a me sul lavoro e nella vita privata cattive speranze, cattivi pensieri, cattive aspettative. La malvagità della calunnia è inutile quando una verità aperta e giusta si mostra. Basta la verità del presente e dei suoi reali meccanismi a rendere l’essere umano inquieto, diffidente, timoroso d’essere aggredito in diecimila  forme diverse di violenza. Nella presente civiltà industriale arrivata al suo terzo atto esiste solo una folle dimensione d’egoismo assoluto e illimitato, se necessario autodistruttivo e questo fatto che è il vero centro della vita collettiva nei grandi imperi come nei piccoli paesi è qualcosa che dall’enorme, dal grandissimo cala fino al caso più piccolo e limitato. Il singolo viene preso da meccanismi sociali e collettivi estranei a ciò che è; e se va bene questo individuo chiede solo di essere lasciato in pace o di conservare un pezzo di garage o di cantina per riporre le cose che gli sono care. Scatole e scatoloni che troppo spesso mutano nel  cenotafio, fatto di pezzi spesso finti, di vite immaginarie rivissute con le lenti del ricordo distorto e della nostalgia.  Nulla del male di vivere accade per caso, certo che avviene in tempi e modi diversi ma con sue regole. Tutto questo processo d’aggressione al singolo avviene con precisione meccanica, con passo sicuro e senza nessuna pietà; questo è un mondo meccanico e informatizzato che finge di essere altro che non è.

 

CITAZIONE

Questo è attribuito al filosofo Stirner

Tu hai diritto di essere ciò che hai il potere di essere.




21 dicembre 2012

Diario Precario dal 9/12/2012 al 17/12

Data. Dal 9/12/12 al 10/12/2012

Note.

Ho preso il 2° Dan di Judo.

Quiz. Ancora quiz.

Cerco di capire di cosa si tratta, andando a buonsenso vado verso un vicolo cieco. Quindi aprire il portafoglio e comprare un libro adatto.

Poi lavoro, attività scolastica.

 

Considerazioni

La grande cosa è avere un libro per il concorso computerizzato. Con CD poi. Ho provato e alla prima ho trovato il libro per il test. Fatto in tempi record e stampato in velocità dalle Edizioni Simone. 39 Euri, come “dicono a Livorno”. Ormai faccio fatica a scansare le contraddizioni di questa vicenda. Ora che il governo Monti è prossimo al termine la stampa e la televisione non risparmiano frecciatine al concorsone. Bella prova. Ci voleva la fine del governo per avvicinare il grosso della stampa e della televisione a quello che da mesi vanno osservando e talvolta urlando sindacalisti, insegnanti precari, comitati, studenti, associazioni…

Di nuovo è la politica da cui parte tutta la questione della scuola, perfino nella sua rappresentazione presso i mezzi di comunicazione di massa.

Anche questa è una contraddizione. La scuola interessa i grandi media solo in congiunzione con precisi momenti dell’attività politica, quasi a ribadire che non ha una sua autonomia di senso. Certo che la cifra di 330.000 fa scena, fa spettacolo, a suo modo il concorso ha riaperto la discussione sulla scuola. Ci vorrebbe Socrate. Me lo vedo davanti al grande schermo che fa: ma voi come scegliereste l’insegnate di vostro figlio? Con dei quiz?”. Non ci voleva. Il sistema scolastico italiano  non ha assorbito tanta parte dei suoi supplenti e precari e il concorsone non risolve, mischia le carte, ma non risolve e crea altri ricorsi, altre polemiche, altro disagio. Un giorno qualcuno mi spiegherà perché questa cosa è andata avanti e sta andando avanti.

Piccola soddisfazione. L’esame di judo è andato bene. Passato di livello. Sono felice per questa cosa, anche se questa aggiunge responsabilità.

 

Data. Dal 11/12/12 al 16/12/2012

Note.

Quiz. Il concorsone ha monopolizzato la mia quotidianità. Non solo la mia del resto.

Ormai è argomento del telegiornale come la guerra di Siria o la tattica pre-elettorale dei diversi partiti e movimenti.

Impegni lavorativi di continuo. Lezioni, riunione sindacale, ricevimento pomeridiano, consiglio...

Non è facile prepararsi al test lavorando e rincorrendo i fatti di ogni giorno.

 

Considerazioni

La grande informazione si dà da fare. Ormai il concorso è uno spettacolo, un fatto notevole di cronaca, e quindi sotto elezioni di cronaca politica e spuntano lettere, interviste, articoli, riflessioni erudite. La mia categoria d’insegnanti precari non è mai stata sotto i riflettori di stampa e televisione quanto in questa settimana. Mi aspetto anche qualcosa in più durante e subito dopo la pre-selezione. Comunque qualcosa non va se la scuola diventa oggetto di spettacolo e d’informazione solo in occasione di fatti notevoli e di preparazione alla campagna elettorale. Manca il suo senso. Non si ragiona di cosa sia la scuola in Italia. La si usa per fare informazione-spettacolo, per fare proprio in questi giorni  giornalismo in salsa elettorale. Cosa è la scuola oggi? Perché il concorso? Come mai 330.000 iscritti alle prove?

Eppure adesso che la stampa e la televisione sembrano aver scoperto la scuola dovrei aspettarmi mobilitazioni collettive della popolazione, un dibattito nazionale, impegni seri dei politici in campagna elettorale; dovrei, in sintesi, aspettarmi un cambiamento di mentalità a livello collettivo. Prevedo che non accadrà. Perché?

Provo a pensare la risposta: l’istruzione in Italia è slegata da reali e diffuse possibilità di ascesa nella scala sociale. Già, in passato il successo dell’istruzione era dovuto anche alla volontà di emanciparsi di masse di popolazione urbana e  rurale,  milioni d’italiani e italiane nell’Ottocento e nel Novecento vedevano nella scuola una via per vivere meglio, trovare lavori decenti o umanamente accettabili, migliorare se stessi e  gli altri. Questo è ciò che si è perduto nello scorrere del tempo. La recessione poi non aiuta. In Italia per  decenni le raccomandazioni di politici, patroni, boss di varia natura, di famiglia hanno disgregato ogni credibilità al merito e alla valorizzazione dei talenti. L’incontenibile fuga dei cervelli e dei professionisti ambiziosi in Europa e nel mondo ne è la prova più aspra e dura. L’immobilismo sociale, pratiche corporative nelle libere professioni, la corruzione, la disonestà di fondo di tanta parte della popolazione spingono molti a non aver fiducia nelle possibilità di elevazione della scuola pubblica. Certo occorre saper leggere e scrivere, aver il diploma, forse la laurea, ma il punto di svolta delle vite di milioni di persone non è ciò che sono e cosa sanno  ma chi li raccomanda, li protegge, li supporta, fa la cosa giusta per loro al momento giusto. 

Il premio desiderato è sempre il denaro, staccato anche dal senso del far bene il proprio lavoro o una qualche professione. Il punto di svolta nella testa di milioni d’italiani non è il sapere, il percorso formativo e di vita dell’individuo, ma qualcosa che è altro e altrove.

Cosa può fare la scuola in un contesto dove il primo problema è avere i soldi per farsi i fatti propri?

 La scuola dovrebbe rifare la società, la politica e l’economia? Con quali forze? Con quali denari? Con quali uomini e  donne?

Nessuno si fa la domanda, pure indispensabile, che cosa è a livello di vita sociale e di preparazione dell’individuo la scuola oggi; sì perché c’è anche la l’utenza nella scuola ossia le famiglie, gli allievi, le allieve e poi il mondo che ruota intorno ad esse. Forse questi soggetti dovrebbero essere oggetto d’attenzione da parte del sistema dei media. Sembra che il loro punto di vista non serva mai, non sia mai sensato, non abbia diritti se non quando l’informazione deve farsi spettacolo e allora devono dire qualcosa su qualcosa che turba la tranquillità, che fa sensazione. La scuola esiste nel sistema dell’informazione solo in funzione di altro, questa è l’idea che mi son fatto.

Il nodo da sciogliere è cosa vuol essere L’Italia. La scuola non cambierà il Belpaese, lo seguirà con i suoi tempi e le risorse che avrà.

 




17 dicembre 2012

Diario Precario dal 1/12/2012 al 4/12

Data. Dal 1/12/12 al 4/12/2012

Note.

Il Ministero della Minerva mette i quiz in rete. Prima prova fatta con risultati da Fantozzi.

Non ho dimestichezza con questo genere di cose, per anni mi sono alzato la mattina col pensiero d’insegnare, di studiare e di scrivere qualcosa.

Quanto proposto nella pre-selezione mi pare estraneo al mio lavoro ordinario e quotidiano.

Ho di che preoccuparmi.

Il cielo è invernale mette tristezza, tira umido, sono raffreddato.

Allenamento in palestra più assiduo, devo fare uno sforzo in più.

 

Considerazioni

La mia situazione è complicata, ho le giornate di lavoro e quando stacco ho da fare, questa prova del concorso cade male in un periodo dove è intenso il lavoro scolastico; infatti si tira avanti il programma per via della pausa natalizia che è lunga e ci sono le verifiche.

Provo un senso forte di frustrazione, mi pare di essere trattato da questo sistema sociale del Belpaese come un numero, un riferimento bancario, un codice a cui segue un nome e  un cognome e una professione. Un fatto burocratico insomma. Un pacco o una lettera su cui barrare la voce: consegnato/respinto/indirizzo illeggibile.

Questo  mi mette in discussione il senso della mia vita, in fondo vivo dentro una società, dentro delle relazioni complesse, dentro l’ordinario ordine di cose di tutti i giorni.

Ma cosa sono io ora? Cosa ero Prima?

 E ancor peggio cosa credevo di essere?

Domande fastidiose che emergono alla luce di questa cosa strana e sgradita del mettere in palio di un concorso dei posti di lavoro a tempo indeterminato che altrimenti senza concorso sarebbero stati assegnati a coloro che sono inclusi nelle graduatorie e fra essi il sottoscritto. Perché è questo il punto. Se la meta è il posto a tempo indeterminato esso alla luce di questi fatti non avrà più lo stesso senso di quando ho iniziato. Ciò che sembrava lineare, ordinato, frutto di scelte e di una conseguenza cronologica e di lavoro oggi appare altro e diverso perché si è aperto un secondo canale di reclutamento e questo cambia tutto per me. Il mio mestiere non mi appare più come la conseguenza di scelte ragionate che portano a un percorso post-universitario con abilitazione specifica e a un precariato che precede l’immissione in ruolo; come era chiaro che così fosse al tempo della SSIS. Questo è il classico maxiconcorso dello Stato da 300.000 e passa candidati, una cosa ben diversa. Questo cambia il senso e il valore del mestiere dell’essere docente. Almeno per me. Ma so di non essere solo a pensarla così. Mi pare quello che è accaduto un ritorno al passato, anzi un mezzo ritorno e un non risolvere il problema del precariato nel settore della scuola anche perché di fatto restano le graduatorie e questo concorso di sicuro non le esaurirà. Non ha i numeri matematici per farlo. Quindi si torna all’Io ossia al sottoscritto. Cosa è stato questo mio passato? Il presente modifica la percezione di sé nel passato, oggi dovrò ripensare il senso di ciò che ho fatto davanti a questa evidenza di trasformazione della realtà che devo in qualche modo subire.

Io non credo di aver sbagliato: Ho fatto l’università, preso la laurea con la lode, fatto dei piccoli lavori, fatto la SSIS per avere l’abilitazione, dal 2001 nel settore dell’insegnamento con piccoli incarichi e poi dal 2005 incarichi annuali nei licei. Questo è un percorso lineare e coerente. Quindi se non sono io il problema devo pensare che questo qualcosa che non va si trovi altrove. Questo altrove non è così semplice da trovare, perché è troppo facile dar addosso ai politici.

C’è qualcosa in più oltre le solite responsabilità.

Il mio vecchio mondo italiano si è dissolto, decomposto. Il senso di molte cose si è perso, il rapporto stretto fra la persona e il suo lavoro non passa più per il ruolo sociale ma per il denaro che se ne ricava, tutto è dare e avere, la realtà è mercato. Nel comune vedere, anche se la cosa è nascosta e taciuta per educazione, il valore di un lavoro è proporzionale al guadagno che porta, uno stipendio medio - basso indica un lavoro di bassa importanza. Quindi è possibile che nel senso comune il lavoro del docente sia associato a un mestiere impiegatizio, a un lavoro di burocrazia riferito a un ceto sociale medio - basso di colletti bianchi, a qualcosa di poco produttivo. Questo ha permesso la facilità con cui per vent’anni i diversi ministri hanno operato sul mio settore spesso con fini diversi e senza un riforma integrata e completa dell’intero sistema. Se il settore della scuola fosse pensato dalla collettività come vitale e portatore di ricchezza in modo diretto o indiretto vi sarebbero state delle reazioni forti, l’ordinario legiferare su questo settore avrebbe richiesto prudenza politica e grandi intese fra le parti. Questo non è avvenuto e riguardo alle proteste per quel che è la mia esperienza esse si sono viste solo di recente e inoltre tanta parte del corpo docente di questo Belpaese solo quando si è sentita colpita in modo pesante ha reagito.

Questo fatto non porta solo al politico ma alla stragrande maggioranza degli abitanti e  dei cittadini del Belpaese. Se la scuola non è una priorità è perché i normali canali per ascendere e diventare ricchi o soddisfatti sul piano materiale non passano dall’istruzione e dalla cultura. Il titolo di studio è il requisito minimo per certe tipologie di mestieri e per l’esercizio di professioni che esigono precisi percorsi formativi e universitari, ma l’italiano medio ha la percezione che i soldi, che sono il centro delle sue aspirazioni e delle sue brame, si fanno in altro modo. L’affare della vita, la fedeltà a un capo in ascesa, la protezione di un potente, una fortunata eredità, la vincita alla lotteria, un miracolo che si traduce in denaro contante, una raccomandazione, l’essere dentro un gruppo che offre protezione  e privilegio questi sono gli orizzonti veri del fare carriera e del mettersi in tasca molti soldi. Per queste cose c’è bisogno della scuola. Pare proprio di no. Può essere un requisito iniziale ma non la cosa giusta al momento giusto.

Io so, alla luce della mia esperienza umana, che tanta parte delle genti del Belpaese hanno in testa questo ideale della ricchezza come soluzione di ogni male esistenziale e materiale e per arrivare a questa medicina universale che sana ogni cosa cercano scorciatoie, vie facili, atti di furberia o peggio.

Non so provare quanto scrivo ora, quindi non sono nella mia affermazione né logico e neanche scientifico: Si sbagliano di brutto

Capisco, e non so spiegarlo, che ciò che sembra regola del mondo è un grande inganno, peggio: una fuga dalla realtà.

Per ora posso argomentare solo questo: il possesso del molto denaro è un fatto potente e concretissimo, ma deve avere dei limiti suoi come tutte le cose.

 Quindi non può essere cura per tutto.

Pare proprio un Natale difficile.




1 dicembre 2012

Diario Precario dal 16/11/2012 al 23/10

Data. 16/11/12
Note.
Assemblea istituto.
I relatori non sono arrivati, adunanza riuscita alla buona.
Invitato dagli studenti ho detto qualcosa in quella sede, mi capita alle volte.
Non dovrebbe essere la regola e per fortuna non lo è.
Fatta sorveglianza.
 
Considerazioni
La giornata mi è parsa all’insegna della beffa.
 
 
 
Data. Dal 17/11/12 al 19/11/2012
Note.
Giorni difficili perché vuoti.
Notizia di occupazione sede principale.
Ancora turbamenti personali per il concorsone.
Sul giornale notizie indigeribili, brutte, squallide.
 
Considerazioni
La solitudine è la grande arma del potere in quanto potere sugli esseri umani di oggi. Milioni di esseri umani scissi e rinchiusi nel loro piccolo mondo d’interessi materiali e in competizione per non si sa bene quali premi e quali privilegi sono incapaci di creare modelli di comportamento e di prassi di valori altri rispetto a quelli mercantili oggi dominanti. Lo vedo guardando indietro nella mia esperienza di vita passata. La solitudine è più di una  condizione esistenziale, è forma del dominio delle merci sulla mente umana perché il soggetto solo ha bisogno di stimoli che vengono dalla moda, dalla pubblicità, da forme artefatte di socialità, sente il desiderio di seguire il gregge umano, la massa, la spinta di collettività anonime. Un milione di anime solitarie sono l’utenza fissa di ogni buon centro commerciale. Chi è l’essere umano di oggi? Chi è l’essere umano della terza civiltà industriale?
Lo squallore dei nostri tempi è anche il frutto di un a perdita di senso della vita umana, la mancanza di fini ultimi, di visioni mistiche, di grandi sistemi ideologici consegna ogni privato al suo intimo squallore privato; e si pensi al vero. Non quel che innalza a vette di comprensioni mistiche o sublimi ma allo squallidissimo interesse egoistico privato e quotidiano. Ciò che affonda l’essere umano è più forte di qualsiasi cosa lo porta in alto. L’abisso mostra la dimensione dominante dell’essere umano; è ciò che è eccelso e sublime cosa rara e difficile da prendere anche quando si presenta nella vita banale di tutti i giorni. Questo è un tempo di abissi, per carità spesso portatori di verità e di descrizioni del reale veritiere, ma il contrario dell’abisso è raro; come se fosse lì solo per confermare ciò che sprofonda e va nel torbido. Il pensiero politico dominante neo-liberale è la giustificazione del capitalismo della terza rivoluzione industriale che risulta essere globale e iper-tecnologico e nello stesso tempo attraversato da volontà di potenza di stati neo-imperiali. Ma il pensiero neo-liberale nei fatti è poco più di una giustificazione dei rapporti di forza e di dominio di una minoranza di super-ricchi e del presente sistema capitalista, non ha un disegno finale, un senso della storia, del percorso storico di una civiltà o dell’essere umano; di fatto è anche una rottura con il pensiero liberale classico che era profondamente intriso di un suo, sia pur discutibile, senso morale. Non c’è un fine nel sistema ma solo il perdurare del sistema stesso, almeno finchè durano le condizioni generali delle risorse e dei rapporti di forza militari,  politici e sociali che lo consentono.
 
Data. Dal 20/11/12 al 23/11/2012
Note.
Occupato il Liceo, occupazione con possibilità di portar avanti la didattica.
Nei limiti del possibile.
Poteva finir peggio.
Intanto le proteste studentesche della provincia sono finite sul giornale.
Socializzazione con i colleghi nell’occasione della sovversione studentesca dell’ordinario ordine di cose.
Lezioni un po’ surreali con una parte degli allievi che occupa e altri no. Spesso non-lezione con le sedie vuote nelle classi.
 
 
Considerazioni
La condizione straordinaria dell’occupazione mi ha fatto passare un po’ di tempo con i colleghi in aula docenti. Certo che un divano per i docenti in queste situazioni  non sarebbe malvagio, mi ricordo di aver trovato nella mia esperienza di precario delle aule professori con un vecchio divano un po’ sfatto ma tanto comodo. In questo mio incarico non è in dotazione. Certo che parlare di scuola con i colleghi usando il divano dà un senso di pace borghese da Primo Novecento. Riesci ad essere quasi pacato, riflessivo mentre magari parli del concorsone del 2012. I divani rendono una comodità che la sedia ordinaria, anche quella con i braccioli, non ha. Per esempio se uno si confronta con un collega di storia e  filosofia intorno alla storia della Cina Contemporanea con rivista o articolo alla mano e al successo internazionale del capitalismo autoritario creato dal partito comunista cinese è bene avere vicino un divano. Si può parlare pacatamente e con lucidità del fatto che quel modello è invidiato da fin troppi manager di colossi finanziari, commerciali e industriali in Europa e non solo, che l’autoritarismo, la tecnocrazia e il dirigismo cinese stanno facendo scuola, suscitano spirito di emulazione perché è un modello, visti i tempi, vincente. Una cosa del genere è brutto discuterla in piedi. Il divano filosofico-storico-letterario dovrebbe essere posto fra le dotazioni non necessarie ma auspicabili.
Una cosa che è opportuna, ma forse più del divano, è una seria attenzione della stampa locale per la scuola. La scuola appare magicamente sui giornali per fatti gravi di cronaca, occupazioni, eventi come adunanze straordinarie alla presenza delle autorità, sinistri nel senso di tubi rotti o soffitti che cadono. L’ordinario e il banale della scuola non compare mai, così tanti pensano che la scuola sia quella di trenta o quaranta anni fa quando al contrario è successo di tutto. Per far capire al Mario Rossi di turno cosa accade nella scuola di oggi ci vorrebbe un vocabolario minimo per termini come: “POF, pentamestre, trimestre, quadrimestre, moduli, unità didattiche, terza prova, simulazione terza prova…”. Perché di solito si occupano di scuola le signore  e per un periodo della loro vita. Il resto degli italiani, di solito, uscito da scuola si disinteressa di ciò che capita e di ciò che cambia nel sistema della scuola. Quindi è naturale che i più ignorino che nel giro di un paio di generazioni la scuola è profondamente mutata. La stampa forse dovrebbe dirlo, ma non lo fa e così anche la televisione, infatti ciò che fa spettacolo o può essere confezionato come spettacolo è preferito alla descrizione un po’ triste del mondo umano dove uno vive. Lo spettacolo fa i grandi numeri, pubblicità, fama, crea personaggi. L’ordinario, il banale, l’ovvio mette tristezza, fa pensare la tempo che scorre, al senso dell’esistenza propria e altrui. Proprio non va per la pubblicità. La pubblicità paga i giornali, programmi televisivi, riviste, tutto ciò che è comunicazione  e pretende grandi numeri. Mi chiedo come potrebbe essere la scuola vista da un marziano che con l’UFO in questi giorni capita per la provincia e osserva le occupazioni. Che potrebbe capirci? Come potrebbe fare una mappa concettuale di ciò che vede e dei meccanismi sociali e di relazione e comunicazione? Cosa potrebbe mai dire di una scuola occupata dagli studenti? Magari su Marte la scuola viene occupata da assessori, sindaci, presidi e vicepresidi e gli studenti chiamano la polizia. Oppure posso figurarmi che il marziano con l’UFO ritenga che volantinaggi, cortei e proteste per la scuola siano manifestazioni di protesta tipiche non degli studenti ma di genitori, insegnanti, dirigenti d’impresa, capi politici al governo. In fondo se l’istruzione comune va male è ragionevole pensare che in prospettiva vada male tutta la società e si fermi il progresso, la scienza, l’arte, la continuità con il passato, le manifestazioni di sapere o di creatività individuali e  collettive. 

Considerazione surreale

Oggi c’è bisogno di un marziano con l’UFO che dall’alto del suo essere alieno e superaccessoriato e tecnologico che descriva questi formicai impazziti comunemente chiamate civiltà umane ormai arrivate al tempo della decadenza della civiltà europea, sedicente occidentale, e della globalizzazione.




30 novembre 2012

Diario Precario dal 15/11 al 16/11

Data. 15/11/12

Note.

Lezioni a scuola. Questioni di burocrazia.

 Fatta domanda per docenza attività alternative alla religione cattolica.

Giornata di pensiero.

 

Considerazioni

La giornata è limpida, tranquilla.

Io non sono tranquillo, non sono felice.

Quello che vedo, anzi che intuisco è un Belpaese che si chiude su se stesso malgrado le apparenze.

La solitudine, l’egoismo, l’interesse privato, il dato economico, l’apparenza della propria posizione sociale o lo stipendio sono il centro della vita del singolo, non c’è spazio per altro.

Quando c’è qualcosa di diverso è poca cosa, spesso residuale o sono valori tipici di appartiene e di anime belle o di piccoli gruppi persone interessate a qualcosa di originale. Ciò che è denaro è concreto e ciò che è concreto è tutto per la stragrande maggioranza degli abitanti del Belpaese. Il resto non esiste o esiste nella fantasia, come agitazione di poeti, come cosa da invasati, da esseri umani mentalmente disturbati. Nulla di veramente serio turba le genti del Belpaese ad eccezione di ciò che entra ed esce nel portafoglio o nel patrimonio privato.

La vasta messe odierna di massacri, orrori, disastri ambientali, guerre, stragi terroristiche che avvengono altrove  e perfino non lontano dai nostri confini non agitano i popoli nostrani, al contrario un furto in casa è la fine del mondo, un problema di soldi sul lavoro, anche minimo, è una tragedia greca. Malgrado le apparenze e per quel che posso capire perfino le famiglie se possibile hanno fatto questo percorso di auto-centramento su se stesse. Alla fine la lezione neo-liberale dell’individualismo ha trovato in Italia una sua contorta applicazione dove mentalità arcaiche di antica origine feudale e contadina si mischiano alle suggestioni della terza rivoluzione industriale. Ordini professionali, da abolire da almeno tre decenni, e trasmissione di mestieri e libere professioni di padre in figlio si mischiano all’uso di internet e dei social network senza alcuna contraddizione apparente. L’abitudine italiana a convivere con  le contraddizioni rende possibile quel che altrove sarebbe vivere prendendo in faccia settimanalmente un cazzotto logico e concettuale. Io credo che tanta parte dei popoli di questa penisola si sia abbrutita dentro negli ultimi tre decenni; non ne uscirà fuori una storia per bambini: ossia un racconto con il lieto fine. Ma forse c’è una logica in questo. Non si può dar la colpa ai forestieri, o se la loro colpa esiste è solo per piccola parte. Questo vivere nel brutto e nel deforme è una scelta lucida, è reazione esistenziale, è qualcosa di voluto e di consapevole. Sì proprio consapevole. La stragrande maggioranza delle genti del Belpaese vuole vivere seguendo i peggio proverbi familistici ed egoistici del mondo rurale  e delle plebi urbane di cui c’è traccia in certi arredi per case e negozi. Faccio riferimento a certi cartelli e motti invero un po’ volgari dove si esalta la diffidenza contro tutti, l’egoismo esistenziale, l’indifferenza verso il prossimo come rimedio alla disonestà altrui. Il mio lavoro, a causa delle materie che insegno,  mi porta lontano da tutto questo, da questa mia evidenza professionale osservo il mio disagio esistenziale. Mi ricordo di aver scritto anni fa, a proposito del precedente fatto militare del  conflitto israelo-palestinese,  che il tipico italiano sarebbe rimasto indifferente davanti alla televisione anche davanti alle immagini di guerra con di umani fatti a pezzi, al contrario la pasta scotta o non salata l’avrebbe mandato in bestia. Credo di dover confermare quel giudizio. La sensibilità davanti ai massacri qui è cosa per spiriti nobili e per gente che fa militanza politica all’estrema destra o all’estrema sinistra. Strano accostamento questo dove condizioni umane diverse di piccole minoranze si staccano in modo così forte dalle massa indistinta dei cittadini e para-consumatori, o consumatori immaginari. La maggior parte della popolazione italiana vive nel quotidiano e ogni giorno ha la sua cosa urgente, la sua necessità, il piccolo tornaconto che deve trovare la sua soddisfazione. Non c’è spazio per ciò che è altro, lontano, diverso. L’essere umano italiano tendenzialmente, anche se non vive nel disagio, pensa per sé in termini egoistici e opera e agisce pensando alla soddisfazione di suoi  desideri e di personali bisogni.

 

Data. 16/11/12

Note.

Assemblea istituto.

I relatori non sono arrivati, adunanza riuscita alla buona.

Invitato dagli studenti ho detto qualcosa in quella sede, mi capita alle volte.

Non dovrebbe essere la regola e per fortuna non lo è.

Fatta sorveglianza.

 

Considerazioni

La giornata mi è parsa all’insegna della beffa.

 




21 novembre 2012

Diario Precario dal 8/11/2012 al 14/11

 

Precario

 

Data. 8/11

 

Note.

Mobilitazione delle Provincie Italiane contro le iniziative del governo, minacciano di spegnere il riscaldamento alle scuole per mancanza di finanziamenti.

La cronaca mi dà senso di nausea, fastidio.

Le notizie del TG3 sul concorso mi sono parse surreali,  amio modesto avviso degne di una provocazione futurista o di un quadro di Dalì o di De Chirico. Eppure mi sa che sono vere. Fin troppo vere.

 

Considerazioni

Cosa è oggi il lavoro del docente? Sembra una foglia, un tronco di legno in mare aperto, una nuvola nel cielo. Ossia qualcosa che viene spinto qua e là dal vento, dalle onde, dal caso.

 

Precario

 

Data. 9/11

 

Note.

Ancora notizie sulle mobilitazioni.

La scuola dove lavoro vive il disagio della situazione presente, per ora è l’insieme di coloro che vivono nella scuola che accusa i colpi di tempi.

La notizia delle agitazioni ora sembra davvero interessare i giornalisti.

Aria di elezioni anticipate?

Chissà.

Considerazioni

Ci vuole un grande silenzio interiore per ascoltare se stessi. Qualche volta ci provo ma non riesce bene la cosa. C’è sempre troppo casino intorno a me, ci vorrebbe l’austerità di un monastero o il rigore di un tempio buddista al tempo dello shogunato Tokugawa. Quindi mi ascolto a momenti. La pace interiore e il silenzio mistico son cose di pregio, oggi rare.

Data. 10/11

Note.

 Mobilitazione delle scuole in alcune grandi città d’Italia.

La cronaca parla di docenti e allievi assieme nella protesta.

Servizi  del TG3. Danno copertura mediatica alla protesta in atto. Interessante.

 

Considerazioni

Quello che avevo visto a Firenze si ripete altrove, le due parti in causa nella scuola allievi e insegnanti assieme nelle protesta. Che risultato!

Solo questo dovrebbe far pensare.

 

Data. Dal 11/11 al 14/11/12

Note.

 Mobilitazione delle scuole continua. Sciopero generale Europeo ben riuscito a Firenze.

Fatto corso della FLC per concorsone, non mi ha rasserenato la cosa. Se possibile il mio umore è peggiorato davanti all’evidenza della natura della prova.

La cronaca parla di nuovo  di docenti e allievi assieme nella protesta. La copertura mediatica non manca stavolta. Odore di elezioni?

Sicuramente. Già si parla di votare per il Lazio e si è già votato per la Sicilia con risultati dirompenti.

Burocrazia per esame di Judo. Pure questa. Quest’anno è infilato male quanto a carte e certificati.

 

Considerazioni

Sento il peso degli anni. Il precariato mi provoca una diffidenza verso tutta la realtà, verso tutti i rapporti umani. Credo sia stato un grave errore affidare la realtà Italiana ad una ricetta sociale che ha funzionato nell’ex Impero Inglese e negli USA per due decenni. Non siamo come Italia impero, quindi non può esser quella la soluzione che in fondo è scaricare sulla società le contraddizioni dell’accentramento della ricchezza nelle mani di poche famiglie di supermiliardari. La schiena dell’Italia è troppo piccola per un peso così tremendo.

Ho avuto fra le mani il vecchio tesserino del Judo. Che roba. Il tipo della foto sono io in un tempo lontano da questo. Molto lontano. Sono passati nemmeno dieci anni. Oggi è  come se fosse passato un abisso di tempo, trascorsa una vita altra. Sette o otto anni sono un salto su un diverso pianeta. Questa terza  civiltà industriale corre troppo in fretta, forse vuol arrivare alla fine della sua corsa in anticipo. In fondo accelerare un percorso di trasformazione  e mutazione anche negativa sul piano di sofferenze ed effetti è percorrere un tempo e delle situazioni. Questa forma di civiltà aumenta ritmo e velocità di trasformazione del reale e velocizza i tempi  di obsolescenza del già prodotto e già usato. Per il suo bene  dovrebbe rallentare ma in realtà va ancora più forte.

 



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