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26 maggio 2010

Io ho avuto un maestro di arti marziali



De Reditu Suo - Terzo Libro

 Io ho avuto un maestro di arti marziali

Parlare dei propri maestri è difficile, sembra di compiere un furto e di rubare serietà, vita e saggezza a uomini morti da tempo che non possono  semplicemente smentire quel che affermi con una telefonata o una battuta. Voglio correre il rischio e scrivere sul mio maestro di un tempo recente ma già lontano. Il maestro è scomparso ai primi di gennaio del 2009 quello che mi ha mostrato in vita era una lezione di coerenza perché  l’uomo, l’artigiano e lo sportivo erano aspetti del vivere integrati nella sua persona. Ritorno con la memoria all’ultimo periodo del suo insegnamento; molto spesso le lezioni del maestro  avevano un inizio ma non una fine. Di solito le lezioni in un Dojo iniziano con un inchino formale e si concludono allo stesso modo. Per alcuni mesi di fila le nostre iniziavano con il saluto sul tappeto, poi non terminavano con il saluto di congedo.  Era un po’ come se la lezione di Ivo avesse sempre un inizio e mai una fine, come se il suo insegnamento, sempre interrotto dal fattore tempo, dovesse rincominciare di nuovo in una sorta di continuità, in una specie di unità ideale d’azione e di pensiero. Era qualcosa di singolare ma in qualche modo mostrava quell’assoluta unità di cui lui era interprete. Non c’era scissione fra Ivo artigiano, Ivo atleta, fra Ivo maestro e Ivo uomo di tutti i giorni. La sua lezione era precisa, il suo metodo chiaro, la sua azione coerente e generosa. Quest’unità è oggi utopia. Il suo insegnamento era certo quello d’insegnare a lottare: ma con le regole e nelle regole, mai contro di esse. Poi il momento del saluto conclusivo è arrivato davvero, al suo funerale con tutti gli amici e i tanti allievi giunti da ogni dove per onorarlo. La sua lezione era finita, l’esempio che ha dato, invece, è  destinato a durare presso coloro che vorranno far tesoro del suo insegnamento sportivo e formativo. Oggi scrivere di questi personaggi, delle persone singolari, per onestà, coerenza, impegno tradisce la nostalgia, l’illusione o peggio la volontà di fuggire nel trapassato remoto o semplicemente suscita il sospetto nello sconosciuto che ascolta che colui che parla eserciti una qualche ipocrisia farisaica. Il Belpaese è così lontano dagli Dei e dagli Eroi e dalle grandi e sovrane passioni che in molti non possono più  capire il senso intimo di una vita, di una causa, di una ragione profonda, di una questione di principio onesta e filantropica. Ho avuto un maestro e questo è un piccolo privilegio non quantificabile in cruda moneta.

   

                                                                     IANA per FuturoIeri




5 ottobre 2009

L'Ombra del Maestro

 

 

 

L’Ombra del maestro

Sono morto.

Ora sono l’ombra del maestro d’uomini e donne

che fui in vita.

Ho preso presso di me ragazze timide,

giovanotti goffi,

bambini con problemi.

Gli ho donato me stesso.

Gli ho insegnato a lottare.

Con le regole, nelle regole.

Ero maestro d’arti marziali, di Judo.

Con la mia disciplina e il mio sapere

Ne ho fatto dei combattenti puliti, ora sono uomini e donne.

Gli ho dato come esempio

la mia vita dove lavoro, onestà, sport erano una sola cosa.

Ero un maestro d’arti marziali, di Judo

La mia utopia mi è costata amarezze.

La mia coerenza mi ha messo contro i costumi dei tempi.

Sono stato più forte di ogni avversità, di ogni critica.

Ero un maestro d’arti marziali.

Maestro di Judo.

Ho speso bene la giornata della mia vita.

La mia opera è l’incontaminato possesso

di coloro che mi hanno amato

 in vita.

Ivo.

Circa nove mesi fa, dopo il funerale di Ivo, presi con me stesso l'impegno di onorare il suo insegnamento con una poesia. La fortuna mi ha voluto bene e vinsi il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia Edita ed Inedita Racconta il tuo sport" indetto dall'ACSI. Oggi propongo ai miei venticinque lettori quanto ho scritto.




4 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (4)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 4

D-. Cosa aggiunge o cosa ha aggiunto nel passato, secondo te, il Judo nella cultura sportiva degli italiani?

R-. La cultura?

D-. Sì, alla cultura sportiva

R-. Non c’è cultura sportiva, mi dispiace sono italiano, ma non c’è cultura sportiva.

D-. Neanche…

R-. Uno che ha avuto una cultura sportiva ha fatto successo con una canzone; Conte con Bartali: descriveva pari pari quello che era lo sport popolare. E’ piaciuta perfino ai francesi: ti rendi conto!

Da quanto era bella. Ma aveva una cultura. La cultura si nota dalle piccole cose. Pensa alla canzone “Genova per Noi”. La differenza fra Asti e un posto di mare provala! Te lo dice in faccia. Pensa adesso alla canzone “Azzurro” che è un ritorno della memoria alla solitudine e al ripensare all’oratorio. La cultura ci si fa con l’osservare le cose e ripensarle. Nello sport è uguale. Io la cultura me la faccio fra voi. Fra me e te c’è un ottimo rapporto. Guarda Ho avuto il caso di un mio studente di arti marziali. Pensa vent’anni con me, fin da bambino, non lo volevano neanche in casa. Perché un giorno gli ho detto:”no, la ginnastica non la devi fare così, la devono fare tutti”. E’ andato via. Ha rotto un’amicizia che durava vent’anni. La chiami cultura quella. Non ha sensibilità. Se io dovessi rompere un’amicizia con te prima chiederei spiegazioni.

D-. Vorrei conoscere qualcosa di più sul tuo rapporto con la musica, dal momento che sembra avere un ruolo tutto suo nel tuo essere maestro di arti marziali.

R-. La musica alle volte supera e implica le parole. A volte tu puoi descrivere una situazione con la musica. La musica è l’arte del suono, e i suoni danno alle volte la sensazione di una tragedia o di un fatto felice, che le parole non raggiungono nella sua complessità.

D-. La musica per te si proietta oltre il linguaggio.

R-. Sì! Ti faccio un esempio perché si può parlare di queste cose per esempi: Beethoven è stato l’autore dell’”Eroica” e della “Pastorale”, però la “Pastorale” ha in sé quello che sentiva lui, c’era il carattere della persona.

D-. Che può essere descritto con la musica adatta

R-. Se tu senti Sibelius, e la parola ti dice che era un compositore del Nord-Europa. La mattina lui alle cinque, all’alba, andava su una roccia, si sedeva con la pelliccia e poi scriveva. Lui ha scritto un’opera molto bella un Valzer triste dove la morte entra e fa una danza macabra attorno a un morente. La descrizione triste di quest’opera non è stata trovata perché era nel carattere del compositore. Se tu senti Mozart, senti il genio viziato. A sedici anni aveva la moglie e lo sfruttavano. Il patimento e la sofferenza nella sua musica si trovano solo alla fine della sua vita nel famoso requiem, quello reso famoso dal film. Lui poi era un massone.

D-. Molti erano tali nel Settecento, era anche un modo per respingere le rigidità di una società strutturata per ordini sociali.

R-. Ti faccio un altro esempio per farti capire cosa voglio dire. Io mi ricordo quando Dubcek fu lasciato libero dopo i fatti di Praga, era vecchio e l’avevano rovinato, era morente. Pensa quando si affaccia alla finestra si sente la musica di Smetana, la famosa Moldava, il brano “La mia Patria”. Quando si affacciò alla finestra si vide nel volto il dispiacere del passato per quello che aveva provato e l’orgoglio rappresentato da questa musica. Ecco perché ho detto che la musica supera le parole e anche l’orgoglio stesso.

D-. Questo rapporto con la musica può essere utile per elevare il carattere delle persone.

R-. Certo.

D-. Allora si ritorna la discorso iniziale di una cattiva cultura che c’è in Italia nello Sport che porta avanti interessi materiali.

R-. Esatto, è uguale

D-. Mentre al contrario c’è nello sport un problema di formazione complessiva dell’essere umano.

R-. Quando tu senti la musica americana, il Reggae-time è nato nell’Ottocento quando i musicisti negri facevano il piano-bar e non avevano una melodia sofisticata, ma un suono cadenzato, bellissimo, che esprimeva la loro vita; era la loro vita nei campi di cotone. Quando suonavano al piano-bar davano vita a quegli americani che erano appiattiti.

D-. Capisco.

R-. C’è una storia dietro tutto questo. La musica andrebbe insegnata nelle scuole non solo facendola solfeggiare ma facendola ascoltare e apprezzare, anche usando le opere di Walt Disney. Pensa a “Fantasia” quando viene rappresentata la toccata e fuga di Bach in re minore. Dal momento che quello studio musicale non voleva rappresentare niente ma il cambiare il ritmo per fare la melodia. Allora il cartoon fa vedere le note che saltano sugli spartiti. Non è necessario altro. Una notte su Montecalvo, sappiamo tutti di cosa parlo…

D-. Certo, è il monte legato alla leggenda del sabba delle streghe. Leggenda che è stata trasportata in musica da un famoso musicista russo e sullo schermo da Walt Disney.

R-. A un certo momento si vede i cadaveri che passano chi da un cappio, chi dalla ghigliottina, chi dalla mannaia, tutti condannati a morte che ritornano tutti quanti a ballare sulle mani di una montagna bellissima che si apre. E’ Lucifero. Quando c’è il sacro e il profano ecco in scena il contrasto col profano con un suono di campana. Lucifero guarda arrabbiato, richiama e richiude dentro il suo corpo le anime dei dannati e lontano si sente la gente povera e ignorante che canta l’Ave Maria di Schubert. Questo quando tu lo spieghi ai ragazzi, quando lo si fa scrivere in Italiano, li migliori, sono migliori; hanno la possibilità di aprirsi.

D-. Parli di questo come di un’elevazione culturale attraverso la musica.

R-. Mia madre diceva: la musica va ascoltata per capire chi la scrive. Per esempio Gerschwin io a 14-15 anni lo ascoltavo molto spesso ilo “concerto in fa” è bellissimo come “Un’Americano a Parigi”. Io ho capito dopo perchè il maestro italiano Toscanini l’ha diretto. Perché ha delle composizioni e delle strutture per le quali è classico.

D-. Quindi un linguaggio che sa attraversare lo spazio e il tempo.

R-. Se a un ragazzo fai sentire la “Saga della Primavera” di Stravinsky e poi gli dici che nasce il mondo così e parte dal dinosauro fino ad oggi. E’ un’esplosione di un cosmo che nasce fino ai fiori, l’amore, la gente, la civiltà e poi un’altra esplosione l’annienta. Ma con la musica lo senti. La musica è l’arte del suono, ma è anche l’arte di vivere. Quando tu parli di una persona gradita è musica, quando tu parli d’amore con una ragazza o con gli amici d’amicizia è musica. Se tu non senti questa musica sei insensibile. Questo lo diceva anche la Fallaci. La Fallaci mi diceva: guarda Ivo io dormivo nelle trincee i Viet-nam e gli americani con la chitarra alle volte suonavano brani country che derivavano dalla sinfonia “Il nuovo Mondo” di…

D-. Dvorack

R-. Si lui, la suonavano perché era bella ed esprimeva il loro animo. Faccio un salto logico: è così anche per i cori di montagna, dove senti la gente che canta col cuore. Del resto si può fare un capolavoro anche con una tarantella come ha fatto Rossini, pensa usando la mandola uno strumento medioevale, antichissimo. La musica è l’arte di vivere, come la poesia; il saper dire il saper parlare.

D-. Saper vivere in che senso?

R-. Di poter gustare.

D-. Si, cosa?

R-. L’ambiente e la situazione

D-. Affinamento quindi…

R-. Pensa all’Aida a come vengono rappresentate le situazioni, nel trionfo c’è prima c’è una musica e poi una diversa solenne.

D-. Quella del trionfo, del principe che torna.

R-. E’ il trionfo. C’è anche la parte nostalgica col padre di Aida con “rivedrai le foreste imbalsamate”.

D-. Quella è la parte che mi piace di meno mi chiedo cosa sia passato nella testa del librettista al soldo di Verdi.

R-. Di questo dovremo riparlare un giorno

D-. Forse occorre ritrovare la propria cultura se si è persa

R-. Bisogna cambiarci se no non viviamo, se noi non ci facciamo una cultura, vincerà il più forte. Vincerà l’N’drangheta, la camorra, il capo-settore in una contrada, quello più forte dentro il bar, hai capito. Io ero a fare una coda per una raccomandata. Arriva uno dal fondo e dice: me la fai per favore ho furia. C’erano venuti pensionati a prendere la pensione e io: Guardi quel biglietto lo mette da parte e lo fa quando siamo arrivati tutti in fondo.

Quello:”Come sarebbe a dire?”

Lo presi per il collo e lo buttai fuori.

Dissi: “questi sistemi neanche col tuo babbo devi farli. Perché son convinto che al tuo babbo tu gli devi rispetto. Non lo fare più sai, sennò t’ammazzo di botte”.

Fece una faccia.

Bisognava arrivare a questo.

Ma che sei propenso a fare questo per tutta la vita?

No.

Bisogna mettercelo in testa Iacopo.

D-. Alle volte è difficile essere coerenti con se stessi

R-. Ma tu sei costretto. I napoletani dicono: Storto a Valle, Dritto a bene. Capisci si sta al caso, poi col caso si fanno delle cose che vengono fasulle. He! Io ti volevo far un suggerimento. Vorrei un altro dialogo fra me e te. Tu ascolti e scrivi degli appunti e poi si rifanno.

D-. Si, D’accordo




4 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (3)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 3

D-. Si è vero, adesso vorrei passare ad un altro argomento.

Qualche anno fa in occasione del passaggio del tedoforo con la fiamma olimpica a Firenze Il Maggio Fiorentino Formazione ha festeggiato l’evento con un concerto dal titolo “Canti di Olimpia note e versi”. In quella occasione il regista della serata Gabriele Duma ha riportato in scena gli Epinici, ossia quei componimenti poetici che nell’Antica Grecia celebravano l’atleta e in un certo senso consacravano la sua vittoria e la tramandavano ai posteri e alla storia.

Vorrei conoscere la tua opinione sul contemporaneo rapporto fra sport e arte e di conseguenza fra sport e storia: se esso a tuo avvio è un residuato del passato e può presentarsi solo citandolo o mistificandolo o se è al contrario un rapporto ben vivo, o se ancora nel passato vi sono stati momenti di congiunzione fra sport e arte che hai avuto occasione di constatare.

R.-Il teatro greco aveva una recitazione di sfondo che aveva una sacralità

D-. Sì, alla luce proprio di questo passato nobile vorrei chiederti sul rapporto fra sport e arte e fra sport e storia.

R-. Ci deve essere. Questo tu l’innesti se la gente ha una cultura. Per esempio, un maratoneta a Londra ebbe una coppa dalla Regina, negli ultimi tre metri era stato squalificato. Era italiano. Pensa a un doppio senso, per la regola ha perso la medaglia, però la regina gliela dette extra. Fu nel primo novecento. Queste cose noi non abbiamo l’abitudine d’abbinarle alla dolcezza del ricordo. Io ti racconto una cosa che dovrebbe essere tutto. Comprai una macchina scassata. Ero a Livorno, al mare. Ero solo. Non sapevo dove andare. A Livorno. Da Bolgheri vado verso San Guido. Io stavo passando fra questi cipressi, soffermai quasi, io sentivo qualche dicitore, qualcosa d’immaginario che mi diceva: I cipressi che a Bolgheri che mi ripetevano:”Ben lo sappiamo che anche un pover uomo tu sé/ Ben lo sappiamo il vento ce lo disse/ che rapisce degli uomini i sospir”. Queste sfumature, mi capisci devono far parte dell’uomo, se tu passi di lì e non hai conosciuto Carducci che era un Nobel, che lo si voglia o meno è un Nobel, e descriveva così bene una zona così bella come la maremma; bene se a uno non gli fa proprio niente e guarda “L’isola dei Famosi” c’è il baratro. Non gli puoi parlare così. “L’isola dei Famosi” intrattiene per tre ore gente: dove uno dice io mi son leticato con quello, io mi son leticato con l’altro.

Tutte stupide banalità. Vorrei vedere loro quindici o venti giorni su un’isola senza mangiare e bere. He!, He!.

Ti rendi conto Iacopo, ma ci hai mai pensato? Si scade nella banalità. Noi bisognerebbe essere un pochino più profondi capisci e invece non lo siamo.

Noi quando si premia questo sport; ora qualcuno, te in particolare, Campostrini, e Leandro cominciano a capire la bellezza del fare tappeto, l’indifferenza nel momento del fare agonismo; ci deve essere un’indifferenza. Capisci. Se io vinco una gara perché in quel momento ho trovato uno che era inferiore, ma nello sport siam tutti uguali un giorno va quello un giorno quell’altro. I grandi campioni di automobilismo vincono diversi mondiali perché hanno il privilegio di avere la macchina diversa da quelle dei loro compagni, quando hanno avuto la macchina uguale a quella dei compagni di scuderia non c’è stato niente da fare perdevano. A certi livelli nello sport c’è la facilitazione. Guarda gli scandali delle partite. Anche nel judo si possono verificare simili incidenti. Il concetto della competizione non deve essere fra me e te sul tappeto, ma fra noi due e lo sport. Riusciranno a fare questo con facilità, a renderlo bello, a renderlo affascinante? Si! Ecco la competizione! Io la vedo così! Certamente se un campione è più bravo di un altro gli dò la pacca:”sei bravo”. Se tu a scuola fai un componimento e uno mi fa una cosa scialba, dico è una competizione. Tu sei stato affascinante rispetto a lui, questo va riconosciuto nello sport. Ma già il pensiero che quello si stringe le meningi per dire quel poco che sa va preso in considerazione un giorno può scrivere delle cose belle. Così come nello sport, si può fare cose belle. Lo sport fra l’altro è una cosa che tiene l’amicizia: il rapporto fra noi. Sennò siamo tutti soli. Io vedo gente che non ho più visto, sono soli; è una solitudine che diventa deprimente.

D-. Non pensi che questo sia connaturato a questo particolare tipo di società?

R-. Si ma c’è un fatto. Ritorno sui genitori.

Una donna di cui non farò il nome per motivi di discrezione ha portato in palestra un bambino di origine nord-africana. Qui è andato bene e in quell’anno tutti gli hanno fatto un encomio in palestra. Torna a casa e i suoi amici volevano andare a fare nuoto. la madre a quel punto mi dice:”non lo riscrivo”. Io gli rispondo:”Guardi, che qui andava bene a scuola”. Sai era un ragazzo preso in giro qui amato. Questo è l’aiuto che serve. Se ti avessero messo al bando, qui in palestra te, o qualcun altro, e ti avessero lasciato solo, in che stato saresti?

D-. Sarebbe stato un problema in più.

R-. Ma forse quello determinante. Perché c’è della gente che quando è depressa è isolata va al suicidio.

D-. Questo è vero

R-. E’ il vivere insieme. Chi ha fatto il servizio militare sa che tutti volevano congedarsi. Una volta congedati ogni tanto si hanno dei rimpianti.

D-. Forse perché è un periodo della vita

R-. No, perché ti fai tanti di quegli amici che se sono antipatici, li puoi scansare perché ne hai altrettanti simpatici. Ma vivi in una comunità. Vai a letto la sera, e su in venticinque persone e al buio la sera si parla di quello e di quell’altro. E’ tutta una vita di massa, l’essere umano è come il branco. Prova a prendere un cane randagio o un lupo e a levarlo dal branco.

Spariscono.

Il leone se vive fuori dal branco resiste un mese, un mese e mezzo poi muore.

D-. Probabilmente perché è il tipo di animale che è connaturato a quel tipo di vita sociale.

R-. Ma noi tutti siamo connaturati alla vita sociale. C’è l’eremita e l’asceta che fanno eccezione. Ma tutti. Io penso tanto, ma quando voglio uscire e vedere gente è per riabilitarmi un po’. Iacopo.

D-. Certo, l’ascesi…L’eremita, se ci si pensa bene, è una figura che di per sé cerca di entrare in comunione con Dio, non si può dire che è solo.

R-. Fa una scelta. Attenzione! Ricordati una cosa, l’eremita si può anche appartare dalle persone perché ha scelto una vita diversa. Basta leggere Siddartha di Hermann Hesse. Ma non è solo Siddartha. Attenzione! Nel male oscuro di Giuseppe Berto il finale è una meditazione, ma però è stanco del vivere insieme con i grandi problemi, esce Siddartha in questo fiume di meditazione e diventa la pace in se stessa. Ma hai detto bene te, perché già crede fermamente in qualcosa d’altro. E uno non crede.

D-. Per uno che non crede in niente c’è la caduta nel nichilismo.

R-. L’ammazzarsi!

Vedi Pratolini diceva nella vita difficile a un fratello che stava morendo:”tu credi in Dio- vedi io non ti so rispondere se un giorno starò morendo e l’uomo non potrà fare più niente e chiederò aiuto in Dio, vuol dire ci credo”. Bisogna vedere cosa succede quando si arriva a questo punto.




3 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (2)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Dialogo con un maestro di judo

Sezione 2

-D-. Certo, è vero.

R.- Questo, Iacopo vuol dire che la mente umana, il cervello, è in grado di fare queste cose; alcuni lo coltivano, alcuni se ne fregano. Noi in Italia abbiamo il vizio di fare grandi conferenze. Lo sai perché? Perché dopo le conferenze ci sono le grandi cene o le grandi mangiate. Io ho fatto due conferenze sportive qui al polo di Sesto Fiorentino. La cosa più bella, quando vedevi tutti era quando c’era il buffet. Tutti lì con queste tartine, anche personaggi importanti. Quando parlano di sport, ad esempio potrebbero pensare di agevolare le palestre dove lo pratichi invece di tassarle. Questa ragazza, di cui ti ho detto prima, che fa ginnastica che ha portato tre medaglie ai mondiali deve andare a Trieste, ha cambiato città per continuare ad allenarsi. Purtroppo i politici locali e nazionali non hanno sensibilità nei confronti dell’attività sportiva e delle difficoltà che incontrano gli sport minori e le palestre. Prestano troppa attenzione a quelle attività sportive di massa che coinvolgono centinaia di migliaia di persone e generano grandi flussi di quattrini in entrata e in uscita. In breve sono sensibili al potere del denaro e alle possibili ricadute elettorali delle loro scelte politiche. Gli sport minori anche quando riportano dei successi olimpici o internazionali vengono trascurati, questo è anche il caso del judo.

D-. Certo,Quel successo italiano.

R.- Quei signori che lavoravano al CONI prendono lauti stipendi potrebbero fare un bilancio un po’ diverso, e quando un ragazzo, o una ragazza, prende le medaglie olimpiche dargli la possibilità di fare sport. Noi questo non lo facciamo.

Allora cosa succede?

Succede che facciamo queste conferenze, alla fine risulta che è venuto bene tutto. E’ stata fatta anche una conferenza sull’antidoping, a noi ci hanno chiesto l’antidoping e l’abbiamo fatto e poi non si è visto più nessuno. Tu capisci! Il signor De Magistris, che ha dieci o quindici anni di nazionale, ed è stato per dieci anni il miglior pallanuotista del mondo, se dico del mondo è così perché ce l’invidiavano tutti, s’incavolò quando montò in cattedra. Disse quello in modo più brutto, quello che dico io:”Voi parlate di sport, solo quando c’è da mangiare e da far delle chiacchere. Ma voi avete parenti, cugini, figli, mogli, parenti e nessuno di questi fa sport, ma come mai?”.

E’ questo il problema che bisognerebbe cambiare completamente, è una cultura diversa. Guarda! La cultura non la fai solo a scuola. Per esempio un americano che ha fatto judo con me si chiamava Piccinelli -dimmi che americano era- era del Texas di San Antonio e mi diceva: in America si comincia in età giovane e se uno non ha voglia di fare sport viene incluso come materia affiliata, se non fa niente bisogna che sia ottimo nelle altre materie se no non chiudono neanche un occhio.

Allora vanno nei college, vanno nelle palestre e nelle piscine e fanno lo sport che gli piace. Quelle due ore di movimento le fanno, perché se io ho sette in matematica ma non faccio niente, niente di sport, quando si arriva a fare una valutazione, si dice questo in matematica va bene ma come uomo che cosa è? Non sale le scale. E’ questa la filosofia, non posso dire neanche se sia giusto o sbagliato; però è diritto e obbligo di genitore e di giovane di prepararsi a un domani.

E’ vero o non è vero.

-D-. Perché qui siamo così carenti?

R.- Perché siamo ignoranti, non abbiamo il pallino di esser curiosi, di imparare…

D-. E’ una questione di umiltà

R.- No, è una questione d’ignoranza. Nel senso buono.

D-. Ivo volevi aggiungere altro a questo pensiero.

R.- Sì, volevo dire, quando si giudica questo sport, quando lo si osserva o lo si alimenta assieme è uno sport che trascina dietro una matassa, nel senso buono del termine, una matassa di tratti culturali che noi non conosciamo.

D-. Forse non conosciamo fino in fondo.

R.- Il giapponese che dipinge, non ha lo stile del francese, del fiammingo, dell’italiano, dello spagnolo; esprime un’arte tutta sua. Anche nella sua musica è così diverso da noi quando deve esprimere dei sentimenti.

D-. Quando non fa riferimento agli strumenti o alla tradizione “occidentale”.

R.- Loro esprimono il loro d’animo, la musica dovrebbe essere universale per tutti.

D-. Esprimono il loro stato d’animo in maniera diversa, è qusto quello che vuoi dire?

R.- Quando si pratica uno sport, bisogna insegnare e far capire anche questa questione della cultura

D-. Questo ci rimanda al problema dell’essere maestro in questo sport, che è centrale nei nostri discorsi.

R.- Una cosa collaterale al judo sta entrando nel rugby, non in Europa dove c’è già, ma in Italia. Il rugby è nato per una dimostrazione di cavalleria e gentilezza proprio per la virilità che ha; però c’è il rispetto delle regole.

D-. Certo, anch’io l’ho fatto, è così

R.- Tu sai cosa voglio dire

D-. Nel rugby, sì

R.- Però ci sono delle persone che fanno a cazzotti, si picchiano, fanno a botte, perché non entrano nello spirito del rugby. I neozelandesi è difficile che facciano a botte, più facile lo facciano i francesi. Perché è nato lì, nel mondo anglosassone. In questo sport qui il judo, devono imparare la storia, la cultura.

Poi c’è una cosa, non bisogna mai pensare che questa competizione, anche se è uno sport olimpionico e vi sia uno scontro da cui esce un vincitore e un vinto. E’ una cultura del proprio corpo e della propria mente. Quando uno fa due ore di tappeto con una o più persone mette alla prova il proprio corpo, la propria mente e … come si dice?

D-. Indole?

R.- No; le proprie reazioni, la velocità delle reazioni, la fantasia, il buonsenso. Per tirare, per imbastire un colpo, per battere l’avversario ci vuole creatività che nasce in pochi secondi. Ecco la bellezza di questo sport, in più nel fare questo non si può usare solo un arto, una mano, un piede come fa il pugilato o il calcio, qui va usato tutto il corpo. Se non funziona tutto il corpo non c’è tecnica, non si proietta, non c’è atterramento. Tu su questo devi far una riflessione. Io in palestra oggi ho rammentato, l’hai visto, il muoversi come fanno certi balletti russi o il teatro NO giapponese. L’ha fatto “Dio Bono” Luca Ronconi con” l‘Orlando Furioso” del 1968.

D-. Il movimento elegante, è questo che vuoi dire?

R.- Questa cosa me l’ha detta un direttore del Comunale, il sistema del teatro NO, e quello di certi balletti russi dove le immagini degli attori passano senza vedere le articolazioni delle gambe, sono le forme dei pensieri che uno immagina nel dormiveglia. Lì vedi il volto che recita.

Non si vede tutta l’azione, è questo il concetto.




3 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (1)

Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Dialogo con un maestro di judo

Sezione 1

D.-Credo sia opportuno per iniziare questa conversazione a partire da una citazione che potrebbe essere l’occasione per ascoltare la tua opinione intorno al rapporto fra sport e italiani così come lo hai potuto osservare nel corso degli anni.

Inizierei con una citazione dal famoso testo “Lettera ad una professoressa”:”Agli esami di ginnastica il professore ci buttò un pallone e ci disse:”giocate a pallacanestro”. Noi non si sapeva. Il professore ci guardò con disprezzo:”Ragazzi infelici”. Anche lui come voi. L’abilità in un rito convenzionale gli pareva importante. Disse al preside che non avevamo “educazione fisica” e voleva rimandarci a settembre. Ognuno di noi era capace di arrampicarsi su una quercia. Lassù lasciare andare le mani e a colpi d’accetta buttar giù il ramo di un quintale. Poi trascinarlo sulla neve fin sulla soglia di casa ai piedi della mamma.

M’hanno raccontato d’un signore a Firenze che sale in casa sua con l’ascensore. Poi s’è comprato un altro aggeggio costoso e fa finta di remare. Voi in educazione fisica gli dareste dieci.”

R.-Ecco vedi su questo, occorre star attenti. Quando si fa una disciplina sportiva la passione deve esserci se no non la si fa perché la passione ti dà incitamento, voglia di migliorare, di riflesso ti fa migliorare il fisico, la mente e tutto. Se non c’è la passione, se tu vai in palestra e la passione la devi fare solo perché l’ha detto uno fuori che devi fare sport dopo venti giorni smetti. Io ho fatto judo perché l’ho amato e lo amo tutt’ora. Uno che fa il lancio del martello, o il lancio del peso, sembra più banale di un altro sport più complicato ma nelle sue piccolezze, nella perfezione è passione. Questo professore probabilmente è uno di quelli che crede che lo sport sia quella dicitura dei genitori e dei familiari di quando uno arriva ad una certa età e butta la pancetta. Ecco lo sbaglio. Lo sport bisogna farlo perché la vita oggi non ti mette in condizioni di avere il fisico ben preparato per camminare e muoversi. Oggi ci sono tante facilitazioni, capisci?

D.-Mi permetto di aggiungere che si punta anche a un modello di vita essenzialmente basato sul piacere e sul rilassamento.

R.-Certo, ma tu guarda: gente in motorino, gente in moto, in macchina. La bicicletta la prendono perché è un vezzo. Vanno in Mountain Bike, perché son quelli che hanno già passato l’età delle palestre, una disciplina non possono impararla allora vanno in Mountain Bike, hai capito, e dicono: io faccio sport. Lo fanno già fuori tempo e non hanno un metabolismo e un fisico preparato, e corrono dei rischi, come quelli che vanno a correre, è lo stesso tipo di problema. Il concetto dello sport dovrebbe essere recepito nella testa dei genitori. Come dire: come io mando a scuola il figlio e voglio che ha vent’anni conosca questo e quest’altro e sappia fare i calcoli e come si fanno. Così deve anche dire: voglio che salga bene le scale, se cammini, che sia in grado di fare ottanta chilometri a piedi, se casca in mare da una barca deve avere già il fisico preparato per il nuoto e per affrontare il pericolo.

Questo non c’è.

Noi si manda i bambini in piscina. Lo sai perché? Perchè i bambini ci vanno volentieri. E lo sai perché?

Perché la piscina a livello bambini è l’unico Sport a livello bambini dove non c’è una disciplina. Fanno confusione, urlano tutti, giocano, si tirano l’acqua. Se tu li metti in una palestra a fare ginnastica come quella ragazza che ha preso in silenzio, preparazione e meditazione tre medaglie; ma chi lo fa. Non lo fa più nessuno Iacopo! Noi abbiamo un concetto sbagliato.

Scendo, faccio un salto concettuale.

Cesare Barioli non sbaglia quando parla del concetto di Judo di Gigoro Kano. Perché Gigoro Kano vedeva il judo come la perfezione di se stesso. Montare su un tatami e migliorare se stessi, anche se non tira uno ma tira l’altro ma fai una proiezione è una vittoria verso te stesso. Non a caso Gigoro Kano disse che s’era fatto male, la competizione rovina il judo, perché esce dai parametri della tecnica, vai d’impulso, vai di spinta. Penso a un pilota che va a 400 KM/H se non avesse la tecnica dei cambi e delle correzioni, e andasse d’impulso e di spinta, sarebbe sempre fuoristrada. Alcuni corridori che correvano così sono morti giovani, perché gli mancava quel che mancava ad altri. Sono sempre dell’opinione che lo Sport dovrebbe essere una cultura per vivere.

Mi spiego meglio.

Tu la mattina ti alzi. Ti lavi perché lo sporco è una cosa sgradevole verso te stesso e verso l’altro, ti pulisci, per ti senti meglio. Se tu fai dei movimenti in palestra e vai a giocare a carte sarebbe meglio dovresti fare altrettanto, solo che lo sport è una fatica immensa rispetto a farsi la barba. Il fatto di dire: il ragazzo non può perché ha da studiare è una scusa. Prima di tutto perché quelli che hanno da studiare son tutti fuori e la sera li vedi. Io ho visto ragazzi qui in palestra, e tu sei un esempio, dedicarsi completamente a questo sport così difficile e passare bene gli esami, laurearsi. E’ vero o non è vero.


 



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