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5 marzo 2014

Una scelta obbligata: i moniti contro la prossima guerra

Una scelta obbligata: i moniti contro la prossima guerra

 

 Da tre anni con i pochi amici di Futuroieri ragionavo di dipingere e presentare dei moniti contro la guerra. Si trattava di cose semplici. Il progetto è arrivato a 49 tavole di “moniti contro la prossima guerra”, di cui una doppia, e a un racconto di fantascienza che viene pubblicato a puntate nella rubrica foto di Futuroieri.

Questo si è reso necessario perché negli ultimi tre anni il cannone non ha cessato di tuonare anche vicino al Belpaese e alle sue coste. Non avendo strumenti di grande rilievo o pulpiti con migliaia di uditori e telespettatori come hanno politici e opinionisti il disegno, la didascalia, il simbolo, il monito, la facile profezia sono diventati i miei mezzi. Da qui l’impegno a far un percorso di ragionamento e di esercizio della meditazione intorno al problema della guerra e alla natura imprevedibile e pericolosa dei nuovi conflitti. Il male grande dei nuovi conflitti è che nella cronaca sono incastrati fra la cronaca mondana e scandalistica, i risultati del campionato di calcio, la cronaca giudiziaria che concerne banche e politica, scandali cittadini, segnalazioni sul traffico. In altre parole anche i massacri, la fuga di popoli interi, i colossali interessi che son nascosti dietro le guerre, il mercato delle armi, gli eserciti in lotta diventano fatti indistinti dalle altre notizie; nella quotidianità del consumo di notizie in modo frenetico e veloce è comune che si perda il senso delle informazioni stesse. Invece, questa è la natura di questo piccolo impegno così singolare, chi scrive ritiene che sia bene  riflettere sulle nuove guerre e sul fatto che nel XXI secolo la guerra è ancora lo strumento delle risoluzioni dei conflitti e delle vertenze fra grandi interessi finanziari e commerciali e  fra potenze imperiali. L’auspicio è che i moniti ispirino i fruitori a considerare l’idea di far da sé un proprio studio, un percorso personale di riflessione sui nuovi conflitti e sulle nuove guerre.

Ciò detto…

Buona fortuna a tutti.

IANA


http://foto.libero.it/amici.futuroieri/




16 aprile 2010

Una mia considerazione ripubblicata

15 Apr, 2010

De Reditu Suo - Satira e fumetti del tempo morto

Scritto da: F. Allegri In: De Reditu Suo| Professore Iacopo Nappini e letto 22 volte.

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De Reditu Suo
Satira e fumetti del tempo morto

07/01/2010
Ammetto che è difficile iniziare un simile discorso, azzardare un ragionamento a partire dal proprio passato senza cadere nella trappola della nostalgia o della distorsione dei fatti.
Quanto sto per scrivere riguarda anche la mia pre - adolescenza e l’adolescenza, tuttavia prego i miei venticinque lettori di considerare il senso ampio della cosa che va oltre la riflessione autobiografica. PARTIRÒ DA LAMÙ CHE È UN GRANDE FUMETTO ED È ANCHE UNA FRA LE PIÙ FAMOSE SERIE ANIMATE MANDATE IN ONDA IN ITALIA. A beneficio di quanti non conoscono ciò di cui tratto riporterò degli stralci da Wikipedia: “Lamù (Urusei Yatsura) è un manga pubblicato in Giappone dal 1978 al 1987, scritto e disegnato da Rumiko Takahashi, dal quale sono stati nel tempo tratti una serie televisiva, sei film ed undici OAV.
La vicenda in particolare ruota intorno ad Ataru Moroboshi, un ragazzo estremamente sfortunato e donnaiolo, e a Lamù, figlia del grande capo degli Oni giunta dallo spazio per invadere la Terra.Vestita unicamente di un bikini tigrato, Lamù s’innamora di Ataru dopo aver frainteso una sua frase per una proposta di matrimonio.
Le avventure sono organizzate per singoli episodi, ed in alcuni casi un episodio è diviso in più puntate.
Gli argomenti sono in genere la sfortuna e le avventure sentimentali di Ataru che si incrociano con gli insoliti alieni amici di Lamù o con i terrestri suoi “simili” dalle personalità più grottesche.
Molte delle situazioni che di volta in volta si presentano, altro non sono che parodie della società moderna e del folklore giapponesi (un po’ come sono i Simpson per il pubblico statunitense)…”.
SI PUÒ LEGGERE QUESTA SERIE FAMOSA E ARCINOTA COME UNA GRANDE PARODIA, UNA PRESA IN GIRO DELLA SOCIETÀ GIAPPONESE A PARTIRE DAL MICROCOSMO IMMAGINARIO DI UN LICEO E DI UN GRUPPO DI ADOLESCENTI CHE SI TROVANO CATAPULTATI IN STORIE E AVVENTURE EROICO - DEMENZIALI.
La realtà che costituisce il sistema dell’industria dell’intrattenimento giapponese ha permesso lo sviluppo di una serie che è anche esercizio di una capacità di critica verso la propria società e satira mordente del costume e delle fantasie popolari di natura eroica e fantascientifica.
QUELLO CHE SORPRENDE È LA CAPACITÀ D’INTEGRARE LA CRITICA NEL SISTEMA ENTRO I TERMINI DI UNA CULTURA POPOLARE LEGATA ALLA CIVILTÀ INDUSTRIALE; SE PENSO ALLO STESSO PERIODO QUI IN ITALIA OSSERVO CHE LA SATIRA DI COSTUME ERA SVOLTA IN MODO FAZIOSO E PARZIALE DA CUORE E DA TANGO PUBBLICAZIONI VICINE AL PARTITO COMUNISTA ITALIANO.

Il paragone con il modello giapponese mi svela il limite del Belpaese che è quello di aver cercato di conciliare la civiltà industriale con la sua dimensione assoluta e invasiva con logiche strapaesane e l’avidità dei vecchi partiti politici.
IL BINARIO DELLA CRITICA DOVEVA ESSER PARTE DI UNA FAZIONE, DI UNA CORRENTE, DI UN RIFERIMENTO CONFESSIONALE O POLITICO; LA SOCIETÀ CIVILE O ERA DI PARTE O NON ERA.

La satira sul costume a livello fumettistico nello Stivale non è andata oltre il ristretto ambito della sfera delle PUBBLICAZIONE POLITICHE E DI QUELLE ORIENTATE POLITICAMENTE, perfino un personaggio fuori dagli schemi precostituiti come Pazienza, in qualche misura, è stato ascritto alla sinistra che contestava il sistema di potere democristiano prima e pentapartitico poi.
Credo che il Belpaese su questa cosa sia su un binario morto: affidare l’espressione della satira e della riflessione irriverente all’ambito politico ha creato una distorsione che ancor oggi fa in modo che gli autori di certi fumetti o di vignette siano inquadrati come soggetti schierati contro qualcuno.
C’È QUALCOSA DI CADAVERICO IN QUESTO MODO ITALIANO DI PENSARE LA SATIRA E I FUMETTI, ANCHE PERCHÉ OGGI FARE POLITICA È UN VERO E PROPRIO MESTIERE E NON UNA MISSIONE MORALE.

—–
Il professor Nappini cura il sito http://noglobalizzazione.ilcannocchiale.it




4 marzo 2010

Bananìa e la Terza Rivoluzione Industriale



 

  De Reditu Suo - Secondo Libro

                            Bananìa e la Terza Rivoluzione Industriale

Alla fine era giunto, era una cosa prevedibile e scontata che lo scorrere del tempo portasse fatalmente un nuovo millennio, eppure la cosa arrivò quasi inaspettata assieme a una nuova fase della terza rivoluzione industriale.   Il Belpaese di Bananìa quando arrivò la Terza rivoluzione Industriale non era ancora riuscito  capire fino in fondo la Prima e ad adeguare le mentalità assurde, nepotistiche e feudali delle sedicenti classi dirigenti alla logica delle imprese. Purtroppo alle sfortunate genti di Bananìa erano toccate delle classi dirigenti di profonda ignoranza anche nelle arti e nelle scienze occulte; per esse la divinazione e la conoscenza del misterioso si limitavano a monologhi da fattucchiera e agli amuleti rozzamente composti da ciarlatani di provincia e tipi bizzarri che si dilettavano di magia. La terza rivoluzione industriale era molto di più  era un tempo di passaggio fra l’uomo e la civiltà di prima e quella di dopo, in quei decenni a cavallo fra un millennio e l’altro si sarebbe deciso il futuro, l’umanità sarebbe entrata nella fase d’integrazione del corpo animale con la macchina, l’umano doveva diventare altro da sé e dalle sue origini. Si apriva con il nuovo millennio la prospettiva di un umano potenziato e di una civiltà  umana dominante che forte del primato tecnologico aprisse la via a soluzioni straordinarie e alla trasformazione della vita sul pianeta. Ma tutto questo agli inizi del nuovo millennio era ancora una visione di pochi e di chi osava proiettarsi con l’immaginazione e la previsione oltre il proprio tempo.  Bananìa era  preda di classi dirigenti di  scellerati, truffatori e ladri i quali distraevano il popolo con la televisione-spazzatura quindi la stragrande maggioranza degli abitanti della penisola  non capì  la gravità dei tempi e le trasformazioni in atto. A quelle genti disperse e  malconsigliate la realtà appariva come un gigantesco spettacolo di cattiva qualità interrotto ogni tanto dagli arresti ordinati dai giudici e da qualche follia dei sedicenti VIP. In quel tempo Bananìa era la fogna della peggior gente del vecchio Mondo, in pochi la consideravano come una realtà seria e men che mai come uno Stato meritevole di qualche ascolto o anche solo di una riflessione. Quando arrivò la Terza Rivoluzione industriale con i suoi milioni di licenziati, con i nuovi apparecchi che connettevano gli esseri umani singoli alla rete universale, con le nuove armi tecnologiche e spaziali fu evidente che la maggior parte dei bananiani resi rozzi e rincretiniti dalla cattiva politica e dalla pessima televisione sarebbero stati travolti mentalmente e psicologicamente dalle  novità.  Ma la fortuna sorrise alle tapine genti quando i grandi imperi del pianeta azzurro si massacrarono con le armi di distruzione di massa al tempo della Terza Grande Spartizione del Mondo. Così le genti sfortunate ebbero  modo di colmare il proprio ritardo  approfittando della ricostruzione del mondo umano e liquidarono la Repubblica dei ladri e dei delinquenti sostituendola con qualcosa di più accettabile. L’umano integrato con la macchina arrivò male, armato fino ai denti e incluso nel  pacchetto tecnologico-affaristico del supersoldato del futuro e fu pregio e merito delle genti di Bananìa aver  restituito quella tecnologia alle esigenze della vita indicando e in segnando di nuovo alle disperse popolazioni umane del pianeta azzurro le vie della civiltà, del viver bene e dell’arte.  Quest’impresa di restituire l’antica dignità alle arti e alle scienze dando la memoria del passato e un senso di continuità alle diverse nuove civiltà e forme d’umanità comparse di nuovo sul pianeta azzurro  fu propriamente la lodevole impresa dei bananiani.

 IANA  per FuturoIeri




28 febbraio 2010

Bananìa e il futuro del mondo

 


 

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                       Bananìa e il futuro del mondo

 Il Belpaese di Bananìa aveva rifondato la sua civiltà e le sue istituzioni al tempo della Terza Grande Spartizione del pianeta azzurro, la repubblica dei ladri e dei mafiosi era sparita, le armi chimiche e nucleari avevano annientato le ragioni stesse della sua esistenza assieme a gran parte degli umani che vivevano sul pianeta azzurro.  Sparite le caste sociali di privilegiati, gli sciami di parassiti sociali, di ladroni, di faccendieri, di prostitute di rango, di criminali adunati in associazioni e organizzazioni segrete rimase una massa informe di popoli smarriti e sfortunati che si diedero un re per regnare su di loro e un governo scelto per sorteggio per governarli. Il sorteggio trasformò la politica e in tempi difficili e di sopravvivenza operò un grande beneficio perché comportò l’eliminazione dei politici di professione  e ridusse di conseguenza la corruzione e la scissione delle genti in partiti rissosi e contrapposti per motivi di clientela o di profitto privato. La necessità e le dure prove del tempo post-apocalittico favorirono comportamenti virtuosi e solidali e la civiltà cominciò a ricostituirsi e con essa lo Stato di Bananìa che trovò la sua missione morale e civile a favore del consorzio umano. Gli Dei oscuri e molteplici ritrovata una via per risorgere alla vita dopo il tempo della loro disgrazia ripresero il loro posto nel mondo umano, essi guardarono con diffidenza a Bananìa ma l’importanza di ciò che si era salvato dal caos era  tale da suggerire un qualche accordo. Fu così che le genti diverse di Bananìa si trovarono ad esser pregate, dagli Dei che non adoravano, di soccorrere le disperse e infelici genti del pianeta azzurro con la loro arte e la loro scienza I tempi scellerati avevano deturpato ma non distrutto il patrimonio culturale della penisola e per questo il  nuovo ciclo della vita e della civiltà di Bananìa nonostante le gravi sciagure, aveva restaurato l’antica saggezza e la forza creativa.  La prima cosa che fu donata dalle genti di Bananìa al resto degli umani infelici furono i loro saperi di carattere artistico e tecnologico per onorare degnamente con opere gli edifici e gli spazi pubblici e le abitazioni. Il vivere e il lavorare in luoghi dignitosi e confortevoli alla vista migliorò le genti straniere che trovarono anche la forza di ringraziare con preghiere e sacrifici gli Dei molteplici per la buona cosa che avevano fatto. Il secondo  dono delle genti di Bananìa fu la loro letteratura che portò di nuovo alle genti tapine del pianeta azzurro il piacere di descrivere la propria esistenza e di pensarla diversa;  questo favorì la scienza e il pensiero e aiutò la tecnica a ricostruire se stessa. Il desiderio del bello e di una vita degna di esser vissuta portò poi grandi benefici anche ai molteplici Dei che compresero il vantaggio di esser onorati da popoli civilizzati.  Così l’umanità andò incontro a una nuova fase di crescita e prosperità che portò fatalmente a una nuova età di declino, di conflitto e di guerra. Tuttavia la saggezza delle genti di Bananìa restò come integro patrimonio di quanti amano la civiltà, il vivere sano e la dignità degli esseri umani.

 IANA  per FuturoIeri




27 febbraio 2010

Il giorno che Bananìa scoprì d'essere indispensabile


 

De Reditu Suo - Secondo Libro

                     Il giorno che Bananìa scoprì d’essere indispensabile

 Il Belpaese di Bananìa aveva perso la sua civiltà e il suo  regime di ladri e di corrotti e ricostruì se stesso in  tempi d’estrema calamità. Quando divenne consapevole d’essere indispensabile per il consorzio umano prima di tutto  alle sue disperse genti e poi a tutta quella massa di bipedi pericolosi detti esseri umani. Capitò che l’Impero d’Atlantide venne trascinato anche per il perverso consiglio degli alieni della galassia d’Andromeda in una serie di guerre rovinose con gli imperi minori, si trattava del contendersi sfere di dominio politico ed economico sul pianeta azzurro; una cosa banale nei termini ordinari dei conflitti fra esseri umani. Purtroppo l’imperatrice di Atlantide  non era umana ma una bio-macchina senziente e stabilì che un conflitto vasto e distruttivo avrebbe creato una civiltà nuova fatta a sua immagine e somiglianza che sarebbe fuoriuscita dalla rovina estrema del mondo umano precedente. Così fu e le genti di Bananìa da tempo sottomesse alla civiltà di  Atlantide in così grande sciagura trovarono la forza di liquidare le loro sedicenti classi dirigenti di ladri e approfittatori al soldo dello straniero e dell’alieno, questo fu possibile perché le caste dominanti e i poteri economici criminali si erano dissolti dopo i primi bombardamenti nucleari. Bananìa si diede un regime nuovo e le disperse genti stabilirono di nominare i loro amministratori attraverso il sorteggio in quanto le antiche libertà elettorali avevano creato sciami di disgraziati che vivevano di politica alle spalle della gente e perseguivano interessi  criminali. Da un regime criminal-democratico le genti di Bananìa passarono ad una monarchia aleatoria dove il sire esercita il potere attraverso un personale politico rappresentativo della popolazione perché sorteggiato  e non eletto. In un pianeta azzurro ferito dalle esplosioni nucleari e dalle armi chimiche e abbandonato da Dio le genti di Bananìa confortate da un giusto regime politico ritrovarono se stesse e prosperarono nell’abbondanza. I molti Dei scacciati dal Dio Unico ritornarono dai regni della morte e con invidia  osservarono quelle genti un tempo tapine  e disperse costruire le basi della rinascita della civiltà e con  sofferenza indicarono ai loro cultisti e seguaci di ricostruire i loro popoli. Gli umani dispersi e sconfortati riconobbero nella libertà e nella creatività delle genti di Bananìa il modello e l’esempio da seguire e desiderando il possesso dei rudimenti dell’arte, della letteratura, delle invenzioni di quel regno nuovo e forte lo presero a modello. I Bananìani lungi da comportarsi da mendicanti e da ladri, come nel passato pseudo-democratico, volentieri aiutarono le disperse genti a ritrovar se stesse con quanto si era salvato della loro antica arte e cultura.  Fu così che l’imperatrice di Atlantide vedendo perduto il suo progetto di sottomettere e ricostruire gli umani a sua immagine  somiglianza dopo aver lasciato un deserto di disperazione e macerie si nascose nelle viscere della terra con i suoi seguaci e le sue creature; Bananìa da terra popolata da genti disprezzate e maledette fu lodata nei millenni a venire per la sua liberalità e la sua generosità. Tanto riuscì a fare un cambio di regime che, da allora, le scienze politiche sono onorate e amate dalle civilissime  genti del pianeta azzurro  e non son più lo strumento usato da pessimi individui e da poteri meschini per truffare i popoli e derubare le casse pubbliche massacrar gente inerme e inventare leggi inique e tribunali faziosi.

IANA  per FuturoIeri




10 novembre 2009

Sepolture simboliche per i ricordi del tempo morto

De Reditu Suo

Sepolture simboliche per i ricordi del tempo morto

Un caso, è stato un caso e ho rivisto e udito nei montaggi che fa una trasmissione di Raitre la vecchia sigla di Lady Oscar. Il contesto era fuori luogo, ma comunque la mia memoria è andata ad anni molto lontani, a un mondo ormai morto e sepolto con le sue illusioni, le sue logiche, perfino con le sue virtù. Già perché quella serie animata, dalla quale mi sento lontano, è stata parte di un mondo dell’infanzia che era inserito in una vecchia Italia decadente che conservava dei valori e delle logiche un minimo decenti; quella sigla mi spediva a tradimento in un tempo diverso e altro, oggi morto. Per me la constatazione della morte di quel mondo è un fatto doloroso, eppure devo rendere omaggio a una vecchia Italia che non c’è più e forse anche a una sigla per quei tempi coraggiosa e decisamente fuoriclasse. Se avessi i soldi dovrei conservare in delle teche da museo o in una specie di cassettiera a metà strada fra quelle della sala professori e l’ossario i resti pietosi di quel tempo perduto. Penso ai dischi in vinile, alle pubblicazioni ERI dedicate agli eroi del piccolo schermo, ai trasferelli, agli album di figurine e ai primi robot di plastica, ai giocattoli dell’Atlantic, ai filmini che si vendevano allora e che venivano usati con dei proiettori casalinghi. Ricordi di un tempo morto, non tutti piacevoli. Meriterebbero queste cose una sepoltura simbolica, non per cattiveria o per feticismo da strapazzo ma per delineare un prima e un dopo, un esser qui e ora avendo alle spalle qualcosa che forse ha cercato di raccontare, in modo strambo e un po’ pazzo, anche le speranze l’inquietudine di un tempo lontano. Per me è doloroso, ma devo far i conti con un tempo che è ormai altro, dove le illusioni di natura sublime o le fantasie del periodo hanno lasciato il passo a un mondo umano ben più triste e meno portato a slanci eroici o generosi; è rimasto poco della natura problematica, altruistica e contestataria degli anni settanta che era, sia pur sottotraccia e da decifrare, presente in alcune serie animate giapponesi. Oggi tutto è stritolato dalla macchina dell’industria dell’intrattenimento e lo spazio per l’arte e la provocazione sembra essersi ristretto anche nelle serie animate dell’Arcipelago. Rimane quindi nel nostro ossario ideale anche il rispetto per un piccolo mondo antico e l’amarezza per questi anni così meschini. Quindi essendo vano il piangere a oltranza sul tempo perduto, anche se può avere una sua dignità, occorre pensare al qui e ora e al futuro. Evidentemente per descrivere le speranze e le paure concrete di questi anni sarà necessario non far affidamento sulla dimensione commerciale; occorre che nasca l’esigenza da parte della gente perbene di creare le condizioni per scrivere, disegnare, fare cose di carattere civile e culturale. Occorre che quasi con una spinta dal basso si formino quelle spinte a descrivere in forma fantastica o allegorica le passioni e le paure di questi anni. Credo che la potenza creativa dei nostri anni ancora non emerga in forma compiuta perché tarpata dalla difficoltà di attivare canali paralleli rispetto a quelli lucrativi, ma forse il rimedio già c’è la rete e i nuovi mezzi per moltiplicare messaggi, disegni e scritti potrebbero favorire la formazione di spinte culturali dal basso, forse questa è illusione, o forse è il futuro.

La libertà inizia da sé stessi.

IANA per FuturoIeri




31 ottobre 2009

Ancora una volta su Capitan Harlock

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Ancora una volta su Capitan Harlock

Gli anni passano, il 1979 è molto lontano e scrivere della serie classica di capitan Harlock è anche fare una fuga nell’infanzia e nel trapassato remoto.

Eppure il 28 ottobre 2009 a breve scadenza dal trentesimo ho letto quest'intervista su Tiscali, in prima pagina, l’oggetto era una scrittrice italiana che aveva pubblicato un saggio su Capitan Harlock. Devo dar ragione a quanti mi hanno fatto osservare che certi miei scritti sull’argomento avevano capito l'importanza della cosa. Mi chiedo però cosa resta di quel passato che è morto e viene evocato qui e ora come se l’eroe disegnato dal maestro Leiji Matsumoto fosse un campione immaginario, una possibilità d'eroismo e di vita mentre era ed è finzione.
Credo che quella serie ormai nota come classica, i 42 episodi contro Raflesia sono quelli che contano, sia riuscita a fare, incredibile a dirsi, il salto oltre la sua stessa ombra. Il prodotto commerciale della civiltà industriale come pinocchio si è trasformato, la merce si è fatta arte, il legno è diventato carne e sangue.
Temo che vedrò pochi di questi miracoli, forse ho assistito, e questo è un grande privilegio, a  qualcosa di raro e prezioso.

In questi anni difficili, e a tratti disperati, è certissima l’esigenza di miti eroici un po’ più sobri e psicologicamente complessi di quelli ordinariamente confezionati dall’industria dell’intrattenimento. Gli eroi di oggi sono fin troppo figli dei videogames e troppo spesso sono dei macellai con la spada più potente o dal pugno devastante, o con la magia che fa l’esplosione più grande. Molto spesso  sono eccessivi nei dialoghi o con ambientazioni grottesche o esasperate, oppure si tratta di personaggi adolescenziali, fin troppo adolescenziali, al punto da sembrare infantili nella loro ingenuità. Questa mia affermazione è volutamente provocatoria e invito i miei pochi lettori a farsi la loro opinione personale.  Ritengo che quando il prodotto commerciale dell’industria dell’intrattenimento non si pone altri scopi che un facile successo di mercato cade fatalmente nel banale e nel ripetitivo. La finzione che simula qualcosa che ha a che fare con la vita e l’arte deve porsi il problema di superare i limiti dell’ovvio e stupire l’intelligenza e non solo suscitare facili emozioni.

Chi scrive è persuaso che i fumetti e i cartoni animati siano una forma d’arte, del resto non si capisce perché negare a un professionista che crea centinaia di tavole ciò che si attribuisce volentieri a uno scenografo o a un pittore. L’arte ha la sua autonomia, purtroppo oggi la civiltà industriale non accetta che vi siano realtà culturali o spirituali altre e diverse da essa.

Questo il titolo di Tiscali: Capitan Harlock, storia di un eroe molto anticonformista, A trent'anni dall'arrivo in Italia del cartone animato, Elena Romanello presenta il libro: Capitan Harlock. Avventure ai confini dell'Universo.

IANA per FuturoIeri




14 settembre 2009

La destra all'arrembaggio di capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

La destra all’arrembaggio di Capitan Harlock

 

E’ un fatto che ha scomodato perfino qualche commento giornalistico, una parte della destra italiana e segnatamente quella più arrabbiata ha assunto come eroe preferito il buon vecchio Capitan Harlock. Scanso equivoci vorrei far osservare che è singolare come da parte di una certa destra si cerchi di far di Capitan Harlock un proprio simbolo, invece altrove nessuno si pone il problema di far propri i simboli di un certo immaginario della "generazione  Mazinga".

Invito i gentili lettori a digitare su un motore di ricerca insieme i termini “Harlock”, “Destra”.
Per la verità c'è qualcosa che spinge in quella direzione: il simbolo dei pirati, la provenienza degli antenati di Harlock dalla Germania (c'è pure un nazista nel suo albero genealogico), i riferimenti certissimi dell'autore a Wagner e quindi di riflesso al tardo-romaticismo e al niccianesimo, e la critica radicale alla corruzione nella società umana e al cretinismo di una società dissoluta manipolata dalla televisione e dai divertimenti di massa.

Solo che occorre considerare, per amor del vero, che l'Harlock preso da destra non è esattamente quello della serie del 1979, la serie classica contro la regina Raflesia, ma piuttosto quello di una serie di gran lunga più infelice del 1982 nota come SSX, e segnatamente un OAV dal titolo: "L'Arcadia della mia giovinezza". In questo singolo OAV va in scena il suo antenato, il quale è con ogni evidenza un capitano della Luftwaffe, e assieme a lui appare anche l’antenato del suo amico e compagno d’avventure il giapponese mezzo samurai e mezzo ingegnere aereo-spaziale Tochiro.  Anche l’antenato del figlio del sol Levante si ritrova anche lui sul fronte occidentale in quella primavera del 1945. Entrambi gli antenati rimasti da soli contro tutti con l’ultimo aereo rimasto fanno amicizia e scappano in Svizzera. Scanso equivoci occorre rammentare che  le vicende del capitano si collocano nel 30° secolo e non nel 20°, nonostante ciò è proprio quella comparsata di dieci minuti a fronte di una produzione di anime su o con Harlock stimabile in un centinaio di ore, più o meno, che dà a quest’appropriazione da destra una qualche plausibilità.


E' curioso come la povertà di miti politici credibili crei un vuoto tale al punto tale che sui forum si discute se sia legittimo meno questo possesso politico del Capitano del 30° secolo.
La cosa appare piratesca, fra l'altro mi chiedo cosa ne possa pensare il creatore e detentore dei diritti del capitano Akira Leiji Matsumoto che è fortemente interessato al suo Copyright. Inoltre l’artista e

creatore del pirata spaziale da tempo lavora per far passare l’idea che i fumetti in generale, e quelli giapponesi in particolare, sono forme d’arte; l’accostamento tra il suo Harlock  e la  destra politica rischia di creare dei nemici a un ragionamento intellettuale pieno di dignità e buonsenso.
Io non credo che sia una cosa da balordi quest'accostamento all’insegna della politica, chi lo fa sa cosa fa. Penso alla necessità di trovare eroi, esempi, e miti; mancando quelli credibili e concretamente reali si può fuggire negli eroi dei prodotti d'intrattenimento, negli eroi virtuali.

Questo però mi fa pensare da un lato a un processo di surroga, viene a mancare il titolare di un posto e arriva il sostituto, dall'altro a una novità di una società in rapida trasformazione dove reale e virtuale si legano e s'intrecciano in forme nuove e totalizzanti.


IANA per FuturoIeri




29 agosto 2009

Appunti Viennesi: la vita oltre la rappresentazione televisiva

La valigia dei sogni e delle illusioni

Appunti viennesi II: la vita oltre la rappresentazione televisiva

La prima impressione del mio breve soggiorno viennese è stata la constatazione banalissima che nel Belpaese l’immagine dell’Austria è a dir poco distorta. Dell’Austria i nostri telegiornali e giornali di solito s’occupavano per due ragioni: il concerto del nuovo anno al Teatro dell’Opera e le vicende del defunto onorevole Haider. Il soggiorno viennese mi ha confermato che esiste, del resto mi era già noto questo fatto, un quotidiano e una vita concretissima che va aldilà della rappresentazione del mondo che danno i mass-media. Alle volte andar a vedere di persona i luoghi fa capire molto e permette anche di prendere le distanze da ciò che viene professionalmente detto nelle sedi consacrate, del resto non è poi così difficile farsi un’idea eterodossa in Italia. Ad esser onesti basta davvero poco. Del quotidiano ho colto la precisione del sistema dei servizi pubblici, la presenza quasi ossessiva delle memorie del passato imperiale e asburgico, il legame stretto fra la musica e l’immagine della capitale e una popolazione con la sua vita e le sue abitudini. Ho visto perfino i viennesi accaldati che si rinfrescavano con un bagno nel Danubio, una cosa che mi ha lasciato perplesso ma così  è.

E’ evidente che la natura della normale comunicazione giornalistica rende in modo assolutamente parziale la realtà che pretende d’interpretare, mi rendo conto che nel mondo reale e non nella sua rappresentazione e riduzione a notizia, e quindi a merce, c’è una complessità non riducibile, non sintetizzabile. C’è un privata esigenza di creare la propria visione derivata dalla personale esperienza.

Quello che mi ha colpito  è l’evidenza del fatto che la capitale austriaca convive con le sue memorie imperiali, con i ricordi di un tempo remoto schiacciato da due guerre mondiali; questo passato evidentemente  svolge ancora oggi un ruolo condizionante, è lo scenario sul quale gli austriaci rappresentano tanta parte di se stessi. Mi ha sorpreso come una dimensione di potere asburgica capace di esercitare ancor oggi un fascino tutto suo  non sia riuscita da darsi una civiltà stabile nella quale far confluire tutte le differenze dell’impero e pacificarle sotto una legge comune.  Non bastarono gli eserciti, la musica, l’opera di Vienna, l’arte, la capacità di persuasione dei grandi monumenti  e palazzi per imporre e far vivere una civiltà. Questa è la lezione viennese che ho  recepito e mi chiedo quale sia il punto di svolta che rende stabili le differenze di popolazione, di lingua e di religione di un sistema politico ed economico. Un punto nel quale le differenze vengono contenute in un contesto politico e culturale che le armonizza e le piega alla volontà politica e alle leggi. Il  problema del potere politico che assolve questo compito di armonizzazione e controllo è che esso deve essere percepito come legittimo da coloro che ne sono coinvolti o ne sono i sudditi, quando la legittimità del potere è messa in discussione le differenze che rendono potente e varia una civiltà possono trasformarsi nelle forze che la distruggono, qualcosa di simile è accaduto all’impero degli Asburgo che ha sopportato situazioni difficilissime fra Seicento e Settecento, ancora nell’Ottocento poteva far affidamento alla fedeltà di tanta parte dei sudditi e che è crollato davanti alla Grande Guerra che ha frammentato i suoi popoli in tante realtà nazionali indipendenti.  Quel passato remoto mi ha posto un problema che rimanda al presente che vivo qui e ora con l’impero Statunitense in declino e nuove realtà imperiali pronte a portargli via gli spazi egemonici che lascerà vuoti. Il potere ha bisogno di rappresentare se stesso, ma quando esso si limita alla sola rappresentazione esso non è più un potere ma una cosa diversa, è la sua farsa e nel migliore dei casi la sua ombra.

 

IANA per FuturoIeri




4 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (4)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 4

D-. Cosa aggiunge o cosa ha aggiunto nel passato, secondo te, il Judo nella cultura sportiva degli italiani?

R-. La cultura?

D-. Sì, alla cultura sportiva

R-. Non c’è cultura sportiva, mi dispiace sono italiano, ma non c’è cultura sportiva.

D-. Neanche…

R-. Uno che ha avuto una cultura sportiva ha fatto successo con una canzone; Conte con Bartali: descriveva pari pari quello che era lo sport popolare. E’ piaciuta perfino ai francesi: ti rendi conto!

Da quanto era bella. Ma aveva una cultura. La cultura si nota dalle piccole cose. Pensa alla canzone “Genova per Noi”. La differenza fra Asti e un posto di mare provala! Te lo dice in faccia. Pensa adesso alla canzone “Azzurro” che è un ritorno della memoria alla solitudine e al ripensare all’oratorio. La cultura ci si fa con l’osservare le cose e ripensarle. Nello sport è uguale. Io la cultura me la faccio fra voi. Fra me e te c’è un ottimo rapporto. Guarda Ho avuto il caso di un mio studente di arti marziali. Pensa vent’anni con me, fin da bambino, non lo volevano neanche in casa. Perché un giorno gli ho detto:”no, la ginnastica non la devi fare così, la devono fare tutti”. E’ andato via. Ha rotto un’amicizia che durava vent’anni. La chiami cultura quella. Non ha sensibilità. Se io dovessi rompere un’amicizia con te prima chiederei spiegazioni.

D-. Vorrei conoscere qualcosa di più sul tuo rapporto con la musica, dal momento che sembra avere un ruolo tutto suo nel tuo essere maestro di arti marziali.

R-. La musica alle volte supera e implica le parole. A volte tu puoi descrivere una situazione con la musica. La musica è l’arte del suono, e i suoni danno alle volte la sensazione di una tragedia o di un fatto felice, che le parole non raggiungono nella sua complessità.

D-. La musica per te si proietta oltre il linguaggio.

R-. Sì! Ti faccio un esempio perché si può parlare di queste cose per esempi: Beethoven è stato l’autore dell’”Eroica” e della “Pastorale”, però la “Pastorale” ha in sé quello che sentiva lui, c’era il carattere della persona.

D-. Che può essere descritto con la musica adatta

R-. Se tu senti Sibelius, e la parola ti dice che era un compositore del Nord-Europa. La mattina lui alle cinque, all’alba, andava su una roccia, si sedeva con la pelliccia e poi scriveva. Lui ha scritto un’opera molto bella un Valzer triste dove la morte entra e fa una danza macabra attorno a un morente. La descrizione triste di quest’opera non è stata trovata perché era nel carattere del compositore. Se tu senti Mozart, senti il genio viziato. A sedici anni aveva la moglie e lo sfruttavano. Il patimento e la sofferenza nella sua musica si trovano solo alla fine della sua vita nel famoso requiem, quello reso famoso dal film. Lui poi era un massone.

D-. Molti erano tali nel Settecento, era anche un modo per respingere le rigidità di una società strutturata per ordini sociali.

R-. Ti faccio un altro esempio per farti capire cosa voglio dire. Io mi ricordo quando Dubcek fu lasciato libero dopo i fatti di Praga, era vecchio e l’avevano rovinato, era morente. Pensa quando si affaccia alla finestra si sente la musica di Smetana, la famosa Moldava, il brano “La mia Patria”. Quando si affacciò alla finestra si vide nel volto il dispiacere del passato per quello che aveva provato e l’orgoglio rappresentato da questa musica. Ecco perché ho detto che la musica supera le parole e anche l’orgoglio stesso.

D-. Questo rapporto con la musica può essere utile per elevare il carattere delle persone.

R-. Certo.

D-. Allora si ritorna la discorso iniziale di una cattiva cultura che c’è in Italia nello Sport che porta avanti interessi materiali.

R-. Esatto, è uguale

D-. Mentre al contrario c’è nello sport un problema di formazione complessiva dell’essere umano.

R-. Quando tu senti la musica americana, il Reggae-time è nato nell’Ottocento quando i musicisti negri facevano il piano-bar e non avevano una melodia sofisticata, ma un suono cadenzato, bellissimo, che esprimeva la loro vita; era la loro vita nei campi di cotone. Quando suonavano al piano-bar davano vita a quegli americani che erano appiattiti.

D-. Capisco.

R-. C’è una storia dietro tutto questo. La musica andrebbe insegnata nelle scuole non solo facendola solfeggiare ma facendola ascoltare e apprezzare, anche usando le opere di Walt Disney. Pensa a “Fantasia” quando viene rappresentata la toccata e fuga di Bach in re minore. Dal momento che quello studio musicale non voleva rappresentare niente ma il cambiare il ritmo per fare la melodia. Allora il cartoon fa vedere le note che saltano sugli spartiti. Non è necessario altro. Una notte su Montecalvo, sappiamo tutti di cosa parlo…

D-. Certo, è il monte legato alla leggenda del sabba delle streghe. Leggenda che è stata trasportata in musica da un famoso musicista russo e sullo schermo da Walt Disney.

R-. A un certo momento si vede i cadaveri che passano chi da un cappio, chi dalla ghigliottina, chi dalla mannaia, tutti condannati a morte che ritornano tutti quanti a ballare sulle mani di una montagna bellissima che si apre. E’ Lucifero. Quando c’è il sacro e il profano ecco in scena il contrasto col profano con un suono di campana. Lucifero guarda arrabbiato, richiama e richiude dentro il suo corpo le anime dei dannati e lontano si sente la gente povera e ignorante che canta l’Ave Maria di Schubert. Questo quando tu lo spieghi ai ragazzi, quando lo si fa scrivere in Italiano, li migliori, sono migliori; hanno la possibilità di aprirsi.

D-. Parli di questo come di un’elevazione culturale attraverso la musica.

R-. Mia madre diceva: la musica va ascoltata per capire chi la scrive. Per esempio Gerschwin io a 14-15 anni lo ascoltavo molto spesso ilo “concerto in fa” è bellissimo come “Un’Americano a Parigi”. Io ho capito dopo perchè il maestro italiano Toscanini l’ha diretto. Perché ha delle composizioni e delle strutture per le quali è classico.

D-. Quindi un linguaggio che sa attraversare lo spazio e il tempo.

R-. Se a un ragazzo fai sentire la “Saga della Primavera” di Stravinsky e poi gli dici che nasce il mondo così e parte dal dinosauro fino ad oggi. E’ un’esplosione di un cosmo che nasce fino ai fiori, l’amore, la gente, la civiltà e poi un’altra esplosione l’annienta. Ma con la musica lo senti. La musica è l’arte del suono, ma è anche l’arte di vivere. Quando tu parli di una persona gradita è musica, quando tu parli d’amore con una ragazza o con gli amici d’amicizia è musica. Se tu non senti questa musica sei insensibile. Questo lo diceva anche la Fallaci. La Fallaci mi diceva: guarda Ivo io dormivo nelle trincee i Viet-nam e gli americani con la chitarra alle volte suonavano brani country che derivavano dalla sinfonia “Il nuovo Mondo” di…

D-. Dvorack

R-. Si lui, la suonavano perché era bella ed esprimeva il loro animo. Faccio un salto logico: è così anche per i cori di montagna, dove senti la gente che canta col cuore. Del resto si può fare un capolavoro anche con una tarantella come ha fatto Rossini, pensa usando la mandola uno strumento medioevale, antichissimo. La musica è l’arte di vivere, come la poesia; il saper dire il saper parlare.

D-. Saper vivere in che senso?

R-. Di poter gustare.

D-. Si, cosa?

R-. L’ambiente e la situazione

D-. Affinamento quindi…

R-. Pensa all’Aida a come vengono rappresentate le situazioni, nel trionfo c’è prima c’è una musica e poi una diversa solenne.

D-. Quella del trionfo, del principe che torna.

R-. E’ il trionfo. C’è anche la parte nostalgica col padre di Aida con “rivedrai le foreste imbalsamate”.

D-. Quella è la parte che mi piace di meno mi chiedo cosa sia passato nella testa del librettista al soldo di Verdi.

R-. Di questo dovremo riparlare un giorno

D-. Forse occorre ritrovare la propria cultura se si è persa

R-. Bisogna cambiarci se no non viviamo, se noi non ci facciamo una cultura, vincerà il più forte. Vincerà l’N’drangheta, la camorra, il capo-settore in una contrada, quello più forte dentro il bar, hai capito. Io ero a fare una coda per una raccomandata. Arriva uno dal fondo e dice: me la fai per favore ho furia. C’erano venuti pensionati a prendere la pensione e io: Guardi quel biglietto lo mette da parte e lo fa quando siamo arrivati tutti in fondo.

Quello:”Come sarebbe a dire?”

Lo presi per il collo e lo buttai fuori.

Dissi: “questi sistemi neanche col tuo babbo devi farli. Perché son convinto che al tuo babbo tu gli devi rispetto. Non lo fare più sai, sennò t’ammazzo di botte”.

Fece una faccia.

Bisognava arrivare a questo.

Ma che sei propenso a fare questo per tutta la vita?

No.

Bisogna mettercelo in testa Iacopo.

D-. Alle volte è difficile essere coerenti con se stessi

R-. Ma tu sei costretto. I napoletani dicono: Storto a Valle, Dritto a bene. Capisci si sta al caso, poi col caso si fanno delle cose che vengono fasulle. He! Io ti volevo far un suggerimento. Vorrei un altro dialogo fra me e te. Tu ascolti e scrivi degli appunti e poi si rifanno.

D-. Si, D’accordo



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