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18 gennaio 2010

Costituzione materiale e Costituzione formale nel Belpaese morto


De Reditu Suo

Costituzione materiale e Costituzione formale nel Belpaese morto

Il Belpaese di ieri è morto, e per ieri non intendo la Resistenza, il 1948, il 1968, intendo umilmente la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, ossia il tempo della mia infanzia. Quel mondo all’apparenza ordinato, dove fra una strage terroristica e un disastro sociale milioni d’italiani vivevano odiandosi, disprezzandosi, ignorandosi, aveva qualche regola. Oggi non ci sono regole, tutto è nelle mani del Dio-denaro e di chi può usarlo per trasformare la realtà, la stessa popolazione non è più la stessa è cambiata radicalmente nella composizione culturale, nelle origini, nelle speranze, nella sua intima natura. A partire dagli anni successivi a tangentopoli si è avuta una silenziosa, ma non meno forte e strisciante abiura. Di fatto il Belpaese per mano delle sue vere classi dirigenti, di natura economica e finanziaria, e di quelle altrettanto classi ma un po’ meno dirigenti ossia i politici di professione ha intrapreso una trasformazione volta a ridefinirlo ad immagine e somiglianza del modello sociale e politico statunitense. Ecco la vera Costituzione materiale, si tratta di far saltare nella quotidiana vita politica e sociale gli aspetti caratteristici della Costituzione ereditata dal passato remoto. La rovina in sede penale dei politici della Prima Repubblica ha creato le condizioni per la dissoluzione delle antiche fedeltà: il passato era diventato un problema da scaricare, ma l’abiura è stata segreta, strisciante, vile. La Costituzione Formale è rimasta lì sulla solenne carta nero su  bianco proprio come era stata pensata e scritta ma la politica e la società che conta sono andate altrove. Sono andate a cercare improbabili società multirazziali e multietniche in una terra di odio radicato fra campanile e campanile, hanno sognato l’abolizione dei diritti di carattere sociale in cambio di un chimerico liberalismo da colonizzati, hanno vagheggiato finti affratellamenti fra le diverse confessioni senza mai mettersi in discussione, hanno ragionato di libero mercato per le classi sociali deboli che devono vivere del lavoro precario e salariato mentre le classi più elevate miracolate dai patrimoni di famiglia o dalla politica avevano i quattrini, le relazioni e le rendite per far fronte a ogni imprevisto. Qualcuno ha forse visto in televisione il figlio di un primario di chirurgia, di un sottosegretario o di un notaio minacciar di buttarsi di sotto da un palazzo perché licenziato, o si son forse visti ministri, tenori, campioni di motociclismo, banchieri e calciatori di serie A montare su un tetto e occuparlo ad oltranza assieme alle maestranze in cassa integrazione? Certo che no! Questo vento di follia è il segno di un Belpaese ormai ridotto ad essere una massa informe di realtà sociali differenti che stanno assieme più per accidente che per volontà propria e la miscela si è fatta torbida proprio quando le comunità straniere da anni residenti in Italia hanno cominciato a chiedere dei riconoscimenti sociali e politici. La grande paura per il futuro è anche il timore di dover condividere qualcosa di sostanziale e socialmente rilevante con l’altro che è venuto da lontano. Il desiderio di tornare alle antiche fedeltà costituzionali ostentato da alcune associazioni temo che nasconda una maledetta paura di riconoscere la fine di un tempo e di un piccolo mondo antico tutto italiano intimamente meschino e autoreferenziale. L’intelligenza dei giusti deve cominciare a prevalere sulla viltà dei tempi.

IANA per FuturoIeri




29 settembre 2009

Eroi di un mondo morto per un Belpaese silente

La valigia dei sogni e delle illusioni

Eroi di un mondo morto per un Belpaese silente

E’ quasi un ritorno all’infanzia, una fuga nel trapassato remoto, uno sprofondare in un tempo ormai fredda cenere di cose morte l’osservare di nuovo su Youtube o leggere in pubblicazioni, o in libri di saggistica specifica qualcosa dei vecchi eroi dei cartoni animati giapponesi del piccolo schermo dei tardi anni settanta e primi anni ottanta. Non è un caso che una generazione intera si riconosca in un passione per cose così lontane per grafica, storie, concetti, disegni dai cartoni animati e dai fumetti giapponesi prodotti e distribuiti attualmente. Eppure quelle storie sono parte di un mondo finito da decenni, non è sbagliato vedere dei riferimenti a una certa cultura antiautoritaria degli anni settanta nei cartoni animati di Goldrake, Lady Oscar, Capitan Harlock. Ho citato, non a caso, tre serie animate di successo che presentano due eroi maschi e una femmina spesso in conflitto con l’ordine costituito, e in lotta per la libertà, e in particolare quella altrui. Per dare qualche elemento concreto alle mie affermazioni adesso farò riferimento a una serie non certo fra le mie favorite. E’ disponibile dal 2008 una versione italiana per la D/Books del fumetto che ha dato origine alla serie di Lady Oscar. Nel quarto volume di questa serie è presente un’intervista all’autrice Rioko Ikeda la quale fra l’altro racconta:”…credo che questo percorso interiore di Oscar sia un riflesso della mia esperienza giovanile. Sono cresciuta al tempo della contestazione studentesca, partecipandovi in quanto era impossibile studiare nelle università occupate. Perciò, mentre non ho potuto godere di molta libertà nel raffigurare un personaggio storico come Maria Antonietta, Oscar è diventata un po’ la rappresentazione di me stessa e delle mie esperienze…A proposito, una curiosità: Oscar ha 87 di seno, 63 di vita e 90 di fianchi. Erano le mie misure al tempo!”. Queste affermazioni della Manganaka illustrano benissimo come il fumetto, e non solo quello giapponese,  sia un riflesso di un certo periodo storico. Si tratta in fin dei conti di un fatto d’arte, quando è arte e non un tirar via per far cassa, che è in grado di rispecchiare le tensioni e le speranze di un periodo storico sia pure in una sua  logica commerciale, visiva e narrativa specifica.

Quelle passioni civili che si riflettevano nelle opere degli artisti giapponesi nella banale e quotidiana realtà del Belpaese si sono spente da anni, alle istanze di libertà e di scoperta dell’altro si sono sostituite quelle che reclamano sicurezza a oltranza e spazi gerarchici certi. Del resto le produzioni giapponesi di moda e maggiormente sostenute dal commercio di oggetti, giocattoli e videogiochi sembrano aver perso spessore intellettuale a vantaggio delle suggestioni degli effetti speciali, delle logiche da gioco di ruolo o da videogioco, magari proprio quelli dove prima di finire il livello c’è da spaccare di botte il mostro di turno. Il Belpaese è però silente da anni, morti Pazienza, Magnus e Bonvi non sembrano manifestarsi grandi maestri del fumetto italiano in grado di rimettere assieme le passioni civili con l’arte; del resto quando mandano in onda le vecchie serie giapponesi mi sembra di rivedere qualcosa della mia infanzia: un mondo umano finito da anni, morto. Un telespettatore italiano attento potrebbe addirittura leggere quelle puntate come una sorta di documentario sull’animazione giapponese, e di conseguenza leggere non tanto il proprio passato quanto quello altrui. Non Basterà cambiare i dirigenti politici per uscire da queste tenebre, occorre un poco d’utopia, di libertà di pensiero, di amor proprio che scivoli magari anche a piccole gocce nella testa della maggior parte della popolazione della penisola.

IANA per FuturoIeri




19 maggio 2009

Quando il pssato fischia nelle tue orecchie

 

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Quando il remoto passato fischia nelle tue orecchie

Mi ricordo di una cosa avvenuta circa un mese fa. Mi trovavo con un mio amico presso una mostra-mercato di vecchi giochi e pezzi da collezione, era una mia piccola curiosità vedere certe cose del remoto passato. Talmente remoto che si trattava infatti di cose prodotte più che altro degli anni settanta e ottanta, ma al giorno d’oggi il tempo della mia infanzia è un tempo lontano, sfumato, dissolto nelle nebbie del tempo. Osservando le vecchie produzioni, i bambolotti delle serie televisive, robot più o meno giapponesi, astronavi e astronauti in miniatura, i soldatini Atlantic e Airfix,  le miniature d’autore di carattere storico ho sentito qualcosa. Quasi un fischio nella testa, quel passato remoto a differenza dei nostri tempi aveva delle speranze, le diverse parti della società italiana, e non solo loro, si proiettava oltre la loro ombra, c’era una spinta a pensare il futuro, addirittura di costruirlo. Perfino in cose banali e minori, come i giocattoli o gli oggetti da collezionare si sentiva quasi la forma di un tempo che voleva scaraventarsi a testa bassa verso il futuro.

Oggi il futuro fa paura, ai molti, ma non a certe minoranze di pescecani, per via dei seguenti fenomeni: povertà, emigrazione, emarginazione, disoccupazione, bassi salari, e lavoro precario, talvolta talmente precario da durare venti o trenta giorni, contratti vessatori. Dovunque nel belpaese milioni di umani temono che un qualsivoglia rovescio di fortuna possa volgere in cenere quel poco che hanno strappato all’avidità degli uomini e del mondo. La proiezione verso il futuro si chiama oggi paura, per questo il futuro è rimosso dalla mente dei più, del resto anche le avventure militari al fianco degli  statunitensi stanno volgendo al peggio e il disastro economico statunitense prefigura un passaggio di egemonia mondiale dal gigante a stelle e strisce al colosso cinese.

Di quel passato remoto che aveva fiducia nel domani rimane nella mia testa  come un fischio, quasi un sibilo che rimbalza alla mente da qualche momento lontano  che proviene dal tempo dell’infanzia e sembra voler dire: ecco guarda cosa è andato perduto.

IANA per FuturoIeri




29 marzo 2009

Ritorno al passato: il sottile piacere

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ritorno al passato: il sottile piacere

Alle volte mi capita quando sono perso in dei momenti di solitudine di pensare al mio passato remoto, quello personale intendo. Sono nato nella prima metà degli anni settanta del secolo appena trascorso, e  quando mi volgo a considerare gli anni della mia infanzia mi par di scorgere un passato meno scellerato di questo. Ritengo che  allora vi fossero sia nella maggior parte delle private persone sia in generale nella società italiana, e non solo, molte più speranze di oggi. Il mondo umano di allora sembrava proiettato verso  futuro possibile. C’erano grandi paure e prima fra tutte quelle della guerra nucleare e del terrorismo, situazioni gravi, disagi, problemi di droga ma nel complesso gli anni della mia infanzia li leggo oggi come un periodo dove si poteva ancora credere di “afferrare il cielo con le dita”. Forse si tratta della mia fantasia che vuol cercare un luogo sicuro in questi tempi di crisi e delinquenza, o forse no. Il passato era davvero diverso dal presente perché la gente era diversa da quella di oggi, e oggi i molti sono infelici perché vivono un presente che sembra non finire mai, dove non c’è un futuro possibile, dove i grandi problemi e le grandi speranze sono travolte da ciò che è  immediato e meschino. Quel passato sembrava più solido di questo presente, perché aveva più speranze e più progetti sul domani, del resto essere speranzosi era un poco più semplice  con la prospettiva del posto fisso, della crescita economica, di un sistema politico criminale e ripugnante e nello stesso tempo forzato a far i conti con l’opinione pubblica. Quindi i politicanti e i demagoghi della Prima Repubblica non potevano non tener conto dei problemi concreti della popolazione, del suo malcontento, delle tensioni sociali, delle realtà della società; inoltre i principali partiti politici in qualche modo mettevano in contatto gli  elettori con i grandi problemi della cultura e con i processi politici. Erano allora i partiti politici  corrotti, iniqui, pieni di personaggi ai confini della decenza, ma non erano solo comitati d’affari e ritrovi di personaggi privati che vivono di politica e sulla politica.   Il passato sembra più alto di questo presente perché in questo presente c’è qualcosa d’estraneo, di forzato, di distorto e corrotto che sembra agire come un gas invisibile che lentamente soffoca gli umani e spegne le loro aspirazioni e le loro speranze più segrete. Che strano questo presente così ingombrante, si finisce per voltarsi indietro con nostalgia al tempo perduto.

Forse è paura, forse è disgusto.

 

IANA per FuturoIeri




21 ottobre 2008

LONTANI DAGLI DEI DAGLI EROI 9

Le grandi utopie provenienti dai remoti anni settanta che auspicavano un mondo umano più libero, creativo e giusto si sono disfatte, sono state travolte dalla loro calata nel mondo reale e concreto.

Con una simile disfatta alle spalle è chiaro che le speranze dei molti si sono per i trent’anni successivi schiacciate sul qui e ora, sui beni materiali, sul denaro, sui piccoli affari da condurre nel quotidiano e sempre più spesso sul cercare qualche raccomandazione o qualche sistemazione molto prosaica. La mancanza di utopie, di grandi ideali ha portato una carenza di progetti e mancanza di possibilità di pensare il futuro, di agire nel qui e ora del presente per trasformare la realtà attraverso una progettualità di ampio respiro. Alle vecchie utopie che camminavano sulle gambe di padri oggi invecchiati non se ne sono sostituite di più credibili, di più forti, di più elavate. Spesso, nel Belpaese ma non solo, nei momenti in cui scoppia la contestazione del sistema e dell’ordine costituito si sente l’eco flebile della sconfitta dei padri e per gli ultimi contestatori da poco sulla scena politica addirittura quella dei padri ormai nonni. Sembra una maledizione questa specie di legge del padre: “Tu ritornerai sui miei errori e sui miei fallimenti, perché anche questa è la mia eredità”. In mezzo a tanta disgrazia le nostre italiche e sedicenti classi dirigenti si sono rivelate per quel che eranno davvero: una stramba accozzaglia d’improvvisati tribuni della plebe, di delinquenti di bassa lega e di avventurieri senza Dio, senza famiglia e senza Patria. C’è bisogno di grandi utopie, perché il quotidiano è troppo squallido, troppo deforme, troppo dissoluto e irresponsabile. Le crisi economiche, ambientali, di civiltà che stanno arrivando minacciano troppo da vicino l’Europa e le sue genti. La fuga nel passato e nei ricordi può uccidere ogni speranza, chi non vuole subire la grande violenza che s’annuncia con questa teribile crisi deve trovare le sue ragioni e la sua piccola grande speranza d’utopia. So che può apparire stupido quel che scrivo ma ora deve venir fuori quel coraggio che è a risposta dell’intelligenza davanti al pericolo.  Occorre aiutarsi da soli per aiutare gli altri, occorre trovare dentro di sé la volontà di reagire e non la disperazione che viene in essere quando una grande disgrazia sembra far crollare tutte le speranze e tutti i progetti.

IANA per FuturoIeri
Sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 



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