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26 maggio 2009

Amari presentimenti intorno al declino dell'impero statunitense

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Amari presentimenti intorno al declino dell’impero statunitense

E’ evidente che il fu impero statunitense nonostante le sue enormi risorse umane, materiali, militari è in gravissima sofferenza. Le sciagurate guerre afgane e irachene dopo otto e sei anni di lotta non si sono risolte con una vittoria chiara e distinta, quale che sia stato il progetto di colonizzazione della civiltà Anglo-Americana in quelle terre lontane esso ad oggi sembra fallito. Alla crisi economica s’accompagna l’insuccesso militare e il dubbio del declino, c’è da aspettarsi delle novità per il Belpaese vaso di coccio fra vasi di ferro. Aggiungo di sfuggita che di questi tempi la memoria va alla guerra del 1999 contro la Serbia nella quale la penisola si trasformò in piattaforma aerea e navale a discrezione della volontà dell’esercito degli Stati Uniti. Presagi amari mi disturbano, non è molto difficile intuire che con queste sue genti dissolute e plagiate dalla pubblicità politica e commerciale e con queste sedicenti classi dirigenti il Belpaese dovrà seguire la via crucis dell’impero Anglo-Americano e subire il peggio delle nuove disgrazie senza aver goduto di alcun beneficio; come capitò a tante parti della nostra penisola quando l’Impero Spagnolo andò declinando e trascinò una parte dell’Europa e dell’Italia nei disastri della prima metà del Seicento. Credo sia tempo di ragionare con franchezza sul senso dell’alleanza e della tanto sbandierata fedeltà all’invincibile potenza americana. Potenza che ora non appare più né come potenza né come invincibile. Credo che è giunto il tempo d’iniziare a pensare al futuro del Belpaese e a cosa voglia essere questa nostra realtà che ad oggi non è né uno Stato, né una civiltà, né un popolo ma la contrario una massa eterogenea di gente più o meno diversa che sta assieme quasi per sbaglio. E sia chiaro ritengo che occorre a buon diritto mettere ormai, anche se nessuno ci dice come, gli ex stranieri di seconda generazione nel numero degli italiani. Non ci sono più solo gli italiani nati e vissuti qui da generazioni, più o meno bianchi di pelle e più o meno cattolici. Ora la situazione è che in realtà non c’è una dimensione unitaria perché la scuola è poco considerata, la lingua parlata è quella della televisione-spazzatura aggraziata da modi di dire rozzamente tratti dalla lingua inglese e dalla pubblicità commerciale, e il passato è un cumulo di rovine dove s’aggirano i fantasmi dei troppi miti perduti, i nostri ex intellettuali o sedicenti tali s’arrangiano come capita e un comico di spessore come Beppe Grillo ascende al rango di nuovo Savonarola. Questa è stata una grande civiltà ed è ancora un grande Nazione perché adesso che è stritolata da forze ostili, da una crisi mondiale dirompente, dai ricatti incrociati della politica internazionale riesce a mantenere interi ceti sociali parassitari che vivono di politica e con la politica. E’ inoltre falsa l’idea che questa gente che fa politica sia un bene perché produce consenso per il sistema e svolge un lavoro di raccordo fra le parti sociali. Essi vivono sulle divisioni e sulle fazioni, sono forti quando il Belpaese è debole e i loro amici fedeli sono sempre poteri particolari quando non apertamente criminali o  forestieri. Se l’Italia, per assurdo, fosse un paese “normale” i problemi oggi accantonati e rimossi a causa della debolezza e della precarietà in cui siamo caduti esploderebbero e il Belpaese si rivelerebbe essere un serio problema per le altre nazioni abituate a pensare l’Italia come una pura espressione geografica.

Ma oggi come oggi l’Italia può essere solo ciò che è.

Il ricostruire la sua civiltà può essere solo iniziato.

IANA per FuturoIeri



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