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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


22 luglio 2014

Sintesi: una recensione militante di dieci anni fa



 

Dieci anni fa circa pubblicai su una rivista che ebbe vita breve questa recensione militante, per così dire, un pò no-global. Oggi che è passato tanto tempo e la stagione politica è diversa mi pare opportuno ripresentarla in forma  domestica su questo blog. Si tratta di considerazioni ormai datate e di due libri da specialisti, eppure in quella vecchia fatica c'è qualcosa che a mio avviso si ripresenta oggi come problema culturale prima ancora che politico.  Si tratta  dell'idea di togliere alla dimensione della scuola la sua natura specialissima per farne una varibile della programmazione ministeriale, dei bilanci o peggio delle logiche da impresa.

 

 Due libri e nessuna morale


Oleario Sampedro, La scuola della nuova Spagna, Libriliberi, Firenze, 2002

Gill Helsby, Come cambia il lavoro degli insegnanti, Libriliberi, Firenze, 2002

 

 

Nel marzo del 2000 il Consiglio europeo di Lisbona ha fissato come obiettivo per la politica comunitaria nel campo dell’educazione la produzione di capitale umano redditizio per la competitività economica. Tale proposito è riassunto nell’obiettivo strategico di far diventare l’economia europea una economia più dinamica e competitiva grazie alla conoscenza, ufficialmente questo proposito è votato alla creazione di una crescita economica sostenibile con “nuovi e migliori posti di lavoro” e una “maggiore coesione sociale”.  Questo banale dato di cronaca facilmente riscontrabile è la cornice entro la quale si colloca la presente riflessione su due libri che parlano di scuola in due diversi paesi: il Regno di Spagna e il Regno Unito.   Questi primi anni del nuovo millennio si  aprono ad una molteplicità  di inquietudini riconducibili alla perdita di potere in campo economico, politico, e culturale degli Stati nazionali.   Per superare questa particolare condizione di decadenza gli Stati nazionali cercano di migliorare i loro margini di competitività, e questo porta ad alleanze economiche, militari, politiche e al tentativo di stabilire adeguati tassi di crescita.

La presente competizione globale, che è anche conflitto fra poteri economici globali, porta i singoli stati a ripensare e riformare anche il loro sistema scolastico.

I libri presi in esame sono diversi: quello di Gill Helsby è un saggio, mentre l’altro di Olegario Sampedro  è una raccolta di interviste a personaggi qualificati a trattare di scuola e riforme.

In questo presente ragionamento a proposito dei contenuti dei due testi vengono presi in considerazione quelli che indagano il problema della trasformazione, sia essa  in atto o solo possibile, della scuola pubblica in una attività imprenditoriale o in un ambiente di compensazione di problemi sociali.

La prospettiva di subordinare al mondo degli affari l’istruzione pubblica chiama in causa problemi come l’autonomia delle scuole, il rapporto fra scuola e territorio, le disuguaglianze sociali che inciderebbero sulla scelta della scuola da parte delle famiglie degli allievi, la gestione democratica e partecipativa della scuola che non può ridursi a una questione gestionale e organizzativa di natura autoritaria, la salvaguardia della dimensione educativa specifica della scuola da eventuali stravolgimenti dovuti agli interessi commerciali che devono estrarre profitti per gli azionisti.

Il primo libro tratta della pubblica istruzione nel Regno unito con particolare riferimento al Galles e all’Inghilterra in quanto Scozia e Irlanda del Nord hanno una certa autonomia regionale in materia, il secondo riguarda il sistema della pubblica istruzione nel regno di  Spagna.

Questi due testi si cimentano con il difficile compito di spiegare i percorsi che hanno portato questi paesi a confrontarsi con la necessità di mettere in discussione i loro sistemi scolastici e porre in essere dei cambiamenti.

In entrambi i casi le riforme vedono l’obbligo scolastico portato a 16 anni e un tormentato interrogarsi sul senso della scuola alla luce delle nuove forme di capitalismo e del dominio culturale delle dottrine neo-liberali.

Il libro di Helsby descrive la formazione e la trasformazione della scuola inglese dal secondo dopoguerra  a oggi e si concentra sulle trasformazioni avvenute tra la seconda metà degli anni ottanta e i primi anni del nuovo millennio.

Questo fa sì che il libro presenti una seria analisi dei rapporti di discontinuità (pochi) e continuità (molti) tra governo conservatore tatcheriano e governo neo-laburista Blairiano.  In modi e tempi diversi questi orientamenti politici hanno rafforzato quella visione ideologica che chiede la mercificazione dell’istruzione e un modello aziendale di gestione, il concepire la scuola come occasione di “Businness”.

L’autore incrocia nel testo l’analisi storica e sociale con interviste ad insegnanti e dirigenti scolastici dando così voce alle categorie che sono state le prime ad esser coinvolte nei cambiamenti.  Quindi il livello alto della legislazione e delle posizioni ideologiche, ossia la supremazia del mercato, è letto alla luce degli esiti e del lavoro quotidiano.

A differenza dell’Europa continentale, dove lo Stato ha organizzato e uniformato la scuola, lo sviluppo della scuola nel Regno Unito è stato largamente affidato ai singoli enti e privati.   Le riforme a cavallo fra gli anni ottanta e i primi anni novanta hanno interrotto una tradizione di decentralizzazione e pluralismo ed è stato introdotto un curriculum nazionale e il controllo per via burocratica dei docenti.

La riforma Tatcheriana si è qualificata per il controllo legato al finanziamento statale, per l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 16  anni articolato in quattro cicli, per l’introduzione di ispezioni, per l’amministrazione manageriale della scuola, creazione di scuole secondarie, finanziate con fondi pubblici ma sponsorizzate dalle locali associazioni d’impresa e gestite da consigli d’amministrazione  indipendenti ala stregua delle scuole private.

Questa “rivoluzione culturale” ha trovato non poche resistenze, perché le iniziative del governo non godevano del consenso di tutte le parti coinvolte.

Gli insegnanti inglesi preso atto del peggioramento delle condizioni salariali e di lavoro attuarono uno sciopero bianco e una serie di astensioni dal lavoro in varie aree del paese creando non pochi problemi ai dirigenti scolastici.   Tuttavia gli esiti della lotta, questo accadde nel 1985, non furono tali da impedire al governo di procedere con la sua iniziativa politica.

Una delle novità di questa riforma (Education Reform Act, 1988) è stata la burocratizzazione dei meccanismi di resoconto finale, in netto contrasto con le precedenti tradizioni di autonomia degli insegnanti e degli istituti.   Questa novità è stata letta da molti insegnanti come un processo professionalmente dequalificante.  Questa percezione della perdita del senso e del ruolo non è un portato solo della riforma, ma si sviluppa intorno agli anni settanta.   Essa venne alimentata anche da incidenti e “scandali” che riguardavano casi nei quali l’autonomia e competenza apparivano mal impiegati.  Occorre sottolineare che in tale contesto e con queste premesse le logiche aziendalistiche sono state fatte proprie dai governi neo-laburisti e che le ragioni profonde della crisi di credibilità della professione docente sono rimaste inalterate.

Un contributo alle politiche neo-liberali in materia è dato dal pregiudizio diffuso che intende il lavoro dell’insegnante come un lavoro che può essere fatto da chiunque perché non sono necessarie abilità particolari.  Ovviamente i tempi per distruggere una credibilità professionale sono brevi, al contrario essi sono lunghi quando si tratta di costruirla.  Il libro in questione si ferma sulle soglie del nuovo millennio mostrando una continuità sostanziale fra neo-laburisti e conservatori neo-liberali in materia di scuola.

L’altro testo vuole essere un contributo al dibattito sulle riforme scolastiche del Regno di Spagna.  Uno degli intervistati il professor Cesar Coll, docente di psicologia educativa all’Università di Barcellona, afferma che la Spagna partiva dalla situazione opposta rispetto a quella del Regno Unito.  La centralizzazione e l’ottusità del sistema scolastico erano il frutto di quel regime franchista che fra l’altro durante la guerra civile fece ammazzare centinaia di insegnanti elementari colpevoli di aver simpatizzato con la Seconda Repubblica.   Il problema spagnolo era uguale e opposto: riformare la scuola e limitare un centralismo autoritario.

Ristabilite condizioni accettabili di governo democratico e rispettoso dei diritti  intorno agli anni ottanta la scuola venne riformata una prima volta, nel 1990 la scuola venne riformata una seconda volta con una legge di riordino, peraltro molto contestata nota per il suo acronimo LOGSE.   Questa legge venne ritenuta da una parte dell’opinione pubblica troppo all’avanguardia e fra le altre cose essa innalzò l’obbligo scolastico a 16 anni.  Questa legge fu riformata nel 2002 dal governo conservatore.  Quindi anche in una realtà così differente per situazioni e tempi alcuni problemi sollevati dal modello inglese si ripresentarono e in particolare quello della mercificazione della cultura e delle forme subdole o palesi di privatizzazione della scuola.  A questo proposito Cesar Coll risponde ad una domanda dell’intervistatore sulle prospettive della scuola privata affermando che la scuola pubblica  è in crisi  e che il pericolo per la Spagna è di veder la scuola pubblica relegata a svolgere funzioni assistenziali e sociali.  La prospettiva, voluta o meno, è una programmata discriminazione degli allievi su base censitaria.  L’intervistato sottolinea come questo sia dovuto anche alla populistica identificazione di tutto ciò che è negativo con il pubblico e del positivo con ciò che è privato.

Del resto secondo l’intervistato la competizione fra scuola pubblica e scuola privata è falsata dalla differenza di mezzi, normative e dal fatto che la scuola privata sceglie gli allievi; un problema che secondo il professore  i governi progressisti d’Europa dovranno affrontare con coraggio.

Il problema delle condizioni sociali emerge anche nell’intervista di Andrès Torres Queiruga, sacerdote e professore di filosofia della religione, il quale sottolinea come le disuguaglianze sociali determinano le possibilità degli studenti.   Il cattedratico Josep Bricall, docente di economia politica, riprende il tema allargandolo all’università, la quale a suo avviso è mutata a seguito dei cambiamenti del sistema produttivo dovuti all’introduzione di nuove tecnologie.   Il suo parere è che i governi Europei non hanno ancora deciso se adottare il modello anglo-americano o costruire un loro modello.  Alcune considerazioni di Bricall meritano attenzione egli afferma che: l’università spagnola non prepara come dovrebbe, e come auspica dovrà prima o poi fare, all’integrazione Europea e che a suo avviso, e usa per dirlo un modo di dire dell’America Latina, le Università dovrebbero armarsi contro la prospettiva di giungere a concepire la scuola come un bene di mercato e gli studenti come semplici clienti.

La tensione fra realtà economica discriminante e le istanze democratiche e di parità fra i sessi è l centro dell’intervista dell’attivista politica di sinistra, durame e dopo la dittatura, Cristina Almeida.

Essa sottolinea come la scuola pubblica da un lato si fa carico di istanze sociali: integrazione, immigrazione,emarginazione; e dall’altra parte si consolida la scuola privata e convenzionata con fondi pubblici.   La scuola pubblica come scuola è quindi per l’intervistata in declino e per la scuola privata si apre la possibilità di diventare scuola d’Elitè.   Per  Cristina Almeida la scuola non è un costo ma un beneficio per la Nazione e la società nel complesso e quindi non si può guardare ad essa con logiche liberiste.

Interessante a questo proposito è l’affermazione del professore di teoria e storia dell’educazione Herminio Barreiro che afferma:”…se un paese privatizza  la scuola, significa che quello Stato può permettersi il lusso di quella privatizzazione o comunque che ciò è nell’interesse delle classi dominanti.   Tuttavia, chi, se non lo Stato può occuparsi di costruire un sistema educativo razionali, popolare, laico e di massa?   Senza dubbio solo ed esclusivamente lo Stato.”

Nella sua lettura l’intervistato osserva come la crisi della scuola sia il riflesso dei cambiamenti sociali ed economici, la scuola dovrebbe avere un potere critico che al momento in cui egli parla non ha, ma che potrebbe essere in futuro recuperato.

I due testi sottoposti alla presente lettura parallela mostrano come due paesi così distanti si trovano ad affrontare lo spinoso problema della pubblica istruzione intesa come occasione affaristica da parte di grandi soggetti internazionali.

Entrambi i libri si chiudono alle soglie di quel 2002 che vide il governo conservatore spagnolo e il governo laburista inglese applicarsi per riformare la pubblica istruzione alla luce delle sollecitazioni del “mercato”, in particolare l’”Education Act” inglese venne pensato e trasformato in legge per fornire un quadro legislativo che incoraggiasse la creazione di un mercato dell’educazione in cui scuole e imprese vendono beni e servizi.   Attualmente questo indirizzo politico con il nuovo governo Blair è stata confermato e i neo-laburisti attualmente operano per realizzare una concezione di scuola interpretata come occasione per fare impresa.

Al contrario il nuovo governo Zapatero, sia pure entro i limiti di politiche fortemente contestate dall’opposizione cattolica, cerca di operare una diversa soluzione portando avanti con tormentata coerenza una politica di riforme che intende riscrivere i programmi nazionali assieme alle singole regioni, ridiscutere le modalità di finanziamento delle scuole private, ridisegnare l’equivalente italiano della  scuola media con il quarto anno orientato al Liceo o alla formazione professionale.

La nuova legge sulla scuola firmata da Josè Zapatero, il cui acronimo è LOE, sospende la legge voluta dallo schieramento di Centro-destra del governo Aznar, segno che una distinzione politica in materia di pubblica educazione è possibile.

I percorsi politici in materia d’istruzione, dei due paesi  potrebbero quindi differenziarsi, sia pure entro una cornice sfavorevole per una serie di circostanze alla scuola pubblica, presentando soluzioni diverse nell’affrontare un problema simile: la riduzione del sapere e dell’insegnare a merce.

In questa assimilazione della scuola entro confini ideologici del “primato del mercato” su ogni altra realtà  chi scrive non trova alcuna morale ma solo i privatissimi interessi di pochissimi miliardari e dei loro esperti.

 Interessi che si formano e si realizzano con danni, più o meno gravi a seconda delle situazioni, per la maggior parte delle popolazioni che coinvolgono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Iacopo Nappini









7 gennaio 2010

Il dispiacere di pensare la fine

De Reditu Suo

Il dispiacere di pensare la fine

Ammetto di aver ripensato alla Repubblica Spagnola, quella federale stroncata brutalmente e massacrata da Franco, Hitler e Mussolini e dall’imperizia e dalla complicità delle sedicenti democrazie di allora. Grazie ai portenti della terza rivoluzione industriale posso vedere documentari, fotografie e perfino le musiche di chi ha combattuto e morto dalla parte della Repubblica Spagnola, e beninteso anche da quella dei fascisti dei reazionari spagnoli. Mi vien fatto di pensare che in fin dei conti quella Repubblica ha avuto un destino tragico, aldilà di quanto nel Belpaese si possa concepire, e che la loro Repubblica non ha fatto i conti i conti con la decomposizione e la disgregazione civile e sociale in cui si dibatte la nostra, con la perdita del senso della realtà per mezzo dell’intrattenimento televisivo e della pubblicità. La loro decomposizione è stata una fiammata, un rogo collettivo nel mezzo dei furori bellicisti e ideologici del primo Novecento. La fine di questa Seconda Repubblica in questo secondo millennio sembra un lento disfarsi di ciò che per anni abbiamo chiamato Italia. Il cupo desiderio di morte che è parte di questo tempo è presente nella quotidianità di questa Seconda Repubblica italiana e dà il senso della una fine e della decomposizione di ogni valore e di ogni morale precedente. Quel che emerge è una realtà frammentaria priva di quegli elementi di unità e di appartenenza ad una vicenda storica comune, un contesto dove ogni egoismo umano e sociale può scatenarsi senza dover render conto a qualsivoglia forma di riprovazione morale. L’esempio infelice delle minoranze dei ricchi e dei politici di un certo spessore spesso chiacchierati o alle prese con i tribunali nostrani sta dando alla popolazione italiana l’impressione che l’unico metro possibile su cui ragionare sia il denaro. Lo strumento del commercio e del lavoro nonché merce che serve ad acquistare altra merce diventa l’unico fine perché coincidente con il potere. Avere il potere su uomini e cose è oggi l’unica garanzia di salvezza individuale in un mondo dove si sono perduti i valori e le ragioni di una comunità che condivide una storia comune o delle radici culturali. Questa mutazione antropologica e civile aiuta e rafforza tutti i fenomeni di disfacimento presenti nella società e nella Repubblica italiana. Del resto il mondo umano percepisce a modo suo l’evidenza che è presente sul pianeta azzurro ossia che ciò che nasce e si sviluppa, si indebolisce, muore e si decompone. Nel corso dei milioni di anni cambia perfino la geografia figuriamoci se non finiscono i sistemi politici, con le classi dirigenti. Dove sono oggi i re-sacerdoti dell’antichità, o il patriziato dell’Antica Roma, o le legioni di Cesare con i centurioni o i condottieri delle milizie Rinascimentali? Tutto finito, tutto trasformato, morto o ricomposto in forme nuove. Questa Repubblica, con i suoi riti, con i suoi discordi signori, con i suoi orrori che ogni tanto balzano all’onore della cronache giudiziarie sembra una massa informe di personaggi e cose diverse che stanno assieme per sbaglio. Finirà, prima o poi anche questo sistema. Esso è destinato a riformarsi e a cambiare o a sparire sotto la pressione spaventosa dei mutamenti che arrivano nel corso dello scorrere del tempo. Quel che mi dispiace è che la fine sembra annunciarsi in uno scenario crescente di noia, di disgusto e di squallore entro un contesto di miseria morale.

IANA per FuturoIeri




30 settembre 2009

La resurrezione del Belpaese prossima ventura


La valigia dei sogni e delle illusioni

La resurrezione del Belpaese prossima ventura

 

Chiedendo preventivamente scusa ai miei venticinque lettori se son quasi forzato a scrivere perché credo che si avrà prima o poi una resurrezione del Belpaese al termine di questo ciclo funesto di decadenza e decomposizione dei valori e delle facoltà mentali delle diverse genti d’Italia. Ritengo che saranno gli stranieri a imporre alle nostre disperse genti di ripensare alla loro condizione e di trovare le ragioni del loro stare assieme. Semplicemente gli stranieri, cosa del resto scontata e ordinaria, metteranno una barriera fra ciò che è simile a loro e ciò che non lo è. L’italiano in fin dei conti sarà forzato a causa della sua estraneità alla cultura e alla civiltà altrui a darsi una propria forma di esistenza.  So che questo disturberà alcuni fra i miei venticinque lettori, che qui saluto e ringrazio, ma occorre andare oltre le frodi della comunicazione pubblicitaria e televisiva: gli altri sono diversi fra noi e in fondo al cuore non ci vogliono fra loro e non si vogliono mischiare con noi. Non lo sforzo di un pugno d’eroi, non una fantomatica e inesistente dimensione culturale, non la lingua scritta e meno che mai quella parlata o memorie antiche stimate e onorate (ma quando mai!) faranno il miracolo. Nulla di tutto questo può ricomporre le disperse genti del Belpaese. Solo il disprezzo dei forestieri e il disgusto con il quale si osservano nel mondo le vicende del Belpaese sarà il collante delle disperse genti della Penisola. Questa condizione di estraneità a un consorzio civile più ampio imporrà dolorosamente ma necessariamente il darsi di una Nazione italiana adeguata ai tempi; personalmente sarei ben felice se questa nuova identità s’identificasse con simboli più forti e consapevoli rispetto a quelli ereditati dalle passioni risorgimentali dell’Ottocento. Temo che questo processo di creazione di un nuovo mondo umano per il Belpaese potrebbe vedermi ridotto in polvere, come è oggi polvere triste e fredda di cose morte e perdute il mondo umano che ho conosciuto nell’infanzia. Non so quanto tempo ci vorrà perché le genti dello Stivale si sveglino da questo sogno delirante, da questa incapacità di distinguere i contorni della realtà. Si farà strada prima o poi l’evidenza che le genti d’Italia non sono riconducibili ai popoli Balcanici, che sono lontane dagli antenati del mondo antico, diverse dalle genti di Spagna e di Grecia e molto distanti per cultura e indole da quelle del Nord - Europa o della Scandinavia. Le genti del Belpaese sono altro, e questo altro non ha ad oggi né un nome né un volto. Del resto i partiti e i gruppi politici che ci hanno governato negli ultimi sessant’anni avevano i loro riferimenti nella Russia Sovietica, nell’Impero Britannico, nella civiltà Statunitense, e qualcuno timidamente osservava interessato cosa accadeva nelle socialdemocrazie nel nord del Vecchio Mondo; c’era tutto nei punti di riferimento del Belpaese perfino qualche estremista che s’interessava pure della Cina Maoista. Tutto meno l’Italia. Il Belpaese è questa cosa strana che sfugge a ogni ordinario ragionamento e che ancor oggi per definirsi deve capir cosa non è e in cosa è differente dagli sfortunati vicini del Nord-Africa e dai ricchi popoli dell’Europa. Del resto neanche gli altri sanno bene che fare, in qualche modo percepiscono che  l’Italia è parte dell’Europa e nello stesso tempo non lo è. Credo che il nodo insidioso debba esser risolto dalle nostre disperse genti, le quali prima o poi dovranno trovare quel minimo di compattezza che doni ad esse un nome e un volto.

IANA per FuturoIeri




15 febbraio 2009

A proposito di Gaber

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

A proposito di Gaber

Gaber nella sua canzoncina “Io non mi sento italiano” lodava il Rinascimento, quello era per il cantautore il momento storico che l’italiano frustrato e risentito contro la prepotenza, la potenza e il pesante pregiudizio degli stranieri poteva tirar fuori dal cilindro per rivendicare una dignità forte. Credo che vi siano delle canzoni che accompagnano l’ascesa di un popolo, il suo rivendicare prepotente e alle volte criminale e bellicista un posto al tavolo delle potenze del mondo. Quando si straparla di Rinascimento credo sia opportuno tenere a mente la canzone Unser Liebe Fraue, il noto inno dei tremendi lanzichenecchi. Già perchè verso la fine del Rinascimento italiano emerge in Germania la figura di Lutero e attraverso la crociata luterana culminata nel sacco di Roma e la traduzione in tedesco della Bibbia si forma l’identità culturale di popoli germanici. A fronte di un Rinascimento italiano frantumato in mille piccoli interessi meschini di cardinali, duchi e principi emerge una germania protestante che si dà il libro sacro nella sua lingua, che prende forma grazie alla contrapposizione durissima fra Germania Luterana e Chiesa di Roma, fra mondo latino e mondo alemanno. Forse Gaber non sapeva di quest’inno, forse quando ha composto la canzonicina non ha fatto mente locale su come è finito il nostro bel Rinascimento. Il Papa Medici sconfitto e assediato, il comandante più valoroso Giovanni Dè Medici ucciso e Roma presa e saccheggiata per trenta giorni e poi ripetutamente violata dalla feccia che seguì la calata dei Lanzi. Come al solito il mito di un Rinascimento da cartolina, da libretto turistico per stranieri annoiati ha schiacciato la storia e il suo lato spiacevole. Il Rinascimento è stato l’ennesima disfatta delle genti del Belpaese ha esportato la sua civiltà in Spagna, Germania, Francia e tanti altri regni, imperi e principati che a turno hanno invaso l’Italia o sottratto ai mercanti e ai banchieri italiani i loro affari e il loro mercati. Se poi l’ipotetico interlocutore straniero fosse erudito o altamente scolarizzato con un fare beffardo potrebbe chiedere: “il Rinascimento di chi?”.

L’Italia del Rinascimento era data da stati regionali in contrasto fra loro, c’è un Rinascimento addirittura per i senesi diverso da queloo fiorentino che a sua volta è diverso da quello lombardo o romano. No l’Italia possibile, se mai sarà, non può che proiettarsi nel futuro. Cedere alla tentazione di fuggire nel passato è una cosa troppo banale e facile, affermare che solo nel trapassato remoto si trovi qualcosa di confortante è qui nel Belpaese un facile alibi per una comoda fuga dalla realtà e da questo presente.

Quando il passato è una fuga consolatoria allora io non mi sento italiano.

IANA per FuturoIeri




23 giugno 2008

LA NAZIONALE E BERLUSCONI, BOLLINO DI SFIGA

Ormai è chiaro a chiunque: Berlusconi porta sfiga!
Ci riferiamo alla partita di ieri sera fra la Spagna e l'Italia, valevole per i quarti di finale dei Campionati Europei di calcio. Come era successo in precedenza per i mondiali del 1994 e del 2002 e per gli europei del 2004, quando il cavaliere è presidente del Consiglio la nazionale italiana non batte chiodo. E sempre con occasioni di particolare sfortuna...
La prima volta poteva essere una pura casualità, la seconda un maledetto incidente, la terza una jella sospetta, adesso, dopo la partita di ieri finita con la sonfitta ai rigori della squadra di Donadoni, la certezza: Berlusconi porta un male che ha dell'incredibile. Da toccarsi i santissimi al solo nominarlo.
Scusateci la caduta di stile, rispetto ad altri nostri commenti, ma quando ce vò, ce vò.
 
P.S.  Per restare allegri, un aggiornamento del nostro precedente "post" sull'inflazione galoppante in Italia:

Apr-2007 Apr-2008   3.3%   [131.4] [135.8]
Mag-2007 Mag-2008   3.6%   [131.8] [136.5]

Associazione Futuro Ieri  http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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