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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


21 gennaio 2013

Diario Precario dal 16/1 al 20/1

Data. Dal 16/1 al 20/1

Note.

Interrogazioni, lezioni.

Correzioni simulazione terza prova.

Piove, giornate nuvolose, umide, fredde.

Contratto firmato per le ore di lavoro riguardanti l’attività d’insegnamento alternativa all’ora di religione.

 

Considerazioni

Nell’ultimo scritto ho considerato come la struttura intima del sistema di produzione e consumo porti a una forma di vita incentrata sulla solitudine e sul seguire modi e costumi collettivi dettati o ispirati dalla pubblicità o dalle diverse forme di spettacolo e intrattenimento. Folle di consumatori, più o meno in grado di soddisfare i loro desideri del momento, intimamente soli sono il dato evidente del sistema. Ora la questione è come una massa di soggetti soli e in prospettiva amareggiati e disillusi possa dar luogo a qualche tipo di movimento politico o sociale. Il dato materiale non basta per smuovere la mente umana, occorre qualcosa che sostituisca nell’immaginario e  nelle speranze il posto delle promesse di potere e benessere che esprime il consumo di beni e la forza del denaro. Questo qualcosa mi par di delinearlo come una qualche forma di religione che si fa politica. Non necessariamente una religione con preti, libro sacro, alti sacerdoti, paramenti sacri e simboli e cerimonie; ma qualcosa di simile negli effetti. Si tratta di sostituire una visione del mondo e del destino dell’essere umano data dall’accettazione del presente così come appare con una forte promessa di una forma diversa e sostitutiva di civiltà e di vita. Questo può aver luogo solo con qualche forma di catastrofe materiale o di orientamento politico e culturale; troppi vivono bene come gregari, dirigenti e padroni all’interno del sistema di produzione e consumo e non è pensabile che costoro siano disposti a mettere in discussione posizioni di potere e di privilegio per qualche caso o per seguire qualche moda culturale.  Per scalzare un sistema di vita e consumo che è forma e visione del mondo per miliardi ormai di esseri umani ormai parte delle diverse tipologie di civiltà industriale occorre qualcosa di più di una filosofia politica. Ci vuole una duplice combinazione di scontro tra il sistema che pretende crescita e consumi infiniti con le risorse limitate del pianeta e una possibile alternativa psicologica e di vita in grado di trasformare il consumatore condizionato dalla pubblicità e dalle abitudini in qualcosa di diverso. La catastrofe materiale può portare la trasformazione radicale e  rapida del modo di vedere se stessi e il mondo naturale e umano, ma può anche non darsi questo caso. Semplicemente le diverse civiltà umane e le potenze imperiali incapaci di trovare ragionevoli alternative potrebbero implodere o dar luogo a guerre atroci e feroci senza venir a capo dei problemi e senza rimettere assieme progresso tecno-scientifico con la soluzione del problema del limite delle risorse. Comunque si tratta di 51 miliardi di ettari perchè tanti ne conta il pianeta azzurro, 2/3 di essi acqua perlopiù salata e del resto circa 12 usati per sostenere e collocare fisicamente nello spazio le civiltà industriali attuali.  Lo schianto probabile fra crescita infinita desiderata e perseguita da finanza, industria, grande distribuzione, oligarchie di miliardari al potere e ovvio limite delle risorse del pianeta può anche causare semplicemente una riduzione del numero di esseri umani sul pianeta e la formazione di regimi autoritari e dispotici o teocratici in seguito a guerre, proteste violentissime, carestie, pandemie…

Quindi le diverse forme di civiltà umana potrebbero subire un regresso nel numero dei viventi e nelle libertà individuali e nelle prospettive di benessere e felicità senza toccare i due nodi decisivi: la capacità di orientare la ricerca e lo sviluppo in direzioni che riducano i danni dell’impatto con i limiti del pianeta azzurro e la formazione di mentalità e di consumi compatibili con i problemi di acquisizione di risorse e di beni materiali che in questo contesto sono per forza di cose limitati. Quella condizione che può toccare questi due punti è per l’appunto la creazione di qualcosa che oggi ancora non esiste, ossia una forza di persuasione simile a una fede religiosa che trasformi la mentalità e ridefinisca senso della vita e prospettive esistenziali per questi milioni di singoli umani che vivono nelle folle anonime e un po’ tristi di consumatori.  




7 maggio 2010

Il Giappone sarà salvato dall'invincibile capitano?




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De Reditu Suo - Terzo Libro

Il Giappone sarà salvato dall’invincibile Capitano?

La notizia è rimbalzata con una certa rapidità sulla rete, sembra certo che la TOEI spenderà una cifra considerevole, si parla di un progetto da dieci milioni di euro, per fare una nuova opera su Capitan Harlock e la sua Astronave da guerra Arcadia. Per non sbagliare il colpo assieme al nuovo Harlock verrà prodotto anche una riedizione di una serie di robot giganti del maestro del genere: il famoso Go Nagai.  Accoppiata di giganti quindi incaricata di dare una svolta tecnologica, l’uscita è prevista per il 2012, al sistema dell’animazione giapponese. Farò in questo breve scritto della dietrologia presuntuosa, ma ho la certezza di aver capito qualcosa di questa novità. L’opera su Harlock sarà in 3D e si capisce perché: la crisi ha picchiato duro in Giappone che era già in recessione dalla metà degli anni novanta e l’invincibile capitano potenziato dagli effetti speciali e dalla nuova tecnologia tridimensionale potrebbe far il miracolo di dar ossigeno almeno all’industria dei DVD e dell’animazione giapponese. Inoltre le multinazionali dell’intrattenimento degli Stati Uniti con Avatar hanno puntato sulle nuove tecnologie e il Giappone non può correre il rischio trovarsi con una del sue industrie di punta, ossia quella dell’intrattenimento e dei cartoni animati, priva di queste novità. Il Giappone in questi ultimi quindici anni è entrato in fase difficile dal punto di vista sociale ed economico, la recessione e la crisi hanno causato  molti suicidi al punto che le stesse autorità dell’Arcipelago si son preoccupate di quelle che nella nostra parte di mondo chiamiamo le condizioni psicologiche della popolazione. Riuscirà il capitano con il Jolly Roger disegnato sulla divisa a salvare almeno un pezzettino del Giappone di oggi, almeno un frammento del suo cinema d’animazione da questa rovinosa triplice crisi che spezza e piega l’economia, la dignità degli esseri umani e distrugge la pace. Se per una combinazione incredibile di eventi il personaggio irreale e finto immerso nel suo racconto fantascientifico sfonda  al botteghino e fa il piccolo miracolo, che in tanti segretamente si aspettano da lui, si dovrà ammettere che nella Terza Rivoluzione Industriale i confini fra il reale e l’irreale, fra materiale e immateriale si sono fusi in una sola linea dove è difficile distinguere. Ciò che è irreale oggi può condizionare il reale senza alcun bisogno, come avveniva nel remoto passato, d’essere un mito sacro o l’opera perfetta di un maestro della pittura o di un genio della letteratura o della poesia. Questo modello di civiltà sta disgregando il remoto passato perché propone una civiltà diversa non priva di pericoli e di rischi enormi. Questa nuova civiltà è intollerante del passato che non può piegare o addomesticare, cerca di piegare o di annientare le  forme di civiltà che fanno da ostacolo ai suoi propositi ambiziosi o contrastano i suoi eccessi: in una parola è la Terza Rivoluzione Industriale. Contro i deliri distruttivi e i limiti di sostenibilità ecologica e sociale di questo modello di sviluppo potentissimo e aggressivo ci vorrebbero vere Arcadia e veri Capitani con un solo occhio pronti a giocarsi vita e fortuna in un solo colpo pur di fermare la follia produttiva,omicida e distruttiva delle risorse naturali di questi decenni. Ma questa è roba per Dei e per Eroi e il modo umano è da troppo tempo privo di costoro, quindi i molti che vivono sula nera terra devono cercarli nel mito e nella fantasia e in mezzo agli eroi dei cartoni animati.    In fin dei conti il finto mito di Halock è venuto bene, son passati più di trent’anni e il suo essere eroe schierato  contro governanti corrotti e dissoluti e cittadini scellerati, cretini e imbelli e il suo salvare l’umanità e il pianeta azzurro dai nemici interni (esseri umani) ed esterni (alieni) è oggi attualissimo.  La morale è questa: L’eroe non esiste, la sua ombra sì.


                                                                                IANA per FuturoIeri





4 marzo 2010

Bananìa e la Terza Rivoluzione Industriale



 

  De Reditu Suo - Secondo Libro

                            Bananìa e la Terza Rivoluzione Industriale

Alla fine era giunto, era una cosa prevedibile e scontata che lo scorrere del tempo portasse fatalmente un nuovo millennio, eppure la cosa arrivò quasi inaspettata assieme a una nuova fase della terza rivoluzione industriale.   Il Belpaese di Bananìa quando arrivò la Terza rivoluzione Industriale non era ancora riuscito  capire fino in fondo la Prima e ad adeguare le mentalità assurde, nepotistiche e feudali delle sedicenti classi dirigenti alla logica delle imprese. Purtroppo alle sfortunate genti di Bananìa erano toccate delle classi dirigenti di profonda ignoranza anche nelle arti e nelle scienze occulte; per esse la divinazione e la conoscenza del misterioso si limitavano a monologhi da fattucchiera e agli amuleti rozzamente composti da ciarlatani di provincia e tipi bizzarri che si dilettavano di magia. La terza rivoluzione industriale era molto di più  era un tempo di passaggio fra l’uomo e la civiltà di prima e quella di dopo, in quei decenni a cavallo fra un millennio e l’altro si sarebbe deciso il futuro, l’umanità sarebbe entrata nella fase d’integrazione del corpo animale con la macchina, l’umano doveva diventare altro da sé e dalle sue origini. Si apriva con il nuovo millennio la prospettiva di un umano potenziato e di una civiltà  umana dominante che forte del primato tecnologico aprisse la via a soluzioni straordinarie e alla trasformazione della vita sul pianeta. Ma tutto questo agli inizi del nuovo millennio era ancora una visione di pochi e di chi osava proiettarsi con l’immaginazione e la previsione oltre il proprio tempo.  Bananìa era  preda di classi dirigenti di  scellerati, truffatori e ladri i quali distraevano il popolo con la televisione-spazzatura quindi la stragrande maggioranza degli abitanti della penisola  non capì  la gravità dei tempi e le trasformazioni in atto. A quelle genti disperse e  malconsigliate la realtà appariva come un gigantesco spettacolo di cattiva qualità interrotto ogni tanto dagli arresti ordinati dai giudici e da qualche follia dei sedicenti VIP. In quel tempo Bananìa era la fogna della peggior gente del vecchio Mondo, in pochi la consideravano come una realtà seria e men che mai come uno Stato meritevole di qualche ascolto o anche solo di una riflessione. Quando arrivò la Terza Rivoluzione industriale con i suoi milioni di licenziati, con i nuovi apparecchi che connettevano gli esseri umani singoli alla rete universale, con le nuove armi tecnologiche e spaziali fu evidente che la maggior parte dei bananiani resi rozzi e rincretiniti dalla cattiva politica e dalla pessima televisione sarebbero stati travolti mentalmente e psicologicamente dalle  novità.  Ma la fortuna sorrise alle tapine genti quando i grandi imperi del pianeta azzurro si massacrarono con le armi di distruzione di massa al tempo della Terza Grande Spartizione del Mondo. Così le genti sfortunate ebbero  modo di colmare il proprio ritardo  approfittando della ricostruzione del mondo umano e liquidarono la Repubblica dei ladri e dei delinquenti sostituendola con qualcosa di più accettabile. L’umano integrato con la macchina arrivò male, armato fino ai denti e incluso nel  pacchetto tecnologico-affaristico del supersoldato del futuro e fu pregio e merito delle genti di Bananìa aver  restituito quella tecnologia alle esigenze della vita indicando e in segnando di nuovo alle disperse popolazioni umane del pianeta azzurro le vie della civiltà, del viver bene e dell’arte.  Quest’impresa di restituire l’antica dignità alle arti e alle scienze dando la memoria del passato e un senso di continuità alle diverse nuove civiltà e forme d’umanità comparse di nuovo sul pianeta azzurro  fu propriamente la lodevole impresa dei bananiani.

 IANA  per FuturoIeri




20 ottobre 2009

Basta Obama! Voglio scrivere di cose di provincia

La valigia dei sogni e delle illusioni

Basta Obama! Voglio scrivere di cose di provincia

Ho seguito con crescente timore le cronache di otto anni di guerre di Bush, adesso mi si racconta la favola felice del buon principe che arriva a raddrizzare i torti, si chiama Barak Hussein Obama e ancor prima di qualsiasi risultato tangibile prende il premio Nobel per la pace.

Quale pace?

Di cosa si favoleggia in questi pazzi tempi dove le parole hanno smarrito il loro senso e il loro suono?  

Potrei fare delle facili ironie e raccontare di Nobel inventore della dinamite, sbeffeggiare pacifismi di maniera e ipocrisie farisaiche. Invece basta Obama!

Voglio scrivere per i miei venticinque lettori cose di provincia, sestesi addirittura.

Il 16 e il 17 ottobre 2009 a Sesto Fiorentino presso un parco cittadino e nella Villa San Lorenzo è stata onorata la memoria di Ivan Della Mea cantautore popolare e comunista atipico recentemente scomparso con convegni, buffet popolare, canti e musica. Si trattava a suo modo di un maestro, di un cavaliere d’altri tempi che in questi decenni di decomposizione e corruzione ha cercato di cantare le disgrazie e le piccole gioie dei ceti operai e contadini d’Italia, le loro lotte spesso di sinistra, la delusione di tanti militanti rossi davanti al destino avverso e alla loro incapacità di fermare i processi distruttivi e creativi della civiltà industriale e del consumismo edonistico e acritico. Un piccolo eroe della parola e della musica in questa valle di lacrime e duro fango. Certo questa qui è una cosa di provincia, marginale, quasi privata per certi aspetti. Eppure mi ha fatto impressione la folla di circa trecento persone di ogni età che ha sfidato il freddo, non c’era riscaldamento al concerto nel parco, che è stata per ore ad ascoltare il ricordo cantato degli amici di costui, che ha riascoltato in video qualche sua parola, il pubblico stesso si è più volte unito ai canti di lotta e di protesta di Ivan e di altri. Per parlare davvero di pace in questo consorzio umano residente nel pianeta azzurro ritengo che ci sia bisogno da parte dei singoli della cognizione di quella elementare solidarietà umana che esce fuori dal fare una cosa tutti assieme, dall’essere uniti da un ricordo, dal condividere qualcosa di certi valori, dal provare una gioia primitiva nello star con gli altri a far una cosa bella. Si tratta di un sentire e di un fare estraneo alla persuasione pubblicitaria, all’intrattenimento televisivo dei predicatori delle sorte magnifiche e progressive della civiltà industriale, di qualcosa di estraneo nel senso più profondo alla solitudine che è parte costitutiva della civiltà dei consumi. La pace di cui si narra in televisione e sui sistemi d’intrattenimento e d’informazione è la naturale continuazione della propaganda di guerra, da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Come in certi brutti film o in certi fumetti per adolescenti: qui sono collocati i buoni dipinti e vestiti da buoni, là i cattivi dipinti e vestiti da cattivi e guai a chi la pensa diversamente.  Sarebbe bene dare alle cose il loro nome, quello vero e non una qualche fantasia creativa da pennivendoli e addetti alla propaganda di guerra. Se la pace oggi è la banalità della “guerra di guerriglia” o il quotidiano di quella “a bassa intensità” allora si usino i termini appropriati senza ipocrisie farisaiche.

Questo è il primo passo per far una cosa seria, anche quando s’invoca la Pace come se fosse una divinità pagana.

 

IANA per FuturoIeri




11 settembre 2009

Appunti d'ordinaria follia

La valigia dei sogni e delle illusioni

Appunti d’ordinaria follia

Stavolta sono finito in una situazione assurda, come solo può capitare a un precario della scuola pubblica in Italia. Sto girando per un problema di graduatorie dal Centro Servizi Amministrativi al sindacato e da questo alla segreteria dell’Istituto. Probabilmente il problema è stato risolto dopo tanto andar di qua e là, infatti sto aspettando le graduatorie per poter dire l’ultima parola in merito. Questa vicenda amara mi fa riflettere sul fatto che la scuola nel Belpaese è poco curata e spesso concepita da chi governa come una delle tante fonti d’uscita del bilancio dello Stato. Questo è possibile perché in fin dei conti il Belpaese è nelle sue sedicenti classi dirigenti, nei suoi ceti privilegiati, e presso coloro che vivono di politica nel complesso indifferente verso le diverse parti che costituiscono il popolo italiano. Da qui deriva quell’atteggiamento di fastidio verso quella realtà complessa e difficile che è la scuola dalle materne alle superiori che pur fra molti torti comunque è la minima esperienza comune della stragrande maggioranza di coloro che sono nati e vivono nel Belpaese. Ossia è il primo fondamento comune di qualcosa che con molte difficoltà si può ancor chiamare popolo italiano. Chi ci comanda sul serio oggi è una miscela di privati che vivono di politica, di burocrazia europea e miliardari con i loro esperti al seguito, è evidentissimo che costoro sono estranei alle ragioni profonde delle genti del Belpaese, non conoscono fino in fondo  coloro che subiscono le loro volontà, vedono la realtà dei molti attraverso lo specchio deformante dei salotti televisivi e dei rapporti degli esperti e delle forze di polizia. Il mondo umano pre-industriale ci riporta storie di principi che con alterna fortuna cercavano di captare personalmente i segnali d’inquietudine dei sudditi. Credo che la percezione di chi ci comanda ora sia diversa, non più personale o mediata da uomini fidati ma affidata a strumenti più o meno scientifici, a metodi più o meno consolidati che restituiscono certamente ai detentori del potere reale un quadro della situazione rassicurante, che pure nel malaugurato caso e nella disgrazia riesce sempre a mostrarsi controllabile e ordinato perché viene presentato in questa forma. Ma è solo la forma dell’illusione, perché questo è il pianeta azzurro e una delle sue regole è che tutto che vive ed esiste viene sottoposto a tensioni, rotture e alla disgregazione, il mondo umano è una delle realtà più esposte a questo fenomeno e nessuna magia di esperti, di programmi, di rapporti o miracoli televisivi cambierà questo dato di fatto. Credo che tra le difficoltà della scuola in Italia si collochi anche questo problema contemporaneo della distanza enorme fra detentori del potere e coloro che lo subiscono, quest’ultimi quando sono rappresentati solo da numeri, per così dire, spariscono come persone reali e concrete. Diventano quasi un problema amministrativo e di l’oggetto decisioni in merito alla voce uscite del bilancio. E’ come se l’essere umano potesse essere rappresentato e gestito dal potere attraverso una forma virtuale che lo rappresenta ma che non è lui.

 

IANA per FuturoIeri




13 luglio 2009

Fine dei quarantanove passi

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fine dei quarantanove passi…

Questo mio congedo da questa serie di scritti esige una riflessione. Il Belpaese oggi presenta masse diverse di esseri umani perlopiù sofferenti. Nello specifico del loro rapporto con il potere assomigliano all’umanità imbelle, scellerata, dissoluta, rincretinita e  psicologicamente svuotata che si osserva nella serie classica di Capitan Harlock del 1978.

Nel cartone animato gli umani, come in tutte le favole del genere, vengono salvati da una temibile invasione aliena dall’eroe di turno e dal suo seguito di seguaci e amici e dalla sua corrazzata spaziale, la famosa Arcadia. Qui nella realtà di una quotidianità segnata da una crisi del sistema di produzione e consumo a livello globale l’eroe non c’è e in compenso i nuovi tempi stanno disintegrando tutto quello che è stato il mondo umano e sociale che c’era prima. Credo che il processo sia arrivato a un punto tale da poter affermare che ciò che era il Belpaese al tempo della mia infanzia non esiste più, tutto è diventato altro e per sempre. Voglio quindi rammentare, per chiarire ai miei pochi pazienti lettori e lettrici, quali sono le cose alle quali mi sento d’appartenere e che sembrano essere qui e ora nonostante tutto. Metto tutto in poesia, versi liberi per maggior comodità.

DOVE SONO

Mi sento d’appartenere

Al buio delle periferie silenziose e ai lampioni

solitari che l’illuminano di notte

Ai profili scuri delle colline la cui forma  incornicia

il firmamento nel freddo inverno

Alle nuvole bianche spiaccicate nel cielo azzurro d’agosto

Alle pinete di pomeriggi lontani, muro verde dove

il mare incontra la terra

All’umido della pioggia che cade fitta

nel bosco da tempo secco

Al mar Tirreno al tramonto, quando sembra immenso

Alle case vecchie e nuove, con il loro tabernacolo incassato

nel muro come nel tempo antico

Ai biondi campi di grano stretti fra le colline, ai boschi e

ai filari di cipressi messi in fila a dividere il tempo degli uomini

da quello delle stagioni

Ai parchi degli antichi sovrani e padroni, oggi

aperti al pubblico

Al fiume, alle sue acque scure, ai suoi argini

alle sue rumorose piene

Ai pomeriggi di sole della mia infanzia

con le serrande semichiuse per il caldo

Alle mura, alle rovine, ai palazzi della mia città

ai resti del tempo passato, di uomini e donne

che non esistono più da generazioni

Alla piccola grande gente della mia infanzia, ai suoi miti perduti,

ai suoi rumori, alle sue parole, alle sue illusioni, alle sue cose

Ora tutti ricordi.

IANA





11 luglio 2009

Italia precaria, Italia di tutti e di nessuno...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Italia precaria, Italia di tutti e di nessuno…

 

Fra noi in confidenza: parliamo del precariato e di quanto esso sta distruggendo la Nazione Italiana. Passeggiando la sera per Sesto Fiorentino mi è capitato un fatto curioso, ho trovato un cartello su ex ufficio che procurava lavoro interinale. L’ufficio era stato svuotato dai mobili e il cartello recitava che il locale era da affittare. Un “affittasi Fondo” messo sopra il vetro che recitava”agenzia per il lavoro”. Questo mi ha portato a considerare quanto fosse profonda questa crisi. C’è quasi una legge dantesca del contrappasso nel pensare che quei  colletti bianchi, immagino precari anche loro per massima parte, si siano trovati senza lavoro o nelle condizioni dei tanti che erano venuti a chiedere da loro. I procuratori di lavoro a termine che ora devono cercarselo, una roba da film di Totò. Solo che i tempi sono diversi, quel sottinteso di ottimismo e di fiducia che aveva l’Italia di ieri è un ricordo del remoto passato, questo Belpaese è di gran lunga più tragico e meno felice, è a suo modo un tempo disperato perchè non ha dalla sua neanche il senso del tragico o del corso storico che viene in essere fra massacri, grandi realizzazioni dell’umanità e cose straordinarie. In altre zone le cose non vanno meglio, mi è capitato di vedere nel centro di Firenze presso la stazione un grande albergo, mi ricordo di aver letto più volte la carta del menù del ristorante di lusso esposta fuori dal palazzo. Quella notte era tutto spento e passando da quelle parti di notte ho visto una famigliola, credo di extracomunitari dell’America Latina ma non saprei dirlo con certezza, che dormiva avvolta fra cartoni e coperte sotto un lato dell’edificio. Questa miseria che avanza è diversa da quella del passato, è intrisa di una disperazione quasi pagana, di un vuoto che odora di lucida follia, di delirio, è la miseria dei tempi nostri, quella di una terza rivoluzione industriale che deve ancora compiersi fino in fondo. Robot, computer, lavoro interinale, disgregazione delle forme di vita sociale e politica, internet  tutto questo non basta ancora, manca lo sviluppo e la diffusione di nuove forme d’energia per mandar avanti il sistema di produzione e consumo in un contesto di piena realizzazione di questa nuova fase del capitalismo e della civiltà industriale. Il sistema di produzione e consumo si è infilato in un collo di bottiglia: la crescita infinita sta trovando risorse limitate, enormi ma limitate. Il pianeta azzurro è un corpo celeste quindi è grande ma è anche finito, quindi non può offrire idrocarburi, materie prime, risorse alimentari, aria e acqua in quantità illimitate. Nuove fonti d’energia rinnovabili potrebbero almeno in parte limitare questa corsa verso il disastro, forme avanzate di politica ambientale ed etica potrebbero circoscrivere gli effetti disastrosi del sistema, ma mente scrivo tutto questo un’intera generazione, e precisamente la mia, è abbandonata ai suoi problemi; i vecchissimi poteri del trapassato remoto si tengono ben stretti i loro privilegi, la famiglia d’origine –quando c’è- è il primo e spesso unico conforto morale e la  principale forma d’assistenza sociale del disoccupato e dello studente, i movimenti ecologisti sono marginali nel contesto politico.

L’Italia precaria è l’Italia di tutti e di nessuno, perché rappresenta bene le miserie di questo presente e l’assenza di pensiero e di futuro che segna questi anni sciagurati.

IANA per FuturoIeri




6 maggio 2009

Civiltà italiana e la fuga del presente

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Civiltà italiana e fuga dal presente

E’ una novità assoluta, questa terza rivoluzione industriale che si fonda su internet, sulla potenza dei computer, sull’integrazione fra virtuale e reale, sulla robotizzazione del lavoro e sulla globalizzazione del commercio e della forza lavoro da un lato è entrata in crisi e dall’altro ha trasformato nel giro di due decenni talmente in profondità la società umana del Belpaese da rendere il suo recente passato un trapassato lontano nel tempo e sbiadito nei ricordi. A questo punto se si fosse formata una civiltà italiana in questi sei lunghi decenni di Repubblica si sarebbero mosse forze morali o intellettuali per decifrare il presente, e per forze non intendo le minoranze virtuose o virtuali o le adunanze di  pochi privati, ma forze sociali, politiche, morali in grado di pensare il futuro, di porsi delle domande, di operare attivamente nella quotidianità e nel dibattito politico.

Ma allora c’è da chiedersi dov’è la civiltà italiana, dove sono le sue forze, i suoi uomini, le sue donne. Non basta una lingua comune maturata e sviluppata dalla televisione commerciale e dai modi di dire della pubblicità, o l’ostentazione interessata al turista distratto e annoiato delle nostre cattedrali o delle chiese, o dei ruderi di un tempio pagano, o di un castello medioevale, o di un borgo antico, o i riti pubblici con le adunanze di uomini in abiti solenni con le donne al seguito, le sfilate dei militari, le dichiarazioni retoriche vuote e roboanti della grande politica. La civiltà deve essere in grado di reggersi sulle sue gambe, per propria forza, per propria natura, avere i suoi modelli e non replicare più o meno banalmente i format degli spettacoli d’intrattenimento televisivi importati dai paesi stranieri, deve sapere chi è e come è. Non vivere alla giornata, sperando nel miracolo. Una civiltà compiuta e degna può offrire allo straniero che viene qui da terre lontane un modello di vita e di costume a cui appartenere, una nuova identità morale e civile di cui esser parte, al limite una nuova vita e non un patetico vivere accostato ad altri in una terra straniera popolata da genti diverse. Oggi le diverse genti d’Italia cercano di non pensare al loro futuro, non riescono ad andare oltre il quotidiano vivere come persone singole, i valori che un tempo qualificavano le genti del Belpaese si sono corrotti, sono morti, si sono dissolti. Un mondo umano si precipita però in avanti, va verso modelli di conoscenza e di trasformazione dei saperi impensabili, la stessa rete internet sta modificando la comunicazione in profondità, l’intelligenza artificiale e l’integrazione fra l’essere umano e i supporti informatici velocizzano una trasformazione che sta per prima cosa disgregando il passato remoto e che in prospettiva costruirà il futuro. Proprio per pensare il futuro delle genti della penisola occorre ragionare nei termini di ricostruzione o nuova fondazione della civiltà italiana, non potrà avvenire domani e forse neanche dopodomani ma la questione deve essere posta ora. Niente è immortale sul pianeta azzurro né gli Dei, né gli Eroi, né gli Stati, e neppure le Civiltà possono sperare nella vita eterna. Morire e risorgere può essere una decente soluzione al problema. Ma costruire la resurrezione di una civiltà è forse la più estrema delle imprese, forse la più incosciente e temeraria,al limite perfino assurda. A suo modo una cosa da italiani.

IANA per FuturoIeri




11 dicembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 25

Voglio fare un piccolo ma interessante annuncio: siamo entrati nel nuovo secolo da almeno otto anni, e ci siamo entrati tutti noi umani che adottiamo il calendario che si rifà alla nascita di Cristo. Quindi siamo pure in un nuovo millennio.

Qualcun altro adotta altre forme di computo del tempo, tuttavia per la maggior parte degli umani siamo nel 2008 e questo anno terminerà il 31 dicembre.

Quindi sarebbe ora di far mente locale sul fatto che questo nuovo secolo è una novità assoluta. Il mondo del Novecento con i suoi totalitarismi, con i suoi deliri imperiali sovietici e statunitensi, e ancor prima fascisti, è finito, morto, sepolto. Anche la versione novecentesca dell’albero della cuccagna, o se si preferisce l’equivalente del paese del bengodi tante volte promesso dal consumismo amorale e sprecone è annientato dalla tremenda erosione del tempo. Morte le ideologie del Novecento che non trovano più in questo millennio qualcosa che possa sollevarle dalla tomba, dal loro essere forme spettrali di miti e memorie del tempo che fu. Questo nuovo secolo si presenta con imperi che vogliono ascendere al potere globale politico e militare, e queste realtà imperiali sono sorrette da una inedita forma di borghesia che non ha eguali nella storia per ricchezza, assenza di ogni dimensione umana e morale, volontà di morte. Il vecchio dominio statunitense vacilla, la crisi è devastante e le stesse democrazie sono a rischio come anche le basi della convivenza civile fra comunità diverse all’interno di uno stesso Stato. Non si è risvegliato lo spettro della coppia Hitler-Mussolini, mi spiace per coloro che si sforzano di credere di vivere nel 1945, ma non è così: siamo nel 2008. Semplicemente un modello economico che presupponeva la crescita infinita in presenza di risorse limitate ha trovato il limite del suo sviluppo, adesso deve rinnovarsi o accettare di collassare su se stesso. Del resto il pianeta azzurro è grande ma non infinito, e di risorse infinite ha proprio bisogno quel modello di crescita economica e industriale. Mentre la crisi rivela il finale di partita di un modello di sviluppo globale rovinoso e pericoloso il Belpaese è ammorbato di retorica, inquinato da cortine fumogene di falso patriottismo o da finte professioni di fede nelle grandi ideologie del Novecento o da adesioni a versioni caricaturali delle medesime. Tutto è buono pur di stordirsi e di negare la realtà. Tutto è lecito pur di non far i conti con questa crisi e provare con deliranti fiumi di parole a scaricare su questa giovane generazione i costi dello sfascio, e ritardare ancora per un giorno o due l’appuntamento con la nuda verità e con la concretezza. Non immaginavo di arrivare al momento in cui avrei visto così tanta viltà e idiozia nel Belpaese. Mai i diversi popoli che sono l’Italia sono stati così lontani da modelli di vita nobili, eroici o semplicemente degni. Mi rendo conto che si è per forza di cose lontani dai modelli degli Dei e degli Eroi dell’epica e della letteratura, e addirittura anche da quelli del cinema e dei cartoni animati; ma qui nel Belpaese siamo quasi alla fuoriuscita dalla razza umana per manifesta indegnità. E’ come se questa grande difficoltà del momento rivelasse al mondo chi siamo davvero, quale dimensione oscena e perversa nasconde la maggior parte degli italiani. Per salvare il proprio piccolo mondo occorre prima salvare se stessi dalla propria volontà auto-distruttiva, dalla propria inclinazione all’esser dissoluti e malvagi. Il coraggio è dopotutto la grande prova dell'intelligenza davanti al pericolo e ora c'è bisogno del coraggio, c'è bisogno di trovare le proprie risposte e non di stordirsi e far finta di nulla.

IANA per FuturoIeri
Sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 




21 novembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 18

Alle volte mi alzo la mattina, con un certo fastidio. Guardo fuor di finestra e mi accorgo che il mio Belpaese è irriconoscibile, sento nell’aria come il peso di una trasformazione rapida che lo sta mutando, come se questa realtà volesse porre una distanza fra i miei ricordi e ciò che vedo tutti i giorni. Quando osservo i prezzi delle case in quel di Firenze mi domando che senso abbiano, per davvero. Prezzi da 250.000 euro sono irraggiungibili per la maggior parte della popolazione che lavora e specie per coloro che hanno lavori precari, c’è una lucida follia suicida in questo impedire per via economica la formazione di nuove famiglie. Cosa nutre la volontà degli operatori economici del settore immobiliare? Forse un cieco e puro odio nei confronti della Nazione italiana? Non capiscono che questa morbosa e feroce speculazione provoca sul medio e lungo periodo un caos indescrivibile e peggiora le condizioni di vita di tutti? Come è possibile poi che davanti a una crisi devastante come questa che minaccia da vicino tutta la collettività i prezzi siano così artificialmente alti? Per quali caste al potere stanno costruendo questa società così disperatamente razzista, oscena, miserabile, violenta? Probabilmente occorre essere lucidi e capire che il capitalismo di questi ultimi tre decenni non ha mai avuto un progetto ma solo delle tragiche mascherate televisive e pubblicitarie buone per coprire i profitti di minoranze di miliardari al potere. Oggi questo non modello è arrivato al suo smascheramento e si può ben dire che ha dato tantissimo a pochissimi e ha tolto molto se non quasi tutto alla maggior parte degli esseri umani.

Risulta evidente che la rigenerazione della civiltà proposta dal modello sociale Anglo-Americano e dai neo-liberali ha portato un danno terribile alle democrazie, il caos sociale ed economico che questa grande crisi sta spandendo per il mondo minaccia da vicino la tenuta dei sistemi democratici già formati o in formazione. Questa minaccia è più grande, molto di più del terrorismo e ancor di più delle guerre contro i soliti piccoli dittatori armati solo della loro criminale demagogia. Questo disastro costruito e infine imposto da tutti da minoranze al potere in due remoti imperi separati dall’Europa dalle vastità dell’oceano Atlantico deve essere letto per ciò che è una violenza straniera. Adesso che quest’offesa ci umilia sarebbe anche ora di farla finita con questa turpe menzogna della civiltà occidentale, che vuol dire? Chi ne conosce le origini certe?. Chi può descrivere i suoi cittadini? Quali sono le caratteristiche di questa civiltà? La cristianità? Ma non prendiamoci in giro, a parte il fatto che negli USA ci sono comunità ebraiche non indifferenti ma poi quale cristianesimo? Quello mormone, quello anglicano, o luterano, o evangelico?. Non esiste nessun occidente, c’è una civiltà Anglo-Americana di lingua inglese diversissima dalle nazioni del continente Europeo che geograficamente si trova fuori dall’Europa. Pensare che quella civiltà riguardi l’Europa è una pazzia come poche se ne son viste nella storia. Quella civiltà anglofona è l’occidente purchè questa parola indichi l’estensione culturale del fu impero inglese. La cultura che ha prodotto la crisi viene da lì, non è in questione l’Europa ma una civiltà con confini geografici e culturali molto diversi dal più piccolo dei continenti del Pianeta Azzurro. E’ ora di dividere le responsabilità e di lasciare il peso del fallimento ai veri colpevoli e non ha chi ha solo subito la loro prepotente e arrogante ignoranza.

IANA per FuturoIeri



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