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13 marzo 2010

La civiltà italiana come ricostruirla (VII)





 

De Reditu Suo - Secondo Libro

                              La civiltà italiana come ricostruirla (VII)

 La possibile ricostruzione della civiltà italiana civiltà deve tener conto delle differenze enormi che separano le genti della penisola. Negare la diversità interna al nostro Belpaese resa ancor più forte dalla presenza di decine di comunità di nuova emigrazione che portano con sé la loro cultura e ambizioni proprie di ascesa culturale e sociale è una follia, fare ciò vuol dire negare l’evidenza della realtà. Quindi occorre determinare una possibile ricostruzione della civiltà italiana a partire non da storie fasulle o immagini retoriche ma dalla presentissima disgregazione e moltiplicazione dei punti di riferimento psicologici e culturali che ormai affliggono le disperse genti d’Italia. Quindi una pluralità di culture, comunità, municipalità e forse perfino di famiglie deve trovare le ragioni del proprio star assieme, del diventare una unità composta di pluralità che riconosce e accetta delle regole condivise, una pubblica istruzione di cui si fa carico lo Stato, leggi comuni, una Carta Costituzionale magari riformata con equilibrio e non sulla base delle esigenze dei partiti politici o di leader ambiziosi. E’ bene inoltre che le genti del Belpaese si sveglino e scendano dal letto nell’anno del Signore 2010: lo sciopero dei cosiddetti lavoratori extracomunitari, o immigrati, del 1° marzo ha segnato una svolta.

 Le comunità straniere di recente immigrazione hanno dimostrato a noi e a se stesse che sono in grado di organizzarsi, coordinarsi, scioperare e presentare una piattaforma politica.
L’Italia non è più l’Italia dei soli Italiani-Italiani e ad oggi non è una civiltà ma una messe di tante differenze che sono i resti e le rovine delle tante civiltà e dei tanti Stati e Imperi che si son avuti nel corso di tre millenni nella penisola, il fatto che la Seconda Repubblica sia formalmente ancora in servizio nel momento in cui scrivo non cambia il mio pensiero.  Una pluralità così difforme come è quella italiana deve trovare delle sue ragioni  per unirsi intorno a qualcosa di fondamentale, presso gli antichi quando le famiglie e le tribù erano già fonte di differenza l’unione era data da re di origine divina o sacri o da antenati illustri spesso parte di una schiera di Dei ed Eroi. I sovrani vivevano una condizione sospesa fra mondo umano e mondo divino, l’unità politica e culturale anche se non era un precetto della fede pagana di solito era comunque cosa sacra o benedetta dagli Dei. Il problema è che cosa è rimasto di sacro o di simile al sacro nei nostri tempi. Ciò che si teme nella maggior parte della popolazione è la povertà, ciò che si onora e si brama presso la stragrande maggioranza della popolazione è la ricchezza.  La grande illusione creata dal culto del Dio - denaro rafforzata da una pubblicità invasiva, quotidiana e martellante domina  la mente della maggior parte delle genti diverse del Belpaese e in particolar modo delle donne che sono le più colpite da questo processo di creazione dell’identità attraverso il possesso di merci e l’ascesa sociale. Questo falso Dio va messo in condizione di non nuocere, questa è la prima condizione per poter pensare il futuro.

IANA per FuturoIeri




25 novembre 2009

Aspettando la fine

critto da: F. Allegri In: Politica in generale

De Reditu Suo

Aspettando la fine

Le ultime vicende romane a cavallo fra lo scandalo a sfondo sessuale, letteralmente a quanto pare,  e  la cronaca nera  il tutto condito da cinismo, follia, malvagità mi convincono che ormai la fine del sistema sia auspicabile, forse una necessità vitale. Temo che la rovina di queste sedicenti classi dirigenti, dei loro protetti, dei familiari e degli amici degli amici si trasformerà nella rovina del sistema politico attuale ossia la Repubblica Parlamentare. Questo è male perché la storia delle genti del Belpaese è quella di popoli che non hanno quasi mai goduto della libertà di pensiero e di parola; è la storia di regimi politici autoritari, paternalistici, clericali, e perfino totalitari, o peggio di regimi sedicenti democratici ma in realtà espressione di oligarchie di notabili e  arricchiti. La Repubblica poteva essere l’eccezione che dava un corso nuovo alle sorti delle sfortunate genti della penisola.  Tutto dimostra che si sta verificando il contrario, questa incompiuta democrazia parlamentare subisce due tipi d’aggressione: quella dei tempi che si volgono per mille vie contro di Lei e quella di chi la dovrebbe difendere ed è troppo occupato a fare i suoi particolarissimi e privatissimi interessi. Dopotutto la politica è qui e ora anche un mestiere a mezzadria fra i poteri finanziari e le plebi elettorali da ammaestrare, talvolta imbrogliare e da convocare il giorno delle elezioni. Da anni come un profeta invasato che predica nel deserto alla sabbia e al vento  aspetto la fine di questo orrendo mondo umano e spirituale che non trova qualcosa di simile neanche nei momenti più infami dell’Antico Impero Romano. Sono molto stanco e provato, lo spettacolo della fine presentato così, con questo lento dissolversi al rallentatore mi disturba. Avrei preferito qualcosa di alto e nobile di eroico, di epico. I tempi sono contro i miei più inquieti e profondi desideri, ciò che è alto e nobile diventa improbabile e assurdo, ciò che è squallido e pessimo si prende il suo posto nelle vicende umane. Così aspetto la fine, non so come anticiparla o aiutarla. Stimo che essa si farà strada da sé in quanto i difensori della Repubblica son pochi, confusi e dispersi  e i suoi falsi amici e parassiti sono un numero enorme di singoli, alcuni di loro ferocemente risentiti in quanto ritengono di aver subito dei torti dal sistema, più o meno, democratico. Quale che sia il miscuglio di vero e di falso nel risentimento di milioni di cittadini nei confronti di questo sistema di poteri e di questa democrazia quasi non mi interessa più, per certo tutto è cambiato intorno alla Repubblica italiana; essa è diventata uno strumento nelle mani dei pochi, una faccenda non popolare ma di politica-spettacolo a mezzadria fra la finanza e il mercato pubblicitario. Finanza e pubblicità del resto sono i veri padroni dei giornali e dei principali mezzi d’informazione.  Attraverso i mass-media alcuni singoli che fanno politica diventano dei leader nazionali e possono costruire dei seguiti di elettori e simpatizzanti composti da centinaia di migliaia di cittadini. Così fra un conato di disgusto e un sordo astio assisto da spettatore a questo disfacimento morale e civile, ormai stanco e umiliato dalla malvagità che vedo intorno a me.

Io so che finirà, ho il diritto di vedere la fine di tanto schifo eretto a sistema. Aspetto e mentre aspetto scrivo per i miei venticinque lettori.

IANA per FuturoIeri




19 ottobre 2009

Per un futuro possibile

La valigia dei sogni e delle illusioni

Per un futuro possibile

Il Belpaese dovrà in un lontano futuro determinare i confini di una sua propria civiltà.

 Nei fatti le difforme genti della Penisola non costituiscono una civiltà oggi come oggi perché non esistono dei valori comuni condivisi, prevale nella difforme popolazione del Belpaese o spirito di parte, l’adesione a gruppi politici o d’interesse spesso coincidenti con vicende private del singolo o familiari.

Noto anche che, a dispetto delle apparenze, la capacità di dividersi, di querelarsi attraverso gli avvocati e di far volare parole grosse non corrisponde presso le genti del Belpaese a un vero fanatismo, a quell’odio netto e puro che è l’ingrediente delle guerre di religione e dei grandi conflitti ideologici. Sì certo ci sono stati conflitti ideologici in Italia specie fra comunisti e democristiani e i loro alleati ma a ben vedere son cose del passato e dietro c’erano i poteri stranieri attivi in Italia nel periodo della guerra fredda e i conflitti sociali interni fra classi sociali che le opposte ideologie mascheravano appena. Per i leader nazionali e i loro partiti di riferimento oggi si fa il tifo, tifo da stadio. Questo non è però indice di una fedeltà sincera, di un essere parte di qualcosa che è vita e biografia delle persone, come poteva benissimo capitare alle origini della Repubblica quando il Mario Rossi di turno prendeva la tessera di un partito o sceglieva di militare in qualche formazione politica. Leggo questa condizione come l’ennesima riprova che oggi l’Italia è caduta in uno stato di decomposizione della vita morale e civile. Comunque inutile pensarci troppo, prima o poi questo dolore cesserà e questo tempo funesto della Seconda Repubblica tramonterà nel remoto passato senza aver nulla di nobile o glorioso, chi verrà dopo di noi probabilmente escluderà questi anni dalla storia Patria trattandoli come qualcosa di strano e pazzo, come un momento che della storia delle genti della Penisola nel quale qualcosa di profondo e di sano si è spezzato e dopo si è dovuto ricostruire, rigenerare far rinascere.

Quale potrebbe essere il futuro dopo questo tempo funesto?

L’Italia ha sempre avuto qualcosa di metafisico nel suo manifestarsi, per i patrioti del Risorgimento era una sorta di nuova Roma antica che risorgeva, Per gli Italiani della Grande Guerra era l’entità che chiedeva il sacrificio umano di intere generazioni di maschi adulti, per il Fascismo la promessa imperiale di un dominio su un pezzo del pianeta azzurro. Questo far discendere l’Italia da realtà metafisiche si è rivelato disastroso, era sottinteso in quest’atteggiamento  una volontà d’ignorare o di mettere fra parentesi il dato reale e concreto. L’Italia che sarà deve nascere dal dato brutale e concreto, da una sorta di attaccamento alla terra e solo ad essa, dalla constatazione di tante parti disperse  e diverse che devono trovare valori comuni e ragioni di star assieme. L’elemento più forte è quella cosa elementare che è l’essere parte di una realtà politica e territoriale; lo straniero identifica come italiano l’abitante della penisola, quale che siano le sue origini, questo discrimine fra loro e noi sarà molto probabilmente la prima pietra di una costruenda civiltà italiana. Dal bollo di diversità imposto dai forestieri può nascere una prima ragione d’identità che somma le comunità straniere di nuova emigrazione e quelle che in Italia vivono da secoli o da due o tre millenni.

 

.IANA per FuturoIeri




8 ottobre 2009

Cari amici, così fra noi, parliamo un pò della Patria e dell'ipocrisia

La valigia dei sogni e delle illusioni

Cari amici, così fra noi, parliamo un po’ della Patria e dell’ipocrisia 

Il Belpaese è un unico grande fascio di mezze verità e pietose finzioni. L’ipocrisia, la frode, le doppie, le triple verità, le quadruple verità rivelano l’essenza di una massa eterogenea di esseri umani molto diversi fra loro che si son ritrovati italiani quasi per accidente. L’assenza di qualsiasi progetto comune, di qualsiasi calcolo collettivo rende indispensabile l’opacità delle reali intenzioni dei singoli, del resto cosa si pretende dalla popolazione italiana: forse che sia migliore delle sue sedicenti classi dirigenti e dei poteri stranieri presenti sul territorio. L’ipocrisia italiana non dipende dalla malvagità dei singoli ma dall’assenza di regole e di fini. L’umano che è  casualmente italiano sa che nulla di davvero importante lo lega ad altri italiani, di fatto il suo patriottismo è di facciata. Il suo nazionalismo è blandamente ideologico quando si tratta di cose militari e politiche. Il suo patriottismo è da tifo calcistico e solo per gli eventi vittoriosi dei campioni sportivi, per il resto l’appartenenza odierna del signor  Mario Rossi è perlopiù scaturita dal confronto quotidiano che deve tenere con le comunità forestiere insediate in tutte le città italiane. L'altro, in quanto umano presente qui e ora in Italia, forza l’abitante originario del Belpaese a conferire un senso alla sua appartenenza a un qualcosa di indefinito che lo lega a esseri umani simili a lui.

Ipocritamente ecco che dalla mattina alla sera e per motivi i più strani ritornano discorsi sull’appartenenza verso  un qualcosa che viene chiamato Italia, discorsi strani che cancellano due secoli d’emigrazione nostrana, due sofferte  e tragiche guerre mondiali, e perfino una Prima Repubblica crollata sotto il peso delle inchieste su Tangentopoli. Non c’è vera assunzione di responsabilità verso il Belpaese ma solo l’ostentazione di un’appartenenza che è l’affermazione di una diversità verso le nuove comunità da poco inserite in Italia. Si capisce perché: la seconda generazione d’immigrati è in cammino ed essi intendono fare un po’ d’ascesa sociale, non molta solo un po’. Ecco allora materializzarsi la prospettiva di un giudice di colore, di avvocato o pubblici impiegati di origine cinese, di architetti filippini o indiani, di carabinieri figli di peruviani o di marocchini. In breve l’entrata reale e concreta delle comunità straniere nella vita del Belpaese. Il loro diventar parte di una cosa strana e difforme che è comunemente nominata Italia è la grande inquietudine non detta ma avvertita. Credo siano pochissimi gli italiani di recente immigrazione che non abbiano da tempo capito di che materia è fatta la morale della gente del Belpaese, il loro razzismo è paura di perdere il posto prenotato; altro che identità. Si rassegnino le genti del Belpaese se i nostri padroni del vapore e del commercio possono portare merci e  imprese all’estero è ovvio che si sposteranno milioni di esseri umani e qualche milione di essi verrà qui nello Stivale. Se la merce e i soldi si spostano si spostano anche gli umani e gli umani non sono solo braccia: sono storie, famiglie, culture, fedi diverse da quella cattolica. Sarebbe miglior cosa e buona cura contro il male di vivere se le genti diverse del Belpaese iniziassero a creare la loro civiltà, a darsi un nome e un volto. Almeno ci sarebbe qualcosa di più onesto e solido su cui unirsi o su cui dividersi.

IANA per FuturoIeri




11 settembre 2009

Non vedo più il Belpaese

La valigia dei sogni e delle illusioni

Non vedo più il Belpaese

Ho sentito dire che quando qualcuno si volge indietro con la memoria e non riconosce più il posto dove vive è il segno del tempo passato e della vecchiaia. Nel mio caso opto per una lettura diversa è il Belpaese ad essere rapidamente invecchiato al punto che in  25 anni è diventato irriconoscibile. In fin dei conti togliendo alla mia età gli anni dell’infanzia e i primi segni della pre-adolescenza viene proprio quel conto in anni che corrispondeva un tempo al passaggio generazionale. In realtà la rapidità dei cambiamenti è stata tale che è come se al posto di una generazione ne fossero passate due o tre. Di sfuggita basta pensare alla grande politica: dal mondo Bipolare si è passati nel 1991 a quello monopolare a guida statunitense e dopo solo 10 anni nel 2001 si è giunti a un mondo dominato da grandi potenze in competizione fra loro.

Dove sia il Belpaese del  tempo che fu  non è noto, quel che mi si offre davanti ai miei occhi è una massa informe di singoli che si trovano assieme a far delle cose, a sbarcare il lunario, che vanno avanti con il dubbio di non poter mantenere il tenore di vita dei loro genitori, la mia generazione sembra destinata ad essere più povera della precedente, ad avere meno possibilità, a mettere al mondo meno figli. Questo è qualcosa di nuovo che prima o poi produrrà i suoi danni, non si può lasciar andare alla deriva un paio di generazioni e sperare che qualche miracolo della “Madonna dai Sette Dolori” o di “Padre Pio” metta le cose a posto. Non credo che sarebbe giusto neanche dal punto di vista cristiano. Quel che vedo è una generazione con meno possibilità, perché con la nuovissima crisi anche le possibilità di migrare all’estero, per chi può, si riducono. Ci vorrebbe la politica, e non l’elargizione di qualche mancia o elemosina più o meno spilorcia ai bisognosi di turno.  Il potere politico dovrebbe essere in grado di indicare e favorire dei percorsi di sviluppo e benessere, di dare il senso di cosa dovrebbe essere questo paese. Oggi la politica quando funziona si limita alla banale amministrazione e non ha la pretesa di spostare qualcosa. L’Italia gira a vuoto sui suoi problemi. Un fracasso di personaggi televisivi e piccole dive, di ricordi vecchi confonde un popolo già messo male pieno di rancori e frustrazioni, dove tutte le divisioni politiche e ideologiche del passato, molte delle quali vivono solo nella memoria, convivono con nuovi e concretissimi dolori. Mi riferisco  al precariato diffuso e alle nuove povertà che si fondono in una paura indistinta con il caos psicologico portato dalla presenza in Italia di nuovissime comunità che ancor oggi denominiamo straniere o di recente immigrazione. Quello che avanza è un Belpaese amareggiato e impaurito, reso duro di cuore e d’orecchio dall’idolatria del Dio-denaro e da una crisi severa e impietosa.

Devono per forza prendere forma tempi migliori, momenti un poco più felici di questo; deve esserci prima o poi un tempo nel quale il Belpaese ritornerà in qualche sua forma dispensando quel poco di felicità che è possibile distribuire agli umani.

 

IANA per FuturoIeri




28 giugno 2009

Fra noi in confidenza: parliamo di Patria

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fra noi in confidenza: parliamo di Patria

 

 

Un tempo era facile parlare di Patria, ovviamente mi riferisco a un tempo remoto, a un tempo trapassato e lontano nella memoria. Oggi è molto difficile. Guardiamo di sfuggita i tre elementi che costituivano il processo elementare di creazione dell’identità nazionale e del patriottismo: Scuola, Esercito di leva, Politica. La scuola si dibatte oggi in mezzo ad una difficile crisi da un lato avrebbe bisogno di riforme e finanziamenti e d’immettere in ruolo migliaia di docenti precari, dall’altro è poco considerata perché  nella società italiana l’ascesa sociale è legata a carriere che talvolta presuppongono un titolo di studio ma che poi, di fatto, si aprono e si sviluppano secondo logiche nepotistiche, clientelari, politiche, di frequentazione di determinati ambienti e personaggi. La scuola nonostante la sua crisi perdurante è  l’ente che ad oggi assolve da solo tutto il peso del mettere in relazione le migliaia di differenze dell’Italia di oggi con una debole prospettiva d’unità culturale e formativa . L’esercito è diventato professionale e la leva è abolita per far spazio ad armi sofisticate e alla riconversione, magari a scopo abitativo, di vecchie strutture e caserme in disuso. Quindi assolve a compiti che non hanno nulla a che vedere con la nazionalizzazione delle masse, e del resto non potrebbe visto che è impegnato in diversi teatri operativi  talvolta a contatto con forze ostili. La politica del fascismo voleva creare il popolo italiano attraverso lo Stato Fascista. Il disastro è stato totale. La Prima Repubblica ha visto le speranze riposte nella Costituzione naufragare in modo inverecondo davanti alle ruberie dei partiti e dei faccendieri al seguito dei grandi e piccoli leader. Le decine di scandali che hanno avuto luogo dal 1947 in poi e i  processi di “Mani Pulite”  hanno rivelato l’inadeguatezza della politica italiana davanti alla missione storica di creare una Patria per tutti gli italiani. Quindi la Patria è rimasta in questa Seconda Repubblica come l’incompiuta, la chimera da tanti decenni inseguita e mai finita. Eppure è evidente che in qualche misura esiste una civiltà italiana in cammino, qualcosa d’informe che si sforza di essere anche qui e ora. Una realtà civile e sociale che contenga tutte le differenze che il Belpaese produce, o importa dal mare e dai suoi  confini, ad oggi non esiste. Ne è una prova il fatto che la Lega Nord ha una sua idea di “piccola patria” la "Padania" alla quale guardare e ispirarsi. Ritengo che una possibile Patria italiana, ad oggi, possa prender forma solo come civiltà, come contenitore di differenze e come ordinatore e regolatore dotato di forza morale e civile delle medesime. In breve la Patria sarà una prospettiva futura, qualcosa che sarà solo se essa avrà a disposizione migliaia di contributi, di atti significativi, di volontà politiche unificanti. Ad oggi la politica in stato  evidentissimo  degrado sta solo moltiplicando sofferenze e alimentando divisioni e risentimenti.

Solo le differenti genti del Belpaese possono creare la loro “Patria”.

 

IANA per FuturoIeri




16 maggio 2009

Stranieri!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Stranieri!

Le caste al potere fanno fare la voce grossa ai loro esperti di comunicazione popolaresca e politica c’è da vendere al popolaccio il pericolo extracomunitario, la paura del diverso, del deviante, del soggetto alieno. Ma se ci si ferma a riflettere nulla è più lontano dalla vita dell’uomo comune dell’esistenza di quel pugno di miliardari e finanzieri che controllano banche, finanziarie, assicurazioni, pacchetti azionari. In breve coloro che sono la parte umana e fisica dei poteri dominanti sono estranei alla vita dell’uomo comune, e se si va fino in fondo osserviamo che servono solo il Dio-denaro, non hanno qualcosa che possa riferirsi ad una patria, sono cosmopoliti; fin dove è accolto il loro denaro lì vivono a casa loro. Beni e servizi esclusivi, scaraventati sulle riviste patinate come le forme del nuovo paradiso, sono la forma palese del loro essere distanti dagli altri milioni d’esseri umani, i luoghi dove abitano sono appartati, di lusso, spesso blindati in quartieri a parte, talvolta costruiti di recente apposta per loro. In sintesi fra la stragrande maggioranza degli esseri umani e le ridottissime minoranze che decidono muovendo i capitali e i pacchetti  azionari cosa accadrà a quest’umanità malata e sofferente c’è una distanza enorme, certamente superiore a quella che c’era in un tempo remoto fra un sovrano medioevale o rinascimentale e i suoi sudditi. Almeno un re del tempo che fu condivideva la stessa religione e lo stesso regno dove viveva con i suoi sudditi, qui siamo al punto che una qualsivoglia adunanza di finanzieri e di ben pagati esperti e lobbisti, apolidi e stranieri per natura e per definizione, può decidere della vita di milioni di umani trasferendo la produzione altrove o spostando certi investimenti, o creando per loro specialissima avidità uno sfascio finanziario. Non c’è ad oggi una sola ricetta credibile che metta al riparo le attuali forme di governo democratico presenti sul pianeta azzurro dalle violenze e dalle passioni di queste minoranze di apolidi.

Non c’è neanche la necessaria consapevolezza di quanto siano stranieri i detentori del potere finanziario, remoti, lontanissimi dalla vita della gente comune, dell’operaio, dell’insegnate, del manovale, o della donna precaria nel terziario “avanzato”, o del contadino.

Almeno questa terribile crisi sta rivelando quanto sia strumentale e di parte questo modello economico che concentra poteri e ricchezze nelle mani di pochissimi soggetti privati, c’è da chiedersi fino a che punto queste minoranze vorranno attenersi alle regole dei sistemi democratici e se non si sia già fatta strada l’idea che altri regimi e altri poteri politici siano più credibili e più solleciti nei loro confronti. Dopotutto la Cina Comunista è ormai la grande potenza capitalista di questo nuovo millennio. O sbaglio?

IANA per FuturoIeri 




20 febbraio 2009

Al gentile lettore

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Al gentile lettore

Voglio finir qui questa serie di riflessioni sulla morte di Dio, Patria e famiglia, facendo l’auspicio di ritornarci su in un secondo momento. Sono stanco e provato e questo blog in parte riflette il mio stato d’animo. Molte cose nel Belpaese hanno preso la forma del corrotto, del deforme, del cadaverico; ciò che era certo e che è stato creduto oggi sembra parte di discorsi farneticanti, di esternazioni da vecchi tromboni,  flussi di parole degni di retori da strapazzo. Al deforme del mutamento verso l’egoismo sociale e politico s’aggiunge la decomposizione portata dall’ipocrisia e dalla doppiezza. Deformità e iniquità sono ormai moneta comune nella vita civile e politica. La Prima Repubblica è finita, la Seconda raccoglie tutto il peggio della precedente e si candida a far star peggio di prima le genti del Belpaese aiutata in questa dal colossale debito pubblico e da classi sociali egemoni sedicenti dirigenti che considerano le genti del Belpaese e lo Stato Italiano dei beni da sottoporre a sacco e a scempio. Dio è morto perché ciò che era onorevole e sacro fino a pochi anni fa è disprezzato o ritenuto spazzatura, perché la fede è o uno spettacolo per gonzi, o un sacco d’ossa da tirare in faccia ad altri che sono diversi, e perché in fin dei conti chi è che si ricorda più dei dieci comadamenti in tempi di Repubblica Italiana. Poi l’unico vero Dio delle nostre genti è l’adorazione del denaro perché il denaro è potere sulle cose e sulle moltitudini di umani pronte a vendersi al miglior offerente. La Patria è un capitolo ancor più tragico, due guerre mondiali disastrose e l’alleanza obbligata con i vincitori di ieri hanno ridotto a poca cosa il prestigio delle nostre armi, e del resto potrebbe non essere necessariamente una cosa negativa se gli esseri umani fossero quello che dicono di essere e in verità non lo sono. In un mondo umano segnanto dal conflitto e dall’uso sistematico di ogni tipologia di violenza e di aggressione organizzata è difficile dire che si può far a meno di forze organizzate e di quel minimo di unità politica e psicologica che aiuta a difendersi o a portare l’offesa ai nemici. Purtroppo questa Patria italiana è l’eterna incompiuta, il motivo è chiaro: una Patria seria e aspra metterebbe in discussione i privilegi delle classi egemoni, delle caste al potere, dei troppi che vivono d’espedienti o di politica clientelare.    Una Nazione seria potrebbe nascere solo da un periodo di severe epurazioni e da una cospicua resa dei conti, da un tracollo dei privilegi acquisiti. La Patria io la leggo contrapposta al privilegio dei pochi, elemento di unità contro l’egoismo civile e sociale oggi dominante presso tutti i ceti, oggi la Patria degli italiani più che un’utopia è un’amara ironia. La famiglia è l’altro dramma, sulla famiglia, e secondariamente sulla scuola, si è scaricato addirittura l’impossibile. La famiglia italiana deve farsi carico di ogni diosgrazia, di ogni turbamento sociale ed economico, deve essere lei a seconda dei casi centro d’assistenza, ufficio di collocamento, ammortizzatore sociale, luogo di formazione civile e culturale e anche assicurare vitto e alloggio ai figli. Senza politiche di sostegno alla famiglia questo può riguardare solo una minoranza di famiglie italiane. In realtà colpita dalla povertà crescente e da modelli scellerati e pazzi di famiglia nomofamiliare indotti dalla pubblicità e dalle divette di turno la famiglia italiana è colpita al cuore. È aggredita nel suo senso più profondo, nel suo essere centro d’unione spirituale, affettiva e civile per le sfortunate genti del Belpaese. Da questo deduco che il mondo di prima è morto, l’Italia di Dio, Patria e Famiglia è un cadavere che aspetta la sepoltura; le genti del Belpaese vanno verso un qualcosa che con difficoltà prenderà forma dopo questa crisi economica d’inizio millennio. Cosa sia non lo so. Aspetto da tempo la fine di questo percorso tragico ma non serio, di queste tragiche mascherate, di queste carnevalate di questo fingere di vivere in un altro tempo con altre regole. Non so come sarà il futuro, ma l’aspetto. Vivere in una finzione come questa, in un mondo umano e italiano che nega se stesso perché non vuol far i conti con i suoi pesantissimi fallimenti morali e civili, con le sue sporche eredità, con i suoi silenzi è un continuo soffrire. Sia l’Italia che può essere, oppure non sia e cessi questa tragica finzione, questo dolore.

IANA per FuturoIeri




31 gennaio 2009

Una nota dal fu Regno di Francia

 

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

5-Una nota dal fu Regno di Francia

Le Monde Diplomatique n° 658 del gennaio 2009 nell’edizione francese a pag. 2 elogia il quotidiano italiano “Il Manifesto” per il difficile tentativo di restare aperto in tempi di crisi e di cordoni ben stretti per quel che riguarda il finanziamento pubblico della stampa. In particolare si sottolinea il difficile tentativo di preservare una propria libertà d’opinione e d’indipendenza in tempi di crisi e di contrazione dei finanziamenti. Va da sé che in Italia il finanziamento pubblico della stampa quotidiana da strumento di libertà si è trasformato in una farsa meschina e grottesca e non ripeterò in questa sede quanto in merito ha già detto e ben scritto Beppe Grillo; tuttavia è interesssante che in un trafiletto l’autorevole Le Monde Diplomatique elogi un quotidiano italiano. Non credo sia una questione d’interesse d’uscio e bottega dal momento che “Il Manifesto” pubblica una traduzione italiana de Le Monde Diplomatique; perché come spiega il quotidiano francese il tentativo del quotidiano italiano di farcela rappresenta: “Un bel exemple puor tuos les journaux qui, en France aussi, doivent combattre puor preserver leur independence…”.

A questa realtà s’associa l’evidenza della diffusione in rete di forme alternative di lotta e di partecipazione alla vita politica, è come se una parte della pubblica opinione non potesse più rapportarsi con l’opinione correnti della carta stampata e della televisione commercile e stesse cercando di creare dei suoi percorsi alternativi per comunicare e mobilitare la propria indignazione politica e sociale. E’ come se la grande comunicazione ufficiale non bastasse più, come se franasse su se stessa ed uscisse dalla realtà parlando di sé e forzatamente su di sé in un linguaggio stereotipato e di circostanza. Quello sfogo anche aggressivo che è tipico del linguaggio e della comunicazione in tempo di crisi sociale e morale pare aver abbandonato tanta parte della carta stampata. Si consuma così fra una nota intelligente dal fu Regno di Francia e un grido accorato di Beppe Grillo la scissione assoluta fra la realtà e il suo divenire e la sua rappresentazione di comodo tranquillizzante e stereotipata. Fin dove potrà arrivare questo miracolo di scindere la realtà dalla sua rappresentazione? Fino a una grande catastrofe che apra gli occhi a tutti quanti? Fino a un qualche disastro epocale?

In attesa di una grande rivelazione o di qualche probabile piccola apocalisse ai molti resta lo squallore quotidiano di veri problemi e di grandi drammi raccontati con canovacci degni di venditori ambulanti d’aspirapolveri: “per ogni spazzatura di casa c’è sempre la ricetta e lo strumento adatto. Basta firmare il contratto e qualche cambiale in bianco”.

Ed il futuro si è già dissolto nel presente.

IANA per FuturoIeri




21 gennaio 2009

Requiem per Emme

 

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

3-Requiem per Emme

E’ male osservare come le buone idee e le belle speranze vengono disfatte dai meri calcoli contabili.

Lunedì 19 gennaio 2009 il direttore Sergio Staino ha comunicato ai lettori che l’inserto satirico dell’Unità Emme chiude a partire dal prossimo numaro. Con un editoriale dal titolo “Arrivederci Emme”.

Scrive Staino, fra le molte cose, queste parole:”…Insomma sembra che Concita ed io abbiamo fatto i conti senza l’oste, cioè senza considerare la situazione economica e finanziatria dell’editoria italiana e de l’Unità in specifico. Oggi, per quasi tutti i consigli d’amministrazione, sembra che la riduzione dei costi sia il problema assolutamente prioritario e molti quotidiani assai più agguerriti e forti della nostra Unità stanno tagliando supplementi, decurtando pagine, collaboratori e stipendi di collaboratori. Quest’oggi tocca a Emme…”

E’ male che in un momento di uniformità di pensiero e di squallore politico generalizzato venga liquidata una voce della satira, del grottesco, del deforme. Oggi come oggi solo quello che sa essere consapevolmente deforme e grottesco riesce a restituire l’intuizione della profondissima prostrazione nella quale si trova il Belpaese e la massa informe delle sue popolazioni. Non è una questione di stare o meno con Berlusconi e con quel che rappresenta o con i suoi nemici alla camomilla potenziata con aspersioni d’acqua di rose, è proprio male che una voce leggermente difforme per sua natura cessi. Come è ugualmente un male se un quotidiano come il Manifesto fosse costretto a chiudere. Staino dice il vero, ma gli sfugge che mentre chiudono i satiri e gli inviati al contrario gli inserti sulle chiacchere, sulla moda e le belle foto della pubblicità vanno a gonfie vele. Non è solo il destino cinico e baro, è una scelta. Una scelta che dagli altissimi ranghi del potere economico arriva fino ai bassi livelli, fino all’inserto dell’Unità. Questo non è solo un sistema economico è un modo truffaldino e ladro di costruire un nuovo mondo umano , un nuovo uomo nuovo con un macabro e distorto ripetere gli indirizzi di certi culti politici del Novecento. Data l’assoluta centralità del denaro ne deriva che l’unico metro per concepire e pensare il mondo umano e le sue relazioni è l’idolo del denaro, il feticcio del guadagno facile con ogni mezzo. Questa persuasione è il nuovo pensiero totale, l’unico modello che impone la sua volontà. La satira con il suo potere svillaneggiante e derisorio svelava le miserie e le ordinarie follie di un mondo umano integralmente materiale ed egoistico. Prova ne sia che Emme in questo numero ha presentato una storia tipo fotoromanzo di una mezza pagina di un professore di Liceo che si finge pappone per acquisire un po’ di dignità agli occhi dei familiari. I familiari conoscendo la sua amarezza l’iscrivono al Grande Fratello, forse non sarà mai ricco ma almeno finisce in televisione. Grottesco! Certamente ma anche efficace per descrivere il vento di follia che scuote la società italiana di questo inizio di nuovo millennio.

Post scriptum: nei dialoghi viene citata una “ Fenomenologia dello Spirito” attribuita a Husserl, effettivamente Husserl si è occupato di Fenomenologia ma quello è il titolo dell’opera fondamentale di Hegel. Si consiglia agli autori lo studio individuale.

IANA per FuturoIeri



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