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13 dicembre 2010

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: la Civiltà Francese

 


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: La civiltà Francese

I miei venticinque lettori sono da tempo digiuni delle mie considerazioni sui viaggi che ho fatto. Così colgo l’occasione per tornare a ragionare intorno alla  banale evidenza che ho colto nel mio viaggio in quel di Parigi: La Civiltà Francese. Sì perché la Francia si è data una civiltà creata intorno a Parigi che è stata capitale di poteri monarchici, imperiali, repubblicani e porta i segni di questo essere capitale, civiltà e luogo del potere politico e del governo civile. Va detto che va sottratto subito a questo mio discorso il peso specifico della grande povertà che si nota un po’ in tutte le capitali d’Europa e il danno che in generale fanno le politiche neo-liberali ai popoli liberi del Vecchio Mondo che son volte a disgregare e danneggiare le culture e gli stili di vita originari delle diverse genti per sostituirli con le caricature delle medesime adattate alle logiche dei centri commerciali e dei rivenditori di servizi di lusso. Devo anche aggiungere a questi guai che la Francia e Parigi mi son sembrate vittime di questo impacchettare simboli e miti  del passato per farne oggetti o immagini rassicuranti da rivendere al turista o al curioso di passaggio. Tuttavia saldato il conto alle cose negative  del presente occorre ammettere che la Civiltà Francese riesce a imporsi, molte parti della capitale sono di fatto scenografie imperiali costruite in modo razionale e consapevole, grandi viali, archi di trionfo, palazzi regali, grandi opere sono il naturale scenario di una potenza non solo scientifica, militare e tecnologica ma anche culturale nel senso ampio del termine. Il segno palese di questo essere civiltà mi si è presentato in un particolare minore, lo definisco così, in una scritta murale che qualifica una scuola che recita: Liberté, Égalité, Fraternité. Può sembrare retorica vuota ma non lo è perché in quella scritta c’è il senso di una manifestazione di miti, simboli e parole chiave che qualificano quella civiltà; in particolare si coglie il nesso fra la forma del potere politico e la definizione dei valori da attribuire alle nuove generazioni, fra una Francia del Mito e una Francia concreta e vivente giorno dopo giorno. Questo senso alto della visione di se stessi manca nel Belpaese, la Repubblica Italiana al contrario di quella Francese non pare aver mai coltivato alcun tipo di civiltà del resto era cosa impossibile: tutto divide le nostre genti e niente le unisce. Per generazioni la Repubblica era perlopiù una fonte d’impieghi pubblici e di appalti, i valori universali e creatori di comunità sono stati appaltati alla chiesa cattolica e alle singole ideologie dei nostrani partiti politici, il senso del vivere nelle forme del passato e nella continuità delle generazioni è morto al primo avvicinarsi del benessere e davanti ai supermercati degli anni settanta, la televisione ha livellato verso il basso la cultura dei molti creando un popolo che ha come fonte di valori e di principi le immagini della pubblicità commerciale. Ecco che la Francia anche se vittima dello stesso processo di distruzione creativa si presenta come civiltà in grado di trasformare il privato duramente eccitato e indirizzato dalla pubblicità commerciale in un cittadino in un portatore sano di valori repubblicani, talvolta sciovinisti ma propri e non forestieri o addomesticati da qualche multinazionale che deve vendere le cose più strane prodotte in Cina o in Vietnam e magari organizzare la campagna promozionale in uno studio di  New York o di Berlino.

Tralascio altri particolari di cui scriverò in seguito per giungere alla sintesi di questo confronto fra una civiltà data e una inesistente. L’italiano a differenza del francese ha valori labili; anche i valori della fede dei padri si sono disgregati e i n fondo dopo anni di degenerazione criminale  e criminogena ha perso ogni tipo di fede nel sistema economico, in quello politico e perfino nei valori di fondo che regolano l’essere umano. La Repubblica ha demolito l’orizzonte morale delle genti della Penisola, era veramente difficile arrivare a tanto ma i nostri politici di professione quanto a demolizioni di speranze e di valori sono esperti al massimo grado. La misantropia politica dei padri-padroni dei partiti, i molteplici conflitti interesse, il disprezzo per la cosa pubblica, la demolizione di ogni valore condiviso per far emergere lo spirito servile e gregario dei fedeli a questo o a quel capo-partito, i cattivi esempi che danno i potenti e i loro satelliti, la natura criminale del sistema sociale hanno determinato una sfiducia che è oggi un nichilismo senza via d’uscita. Questo nulla può creare qualche  occasione per determinare una forma di civiltà una volta presa consapevolezza dell’assenza di un modello unico e condiviso di civiltà italiana. Il vuoto è destinato a trovare la sostanza che lo riempie, è un fatto fisico, è un dato politico. La Francia di questo inizio di millennio non ha bisogno di far di questi pensieri.

IANA per FuturoIeri




15 settembre 2008

IL CIRCO TRISTE

Questa seconda settimana di settembre del 2008 ha presentato per quel che riguarda le vicende politiche del Belpaese una discreta messe di vicende tristi. In termini circensi è come se un prestigiatore avesse mancato il numero di magia o un domatore di elefanti si fosse presentato al suo pubblico con un paio di topi rissosi che se la sono data a gambe dopo l’accensione delle luci, o il presentatore con i nastri e la tuba si fosse rivolto al pubblico nel grande tendone e avesse urlato:”fate da voi, qui abbiamo tutti perso la speranza e lo spettacolo”. Un circo triste per uno spettacolo inesistente.

Fra i piccoli-grandi insuccessi malamente andati in scena è da segnalare, come al solito, la telenovela della commissione romana di Giuliano Amato. Con mio sommo fastidio questa faccenda di poltrone è stata forzatamente associata alla polemica “Fascismo sì, Fascismo no”. Insisto è una roba da far risolvere al ristorante fra i diretti interessati, le domestiche glorie e i trapassati non meritavano di essere scomodati per una cosa così rozza e venale. Di nuovo in data 14 settembre 2008 troviamo sul quotidiano moderato La Repubblica un articolo a firma di Umberto Rosso che ha questo titolo:”Il Leader PD in pressing su Amato, lascia la commissione Attali”. Lo spettacolo più infelice del circo triste continua, ancora la vicenda della costruenda commissione di Giuliano Amato a beneficio dell’amministrazione di Roma, ossia del Sindaco di centro-destra Alemanno. In una politica fortemente post-ideologica come la nostra che senso ha chiedere le dimissioni su una cosa del genere. L’unica spiegazione è forse il desiderio di blindare un po’ di voti ideologici di anziani e nostalgici perché non finiscano nel contenitore della sinistra-sinistra e della destra-destra in modo che qualche partitino perda il quorum per poche migliaia di voti e finiti i soldi si sciolga e la pianti di rompere i santissimi ai manovratori. Se c’è una categoria umana che ha distrutto le ragioni e le speranze della nostra gente italica questa è proprio la categoria dei politici. Ora ci raccontano la storia del “siamo tutti con i valori della Resistenza e della Costituzione”. Ma c’erano gli italiani quando scoppiò tangentopoli? Erano tutti in vacanza per tre o quattro anni di fila? Nessuno che si ricorda più le processioni di segretari, commendatori e onorevoli in fila davanti ai tribunali convocati dai giudici, chiamati dalla magistratura a rispondere di gravi reati? Dove era finita la Costituzione e la Resistenza allora? Quelli lì messi alla sbarra erano perlopiù professionisti della politica proveniente da partiti storici, da realtà che furono parte della Resistenza e della stesura della Costituzione. Qualcuno forse non si ricorda più le sigle di quei partiti, eppure sono ben stampate nei libri di storia patria, il gentile lettore controlli sono proprio loro!

Tutto il mondo ci ha visto e ci ha deriso e compianto! Gente mia, ma dove siete stati in questi anni? Forse sulla Luna ad ammirare i crateri?

Coloro che rimpiangono La RSI e “l’Impero risorto sui colli fatali” sono se possibile anche peggiori, aldilà di una piccola minoranza essi sono perlopiù filo-americani, anglofili e atlantisti convinti. Se c’è una realtà che è stata combattuta si può dire fino alla fine, e con una coerenza inspiegabile, da Mussolini e dal suo fascismo questo è l’Impero Inglese e gli Stati Uniti d’America. La lotta contro la civiltà Anglo-americana del fascismo arrivò al punto di dichiarare per solidarietà con l’alleato giapponese guerra agli Stati Uniti due giorni dopo l’attacco di Pearl Harbor. Il 9 dicembre 1941 la solita folla urlava “Giappone, Giappone” sotto il balcone fatale. Queste cose gli statunitensi non le dimenticano, non sono come i nostri eroi della politica per i quali si può dire tutto e il contrario di tutto. Gli americani non hanno liberato nessuno se non i loro stretti alleati, peraltro imperi coloniali, nei confronti di Italia, Giappone, Germania la loro era una guerra difensiva e nello stesso tempo una necessità geopolitica per evitare il pericolo di tre imperi ostili schierati contro la propria civiltà. Come si fa a deporre fiori ai caduti di Salò e anche ai caduti statunitensi, o si è pazzi oppure si è stabilito che la storia non esiste come tale ma è un racconto, una cosa virtuale che può cambiare a piacere e a comodo. Comunque il problema è stato brillantemente risolto dai veri vincitori a Parigi nella conferenza di Pace del 1947: l’Italia fu chiamata a rispondere come Repubblica e nella persona di Alcide De Gasperi della guerra fascista e fu trattata da Nazione sconfitta, fu privata anche delle colonie che al contrario i veri vincitori si tennero ben strette, e  mi riferisco proprio agli Inglesi. Non vedo perché si debba travolgere il passato e la volontà dei vincitori con ricordi finti, con verità di comodo che non passano il patrio confine. Del resto fuori dal Belpaese il verdetto è noto: l’Italia la più debole delle potenze imperiali dell’Asse fu sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale prima delle altre due.

Il circo è triste, non merita l’applauso del pubblico ma solo il suo silenzio di ghiaccio. Per i finti mestieranti del tendone il consiglio è di trovarsi un lavoro meno improvvisato e nomade.

Possibilmente che non tocchi neanche da lontano i tristi ricordi, i trapassati e le memorie patrie.

IANA Per FuturoIeri



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