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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


1 marzo 2015

Riedizione di un ricordo

Oggi ripresento ai lettori un pezzo di alcuni anni fa. Esso nonostante il tempo non  ha perduto la sua ragion d'essere, anzi. Va da sè quanto più volte ho scritto. La serie classica di Harlock è un prodotto commerciale che ha fatto per qualche ignoto miracolo un salto oltre la sua ombra e si è trasformato in opera d'arte; la censura appare quindi scontata in questo caso. Non so spiegarmi perchè è successo questo, e se dovessi trovare delle spiegazioni porterei ai miei lettori le mie considerazioni, forse banali. Tuttavia c'è un elemento tipico dell'arte ed è il fatto che il fruitore di essa trova sempre nuove valenze, nuove suggestioni. Ho rivisto la scena del Daiba che spara sulla bandiera a distanza di quasi cinque anni e mi sono accorto che essa è attuale. Oggi che qui nel Belpaese i punti di riferimento si dissolvono e in tanti si considerano traditi e svenduti  dall'Europa, dalla politica, dal centro, dalla destra, dalla sinistra la scena del Daiba e del suo secco NO a bandiere di  fedeltà morte e folli o criminali e corrutrici diventa una sorta di specchio deforme di un elementare  e infantile desiderio di chiudere i conti e ripartire da zero, forse di fuga dalla realtà ormai divenuta irrespirabile. Nel gesto elementare e radicale del personaggio inventato dal maestro del fumetto giapponese  Leiji Matsumoto scorgo un luogo comune, un desiderio represso, una volontà inconscia di dire ORA BASTA che emerge come un sogno ricorrente nella testa di tanti. Ne sono convinto. Perchè altrimenti così tanti talenti e persone di merito che cercano di andar a vivere altrove, perchè questa forte attrazione che molti sentono per epoche morte o passioni politiche di un diverso secolo, perchè al contrario molti cercano di nascondersi la realtà con suggestioni ideologiche. Il Daiba di ieri appartiene con forza all'oggi.   


Nota sulla libertà sostanziale e sull’eroe virtuale

 

La nota riguarda, manco a farlo apposta, una cosa che ho visto su youtube durante questa pasqua del 2010. Si tratta di un video che presenta uno spezzone di tre minuti sulla serie classica di Capitan Harlock andata in onda in Italia nel lontano 1979, allora ero un bambino e la serie mi fece una grande impressione.   Solo che uscì censurata e non solo per questioni morali o culturali ma anche per motivazioni vagamente politiche, l’Italia era allora nei suoi anni di piombo. Adesso che trenta lunghi anni sono passati la serie è già stata oggetto di una riedizione integrale in DVD con le parti censurate riportate in giapponese sottotitolato in lingua italiana. Fra queste parti c’è il giuramento di Daiba un giovane scienziato che per vendicare il padre assassinato dalle aliene si unisce alla ciurma di Harlock il pirata dello spazio che con la sua astronave da guerra combatte una lotta impari contro i nemici dell’Umanità. Le scene allora censurate che il video ripropone sono quella nella quale il giovane Daiba è indignato per il comportamento imbelle, scellerato e criminale del governo terreste retto da un presidente autoritario, corrotto e dissoluto; il giovane spara alla bandiera del suo paese al grido di “Tu non sei più la mia bandiera” e con un congegno chiama l’astronave pirata per farsi arruolare. La seconda scena censurata è quella del giuramento nella quale Daiba giura di combattere sotto la bandiera pirata, bandiera nera con i teschi e le tibie incrociate, per gli ideali di libertà, di giustizia e per la sua vendetta. Queste due scene davano fastidio e furono rimosse, il montaggio non rese giustizia alla puntata che davvero merita di essere vista integralmente a distanza di così tanto tempo. Oggi si può guardare al passato della Prima Repubblica con la certezza che essa temeva anche i cartoni animati giapponesi. Qui occorre fare una riflessione: o il popolo italiano aveva dei fifoni al potere oppure questo minuscolo episodio  fa pensare che il problema sia dato da una identificazione fra cittadino e  Stato debolissima, così debole da far sì che la serie classica di Harlock poteva essere un problema tale da consigliare  tagli e censure che hanno distorto il senso dell’opera nipponica in quarantadue puntate.

Per saperne di più e vedere la cosa: http://www.youtube.com/watch?v=7Cn3n-PxouE

Su Harlock e la sua recezione in Italia cfr. Elena Romanello, Capitan Harlock , Avventure ai confini dell'Universo..., Iacobelli Edizioni, Roma, 2009




30 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo

Stefano Bocconi: Vero. Maledettamente  vero.  Questa nostra società è priva di un punto fermo. Di un centro su cui convergono quelli che una volta erano i valori e le tradizioni.  Mi chiedo come si possa riconoscere un buon esempio, un buon insegnante, un…  Non  so. Ditemi un po’ come la pensate.

Paolo Fantuzzi: Un punto fermo diverso dal conto corrente. Chiedi molto. Oggi che la vecchia società è disgregata e disfatta manca proprio il terreno su cui dovrebbe poggiarsi un sano insegnamento o un vero discorso sul  mondo. Qui nel nostro tempo tutti i valori o sono oggetto di commercio o sono relativi, di conseguenza solo la legge nel senso della polizia e del tribunale può tener assieme una società disfatta sul piano sociale e priva di valori condivisi. Va da sé che tribunale, polizia, burocrazia sono poteri, sono poteri dello Stato e quindi le minoranze che controllano lo Stato sono il nuovo Potere che governa senza autentiche forze d’opposizione. Quello che salva un po’ la gente comune da una più grande oppressione è che queste minoranze al potere sono divise fra loro e piene di contrasti e spesso non riescono a far morire il vecchio per creare il loro mondo. Lavorare per una società umana disgregata è stato un loro successo, ma nello stesso tempo non son riusciti a metter assieme i pezzi. Bravissimi nel dividere e nel frammentare e nel trarre profitto da leggi svuotate di senso e da società in disfacimento ma pessimi nel costruire un loro mondo stabile e forte. Questa per me è la decadenza di oggi. Questo tempo di decadenza è reso più amaro dal fatto che c’è poca speranza, non si comprende come possa determinarsi un futuro migliore. Inoltre se si guarda sul serio il futuro si notano che queste guerre nuove e spettacolari fatte di spedizioni militari, lotta al terrorismo, lotta agli insorti e chi più ne ha ne metta s’avvicinano ogni anno sempre più pericolosamente ai confini dell’Europa e di riflesso del Belpaese.

Franco:  Infatti eccoci qui a lamentarci. Almeno nel medioevo le confraternite potevano fare una bella e collettiva recitazione di preghiere e processioni varie allo scopo di incorrere nella benedizione e nell’intervento della Madonna e dei santi.  Vi ricordo che è l’essere umano colui che dà senso alla sua vita, e in questo giudizio e personale convinzione sono confortato dai numerosi testi di religione e mistica che ho letto e studiato. Quindi anche se l’evidenza ci comunica la nostra marginalità davanti ai grandi poteri del mondo occorre ammettere che esiste uno spazio interiore che è il primo luogo da liberare e da far nostro. Ripeto. Occorre prima liberarsi dal pregiudizio e dalla pigrizia e dall’ignoranza, e dopo si potrà costruire un proprio sapere e una propria visione del mondo umano e della natura. Oggi  i molti desiderano e vogliono comprare verità preconfezionate, seguite da qualche evidenza, da immagini edificanti o terrorizzanti. Insomma chiedono non percorsi spirituali o culturali da seguire e su cui impegnarsi ma miracoli, profezie di santoni, magie facili e popolari, in una parola illusioni. Di sicuro occorre qualcosa di più di qualche illusione, di qualche gioco intellettuale per trovare un punto fermo nel divenire delle cose di oggi.

Vincenzo Pisani: Scusate ma ho l’impressione che sia opportuno tacere. Sento che al tavolo del professore stanno parlando di qualcosa di simile. I maestri di arti marziali stanno ragionando del loro maestro defunto. Credo ci riguardi. So che non è da  gran signori. Ma intuisco che sia opportuno ascoltarli facendo finta di niente. Aspettate sta arrivando anche il capo.

Il padrone del locale: signori tra poco faccio portare la bistecca, ho preso dei bei pezzi dal mio fornitore, per voi ho messo a cuocere la migliore.  Aspettate e sarete ben serviti, la faccio semplice ma buona.

Clara Agazzi: Questa bistecca è più che altro vostra.

Paolo Fantuzzi: Aspettate un momento mi pare che al tavolo in fondo il tuo amico il professore stia per prendere la parola. Ci vuole altro vino. Altro vino per favore!

Stefano Bocconi: Accidenti sono confuso. Mangiare o ascoltare. Non riesco a far bene tutte e due le cose.

Franco: Fate quel che vi pare, per quel che mi riguarda voglio proprio sentire cosa dice.

Si sente la voce del professore. Si rivolge ai maestri e ai vecchi allievi del suo defunto maestro di Judo.

Ora voi avete rammentato il maestro ricordandolo in molti modi. Ora poiché tutti avete parlato e raccontato qualcosa adesso tocca a me. Confesso un certo imbarazzo perché devo scendere nei ricordi personali, proprio come avete fatto voi. Questo è necessario  per sviluppare il mio discorso. Il mio ricordo è questo ed è molto lontano nel tempo. Ero nei primi anni dell’adolescenza quando stanco per l’allenamento e l’esercizio cercai di andar via dal tappeto. Il maestro mi fu subito addosso e mi disse che dovevo restare, perché ero sul tappeto e non potevo andar via. Sarei andato via quando lui l’avrebbe stabilito. Quella per me fu una lezione importante di vita. Perché in quel caso il carisma del vecchio Ivo fece il suo effetto. Mi resi conto allora che nella vita, anche nei fatti apparentemente banali, ci sono dei momenti nei quali non ci si può sottrarre, non ci si può ritirare o nascondere dietro una scusa. Non si può uscire dal tappeto quando fa comodo. Questa è la morale di questo ricordo. E qui devo tornare su una cosa che era un po’ sospesa nei vostri discorsi. Ossia la differenza fra un comune docente e un maestro. Il maestro diventa parte della propria esperienza di vita. Questo non sempre si può dire del docente, dell’insegnante, del professore i quali sono figure che istruiscono, che giudicano, che formano ma non sempre sono maestri. Questo perché la figura tipica del maestro che oggi onoriamo è per l’allievo formazione del fisico, del carattere, è stare dentro le regole del judo, seguire la vita di palestra, è esperienza viva e concreta che si trasmette e si fortifica nelle prove, nelle competizioni,  e nella pratica sportiva. Il maestro è più di una somma di risultati sportivi o di ricordi di tempi passati, è parte della costruzione fisica e mentale di un praticante di arti marziali. Il docente. Il professore è una figura che è simile al maestro sotto molti punti di vista  ma che spesso non ha il carisma, o le condizioni, o la cultura, o l’ambiente giusto e ovviamente la considerazione per  assumere l’importanza che ha la figura del maestro di arti marziali verso i suoi allievi.  L’insegnate spesso è una figura di passaggio nella vita dell’adolescente e di solito non si tratta di una scelta. Per caso questo o quello in qualità di docente entra nella vita di ciascuno. Il maestro di judo si segue o si lascia. Quindi c’è differenza fra i due casi.




12 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Sogni e bisogni di una società inquinata

Stefano Bocconi: Parli bene: controllo, denaro, esistenza, vita interiore, prigionieri di se stessi. Tuttavia a fronte di tante cose belle dette e meditate credo che ti sfugga il quotidiano più prosaico e volgare. Chi pensa al mondo futuro o al bene possibile lo fa perché ha lui dei problemi. La maggior parte di quelli che cercano soluzioni di crescita spirituale  o culturale è gente che sta guardandosi intorno per trovare un pezzo di sughero a cui aggrapparsi per galleggiare in questa vita invece di andare a fondo.  Chi si propone oggi elargitore di verità sane, di ricette per la felicità o la fortuna si troverà ben presto circondato da gente che ha bisogno e chiede e può dare molto poco. Lo so che non è un bel discorso, ma le cose oggi stanno così. Coloro che a tuo avviso potrebbero trovare una via nell’autocoscienza, nella consapevolezza, nel riscoprire un mondo migliore è spesso gente che bisogno d’aiuto. Quindi avendo bisogno d’aiuto non può aiutare gli altri, perché non ce la fa da sé e non ha risorse in più da dare.

Paolo Fantuzzi: Mi spiace dover dar ragione a Stefano su questo punto ma chi ha bisogno ha in testa il suo problema e come lo risolse o sta un po’ meglio si ferma lì. Tu caro Franco pensi che si possa elevare il singolo e questo di per sé dovrebbe portare a una crescita di tutta la società. Ogni singolo reso migliore dovrebbero diventare un piccolo esercito del bene composto da una sola persona. Questo è impossibile. I singoli che cercano l’elevazione e la cultura per migliorarsi sono persone appunto bisognose in senso morale  e materiale, quando avranno pensato a se stessi non ne avranno per gli altri. Anzi direi che proprio il fatto di sentire in modo aspro un mancato riconoscimento economico, l’aver perso una posizione nella società, l’aver rovinato una buona occasione, l’aver subito una calunnia o un torto grave è la molla che porta a cercare una qualche forma d’elevazione, di miglioramento. Chi è ricco e si diverte spendendo l’equivalente di mesi o anni di stipendio di un dipendente pubblico o privato in una vacanza o in lussi non ha il bisogno spirituale o culturale di elevarsi sopra la propria condizione umana. Il sistema offre questo: puoi esser tutto ciò che puoi comprare. Se uno ha i soldi non ha bisogno dello spirito o della magia, della religione, di nulla. Chi è oppresso, triste, risentito lui ha bisogno di cultura, spiritualità, elevazione che spesso si risolve in un modo per star un po’ meglio, per avere una compensazione immateriale di dubbia forza al posto di un concreto potere che apre le porte di negozi, supermercati, autosaloni e cose del genere.

Franco:  Sarà, ma a me non risulta che gli uomini siano Dei. Mi risulta che gli umani dei due sessi siano, cosa di cui erano convinti anche gli antichi, per l’appunto mortali. Quindi in quanto mortali essi devono sapere che la realtà nella quale sono chiamati a vivere è una realtà in mutazione e trasformazione e che alcuni oggetti e beni che sono in loro possesso resteranno interi anche quando non ci saranno più e,magari diventeranno eredità di qualcuno che viene dopo di loro. Quindi c’è un limite nel potere del denaro che qui ora si nota male perché siamo mentalmente aggrediti da continui messaggi pubblicitari e corrisponde al fatto che la vita inizia con la nascita e finisce con la morte. C’è un limite che è quello della naturale cessazione dello stare in vita e per quanto per secoli alchimisti, sapienti, stregoni e recentemente scienziati cerchino una via per evitare ciò che conduce naturalmente alla morte essa si manifesta lo stesso. Il discorso del godersi il privilegio della ricchezza vale nella misura in cui il limite dell’uomo che è il fatto di esser nella sua essenza un dato naturale è rimosso, anzi mistificato. Chi crede che il denaro sia l’unico lo fa di solito in forza dell’inganno tipico della società dei consumi per il quale all’umano naturale con il suo ciclo vitale si sostituisce un umano di fantasia, un consumatore ideale, un figurino che esiste e vive solo nella pubblicità, in televisione e al cinema. Accetto però della vostra critica la verità di fondo che spesso chi cerca lo fa perché sente un bisogno o una condizione di minorità. Credo sia vero. Del resto chi è sazio, ricco,  felice, perché dovrebbe metter in discussione se stesso e magari rifar di nuovo la sua esistenza? Chi sente che ciò che è non basta a se stesso cerca, interroga, studia.

Vincenzo Pisani: Scusate ma mi pare che ci siamo. Arriva prima la specialità della casa.

Il padrone porta dei vassoi con la prima portata fagioli e un abbondante razione di cinghiale in umido, fa cenno che sta per arrivare il resto. Vincenzo prende il vassoio e fa le parti.

Clara Agazzi: Questo dovrebbe farvi star zitti e metter in moto le mandibole. Comunque aggiungo che esiste un cercare che è oltre il bisogno. Esiste nell’essere umano una spinta alla curiosità, alle domande esistenziali, alla ricerca di una verità che non sia l’apparenza del momento. Inoltre gli umani sono uomini e donne e i due sessi s’interrogano sul futuro, si chiedono cosa sarà di loro e dei loro affetti domani e dopodomani. Nella persona c’è una dimensione interiore che è diversa da quella animale, c’è progetto, ambizione, curiosità, voglia di manifestarsi nel mondo per mezzo dell’azione e della creatività. Che questo oggi sia piegato all’interesse economico è un dato di fatto. I poteri dominati sono economici e finanziari e impongono il loro punto di vista e la loro logica a tutti quanti. Ma in altri tempi dove non c’era questo potere o era ridimensionato da re e principi o da sacerdoti e vescovi. Allora esistevano altre concezioni della società e della condizione umana.

Paolo Fantuzzi: Questo è vero. Ma io vivo nel qui e ora e con questo tempo devo far i conti. Ora scusate che voglio finire questo pezzo di cinghiale che mi sta provocando dal piatto.

Stefano Bocconi: Non avere scrupoli, butta dentro. Roba sana. Comunque questo non risolve il problema di fondo, ovvero che oggi i molti hanno bisogno d’aiuto e con difficoltà possono darlo, si chiama individualismo e mercato selvaggio, due cose che combinante assieme creano grossi problemi e spaccano la naturale inclinazione alla solidarietà e alla collaborazione fra uomini. Questa combinazione crea le condizioni per un mercato senza una socialità e con poteri politici deboli e debitori verso i ricchissimi.

Franco: E allora proprio tu vedi il problema e lo proponi. In una società disgregata, violenta, competitiva, come è il caso nostro, per forza di cose produce coloro che cercano una via d’uscita da un modello di vita e di produzione  che è pericoloso e inquinante. Una società di singoli tenuti assieme dall’interesse materiale e dalla paura di punizioni e leggi è una società umana debole, dissoluta, cinica  e ovviamente brutta.




1 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Denaro e illuminazione interiore

Clara Agazzi: Questo ragionamento del qui e ora è corretto fino a un certo punto.  Occorre pensare anche al futuro, specie chi ha figli, o affetti, o cose che ama. Come pensare che tutto il pensiero di una persona perbene e con la testa a posto abbia lo spazio di autonomia di pochi giorni, settimane, mesi.  Inoltre l’idea di dover affidare il proprio futuro sia pur esso lontano, anzi remoto, a esperti di qualsiasi natura lo trovo un pensiero insidioso. In fondo credo che  potrebbero le migliaia di differenti comunità siano esse forestiere o domestiche che si trovano nella penisola acconciarsi a seguire a qualche forma di seria mediazione politica per governare il futuro di tutti quanti. Come si fa ad escludere la possibilità che tante differenze non possono unirsi.

Vincenzo Pisani: Perché, e qui rispondo io, tante differenze spesso si portano dietro richieste e necessità inconciliabili fra loro e la mediazione è impossibile o minata dal reciproco sospetto, da ricatti incrociati, da compromessi umilianti o meschini e da speranze di rivalsa. Propongo un esempio dove questo è impossibile. Si consideri un territorio dove vive una comunità italiana di ceto medio ma impoverito che è la maggioranza, una minoranza di stranieri e immigrati poveri che ne formano il sottoproletariato, una minoranza d’immigrati ricchi che formano il ceto per così dire dei lavoratori specializzati e del ceto medio che si sta arricchendo, una minoranza di italiani ricchissimi che non vuole condividere nulla delle loro grandi ricchezze con i connazionali e i forestieri di ceto più basso. Pongo che in questo territorio che chiamerò X arrivi un evento funesto che chiamerò Y e che può essere in questo caso un grave incendio estivo che minaccia tutte queste categorie. Chi può pensare che da sé questi gruppi umani che pure condividono linguaggio comune e territorio s’accordino fra loro? Pensate per un attimo alle conseguenze della minoranza di ricchissimi che per salvarsi dovrebbe mettersi d’accordo  con i ceti poveri stranieri e con i ceti medi degli italiani impoveriti, in un attimo verrebbero spogliati dei loro beni in nome della salvezza comune e della pace sociale davanti al pericolo.  Senza il rigore della legge applicata dalla polizia e le punizioni severe della magistratura i poveri e i ceti medi impoveriti  scatenerebbero subito una violenta aggressione contro i ricchi e i ricchissimi; a costo di bruciare assieme in un falò gigante le componenti sociali contrapposte non s’aiuteranno. Inoltre che vantaggio hanno quelli che sono poveri o sono impoveriti a favorire il perdurare di una situazione che li vede materialmente oppressi; un grande fuoco purificatore e inceneritore li vedrebbe alla fine premiati perché dalla ricostruzione potrebbe nascere qualche occasione di far soldi  o comunque sia di mettere in discussione le gerarchie di potere che hanno subito. Per questo proprio nel bisogno e  nella difficoltà una società priva di valori, disgregata, complessa, piena di rabbia  e risentimento ha bisogno di un soggetto esterno che salva la situazione. A seconda delle emergenze si può chiamare polizia, protezione civile, esercito, ufficio tecnico di qualche istituzione, agenzia governativa. Una società umana segnata dalla precarietà, dall’odio e dall’invidia sociale, da ogni sorta di tensioni religiose e politiche non può fare autogoverno. Una struttura burocratica esterna deve intervenire come il Leviatano di Hobbes per mettere ordine e imporre una società umana dove l’uomo è diventato lupo per il suo simile e dove ormai vige la legge della giungla dove tutti hanno diritto a tutto e si combattono ferocemente fra loro.

Franco: Il Pisani mi ha rubato la risposta. Infatti da tempo mi sono convinto che il primo effetto della precarietà e dei desideri indotti dalla pubblicità commerciale sia la frammentazione del corpo sociale. L’ingresso di milioni di forestieri nella penisola lo pongo dentro il concetto di precarietà perché l’emigrazione causata da povertà o necessità di trovare lavoro da immigrato è funzionale alle forme di produzione capitalistica che preferisce avere della forza-lavoro di riserva che non s’integra con le tradizionali forme di sindacato e di rivendicazione. Queste due cose combinate hanno ridotto ai minimi termini se non addirittura distrutto le antiche forme della solidarietà  e del buon vicinato tipiche del Belpaese. Il mio come sapete è un ragionare che per forza del dialogo s’allarga per cerchi. Come dei sassi lanciati in uno specchio d’acqua il mio discorso s’allarga e diventa più ampio e complesso.  Quindi ora aggiungo qualcosa e vi dico che dovete guardare la precarietà nel senso più ampio del termine, i desideri indotti dalla pubblicità commerciale, la civiltà dello spettacolo e della comunicazione come una cosa unica. Questi tre elementi sono i termini con i quali convive ogni giorno  la stragrande maggioranza degli abitanti della penisola e dell’Europa. Chi si libera anche temporaneamente dai condizionamenti indotti da queste ombre che penetrano nella mente trova quell’istante di serenità che gli consente di capire cosa è diventato e cosa è questo mondo umano così infelice. Quello è l’istante in cui per il singolo finisce l’opera in nero di questi anni e può costruire un suo percorso di purificazione e di chiarimento. Prima però deve arrivare a vedere la complessità se non razionalmente almeno come impressione, come momento d’illuminazione.

Stefano Bocconi: Ma quando uno come me arriva al punto di vedere l’insieme del mondo in cui vive dall’esterno, anzi a vedersi in modo distaccato, analitico, quasi da scienziato cosa può fare? Rimane come è con un poco di consapevolezza in più, potrebbe perfino diventar ancor più infelice.

Paolo Fantuzzi: Magari può cercare gente che la pensa come lui, trovare sostegno per le sue idee, venire a sapere che altri approvano quel che dice e pensa. Certo il tipo che diventa consapevole deve però divulgare ciò di cui ragiona, esprimersi, discutere.  Fare qualcosa che si chiama politica.

Franco: Intanto sul momento deve prendere coscienza. Svegliarsi per così dire dalla grande illusione di vivere nell’unica realtà possibile ossia quella dell’immediato presente così come ci viene narrato dal mondo dello spettacolo e della comunicazione e della pubblicità. Da quel momento si può liberare dai condizionamenti indotti e dai persuasori più o meno occulti. A quel punto inizia la sorpresa quasi infantile di esplorare con stupore il proprio mondo con intenti e animo diversi, anzi personali e quindi autentici.

Vincenzo Pisani: Scusate ma ora faccio cenno per ordinare il secondo. Chiamo il capo e ci facciamo mostrare la bistecca, qui la cucinano in modo semplice ma vi assicuro che è buonissima.

Il padrone chiama il personale della cucina e ripete l’ordinazione presa al tavolo. Si presenta al tavolo e fa bella mostra di una bistecca di gran qualità,  Vincenzo Pisani comincia a scherzare con lui dimenticandosi della conversazione comune.

Franco: Mentre Vincenzo Pisani ragiona con il caposala per i secondi  voglio concludere il mio discorso. Senza una identità propria, forte, precisa il singolo non può trovare la sua strada e le sue ragioni di vita in un mondo di folle di soggetti individuali che si muovono fra centri commerciali, periferie più o meno brutte, posti di lavoro più o meno alienanti e da alienati. Non può. Se egli non ha fatto un lavoro su di sé e creato una forte coscienza sarà attratto di qua e di là dove lo spingono gli spettacoli più accattivanti e la comunicazione del momento. Quindi il rendersi conto di aver da trovare una propria strada e un proprio percorso di vita è un lampo. Esattamente un lampo di tempo, ossia l’istante nel quale diventa ovvio che c’è una mappa concettuale del mondo da riscrivere e disegnare di nuovo. Quando viene in essere questo diventa possibile che nel singolo si formino le forze per rimettere in discussione concetti, pregiudizi, consuetudini, logiche comportamentali. Da questa tensione interiore può nascere qualcosa di nuovo e di positivo e si possono organizzare con altri che sono sullo stesso cammino associazioni o gruppi di carattere benefico, di studio, di ricerca, di attività critica e riformatrice. Si può formare una rete di persone che si aiutano e si migliorano.

Clara Agazzi: Questo è un santo proposito. Ma dopo cosa accadrà. Non si può pensare che della gente perbene e saggia solo perché perbene e saggia assuma su di sé il potere d’innalzare i molti che non sono né buoni, né saggi, né sapienti ma forse proprio l’esatto contrario. Ancor meno non è chiaro come questa buona gente dovrebbe mettersi al servizio della collettività. Devono forse diventare loro stessi dei ricchi imprenditori?

Paolo Fantuzzi: Questo sarebbe coerente, nell’impossibilità di competere con forze così compatte e irresistibili uno le imita. Per la serie se non puoi batterli, unisciti a loro.

Stefano Bocconi: Non credo che voglia dir questo. Credo che Franco pensi a una sorta di conquista della consapevolezza che da piccoli numeri sale verso grandi numeri, una sorta di auto-educazione  collettiva che diventa poi associazione di liberi e consapevoli. Mi sembra però un percorso lungo, difficile, fragile in un Belpaese quale è il nostro dove per i molti il denaro è tutto e Dio è denaro.

Franco: Ma il denaro oggi cosa è mai? Anzi. Rovescio i termini e faccio un’affermazione: “oggi la felicità e la ricchezza di un singolo devono esser quantificate in termini di denaro perché è un termine numerico e quindi facilmente controllabile  e gestibile da coloro che hanno il potere di creare il denaro.”  Il denaro è anche controllo e gestione dello spazio politico e di vita sociale; il denaro non è solo la merce che acquista tutte le merci è anche una forma contemporanea del dominio dei pochi sui molti. Da qui la mia convinzione che per trovare una via d’uscita da una condizione di minorità e di sottomissione sociale occorre capire molto bene in cosa consiste questa minorità e in cosa consiste questa sottomissione lavorando su se stessi. Se si rimane ignoranti di queste cose e del senso della propria esistenza  si resta prigionieri di se stessi e l’umanità del singolo diventa una prigione.




30 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - La casta del fututo

Clara Agazzi: Qui si stanno portando via i piatti dei primi. Ora è il momento dei secondi. Allora avete le idee chiare su cosa volete?

Vincenzo Pisani: Certo, quello che ho proposto. Credetemi questo metter assieme più cose è la cosa migliore, così se a qualcuno non piace qualcosa  si può rimediare. Ma credo che tutto quanto sarà di vostro gusto. Ho capito che siete un po’ come il mio amico professore. Gente di cultura e di gusti sani e schietti. Due condizioni queste che stanno bene assieme.

Franco: Tu poco fa hai richiamato un problema. Scusa se parlo di questo mentre c’è da ragionare sul secondo. Anzi hai proposto una constatazione. L’illusione di diventare ricchi, e quindi parte di quella minoranza che sta bene, tiene in vita milioni di umani. Intendi forse dire che questo è il senso della vita oggi?

Vincenzo Pisani: Certo che non è in assoluto il senso della vita. Tuttavia, oggi, milioni di umani senza la speranza un giorno di rifarsi al gioco della vita cadrebbero preda di droga, alcolismo, violenza, delinquenza, depressione fino al suicidio o tutte queste cosa assieme. Oggi per milioni di esseri umani il denaro è Dio e quindi è tutta l’esistenza e tutta la realtà. La speranza di averne tanto in futuro, magari con un miracolo li tiene in vita, li fa lavorare, produce in loro volontà, attività, ambizione. Senza questa speranza sarebbero spenti, morti, distrutti dentro.

Stefano Bocconi: Ricordiamoci che c’è un mondo umano che non è solo l’attaccamento al quattrino. Certo per me è difficile dire che ci sono i fiori, il sole, la luna, i gattini e cose del genere. Eppure mi resta difficile accettare l’idea che il denaro è tutto, è DIO.

Paolo Fantuzzi: Questo discorso è già stato fatto mi pare. Occorre ammettere che non abbiamo fra tutti quanti un modello di società e di volontà di vivere diverso da quello della pubblicità commerciale. In breve le nostre aspettative, le nostre categorie mentali, la nostra mappa del territorio in cui ci muoviamo non è la classica isola in mezzo al mare ma una terraferma piuttosto trafficata. Piuttosto! Qualcuno fra noi ha una qualche idea di come dovrebbe essere la categoria sociale in grado di ricostruire un discorso sul mondo e sull’essere umano diverso da quello dominate?

Franco: Più che di categoria sociale oggi si dovrebbe pensare a una vera e propria casta, perché le caratteristiche che dovrebbero avere i dirigenti chiamati a recuperare una società dal disastro di un sistema economico  globale che implode o collassa dovrebbero esser simili ai re-sacerdoti e ai re-semidivini dei poemi epici degli antichi. Dovrebbero esser un gruppo compatto e omogeneo in grado di rispondere solo alle gravi necessità del momento, avere una cultura e un sapere fuori dal comune, e capacità fisiche e psichiche straordinarie e il carisma e il coraggio che sono indispensabili in tempi drammatici. In poche parole vi dico, pensate un po’, che solo quando si aprirà l’abisso del disastro più aspro e pericoloso si  avrà il momento nel quale questa cosa, che chiamo casta perché non ho altri termini, costruirà una diversa forma di vita e di civiltà. Guardate che di questo si tratta perché cambiare le forme  dell’uso e della produzione di beni ed  energia e di regolare le controversie internazionali esige il disastro delle precedenti e la sconfessione, eliminazione o la riduzione di ruolo delle precedenti minoranze al potere. Ora essendo il potere reale e concreto dei nostri giorni elitario e concentrato in un numero limitato di soggetti umani che  hanno i loro fastosi modi di vivere, i loro consumi e beni esclusivi, i loro ritmi e cose del genere è impensabile che intedano perdere la loro condizione di privilegio. richirdiamoci che questi pochi  controllano una quantità di capitali e di ricchezze semplicemente enorme e difficile da concepire per gente come noi. Immaginiamo ora che questa minoranza perda il potere. Anche rapidamente. Per colpa di una catastrofe ecologica, di uno sfacelo economico, di una nuova  guerra mondiale, di un meteorite, quello che vi pare. Chi li può sostituire se non una minoranza con diversa natura e scopo, ovviamente una  minoranza molto piccola e compatta. Quindi cari amici e amiche di fatto sto ragionando di una casta. O credete forse che quelle masse indistinte e pulsanti di desideri e passioni indotte o sollecitate dal mondo dei consumi e dello spettacolo possa saltare oltre la propria ombra e diventare esse stesse il Potere? Io lo credo impossibile. Queste masse di singoli bramosi di piaceri immediati e di piccole soddisfazioni  hanno bisogno di delegare la propria briciola di potere o peggio di farsi schiave di nuove minoranze al potere che gestiscono e comandano una società umana che fatalmente senza direzione e comando cadrebbe nella violenza e nel banditismo fino al punto di disgregarsi e di non formare più un corpo sociale articolato e complesso. Chi manda o sostiene le minoranze al potere è una massa informe di umani che non hanno autentici punti di contatto o miti in comune, una società composta da tante comunità diverse come stanno diventando le nostre qui in Europa non può far appello a miti condivisi, a valori comuni, a nobili antenati, alla storia patria. Quindi l’esercizio del potere oggi passa per l’economia e la burocrazia, il dominio  dell’uomo sull’uomo deve per forza di cose esser impersonale, meccanico  e matematico perché una massa eterogenea e  difforme senza autentici valori immateriali in comune può esser tenuta solo con uno spirito meccanicistico che fa pari tutte le differenze.  Questo  fatto avviene con il denaro che diventa unica misura e unica ragione di vita. Se non puoi pagarti il motoscafo, scusate l’esempio cretino, non è per difetto di cultura o differenza di pelle o di sangue. Si tratta della tua carta di credito. Una cosa prosaica, semplice e precisa, tutti la capiscono e universalmente è accettata. A una minoranza padrona del denaro, questo è il caso di oggi, si sostituirà una minoranza che avrà in mano il potere di effettuare e gestire la transizione a una diversa società. Quale sia questo potere e quale sia la minoranza per la verità non so. Il mio pensiero deriva dall’evidenza che se permangono così tante differenze solo con una casta nuovissima sarà possibile gestire la transizione, perché le mille origini e le mille nature della società così come è non potrebbero mai gestire il cambiamento da un modello di società fondato sul denaro a uno fondato su altri valori e principi.

Vincenzo Pisani: Mi dai ragione sulla centralità del denaro. Ma ancora non rinunci al pensiero che sia da cambiare questa società determinata e organizzata dai poteri finanziari. In te rimane l’idea che sia possibile trovare dei soggetti umani fra la massa ossessionata dai problemi quotidiani e dal disordine di questo sistema. Sul concetto generale che un sistema finito non può supportare una crescita infinita senza collassare o scatenare conflitti e sfaceli sono certissimo. Anzi i fatti economici degli ultimi anni stanno dando ragione assolutamente a quanti la pensano come me e come te e come il nostro amico professore. Il sistema della globalizzazione incontra i suoi limiti ed entra in sofferenza e provoca disoccupazione, povertà, suicidi, delinquenza, disordine morale e a questo punto credo perfino spirituale. Proprio nel senso di religioso. La casta di cui parli che caratteristiche dovrebbe avere? Sono curioso.

Franco: Dato il caso del crollo dell’ordine delle cose come lo conosciamo, e tenendo fermo il concetto della molteplicità di culture e soggetti presenti nella penisola e in Europa solo una minoranza può gestire il caos primordiale che si scatenerà. Questa minoranza o casta può esser  elettiva o selezionata su criteri di merito o imposta per semplice efficacia nell’esercizio di una funzione amministrativa o militare. Non è importante questo se non ai fini dell’efficacia dell’azione politica e amministrativa. Faccio un esempio: c’è da razionare i combustibili e i carburanti. Davvero è credibile che una società multi-confessionale  e multirazziale  dove è crollata l’impalcatura del sistema del denaro e dei suoi banchieri possa farlo senza passare da una struttura di carattere burocratico e poliziesco? Davvero è credibile pensare che milioni d’esclusi dalle grandi ricchezze e milioni di arrabbiati e risentiti accetteranno di mettere in discussione l’accesso alle risorse vitali senza rivolte, sommosse, violenze? Ma se in certe metropoli del sedicente mondo ricco e occidentale basta un incidente più grave di altri e si scatenano atti vandalici e saccheggi. Suvvia! Occorre una casta diversa da quelle oggi dominanti. Una casta con la cultura della filosofia. Nel senso che abbia il possesso di quella capacità culturale che permette di vedere la totalità.  La totalità del pianeta e del mondo umano che vi risiede sopra e la verità. La verità nel senso autentico del termine, non di una qualche opinione o credo religioso.  Questa minoranza avendo in sé consapevolezza, chiara visione, senso del limite proprio perché minoranza sciolta da interessi personali e da interessi di gruppi di pressione o altro potrà indirizzare un corpo sociale altrimenti ingestibile perchè troppo articolato, violento e complesso.

Clara Agazzi: Questo è un discorso vecchissimo. Qui stai copiando Platone  e forse Comte. L’idea di un governo degli esperti, dei filosofi, dei tecnici è cosa nota da secoli.

Franco: Nella mia ingenuità penso a una casta che superi la sua stessa condizione e diventi per così dire mondo e umanità. Un governo illuminato e giusto, ma in nome d’interessi ecologici e umanistici. Mi sforzo di pensare a una minoranza dirigente e amministrativa che possa superare i limiti egoistici e clientelari quando non addirittura criminali e criminogeni osservati nei governi del passato e determinare se stessa secondo verità e giustizia.

Paolo Fantuzzi: Questo pensiero non vedo come possa trovare qui e ora uomini e donne per realizzarsi. Tu parli di un mondo che sarà, di un futuro remoto e fantastico. Ma è qui e ora che viviamo e dobbiamo far i conti, tutto si perde nelle tenebre quando pensiamo a un futuro che non si realizzi fra un mese o tre.




17 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - discorso sullo Stato Sovranità limitata

Franco: Poni a me il problema dello Stato come ente collettivo condizionato dai poteri finanziari e corporativi.  Vero. Ma si tratta di forze che cercano di forzare la natura umana e la natura in senso stretta, al contrario uno Stato bene ordinato deve considerare la misura e il buonsenso. Uno Stato deve limitare l’azione economica che distrugge la sua società civile e la vita quotidiana dei suoi appartenenti, uno Stato deve controllare la moneta che entra ed esce sul suo territorio per evitare che poteri forestieri o domestici usino i capitali in entrata o in uscita per condizionare il potere politico. Ad esempio:” uno Stato nel quale dei privati forestieri e domestici fanno uscire grandi quantità di denaro e limitano i denari che vengono investiti sul territorio è di fatto sottoposto a una violenza di tipo economico.     Questi esportatori di capitali prendono i profitti fatti nello Stato A grazie alle proprietà di aziende o a investimenti finanziari  e li collocano nello Stato B secondo il loro vantaggio, questo è reso possibile dal fatto che non si sentono legati né al territorio e meno che mai alla popolazione”. Questo processo di mercato può trasformarsi facilmente in arma politica. Quindi lo Stato nato fra Cinquecento e Seicento per opera di Re e Principi e perfezionatosi fra Settecento e Ottocento per mezzo di borghesie emergenti scisse fra rivoluzione e nazionalismi  oggi in questo nuovo secolo è messo sotto chiave dai grandi poteri finanziari. Ora dal momento che essi sono il mercato e il mercato, ossia il regno del denaro, è il paradiso sognato e bramato dalle grandi moltitudini elettorali va da sé che chiunque provi a cambiare qualcosa sia forzato a partire in primo luogo da se stesso. Lo so che suona strano e un po’ folle. Ma pensate per assurdo a un potere che istiga le masse alla ribellione  contro di lui e alla sua distruzione, la prima domanda è per quale luciferino calcolo compie ciò che è irragionevole. Infatti è assurdo e pazzo che un Potere cerchi volontariamente di spegnersi. Semmai cercherà di spegnere quelle parti perdenti e da rottamare che sono  interne al suo sistema. Il potere che chiama le masse ad esempio a spezzare la morale borghese e le vecchie tradizioni si è visto nel 1968 e dintorni. L’aggressione morale e verbale, tipica del periodo 1968-1977, al mondo dei padri e dei nonni  infamato come mondo vecchio e borghese era funzionale a creare la cultura del supermercato. Ma il motivo c’era: al Potere emergente serviva un umano che fosse un consumatore senza più le rigidità del passato e gli scrupoli dei suoi antenati passati in lui per così dire con il latte e con il sangue. Quindi il Potere ha favorito quelle forze che demolivano quelle parti della mentalità perbenista, e se si vuole borghese, che erano d’ostacolo al pieno dispiegamento della potenza del mercato, del denaro e del mondo dei consumi. Il supermercato e il centro commerciale hanno travolto la socialità che prima era delle case del popolo, dei circoli ricreativi, dei mercatini in piazza. Quindi quando si pensa all’oggi ricordiamoci che la politica per le grandi masse è l’apparenza del momento elettorale e del dibattito televisivo ma la vera sostanza è la realtà materiale e la realtà materiale è il mercato e quindi è il potere finanziario. Quindi il primo atto da fare in assenza di una socialità originaria che scaturisce da masse organizzate e consapevoli è l’acquisizione di coscienza del singolo, per usare uno slogan: dal condizionamento di milioni di singoli alla loro auto-liberazione.

Stefano Bocconi: Ricordiamoci che c’è da ordinare il secondo. Son discorsi bellissimi, ma cosa s’ordina.

Clara Agazzi: Qui fanno bene la bistecca, ma mi dicono alle il cinghiale con i fagioli. Comunque almeno un contorno vegetariano ci vuole.

Vincenzo Pisani: Ora faccio cenno al padrone. Ma aspettate. Io sarei per ordinare anche un piatto di pollo e patate oltre al resto, lo fanno bene ve lo garantisco.

Paolo Fantuzzi: Questo discorso nobile sul pollo, i fagioli, il cinghiale in umido. Facciamo di tutto un po’ e aggiungiamoci una bistecca ai ferri con l’insalata che qui è buona, ho l’occhio clinico e ho dato qualche rapida occhiata ai tavoli vicini. Comunque voglio replicare a Franco una banalità squallida. Si tratta di questo: l’essere umano vive in società e dalla società è condizionato e indirizzato. Le abitudini, la parentela, il posto di lavoro, i colleghi, le pochissime attività fuori dal lavoro travolgono l’uomo, lo trafiggono con mille banalità e consuetudini. Tu franco pretendi che un singolo salga sopra se stesso e prenda coscienza, si alzi da solo e da solo faccia che cosa? Chiedi titani nella mente e nello spirito e nel corpo e arriva gente stanca, malata, avvilita. Proprio perché i poteri sono enormi il singolo non riesce a metter fuori la testa dal pozzo dove è stato ficcato, il singolo è solo e questo non  va mai dimenticato.

Franco: Tu credi che i pochi che davvero preparano le guerre, le crisi finanziarie, le moltiplicazioni delle speculazioni, le crisi di borsa, le ricapitalizzazioni di Stati e multinazionali siano davvero così forti. Siano quasi dei semidei. Al contrario sono dei burocrati e delle persone con limitata conoscenza e sapere. Non il sapere specifico per carità. Nei loro settori fra loro ci sono certamente delle autorità mondiali. Ma quello che loro manca è la visione d’insieme, quella che un tempo si chiamava filosofia. Ovvero sono strutturalmente estranei a un pensiero che colga la totalità e abbia pretesa di esser vero. Vede il superburocrate e il suo staff la percentuale del profitto nei prossimi sei mesi, magari è un profitto che causerà una o due guerre per procura o qualche guerra civile in qualche paese disperato agli angoli del pianeta. Ma questo non toccalo staff e il suo leader che deve rispondere agli azionisti e al consiglio d’amministrazione della società per azioni. Quindi non vede mai il tutto ma solo la parte di sua competenza, vede il suo frammento, il suo piccolo tornaconto, la sua carriera. Pensa che altri siano competenti per i danni provocati. Ma non è così. Il nuovo potere è una falsa tecnocrazia perché i molti aspetti del suo manifestarsi non si sommano mai in un quadro di consapevolezza, di comprensione. Non è questo un sistema pensato come totale e in grado di alimentarsi e sostenersi nel tempo. Infatti il Potere di oggi è stranissimo perché tende a nascondersi dietro poteri politici deboli ,quando non di facciata, e non ha né il carisma e meno che mai la volontà di reclamare per sé quello che un tempo erano il trono,  e la corona.

Vincenzo Pisani: Io intanto chiamo il padrone per ordinare la carne. Comunque. Ricordati che il Potere come lo chiami te, con evidente richiamo a Pasolini, ha consenso. Milioni di umani qui  nel Belpaese pensano davvero di poter diventare ricchi e belli con un colpo di fortuna, con una magia, con un miracolo. Questo aspettare il miracolo tiene in vita molta più gente di quanto noi qui possiamo immaginare.




15 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - discorso sullo Stato e sulla società civile


Vincenzo Pisani: Mi meraviglio di te Franco. Come fai a staccare il singolo dalla massa che si muove, che opera, che fa politica. Certo. La  mente, la volontà, la coscienza. Ma poi... Senza quadri, senza strutture, senza ideologia non c’è nulla da fare. Questo dominio dei pochi sui molti permane e si rafforza anche in mezzo alla crisi, al caos, al disordine morale, alle nuove guerre, al relativismo morale e alla svalutazione di tutti i valori. Certo si parte dal singolo ma rapporto fra singolo  e collettività permane. Già Aristotele indicava l’uomo come animale politico e quindi parte di un qualcosa di più vasto. Quindi l’uomo non si educa e non arriva alla ragione da sé. Egli ha bisogno di capi politici, di maestri, di professori, di padri, madri, fratelli, nonni e perfino di qualche zio. Se questi soggetti stanno tutti dalla parte dell’ordine esistente come può il comune essere umano, maschio o femmina che sia, fare il salto oltre l’ombra e  superare se stesso.

Stefano Bocconi: Ricordiamoci poi che esistono gli Stati, i parlamenti, i senati, i governi. Il potere è anche istituzione, è anche istruzione, coercizione e tasse. Cosa è mai un singolo da solo. Nulla. Meno di niente. La società è la sua forza, l’essere parte di un tutto che è la somma di tante parti. Suona strano ma è evidente che l’uomo è un animale che vive collettivamente come le formiche o le api. Il singolo che fa da sé e decide di staccarsi dalla società e dal comune comunicare o diventa per i molti un tipo starno, o un matto o un ribelle. Tre cose che portano guai, che provocano inimicizie, maldicenze.

Franco: Quanto dite ha del vero. C’è una spinta dell’uomo a entrare dentro la società e dentro l’ordine esistente delle cose. Ma c’è differenza fra ribellione e attività politica e c’è differenza fra il singolo che si ribella in modo acerbo e anarchico e colui che cerca d’individuare le concrete possibilità di mutare qualcosa nel reale. In fondo cosa volete cambiare davvero?

I rapporti sociali, l’economia, lo Stato?

Mutare qualcosa contro la volontà del Potere inteso come interesse delle minoranze di superburocrati, di ricchissimi, di famiglie di ricchissimi, che sono le forme delle minoranze al potere nella civiltà industriale, è cosa difficilissima. Il retto atto politico esige abilità e talento. Per questo occorre che l’essere umano riscopra la possibilità sacra di poter trasformare il suo mondo e il mondo naturale in cui vive a partire da se stesso. Quindi ribadisco che si parte dall’individuo. Anche dal punto di vista spirituale. Pensate solo a questo: un singolo diventa il simbolo di una massa di oppressi e dà ad essi una direzione, una visione del mondo, una politica. Perché questo accada occorre necessariamente un singolo che intraprende un percorso di ricomposizione  e purificazione di se stesso.

Clara Agazzi: Fregarti sul talento  dialettico è davvero difficile. D’accordo il singolo. Ma come procede poi questo singolo, cosa fa, a quali risorse attinge, come vive?

Vincenzo Pisani: Questo agire sociale e politico può esser spiegato facilmente anche da me. In origine c’è una fase c’è il momento nel quale il mondo umano e materiale comincia a sfaldarsi e a decomporsi e qualcuno prende coscienza del disastro, poi c’è la fase della chiarificazione e purificazione dei propri pensieri e del proprio spirito, o anima o se si preferisce, e della parte più profonda della propria coscienza. Dopo i due passaggi c’è l’opera di ricomposizione e di creazione di un mondo nuovo a partire dal percorso intrapreso. Ora queste tre tappe banali di qualsiasi serio processo di azione volta a trasformare il vivere collettivo esige un rapporto con le moltitudini, con la politica, con le elezioni e infine con lo Stato. Il pensiero e lo spirito devono farsi atto creativo del genere più pratico e più prosaico.

Paolo Fantuzzi: Ma questo è un processo quasi rivoluzionario. Comunque sia la vedo male. I molti di cui ragionate non ci sono nella realtà. Le genti nostre sono disfatte in mille parti, divise  fino all’inverosimile e piene di livore e di rabbia contro tutto, tutti e Dio. La politica dei partiti non ha unito ma diviso, perfino i sindacati sono divisi anche in merito alle stesse vertenze. Ecco se c’è una cosa da dire è che il popolo qui è tanti popoli divisi e rotti in mille interessi e  ovviamente dove c’è disordine  morale, rabbia e odio prevale l’interesse del più forte. Lo Stato che dovrebbe esser lo strumento tipicamente umano che somma le differenze  e le unifica in un solo corpo collettivo qui è troppo debole per poter assolvere questa funzione. Di fatto troppi non credono che andando dietro a chi predica al vento e  alle rocce si possa cambiar qualcosa. Così per i molti è preferibile il piccolo interesse, ascoltare l’opinione più forte in televisione, votare per una promessa o per un piccolo favore. Forse domani questi molti saranno diversi, ma non oggi.

Franco: I molti vivono male  e con grave disagio psicologico e  materiale questi anni tormentati. Tormentati, proprio così. La vita sembra aver perso di senso schiacciata fra pubblicità commerciale  e consumismo edonistico per pochi ma propagandato a tutti come concime per lo spirito e per la gioia di vivere. I molti sono anche dei singoli. Essi dovrebbero prendere coscienza e unirsi in una rivendicazione collettiva di un diverso modo di vivere, consumare e produrre; ma non lo fanno per avidità o per risentimento. La paura di perdere qualcosa o quella  di aiutare il rivale, l’estraneo, lo sconosciuto impediscono in molti l’azione generosa per mutare qualcosa in positivo. In fondo se uno si sente minacciato, offeso, sfidato dall’altro perché dovrebbe muovere un dito per salvare il mondo? Ricordatevi amici miei che nell’uomano esiste un principio che porta verso l’autodistruzione e il sentirsi in mezzo a un mondo ostile che ti misura e ti calcola non aiuta a sviluppare sentimenti in senso stretto ma solo pulsioni di morte, odio  e violenza.

Vincenzo Pisani: Ricordati Franco che esiste lo Stato. C’è un istituzione che deve tener assieme una collettività articolata e complessa e disciplinarla e sanzionarla per farne un corpo unitario. Lo Stato appunto. Nella terza rivoluzione industriale  lo Stato è sottomesso o condizionato da poteri finanziari e commerciali che sono riuniti nella forma delle  multinazionali e delle banche. Questi poteri  sono quello che nel Medioevo erano le famiglie dei re e dei Principi. Se non si ragiona di Stato e si ripensa lo Stato  questa tua nuova  umanità resta una cosa astratta e filiforme ovvero  una fantasia ben fatta, una nuova predica alle rocce.




9 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - discorso sulla coscienza e sul male

Vincenzo Pisani: Ora si mangia questi cinque vassoi di primi divisi fra noi. Prima che arrivi il capo per il secondo, ho da porre una domanda a tutti quanto alla luce di quanto finora detto. Dunque” Quando il problema del singolo è il problema della guerra, del male che viene dalla violenza tecnologica, strutturata, tecnologica, governativa, come si pone l’essere umano autocosciente e libero?”

 Paolo Fantuzzi: Ecco una domanda davvero difficile. Poi di questi tempi nei quali intorno ai nostri confini si sente il rombo del cannone  e sulle nostre coste sbarcano i profughi delle mille guerre dimenticate del pianeta azzurro. Come può un privato opporsi al male che travolge tutto e tutti. La guerra oggi è un mare che sale, che sale e continua  a salire e mangia la terra, invade le strade, porta via le città. Il singolo può solo salvare se stesso se è bravo e se è astuto.

Clara Agazzi: Potrebbe anche salvare altri oltre a se stesso, la guerra in fondo la fanno gli esseri umani non la natura. Non è come un terremoto o una tempesta fortissima. L’uomo è capace di distinguere.

Franco: La domanda posta è difficilissima. Se la potenza dei quotidiani mezzi di persuasione e di plagio è pari a uno in tempo di pace, in tempo di guerra questa potenza è dieci, venti, trenta e anche di più. Quindi distinguere è quasi impossibile, tenere la testa ferma è una vera e propria impresa, allora ha senso quel che ho detto finora e con più forza. L’essere umano deve trovare in sé la sua verità e la sua ragione di vita, lui deve essere il muro che non crolla e l’asse che non vacilla. La sua verità più intima e profonda  è la roccia su cui siede la sua mente, allora potrà anche far qualcosa di buono perfino per gli altri.

Paolo Fantuzzi: Ma la guerra è una roba seria. Vuol dire morti ammazzati, campi devastati, città in fiamme, lutti, macelleria umana all’aria aperta. Non sono argomenti da portare a tavola, specie davanti a questo ben di Dio. Buona questa roba. Ma come può in fondo un tipo che vive in un mondo umano così omologato, controllato, indirizzato scegliere fra il bene e il male. Dal momento che l’uomo in verità è indirizzato con forme di plagio e di cultura consumistica egli è libero da qualsiasi responsabilità. Ceco di spiegarmi così:” se c’è chi ti comanda, chi pensa per te, chi ragiona per te, chi calcola per te e tu devi solo srotolare  quel filo o avvitare quel bullone e poi mettere una X con la matita su un foglio colorato il giorno delle elezioni chi può dire che uno è portatore di un suo libero arbitrio”, quindi se non sei libero non puoi esser colpevole di un tuo atto intenzionale o premeditato. Chi è in alto è il solo responsabile, il solo portatore di ogni colpa e di ogni responsabilità, il solo soggetto colpevole. Chi è in basso nella scala sociale rimane pulito non solo perché non sa, ma perché non ha mai avuto la possibilità di sapere come funziona davvero il potere che lo domina e lo condiziona.

Franco: Mi fai lasciare questo boccone al cinghiale per risponderti. E sia! La responsabilità individuale esiste. Ma non sempre gli umani ne riconoscono l’esistenza, anzi sono incline a pensare che una parte dell’umanità per cultura, tradizione,  personalità sia estranea al concetto di responsabilità  individuale. Quindi solo coloro che sono almeno in parte consapevoli di se stessi sono in grado di trovare dentro di loro la propria personalità e la propria coscienza. Ci sono uomini e donne che questa cosa non la troveranno mai. E sottolineo mai. Tuttavia dal momento che io credo, anche se è una congettura, che la maggior parte degli esseri umani possa avere una propria personalità e una propria coscienza a mio modestissimo avviso anche in un caso estremo come la guerra non viene meno la responsabilità del singolo. Poi c’è la questione della responsabilità collettiva, ossia della società umana in cui uno vive. Qui occorre far un discorso davvero politico. Se il caso è quello d’opporsi a un conflitto o di limitare i suoi danni ci sono dei livelli. Il primo livello è la testimonianza individuale, il singolo che prende coscienza e cerca attorno a sé altri che la pensano come lui. Si tratta della fase nella quale si determina quella che si chiama una resistenza culturale, d’idee. Sotto la dittatura fascista di tante generazioni fa questo fu fatto proprio da minoranze culturali e da alcuni ceti poveri della città e della campagna. Resistere al culto della guerra fascista, che si fece rito e atto di consuetudine, nel proprio circuito di pochi amici, nell’officina fra gente fidata, in campagna al riparo da gente sospetta, in fabbrica fra compagni di lavoro. Poi quando si sono formati molti gruppi a macchia di leopardo arriva il momento dell’organizzazione, del fare gruppo, del fare contrasto aperto a poteri dispotici e autoritari o semplicemente criminali. Resistere a quel punto è creare consenso, attività quotidiana, propaganda. Ricapitolando. L’autocoscienza e la propria libertà personale riscattata da tutte le forme di plagio  e di corruzione sono le condizioni di partenza di singoli che vanno a formare una società di liberi individui secondo delle leggi democratiche.

Stefano Bocconi: Ma serve a poco la tua autocoscienza quando i denari in cassa sono il privilegio dei pochi, quando un pugno di ricchi ha il controllo di banche, corporazioni, latifondi, interi paesi, perfino città. Il denaro signore del mondo è la merce che compra tutte le merci e i tuoi umani sono merci. Si può comprare i loro giuramenti, il loro lavoro, la loro vita privata. Perché il mercato non ha un volto e un nome. Ma ha un potere enorme, e poche migliaia di superricchi e di superburocrati esercitano un potere enorme perché indirizzano miliardi e miliardi d’investimenti. Quindi perché stupirsi se pochissimi da alberghi e uffici superlusso pianificano una guerra, una speculazione, una ristrutturazione aziendale? Questo è il nuovo potere e il confine ideologico delle nuove guerre. Non più fascismo, comunismo, liberalismo, nazionalismo ma al contrario capitali investiti o da investire per creare profitto. Miliardi d’investimenti, percentuali di PIL, quotazioni di borsa del greggio, dell’oro, del rame queste le ideologie vere delle nuove guerre. Quello che raccontano i media è colore, è fantasia , è propaganda di guerra, i fatti concreti sono questi che ho appena detto. Davanti alle quotazioni del rame sulla borsa di Londra che scatenano un colpo di Stato in un paese dell’America Latina o dell’Africa cosa può il singolo dotato di autocoscienza? Io dico che può niente. Ma proprio niente! Cosa mi rispondi.

Franco: La risposta è questa: può raccontare  la verità che sente. Questo perché è importante cominciare da se stessi, ciò che è collettivo è anche individuale, quindi un punto di contatto ci deve esser fra queste due cose, altrimenti non spenderebbero i nostri tutti quei denari per la propaganda di guerra come fanno tutte le volte che capitano certe imprese militari denominate missioni di pace. Se fosse tutto meccanico, ordinato, perfetto perché dovrebbero spendere cifre e mobilitare risorse importanti per lavare i dubbi dalla testa della gente. C’è da stupirsi davvero per un fatto nuovo che si manifesta oggi . C’è consenso per le nuove guerre per le quotazioni di borsa e per il PIL come tu dici. Non parlo di un consenso strappato con la frode o con i trucchi da circo ma di qualcosa di  spontaneo, popolare, genuino. Molti hanno capito che una crescita illimitata è impossibile e che se il sistema si blocca si spacca, quindi una guerra diventa una delle possibili opzioni per provare a fermare un mondo umano che tende a sprofondare nella violenza, nella povertà, e nel disordine  e anche nel fanatismo religioso. Ecco mi fa più paura questo consenso sotterraneo, cinico, in malafede che non la massa enorme di propaganda e di manipolazione. Quindi a maggior ragione la persona perbene deve essere l’asse che non vacilla di se stesso.  Ecco mi avete fatto freddare il boccone.

Clara Agazzi: Chi per malafede e interesse finge di credere a cose assurde per poter trovare delle farisaiche scuse è di solito chi cerca d’approfittarsi della situazione, chi tira a fregare la sua stessa collettività d’appartenenza, chi ha un suo tornaconto segreto. Quindi inconsapevolmente favorisce il caos e la dissoluzione del sistema in cui vive perché lo spinge  a correre la sua strada senza modificare o rallentare e quindi a moltiplicare errori, confusione, disordine fino al disastro finale. Quindi questa parte dell’umanità mi par così negativa che è meglio ignorarla. Poi ci sono quelli che per difetto culturale, fisico o mentale credono davvero alle cretinate, anche questi mi sembrano non recuperabili a un discorso di responsabilità e coscienza. Il problema è che una volta scartate le masse di personaggi illusi o in malafede rimangono proprio quei singoli isolati o a gruppi di cui avete detto. il singolo finisce con attivarsi appunto nel suo piccolo e solo in alcuni casi spesso legati alla professione giornalistica o dell’insegnamento superiore è possibile coinvolgere migliaia o decine di migliaia di umani in un ragionamento o in una lotta civile. Una comunità di spiriti liberi che si dedica all’artigianato dovrebbe come minimo stare a cento chilometri di distanza da ogni supermercato o centro commerciale per poter vivere la propria dimensione originale. L’espressione originale  e buona di sé in mezzo a un mondo di omologati, illusi, corrotti, approfittatori, ruffiani rischia di degenerare o di doversi nascondere. Quindi la coscienza e il sapere interiore opera in ambiti ristretti, spesso privati e domestici. Questa è la realtà.

Vincenzo Pisani: Un singolo può fare uno anche quando sono in mille. Tanti singoli divisi e connessi solo via internet ma viventi in situazioni diverse e in luoghi diversi fanno forse coscienza ma dubito  che creino azione politica. Uno resta uno anche quando sono mille se non ci sono parole d’ordine, strutture politiche, regole, capi, prospettive che trasformino soggetti divisi e separati in gruppi compatti e organizzati. 

Franco: La coscienza, il rispetto di se stessi, la comprensione della propria libertà sono elementi che servono per iniziare un percorso di vita sociale e politica non per finirlo. Il male ha molte forme ma per esser davvero compreso e per suscitare davvero una reazione o una cura deve esser il male che uno sceglie di combattere.




9 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - discorso sul mondo interiore

Clara Agazzi: Questo parlare di cambiare, di mutare  i pensieri e le mentalità un discorso debole alla luce di quanto avviene oggi. La realtà ci urla che il conformismo, l’egoismo e il calcolo del rapporto fra piaceri e  interessi prevale nella mentalità dei molti.  Il denaro è oggi un culto e in quanto totalità  pseudo - religiosa è misura e ordinamento della società. Quindi una sincera e felice crescita spirituale è oggi un percorso ad ostacoli, una sorta di competizione difficile perché l’essere umano tende a dover attuare dei compromessi con l’ordine esistente.

Stefano Bocconi: Aggiungo a questo discorso che è molto  più. Il denaro è come  un fatto religioso. Cadute le ideologie e le grandi speranze nel progresso o in un dio redentore per i molti i soldi sono l’unico orizzonte e l’unica speranza. Il denaro è così potente da trasformare con forza sua originaria la vita quotidiana di ogni individuo.

Vincenzo Pisani: Già cadute tutte le speranze e tutti i valori e tutte le ideologie del secolo passato ogni discorso sull’elevazione dell’essere umano assomiglia una favola. Si può pensare qualsiasi cosa e dire di tutto, l’importante è avere i soldi per comprarsi quei beni, quelle proprietà e quei servizi che suscitano nei molti uno spontaneo rispetto. Il rispetto che deriva dall’invidia sociale. Anzi mi correggo non il rispetto. L’invidia e l’ammirazione per quel che si ha e apertamente o segretamente si desidera. La cupidigia, il piacere, lo spettacolo, l’estetismo sono i territori psicologici e comportamentali del senso del vivere per le moltitudini di consumatori sempre inappagati e sempre ardenti di nuovi piaceri e nuovi beni da consumare.

Franco: Siete troppo duri. Gli esseri umani non sono rocce che il vento, la natura e gli elementi pian piano sgretolano e spaccano nello scorrere del tempo. A differenza delle rocce possono cambiare la loro vita, i loro pensieri, le loro aspettative. Spesso con la velocità del fulmine cambia la vita dell’essere umano, anche di quello comune. C’è spesso nella vita un punto dove una cosa che era finisce, e una che non era diventa. Nascita e morte sono in opposizione.  Oggi quasi tutto nella vita sociale ha la forma dell’egoismo, della cupidigia, della morale che cambia come le banderuole che segnano il vento. Ma non è detto che questo tutto duri per sempre. Nel passato c’erano mondi umani che non sono questo qui. Oggi paghiamo la colpa di essere per così dire colonia civile e culturale di civiltà industriali più potenti della nostra, e la cultura oggi è industria del cinema, dei cartoni animati, dello spettacolo, dei videogiochi, perfino dei giochi di carte collezionabili e dei wargame. Questo è il punto. La vita sociale oggi è inserita in un mondo di consumi, spesso superflui, espressione chiarissima del presente modo di produrre, distribuire ricchezza, consumare, vivere pensando al guadagno e la profitto. Vengono venduti anche mondi fantastici, mondi immaginari, mondi fantasy o di fantascienza nelle forme del gioco, dell’intrattenimento e perfino nella forma dei grandi parchi giochi a tema. Il mondo desiderato che è altrove spesso è il valore aggiunto di un gioco di carte collezionabile, di un telefilm, di un gioco da tavolo, di un gioco per computer, di un fumetto. Allora ecco lo sforzo enorme di questi nostri giorni, ossia  elevarsi sopra tutte le apparenze e vedere le concrete possibilità. Conoscere se stessi e il proprio mondo al punto di poter agire su di esso con una libera volontà per trasformarne in positivo alcune parti.

Paolo Fantuzzi: Ma chi decide cosa è positivo e cosa è negativo. Chi stabilisce cosa è pieno e cosa è vuoto? Il singolo, il privato che qui abbiamo detto e convenuto tutti esser parte di questo sistema di produzione, consumo, distribuzione della ricchezza. Qui a sentir questo discorso si tratta di fare il classico salto aldilà della propria ombra, ossia di superare dei limiti notevoli. I mondi spirituali, morali, etici. Quei mondi culturali da costruire o da ritrovare per forza di cose partiranno da quel che c’è qui e ora, ossia si porteranno dietro la continuità con questo presente. Io conosco il mondo concreto, reale, oggettivo, ceto conosco la mia porzione, il mio angolo di marciapiede per dirla in modo semplice. Pensare che questo mondo concreto e presente si sgretoli sulla forza di ideali o di pensieri mi sembra una cosa fuori da ogni ragione. Se qualcosa cambierà sarà questo o quel pezzo e probabilmente solo per continuare questo modo di produzione capitalistico, come dite voi, con più efficacia  e con ancor maggior potenza.

 Una voce dalla cucina: “L’ordinazione per il Pisani e i suoi amici, là in sala altro vino, acqua e il formaggio presto, poi passo a chiedere per il secondo”.

Vincenzo Pisani: Ora si ragiona, per primi sono arrivati i funghi, Clara questi sono fatti proprio per te, inizia per prima a prender la tua parte. Comunque Paolo ha ragione. La mutazione non può scaturire dal vuoto cosmico, fatalmente il passato si ripropone in un presente trasformato in forma residuale o subdola. 

 Paolo Fantuzzi: Ecco che portano il resto, che gioia per gli occhi, A me il piatto con il sugo di cinghiale.  Sì è questo quel che volevo dire. L’essere umano cambia forse nome quando cambia la sua mentalità e la sua vita?  Mi par di no. Un sistema gerarchico e industriale come il presente se cambia questo o quel pezzo resta tale, di nome e di fatto. Tutto cambia e tutto resta uguale. Per trasformare questo mondo umano come lo vediamo sotto i nostri occhi con la forza e la velocità del fulmine sarebbe necessaria una catastrofe pesante e gravissima. Allora il passato e quanto del passato incide sul presente difficilmente riuscirebbe a riciclarsi, un po’ come quando nella vita di uno qualsiasi interviene qualcosa che lo travolge e comincia che so a cambiar lavoro, casa, donna, abitudini. Insomma quel qualcosa che nel parlare di tutti i giorni si chiama trauma, ma nel senso più pesante del termine.

Clara Agazzi: Questo presuppone  una miopia politica  e di sentimenti notevolissima. Umani che hanno bisogno del vulcano che esplode o dello tsunami per mutare sentimenti, opinioni, punti di vista, ragioni di vita. Ma ci deve pur esser un modo diverso di pensare  e di vivere nel mondo umano come nel mondo naturale, non si è detto qui che l’essere umano ha un libero volere e un libero arbitrio?

Franco: Tu dici cose vere. Non nego. Il problema è quale essere umano. Cosa è l’uomo oggi, non solo nella penisola ma nel resto del consorzio umano?  Io oso rispondere. Egli è una corda tesa fra ciò che è e quel che potrebbe essere. Ma non sempre è possibile essere se stessi e in particolare se stessi fino alla massima espressione. Infatti condizioni sociali, ignoranza, bassa scolarizzazione, cattiva volontà, cattive abitudini condizionano l’essere umano e lo forzano a stare in una dimensione di minorità. Per esser se stessi occorre superarsi e questo è difficile, è doloroso, occorre punire se stessi, aggredire le proprie certezza, il proprio oziare nel pregiudizio e nelle illusioni collettive. Quando ci si è liberarti dalle proprie paure e dalle proprie difese psicologiche e ci si è scoperti per ciò che si è, cosa rara e difficile, si è dentro un percorso di liberazione nel quale tutto diventa più chiaro, più luminoso. Allora quando io ragiono di singoli non ragiono di cose astratte ma di un percorso di autentica autocoscienza. Il piano materiale e del denaro è vincolante, sarei pazzo a negarlo. Tuttavia non è quello il punto di svolta, ci sono sforzi e lavori interiori che difficilmente possono esser risolti con adeguate dosi di quattrini profusi a specialisti, esperti, chiarissimi docenti. Pensate a una società di umani che non riesce a liberarsi dai suoi limiti culturali e ad accettare la moneta come merce di scambio. Quando incontra questo mondo umano della civiltà industriale quella collettività, magari arcaica e  tribale, viene disintegrata e disfatta. Queste cose son accadute nel passato quando tribù primitive hanno avuto la sventura di trovarsi davanti ai colonizzatori. Questo discorso lo faccio a voi per dirvi che alle volte quello che ci sembra fisso, stabile, certo nelle nostre vite può esser travolto e disperso. Allora ecco che deve emergere l’essere umano che ridefinisce la sua vita e le sue ragioni più intime e profonde. Certamente la pressione del presente è fortissima, sicuramente chi subisce questo processo si sente oppresso e schiacciato. Per questo io dico che occorre trovare l’uomo interiore, ciò che è fisso e stabile. Da questo punto si può far leva per reagire al male del mondo e costruire secondo misura.

Paolo Fantuzzi: Ma la tua è una dimensione interiore, un fatto privato. Passi dal singolo alle moltitudini con estrema facilità e senza contare le differenze di tutti i tipi: dal ceto sociale, al denaro, alle origini, anche fisiche e di natura morale. Non c’è certezza e non c’è metodo in quel che affermi.

Franco: Ma il mio concetto è che non si può liberare gli altri senza liberare se stessi, non si può dare una misura la mondo se non si è misura del proprio mondo, non si può dare leggi se non si ha un concetto di legge. La negazione di tutto il mio discorso, tanto per fare una prova al contrario, si dà nel momento in cui  la realtà dell’interesse egoistico e del profitto privato sacrifica intere collettività con speculazioni finanziarie, edilizie, monetarie. Quando non ci sono limiti e confini al profitto, all’interesse privato c’è la negazione del mio discorso. Se l’umano è privo di limiti e di regole o volutamente le distrugge in quel caso c’è l’impossibilità di arrivare a fissare qualcosa di stabile e di certo nella vita interiore proprio come  nella vita collettiva. La distruzione creativa tipica della civiltà industriale insita nella parola “change” è la regola alchimistica del “Solve et Coagula" resa però tendenzialmente distruttiva dai processi meccanici del modo di produzione, i quali per loro natura non conoscono la dimensione della purificazione. Comunque vedo che vi siete serviti da soli, vi dispiace lasciar qualcosa al vostro contadino e mago di provincia, vorrei cenare dopotutto. Clara mi passi quel vassoio di ravioli burro e salvia, a vista mi par che promette bene.




4 agosto 2014

Sintesi: Il Maesto - secondo atto - Immagine pubblicitaria e civiltà industriale

Stefano Bocconi: Il falso è parte della pubblicità e delle pubbliche relazioni che devono venderti qualcosa, ma non è un falso in quanto falso. Non è un falso da risposta secca del tipo SI/NO. Si tratta di un falso che spesso è mischiato al vero, a immagini comuni, a speranze, a desideri, spesso desideri sessuali, talvolta a  frustrazioni. La pubblicità e i trendsetter reinventano il senso del prodotto, attribuiscono ad esso un valore, uno stile di vita, una logica dello stare al mondo che esso di per sé non ha.

Vincenzo Pisani: Già proprio così. Questa è la potenza dei trendsetter e di quelli che fanno pubbliche relazioni in modo professionale. Sono i creativi del valore aggiunto immateriale, i realizzatori  della molla psicologica che crea il profitto coloro che mandano avanti l’industria della pubblicità e delle pubbliche relazioni. Il consumatore è per prima cosa un essere umano. Quindi come tale ha frustrazioni, ha paure, ha desideri, ha istinti repressi, spesso ha una vita sessuale infelice, è un consumatore di sostanze insalubri come tabacco e superalcolici, talvolta è psicologicamente ferito per delusioni negli affetti, negli amori, nella vita professionale. In altre parole ogni umano ha dei punti di rottura, dei lati deboli; qualcosa su cui si può far leva  per spingerlo ad acquistare dei beni o servizi. Del resto a che servono donne bellissime nude o seminude nella pubblicità se non per attirare l’attenzione di maschi adulti, a cosa serve infilare dei bambini piccoli nella reclame di prodotti per la colazione o per la casa se non per andar a colpire la fantasia di chi ama la vita domestica e gli affetti familiari. La testa dell’essere umano è come se fosse di plastilina. Può esser manipolata e rifatta se l’artista della manipolazione ha gli strumenti giusti.

Franco: Sagge parole, ma nessuna di esse è tranquillizzante. Del resto devo riconoscere che è molto difficile cambiare questo stato di cose visto l’enorme potere di trasformazione delle credenze e dell’immagine del mondo che ha l’industria della pubblicità. Va da sé che essa non è un mostro irragionevole ma un prodotto di rapporti di produzione capitalistici entro i termini di una terza fase della civiltà industriale. Il computer, la televisione, la radio, internet,  la telefonia mobile  hanno trasformato i linguaggi parlati e l’immagine del mondo della quasi totalità degli abitanti del Belpaese. Quindi quale strumento più coerente per trasformare la mentalità e le abitudini della pubblicità commerciale che può penetrare in tutti questi canali di comunicazione. Questo però porta a un grave problema per i pochi che riflettono e ragionano sul futuro e sul destino collettivo, ovvero quali strumenti e quali attività possono esser attivate per evitare di esser vittime di questo modo di trasformare di continuo la nostra immagine del mondo. Il problema del porsi davanti al male di vivere in termini ragionevoli e attivi e deve tener conto della forza enorme di questa industria della pubblicità che è un vero e proprio esercito di avvocati, psicologi, antropologi, esperti di comunicazione, tecnici, registi, attori, burocrati…   Dirò di più a questo proposito. Essa è una delle manifestazioni più riuscite e complete del potere di oggi, perché oggi il potere è prima di tutto finanziario e ha bisogno di una efficace industria delle pubbliche relazioni e della pubblicità.

 Una voce dalla cucina: “Per i secondi passo fra poco. Intanto faccio fare  i primi”.

Vincenzo Pisani: Io non mi sono mai sentito un plagiatore. Comunque è vero quel che dici, ma c’è di più. Il conformismo lo hai messo fuori dal tuo discorso. Invece è stato tanto ai miei tempi e lo è ancora. Molti umani, anzi  moltissimi, non hanno una forte coscienza e identità e questo vale anche per le donne. Quindi imitano figure che gli sembrano carismatiche, o le mosse dei divi del cinema, o le frasi fatte dei divi dei telefilm, o le posizioni delle dive delle passerelle e delle presentatrici. I trendsetter insomma. Ma a coronamento di questo c’è l’abitudine, la ripetizione, la banalità dell’atto che trasforma qualcosa che di per sé è un gesto da palcoscenico in un qualcosa che va bene, che è accettato. Pensate per un momento a quelli che devono farsi vedere in piazza o in paese con abiti e scarpe firmati. Sono una maggioranza ma devono cercare di staccarsi dalla massa di cui fanno parte per qualcosa di individuale, per il possesso di un bene che dimostri che hanno una personalità, uno status sociale, un ruolo, un senso. Il singolo che è solo nella moltitudine di atomi umani che schizzano dovunque  vuole sentirsi protagonista proprio come i personaggi famosi e quindi li imita e imita anche i molti che imitano quei pochissimi. Di fatto quando una tendenza supera certi numeri diventa un  fatto ordinario, una moda, una questione di smercio di volumi di merce prodotta chissà dove  e fatta pagare cara per via del valore aggiunto che assume in quanto bene che si compone di una natura materiale e di una immaginaria. L’essere umano imita i pochi ricchi e famosi e imita subito dopo i molti spesso come lui, ossia né ricchi e nemmeno famosi. È come se avesse il bisogno sia di distinguersi e nello stesso tempo di esser accolto in una  sorta di collettività dedita alla produzione e al consumo. Devo dire che parlando con il professore, che sta laggiù a quel tavolo, più volte si è ragionato come i ceti gerarchicamente in basso nella scala sociale tendono a imitare alcuni comportamenti di coloro che stanno in alto. Pensate per esempio alle vacanze, prima della civiltà industriale erano una prerogativa dei nobili che andavano nei loro feudi e possedimenti anche per  controllare i sovraintendenti e i  lavori agricoli della servitù. Poi con la civiltà industriale è diventata la vacanza una vera e propria industria dello svago e del divertimento per le moltitudini. Ciò che era inferiore e in basso nella gerarchia sociale si è elevato e ha  costruito la sua versione e il suo concetto di vacanza e di viaggio d’istruzione.

Paolo Fantuzzi: Uno come me che ha scorrazzato fino a ieri con il camper non poteva intuire di aver ereditato una tradizione con un passato così illustre. Comunque esiste o non esiste nel tuo discorso quella cosa che si chiama libero arbitrio? In fondo si è padroni della vita propria, si dovrebbe poter accettare o rifiutare quel che passa dalla televisione, da internet o chissà da dove.

Vincenzo Pisani: In gioventù la pensavo proprio come te. Poi ho avuto dei ripensamenti. Mi sono accorto di quanto per vanità, ignoranza, superficialità l’essere umano sia vulnerabile alla lusinga, alla tentazione, al conformismo, alla soddisfazione dei suoi desideri e perfino delle sue passioni.

Clara Agazzi: Questo parlare vede solo il lato negativo, in fondo ci deve pur esser una dimensione positiva e sana. Pensate per un momento a chi fa volontariato, a chi lavora per il prossimo, a chi fa atti di carità. Io credo che esita l’emulazione anche in positivo e non solo per la soddisfazione di un capriccio, di un desiderio sessuale represso che deve trovare una sublimazione in altre forme, per trovare una scala psicologica e salire sopra i suoi limiti e le sue paure. Mi risulta che milioni di umani abitanti nella penisola si danno da fare in molti modi, dagli orfani a coloro che si occupano di cani e gatti abbandonati. C’è chi occupa perfino di rapaci e volatili in generale. Forse è la logica con cui vengono usati gli strumenti di persuasione che è perversa perché eccita quello che nell’essere umano crea contrasto, egoismo, desiderio di rivalsa, fuga dalla realtà,  volontà di potenza. Se la logica è l’esaltazione, in diverse forme e  figure, dell’esercizio arbitrario e  personale del potere su uomini e cose o della capacità di piegare alla propria volontà la natura mi pare ovvio che si pervenga a una vasta umanità di umani soli, infelici, aggressivi e frustrati. Come è arcinoto lo scarto fra i desideri, di per sé infiniti, e la realizzazione degli stessi è un qualcosa che richiama distanze infinite e tempi di realizzazione ignoti . Se si mostra che tutto è possibile e si spingono milioni e milioni di umani a credere questo è ovvio che il risultato sarà una grande allucinazione collettiva che non può che costruire una civiltà fatta di gente frustrata, infelice, alienata, desiderosa di sempre nuovi piaceri e nuove acquisizioni per placare le sue paure e il proprio disagio interiore. Ma chi ha detto che può finire così. Gli stessi mezzi possono esser usati per rendere consapevoli gli esseri umani, per migliorarli, per purificarli dalle loro stesse paure, dai loro limiti.

Franco: Potrei dire che è giusto quanto affermi. Ma non lo farò. Occorre riconoscere quello che è il principio di realtà che urla in faccia a tutti noi qui seduti, e non solo, il fatto banalissimo che quest’industria ha come suo fine il creare profitti. Punto e basta. L’industria dello spettacolo e della pubblicità sono in stretta unione ed entrambe devono creare è profitti per azionisti, produttori e finanziatori. Altrimenti non è industria è volontariato culturale. Qualcosa di diverso, di altro. Noi per esempio con questo discorso stiamo attuando una microscopica forma di volontariato culturale. Stiamo allargando la nostra visione della realtà per mezzo di un libero scambio di punti di vista.  Ma prova a pensare una vicenda si una dimensione produttiva dell’industria “culturale” di oggi, nella quale sono stati  investiti milioni di euro o di dollari. Chi finanzia vorrà almeno far pari con quanto speso. Quindi i buoni propositi si fermano davanti al profitto che è il motore finanziario del modo di produzione capitalistico. Allora il problema è come si concilia il presente modello di produzione e consumi con le istanze che porti. Una risposta possibile è che non è conciliabile, una seconda risposta possibile è che occorre costruire un potere che bilanci lo strapotere del dio-quattrino, una terza è che occorra aspettare che crolli tutto il sistema per ricostruire dalle macerie un nuovo ordine.

Paolo Fantuzzi: Ma tu che cosa ne pensi? Perché hai una risposta ne sono sicuro!

Franco: Devono cambiare interiormente gli esseri umani. Occorre un processo di liberazione dalle paure e un processo di potenziamento della mente e della consapevolezza di se stessi. Non confondetemi con un ciarlatano che predica di stregoneria e di pozioni. Sto parlando di crescita interiore e d’elevazione fisica e psichica. Occorre guarire se stessi dal proprio intimo male di vivere per superare questo presente.



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