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17 luglio 2017

Ricetta precaria n. 25: panino al paradosso di capitan Harlock

 Ricetta precaria

25.

Il paradosso di Capitan Harlock e un panino da pic-nic

Il paradosso è questo e va colto insieme a un panino realizzato se possibile con del pane integrale. Il nero e il bianco devono essere dati dalla seguente combinazione due fette di pane nero su cui spalmerete del banale formaggino tipo infanzia, che con l’argomento è la morte sua, e il combinato mascarpone più gorgonzola per dare un tono ugualmente bianco ma venato di serietà. Una sorta di nero con tre sfumature di bianco.

Il paradosso è questo e mi si è rivelato dopo molti pensieri, un tantino ossessivi, intorno alla serie classica di capitan Harlock. Perchè in effetti a certi telespettatori della serie, ossia anche allo scrivente queste righe, una volta che la serie è  finita  viene il sospetto che in fondo gli alieni invasori, di sesso femminile in questo caso più unico che raro nella storia dell’animazione,  non fossero poi tanto male rispetto allo squallore dei governanti della terra. Almeno quelle aliene ostentano per 42 puntate una loro tetra ma affascinate dignità marziale e spirito di sacrificio.

 Rimando i lettori  che non sanno nulla intorno al  ponderoso, quanto antiquario e polveroso,  tema alla pagina di wikipedia:https://it.wikipedia.org/wiki/Capitan_Harlock

Il paradosso è questo:  l’ottimo eroe combatte e vince per la causa giusta ma finisce con il favorire la feccia.

Combattere con sofferenza e sacrificio per una nobile causa e alti ideali può portare a un’affermazione personale breve a cui poi segue un vantaggio quando non addirittura la presa del potere da parte di gente ignobile, imbelle, cretina e dissoluta. Quante volte ho visto in piccolissimo, ovvero nel quotidiano, militanze politiche o attività di carattere sociale finire nel nulla, o addirittura trasformarsi in fenomeni di conferma del pessimo ordine delle cose di tutti i giorni. Molto spesso, troppo spesso. Il bene grande e donato con altruismo da gente generosa si piega e scompare e riemerge tracotante e dilagante lo squallore quotidiano e il male di vivere in cui la feccia umana galleggia. Epiche lotte per elevare l’umanità o una piccola parte di essa  hanno spesso lasciato il passo al ritorno alla banale corruzione di tutti i giorni. Ogni umano che capisce  questo paradosso può trovare i suoi riferimenti e associare il fatto storico o l’esperienza di vita che, a suo avviso, meglio s’adatta al paradosso in questione. Nel Belpaese si sprecano le possibilità in questo senso. Tornando all’inizio del ragionamento panino è il classico ripiego da crisi di spuntino di mezzanotte o per colazione al sacco fatta con quello che si trova. Se la farcitura è davvero bianca e il pane nero rispetterete, con qualche concessione cromatica, i colori della bandiera pirata.

Indovinate di chi!

 




29 marzo 2010

L'Italia delle antiche rovine e degli eroi immaginari


De Reditu Suo - Secondo Libro

                    L’Italia delle antiche rovine e degli eroi immaginari

Le genti del Belpaese si devono dividere fra i resti di macerie e rovine delle antiche civiltà del Belpaese e fra una miriade di eroi più o meno immaginari siano essi politici, santi elargitori di miracoli, artisti meravigliosi, architetti abilissimi, condottieri e altro ancora. Rovine di miti e tempi perduti ed eroi morti persi in ricordi lontani, in appunti frettolosi, note a margine di qualche guida turistica o pagina WEB di qualche Agriturismo o  hotel di questa lunga penisola. Dismessi i panni imperiali e fascisti o para-Risorgimentali da decenni il mondo umano del Belpaese si accontenta di eroi minimi televisivi, pubblicitari, banalmente propagandistici e talvolta in mancanza di meglio anche di quelli dei cartoni animati giapponesi. Personalmente dal 2005 ho riscoperto il grandissimo Capitan Harlock che fu un eroe dei cartoni animati al tempo della mia infanzia. Tuttavia rimane il problema che gli eroi apertamente finti, o virtuali  o trapassati possono ispirare  azioni concrete e assolutamente materiali; ma l’oggetto dell’ispirazione non è mai lì è sempre aldilà dell’azione e del gesto concreto e materiale. Questo vale anche per le rovine di cui è ornata la penisola ed esse sono un monito e una sfida: superare gli antichi ed evitare di fa la loro fine. Pure in  questo caso si è quasi perso il senso di monito e di sfida che il passato rivolge al presente. Le rovine diventano occasione per un turismo di massa frettoloso e poco audace che si accontenta dei pacchetti delle agenzie e che non cerca di scoprire qualcosa di personale trovando una via propria per decifrare un popolo con la sua storia e il suo passato. Io mi ostino a credere che sia possibile decifrare il passato in quanto tale e far di esso qualcosa di potente, qualcosa che diventa parte del singolo perché da ad esso un punto di partenza di una storia umana che è sua e che è di tutti gli altri e che dona la certezza di non essere al mondo solo di passaggio, casuali, piovuti sulla nera terra tanti anni fa per una bizzarria, dovuta all’amore o alla passione. Questa mia convinzione mi porta ad affermare che c’è bisogno di modelli, di punti di riferimento per giustificare i proprio stare al mondo, per dare un senso alle proprie azioni, per tendere più o meno consapevolmente a produrre una propria interpretazione del proprio ruolo nel mondo dell' uomo Avere una percezione del proprio passato e comprendere il proprio stare al mondo è utile per darsi una personalità con la quale si possa misurare la distanza propria dal mondo degli Dei e degli Eroi. Ognuno ha poi i suoi modelli, i suoi Dei e i suoi Eroi; personalmente non trovo quasi nulla di eroico e di divino dei capitani delle squadre di  calcio di serie A, al contrario milioni di umani miei simili sono così affascinati dal gioco del pallone che si sentirebbero offesi da questa mia persuasione. Alla fine di questi anni indecorosi e inverecondi qualcuno che verrà farà il confronto fra le rovine e i miti del nostro remoto passato e questa cosa informe che si va formando tra la morte della Prima Repubblica e  il lento decomporsi della Seconda. Il silenzio delle cose morte cadrà allora sui tutte le illusioni e i falsi idoli della propaganda e della pubblicità.

IANA per FuturoIeri




8 novembre 2009

Quale forma per la propria libertà?

De Reditu Suo

Quale forma per la propria libertà?

Per caso mi è caduto l’occhio su Youtube su uno dei tanti montaggi che intendono onorare Capitan Harlock, il pirata spaziale dei tardi  anni settanta inventato dal maestro del fumetto giapponese Leiji Matsumoto. Uno di questi  montaggi di sigle e spezzoni della serie si concludeva con una frase che credo una volta tradotta suonasse così: “Tutti gli uomini cercano la loro Arcadia”. Arcadia è la corrazzata spaziale del pirata Harlock e nello stesso tempo è il simbolo della libertà coincidente con la vita dell’eroe, visto che è l’arma con cui porta a effetto le sue imprese e con la quale si difende dai tanti nemici. Si tratta di una metafora poetica: l’astronave spaziale da guerra è il simbolo di una libertà assoluta e di un luogo nello spazio nel quale si è liberi dalle costrizioni dei poteri scellerati e corrotti sedicenti democratici e dai sovrani sanguinari e bellicisti che fanno solitamente da antagonisti all’eroe e alla sua ciurma. Ora c’è qualcosa di vero in questo frase e in questa metafora.

La libertà, inclusa la libertà di avere le proprie opinioni ha bisogno di strumenti, ha bisogno sempre di strumenti materiali e intellettuali per difendere se stessa da quelle forze che in modo palese o occulto vogliono plagiare la mente degli esseri umani. Oggi si fa questo con la propaganda più o meno politica, con le concentrazioni editoriali che si spalmano su certe posizioni o che sollecitano certe paure collettive, con la cattiva televisione, con la pubblicità commerciale che martella sempre gli stessi messaggi e le stesse modalità d’intendere la vita. La prima di tutte le libertà quella del pensiero esige un livello minimo di conoscenza degli strumenti del plagio, esige un po’ d’esperienza se non politica almeno di come si muove la società in cui uno vive, impone riflessioni ora dolorose ora penose sui propri errori; questa è quindi appropriazione di sé e affermazione di un proprio mondo interiore. Purtroppo viviamo in un tempo di decomposizione delle democrazie e delle libertà, forse questo avviene perché questa è una transizione verso qualcosa di nuovo che ci aspetta come esseri umani alla fine di questa terza rivoluzione industriale. Forse fra qualche decennio l’umanità sarà talmente integrata con gli strumenti tecnologici e il vivere quotidiano talmente cambiato che sarà impossibile riconoscere le tracce delle abitudini e delle fobie di questi anni.  In questo contesto internazionale, e nel caso italiano in particolare, la libertà di pensiero deve essere curata con grande attenzione perché nella cultura  materialista delle difformi genti d’Italia l’individuo è coincidente non con ciò che è ma con ciò che ha. Questo fa sì che i pensieri, le opinioni, le speranze più forti siano viste dalla stragrande maggioranza delle popolazione come divagazioni poetiche; al contrario le raccomandazioni, i soldi, la casa, le proprietà,la villa, la macchina di lusso son percepite come cose serie, certe, buone perché reali. Ecco allora il difetto principale della libertà di pensiero in Italia: essa è considerata dai più una cosa strana.  Avere le proprie idee e ostentarle è una cosa da gente eccentrica, meglio ripetere quelle di cui si sente dire in giro o non dir nulla, o non pensare affatto. La libertà di pensiero è quindi anche auto - determinazione e affermazione di sé come individui, essa è uno dei principali strumenti per decifrare questa realtà in trasformazione, ma nel Belpaese ora vanno forte gli inganni.

IANA per FuturoIeri




31 ottobre 2009

Ancora una volta su Capitan Harlock

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Ancora una volta su Capitan Harlock

Gli anni passano, il 1979 è molto lontano e scrivere della serie classica di capitan Harlock è anche fare una fuga nell’infanzia e nel trapassato remoto.

Eppure il 28 ottobre 2009 a breve scadenza dal trentesimo ho letto quest'intervista su Tiscali, in prima pagina, l’oggetto era una scrittrice italiana che aveva pubblicato un saggio su Capitan Harlock. Devo dar ragione a quanti mi hanno fatto osservare che certi miei scritti sull’argomento avevano capito l'importanza della cosa. Mi chiedo però cosa resta di quel passato che è morto e viene evocato qui e ora come se l’eroe disegnato dal maestro Leiji Matsumoto fosse un campione immaginario, una possibilità d'eroismo e di vita mentre era ed è finzione.
Credo che quella serie ormai nota come classica, i 42 episodi contro Raflesia sono quelli che contano, sia riuscita a fare, incredibile a dirsi, il salto oltre la sua stessa ombra. Il prodotto commerciale della civiltà industriale come pinocchio si è trasformato, la merce si è fatta arte, il legno è diventato carne e sangue.
Temo che vedrò pochi di questi miracoli, forse ho assistito, e questo è un grande privilegio, a  qualcosa di raro e prezioso.

In questi anni difficili, e a tratti disperati, è certissima l’esigenza di miti eroici un po’ più sobri e psicologicamente complessi di quelli ordinariamente confezionati dall’industria dell’intrattenimento. Gli eroi di oggi sono fin troppo figli dei videogames e troppo spesso sono dei macellai con la spada più potente o dal pugno devastante, o con la magia che fa l’esplosione più grande. Molto spesso  sono eccessivi nei dialoghi o con ambientazioni grottesche o esasperate, oppure si tratta di personaggi adolescenziali, fin troppo adolescenziali, al punto da sembrare infantili nella loro ingenuità. Questa mia affermazione è volutamente provocatoria e invito i miei pochi lettori a farsi la loro opinione personale.  Ritengo che quando il prodotto commerciale dell’industria dell’intrattenimento non si pone altri scopi che un facile successo di mercato cade fatalmente nel banale e nel ripetitivo. La finzione che simula qualcosa che ha a che fare con la vita e l’arte deve porsi il problema di superare i limiti dell’ovvio e stupire l’intelligenza e non solo suscitare facili emozioni.

Chi scrive è persuaso che i fumetti e i cartoni animati siano una forma d’arte, del resto non si capisce perché negare a un professionista che crea centinaia di tavole ciò che si attribuisce volentieri a uno scenografo o a un pittore. L’arte ha la sua autonomia, purtroppo oggi la civiltà industriale non accetta che vi siano realtà culturali o spirituali altre e diverse da essa.

Questo il titolo di Tiscali: Capitan Harlock, storia di un eroe molto anticonformista, A trent'anni dall'arrivo in Italia del cartone animato, Elena Romanello presenta il libro: Capitan Harlock. Avventure ai confini dell'Universo.

IANA per FuturoIeri




12 settembre 2009

La censura italiana vista da Capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

La censura italiana vista da Capitan Harlock

Nel lontano 9 aprile 1979 alle 19.15 Capitan Harlock faceva la sua comparsa nel piccolo schermo della penisola, sembra passato più di un secolo da allora e non poco meno di trent’anni. L’Italia della fine degli anni settanta è oggi polvere di cose decomposte, tutto ciò che è stato prima ha cessato da tempo di vivere nella sua natura intima e nei suoi scopi, proprio l’enorme distanza mi aiuta in questa riflessione perché l’oggetto della mia attenzione è qualcosa che sa d’antico, di circoscrivibile, in ultima analisi si tratta di una cosa su cui riflettere che è passata di cui si può ragionare con calma perché non più parte di questo tempo. Uno degli aspetti che risaltano agli occhi di chi appassionato della serie se la riguarda nei nuovi DVD o su Youtube è la censura italiana. Wikipedia l’enciclopedia libera a questo proposito scrive:” Di fatto, Harlock è un contestatore: non ruba un gioiello per poi andare in vacanza a Las Vegas, come potrebbe fare Lupin. La sua critica al sistema è orgogliosamente portata dall'esterno, nella convinzione che non si possa venire a patti con una società governata da principi ingiusti. Quindi, anche se è stato deciso di mandarla comunque in onda, la serie è stata trattata in maniera estremamente dura dalla censura. Se il doppiaggio è stato di eccellente livello, quasi tutti gli episodi sono stati 'tagliati' prima della messa in onda. La produzione esecutiva RAI ebbe da ridire anche sulla sigla, ritenendo che ricordasse la X MAS. Nei DVD attualmente in circolazione vi sono molte scene che sono prive di dialoghi in italiano, per via che a quei tempi esse non vennero mai doppiate. Nondimeno, molte scene violente e alcune di nudo rimasero anche nell'edizione italiana.”

Nella finzione della serie di fantascienza, fin dall’inizio si sente la voce di un narratore proprio come nelle fiabe, il governo del pianeta Terra e della razza umana è in meno ad una democrazia autoritaria, imbelle e dissoluta, incapace di difendersi, rincretinita dalla videodipendenza e corrotta. Alcuni dialoghi riportano il senso di questa decomposizione morale e alcune scene rimandano a un concetto quasi senza tempo che delinea il senso della fine di una civiltà e della sua gente. Nella quarta puntata c’è il celebre episodio censurato della distruzione della bandiera. Uno dei personaggi della serie, il giovane Daiba, perseguitato dagli alieni e dai terrestri prima di salire sulla corrazzata spaziale del pirata Harlock distrugge la bandiera del governo terrestre al grido di –Tu non sei più la mia bandiera- con un sol colpo di pistola. La scena dava nella puntata il senso di un cambio di prospettiva e di una scelta di vita: assistere l’eroe e combattere al suo fianco contro i nemici esterni e quelli interni. Il tutto era parte di un contesto assolutamente drammatico che a ben pensarci, osservato “col senno di poi”, anticipa una certa fantascienza che oggi sconfina nel gotico e nell’orrore.

Ovviamente Harlock da buon eroe romantico e nicciano-wagneriano riuscirà dopo una guerra aspra e pericolosa a salvare il pianeta azzurro e almeno in parte la sua popolazione umana scellerata. Da buon eroe diventa l’altro, l’estraneo con il quale una civiltà umana corrotta e dissoluta è forzata al confronto. Forse il senso di quella dose sostanziale di italica censura di stampo politico che ha colpito questa serie è legato al fatto che il contenuto della storia era abbastanza forte da far sì che i nostrani censori, dalla coda di paglia, si riconoscessero nei terrestri rincretiniti, o peggio nei funzionari iniqui del corroto Primo Ministro. In altre parole il racconto fantastico-fantascientifico aveva una carica suggestiva ed emotiva tale da preoccupare i custodi reali e concreti della tranquillità degli italiani in quel remoto 1979. Alle volte un’opera d’arte non la si riconosce nel successo ma nello scandalo e nella persecuzione che cade sul suo messaggio. Quando tutto è troppo tranquillo nei fumetti come nei cartoni animati c’è da preoccuparsi, forse c’è troppa tranquillità, molto marketing, scarso messaggio e zero arte.

IANA per FuturoIeri




8 settembre 2009

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

Note libere sulle prime tre puntate della serie classica di Capitan Harlock

 Nel lontano 9 aprile 1979 alle 19.15 Capitan Harlock faceva la sua comparsa nel piccolo schermo della penisola. Scanso equivoci preciso che si tratta della serie animata di 42 puntate nella quale per la prima volta viene presentata al pubblico la storia del pirata spaziale del 30° secolo. 

La descrizione della società umana che fa da sfondo alle imprese dell’eroe presenta alcuni elementi inquietanti perché rimandano alla contemporaneità. Mi riferisco alla descrizione tragicomica di una democrazia autoritaria, estranea allo stato di diritto, imbelle e dissoluta; un sistema politico caricaturale minato nell’efficienza dalla corruzione e da una burocrazia scellerata e pigra e dalla viltà di militari, politici e funzionari. Questo regime scellerato governa una popolazione rincretinita dalla televisione e tenuta sotto controllo con forme ipnotiche di controllo, un consorzio umano incapace di pensare liberamente e di difendersi da chiunque. L’eroe come al solito salverà la Terra dagli invasori alieni, i quali, sia detto per inciso, sono le terribili guerriere mazoniane e fanno una bellissima figura se contrapposte all’umanità scellerata e moralmente decomposta. In effetti la serie classica di Harlock prende a schiaffi i luoghi comuni dello spettatore che si trova catapultato in una finzione nella quale non sa bene se simpatizzare per il delinquenziale Harlock o per i suoi nemici alieni; è certamente esclusa la possibilità di star dalla parte della maggior parte degli umani. Nessuno vorrebbe esser parte di un consorzio umano in stato confusionale che sta lì per farsi macellare dal primo che passa.

Una riflessione che si ricava da questa prima evidenza, aldilà della finzione,  è che i regimi troppo deboli o sconclusionati devono per forza di cose affidarsi a poteri esterni per regolare le loro vicende, e questo dato di fatto emerge con forza nelle situazioni straordinarie e in casi drammatici. Nella finzione di questa serie animata è l’eroe con le sue dotazioni militari e le sue  virtù e i suoi seguaci a fare l’impossibile, a salvare la situazione e a donare ai sopravvissuti il suo esempio per costruire un mondo migliore. Questa serie ha avuto un ruolo speciale nella mia vita perché mi ha colpito moltissimo nell’infanzia, mi ha costretto a delle riflessioni nella tarda adolescenza, e adesso nella maturità la ritrovo davanti sempre nuova e non ancora meditata a dovere. Come se nuovi segreti dovessero essere ancor oggi rivelati o meditati alla luce di questa finzione sfacciatamente nipponica e nello stesso tempo nicciano-wagneriana. Credo che questa sia un caso rarissimo di cartone animato che è riuscito a saltare oltre la sua ombra e a fare la difficile trasformazione in un classico. Si tratta di una serie di 42 puntate che va oltre all’intrattenimento, tipico dei prodotti commerciali dell’industria dell’intrattenimento televisivo, descrive una condizione umana e affida un ruolo pedagogico all’eroe protagonista.

Il mio pensiero va al Belpaese, una penisola popolata da genti diversissime che ormai si sono lasciate andare allo sconforto e al culto del Dio-denaro nelle forme più rozze e infantili, una penisola nella quale non ritrovo più le ragioni e le forme di vita di un tempo che fu. L’incapacità di difendersi dal male estremo e grande da parte di popolazioni che si lasciano andare, che perdono ogni dignità è un dato di fatto. Nella finzione artistica come un Deus ex Machina arriva l’eroe invincibile che mette a posto le cose, ma nella realtà delle vicende umane non è detto che arrivi qualcuno con il suo seguito per sistemare le cose andate storte. Ma cosa accade nella realtà concreta quando l’eroe non si materializza e non prende forma. Vedo un Belpaese condannato da una viltà evidentissima e punito a causa dell’assenza di eroismi che non vengono alla luce e non possono prendere forma. Forse nel Belpaese nessuno sa più cosa sia un eroe.

IANA per FuturoIeri





27 aprile 2009

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

Alle volte il passato gioca brutti scherzi. Così mi capita di ripensare alla prima puntata di un vecchio cartone animato dell’infanzia. Mi riferisco alla prima puntata di Capitan Harlock , anno di produzione 1978, trasmesso in Italia nel 1979; se ricordo bene. Forse erano anni dove il vento dell’utopia e della liberta ancora si sentiva, o forse semplicemente certi stereotipi wagneriani e nicciani erano giunti fin nel lontano Giappone e là aveva trovato buone possibilità. Del resto nel 1999, dopo vent’anni, è stata prodotta la serie Harlock e l’anello dei Nibelunghi, libera trasposizione fantascientifica della trilogia Wagneriana con non poche licenze poetiche, per non dir di peggio. L’eroe  Harlock si muove dentro una situazione estrema deve proteggersi dai nemici esterni, le terribili aliene mazoniane, e da quelli per così dire interni ossia il governo terrestre. Governo rappresentato da una democrazia imbelle e dissoluta, autoritaria e nello stesso tempo corrotta e indolente che non trova di meglio che rincretinire i suoi cittadini con le trasmissioni televisive che trasmettono messaggi ipnotici e che per quieto vivere rifiuta perfino di prendere in considerazione l’invasione aliena imminente. Il fumetto e la serie televisiva da subito ci presentano l’eroe ribelle, piratesco, solo contro tutto e tutti con la sua “corrazzata spaziale” Arcadia e  armi potentissime e un coraggio che va oltre la temerarietà. Un eroe che lascia il suo messaggio alla fine di due lunghi e tormentati anni di guerra a un pugno di fedelissimi disposti dopo tante terribili prove a ricostruire l’umanità e a vivere in un pianeta devastato dai bombardamenti.  Davanti a lui l’umanità imbelle e dissoluta per la quale tuttavia, ha anche  una figlia adottiva e una storia personale legata al pianeta Azzurro, è deciso a battersi con il suo pugno di fedelissimi. Mi fermo su un punto di questa serie: il governo terrestre. E’ evidente, chi confronta la serie televisiva con il manga lo capisce subito, che l’autore ha pensato una figura eroica contrapposta a un potere politico imbelle e corrotto e, per contrasto, tutto il peggio dell’umanità va nel governo imbelle e dissoluto e tutto il meglio nell’eroe solitario. Prova ne sia che le grandi prove eroiche fatte dai personaggi minori avvengono solo se essi  in qualche modo s’avvicinano agli ideali o alla lotta del capitano. L’eroe quindi che sfida l’ignoto e la morte in combattimento e che cerca con la sua lotta di creare un futuro possibile; futuro stritolato da un lato da nemici esterni potentissimi e malvagi e dall’altro dalla decadenza dei poteri pubblici e politici, il contesto è di decadimento che coinvolge anche la natura, una corruzione che dal potere politico si spande fino alla natura e alla vita. Il mare morente della prima puntata, ma nel fumetto su questo aspetto si calca ancor di più la "china", è la rappresentazione palese di questo spandersi della decomposizione. Contro questo senso di morte della vita e della speranza ecco che arriva l’eroe solitario, il singolo, “l’oltreuomo” che può cambiare tutto perché egli stesso è latore dei suoi valori e della sua forza interiore ed esteriore.

Quale riflessione da fare a distanza di così tanti anni. L’dea di fondo che è dietro questa grande favola, che si presenta come tale del resto fin dalla prima puntata, presenta per la nostra cultura europea  una dimensione politica. Se nella finzione del manga o del cartone animato si critica il sistema di produzione e consumo trasposto fra mille anni, la vicenda si svolge nel 2077, allora si finisce con svolgere una critica a tutti i poteri e ai comportamenti dominanti. L’eroe non diventa tanto un sogno o una fantasia ma la rappresentazione di una possibilità dell’essere umano, di una condizione straordinaria. Un condizione che prefigura il superamento del presente per affermare un futuro diverso e possibile. Eppure la figura eroica in questo caso è un prodotto dell’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Industria che, in questa fortunata serie, saltò oltre la propria ombra.

IANA per FuturoIeri




15 settembre 2008

UNA LEZIONE DA CAPITAN HARLOCK

Quando ero alle elementari venne trasmessa da Raidue la serie televisiva di Capitan Harlock, quella classica contro le Mazoniane e Raflesia, per capirsi. Era l'anno 1978, o così mi pare. Il capitano se la doveva vedere con l'invasione aliena dall'esterno e con l'imbecillità tutta interna di una razza umana e di un governo terrestre imbelle e dissoluto. Il genere umano nella finta leggenda eroica è descritto rincretinito fino all'inverosimile da programmi televisivi programmati per stordire la gente e tenerla quieta ed è tenuto in uno stato d'ignavia da una politica tutta fatta d'immagine e divertimenti. Erano gli anni settanta e la critica a certe degenerazioni potevano venir espresse in questo modo caricaturale e semplicistico ma non privo d'efficacia. Come curioso del genere mi sono sempre chiesto se il creatore di Harlock il famoso maestro del fumetto giapponese Leiji Matsumoto non si sia ritrovato tra le mani un personaggio così enorme da essere quasi ingestibile, specie in questi ultimi anni in cui quel tipo di personaggio reccentemente riproposto ha sprigionato l'entusiasmo di molti. Mi dimentico sempre che si dovrebbe usare il plurale perchè in realtà gli eroi sono sempre tre in queste storie: il capitano, il suo amico che ha costruito l'Arcadia, e la nave del capitano, giocati in modi, forme e tempi diversi. Comunque dai remotissimi anni settanta, che avevano ben più solide utopie viene, in una forma strana ma non ingenua, questo monito volto a diffidare di una corruzione generalizzata del costume pubblico per via televisiva, perchè il pericolo è di non saper più distinguere nulla e nello stordimento di ritrovarsi come collettività incapaci di difendersi dai nemici esterni come da quelli interni. Così è qui in Italia dove il nostro paese, solito vaso di coccio fra vasi di ferro, vive una finta spensieratezza proprio mentre emergono nel Mediterraneo e sul Pianeta Azzurro scenari economici e geopolitici da spavento. Ma la nostra televisione rassicura e ostenta: veline, belle donne, il calcio a dosi da pregiudicare il cuore e la salute mentale dei tifosi, giochi televisi con premi, chiacchere a tutte le ore e ogni tanto qualche persona pazzoide sbattuta agli onori della cronaca per una strage o per qualche infanticidio. Eccola lì la lezioncina del capitano, l'eroe della mia lontana infanzia: diffidare dei poteri che campano sull'imbecillità dei molti, sulla viltà, sul facile divertimento. L'essere cretini non salva se stessi come non salva gli altri quando qualche grave sciagura cade, il caso in questione era proprio quello, sul pianeta azzurro. Il capitano sfregiato e guercio aveva dalla sua l'equivalente fantascientifico di Excalibur la spada dei re (mi riferisco a Computer&astronave da guerra) e una compagnia di seguaci e fedelissimi da far invidia alla Compagnia dell'Anello del "Signore degli Anelli". Il che non è male per chi deve affrontare innumerevoli nemici e pericoli, il maggiore dei quali è l'idiozia dei propri simili. Qui effettivamente c'è poco da dire o da fare: l'impresa eroica è per coloro che sono prossimi o simili agli Dei come nel mondo degli antichi. Tuttavia fuori dal facile gioco delle comparazioni c'è qualcosa che può far pensare e andare oltre la finzione della serie animata. A quanto pare l'eroe, e questo tipo di eroe in particolare, che si pone ai margini della società per salvare il salvabile ai molti ancora piace, si riconosce ad esso un valore, si riguarda con piacere le sue vecchie avventure. Nonostante gli anni settanta siano finiti da tre decenni o quasi questo romanticismo eroico, e a tratti spudoratamente nicciano, prende, suscita emozioni, a suo modo convince. C'è fame di eroi finti, virtuali o di celluloide perchè quelli veri sono invisibili, inesistenti o trovate pubblicitarie. Il mondo delle meschinità televisive non riesce a cogliere tutto il mistero dell'essere umano e le sue pericolose profondità psichiche, ciò che non appartiene a questo mondo di nani, veline e ballerini alla fine ci salverà.  Forse è questa la lezione di Harlock. O forse no. Comunque sia questo credo di aver trovato ripensando alla cosa a distanza di trent'anni.
Per avere l'invincibile capitano pare si debba aspettare il 30° secolo.
Chi vive qui e ora dovrà far a meno di lui. Dovrà far da sè, meglio se non da solo.

IANA per FuturoIeri

Post Scriptum
La versione che andò in onda un trentennio fa a detta degli esperti del settore ebbe dei tagli, la cosa è nota. Di questo mi pare  si trovi traccia anche su Wikipedia, comunque ho comprato a suo tempo la versione integrale e mi sono rifatto una mia idea da lì.




30 aprile 2008

COME LEGGERE I SOGNI DI CARTA

 

Recentemente nella vasta messe di notizie che quasi ogni mese raccontano la trasfigurazione cinematografica di qualche eroe dei fumetti sono comparse due notizie uno l’annuncio da parte del Cartoonist italiano Bruno Bozzetto di avere già un progetto per presentare i suoi personaggi degli anni settanta rivisti alla luce dell’anno 2008, l’altro che si sta formando una produzione nippo-coreana per portare sugli schermi il famoso Capitan Harlock. Di per sé potrebbe essere due notizie di spettacolo, quasi pubblicitarie; ma a leggerle in modo approfondito e con una breve ricerca sulla rete si scopre una grande differenza fra la cultura del Belpaese e il resto della civiltà industriale. L’intervista dell’autore italiano è nato nel 1938, proprio come Leiji Matsumoto il creatore di Capitan Harlock, e la sua opera più nota “Allegro ma non troppo” è del 1977 contemporanea quindi alla serie classica, quella contro Raflesia e le aliene Mazoniane per capirsi, del pirata spaziale. Ebbene L’italiano ha il progetto già scritto e pensato e sta aspettando il produttore, dalle notizie in rete confermate peraltro da più fonti, pare che il problema di Matsumoto sia l’opposto: vuol assicurarsi che i produttori associati non stravolgano il senso della sua opera. Quindi ha fatto sapere che quel film che dovrebbe costare sui 100 milioni di dollari non ha la sua approvazione, il che vuol dire neanche il via libera. Mi sono con la fantasia immaginato la scena: da un lato l’autore italiano che aspetta in una stanzetta la telefonata decisiva di un qualche oscuro impiegato e dall’altro il maestro del fumetto giapponese che fa fare anticamera a una processione di avvocati e procuratori d’alto livello. Fantasie. Certamente! Ma neanche più di tanto ho il sospetto. Da un lato troviamo il talento italico alle prese con problemi di cassa e d’opportunità dall’altro una sovrabbondanza di potenza industriale, tecnologica, finanziaria. Del resto lo stesso Bruno Bozzetto in una intervista rilascita al quotidiano “Il Firenze” dichiara a proposito della crisi del settore:”Il nostro difetto è non programmare la produzione. Sembra che si voglia diventare ricchi con un film. Un po’ come chi gioca alla roulette: se va male alla prima puntata smette di giocare. Non funziona così. Dobbiamo credere di più nell’animazione e mettere in piedi una produzione seriale. Anche la distribuzione deve essere ragionata, non si può sempre puntare sul periodo natalizio perché la concorrenza è spietata. E infine non bisogna considerare il genere solamente indirizzato ai bambini.” Con queste sue affermazioni Bruno Bozzetto si conferma persona estremamente acuta e sensibile, e con capacità e competenza descrive in poche parole quello che da tempo chi scrive aveva intuito: manca nel Belpaese qualcosa di più dei quattrini. Questa evidenza io la spiego con l’incapacità nostra come cultura nazionale di aderire ad una contemporanea civiltà industriale, per noi qui e ora nella penisola i lavori del Bozzetto non sono arte o possibilità di creare occasioni di veicolare una certa immagine di forza della propria cultura e di lucroso commercio di gadget e affini, ma pupazzetti, robe per bambini, cose da Natale e da buoni sentimenti. Anche se gli esperti del settore sanno che non è così la cultura dei molti è questa; è una cultura pre-industriale che s’accconcia a far compromessi con il mondo reale senza esagerare troppo e senza stravolgere le categorie di fantasia a cui è abituata. Categorie rigide almeno quanto la limitata intellligenza e la poca cultura di chi oggi esercita un potere sulle nostre sfortunate genti, e del resto perché cambiare finchè la barca va e chi gode del privilegio vive nel benessere circondato dal’invidia sociale.

Diversamente nell’Arcipelago, nonostante alcuni distinguo, il senso della civiltà industriale è stato accettato, magari per forza maggiore. Le traumatiche esperienze della Seconda Guerra Mondiale, la perdita dell’Impero e la sua riduzione all’Arcipelago più Okinawa, due bombe atomiche cadute sulla popolazione spingono più di mille altre ragioni a dotarsi di una potenza almeno industriale, economica e tecnologica. Del resto gli americani prediligono certi paesi impregnati di cultura e di antica filosofia come la Germania, L’Italia e il Giappone, e sono usi lasciare in loco diverse decine di basi militari per sottolineare l’affetto che li lega ai loro ex nemici giurati della Seconda Guerra Mondiale. L’Italia sembra esser più cara e amata del Giappone, da questo punto di vista almeno. Alcune espressioni di questa civiltà industriale nipponica spaventano i più nel Belpaese, è inutile giraci intorno, ma lo spavento è pari all’intuizione del nostro ritardo, o meglio delle cose che per viltà non si osa dire apertamente. Questa Nazione italiana è senescente, e l’anzianità nostra porta la paura e il timore di cambiare, il sospetto verso ciò che è nuovo, diffidenza culturale e auto-limitazioni. La civiltà industriale esige di per sé una dose di trasformazione permanente e di distruzione creativa ai limiti della sopportabilità dell’essere umano. Tutto questo è potenza, è mutazione, è forza che s’esprime. Si può rifiutare tutto questo solo a patto che si fondi una cultura economica e civile che sappia sostituire questo modello dove la cultura anche popolare trovi un suo ruolo, in caso contrario con questo modello di vita anche le favole dei fumetti sono merce e come merce strumento di lucro e quindi di potere. Ma l’italico chiudersi nelle proprie piccole certezze culturali e antropologiche apre le porte al disordine e alla disperazione. Come sembra essere il caso di quella donna che secondo il Quotidiano “La Repubblica” scrive al Presidente affermando che in due guadagnano in modo precario e troppo poco e sta pensando di abortire. Con questa impotenza e con questo lasciarsi andare un giorno ci troveremo culturalmente colonizzati dagli immaginari collettivi altrui al punto di non sapere più chi siamo.

Sarebbe un disastro assoluto dal mio punto di vista, perché oggi più che mai c’è bisogno di un nostro originale contributo per limitare i disastri di una globalizzazione che si sta esaurendo e si sta trasformando nella germanica legge del pugno esercitata su coloro che sono economicamente forti contro coloro che sono economicamente deboli. La Nazione italiana non può aspettare un benevolo colonizzatore che spieghi a tutti noi la differenza fra il bene e il male, o saremo ciò che dobbiamo essere oppure non saremo nulla.

Per saperne di più:

http://www.animenewsnetwork.com/news/2008-04-16

http://www.animenewsnetwork.com/news/2008-04-11

Il Firenze, 28 aprile 2008, pag.4- intervista a Bruno Bozzetto

La Repubblica del 30-04-08 sulla crisi della Globalizzazione e sulla donna che vuol abortire a causa delle sue precarie condizioni di salario.

IANA per Futuroieri


http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 



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