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23 novembre 2011

Terzo libro delle tavole di Madduwatta: L'eredità di una Grande Guerra

Il comune buonsenso vede un mistero nelle origini del fascismo, in realtà se si colloca la questione della sua presa del potere fra il 1919 e il 1922 si capisce quanto in profondità la Grande Guerra avesse devastato la società italiana e dissolto molti legami civili e morali che la tenevano assieme. In generale mi sento di scrivere che la guerra tende a non esaurirsi con il fatto militare o con i trattati di pace ma al contrario essa influisce sul futuro di quanti vi hanno preso parte e se è totale ne rovescia la vita e dissolve il senso delle cose. La guerra distrugge e crea la realtà che dovrà esser chiamta a ricostruire, essa è un processo dinamico con aspetti fortemente creativi e tende a operare enormi distruzioni fisiche e materiali e anche psicologiche e culturali. Oggi  le sedicenti democrazie vanno in guerra con popoli poveri e stranieri, la stessa democrazia dovrebbe istigare i reggitori del potere finanziario e politico a più miti consigli, linvece c'è una certa sottomissione nella pubblica opinione; l'esperto, il demagogo televisivo, il sofista corruttore della carta stampata lodano e giustificano i nuovi conflitti come se fossero partite di calcio fra "impiegati scapoli contro quelli ammogliati"o cose della pallavolo femminile. Manca ai media il senso della responsabilità e alle società private che aiutano i servizi segreti a far passare nella pubblica opinione una certa idea del nemico di turno il senso profondo di ciò che fanno e di quanta violenza irrazionale immettono nelle  popolazioni che compongono le sedicenti odierne democrazie. Forse in fondo finanzieri, politici a pagamento, opinionisti, scellerati, sofisti televisivi, banchieri  amorali e masse di elettori corruttibili  e cattivi  desiderano la fine delle libertà di tutti per mezzo di un grande disastro militare, non riescono a confessarlo neanche a loro stessi, ma di questo si tratta; è l'urlo che viene dal profondo  della loro psiche. La guerra è una pericolosa avventura, l'inizio è certo, la fine mai. In troppi nel profondo desiderano la guerra totale, quella guerra definitiva che distrugge il loro mondo e queste "democrazie all'Occidentale" ormai composte da masse elettorali di umani scellerati, imbelli, dissoluti e corrotti e plagiati dalla pubblicità commerciale fin dall'infanzia.



 L’eredità della guerra  a Firenze

 

Il linguaggio politico italiano dei primi anni del dopoguerra rimase pervaso dall’odio e dalla violenza.

La propaganda di guerra[1] aveva portato nel discorso pubblico e politico  le categorie di amico e di nemico, la criminalizzazione dell’avversario politico  e il disprezzo dei miti e simboli altrui.  

Nei primi anni del dopoguerra, le forze socialiste ed operaie in Italia costruirono un loro universo simbolico derivato dalle sofferenze e dai lutti generati dal conflitto mondiale.  Era un universo fondato su un antagonismo feroce nei confronti del tentativo della classe dirigente della penisola di costruire un mito pubblico della guerra volto a celebrare la Nazione e la “Nuova Italia” uscita vittoriosa dal conflitto.  Le forze di sinistra indicarono senza appello le responsabilità delle sofferenze e la borghesia era da loro additata alla riprovazione universale per i lutti, le privazioni, e i disastri provocati con la guerra.  Il 5 dicembre 1918 le associazioni e le forze politiche socialiste dirette al Parterre, nella piazza che era stata teatro della manifestazione solenne del 1916 per il genetliaco del re, in corteo per commemorare i “morti proletari in guerra” furono oggetto di una pesante provocazione. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale” il 6 dicembre scrissero di questo incidente nella cronaca,  affermando che i manifestanti furono fermati da gruppi organizzati di studenti, reduci e mutilati, i quali mentre parlava l’On. Pescetti provocarono gravi incidenti facendo fallire la manifestazione. I quotidiani sottolinearono che gli aggressori s’allontanarono cantando a tutto fiato l’inno di Mameli, mentre i socialisti, quando si ricomposero, cantarono l’inno dei Lavoratori. In questo episodio, come in molti altri, i canti[2] erano la rappresentazione sofferta e partecipata di un omaggio funebre di parte. Il giorno precedente “La Difesa” aveva lanciato un appello rivolto a “tutti i proletari” per mostrare ai patrioti fiorentini, definiti “quattro gatti”, la forza e il seguito di cui godevano i veri eroi; ossia coloro che “deprecarono la guerra e nella guerra perirono”. L’appello era rivolto a: “Quanti hanno mente, cuore, fede socialista”, in modo che tutti potessero vedere la lealtà e il coraggio dei militanti socialisti. Infatti la chiamata a raccolta affermò senza mezze parole che: “Ogni diserzione è un’offesa alla memoria dei “nostri” caduti ed all’idea nella quale tenacemente sperarono. Proletari in piedi![3]” Il 28 dicembre lo stesso periodico fece un’analisi dell’evento delineando esattamente chi erano i manovratori politici e cosa volevano: “Ed ora che la guerra è finita, la reazione continua. Si mantengono ancora in vita le associazioni di resistenza attraverso le quali la reazione si compie. Ne avemmo un esempio evidente colla provocazione di domenica scorsa, nella quale si giunse all’assalto a mano armata quando sorse a parlare il vecchio deputato Beppe Pescetti, quasi si volesse ripetere il gesto che tolse la vita a Giovanni Jaures…”[4].

Questo avveniva contemporaneamente alla richiesta da parte dei socialisti fiorentini delle dimissioni della giunta Serragli[5], colpevole di malversazioni nella gestione di

 

stoffe, destinate ad essere poste in vendita per calmierare  i prezzi nel contesto della politica annonaria del Comune nell’ultimo anno di guerra.

Le commemorazioni funebri, atto di pietà religiosa, divennero fin dal dicembre del 1918 terreno di scontro politico, di dimostrazione di fede ideologica e di potere.

 “La Difesa”, per sottolineare  la propria identità politica opposta e diversa rispetto a quella borghese,  non esitò  nell’appello[6]  del 14  dicembre a scrivere  a proposito dei soldati caduti che si trattava di “nostri morti”.

Il blocco politico[7] che aveva fatto sua la causa della guerra e l’aveva gestita era ben deciso a continuare la sua lotta politica anche nel dopoguerra, mantenendo ben salde le posizioni di potere che aveva raggiunto all’interno dell’amministrazione comunale. La primavera-estate del 1919  Firenze vide la nascita di organismi e associazioni come la Lega antibolscevica, l’Associazione agraria Toscana e lo scatenamento di tumulti annonari[8] causati dal carovita. Nello stesso periodo cresceva la forza e il consenso per il Partito Socialista che ottenne alle elezioni del 1919 un risultato storico a Firenze, superiore alla media nazionale.

            In questo contesto[9] il 24 aprile 1919, in piazza Ottaviani, i primi aderenti al fascio fiorentino aprirono la loro sede nello stesso edificio dell’Associazione Nazionale dei Combattenti.  I fascisti agirono in modo da compensare lo scarso numero di aderenti con la violenza fisica e verbale portando avanti “quella che qualcuno ha voluto chiamare, a Firenze, “guerra incivile”, tanto fu lo scontro in mano ai facinorosi, ai violenti, a gente che stimava che la forza dovesse sostituirsi allo scambio di idee, al confronto fra le ragioni addotte tra le parti”[10].

Nel luglio del 1920, in periodo pre-elettorale per il rinnovo delle cariche amministrative, “La Difesa” pubblicò un articolo di denuncia in merito alle continue pesanti provocazioni delle camicie nere, affermando che era tempo di rispondere con la forza.  La violenza esplose il 29 agosto 1920. Nel corso di una manifestazione di protesta che sfilava per il centro di Firenze si verificarono alcuni incidenti, nei quali restarono uccisi un commissario di polizia e due manifestanti.  Le esequie del commissario furono celebrate in forma solenne con la partecipazione delle autorità.

Anche le altre due vittime furono accompagnate nel loro ultimo viaggio terreno con una cerimonia civile alla quale partecipò una folla di migliaia di persone,[11] decisa ad esprimere netta ostilità contro le autorità politicamente schierate. Gli onori funebri si erano trasformati in un rito pubblico nel quale le forze contrapposte palesavano la consistenza delle adesioni alla loro causa.

Le elezioni amministrative del novembre del 1920 si svolsero in un clima rovente, con i socialisti accusati esplicitamente di essere traditori della patria; la consultazione elettorale fu favorevole al blocco “anti–socialista” e l’esito avrebbe portato alla formazione della giunta Garbasso.  Il 7 novembre del 1920 un corteo socialista, che manifestava a seguito della diffusione delle notizie sul risultato elettorale in città, fu fatto oggetto di colpi di rivoltella sparati dai fascisti e subito dopo disperso[12]  dalla forza pubblica.

Sparatorie avvennero in altri luoghi della città, fu anche lanciata una bomba in via Roma. Le responsabilità dell’attentato furono subito attribuite ad un socialista e ad un delinquente comune suo presunto complice. Il fine di quelle provocazioni era di creare una situazione torbida e confusa in modo da accusare i socialisti di sovversione e, come era già accaduto durante la guerra, di tradimento. “Il Nuovo Giornale” lanciò la notizia che i socialisti si erano organizzati in gruppi armati di rivoltella che minacciavano gli avversari.  Fu facile, per le componenti politiche del blocco, accusare i socialisti di aver ucciso due persone vicine al loro schieramento; furono organizzati  funerali solenni per queste “vittime del terrore rosso” che ricordavano l’omaggio funebre che veniva tributato agli eroi di guerra.

L’11 novembre 1920, in concomitanza con i festeggiamenti del genetliaco reale, sfilò il corteo funebre. Durante il percorso vi fu una provocazione e scoppiò un tafferuglio, forse provocato dai fascisti; i quali per ottenere maggiore visibilità sfilarono anche dopo il corteo[13], nonostante i divieti delle forze dell’ordine, percorrendo di nuovo le vie cittadine.

Lo scopo di tale prova di forza era certamente dovuto al loro desiderio di mostrarsi come l’unica forza politica in grado d’imporre ordine e sicurezza nella città.  Il 27 febbraio 1921 la bomba di un’ignota mano terroristica esplose in mezzo a un gruppo di studenti liberali che formavano un corteo patriottico diretto in piazza dell’Unità d’Italia per onorare i caduti deponendo una corona d’alloro sull’obelisco.

L’esplosione ferì a morte lo studente Carlo Menabuoni che morì dopo giorni d’agonia. La vittima successivamente fu oggetto di una mitizzazione tesa a mostrare il defunto quale esempio di caduto fascista ed ex combattente eroico ucciso a tradimento mentre partecipava ad una manifestazione patriottica in memoria dei caduti. Per la verità il Menabuoni era affiliato ai giovani liberali e nel corso del conflitto mondiale cadde prigioniero, forse aveva delle simpatie per il fascismo, tuttavia la sua trasformazione in martire della causa fascista  è stata una evidente strumentalizzazione.

Si scatenò la caccia all’uomo e i fascisti, organizzati in cinque bande armate, percorsero la città. Una di queste prese di sorpresa il sindacalista Spartaco Lavagnini[14] sul lavoro e lo uccise.

Il sindacalista era molto conosciuto e uccidendolo intesero eliminare un punto di riferimento ed un simbolo delle lotte operaie fatte a Firenze durante la guerra.

Questa violenza scatenò una guerriglia urbana[15] che colse gli stessi fascisti impreparati. Il 27 sera, a seguito della morte di Lavagnini, i ferrovieri proclamarono uno sciopero per il giorno dopo, i tranvieri aderirono all’agitazione perché alcuni colleghi erano stati picchiati dai fascisti. Il 28 febbraio verso le 9 avvengono i primi scontri fra fascisti e scioperanti a Porta a Prato. La spedizione fascista contro il rione sovversivo di San Frediano partì in tarda mattinata e, inaspettatamente, le squadre non riuscirono ad entrare nel quartiere. Furono fermate e costrette a difendersi dalla reazione popolare presso via dei Serragli e Piazza Tasso. Una spedizione che doveva raggiungere Sesto Fiorentino fu bloccata da una folla inferocita presso Castello, un rione fiorentino al confine fra i due comuni, ed i fascisti per evitare il linciaggio si barricarono nella villa del Tenore Caruso. Contro i fascisti e la polizia vennero erette, nelle strade di Firenze, delle barricate, presidiate anche con le armi. Nel primo pomeriggio interi quartieri popolari erano fuori controllo e a quel punto l’esercito attaccò con il 69° e l’84° fanteria, forti di autoblindo, artiglieria e mitragliatrici. La difesa era incentrata sulle barricate e su ostacoli difesi da qualche arma da fuoco e dal lancio di oggetti, si registrò perfino il lancio di un acquaio di graniglia su un autoblindo.

L’attacco militare nei quartieri d’Oltrarno eliminò le barricate con l’uso delle autoblindo e in qualche caso dell’artiglieria. Nel tardo pomeriggio l’esercito ebbe ragione dei difensori e passò agli arresti dei sospetti. In questa situazione di guerriglia urbana avvenne l’uccisione di Giovanni Berta che diverrà il “caduto fascista” fiorentino più noto e di conseguenza il più esaltato  dal regime che gli dedicò addirittura una città nelle colonie e lo stadio di Firenze. Si trattò, con ogni probabilità, di un pestaggio mortale attuato da più persone, forse di un delitto di folla.  Il Berta transitava in bicicletta sul Ponte Sospeso, nei pressi dell’attuale Ponte alla Vittoria quando venne fermato, picchiato e scaraventato in Arno. Giovanni Berta era figlio di un famoso industriale fiorentino ed ex marinaio che, nel corso del conflitto, aveva fatto naufragio per causa belliche e si era salvato a nuoto. Sapeva quindi nuotare, la sua morte è quindi da imputare al pestaggio subito.

La sera fu ucciso presso Varlungo dai difensori di una barricata il brigadiere dei carabinieri Loy che, convinto che lo scontro armato fosse cessato, si era avvicinato inconsapevolmente al blocco stradale. Il giorno successivo il 1 marzo fu eretta una barricata dalle parti di via Erbosa, in piazza del Bandino, che bloccava l’accesso a cinque strade. Un maresciallo dei carabinieri con quindici attaccanti cercò di sgombrare  la barricata, fu ucciso dal lancio di alcune bombe a mano. La barricata fu eliminata dall’intervento dell’esercito che arrivò sul posto con una sola autoblindo e due cannoni. I Bersaglieri intervennero in Santa Croce,  a Ponte a Ema ed a Scandicci fu usata l’artiglieria e le mitragliatrici per rimuovere le “forze ostili”.

“La Nazione” uscì il 2 marzo con un titolo in prima pagina che sembrava riprendere le edizioni edite durante il conflitto: “Le strade di Firenze insanguinate dalla guerriglia civile. Un tragico bilancio: 15 morti e 100 feriti.” I titoli interni furono scritti come se il quotidiano stesse riportando la cronaca di una battaglia: “moto insurrezionale nel quartiere di San Frediano. Le mitragliatrici in azione – Numerose vittime – Feroce vendetta contro un “fascista” altri dolorosi conflitti-arresti e alcune perquisizioni”.  In terza pagina i titoli non erano meno forti e mostrano l’eccezionale portata di quella violenza e la continuità fra il linguaggio della propaganda politica e quello della propaganda di guerra: “Rivolta nel quartiere di Santa Croce. L’uccisione di un maresciallo dei carabinieri al Bandino – Lancio di bombe – Tentativo d’assalto ad una caserma – L’artiglieria in azione – altri morti ed altri feriti – L’ultimatum dei fascisti al comitato comunista – la cessazione dello sciopero”.

Il giorno successivo, il 3 marzo, fu pubblicata la cronaca dei fatti di Scandicci, con questo titolo: “Il moto insurrezionale di Scandicci domato dall’artiglieria”. Questo titolo per quanto enfatico era veritiero: vennero sparati circa tremila colpi di mitragliatrice e qualche tiro di una batteria di pezzi da 75 per arrivare alla conquista del Comune.

Il  giorno antecedente “Il Nuovo Giornale” uscì in edicola con un editoriale[16] che

addossava tutta la responsabilità delle violenze ai socialisti ed agli operai.

I due quotidiani conservatori rivelano che il linguaggio di guerra era il naturale mezzo per descrivere la situazione,  in un certo senso la guerra si era proiettata oltre la fine del conflitto.

 La lotta per il controllo di Firenze arrivò, ad una svolta attraverso un’azione principalmente militare, e solo in parte squadristica, rivolta contro la popolazione di alcuni quartieri. A causa di queste violenze ritornò con nuova forza in città quel linguaggio politico e giornalistico derivato direttamente dalla propaganda bellica che demonizzava l’avversario, incitava all’odio, esaltava e presentava come eroi i morti della propria parte, i quali divenivano le prove più evidenti e più sacre della santità della causa che veniva attribuita al loro sacrificio supremo. I fatti di Firenze furono riportati con molta enfasi dalla stampa nazionale; a questo proposito “L’Avanti” affermò  che ormai “La stampa dipende dai pescecani”[17] e di conseguenza s’era schierata dalla parte dei fascisti.

L’analisi dei fatti accaduti fu fatta dal quotidiano il 5 marzo 1921 e fu molto semplice: “…si vede come la condotta dei fasci non sia la ritorsione contro gli atteggiamenti delle organizzazioni operaie, ma invece dipenda da tutto un preordinato piano d’azione col quale si mira a distruggere quei fortilizi di resistenza che la classe operaia si è creata attraverso tanti anni di sacrifici e lotte.” Il quotidiano sottolineava che quest’impresa organizzata militarmente aveva causato 16 morti, 200 feriti e 500 arresti Il marzo del 1921 si caratterizzò per il clima di tensione diffuso che sfociò in pestaggi e anche uccisioni in tutta la Toscana; violenze particolarmente gravi accaddero a Empoli e a Foiano della Chiana.

Con l’acquisizione del linguaggio di guerra da parte delle forze politiche anche le onoranze funebri ai caduti per la causa divennero oggetto di costruzione di identità e di scontro.

In questo contesto l’8 agosto 1921, si verificarono degli incidenti nella strada che porta al cimitero di Trespiano. Una delegazione degli Arditi del popolo, mentre si recava ad onorare i caduti in guerra, si scontrò con una delegazione dell’Associazione Nazionale Mutilati di Guerra, in modo tale da provocare la reazione delle guardie regie che intervennero disperdendo il corteo.  Il 7 dicembre del 1921 fu invece il funerale di un operaio, un lutto privato e non pubblico, l’occasione per altri pestaggi fascisti contro quelli che avevano espresso una solidarietà di classe[18] verso il defunto.

I riti funebri rappresentarono uno strumento di manifestazione della propria identità e presenza politica durante quegli anni. Questo fatto si era reso possibile perché la Grande Guerra aveva creato le condizioni perché il culto verso i morti fosse, sia nel discorso pubblico sia a livello culturale, un confronto con la propria memoria, la propria identità politica e quindi con l’immagine di sé. I morti per la causa erano i testimoni di una passione e di un comune partecipare ad una ideologia. Il fascismo a livello nazionale cercò di trasformare gli squadristi uccisi e i simpatizzanti ammazzati, veri o presunti tali, in eroici caduti; in un certo senso in nuovi martiri di carattere politico.

L’obiettivo dei fascisti era creare anche a Firenze il culto dei caduti fascisti e per costruire questo nascente mito, che nelle loro intenzioni doveva avere un rilievo nazionale, scelsero il cimitero delle Porte Sante, ossia il cimitero monumentale di San Miniato. La loro prova di forza in materia di uso strumentale dei riti funebri la tennero solo nel 1924 quando, premuti da un’opinione pubblica ostile a causa dell’efferato delitto Matteotti, decisero di andare sino in fondo, imponendo la loro mitologia funebre a tutta la cittadinanza.

Il 23 ottobre 1924, Padre Ermenegildo Pistelli[19] trasformò il pietoso rito di inaugurazione di un monumento in memoria di tre maestri caduti in guerra in una cerimonia fascista, alla quale parteciparono insegnanti e gli alunni delle elementari[20]. I bambini sfilarono davanti al ricordo modellato come un’ara romana e salutarono romanamente.

Il 24 ottobre furono tre avanguardisti, morti in una spedizione armata contro gli oppositori avvenuta a Sarzana nel 1921, ad essere tumulati con un rito che intendeva riaffermare il primato del fascismo su tutti i partiti[21], mentre il 28 ottobre per la ricorrenza della marcia su Roma esercito e camicie nere assieme inaugurarono un monumento[22], peraltro piuttosto brutto, ad uno squadrista ucciso nel luglio del 1921.  Il 2 novembre un gruppo di cittadini evidentemente arrabbiati appesero in una cappella privata un ritratto funebre di Giacomo Matteotti; ne seguì una colluttazione con i fascisti, intervennero i carabinieri[23] per sedarla. L’elemento del ricordo dell’eroe caduto si era così trasferito dal contesto della propaganda di guerra in quello della vita politica, anzi nel caso di Matteotti si può dire che la condanna dell’omicidio politico e la conseguente identità politica antifascista passasse per l’esibizione del suo ritratto funebre.

Il ricordo dei morti era ben presente nel discorso politico del primo dopoguerra, questo fatto era concomitante con il problema dei ritorno delle salme dei caduti dai cimiteri di guerra  e delle loro onoranze funebri,  una questione questa  rimasta  irrisolta subito dopo la fine della guerra.


 



[1] L’esperienza di guerra e la propaganda avevano creato un linguaggio fondato sulla coppia di opposti Nemico/Amico. “…Possiamo definire dicotomizzare un permanente abito mentale dell’età moderna che sembrerebbe possibile fra risalire alla realtà della Grande Guerra. “Noi” siamo tutti da questa parte, il nemico sta dall’altra. ”Noi” siamo individui con nome e identità personali; “esso” è soltanto un’entità collettiva. Noi siamo visibili, esso è invisibile. Noi siamo normali; esso è grottesco. Le cose che ci appartengono sono naturali; le sue strane. Il nemico non è buono come lo siamo noi”. Paul Fussell, La Grande Guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna, 2000, p.97. 

 

[2] La Difesa”, 19 dicembre 1918; anche “La Nazione” del 14 dicembre diede notizia della manifestazione.  Tra i “quattro gatti” che provocarono gli incidenti c’era l’artista e ex ardito Ottone Rosai ; su questo cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino,1919-1925, cit., p.53.  In generale sulla storia del canto politico in Italia dalle origini fino ai nostri giorni cfr. Stefano Pivato, Bella Ciao, canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, Bari, 2005

 

[3] “Cfr. “La Difesa”, 19 dicembre 1918

 

[4] Cfr. “La Difesa”, 28 dicembre 1918

 

[5] Lo scandalo aveva per oggetto il costo spropositato di una partita di pessime stoffe acquistata dal Comune nel contesto delle iniziative prese per sostenere lo sforzo bellico. Il fatto provocò le dimissioni del sindaco e la caduta della giunta.  Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986, p.111. e Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p.75 e p.112.

 

[6] Tra la fine del 1918 e per tutto il 1919 “La Difesa” fu energica nel rivendicare l’impegno e la lotta sostenuta dagli operai e dagli umili durante la Grande Guerra, arrivando infine  nell’aprile del 1919 ad affermare che il patriottismo borghese che stava organizzando i suoi riti pubblici era una reazione alle manifestazioni e alla presenza socialista. Cfr. “La Difesa”, 19 aprile 1919.

 

[7] Sul determinante sostegno del quotidiano “La Nazione” ai gruppi politici che facevano propria la lotta antisocialista: cfr. Indro Montanelli, Giovanni Spadolini e aa.vv., La Nazione nei suoi cento anni, Tipografia del Resto del Carlino, Bologna, 1915, pp. 114 – 115.

 

[8] Sui tumulti annonari nella città di Firenze cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, I tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki, Firenze, 2001

[9]  “Alle elezioni del 1919 il successo socialista è considerevole: 8 deputati (contro 3 popolari, 2 liberali e 1 democratico) e 92.000 voti (contro 33.000 ai “Costituzionali” e 40.000 ai cattolici del partito popolare). E questo successo è superiore alla media nazionale. Ma la sua stessa portata preoccupa la destra nazionalista, la classe media (commercianti e piccoli artigiani) ed i cattolici, che l’anticlericalismo dei “massimalisti” spaventa”. Pierre Antonetti. Storia di Firenze, Edizioni scientifiche Italiane, Napoli, 1993. Sul contesto nel quale si costituì il fascismo fiorentino Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, cit., p.113.e Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit., p. 51 - 68. Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, cit.

 

[10] Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 1986, p. 402.

 

[11] Roberto Cantagalli nel suo saggio scrive che ai funerali di coloro che erano morti durante la manifestazione parteciparono circa 50.000 persone.  Lo scrittore Vannucci  racconta che si trattò di una folla con di poche migliaia di partecipanti.  Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit, pp.114 - 115.    Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 495.

 

[12] Cfr. “Il Nuovo Giornale” e “La Nazione”, 8 novembre 1920.

 

[13] Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1920; sulle violenze avvenute nel 1920 a Firenze. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, p. 23.

 

[14] Spartaco Lavagnini, Arezzo 1886 – Firenze 1921. Diplomato ragioniere fu uno dei sindacalisti impegnati durante gli anni della guerra a difendere i diritti degli operai. Al momento della morte era un  impiegato delle Ferrovie e segretario del Sindacato dei Ferrovieri della sezione di Firenze. Ricoprì anche il ruolo di direttore del giornale “La Difesa”.   Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit., pp.147 - 173. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 – 29.

 

[15] Per quel che riguardala ricostruzione dei fatti di quei giorni sono stati presi come testi di riferimento: Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993,  Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 – 1925, cit.

 

[16]  “Il Nuovo Giornale” uscì nelle edicole il 2 marzo, trascorsi i due giorni decisivi di violenze, intitolando la prima pagina: “Tre giornate di sangue, d’orrore, d’incendi a Firenze”. L’editoriale del direttore Banti affermava che un gruppo di “parricidi perché assassini della patria” pagati dagli stranieri avevano scatenato la sommossa.  La cronaca de “La Nazione” del 3 marzo descriveva il ritorno da Scandicci, che avevano preso a colpi di cannone e di mitragliatrice, del corteo dei camions con i soldati vincitori, i quali sfilarono per Porta San Frediano ed i Lungarni esponendo sopra un camion un ritratto di Lenin preda bellica, come se l’azione fosse stata un fatto di guerra. Dopo di loro sfilarono per le strade anche i fascisti. I giornali fiorentini enfatizzarono le violenze di quei giorni e i loro articoli influirono su come i fatti furono successivamente ricordati. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 -25.

 

[17] “L’Avanti”, il 1 marzo 1921, pur non avendo ancora tutti i dati per comprendere le proporzioni dei fatti, pubblicò un articolo di denuncia sulle violenze avvenute a Firenze ed indicò nei giornali borghesi i complici degli assassini.  Fu anche pubblicato il necrologio funebre di Spartaco Lavagnini, che ricordava per toni e termini quello dei caduti durante la Grande Guerra.  Subito dopo i fatti violenti, una volta riportato l’ordine con la forza in città, dalle officine di proprietà della famiglia Berta furono licenziati tutti gli operai; la stessa cosa accadde alle Officine Galileo.

 

[18]  “La Nazione”, 9 agosto 1921. Il pestaggio che seguì i funerali dell’operaio ucciso è riportato nella cronaca de “Il Nuovo Giornale” dell’8 dicembre 1921.

 

[19] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 24 ottobre 1924.

 

[20]  Le cerimonie in ricordo dei maestri caduti furono due, la prima per il ritorno delle salme il 17 gennaio 1924 e l’altra per il monumento-ara del 23 ottobre 1924. Cfr. Dino Barzotti, Ubaldo Bifoli, Carlo Donnini, Maestri delle scuole elementari di Firenze,  Giuntina, Firenze , 1925.

 

[21] Cfr. “La Nazione”,  24 e 25 ottobre 1924

 

[22] Cfr. “La Nazione”, 29 ottobre 1924; “Il Nuovo Giornale”, 28 e 29 ottobre 1924

 

[23] Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 515

 




17 ottobre 2011

Ammazzare la memoria, costruire il discorso politico

Ammazzare la memoria, costruire il discorso politico

 

La lotta politica si fa anche con i simboli e l’opposizione proletaria e socialista comprese subito di dover contrapporre la propria simbologia e la propria lettura del conflitto a quella dei ceti dominati, una lotta fra Davide  e Golia, e vinse Golia. In fondo in Italia è comune che vinca il più forte a scapito del più debole. Il fascismo riuscì a controllare questo processo di creazione di mito e gestione della morte di massa ma di sicuro non lo inventò. In realtà in questa storia che il fondamento del fascismo stesso non c’è molto di più se non la creazione del fascismo di se stesso attraverso l’abilità politica e giornalistica di Mussolini. Tuttavia non era una cosa così scontata e non era facile prevedere l’oblio che colpì la resistenza spesso eroica di tanti che negli anni venti s’opposero al fascismo. Anche quella fu Resistenza antifascista, ma non gode della stessa fama e fortuna di quella della Seconda Guerra Mondiale. Credo che questa differenza di trattamento sia da riferirsi  a mio avviso al modo arbitrario con il quale i  partiti politici dell’Arco Costituzionale si son fatti strumentalmente forti della Resistenza  per costruire un discorso di apologia continua del loro sistema politico privo di reali alternative che solo Tangentopoli ha saputo chiudere aprendo la via a una Seconda Repubblica. Infatti da quando è arrivata una Seconda Repubblica priva dei partiti dell’Arco Costituzionale si sente poco rammentare come fondamento della democrazia le prime forme di resistenza al fascismo e per la verità  non sempre sono ricordate le seconde. Credo che questo sia dovuto al fatto che il potere politico di ogni colore non si occupa mai di storia ma di uso pubblico della storia o di propaganda politica che sono cose molto diverse dallo studio della storia fondato secondo dei criteri e sulla base di dnti e testimonianze. Sul fascismo voglio aggiungere una riflessione: non era sua invenzione il saluto romano, la camicia nera, il fascio littorio, il grido Eia Eia Allà, il mito della Roma dei Cesari, l’aquila come simbolo di potere, il martirio per la salvezza della Patria, e neppure gran parte dell’iconografia e dei simboli della  retorica guerrafondaia e perfino il concetto di sangue e di stirpe. Perfino le bande armate anticomuniste non erano così originali visto che già nel 1919 in Germania i Freikorps massacravano centinaia di cittadini della Repubblica di Weimar sospetti rivoluzionari. Il fascismo è stato un modo di gestire e di dare un senso a tutto questo attraverso il potere politico. Se così non fosse sarebbe inconcepibile la rete di complicità e di simpatizzanti che trovò quando s’impadronì dello Stato. L’opportunismo, la corruzione e la decadenza delle minoranze di ricchi liberali al potere e il re non spiegano come mai un movimento politico così singolare e inquietante sia riuscito nella presa del potere e nell’imporre la sua visione della realtà. Il linguaggio simbolico fascista e le dichiarazioni belliciste e nazionaliste risultavano familiari a tanta parte degli italiani dei ceti medi e medio-bassi, il perchè spero sia chiaro.

 

La simbologia della morte divisa fra destra, centro e sinistra

 

 

Ma ciò che colpisce è che la tendenza a tradurre in chiave di rito, di “culto”, di “religione”, intenzioni e progetti della politica con segno rovesciato era presente  anche tra le forze di sinistra, anche se con qualche eccezione.  I socialisti e le forze politiche di sinistra, spinte dal mito dell’esempio sovietico e dal prezzo pagato dalle classi lavoratrici alla guerra, costruirono nel dopoguerra lapidi e monumenti[1], analoghi e contrapposti a quelli espressi dalla memoria “ufficiale”. Tali ricordi enfatizzarono alcuni aspetti antimilitaristici e anticapitalistici della cultura anarchica e socialista.

Scrisse “La Difesa”, settimanale della Federazione Socialista fiorentina, subito dopo il grande evento del 4 novembre:

 L’ENTUSIASMO CITTADINO

E’ stato grande. Non contestiamo. Le notizie militari e quello della firma dell’armistizio sapientemente comunicata hanno fatto esultare la cittadinanza, la quale, più che di ogni altra cosa è stata lietissima della cessazione delle ostilità. Il censore non ci permetterebbe di esporre quello che noi pensiamo sugli ultimissimi avvenimenti perché il nostro sereno e calmo ragionamento potrebbe fare sui bollori dei giorni passati l’effetto di una doccia fredda e noi, per non guastare l’amicizia non vogliamo disturbarlo.

Però non possiamo lasciare passare sotto silenzio quello che nelle dimostrazioni è avvenuto.

Ci si dice  per esempio che  l’avvocato Meschiari[2] ed altri suoi degni compari non

si siano lasciati fuggire neppure questa occasione per lanciare le solite stupide invettive – tra le approvazioni degli imbecilli – contro il partito  socialista. I nostri informatori sono persone serie e degne di fede e non c’è quindi da porre in dubbio che questi signori oggi abbiano vomitato le loro insolenze contro di noi…”[3].

La tensione dovuta alle necessità di regolare i conti in sospeso fra le forze politiche e sociali, aperti con l’entrata in guerra e acuiti oltremisura dagli anni del conflitto era fortissima in città. Un primo segnale fu l’aggressione fatta a Giuseppe Pescetti ad opera di gruppi di studenti e soldati organizzati nel corso della commemorazione proletaria per i morti in guerra[4] avvenuta il 15 dicembre 1918. Furono i socialisti a dover affrontare una reazione violenta, secondo loro portata avanti da quelle minoranze di soggetti economici, ossia i “pescecani” di guerra, che trovarono i loro naturali alleati in questa azione nei gruppi politici nazionalisti. Scriveva “La Difesa”: “Numerosi ufficiali in congedo che si valgono della divisa militare e del grado per imporsi, spadroneggiare e compiere indisturbati e impuniti tutti gli atti teppistici che loro talenta”[5].

I socialisti fiorentini, seguendo una polemica presente anche a livello nazionale, evidenziarono la presenza fra questi avversari non solo dei pescecani ma anche degli imboscati.

I socialisti fiorentini risposero all’abuso che veniva fatto dei simboli militari da parte degli avversari politici attraverso il ribaltamento concettuale del valore attribuito alla divisa, alle medaglie ed alla bandiera. “La Difesa” lanciò, il 4 ottobre 1919, un appello AGLI EX COMBATTENTI in cui si affermava: “Non resta perciò ai proletari smobilitati che di ricorrere alla stessa arma dei nazionalisti, di scendere cioè in piazza in divisa militare coi distintivi di guerra indicanti le campagne fatte e le ferite riportate. Lanciamo l’appello che, verrà certamente raccolto dal proletariato. Si tratta di vita o di morte. E’ in gioco la stessa libertà di pensiero, di riunione e di organizzazione.

Siamo intesi! Al primo ordine del partito socialista migliaia di ex-combattenti sovversivi, dei quali non pochi sono ufficiali e graduati, devono partecipare alle nostre dimostrazioni, vestiti in divisa, al canto dell’inno dei lavoratori e dietro i vessilli rossi (…) Faremo vedere agli imboscatissimi eroi del marciapiede chi veramente ha fatto la guerra.”

I socialisti, anche a Firenze, usavano termini e parole dei loro avversari in contesti diversi e rovesciandone i sensi. Il mondo[6] dei simboli e valori socialisti, come tutta la società italiana, era stato costretto a confrontarsi con l’esperienza di guerra.

Esso si trovò a condividere con i suoi avversari espressioni e parole di stampo religioso, mistico o bellicistico che nel corso del conflitto avevano acquisito senso e popolarità. I due insiemi culturali disomogenei, quali erano in quel tempo il mondo socialista e quello cattolico-reazionario e fascista, avevano in comune delle parole in grado di rappresentare valori mitici e simboli come: “forza”, “bellezza”, e sopra ogni altra, “fede”, oltre ad affermazioni verbali come “consacrare”, “vincere”, “combattere”, “infrangere la resistenza”.

Se ne ha un esempio nell’inaugurazione fiorentina del vessillo della lega proletaria dei reduci di guerra. I socialisti descrissero e qualificarono l’evento[7] in questi termini: “un imponente corteo, un comizio vibrante di entusiasmo, la bandiera della lega consacrata alle battaglie per l’internazionale operaia in una cerimonia religiosa.” Tale modo di parlare e quindi di veicolare messaggi era adatto a portare avanti quella tensione e quella radicalità politica ereditata dal periodo bellico, e diventata parte del linguaggio politico del dopoguerra. Inoltre, le forze della sinistra attuavano lo smascheramento dei simboli e delle parole d’ordine nazionaliste e clericali accompagnando l’uso  dei  medesimi simboli e parole per affermare concetti e progetti opposti.  In  quest’attività   che   intendeva  sovvertire  le   categorie    della    “memoria

ufficiale” si distinse la rivista[8]  “l’Ordine Nuovo”. L’uso di tali strumenti simbolici e linguistici, mutuato dagli avversari, non fu solo negativo, la dissacrazione e la negazione dei valori fatti propri dalle forze di destra poteva avvenire contemporaneamente alla rivendicazione del proprio ruolo avuto nel conflitto e del sacrificio subito dal proletariato.

Gli esiti di questa lotta simbolica sembrano confermare l’analisi generale  dello storico George. L. Mosse a proposito dell’uso politico[9] dei culti laici e della loro articolata simbologia: “I nazisti sapevano quel che facevano quando posero il culto dei morti in guerra e il culto dei propri martiri al centro della loro liturgia politica. Il culto dei caduti aveva un’importanza diretta per la maggior parte della popolazione: maschi adulti aveva combattuto nella guerra e perduto un quasi tutte le famiglie avevano perso uno dei loro membri, e una maggioranza dei maschi adulti aveva combattuto nella guerra e perduto un amico. Ma fu la destra politica, e non la sinistra, che si dimostrò capace di annettersi il culto e metterlo a profitto. L’incapacità della sinistra di dimenticare la realtà della guerra e di far proprio il Mito dell’Esperienza di Guerra si risolse in un vantaggio per la destra che poté sfruttare ai propri fini politici le sofferenze di milioni di persone”.

Il far proprio il mito politico del rappresentare i caduti per la patria conferiva alla forza politica che ne assumeva, per così dire il monopolio, la possibilità di presentarsi come una forza erede del passato storico in grado di rigenerare la Nazione. L’appropriazione del mito da parte delle forze di destra, nel caso di Firenze, fu resa più facile grazie alla presenza di intellettuali reazionari e interventisti che erano schierati ed avevano operato in funzione antisocialista fin dal periodo dell’amministrazione del sindaco Orazio Bacci[10].

La giunta del sindaco Antonio Garbasso[11] ereditò la politica culturale incentrata sull’esaltazione della  vittoria, degli eroi e dei caduti; e adattò alle nuove circostanze gli strumenti culturali e propagandistici. Per le forze di sinistra era difficile affermare le proprie ragioni, poiché durante e subito dopo la guerra fu attuato un gioco pesante contro i socialisti fatto di offese e accuse di disfattismo e tradimento mentre la censura, che fu abolita solo a distanza di diversi mesi dalla fine del conflitto, colpiva la stampa socialista.  Difatti l’appello per la ricorrenza del 2 novembre 1919, pubblicato da “La Difesa” del 1 novembre 1919 uscì censurato; le autorità non ammettevano la presenza di una liturgia diversa e di memorie  alternative intorno alla straziante questione dei caduti in guerra. La parte non censurata del testo riporta: “ 2 NOVEMBRE. Giorno dei morti. Le vittime della guerra reclamano e attendono giustizia riparatrice. Ricordalo o popolo!  E nei fiori vermigli che – al pensiero dei tuoi dolori – butti al vento per ricoprire…CENSURA”.

                Il fiore, simbolo della continuità della vita e di una speranza nella morte, diveniva in questo appello un monito a non dimenticare le responsabilità di quelle morti e di quel conflitto. Tale omaggio simbolico era un gesto che era stato fatto proprio dalle giunte comunali che destinarono, per la ricorrenza del 2 novembre, fondi per adornare le tombe dei caduti in guerra[12]  al cimitero di  Trespiano.

Nel 1919, in occasione del giorno dei morti, il regio commissario[13] aveva predisposto una cerimonia per la deposizione di fiori sulle tombe dei caduti nel cimitero di Trespiano cooptando le rappresentanze delle scolaresche comunali, dei sodalizi patriottici e contando sull’appoggio de “La Nazione”.

Una vera e propria svolta verso una complessità simbolica e rituale più consona all’esigenza di far partecipare le masse ai riti pubblici si ebbe solo durante la giunta Garbasso. Una lettera del sindaco inviata nell’aprile del 1921, d’accordo col Consiglio comunale, al comitato di Treviso con l’offerta di fiori del vivaio comunale, da deporre sulle tombe dei caduti del Piave, rivela la volontà di superare i limiti della solita retorica. Il sindaco concluse la lettera di omaggio[14] inviata al comitato affermando: “Portino queste fronde e questi fiori il memore saluto di Firenze agli Eroi che attendono una Patria più grande, quale sognarono cadendo… ”.

In questa lettera emergono due aspetti, che evidenziano un cambiamento profondo rispetto alle esperienze precedenti: il primo è che i fiori assumevano un valore simbolico, oltre a quello ovvio di rinascita e di continuità della vita dopo la morte, in quanto consacrati al culto dei caduti; il secondo è la mitizzazione e le strumentalizzazione della morte in guerra per fini politici. Formalmente Garbasso affermava che i morti volevano un’Italia più grande e diversa e affermando che era compito dei vivi rendere piena soddisfazione a questa “attesa dei morti”. Non si trattava più di ricordare i morti in guerra come portato di una lotta intrapresa per salvare la Patria, ma, al contrario, di fare dei gloriosi caduti la ragione per cui era necessario mutarla a partire da quel  preciso momento storico.

“L’attesa dei morti” è il dato palese di un profondo cambiamento culturale e politico che non avrebbe mancato di inserirsi nelle forme dello stato totalitario; infatti, se in tutti i paesi usciti dalla Grande Guerra il culto dei morti divenne un nodo cruciale della vita pubblica fu, tuttavia, in Germania e in Italia che esso “assunse  un’importanza speciale. Ancora  negli anni  30, durante il regime fascista, l’Italia era impegnata a sviluppare e ricostruire i suoi cimiteri militari, mentre in Germania pellegrinaggi e cerimonie mantennero la memoria dei morti costantemente viva fino allo scoppio della seconda guerra mondiale”[15].  I riti dedicati ai caduti della Grande Guerra, che vennero utilizzati dal fascismo nel contesto del costruendo stato totalitario erano, infatti, stati elaborati e sperimentati già prima della presa del potere da parte di Mussolini. Il 4 novembre del 1921, mentre Garbasso nella veste di sindaco di Firenze si trovava a Roma per assistere al rito dell’inumazione del Milite Ignoto nel Vittoriano, le principali autorità civili e militari fiorentine onorarono la vittoria del 4 novembre con una Messa in Santa Croce, celebrata su un altare da campo sopra cui fu stesa la bandiera tricolore[16]. La cerimonia riuscì imponente, la suggestione del passaggio fiorentino dell’Ignoto giocò certamente un ruolo e l’evento ebbe come ospite d’onore il cattolicissimo generale Luigi Cadorna.

            La commemorazione in onore dei caduti raggiunse una sintesi fra il culto della fede cattolica e quello della patria uscendo dai limiti della cerimonia elitaria e divenendo un evento pubblico coinvolgente per le masse. La sacralizzazione dei caduti della Grande Guerra in chiave di uso pubblico della storia e di manipolazione politica delle masse, fu fatta propria dal fascismo. Nel caso fiorentino il fatto che il sindaco si fosse “convertito” al fascismo facilitò la strumentalizzazione e l’uso di parte del mito dei caduti. L’anno successivo il generale Cadorna ed il sindaco furono i traghettatori verso il fascismo di questa cerimonia solenne del 4 novembre.  Il sindaco aveva del resto manifestato la sua passione politica il 31 ottobre 1922, quando assieme ai gerarchi fiorentini, aveva improvvisato un comizio a favore di Mussolini in piazza Vittorio Emanuele mentre i fascisti andavano a liberare i loro camerati rinchiusi in galera, alle Murate[17], per svariati delitti. Pochi giorni dopo il 4 novembre del 1922 la Messa solenne in Santa Croce e la cerimonia in Palazzo Vecchio videro ancora protagonisti i fascisti fiorentini, ormai “padroni” della città.  Kurt Suckert, ossia Curzio Malaparte, si ritagliò un suo spazio quando tenne un comizio fascista nel salone dei Cinquecento, inserendo la propaganda politica nel rito solenne.  La cerimonia proseguì poi con un corteo i cui partecipanti, dopo aver percorso il centro storico, ritornarono in piazza Signoria, dove Cadorna prese la parola per lodare la marcia su Roma avvenuta pochi giorni prima,  evento che, egli disse, avrebbe “salvato la Patria”. "Il Nuovo Giornale” e “La Nazione” diedero un grande rilievo a questi fatti mentre il genetliaco del Re[18], festeggiato anche a Firenze, ebbe poco spazio nella cronaca. “Il Nuovo Giornale” gli dedicò, il giorno dopo, solo un piccolo trafiletto. Quanto ai giornali non allineati con la giunta, essi non ebbero in quei giorni la possibilità di circolare, perché i fascisti li bruciarono prima che potessero arrivare nelle edicole.

 



[1] Cfr. Gianni Isola, Guerra al Regno della guerra, Storia della Lega proletaria mutilati invalidi reduci e vedove di guerra (1918-1924), Le Lettere, 1990, Firenze, pp.166-181. In generale sulle memorie dedicate ai caduti  di orientamento socialista cfr. Mario Isnenghi, La Grande Guerra, Giunti, Firenze,1993, pp.147-148

 

[2] L’Avvocato Gino Meschiari, (1883-1947) uomo politico repubblicano ed ufficiale dei bersaglieri,  in quel periodo era un antisocialista convinto. Successivamente avrebbe legato il suo nome alle associazioni combattentistiche; aderì al fascismo dopo il delitto Matteotti. Esponente di prestigio della corrente repubblicana divenne “l’ultimo federale” di Firenze durante la Repubblica Sociale. Il partito repubblicano lo espulse nel 1920 a causa della sua accesa difesa delle proprie posizioni politiche scioviniste. Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 26 novembre 1920. Cfr. Carlo Francovich, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, Firenze, 1969, pp. 49-50 e p 364.

 

[3]  “La Difesa”, Cronaca cittadina, 8 dicembre 1918. L’articolo che commentava la fine delle ostilità terminava con un minaccioso giudizio sugli avversari politici: “Ma il gioco non è terminato e non si sa come possa chiudersi la partita. Non sempre saremo disposti a tollerare. Ed allora sapremo servire a dovere questi repubblicani passati al servizio della monarchia, questi… socialisti che vanno puntellando la borghesia traballante. Il tempo è galantuomo.”. Sui motivi che scatenarono le tensioni che erano intercorse tra la giunta al potere e i socialisti fiorentini durante il conflitto cfr. Luigi Tomassini, Associazionismo operaio a Firenze fra 800 e 900, La società di Mutuo Soccorso di Rifredi (1883-1922)  Olschki Editore, Firenze, 1984, pp. 293 –299; e anche Giorgio Spini e Antonio Casali, Firenze, Editore Laterza, 1986, pp. 112 – 113.  In generale sulle tensioni sociali e politiche in Toscana nel 1919 cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001

 

[4] Cfr. “La Nazione”,  Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919. Cfr. “Il Nuovo Giornale”, Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919. Cfr. “La Difesa”, 14 dicembre 1918 e 28 dicembre 1918.

 

[5] Cfr.”La Difesa”, 4 ottobre 1919.

 

[6] Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, cit., pp. 240 – 246 e pp. 322 – 329. In generale sulla storia del linguaggio politico in Italia nel 1919. Cfr. Roberto Bianchi, Pace, Pane, Terra il 1919 in Italia, Odraedek edizioni, Roma, 2006. Per quel che riguarda l’organizzazione  di ex combattenti che militavano politicamente a sinistra e il loro linguaggio Cfr: Eros Francescangeli, Arditi del popolo, Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista, Odradek, Roma, 2008.

 

[7]  “La Difesa”, 1 novembre 1919. Tale tendenza non era un dato solo fiorentino, lo stesso “Ordine Nuovo” usò, il 1 maggio, questi termini per celebrare la data solenne: “Perché il mondo si salvi è necessario che la fede socialista diventi il soffio animatore dell’opera di ricostruzione, è necessario uno scatenamento di energie morali che torni a potenziare l’umanità, a ridarle il vigore e la giovinezza adeguate allo immane compito”.

 

[8] “L’Ordine Nuovo” ad esempio  pubblicò racconti strazianti che alla denuncia sociale accompagnavano la denuncia del conflitto e fra questi un articolato e concettualmente complesso racconto “il Congresso dei morti” che fu pubblicato a puntate.  Questo racconto immaginava che la grande strage avvenuta con la guerra avesse convocato agli inferi così tanta folla da scatenare un congresso fra i defunti.  A tale evento presero parte le grandi personalità della storia come Attila, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Garibaldi e tanti altri.  Il congresso viene chiuso direttamente da Gesù Cristo e da un Milite Ignoto; lo stesso Messia pronuncia una aperta condanna del capitalismo, della chiesa, e della guerra.   Cfr. “L’Ordine Nuovo ”, 24 maggio, 7, 14, 21 giugno; 17, 26 luglio, 9, 16 agosto 1919.

 

[9] George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Editori Laterza, Roma – Bari, 1990,  pp. 117 –118. 

 

[10] Il “Gr. Uff. Prof. Dott”. Orazio Bacci morì la notte fra il 24 e il 25 dicembre 1917, mentre si trovava a Roma per motivi d’ufficio. Nato a Castelfiorentino il 17 ottobre 1864, intraprese a Firenze la carriera di insegnante fin dai più bassi gradini arrivando ad essere prima un professore di Liceo, poi un accademico della Crusca e infine un professore universitario. Nel 1910 ricoprì la carica di assessore alla Pubblica Istruzione.  Dal gennaio del 1915 fu  sindaco di Firenze, il suo mandato lasciò un segno a causa delle molte iniziative culturali e benefiche attuate durante il difficile periodo della guerra. Genero di Isidoro Del Lungo, ebbe una formazione culturale e politica che fu determinante nell’impostare momenti e riti di propaganda patriottica.

 

[11] Antonio Garbasso ultimo Sindaco di Firenze e primo Podestà fascista della città era nato a Vercelli nel 1871. Accademico dei Lincei, e docente di fisica – matematica a Pisa e a Firenze. A  Firenze si occupò specificamente di ottica e di magnetismo. Fu eletto Sindaco nel 1920, fu nominato senatore del Regno nel 1924, nominato podestà mantenne la carica fino al 1928.  La sua opera politica e culturale a Firenze fu notevole, tant’è che attualmente esiste una via Antonio Garbasso nella zona di San Gervasio che non ebbe una nuova denominazione dopo la guerra.  I frati francescani della Verna  gli diedero sepoltura nel cimitero del convento nel 1933.

 

[12] Tale consuetudine, che aveva assunto le vesti della ritualità pubblica fin dal 1916, proseguì nel decennio successivo e oltre. Cfr. ASCFi, f. 4445,  doc. 119.

 

[13] Cfr. “La Nazione”, 2 novembre  1919.  La crisi politica e morale della giunta Serragli impose la nomina di un commissario Regio nella persona di Vittorio Serra Caracciolo.  Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p. 75 e p.112

 

[14] Atti, CFi,, I,  19 aprile 1921, p.318

 

[15] George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Editori Laterza, Bari, 1990, p.103

 

[16] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 5 novembre 1921

 

[17] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 4 e 5 novembre 1922.  Su Firenze e la marcia su Roma cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, cit., pp. 316 – 319.

 

[18] Cfr. “La Nazione”, 11 novembre 1922 e “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1922. In particolare “Il Nuovo Giornale” con una punta di malizia scrisse che nella cerimonia solenne in Comune i presenti avevano gridato: “Viva il Duca d’Aosta, viva casa Savoia.”   Il duca D’Aosta era stato preso in considerazione da alcuni gruppi politici d’estrema destra come potenziale alternativa al sovrano legittimo Vittorio Emanuele III in caso d’abdicazione da parte di quest’ultimo, e come probabile candidato alla presidenza di un governo autoritario e antidemocratico.  Cfr. Denis Mack Smith, I Savoia  Re d’Italia, cit. p. 314, e p. 325.

 




13 ottobre 2011

Il terzo libro delle tavole: Gestire la Morte di massa

Gestire la Morte di massa

 

Gestire la morte di massa è una cosa difficile e non tutti possono esser d’accordo, ma chi ha il potere deve provare a gestire l’ingestibile o fatalmente perderà il potere con tutte le conseguenze del caso. Se ripenso ai miei studi osservo che questo era il problema delle minoranze al potere a Firenze nel biennio finale della Grande Guerra. Allora la “consorteria” al potere in quel di Firenze fra il 1917 e il 1918 cercò almeno di creare la sua immagine di morte in guerra e di trasformarla da massacro in scala industriale con le sue logiche di profitti industriali e di finanza legate alla guerra e al debito che produceva a qualcosa di comprensibile e accettabile: un sacrificio per la Patria e la collettività. In qualche misura riuscirono nel loro intento perché crearono riti, simboli ostentati, atti pubblici in collegamento fra loro, i quali pur avendo numerosi precedenti erano tuttavia frutto della Grande Guerra. Le  minoranze al potere riuscirono a far convivere per due decenni la memoria della morte di massa con i detentori del potere trasfigurandola, distorcendone il senso e mitizzandola, e riuscirono a farne qualcosa di quotidiano presente nella titolazione delle strade e delle piazze, nelle lapidi, nei monumenti, nei programmi scolastici, nell’immaginario collettivo. La popolazione subì questa immagine pubblica della morte di massa, dal momento che il linguaggio delle minoranze al potere  non riusciva a far adeguata opera di persuasione la creazione della pedagogia patriottica s’integrò con i riti religiosi e con iniziative benefiche volte a procacciare un facile e immediato consenso. Ma mancava ancora l’elemento politico in grado di blindare il culto della Patria entro i termini di un blocco sociale di partito, mancava l’anello di congiunzione fra una cultura nazionalista e conservatrice timorosa di ogni minimo cambiamento sociale e una prospettiva politica in grado di mobilitare le masse della popolazione che, dopo l’enorme bagno di sangue, chiedevano di contare e di essere parte della vita politica. Mancava alle minoranze al potere il fascismo inteso come un movimento politico di massa, antisocialista, controrivoluzionario, espressione del nazionalismo e dell’imperialismo italiano, disposto a propagandare una lettura politica della Grande Guerra distorta e retorica e nello stesso tempo in grado di mobilitare almeno in parte le  masse di sudditi del Regno d’Italia per dare consistenza e numero alla conservazione dell’esistente. Personalmente credo che l’idea delle minoranze al potere nel Belpaese fosse quella di usare il fascismo per stroncare i socialisti e lasciare le cose come erano. Il fascismo nel corso del ventennio si rivelò uno strumento della conservazione e della reazione con sue finalità ideologiche che uscivano dal piccolo recinto egoistico di una minoranza di ricchi e  privilegiati che l’aveva accompagnato al potere, si rivelò almeno in parte autonomo anche se rimase sempre incompiuto il suo disegno di creare un regime  totalitario autentico.

 

La morte di massa in guerra era penetrata in profondità nella sensibilità della cittadinanza e la sacralizzazione dei caduti e la loro dimensione “eroica” erano un fatto politico e sociale che pervadeva tutti i ceti sociali. Perfino le sedute del Consiglio comunale[1] per commemorare i concittadini caduti, per segnalare quanti erano stati decorati e gli ufficiali che si erano distinti per gesta eroiche assumevano un tono “sacro”, non privo di ammonimenti pedagogici che si concretizzarono in eventi quali la solenne cerimonia promossa dal Comune in cui furono consegnate le medaglie al valore alle famiglie dei caduti al fronte. Al rito parteciparono[2], oltre alle autorità militari e civili, le rappresentanze  delle scuole.

L’intento patriottico di giustificare la morte in guerra  si concretizzò nell’esaltazione di figure[3] assunte a simbolo di “sacrificio della vita” per la Patria come Nazario Sauro e Cesare Battisti, due veri e propri “idoli laici” oggetto di numerose attenzioni e strumentalizzazioni in funzione antiaustriaca e, nel caso di Sauro, apertamente ostili al nuovo regno di Jugoslavia.  La compattezza militare dell’alleanza fu celebrata dalla Croce Rossa, il 25 marzo 1918 nel salone dei Cinquecento con la donazione  di cinquemila pacchi di generi di  conforto  alle famiglie dei morti e dei richiamati. Tutti i protagonisti dell’evento furono fotografati presso una parete stipata di pacchi che avevano impressi tre simboli: lo scudo sabaudo, la croce rossa americana ed il giglio di Firenze.

Fra gli ospiti intervenuti era presente anche Isidoro Del Lungo[4], uno dei massimi rappresentanti del mondo politico-culturale fiorentino, e due ufficiali americani per sottolineare la stretta collaborazione fra le potenze dell’alleanza[5] nella comune battaglia annonaria.

A questa iniziativa se ne aggiunse un'altra che consisteva in una fiera, svoltasi dal 31 marzo al 13 aprile, durante la quale, nella centralissima via Tornabuoni, furono vendute merci di vario genere dalle autorità alleate, con un intreccio fra beneficenza e commercio che ritornerà spesso nel dopoguerra nelle iniziative volte a finanziare una cassa scolastica o un monumento ai caduti. La grande manifestazione ginnico militare, tenutasi ai primi di  maggio alle Cascine vide la partecipazione di rappresentanze alleate. Fra le specialità in cui si cimentarono gli atleti fu presente il lancio della bomba a mano. Questa gara collocava la competizione sportiva all’interno di una rappresentazione simbolica della guerra e alludeva alla mobilitazione di tutte le risorse e di tutte le energie.

Del resto quest’evento sportivo era l‘occasione per l’elite al potere per prendersi un po’ di visibilità pubblica come risulta anche dall’elenco meticoloso degli intervenuti e dei premi offerti dai privati pubblicato sulle pagine de “La Nazione”[6]. Il  momento solenne  di questo sforzo propagandistico si ebbe il 4 luglio 1918, giorno in cui Firenze celebrò la festa nazionale americana; in quell’occasione,  fu conferita a Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, la cittadinanza onoraria.  Il Comune finanziò un film di propaganda che documentò l’evento: una scelta abbastanza inusuale e di indubbio rilievo e modernità rispetto a quanto era stato fatto fino ad allora. Il problema della creazione di una partecipazione di massa davvero rappresentativa della popolazione poteva essere, in parte, risolto attraverso la collaborazione fra il clero e le istituzioni. La propaganda patriottica fiorentina, per creare il proprio linguaggio e superare i dislivelli culturali e di alfabetizzazione, rielaborò le pratiche linguistiche e rituali della tradizione religiosa cattolica, senza mettere in discussione l’ordinamento sociale e il suo autoritarismo. Un esempio di questo atteggiamento è rappresentato da padre Ermenegildo Pistelli[7] che, nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico, il 18 novembre 1918, proclamò la superiorità del popolo italiano rispetto a quello germanico, in quell’occasione il sacerdote citava un professore tedesco,  perché riusciva ad essere civile anche se lasciato nell’analfabetismo, mentre il popolo germanico, che analfabeta non era, per essere civile aveva bisogno d’istruirsi. Tale atteggiamento era sintomatico della predisposizione di una certa cerchia d’intellettuali fiorentini politicamente vicini alla “consorteria” di considerare opportuno l’uso dei diversi livelli d’istruzione come strumenti di segregazione culturale e sociale.

La sacralità del rito religioso associata alle necessità e alle logiche del patriottismo poteva far partecipare emotivamente la maggior parte della popolazione nonostante le differenze di classe sociale d’appartenenza, tuttavia il legame fra chiesa ed autorità cittadine a Firenze giunse ad una sintesi solo in occasione della Messa solenne celebrata nel Duomo di Firenze nel febbraio 1919 per commemorare i caduti in guerra. Le autorità e le classi sociali al potere, infatti, avevano bisogno di fare un fronte comune contro i socialisti.

            La Messa solenne in  memoria dei caduti che si celebrò nel Duomo[8]  di Firenze

il 9 febbraio 1919 vide le autorità civili e religiose dare prova di grande compattezza, lo svolgimento del rito rivelava l’influenza dell’esperienza di guerra.

Il quotidiano “La Nazione” riportò la cronaca del rito osservando che “gran folla” era accorsa e che la cerimonia risultò essere “solenne e grandiosa”, per l’occasione il tempio era stato addobbato con “grande austera semplicità”: “Trofei composti da fasci di fucili, da cannoni e da proiettili, alcuni dei quali da 305 erano stati collocati all’interno del catafalco sulla sommità di esso sovrastava la bandiera nazionale.”.

Lo strumento bellico era  divenuto ornamento del luogo sacro e vale la pena notare che era il fucile a rappresentare il caduto, a “prendere il posto” dell’essere umano. Questa forma di rappresentazione[9]  Nella cronaca de “La Nazione” si può osservare una mutazione profonda nella percezione dello spazio sacro. L’inizio del periodo per rappresentare un moto spontaneo verso un avvenimento pubblico si apre con gran folla è accorsa….. La  descrizione stessa rivela che l’evento era stato studiato e preparato per suggestionare la folla dei partecipanti. La cronaca continuava poi rivelando che: “Otto soldati della 167° batteria bombardieri, con l’elmetto e completamente armati prestavano servizio d’onore ai lati. sarebbe poi stata fatta propria da alcuni monumenti dedicati ai caduti dove l’arma rappresentata con maggior frequenza fu proprio il proiettile d’artiglieria.

Altri reparti di bombardieri agli ordini del tenente Giordano si trovavano schierati lungo la navata maggiore. Dirigevano questo servizio il commissario Cav. Dalla Giovanna, i commissari di polizia comunale mag. Ronchetti e Andreotti, e i delegati di P.S. Bellesi e Blotta. All’esterno al disopra della porta maggiore era l’epigrafe dettata dall’illustre scolopio padre Manni[10]: NELLA PACE ETERNA – O VOI QUI IMPLORANTI– CON TANTO AMORE – O SOLDATI NOSTRI – GLORIOSAMENTE CADUTI PER LA GIUSTIZIA – RICORDATEVI FRATELLI – ASPETTANTI INTERO SOLLECITO IL FRUTTO DEL VOSTRO SANGUE. L’ingresso in Duomo era regolato da agenti e carabinieri. La musica presidiaria ed un battaglione di fanteria, schierato di fronte al tempio, ha reso gli onori alle autorità man mano che giungevano…”. La cronaca informa che, indossati i sacri paramenti, prima della Messa il cardinale pronunziò un discorso “improntato ad alti sensi di italianità” e ringraziò il Signore per la vittoria alleata e italiana. Il momento più solenne fu quello in cui, alla benedizione, il reparto d’artiglieri presentò le armi: la cerimonia religiosa e quella militare si fondevano armonicamente per sottolineare una piena convergenza di ideali e di identità. Nel corso della guerra avevano avuto una certa accelerazione sia le dinamiche di secolarizzazione e cristianizzazione da tempo in atto, sia la reazione tendente ad affermare una “restaurazione cattolica” della società e dello Stato. Tutto questo avveniva proprio mentre l’integrazione delle forze cattoliche nei gruppi dirigenti dei paesi liberali assumeva un nuovo e rilevante spessore in funzione sostanzialmente conservatrice e antisocialista: “Il dolore, la distruzione, la morte, che in tante parti dell’Europa la guerra aveva seminato, erano in ogni caso elementi su cui la chiesa poteva far leva per orientare nuovamente verso i valori religiosi e trascendenti. Le inquietudini e i turbamenti sociali scaturiti dalla guerra potevano portare inoltre parte dell’opinione pubblica a guardare di nuovo alla chiesa come elemento di conservazione sociale”[11].

Del resto, durante il conflitto, in virtù dell’istituzione dei cappellani militari e alle leve degli ecclesiastici, la Chiesa aveva avuto la possibilità di essere presente in modo organico nell’apparato militare. Questa convergenza di carattere politico aveva come suo corrispettivo retorico il poter sommare il martirio cristiano con la morte per la patria nella creazione di modelli di riferimento per la sacralizzazione dei morti nella Grande Guerra.    



[1] Il Comune di Firenze fu prodigo di queste iniziative. La celebrazione dei fiorentini caduti consisteva in un discorso solenne tenuto dal sindaco che, si apriva con l’encomio di una medaglia d’oro,  proseguiva con i nomi delle medaglie d’argento, di bronzo e con l’elencazione degli altri nominativi. Cfr.  Atti, CFi, II, 11 gennaio 1917, pp. 6 - 7. e, II, 25 novembre 1918, p. 359.

 

[2] Cfr. “La Nazione, Cronaca di Firenze, 21 aprile 1918.

 

[3] La figura di Nazario Sauro, eroe della marina, impiccato dagli austriaci,  fu usata in funzione antijugoslava anche sulle pagine della “Nazione”; ad esempio si scriveva che l’eroe era morto per rivendicare all’Italia territori attribuiti al nuovo Stato Jugoslavo. L’articolo di prima pagina del 19 novembre 1918, titolava a caratteri cubitali: “L’ombra di Nazario Sauro vigila sulla bandiera d’Italia nel porto di Pola”. “L’eroe caduto è già spirito protettore della Nazione, è già mito di un’Italia più grande che deve compiersi.” L’articolo insisteva sul fatto che la presenza nella memoria collettiva (e dove altrimenti?) di un simile martire rafforzava la convinzione di considerare la città come parte dell’Italia. “La Nazione” stessa si attribuì un eroe. Nell’agosto del 1919 offrì una targa d’argento per una gara nazionale di nuoto. Questa la dedica: “Questa targa offerta dalla “Nazione” si intitola al nome eroico del suo redattore Cesare Borghi sportman e giornalista che l’XI novembre 1915 assaltando Oslavia per l’Italia moriva”.

 

[4] Nato da nobile famiglia il 20 dicembre 1841, Isidoro Del Lungo fu uno dei massimi protagonisti della vita culturale e politica fiorentina dagli ultimi decenni dell’800 agli anni venti. Uomo di studi e di cultura, commentò La Divina Commedia, e curò i testi critici della Cronica di Dino Compagni. Morì a Firenze nel 1927. Cfr. DBI, XXVIII, pp. 96 - 101.

 

[5] Sul criminoso disinteresse della politica italiana rispetto ai propri prigionieri di guerra si rimanda a: Giovanna Procacci, I prigionieri di guerra, in La Prima Guerra Mondiale, a cura di Stephane Audouin-Rouzeau e Jean-Jacques Beker, Ed.it a cura di Antonio Gibelli, Vol.I, Einaudi, Torino, 2007. L’interesse nel ricercare l’aiuto degli alleati è certamente indice della difficoltà del momento e deve essere letto alla luce dell’affermazione di Denis Mack Smith nel saggio  I Savoia re d’Italia, RCS Rizzoli Libri, Milano, 1990, p. 283.  “Ma il re teneva celate le sue vere intenzioni: lui e i suoi ministri (Salandra e Sonnino) avevano deciso di condurre una guerra separata, con obiettivi diversi da quelli dei suoi nuovi alleati e con una diversa strategia, una guerra parallelacontro la sola Austria per garantire all’Italia la supremazia nell’Adriatico.”   Nel suo testo l’autore inglese pone l’accento sulla difficoltà alleata a costruire una strategia comune con l’Italia per vincere la guerra. L’intenzione italiana di condurre di fatto una guerra parallela si rivelò fallimentare;dopo il disastro di Caporetto il peso del contributo militare e l’influenza degli alleati aumentò. Sia “La Nazione” sia “Il Nuovo Giornale” rispecchiarono il cambiamento politico e militare sottolineando nei loro articoli le cerimonie e le battaglie fatte in comune con gli alleati. Rivelatore tuttavia dell’improvvisazione di questa svolta nel contesto fiorentino è l’aneddoto della banda musicale interalleata. “La Nazione” l’8 marzo 1918 rivelò che i musicanti furono trasportati coi carri della nettezza pubblica sotto gli occhi allibiti del pubblico che era  alle finestre.  Ne seguì una rovente polemica in Consiglio Comunale.

 

[6] “La Nazione”: 23 giugno, 3 luglio, 5 luglio 1918, e “Il Nuovo Giornale”, 23 giugno, 3 luglio, 5 giugno 1918. Un’eco significativa del “filo americanismo” emerso in queste manifestazioni si ha nel discorso inaugurale del 18 novembre 1918 di Ermenegildo Pistelli, ordinario di lettere greche e latine, che contiene un esplicito riferimento elogiativo al presidente americano Wilson quale difensore della civiltà e degli studi classici. Cfr. ASCFi, Belle Arti, A.1918, AF. 960-332, sul finanziamento del Comune di un film di propaganda.

 

[7] Il discorso di Padre Ermenegildo Pistelli è trascritto nell’Annuario dell’Istituto Regio di Studi Superiori di Firenze, 1918 – 1919, tip. Galletti, Firenze, 1919. Padre Ermenegildo Pistelli, scolopio e uomo politico, nacque a Camaiore nel 1862 e morì a Firenze nel 1927.  Figura di primo piano nella cultura e nella politica fiorentina, politicamente fu  nazionalista e fascista. Costui percorse tutta la gerarchia dell’insegnamento da maestro elementare a docente universitario di lingua greca e latina. Sulla concezione classista del pensiero pedagogico di padre Pistelli cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi D’Italia,  cit. pp.196 - 201. Sui problemi concernenti la funzione sociale e gerarchica dell’istruzione italiana cfr. Simonetta Soldani, La nascita della maestra elementare, in Fare gli Italiani, Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, Simonetta Soldani, Gabriele Turi (a cura di), il Mulino, Bologna, 1993, p. 101 e p. 129. Cfr. Marino Raicich, Scuola, cultura e politica da De Sanctis a Gentile, Nistri Lischi, Pisa,  1982,  pp. 357 - 363. Il concetto della cultura italiana come diversa e superiore da quella germanica è ribadito con forza in quello che è uno dei suoi ultimi scritti: Ermanegildo Pistelli, Lettere a un ragazzo italiano, Salani, Firenze, 1927, pag.42

 

[8] Cfr.“La Nazione”, 10 febbraio 1919. “La Nazione”, come è noto era un quotidiano legato agli interessi degli agrari e dei proprietari terrieri che si autodefinivano “moderati”. Fin dall’inizio del 1919, in considerazione della ripresa della attività e della propaganda socialista, questo giornale considerò la sua linea editoriale e politica un punto di riferimento per la reazione antioperaia e antisocialista.  Particolarmente intensa fu l’attività giornalistica rivolta a sostenere e ribadire il pensiero politico delle forze borghesi e il loro stile di vita. Cfr. Indro Montanelli, Giovanni Spadolini, La Nazione nei suoi cento anni 18591959, Tipografia de Il Resto del Carlino, Bologna, 1959, p. 124.

 

[9] Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, cit,  pp. 76 – 79, e pp. 343 – 345.

 

[10] Padre  Giuseppe Manni, scolopio e rettore della Badia Fiesolana, nacque a Firenze nel 1844 e vi morì nel 1920. Studioso insigne, epigrafista e poeta. Fu proprio lui ad accogliere nell’ordine degli Scolopi l’allora giovane Ermenegildo Pistelli. Cfr. Ermenegildo Pistelli, Il padre Manni, Arte della Stampa, Firenze, 1923.

 

[11] Guido Verucci, La chiesa nella società contemporanea, Laterza, Roma – Bari, 1988, pp. 9-10.

 




12 ottobre 2011

Il terzo libro delle tavole: Creare il proprio Mito Bellico


CREARE IL PROPRIO MITO BELLICO



La storia si ripete? Forse no e di sicuro identica mai, almeno il colore dei calzini di qualcuno cambia ogni tanto. Ma il vizio di creare la memoria pubblica di un popolo o di una comunità è cosa comune e praticata da quanti si trovano in mano il potere politico in congiunzione con la repressione poliziesca e il controllo di gran parte dei mezzi d’informazione.

Ho passato più di dieci anni della mia vita a studiare il caso della Firenze del primo dopoguerra e ho potuto individuare qualche meccanismo di creazione di mito politico e di costruzione della memoria pubblica e di rimozione e disgregazione delle altrui ragioni o dei ricordi scomodi. Ritengo che oggi i meccanismi di costruzione del discorso pubblico sulla guerra e sull’identità collettiva siano più blandi e più scomposti di quelli usati da nazionalisti e fascisti  ma non per questo scomparsi. Al posto di una retorica patriottica  pesante, schiacciante la coscienza e incentrata su eroi sanguinolenti e martiri della Patria oggi si usano i trucchi spesso sporchi delle società di pubbliche relazioni che costruiscono in collaborazione con i servizi segreti del caso l’immagine tremenda del nemico di turno e di riflesso la propria. Gli esempi si sprecano, in questi ultimi vent’anni il sedicente occidente è stato tempestato da notizie e informazioni su orribili mostri politici e militari tanto armati quanto  aggressivi, che si sono rivelati alla prova dei campi di battaglia e dei bombardamenti NATO dei despoti e tiranni male armati e isolati militarmente. E’ tuttavia interessante osservare come gli strumenti di propaganda solitamente impiegati per colpire il nemico esterno si rivelino efficaci anche contro quello interno. Offro quindi qualche scritto del mio duro lavoro a beneficio del lettore sperando non che ne tragga auspici ma che meditando sul passato possa circoscrivere certi fatti del presente che solo in apparenza sembrano normali o frutto del caso ma che in realtà corrispondono a calcoli e a meccanismi precisi della politica e della comunicazione fra le caste al potere e le masse di elettori o di credenti in fedi politiche o religiose. Oggi non mi sento d’invocare Dio, non è proprio il caso ma per certo è bene  augurarsi buona fortuna perché in questi anni le tenebre dell’adorazione del Dio-denaro che spezzano pietà umana e ragione sembrano farsi marea e tutta la terra appare allagata da una forza incontenibile che disgrega, corrompe e apre le porte a qualsiasi avventura. Allora è questo il tempo per non perdere la ragione, per meditare, riflettere, ascoltare perché potrebbe arrivare il momento in cui ciò che è comunemente chiamato male si presenterà e dovrà esser riconosciuto per ciò che è. Ma per vedere l’abisso che si apre quando le tenebre del Dio-denaro sommergono il mondo umano occorre conoscere qualcosa del passato, capire almeno in parte da dove si viene. Se non si sa da dove si arriva e la natura della strada da percorrere  con difficoltà si potrà sperare di arrivare alla propria destinazione.

 

 

 

La costruzione politica della memoria pubblica.

 

Le bande militari, la Martinella, la campana del Bargello e le campane di tutte le chiese di Firenze suonarono assieme il 4 novembre 1918: era  l’annuncio della fine della Grande Guerra per gli italiani.

 “Alle 18 dalla torre di Palazzo Vecchio la storica Martinella con lunghi rintocchi dà segnale alle altre campane, ed a essa risponde quasi subito la campana del Bargello e tutte le altre numerose chiese della città. Le musiche militari che sono giunte sulla piazza trascinandosi dietro una vera fiumana di popolo suonano gli inni della Patria mentre la folla applaude entusiasticamente gridando: Evviva l’Italia! Evviva l’Intesa! Evviva Trieste. W Trento

E’ un momento di vera intesa d’irresistibile commozione.”

 “Il Nuovo Giornale”, quotidiano fiorentino nazionalista e interventista, usò queste parole[1] per sottolineare l’intreccio formatosi fra rito civile e rito religioso e la gioia cittadina per la fine vittoriosa della guerra.  La conclusione del conflitto mondiale avrebbe di lì a breve costretto i fiorentini e tutti gli italiani a confrontarsi con il senso  di quel conflitto[2], con i cambiamenti  che  aveva operato nella società e nella percezione della propria identità nazionale.

A partire da quella giornata gli strumenti[3] della propaganda bellica, costruiti durante il conflitto, sarebbero stati utilizzati per creare un mito e una memoria pubblica  da parte degli appartenenti alle  forze politiche conservatrici fiorentine; essi  si erano mobilitati  per attuare numerose iniziative di carattere filantropico,  politico e culturale[4] a sostegno dello sforzo bellico. I loro interessi politici e il loro nazionalismo s’integravano nella realizzazione di manifestazioni di propaganda patriottica nelle quali il concetto del sacrificio della vita in guerra era ricorrente perché idealmente santificava la patria e attribuiva, di riflesso, alle classi dirigenti una legittimazione alta e nobile in quanto la Nazione era resa sacra dal sangue versato. Il discorso politico in Italia fin dal periodo Risorgimentale[5] trovava nei morti in battaglia per la Patria l’espressione più alta della sacralità, infatti il sacrificio e la morte in guerra erano elementi fondamentali del Nationbuilding ottocentesco. Questo senso del sacrificio era la base tradizionale sulla quale era possibile costruire una pedagogia patriottica e politica rivolta alle masse popolari.

Durante il conflitto l’Italia aveva conosciuto forme di propaganda rivolte alla totalità della popolazione, in un contesto di diffidenza e contrasto fra “paese reale” e “paese legale”. L’immane conflitto –  soprattutto per effetto della disfatta di Caporetto – aveva insegnato che la costruzione del consenso di massa era indispensabile per fare la guerra. L’esperienza avrebbe presto insegnato che era indispensabile anche per governare la pace.

Porsi il problema del cercare il consenso significava fare i conti con due pesanti condizionamenti: uno riguardava il fatto che lo Stato era stato costruito in opposizione alla Chiesa, e sotto la spinta di minoranze divise anche sul progetto generale[6], che aveva lasciato irrisolto il problema dell’identità nazionale delle masse popolari; l’altro, più grave, era il profondo divario fra le diverse classi sociali e fra città e campagna. Un divario accentuato dalla diversa velocità dei tassi di alfabetizzazione e di conoscenza della lingua nazionale.  La costruzione di una memoria pubblica della Grande Guerra a Firenze iniziò con la prima deliberazione del Comune[7] favore dei futuri decorati in guerra assunta nel novembre del 1915. Essa si concretizzò con la deliberazione di apporre di una targa commemorativa nel loggiato degli Uffizi in modo da legare i nomi dei decorati al luogo ove erano poste le statue degli uomini illustri. Con l’avanzata del conflitto e dell’ecatombe di uomini che esso produsse emersero i limiti dei riti e delle cerimonie allestite dalle classi dirigenti cittadine soprannominate anche la “consorteria”. La “consorteria” con la sua cultura e con il richiamo alle glorie Risorgimentali non riusciva a trovare gli strumenti propagandistici e politici per governare la società di massa che si era formata negli anni del conflitto nonostante si fosse impegnata in una catena d’iniziative volte a trovare un consenso popolare.

Fin dal novembre del 1915 la giunta del sindaco Orazio Bacci[8] organizzò la mobilitazione cittadina e l’attività di propaganda bellica. Le prime iniziative come la celebrazione per Battisti nel 1916 con la prima targa posta in suo ricordo, la deposizione di fiori freschi a spese del comune nel cimitero di Trespiano o le letture rituali dei nomi dei caduti in Consiglio comunale, appaiono ancora prive di un indirizzo politico capace di trasformarle in una pedagogia politica di massa. Toni nuovi, comunque, emersero con chiarezza nel novembre 1916 nel modo in cui fu progettato l’evento della riconsacrazione dell’arco dello Jadot in Piazza della Libertà. La solenne festa del compleanno del Re fu l’occasione nella quale il Comune fece partecipare alla cerimonia le scolaresche e le associazioni patriottiche con l’intenzione di creare un disciplinato seguito[9] di massa.  Questo sforzo continuò anche nel 1917 ma la mancanza di un rapporto di carattere continuativo e non occasionale con le masse pesava sulla qualità degli eventi; il problema certo non poteva essere “superato” e risolto continuando nella politica delle targhe dedicate a singoli personaggi o agganciando le vicende di quel conflitto agli eroi risorgimentali o ad una lettura della guerra in corso in chiave di “Quarta Guerra d’Indipendenza”. Nell’ultimo anno di guerra a Firenze lo sforzo propagandistico si intensificò e diede i massimi risultati, grazie anche all’impegno del Comune. Esso ebbe due denominatori comuni: l’uso delle forme della ritualità mutuata dai riti cattolici anche attraverso l’appoggio e la mobilitazione del clero[10] e la volontà, e forse la necessità, di far apparire salda l’alleanza e l’integrazione con le altre potenze dell’Intesa attraverso la presenza di loro rappresentanze nelle iniziative più importanti. Nel corso del conflitto nella vita sociale italiana e cittadina la pietà per i morti con il necrologio funebre prese  forme che rispecchiavano la società di massa e la serialità della produzione industriale con foto di volti e storie congelate in poche righe così simili le une alle altre da sembrare sempre uguali. La loro ossessiva presenza[11]  si sarebbe protratta, del resto, anche dopo la  fine della guerra.

Come i  resti di  un  naufragio che arrivano  dopo  giorni sulle spiagge, alcuni di questi necrologi continuarono, infatti, ad essere pubblicati, ben oltre l’armistizio, via via che i corpi dei caduti al fronte venivano riconosciuti e ritrovati.



[1]Il Nuovo Giornale”, 5 novembre 1918. Ai reparti in linea la notizia della fine del conflitto  fu comunicata alle tre di notte del 4 novembre 1918, mentre, fu di pubblica ragione a Firenze nella mattinata. Cfr. “La Nazione”, 5 novembre 1918. 

 

[2] Sul nesso Grande Guerra e identità italiana cfr: Oliver Janz e Oliver Klinkhammer (a cura di), La morte per la patria, La celebrazioni dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli, Roma, 2008 e Mario Isnenghi (a cura di) , I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Bari, 1997.

 

[3] Sulla propaganda bellica in Italia durante la Grande Guerra. Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, Sansoni, Milano, 1998, pp. 240 – 246.

 

[4] Sul valore dato dalle classi dirigenti cittadine alla cultura attraverso le diverse espressioni con cui si manifestava e al particolare accento nazionalistico che esse assunsero nel periodo della guerra e in quello del decennio precedente: cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi d’Italia, Associazioni di cultura a Firenze nel primo Novecento, Angeli, Milano, 2000,. pp. 206 - 224.

 

[5] Cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer ( a cura di), La Morte per la patria, La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2008, pp.IX-XI.

 

[6] Antonio Gibelli, La Guerra degli Italiani 1915-1918, Sansoni, Milano, 1998, pp. 92-93

 

[7] ASCFi, f. 4445,  doc. 114

 

[8] Uno degli elementi che distinsero la politica della giunta Bacci fin dall’inizio fu l’attività del Comune indirizzata ad onorare ufficialmente i caduti in guerra. Per ciò che concerne le onoranze funebri: cfr. ASCFi, f. 4445, doc. 119; sul l’impegno della municipalità in occasione scopertura della targa a Battisti: cfr. ASCFi, f. 4445,  doc. 112

 

[9] Questa cerimonia in particolare è studiata nel secondo capitolo. Essa fu articolata e complessa e segnò uno dei massimi risultati propagandistici della giunta Bacci. Cfr. Bargellini, III, p. 145. ASCFi, f. 4445, doc. 114; Bullettino, CFi, Novembre 1916; “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1916.  Per quello che riguarda la mentalità e la sensibilità comune una simile messa inscena deve esser sembrata abbastanza ragionevole in quanto:” La pedagogia patriottica del periodo dell’Italia liberale ha usato il concetto di sacrificio per la Patria. Si ritrova l’idea di ,morte per la Patria anche nel libro Cuore e in generale nella letteratura scolastica…” cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer ( a cura di), La Morte per la patria, La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2008, Pag.XIV.

 

[10] Cfr. Simonetta Soldani, La Grande Guerra lontano dal fronte, in Storia d’Italia, Le regioni dall’Unità ad oggi, La Toscana, Giorgio Mori (a cura di), Einaudi, Torino, 1986,  pp. 414 – 415, dove l’autrice osserva come tale atteggiamento patriottico nel clero si generi durante la guerra e verso la fine subisca una svolta; in particolare: “nella primavera del 1918 (…) si sarebbe giunti a chiedere esplicitamente al clero di farsi carico in prima persona e in modo diretto della propaganda in favore della continuazione della guerra fino alla vittoria delle armi italiane, in un crescendo che avrebbe fatto la gioia dei moderati toscani della cerchia di Lambruschini, e che era la più evidente riprova dell’inettitudine dello Stato e dei suoi terminali periferici a gestire una politica che si caratterizzava per una inusitata intensità e minuziosità prescrittiva in campo sociale, e che poneva con urgenza problemi di coinvolgimento e di consenso di grandi masse popolari”.

 

[11] Cfr. “La Nazione”, 10 – 15 marzo 1918, 30 luglio, 19 novembre 1918. Cfr. “Il Nuovo Giornale” 14 - 17 settembre 1918,  7 - 16 novembre 1918.

 


IANA




19 ottobre 2009

Per un futuro possibile

La valigia dei sogni e delle illusioni

Per un futuro possibile

Il Belpaese dovrà in un lontano futuro determinare i confini di una sua propria civiltà.

 Nei fatti le difforme genti della Penisola non costituiscono una civiltà oggi come oggi perché non esistono dei valori comuni condivisi, prevale nella difforme popolazione del Belpaese o spirito di parte, l’adesione a gruppi politici o d’interesse spesso coincidenti con vicende private del singolo o familiari.

Noto anche che, a dispetto delle apparenze, la capacità di dividersi, di querelarsi attraverso gli avvocati e di far volare parole grosse non corrisponde presso le genti del Belpaese a un vero fanatismo, a quell’odio netto e puro che è l’ingrediente delle guerre di religione e dei grandi conflitti ideologici. Sì certo ci sono stati conflitti ideologici in Italia specie fra comunisti e democristiani e i loro alleati ma a ben vedere son cose del passato e dietro c’erano i poteri stranieri attivi in Italia nel periodo della guerra fredda e i conflitti sociali interni fra classi sociali che le opposte ideologie mascheravano appena. Per i leader nazionali e i loro partiti di riferimento oggi si fa il tifo, tifo da stadio. Questo non è però indice di una fedeltà sincera, di un essere parte di qualcosa che è vita e biografia delle persone, come poteva benissimo capitare alle origini della Repubblica quando il Mario Rossi di turno prendeva la tessera di un partito o sceglieva di militare in qualche formazione politica. Leggo questa condizione come l’ennesima riprova che oggi l’Italia è caduta in uno stato di decomposizione della vita morale e civile. Comunque inutile pensarci troppo, prima o poi questo dolore cesserà e questo tempo funesto della Seconda Repubblica tramonterà nel remoto passato senza aver nulla di nobile o glorioso, chi verrà dopo di noi probabilmente escluderà questi anni dalla storia Patria trattandoli come qualcosa di strano e pazzo, come un momento che della storia delle genti della Penisola nel quale qualcosa di profondo e di sano si è spezzato e dopo si è dovuto ricostruire, rigenerare far rinascere.

Quale potrebbe essere il futuro dopo questo tempo funesto?

L’Italia ha sempre avuto qualcosa di metafisico nel suo manifestarsi, per i patrioti del Risorgimento era una sorta di nuova Roma antica che risorgeva, Per gli Italiani della Grande Guerra era l’entità che chiedeva il sacrificio umano di intere generazioni di maschi adulti, per il Fascismo la promessa imperiale di un dominio su un pezzo del pianeta azzurro. Questo far discendere l’Italia da realtà metafisiche si è rivelato disastroso, era sottinteso in quest’atteggiamento  una volontà d’ignorare o di mettere fra parentesi il dato reale e concreto. L’Italia che sarà deve nascere dal dato brutale e concreto, da una sorta di attaccamento alla terra e solo ad essa, dalla constatazione di tante parti disperse  e diverse che devono trovare valori comuni e ragioni di star assieme. L’elemento più forte è quella cosa elementare che è l’essere parte di una realtà politica e territoriale; lo straniero identifica come italiano l’abitante della penisola, quale che siano le sue origini, questo discrimine fra loro e noi sarà molto probabilmente la prima pietra di una costruenda civiltà italiana. Dal bollo di diversità imposto dai forestieri può nascere una prima ragione d’identità che somma le comunità straniere di nuova emigrazione e quelle che in Italia vivono da secoli o da due o tre millenni.

 

.IANA per FuturoIeri




9 ottobre 2008

ORDINE PROFESSIONALE?

Il quotidiano moderato "La Repubblica" del 9 ottobre 2008 in prima pagina richiama un'articolo nelle pagine della  cultura con il titolo:"Il soldato Smith che con la matita sconfisse Hitler". L'articolo in questione racconta la storia di un soldato inglese del genio che durante la Grande Guerra faceva degli schizzi a matita delle postazioni nemiche sul famigerato fronte occidentale. Adolf Hitler in quel conflitto era un'oscuro caporale di orgine austriaca che militava nell'esercito del Kaiser. A meno di non sfumare nella metafisica le possibilità si riducono a due. O in quel quotidiano s'ignorano le differenze fra Grande Guerra e Seconda Guerra Mondiale, oppure questo Adolf Hitler è stato usato come richiamo perchè è a suo modo un nome famoso. In entrambi i casi c'è da chiedersi con che coraggio l'Italia continua a tenersi quella cosa che è detta "Ordine dei Giornalisti", servisse almeno a formare i professionisti del settore!
La verità, in termini generali, è che in questo Belpaese il  merito non conta o conta molto poco e la sincera motivazione e la professionalità sono secondarie rispetto alla fedeltà, alle parentele, alle amicizie. A che servono quindi gli ordini professionali? Forse a tutelare chi è già inserito contro quelli che non lo sono?
Inoltre voglio scrivere questo: A furia di nominare questo Hitler a casaccio lo si è trasformato in un ente metafisico, in una sorta di genio del male, di anti-democrazia, anti-tolleranza razziale, anti-tutto.
Se si ha ripugnanza nei suoi confronti lo si consegni alla storia del secolo appena trascorso, è lì che va messo e non citato a caso per farne uno strano personaggio che anima la fantasie di questo inizio di nuovo millennio. I pericoli di queste fragili democrazie che si sostengono su un consenso drogato dai consumi e dalla cattiva televisione sono perlopiù interni, gli spettri del trapassato remoto mostrano solo le paure profonde di un sistema politico e sociale che davanti alla nuova terribile crisi finanziaria si scopre non solo intimamente ladro e corrotto ma anche screditato fino al  midollo.
C'è forse un ordine professionale di una qualche categoria che può salvare le fragili democrazie europee dalle pulsioni suicide?
Questo, se fosse possibile, non sarebbe male istituirlo.

IANA per FuturoIeri



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