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17 ottobre 2010

La recita a soggetto II

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Le Tavole delle colpe di Madduwatta
La recita a soggetto

Anno 2010 estate, nel villino di periferia di Vincenzo Pisani si presentano di notte lo zio Francesco e lo Zio Marco preoccupati da uno strano annuncio.  I due dopo anni si parlano di persona.

Francesco: Parli bene. Ma come al solito pensi solo a te stesso. Io quando penso a questi ragazzi di oggi, a questi giovani mi chiedo cosa penseranno di noi; del disfacimento morale, materiale e civile che abbiamo ereditato dalla generazione dei padri e dei nonni e che lasciamo loro aggravata da ogni sorta di cosa strana e pazza. Non funzionava così prima.

Marco: Cosa hanno fatto per noi? E tu caro fratello che cosa hai fatto per loro? Contano i fatti e chi vive bene e per gli affari come noi lo sa. Concretamente del futuro di questi giovani, di questo Belpaese, di questa città, delle sue periferie cosa c’è se non la spazzatura civile e morale generosamente lasciata in eredità ai figli da parte dei padri e dei nonni. Io come la stragrande maggioranza di quelli che hanno posizione e un po’ di soldi Me Ne Frego. Non mi dire che è fascismo perché sai che non è così. Questo è il capitalismo! Esiste solo ed esclusivamente il singolo e i suoi diritti e tutto il resto è o ciò che crea profitto. Se non crea profitto è il niente e il niente non interessa. Quel che c’era prima dici. Balle! Era come oggi, anzi oggi c’è meno ipocrisia meno cattiveria, meno pugnalate al buio. Qui grazie agli stranieri e alle loro banche  tutto è semplice ci siamo noi che siamo i servi ricchi e il resto è merda sociale. Se non hai un protettore, l’elenco clienti, un amico direttore di banca, un socio occulto che fa politica non ci arrivi in alto; non conta la carta, la laurea, il master: qui conta chi conosci, coloro con i quali sei in credito e coloro con i quali sei in debito. Mi dispiace per questi ragazzi. Molti sono bravi non dico di no. Studiano, protestano, fanno volontariato, aiutano gli  anziani e altre idiozie del genere. Ma non capiscono la verità, il dato semplice e banale. Esiste solo il denaro che crea ogni vita e ogni vita salva o distrugge. Qui è peggio che altrove perché il merito non conta, non conta l’aderenza a dei valori condivisi,la razza o la Patria,  non conta il  carattere o la persona ma solo chi ti protegge e il suo  prezzo.

Francesco: Il prezzo! Dici una cosa vera. I soldi mi piacciono, ho fatto tante cose con i soldi. Viaggi, escort di lusso nei paesi dell’Est, alberghi fini, pasti da signore ho pagato io con le  carte della società, o del padrone quando lavoravo per lui. Ma tu sei una  cosa esagerata. Vedi solo ciò che ti assolve da ogni responsabilità. Gli altri sono sopra e sono più ricchi, comandano, dispongono, ordinano le regole e l’andamento degli affari e tutto diventa lecito, giusto, legittimo, giustificato. Perché il privato se vuol viver bene non può opporsi, non può dir di no al sistema, non può star fuori. Ma nello stesso tempo nessuno vuol start dentro rispondere di ciò che fa quando inquina, de localizza, sfrutta, agisce ai confini della legalità.  Allora ecco che la colpa è degli altri, di chi è sopra. La colpa può essere del banchiere che concede il prestito, della Banca Centrale Europea, dei burocrati di Bruxelles, dei cinesi, forse della Federal Reserve, perfino dei politici che ora contano meno della mafia. Mai personale, mai propria, mai nostra. Ecco io ci penso. Ogni tanto ci penso.

Marco: Che vuoi dire? Forse che sei diverso da me?  Esagero quando dico che è giusto fregarsene, che è giusto seguire ciò che esige il mercato, che è corretto andar dietro a chi controlla il mercato e decide per noi? Che responsabilità possiamo avere noi piccoli che di fatto siamo vincolati a soci ricchi o ai prestiti o peggio alle commesse di qualche grande azienda o di qualche grande catena di distribuzione? Nessuna. Assolutamente nessuna. Se Dio esiste ci deve assolvere nel giorno del giudizio: abbiamo eseguito ordini superiori.
 Ora  dimmi: che cosa hai fatto di diverso da tanti altri mediocri esecutori di ordini  quando andavi a giro con il campionario di certa gente che paga i lavoranti rumeni o albanesi una miseria, o quando hai gestito quella fabbrica di vestiario in Ucraina per certi soci padani, caro il mio fratello duro e puro.  L’Italia è davanti e contemporaneamente dentro una tempesta che si chiama esternalizzazione e in un terremoto che si chiama globalizzazione.

Francesco: Appunto. C’è quel che resta della globalizzazione e della de-industrializzazione in questo Belpaese, lo so e ci vivo sopra; proprio come te. Comunque in Ucraina lavoravo sulle calzature e sulla logistica. Proprio per questo ho fatto quel che ho fatto. Un altro avrebbe subito preso il mio posto e io starei peggio e i problemi non avrebbero avuto comunque una soluzione. Tutto il male dello sfruttamento laggiù nell’Europa dell’Est e della disoccupazione da noi sarebbe stato con o senza di me. Solo che capisco e son dispiaciuto, mi scarico la coscienza.

Marco:  Potrei dire pure io che son tanto dispiaciuto e addolorato, ma chi potrebbe mai credermi. Io mi prendo la responsabilità con me stesso; se tutto questo è una merda di sistema fatto di sfruttamento, corruzione, avidità, amore per la morte e l’abuso di potere io ne faccio parte.   Che cosa dovrebbero fare questi ragazzi di cui parli? Andare in un giro con oggetti ingombranti in qualche rivolta urbana per farsi sparare dalla polizia come a quel tipo a Genova nel 2001, scioperare quando i loro contratti sono a progetto o comunque a termine e la loro vicenda lavorativa si concluderà con una forma più o meno dolce licenziamento o come si dice oggi scadenza del contratto, non comprare più beni e servizi per mettere in crisi i poteri economici, sputare in faccia ai nonni e ai padri per i problemi irrisolti e le prospettive negative di crescita della società. Fare i fascisti, i comunisti, gli anarchici, gli integralisti religiosi in una società che crede solo ed esclusivamente nel denaro, nella notorietà nella pubblicità televisiva e nei consumi di lusso?

Francesco: Parli bene. Ma come al solito pensi solo a te stesso.

Marco: Non basta darsi una spruzzata di color politico rosso o nero per esser qualcosa o per fare affermazioni significative.   Non basta!  Se uno ama queste generazioni nuove o fa qualcosa per loro o fa come faccio io. Esisto solo io qui e ora davanti al mercato e alle sue leggi di ferro, il resto è niente e il niente non esiste.

Francesco: Vivi solo per te stesso, pensi sempre  alla tua azienda, ai tuoi assegni, all’amante, alla famiglia che hai sfasciato, all’elenco clienti, alla mercedes della società da cambiare ogni due anni. Chiama  poi le cose con il loro nome, le aziende per le quali lavori de localizzano il lavoro come le altre e più delle altre se possibile. Non sei diverso perché ti piace ma perché sei qui e ora.

Marco: Siamo servi del denaro e di chi lo controlla e in questo privilegiati.


Nella stanza cala il silenzio. I due si studiano e si accomodano nell’unico divano nel corridoio, prima Francesco e poi Marco. Marco estrae un paio di monete dai pantaloni.


Marco: Questo parlare mi ha messo sete, ti va un caffè, ho un paio di pezzi da cinquanta per questo schifo del distributore automatico bastano. La macchina a monete del Vince!
Francesco: Saranno tre anni che non mi offri il caffè, ci sto! Vorrà dire che staremo in piedi tutta la notte ad aspettare. Aspetteremo con gli occhi sbarrati dalla caffeina il nostro sciagurato nipotino.

Marco mette le monete nel distributore, lo fa con studiata lentezza, quasi per assaporare un qualcosa di famiglia nell’aria.


Marco: Quanto zucchero fratello?




12 luglio 2010

Note sul tempo altro e sui giovani

 


De Reditu Suo - Terzo Libro

Note sul tempo altro e sui giovani

 Il vecchio mondo umano con i suoi costumi, le sue illusioni, la sua forza civile, le sue speranze è ormai polvere di cose morte dispersa nel vento. Quello nuovo che sta prendendo forma e che muta e si altera è un tempo altro e diverso. Esso è tale perché si dibatte in una grave crisi di senso delle ragioni intime del suo sviluppo tecnologico ed economico in questi anni di crisi, è diverso perché le grandi creazioni ideologiche novecentesche sono da tre decenni in disarmo e il suo posto è stato preso dalla spettacolarizzazione della politica, è altro perché le grandi speranze del passato in Europa e nell’Impero Anglo-Americano hanno lasciato il posto alle inquietudini e a un vivere intristito tutto ripiegato sul presente. Chi fa il facile gioco retorico di proiettare il suo passato, recente o antico che sia, su questi che hanno fra i diciotto e i venticinque anni d’età commette un grave torto verso la sua intelligenza. Non è una questione di cattiveria o di condizione di minorità: i giovani semplicemente vivono in un tempo altro e diverso rispetto a quello dei padri e dei nonni di conseguenza vanno forzatamente verso prospettive diverse di lotta sociale e politica. I profeti della domenica mattina che vedono miracolose resurrezioni di ideologie fasciste o comunistoidi proiettano il loro passato, o i finti ricordi, su questo concretissimo presente. L’Italia è un Belpaese anziano e quindi milioni di anziani temono il futuro che smentirà e sbugiarderà le loro pietose menzogne e i loro tristi egoismi per anni mascherati rozzamente e falsamente da ragioni politiche o moralistiche. Il vizio antidemocratico di mascherare i propri comodi e i propri egoismi sociali con ragioni politiche altisonanti e fumigazioni retoriche è stato per troppo tempo coltivato dai vecchi partiti politici e dalle organizzazioni sociali e di categoria; oggi le vecchie invenzioni e le furberie da ciarlatani del mercato rionale si collocano in un tempo non loro dove creano confusione e dividono fra chi capisce di che cosa si tratta, chi riesce a comprendere la loro natura di cose morte e chi diffidente li prende come cose strane e pazze. Il discorso sui giovani nel Belpaese cade dall’alto, il giovane non è oggetto di comprensione o di studio ma di giudizio e a seconda della passione politica che anima il giudicante il giudicato è trattato bene o male a seconda del caso e dell’opportunità. Nel discorso che comunemente sento sui giovani manca  l’umiltà di capire da quale tempo arrivano, come vivono qui e ora e dove andranno. Odo di solito giudizi pesantissimi o lusinghieri su di loro in nome di stereotipi vecchi di trenta o quarant’anni, per fortuna l’interesse per i giovani è poco e i giudici dalla parola facile  non vengono quasi messi davanti ai loro pesanti condizionamenti ideologici e alle loro discutibili certezze.

IANA per FuturoIeri




27 giugno 2010

Note sul tempo altro e sui giovani


per approfondire



De Reditu Suo - Terzo Libro

Note sul tempo altro e sui giovani

 Il vecchio mondo umano con i suoi costumi, le sue illusioni, la sua forza civile, le sue speranze è ormai polvere di cose morte dispersa nel vento. Quello nuovo che sta prendendo forma e che muta e si altera è un tempo altro e diverso. Esso è tale perché si dibatte in una grave crisi di senso delle ragioni intime del suo sviluppo tecnologico ed economico in questi anni di crisi, è diverso perché le grandi creazioni ideologiche novecentesche sono da tre decenni in disarmo e il suo posto è stato preso dalla spettacolarizzazione della politica, è altro perché le grandi speranze del passato in Europa e nell’Impero Anglo-Americano hanno lasciato il posto alle inquietudini e a un vivere intristito tutto ripiegato sul presente. Chi fa il facile gioco retorico di proiettare il suo passato, recente o antico che sia, su questi che hanno fra i diciotto e i venticinque anni d’età commette un grave torto verso la sua intelligenza. Non è una questione di cattiveria o di condizione di minorità: i giovani semplicemente vivono in un tempo altro e diverso rispetto a quello dei padri e dei nonni di conseguenza vanno forzatamente verso prospettive diverse di lotta sociale e politica. I profeti della domenica mattina che vedono miracolose resurrezioni di ideologie fasciste o comunistoidi proiettano il loro passato, o i finti ricordi, su questo concretissimo presente. L’Italia è un Belpaese anziano e quindi milioni di anziani temono il futuro che smentirà e sbugiarderà le loro pietose menzogne e i loro tristi egoismi per anni mascherati rozzamente e falsamente da ragioni politiche o moralistiche. Il vizio antidemocratico di mascherare i propri comodi e i propri egoismi sociali con ragioni politiche altisonanti e fumigazioni retoriche è stato per troppo tempo coltivato dai vecchi partiti politici e dalle organizzazioni sociali e di categoria; oggi le vecchie invenzioni e le furberie da ciarlatani del mercato rionale si collocano in un tempo non loro dove creano confusione e dividono fra chi capisce di che cosa si tratta, chi riesce a comprendere la loro natura di cose morte e chi diffidente li prende come cose strane e pazze. Il discorso sui giovani nel Belpaese cade dall’alto, il giovane non è oggetto di comprensione o di studio ma di giudizio e a seconda della passione politica che anima il giudicante il giudicato è trattato bene o male a seconda del caso e dell’opportunità. Nel discorso che comunemente sento sui giovani manca  l’umiltà di capire da quale tempo arrivano, come vivono qui e ora e dove andranno. Odo di solito giudizi pesantissimi o lusinghieri su di loro in nome di stereotipi vecchi di trenta o quarant’anni, per fortuna l’interesse per i giovani è poco e i giudici dalla parola facile  non vengono quasi messi davanti ai loro pesanti condizionamenti ideologici e alle discutibili certezze.

IANA per FuturoIeri




16 maggio 2010

Si fa presto a dire scuola: I giovani e i nuovi stregoni




De Reditu Suo - Terzo Libro

Si fa presto a dire scuola: I giovani e i nuovi stregoni

Una retorica iniqua e vile nel Belpaese, e spero che il nostro sia l’unico caso del consorzio umano, carica i giovani ai quali io insegno della responsabilità del futuro. Ci vuole uno stomaco foderato d’amianto e piombo o una testa svuotata da ogni neurone per insistere su una cosa così profondamente stronza e vile. Cosa dovrebbero fare i giovani: una rivolta? Farsi sparare dalle forze dell’ordine come è capitato a Carlo Giuliani  a Genova nel 2001?  Rovesciare il mondo massacrando le generazioni fra i cinquanta e i settanta che detengono denaro, potere, case, le terre, gli avvocati al soldo, e le donne belle e disponibili per una ragionevole cifra? Dovrebbero loro che non stanno godendo dei benefici della grande ricchezza dei pochi arruolarsi e morire nelle guerre che si combattono ai confini degli imperi fondati sul denaro e sul consumismo? Chi fugge in questa retorica criminale non odia i giovani ma li ignora, ne disprezza la vita loro e le aspirazioni quali che siano e avrebbe la pretesa che questi  disgraziati in nulla favoriti o aiutati sollevino il mondo dai suoi mali e usino molteplici miracoli per rendere felice e ricca la vita di cinquantenni senza meriti, di sessantenni da urlo, di mostri morali malamente invecchiati o impazziti ormai andanti sui settanta. Qualcuno loda l’attivismo dei giovani ma forse li amano? Chi vuol prendersi una denuncia per loro? Sostengono forse il futuro di questi giovani? Perché allora non sento un discorso appassionato sul futuro dei diciottenni e dei ventenni  se non dai “grillini” e da soggetti politici marginali o eccentrici? Perché in tanti anni nessuno ha fatto una forte iniziativa sulla scuola pubblica?  Perché le ultime riforme sulla scuola sono, per così dire, calate dall’alto, e perché si parla così poco de i giovani che mollano tutto e vanno a lavorare?  Chi parla mai degli apprendisti muratori, o artigiani o operai? Chi ama i giovani fra queste cariatidi che si ricordano di loro solo per la manifestazione, per urlare al pericolo fascista, per gridare alla minaccia della sovversione comunista, o per chiedere il voto  ai loro genitori?  Basta presentare questi dubbi come semplici domande per smontare tutta la cattiva retorica sui giovani rozzamente confezionata da coloro che non vogliono muovere un dito né per se stessi, né per gli altri.  Essi  avrebbero la pretesa di essere salvati dal loro male da coloro che per motivi anche anagrafici non hanno il potere e non hanno i milioni di euro con i quali ormai si fa la grande politica. In questi mesi d’inizio primavera del 2010 mi risulta che il centro del dibattito politico sono questioni che riguardano le riforme ossia la grande politica che pensa e ragiona su come cambiare se stessa, basta questo per dimostrare aldilà di ogni possibile equivoco la natura strumentale degli appelli alla gioventù. Spero che i ragazzi trovino da sé le ragioni per salvarsi dalla cattiva retorica e dagli stregoni della politica.

                                                                       IANA per FuturoIeri




4 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (4)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 4

D-. Cosa aggiunge o cosa ha aggiunto nel passato, secondo te, il Judo nella cultura sportiva degli italiani?

R-. La cultura?

D-. Sì, alla cultura sportiva

R-. Non c’è cultura sportiva, mi dispiace sono italiano, ma non c’è cultura sportiva.

D-. Neanche…

R-. Uno che ha avuto una cultura sportiva ha fatto successo con una canzone; Conte con Bartali: descriveva pari pari quello che era lo sport popolare. E’ piaciuta perfino ai francesi: ti rendi conto!

Da quanto era bella. Ma aveva una cultura. La cultura si nota dalle piccole cose. Pensa alla canzone “Genova per Noi”. La differenza fra Asti e un posto di mare provala! Te lo dice in faccia. Pensa adesso alla canzone “Azzurro” che è un ritorno della memoria alla solitudine e al ripensare all’oratorio. La cultura ci si fa con l’osservare le cose e ripensarle. Nello sport è uguale. Io la cultura me la faccio fra voi. Fra me e te c’è un ottimo rapporto. Guarda Ho avuto il caso di un mio studente di arti marziali. Pensa vent’anni con me, fin da bambino, non lo volevano neanche in casa. Perché un giorno gli ho detto:”no, la ginnastica non la devi fare così, la devono fare tutti”. E’ andato via. Ha rotto un’amicizia che durava vent’anni. La chiami cultura quella. Non ha sensibilità. Se io dovessi rompere un’amicizia con te prima chiederei spiegazioni.

D-. Vorrei conoscere qualcosa di più sul tuo rapporto con la musica, dal momento che sembra avere un ruolo tutto suo nel tuo essere maestro di arti marziali.

R-. La musica alle volte supera e implica le parole. A volte tu puoi descrivere una situazione con la musica. La musica è l’arte del suono, e i suoni danno alle volte la sensazione di una tragedia o di un fatto felice, che le parole non raggiungono nella sua complessità.

D-. La musica per te si proietta oltre il linguaggio.

R-. Sì! Ti faccio un esempio perché si può parlare di queste cose per esempi: Beethoven è stato l’autore dell’”Eroica” e della “Pastorale”, però la “Pastorale” ha in sé quello che sentiva lui, c’era il carattere della persona.

D-. Che può essere descritto con la musica adatta

R-. Se tu senti Sibelius, e la parola ti dice che era un compositore del Nord-Europa. La mattina lui alle cinque, all’alba, andava su una roccia, si sedeva con la pelliccia e poi scriveva. Lui ha scritto un’opera molto bella un Valzer triste dove la morte entra e fa una danza macabra attorno a un morente. La descrizione triste di quest’opera non è stata trovata perché era nel carattere del compositore. Se tu senti Mozart, senti il genio viziato. A sedici anni aveva la moglie e lo sfruttavano. Il patimento e la sofferenza nella sua musica si trovano solo alla fine della sua vita nel famoso requiem, quello reso famoso dal film. Lui poi era un massone.

D-. Molti erano tali nel Settecento, era anche un modo per respingere le rigidità di una società strutturata per ordini sociali.

R-. Ti faccio un altro esempio per farti capire cosa voglio dire. Io mi ricordo quando Dubcek fu lasciato libero dopo i fatti di Praga, era vecchio e l’avevano rovinato, era morente. Pensa quando si affaccia alla finestra si sente la musica di Smetana, la famosa Moldava, il brano “La mia Patria”. Quando si affacciò alla finestra si vide nel volto il dispiacere del passato per quello che aveva provato e l’orgoglio rappresentato da questa musica. Ecco perché ho detto che la musica supera le parole e anche l’orgoglio stesso.

D-. Questo rapporto con la musica può essere utile per elevare il carattere delle persone.

R-. Certo.

D-. Allora si ritorna la discorso iniziale di una cattiva cultura che c’è in Italia nello Sport che porta avanti interessi materiali.

R-. Esatto, è uguale

D-. Mentre al contrario c’è nello sport un problema di formazione complessiva dell’essere umano.

R-. Quando tu senti la musica americana, il Reggae-time è nato nell’Ottocento quando i musicisti negri facevano il piano-bar e non avevano una melodia sofisticata, ma un suono cadenzato, bellissimo, che esprimeva la loro vita; era la loro vita nei campi di cotone. Quando suonavano al piano-bar davano vita a quegli americani che erano appiattiti.

D-. Capisco.

R-. C’è una storia dietro tutto questo. La musica andrebbe insegnata nelle scuole non solo facendola solfeggiare ma facendola ascoltare e apprezzare, anche usando le opere di Walt Disney. Pensa a “Fantasia” quando viene rappresentata la toccata e fuga di Bach in re minore. Dal momento che quello studio musicale non voleva rappresentare niente ma il cambiare il ritmo per fare la melodia. Allora il cartoon fa vedere le note che saltano sugli spartiti. Non è necessario altro. Una notte su Montecalvo, sappiamo tutti di cosa parlo…

D-. Certo, è il monte legato alla leggenda del sabba delle streghe. Leggenda che è stata trasportata in musica da un famoso musicista russo e sullo schermo da Walt Disney.

R-. A un certo momento si vede i cadaveri che passano chi da un cappio, chi dalla ghigliottina, chi dalla mannaia, tutti condannati a morte che ritornano tutti quanti a ballare sulle mani di una montagna bellissima che si apre. E’ Lucifero. Quando c’è il sacro e il profano ecco in scena il contrasto col profano con un suono di campana. Lucifero guarda arrabbiato, richiama e richiude dentro il suo corpo le anime dei dannati e lontano si sente la gente povera e ignorante che canta l’Ave Maria di Schubert. Questo quando tu lo spieghi ai ragazzi, quando lo si fa scrivere in Italiano, li migliori, sono migliori; hanno la possibilità di aprirsi.

D-. Parli di questo come di un’elevazione culturale attraverso la musica.

R-. Mia madre diceva: la musica va ascoltata per capire chi la scrive. Per esempio Gerschwin io a 14-15 anni lo ascoltavo molto spesso ilo “concerto in fa” è bellissimo come “Un’Americano a Parigi”. Io ho capito dopo perchè il maestro italiano Toscanini l’ha diretto. Perché ha delle composizioni e delle strutture per le quali è classico.

D-. Quindi un linguaggio che sa attraversare lo spazio e il tempo.

R-. Se a un ragazzo fai sentire la “Saga della Primavera” di Stravinsky e poi gli dici che nasce il mondo così e parte dal dinosauro fino ad oggi. E’ un’esplosione di un cosmo che nasce fino ai fiori, l’amore, la gente, la civiltà e poi un’altra esplosione l’annienta. Ma con la musica lo senti. La musica è l’arte del suono, ma è anche l’arte di vivere. Quando tu parli di una persona gradita è musica, quando tu parli d’amore con una ragazza o con gli amici d’amicizia è musica. Se tu non senti questa musica sei insensibile. Questo lo diceva anche la Fallaci. La Fallaci mi diceva: guarda Ivo io dormivo nelle trincee i Viet-nam e gli americani con la chitarra alle volte suonavano brani country che derivavano dalla sinfonia “Il nuovo Mondo” di…

D-. Dvorack

R-. Si lui, la suonavano perché era bella ed esprimeva il loro animo. Faccio un salto logico: è così anche per i cori di montagna, dove senti la gente che canta col cuore. Del resto si può fare un capolavoro anche con una tarantella come ha fatto Rossini, pensa usando la mandola uno strumento medioevale, antichissimo. La musica è l’arte di vivere, come la poesia; il saper dire il saper parlare.

D-. Saper vivere in che senso?

R-. Di poter gustare.

D-. Si, cosa?

R-. L’ambiente e la situazione

D-. Affinamento quindi…

R-. Pensa all’Aida a come vengono rappresentate le situazioni, nel trionfo c’è prima c’è una musica e poi una diversa solenne.

D-. Quella del trionfo, del principe che torna.

R-. E’ il trionfo. C’è anche la parte nostalgica col padre di Aida con “rivedrai le foreste imbalsamate”.

D-. Quella è la parte che mi piace di meno mi chiedo cosa sia passato nella testa del librettista al soldo di Verdi.

R-. Di questo dovremo riparlare un giorno

D-. Forse occorre ritrovare la propria cultura se si è persa

R-. Bisogna cambiarci se no non viviamo, se noi non ci facciamo una cultura, vincerà il più forte. Vincerà l’N’drangheta, la camorra, il capo-settore in una contrada, quello più forte dentro il bar, hai capito. Io ero a fare una coda per una raccomandata. Arriva uno dal fondo e dice: me la fai per favore ho furia. C’erano venuti pensionati a prendere la pensione e io: Guardi quel biglietto lo mette da parte e lo fa quando siamo arrivati tutti in fondo.

Quello:”Come sarebbe a dire?”

Lo presi per il collo e lo buttai fuori.

Dissi: “questi sistemi neanche col tuo babbo devi farli. Perché son convinto che al tuo babbo tu gli devi rispetto. Non lo fare più sai, sennò t’ammazzo di botte”.

Fece una faccia.

Bisognava arrivare a questo.

Ma che sei propenso a fare questo per tutta la vita?

No.

Bisogna mettercelo in testa Iacopo.

D-. Alle volte è difficile essere coerenti con se stessi

R-. Ma tu sei costretto. I napoletani dicono: Storto a Valle, Dritto a bene. Capisci si sta al caso, poi col caso si fanno delle cose che vengono fasulle. He! Io ti volevo far un suggerimento. Vorrei un altro dialogo fra me e te. Tu ascolti e scrivi degli appunti e poi si rifanno.

D-. Si, D’accordo




4 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (3)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 3

D-. Si è vero, adesso vorrei passare ad un altro argomento.

Qualche anno fa in occasione del passaggio del tedoforo con la fiamma olimpica a Firenze Il Maggio Fiorentino Formazione ha festeggiato l’evento con un concerto dal titolo “Canti di Olimpia note e versi”. In quella occasione il regista della serata Gabriele Duma ha riportato in scena gli Epinici, ossia quei componimenti poetici che nell’Antica Grecia celebravano l’atleta e in un certo senso consacravano la sua vittoria e la tramandavano ai posteri e alla storia.

Vorrei conoscere la tua opinione sul contemporaneo rapporto fra sport e arte e di conseguenza fra sport e storia: se esso a tuo avvio è un residuato del passato e può presentarsi solo citandolo o mistificandolo o se è al contrario un rapporto ben vivo, o se ancora nel passato vi sono stati momenti di congiunzione fra sport e arte che hai avuto occasione di constatare.

R.-Il teatro greco aveva una recitazione di sfondo che aveva una sacralità

D-. Sì, alla luce proprio di questo passato nobile vorrei chiederti sul rapporto fra sport e arte e fra sport e storia.

R-. Ci deve essere. Questo tu l’innesti se la gente ha una cultura. Per esempio, un maratoneta a Londra ebbe una coppa dalla Regina, negli ultimi tre metri era stato squalificato. Era italiano. Pensa a un doppio senso, per la regola ha perso la medaglia, però la regina gliela dette extra. Fu nel primo novecento. Queste cose noi non abbiamo l’abitudine d’abbinarle alla dolcezza del ricordo. Io ti racconto una cosa che dovrebbe essere tutto. Comprai una macchina scassata. Ero a Livorno, al mare. Ero solo. Non sapevo dove andare. A Livorno. Da Bolgheri vado verso San Guido. Io stavo passando fra questi cipressi, soffermai quasi, io sentivo qualche dicitore, qualcosa d’immaginario che mi diceva: I cipressi che a Bolgheri che mi ripetevano:”Ben lo sappiamo che anche un pover uomo tu sé/ Ben lo sappiamo il vento ce lo disse/ che rapisce degli uomini i sospir”. Queste sfumature, mi capisci devono far parte dell’uomo, se tu passi di lì e non hai conosciuto Carducci che era un Nobel, che lo si voglia o meno è un Nobel, e descriveva così bene una zona così bella come la maremma; bene se a uno non gli fa proprio niente e guarda “L’isola dei Famosi” c’è il baratro. Non gli puoi parlare così. “L’isola dei Famosi” intrattiene per tre ore gente: dove uno dice io mi son leticato con quello, io mi son leticato con l’altro.

Tutte stupide banalità. Vorrei vedere loro quindici o venti giorni su un’isola senza mangiare e bere. He!, He!.

Ti rendi conto Iacopo, ma ci hai mai pensato? Si scade nella banalità. Noi bisognerebbe essere un pochino più profondi capisci e invece non lo siamo.

Noi quando si premia questo sport; ora qualcuno, te in particolare, Campostrini, e Leandro cominciano a capire la bellezza del fare tappeto, l’indifferenza nel momento del fare agonismo; ci deve essere un’indifferenza. Capisci. Se io vinco una gara perché in quel momento ho trovato uno che era inferiore, ma nello sport siam tutti uguali un giorno va quello un giorno quell’altro. I grandi campioni di automobilismo vincono diversi mondiali perché hanno il privilegio di avere la macchina diversa da quelle dei loro compagni, quando hanno avuto la macchina uguale a quella dei compagni di scuderia non c’è stato niente da fare perdevano. A certi livelli nello sport c’è la facilitazione. Guarda gli scandali delle partite. Anche nel judo si possono verificare simili incidenti. Il concetto della competizione non deve essere fra me e te sul tappeto, ma fra noi due e lo sport. Riusciranno a fare questo con facilità, a renderlo bello, a renderlo affascinante? Si! Ecco la competizione! Io la vedo così! Certamente se un campione è più bravo di un altro gli dò la pacca:”sei bravo”. Se tu a scuola fai un componimento e uno mi fa una cosa scialba, dico è una competizione. Tu sei stato affascinante rispetto a lui, questo va riconosciuto nello sport. Ma già il pensiero che quello si stringe le meningi per dire quel poco che sa va preso in considerazione un giorno può scrivere delle cose belle. Così come nello sport, si può fare cose belle. Lo sport fra l’altro è una cosa che tiene l’amicizia: il rapporto fra noi. Sennò siamo tutti soli. Io vedo gente che non ho più visto, sono soli; è una solitudine che diventa deprimente.

D-. Non pensi che questo sia connaturato a questo particolare tipo di società?

R-. Si ma c’è un fatto. Ritorno sui genitori.

Una donna di cui non farò il nome per motivi di discrezione ha portato in palestra un bambino di origine nord-africana. Qui è andato bene e in quell’anno tutti gli hanno fatto un encomio in palestra. Torna a casa e i suoi amici volevano andare a fare nuoto. la madre a quel punto mi dice:”non lo riscrivo”. Io gli rispondo:”Guardi, che qui andava bene a scuola”. Sai era un ragazzo preso in giro qui amato. Questo è l’aiuto che serve. Se ti avessero messo al bando, qui in palestra te, o qualcun altro, e ti avessero lasciato solo, in che stato saresti?

D-. Sarebbe stato un problema in più.

R-. Ma forse quello determinante. Perché c’è della gente che quando è depressa è isolata va al suicidio.

D-. Questo è vero

R-. E’ il vivere insieme. Chi ha fatto il servizio militare sa che tutti volevano congedarsi. Una volta congedati ogni tanto si hanno dei rimpianti.

D-. Forse perché è un periodo della vita

R-. No, perché ti fai tanti di quegli amici che se sono antipatici, li puoi scansare perché ne hai altrettanti simpatici. Ma vivi in una comunità. Vai a letto la sera, e su in venticinque persone e al buio la sera si parla di quello e di quell’altro. E’ tutta una vita di massa, l’essere umano è come il branco. Prova a prendere un cane randagio o un lupo e a levarlo dal branco.

Spariscono.

Il leone se vive fuori dal branco resiste un mese, un mese e mezzo poi muore.

D-. Probabilmente perché è il tipo di animale che è connaturato a quel tipo di vita sociale.

R-. Ma noi tutti siamo connaturati alla vita sociale. C’è l’eremita e l’asceta che fanno eccezione. Ma tutti. Io penso tanto, ma quando voglio uscire e vedere gente è per riabilitarmi un po’. Iacopo.

D-. Certo, l’ascesi…L’eremita, se ci si pensa bene, è una figura che di per sé cerca di entrare in comunione con Dio, non si può dire che è solo.

R-. Fa una scelta. Attenzione! Ricordati una cosa, l’eremita si può anche appartare dalle persone perché ha scelto una vita diversa. Basta leggere Siddartha di Hermann Hesse. Ma non è solo Siddartha. Attenzione! Nel male oscuro di Giuseppe Berto il finale è una meditazione, ma però è stanco del vivere insieme con i grandi problemi, esce Siddartha in questo fiume di meditazione e diventa la pace in se stessa. Ma hai detto bene te, perché già crede fermamente in qualcosa d’altro. E uno non crede.

D-. Per uno che non crede in niente c’è la caduta nel nichilismo.

R-. L’ammazzarsi!

Vedi Pratolini diceva nella vita difficile a un fratello che stava morendo:”tu credi in Dio- vedi io non ti so rispondere se un giorno starò morendo e l’uomo non potrà fare più niente e chiederò aiuto in Dio, vuol dire ci credo”. Bisogna vedere cosa succede quando si arriva a questo punto.




3 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (2)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Dialogo con un maestro di judo

Sezione 2

-D-. Certo, è vero.

R.- Questo, Iacopo vuol dire che la mente umana, il cervello, è in grado di fare queste cose; alcuni lo coltivano, alcuni se ne fregano. Noi in Italia abbiamo il vizio di fare grandi conferenze. Lo sai perché? Perché dopo le conferenze ci sono le grandi cene o le grandi mangiate. Io ho fatto due conferenze sportive qui al polo di Sesto Fiorentino. La cosa più bella, quando vedevi tutti era quando c’era il buffet. Tutti lì con queste tartine, anche personaggi importanti. Quando parlano di sport, ad esempio potrebbero pensare di agevolare le palestre dove lo pratichi invece di tassarle. Questa ragazza, di cui ti ho detto prima, che fa ginnastica che ha portato tre medaglie ai mondiali deve andare a Trieste, ha cambiato città per continuare ad allenarsi. Purtroppo i politici locali e nazionali non hanno sensibilità nei confronti dell’attività sportiva e delle difficoltà che incontrano gli sport minori e le palestre. Prestano troppa attenzione a quelle attività sportive di massa che coinvolgono centinaia di migliaia di persone e generano grandi flussi di quattrini in entrata e in uscita. In breve sono sensibili al potere del denaro e alle possibili ricadute elettorali delle loro scelte politiche. Gli sport minori anche quando riportano dei successi olimpici o internazionali vengono trascurati, questo è anche il caso del judo.

D-. Certo,Quel successo italiano.

R.- Quei signori che lavoravano al CONI prendono lauti stipendi potrebbero fare un bilancio un po’ diverso, e quando un ragazzo, o una ragazza, prende le medaglie olimpiche dargli la possibilità di fare sport. Noi questo non lo facciamo.

Allora cosa succede?

Succede che facciamo queste conferenze, alla fine risulta che è venuto bene tutto. E’ stata fatta anche una conferenza sull’antidoping, a noi ci hanno chiesto l’antidoping e l’abbiamo fatto e poi non si è visto più nessuno. Tu capisci! Il signor De Magistris, che ha dieci o quindici anni di nazionale, ed è stato per dieci anni il miglior pallanuotista del mondo, se dico del mondo è così perché ce l’invidiavano tutti, s’incavolò quando montò in cattedra. Disse quello in modo più brutto, quello che dico io:”Voi parlate di sport, solo quando c’è da mangiare e da far delle chiacchere. Ma voi avete parenti, cugini, figli, mogli, parenti e nessuno di questi fa sport, ma come mai?”.

E’ questo il problema che bisognerebbe cambiare completamente, è una cultura diversa. Guarda! La cultura non la fai solo a scuola. Per esempio un americano che ha fatto judo con me si chiamava Piccinelli -dimmi che americano era- era del Texas di San Antonio e mi diceva: in America si comincia in età giovane e se uno non ha voglia di fare sport viene incluso come materia affiliata, se non fa niente bisogna che sia ottimo nelle altre materie se no non chiudono neanche un occhio.

Allora vanno nei college, vanno nelle palestre e nelle piscine e fanno lo sport che gli piace. Quelle due ore di movimento le fanno, perché se io ho sette in matematica ma non faccio niente, niente di sport, quando si arriva a fare una valutazione, si dice questo in matematica va bene ma come uomo che cosa è? Non sale le scale. E’ questa la filosofia, non posso dire neanche se sia giusto o sbagliato; però è diritto e obbligo di genitore e di giovane di prepararsi a un domani.

E’ vero o non è vero.

-D-. Perché qui siamo così carenti?

R.- Perché siamo ignoranti, non abbiamo il pallino di esser curiosi, di imparare…

D-. E’ una questione di umiltà

R.- No, è una questione d’ignoranza. Nel senso buono.

D-. Ivo volevi aggiungere altro a questo pensiero.

R.- Sì, volevo dire, quando si giudica questo sport, quando lo si osserva o lo si alimenta assieme è uno sport che trascina dietro una matassa, nel senso buono del termine, una matassa di tratti culturali che noi non conosciamo.

D-. Forse non conosciamo fino in fondo.

R.- Il giapponese che dipinge, non ha lo stile del francese, del fiammingo, dell’italiano, dello spagnolo; esprime un’arte tutta sua. Anche nella sua musica è così diverso da noi quando deve esprimere dei sentimenti.

D-. Quando non fa riferimento agli strumenti o alla tradizione “occidentale”.

R.- Loro esprimono il loro d’animo, la musica dovrebbe essere universale per tutti.

D-. Esprimono il loro stato d’animo in maniera diversa, è qusto quello che vuoi dire?

R.- Quando si pratica uno sport, bisogna insegnare e far capire anche questa questione della cultura

D-. Questo ci rimanda al problema dell’essere maestro in questo sport, che è centrale nei nostri discorsi.

R.- Una cosa collaterale al judo sta entrando nel rugby, non in Europa dove c’è già, ma in Italia. Il rugby è nato per una dimostrazione di cavalleria e gentilezza proprio per la virilità che ha; però c’è il rispetto delle regole.

D-. Certo, anch’io l’ho fatto, è così

R.- Tu sai cosa voglio dire

D-. Nel rugby, sì

R.- Però ci sono delle persone che fanno a cazzotti, si picchiano, fanno a botte, perché non entrano nello spirito del rugby. I neozelandesi è difficile che facciano a botte, più facile lo facciano i francesi. Perché è nato lì, nel mondo anglosassone. In questo sport qui il judo, devono imparare la storia, la cultura.

Poi c’è una cosa, non bisogna mai pensare che questa competizione, anche se è uno sport olimpionico e vi sia uno scontro da cui esce un vincitore e un vinto. E’ una cultura del proprio corpo e della propria mente. Quando uno fa due ore di tappeto con una o più persone mette alla prova il proprio corpo, la propria mente e … come si dice?

D-. Indole?

R.- No; le proprie reazioni, la velocità delle reazioni, la fantasia, il buonsenso. Per tirare, per imbastire un colpo, per battere l’avversario ci vuole creatività che nasce in pochi secondi. Ecco la bellezza di questo sport, in più nel fare questo non si può usare solo un arto, una mano, un piede come fa il pugilato o il calcio, qui va usato tutto il corpo. Se non funziona tutto il corpo non c’è tecnica, non si proietta, non c’è atterramento. Tu su questo devi far una riflessione. Io in palestra oggi ho rammentato, l’hai visto, il muoversi come fanno certi balletti russi o il teatro NO giapponese. L’ha fatto “Dio Bono” Luca Ronconi con” l‘Orlando Furioso” del 1968.

D-. Il movimento elegante, è questo che vuoi dire?

R.- Questa cosa me l’ha detta un direttore del Comunale, il sistema del teatro NO, e quello di certi balletti russi dove le immagini degli attori passano senza vedere le articolazioni delle gambe, sono le forme dei pensieri che uno immagina nel dormiveglia. Lì vedi il volto che recita.

Non si vede tutta l’azione, è questo il concetto.




3 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (1)

Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Dialogo con un maestro di judo

Sezione 1

D.-Credo sia opportuno per iniziare questa conversazione a partire da una citazione che potrebbe essere l’occasione per ascoltare la tua opinione intorno al rapporto fra sport e italiani così come lo hai potuto osservare nel corso degli anni.

Inizierei con una citazione dal famoso testo “Lettera ad una professoressa”:”Agli esami di ginnastica il professore ci buttò un pallone e ci disse:”giocate a pallacanestro”. Noi non si sapeva. Il professore ci guardò con disprezzo:”Ragazzi infelici”. Anche lui come voi. L’abilità in un rito convenzionale gli pareva importante. Disse al preside che non avevamo “educazione fisica” e voleva rimandarci a settembre. Ognuno di noi era capace di arrampicarsi su una quercia. Lassù lasciare andare le mani e a colpi d’accetta buttar giù il ramo di un quintale. Poi trascinarlo sulla neve fin sulla soglia di casa ai piedi della mamma.

M’hanno raccontato d’un signore a Firenze che sale in casa sua con l’ascensore. Poi s’è comprato un altro aggeggio costoso e fa finta di remare. Voi in educazione fisica gli dareste dieci.”

R.-Ecco vedi su questo, occorre star attenti. Quando si fa una disciplina sportiva la passione deve esserci se no non la si fa perché la passione ti dà incitamento, voglia di migliorare, di riflesso ti fa migliorare il fisico, la mente e tutto. Se non c’è la passione, se tu vai in palestra e la passione la devi fare solo perché l’ha detto uno fuori che devi fare sport dopo venti giorni smetti. Io ho fatto judo perché l’ho amato e lo amo tutt’ora. Uno che fa il lancio del martello, o il lancio del peso, sembra più banale di un altro sport più complicato ma nelle sue piccolezze, nella perfezione è passione. Questo professore probabilmente è uno di quelli che crede che lo sport sia quella dicitura dei genitori e dei familiari di quando uno arriva ad una certa età e butta la pancetta. Ecco lo sbaglio. Lo sport bisogna farlo perché la vita oggi non ti mette in condizioni di avere il fisico ben preparato per camminare e muoversi. Oggi ci sono tante facilitazioni, capisci?

D.-Mi permetto di aggiungere che si punta anche a un modello di vita essenzialmente basato sul piacere e sul rilassamento.

R.-Certo, ma tu guarda: gente in motorino, gente in moto, in macchina. La bicicletta la prendono perché è un vezzo. Vanno in Mountain Bike, perché son quelli che hanno già passato l’età delle palestre, una disciplina non possono impararla allora vanno in Mountain Bike, hai capito, e dicono: io faccio sport. Lo fanno già fuori tempo e non hanno un metabolismo e un fisico preparato, e corrono dei rischi, come quelli che vanno a correre, è lo stesso tipo di problema. Il concetto dello sport dovrebbe essere recepito nella testa dei genitori. Come dire: come io mando a scuola il figlio e voglio che ha vent’anni conosca questo e quest’altro e sappia fare i calcoli e come si fanno. Così deve anche dire: voglio che salga bene le scale, se cammini, che sia in grado di fare ottanta chilometri a piedi, se casca in mare da una barca deve avere già il fisico preparato per il nuoto e per affrontare il pericolo.

Questo non c’è.

Noi si manda i bambini in piscina. Lo sai perché? Perchè i bambini ci vanno volentieri. E lo sai perché?

Perché la piscina a livello bambini è l’unico Sport a livello bambini dove non c’è una disciplina. Fanno confusione, urlano tutti, giocano, si tirano l’acqua. Se tu li metti in una palestra a fare ginnastica come quella ragazza che ha preso in silenzio, preparazione e meditazione tre medaglie; ma chi lo fa. Non lo fa più nessuno Iacopo! Noi abbiamo un concetto sbagliato.

Scendo, faccio un salto concettuale.

Cesare Barioli non sbaglia quando parla del concetto di Judo di Gigoro Kano. Perché Gigoro Kano vedeva il judo come la perfezione di se stesso. Montare su un tatami e migliorare se stessi, anche se non tira uno ma tira l’altro ma fai una proiezione è una vittoria verso te stesso. Non a caso Gigoro Kano disse che s’era fatto male, la competizione rovina il judo, perché esce dai parametri della tecnica, vai d’impulso, vai di spinta. Penso a un pilota che va a 400 KM/H se non avesse la tecnica dei cambi e delle correzioni, e andasse d’impulso e di spinta, sarebbe sempre fuoristrada. Alcuni corridori che correvano così sono morti giovani, perché gli mancava quel che mancava ad altri. Sono sempre dell’opinione che lo Sport dovrebbe essere una cultura per vivere.

Mi spiego meglio.

Tu la mattina ti alzi. Ti lavi perché lo sporco è una cosa sgradevole verso te stesso e verso l’altro, ti pulisci, per ti senti meglio. Se tu fai dei movimenti in palestra e vai a giocare a carte sarebbe meglio dovresti fare altrettanto, solo che lo sport è una fatica immensa rispetto a farsi la barba. Il fatto di dire: il ragazzo non può perché ha da studiare è una scusa. Prima di tutto perché quelli che hanno da studiare son tutti fuori e la sera li vedi. Io ho visto ragazzi qui in palestra, e tu sei un esempio, dedicarsi completamente a questo sport così difficile e passare bene gli esami, laurearsi. E’ vero o non è vero.


 




3 giugno 2008

FINO AL PROSSIMO DISASTRO

Il Quotidiano City del 27/05 offre al lettore due pezzi che rivelano qualcosa di molto spiacevole sulla nostra realtà, e che riguardano i giovani e gli adolescenti. Il primo è tratto dal titolo della prima pagina ed è esplicito: “Giovani, uno su 4 rischia la povertà. In 900.000 lasciano gli studi.”, questo dato è preso da un rapporto nel quale si nota il fatto che in Italia il 24% dei minorenni è a rischio povertà, se la famiglia ha un reddito unico esso cresce al 30%, nel Sud le famiglie povere son cinque volte più numerose che nel resto del paese. Il secondo pezzo è una coraggiosa intervista a Claudio Lazzaro l’autore del Film-documentario Nazirock“. Questo documentario, che conosco direttamente, aldilà di qualche sbavatura dovuta alla diffidenza dell’autore per il fenomeno è interessante per un punto in particolare nel quale si rivela analitico e preciso: il fenomeno neo-nazista è sostanzialmente un fenomeno giovanile. Infatti Lazzaro fra le molte cose dichiara a propositodelle migliaia di giovani che affollano i raduni neo-nazi-fascisti :”…Nella maggior parte dei casi non sono dei borghesi ma dei ragazzi spaventati che appartengono alle fasce sociali più basse. Sono ragazzi che non hanno gli strumenti culturali per trarre benefiicio, cavalcare l’onda della globalizzazioine. Si ritraggono impauriti e vedono la novità come un nemico, rifugiandosi in un mondo di archetipi leggendari” L’autore conclude l’intervista con questa affermazione:"… La gente ha bisogno di miti, di certezze, di bandiere e la svastica può essere un simbolo e può diventare interessante per chi vede la società come nemica.”.

Alla fine la combinazione fra paura della povertà, inquietudine, disprezzo per un mondo costruito ad immagine e somiglianza della vita agiata di pochissimi miliardari, vita precaria e lavori malpagati si manifesta in un rigetto della stessa democrazia da parte di gruppi consistenti di giovani. Il fatto che siano presi ad esempio e simbolo le icone dei regimi totalitari del secolo scorso è indice della radicalità e di questo rifiuto. C’è da chiedersi cosa sia questo capitalismo al tempo della globalizzazione dal momento che ha trovato la condizione per rescitare e dare un corpo agli spettri di un remoto passato. Solo un mondo di mostruosità, fallimenti e sciagure può convocare quale forza consolante antichi poteri politici responsabili per massima parte degli oltre cinquanta milioni di morti della Seconda Guerra Mondiale. Si potrebbe pensare al disagio di minoranze istigate al torto da cattivi maestri e dall’ignoranza, eppure questa soluzione mi sembra consolatoria e non rende conto di un rifiuto che è tanto politico quanto sociale.  Quando qualcuno indossa consapevolmente, e non per scherzo o travestimento, oggetti o capi d’abbigliamento le cui immagini rimandano ai regimi totalitari,  non solo vuol esprimere disagio sociale e morale verso questo sistema ma anche esprimere la sua estraneità nei confronti della democrazia così come si manifesta qui e ora. Certamente non si tratta di un macabro scherzo di pochi scellerati, o dell’insieme delle bravate di alcuni giovinastri istigati dai soliti cattivi.

Regalare una seconda vita a nazisti e fascisti è l’ammissione del fallimento delle democrazie rappresentative in Europa, dei loro miti di benessere e meritocrazia, della loro vuota retorica dei diritti in un contesto dove si è uomini solo se si ha molto denaro e potere sugli uomini. L'ombra nera si nutre anche dei processi di riduzione del lavoro a una cosa incerta e precaria, della dissoluzione dei valori condivisi fino a poco tempo fa, del disagio crescente dei ceti medi travolti da cambiamenti epocali.  Quale sarà la conclusione ultima e il lascito ai posteri di democrazie che si mostrano così incerte e deboli?

IANA per Futuroieri. 
http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 




22 novembre 2007

MA LA REPUBBLICA NON ERA FONDATA SUL LAVORO?

Dal quotidiano Metro del 20/11  apprendiamo:” Saranno anche “bamboccioni”, ma almeno, di fronte alla ricerca del lavoro, i giovani italiani di fantasia ne hanno molta  (forse anche perché sono costretti a farsi venire qualche idea, se vogliono portare a casa un po’ di denaro).  I giovani fra io 18 e i 34 anni che vivono ancora con i genitori sono 7 milioni e 368.000.  E sono loro che cercano qualche tipo di lavoro su internet…”.

Curioso! Ero convinto che la Repubblica Italiana fosse “fondata sul Lavoro”  come è scritto nel primo articolo della Costituzione, quindi credevo che il lavoro fosse fondativo dell’identità della gente nostra.  Invece, a quanto pare, l’articolo presenta al lettore il lavoro  come qualcosa di diverso, legato alla sfera del caso e della fantasia, e par di capire all’arte di arrangiarsi.   Maestri di quest’arte devono essere, per evidente stato di necessità, i più giovani.  Il quotidiano sembra riprendere un curioso  luogo comune dell’italiano che deve fin da giovane supplire con la destrezza e la creatività a quello che manca alla società e al sistema-Italia, quasi che il futuro delle nuove generazioni dovesse appartenere al caso e i problemi fossero sempre e solo individuali e non di tutti.  Un po’ come se venisse detto ad ognuno di questi giovani: “il nostro ordinamento sociale e politico non ha un futuro per te, arrangiati!”.

C’è da chiedersi che paese sia mai questo che scrive nel suo testo fondamentale parole così alte e poi sottovoce e con un fare da  contrabbandiere fa capire che i valori tante volte dichiarati e ostentati non sono mai stati creduti.

A cura dell'Associazione Futuro Ieri - http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/liber.htm



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