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13 dicembre 2010

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: la Civiltà Francese

 


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: La civiltà Francese

I miei venticinque lettori sono da tempo digiuni delle mie considerazioni sui viaggi che ho fatto. Così colgo l’occasione per tornare a ragionare intorno alla  banale evidenza che ho colto nel mio viaggio in quel di Parigi: La Civiltà Francese. Sì perché la Francia si è data una civiltà creata intorno a Parigi che è stata capitale di poteri monarchici, imperiali, repubblicani e porta i segni di questo essere capitale, civiltà e luogo del potere politico e del governo civile. Va detto che va sottratto subito a questo mio discorso il peso specifico della grande povertà che si nota un po’ in tutte le capitali d’Europa e il danno che in generale fanno le politiche neo-liberali ai popoli liberi del Vecchio Mondo che son volte a disgregare e danneggiare le culture e gli stili di vita originari delle diverse genti per sostituirli con le caricature delle medesime adattate alle logiche dei centri commerciali e dei rivenditori di servizi di lusso. Devo anche aggiungere a questi guai che la Francia e Parigi mi son sembrate vittime di questo impacchettare simboli e miti  del passato per farne oggetti o immagini rassicuranti da rivendere al turista o al curioso di passaggio. Tuttavia saldato il conto alle cose negative  del presente occorre ammettere che la Civiltà Francese riesce a imporsi, molte parti della capitale sono di fatto scenografie imperiali costruite in modo razionale e consapevole, grandi viali, archi di trionfo, palazzi regali, grandi opere sono il naturale scenario di una potenza non solo scientifica, militare e tecnologica ma anche culturale nel senso ampio del termine. Il segno palese di questo essere civiltà mi si è presentato in un particolare minore, lo definisco così, in una scritta murale che qualifica una scuola che recita: Liberté, Égalité, Fraternité. Può sembrare retorica vuota ma non lo è perché in quella scritta c’è il senso di una manifestazione di miti, simboli e parole chiave che qualificano quella civiltà; in particolare si coglie il nesso fra la forma del potere politico e la definizione dei valori da attribuire alle nuove generazioni, fra una Francia del Mito e una Francia concreta e vivente giorno dopo giorno. Questo senso alto della visione di se stessi manca nel Belpaese, la Repubblica Italiana al contrario di quella Francese non pare aver mai coltivato alcun tipo di civiltà del resto era cosa impossibile: tutto divide le nostre genti e niente le unisce. Per generazioni la Repubblica era perlopiù una fonte d’impieghi pubblici e di appalti, i valori universali e creatori di comunità sono stati appaltati alla chiesa cattolica e alle singole ideologie dei nostrani partiti politici, il senso del vivere nelle forme del passato e nella continuità delle generazioni è morto al primo avvicinarsi del benessere e davanti ai supermercati degli anni settanta, la televisione ha livellato verso il basso la cultura dei molti creando un popolo che ha come fonte di valori e di principi le immagini della pubblicità commerciale. Ecco che la Francia anche se vittima dello stesso processo di distruzione creativa si presenta come civiltà in grado di trasformare il privato duramente eccitato e indirizzato dalla pubblicità commerciale in un cittadino in un portatore sano di valori repubblicani, talvolta sciovinisti ma propri e non forestieri o addomesticati da qualche multinazionale che deve vendere le cose più strane prodotte in Cina o in Vietnam e magari organizzare la campagna promozionale in uno studio di  New York o di Berlino.

Tralascio altri particolari di cui scriverò in seguito per giungere alla sintesi di questo confronto fra una civiltà data e una inesistente. L’italiano a differenza del francese ha valori labili; anche i valori della fede dei padri si sono disgregati e i n fondo dopo anni di degenerazione criminale  e criminogena ha perso ogni tipo di fede nel sistema economico, in quello politico e perfino nei valori di fondo che regolano l’essere umano. La Repubblica ha demolito l’orizzonte morale delle genti della Penisola, era veramente difficile arrivare a tanto ma i nostri politici di professione quanto a demolizioni di speranze e di valori sono esperti al massimo grado. La misantropia politica dei padri-padroni dei partiti, i molteplici conflitti interesse, il disprezzo per la cosa pubblica, la demolizione di ogni valore condiviso per far emergere lo spirito servile e gregario dei fedeli a questo o a quel capo-partito, i cattivi esempi che danno i potenti e i loro satelliti, la natura criminale del sistema sociale hanno determinato una sfiducia che è oggi un nichilismo senza via d’uscita. Questo nulla può creare qualche  occasione per determinare una forma di civiltà una volta presa consapevolezza dell’assenza di un modello unico e condiviso di civiltà italiana. Il vuoto è destinato a trovare la sostanza che lo riempie, è un fatto fisico, è un dato politico. La Francia di questo inizio di millennio non ha bisogno di far di questi pensieri.

IANA per FuturoIeri




23 luglio 2009

Tutto è spettacolo e tutto è politica

La valigia dei sogni e delle illusioni

Tutto è spettacolo e tutto è politica

La politica tende ad uniformarsi e ad integrarsi con la dimensione dello spettacolo e più in generale dello spettacolare, in Italia come altrove. In questi giorni per me angoscianti di noia e di disgusto  ne ho avuto una  prova a proposito della cerimonia d’apertura dei mondiali di nuoto: una scenografia imponente, a tratti magica, messa al servizio delle diverse autorità presenti. Fa il paio con questa constatazione il fatto che la moglie del presidente francese Carla Bruni si sia messa a suonare e cantare in onore del compleanno, il 91°, del leader africano Nelson Mandela, rompendo così un prolungato periodo d’astensione dai palchi. Lo stesso leader statunitense Obama ha voluto sottolineare la dimensione straordinaria e quindi spettacolare dell’evento con un videomessaggio. Traggo questa notizia da Leggo del 20 luglio 2009, e il quotidiano gratuito precisa che la il concerto si è tenuto a New York con una sfilata di celebrità fra cui Zucchero. Il tutto era anche a favore della lotta contro l’AIDS. Altra piccola curiosità il leader africano ha festeggiato nella sua casa a Johannesburg.

Ora è evidente che questa che può essere una nota di colore in realtà rappresenta un processo presente che è una interazione continua e ossessiva fra le logiche dello spettacolo e della promozione pubblicitaria di grandi eventi e la dimensione della politica. Non è un fenomeno di costume ma una concretissima dimensione del reale che qui e ora è così strettamente legato al virtuale, alla finzione, a ciò che si vede e sente da essere oggetto di pubblicità, forma delle vanità umane delle caste al potere, espressione di un nuovo modello politico e sociale che si sta formando. Le minoranze che vivono di politica nel Belpaese son respinte e attratte nello stesso tempo  da questa dimensione dello spettacolare che ingoia tutta la politica: per un verso non possono rinunziare a queste forme con cui si ostenta il potere e dall’altro lo sentono come una massa di cose strane, remote, incontrollabili. Si passa quindi da forme di rappresentazione del potere politico nel quale si concede tutto alla dimensione dello spettacolare a forme nelle quali si cerca di fingere una dignità istituzionale e un senso delle distinzioni per dividere il potere politico, o quel che ne resta, dalle altre espressioni della vita al tempo della civiltà delle immagini. E’ evidente che il potere politico si sta trasformando in due direzioni parallele: una è la dimensione dello spettacolare, l’altra quella della specializzazione di carattere amministrativo o elettorale. Potenzialmente queste due vie sono destinate ad allontanarsi dalla virtuosa strada del rapporto fra eletti ed elettori, in un caso per la distanza che c’è fra il VIP della politica o il personaggio illustre del mondo dello spettacolo e la maggior parte dei suoi uditori o spettatori, dall’altro perché la specializzazione impone l’uso di linguaggi tecnici o di conoscenze specifiche che stanno dietro alle decisioni, condizioni che separano il semplice elettore dal suo amministratore d’alto livello e rappresentante politico. Il potere si allontana dalla vita democratica per queste due vie e forse non è casuale le tensione che c’è in questi giorni in Francia che si sta configurando come una riedizione del conflitto sociale e una nuova forma di lotta di classe. Le notizie che iniziano a filtrare in Italia parlano di lotte operaie che sembravano dimenticate, di proteste con tanto d’irruzione delle maestranze negli uffici dei dirigenti, in generale di un clima di forte tensione che annuncia un difficile autunno. Sarebbe una felice cosa se lo spettacolare e il tecnicismo della politica politicante fosse accantonato a favore di una lucida e comprensibile interpretazione e rappresentazione della concretissima realtà materiale di questa finta Europa di finti ricchi, ma forse è una vana speranza.

Intanto Carla Bruni ha cantato a New York.

IANA per FuturoIeri




16 giugno 2009

Belpaese! Dove sono i tuoi eroi?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Belpaese! Dove sono i tuoi eroi?

Alle volte capita di confrontarsi con il passato degli altri, è utile per capire qualcosa di noi stessi. Così mi è capitato di rivedere un vecchio film degli anni settanta sul primo episodio di resistenza nella Seconda Guerra Mondiale. Si tratta del maggiore Henryk Dobrzanski “Hubal” che fu il primo comandante di forze di guerriglia anti-nazista nella Seconda Guerra Mondiale. La storia è semplice nella sua drammaticità: un nobile polacco famoso per i suoi primati sportivi ed eroe decorato con la “Virtuti Militari” durante il conflitto del 1919-1921 contro i bolscevichi rifiuta di arrendersi ai nazisti e ai loro complici sovietici, o di disperdere i suoi uomini, o di mettersi in salvo scappando in Romania o in Ungheria.  La situazione di costui era quasi impossibile: gli alleati francesi e inglesi si nascondevano dietro la linea Maginot e stavano sulla difensiva proprio mentre il grosso dell’esercito tedesco si era portato a est , i sovietici temporaneamente complici e alleati di Hitler avevano invaso l’altra metà della Polonia, la stessa Polonia si era arresa.  Il Maggiore decide di combattere ad oltranza i nemici della sua gente con il suo reparto di cavalleria, dal momento che si tratta di far combattere dei cavalieri contro nemici dotati di autoblindo, aerei e carri armati e adotta un tattica di guerriglia. La fortuna sorride al coraggioso e riesce a colpire più volte i suoi nemici e con grande efficacia, tuttavia gli alleati della Polonia non possono aiutarlo e in Francia non si pensa certo ad azioni offensive volte a liberare la Polonia, inoltre gli occupanti mettono in atto terribili rappresaglie contro la popolazione. Viene suggerito al maggiore di lasciar perdere; lui da buon nobile cavaliere d’altri tempi continua la sua lotta con il suo piccolo esercito. Nell’aprile del 1940 un reparto misto di nazisti e soldati Wermacht di circa mille effettivi dotato di mezzi corrazzati ucciderà l’eroe e disperderà gran parte dei suoi. Il suo corpo non sarà mai più ritrovato.

Mi viene da fare una considerazione, che vale quel che vale perché è una pura congettura: “a differenza del Belpaese credo che in Polonia  le persone che esprimo diffidenza nei confronti di simili figure straordinarie si contino sulla punta delle dita”. E’ un fatto che nel Belpaese una parte delle popolazione non accettò la Repubblica e votò monarchia, e in seguito mostrò una diffidenza, se non un enorme fastidio, nei confronti della Resistenza. Prova ne sia che in questo nuovo millennio i commenti di un senatore di destra sulle vicende del partigiano Fanciullacci, l’uccisore del filosofo fascista Gentile, sono finite in tribunale. Sul come e perché di questa vicenda non intendo discutere, mi preme sottolineare il fatto che le genti del Belpaese sono divise e per ragioni d’identità politica, non possono trovar alcun punto in comune. Il fatto che le identità politiche siano ad oggi  in contrasto è di gran lunga più importante della verità o della falsità delle posizioni prese. Il Belpaese è diviso sul suo passato e non può far ricorso a figure mitiche che idealmente possono assumere un valore collettivo di carattere univoco. Quando mi pongo la domanda di dove siano finiti gli eroi del Belpaese non penso a qualcosa di archeologico o antiquario ma ad un problema di comune sentire, di identità, d’appartenenza ad una realtà collettiva che può riconoscersi in valori condivisi almeno dalla stragrande maggioranza della popolazione. La mancanza degli eroi non è nel caso nostro l’evidenza di una maturità morale o politica ma una condizione dove le identità sono plurali e di conseguenza non riducibili a valori  comuni, non una civiltà quindi ma una massa informe di esseri umani e cose diverse che stanno assieme per sbaglio.

IANA per FuturoIeri




14 giugno 2009

Ripetizioni di civiltà dai cugini d'Oltralpe

I

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ripetizioni di civiltà dai cugini d’Oltralpe

Certo che è dura ammettere la superiorità manifesta in una singola cosa della civiltà francese, e ancor più pesante è l’aspro paragone fra lo Stato francese e questa poltiglia liquida nostrana, questo impasto fangoso e amaro di profittatori, questuanti, demagoghi, amici degli amici, plebei al potere che sembrano usciti dai bassifondi dell’impero  romano prima del saccheggio di Roma  per mano di Alarico il re dei Goti. E’ successo che il grande Josè Bovè con i suoi alleati ha conseguito un grande risultato politico alle europee, ha portato le insegne del pensiero ecologista alla seconda cifra decimale, anzi oltre il 16%.  Le idee altre, le forme di produzione e consumo sostenibile, il futuro possibile, la tutela della vita e dell’ambiente sono diventati i punti forti di una svolta politica.

Inoltre il leader dei contadini francesi e i suoi alleati hanno coinvolto tanta parte dell’elettorato giovanile fra i venti e i quarant’anni, e lo hanno fatto parlando di vita, di ecologia, di futuro, di un modo diverso di vivere e di produrre. Questa è politica! Altro che CentroSinistra con o senza trattino, con o senza distinguo su Gheddafi e le polemiche sulle vicende del divorzio di Berlusconi. Nel Belpaese c’è solo una vile recita a soggetto condotta da guitti maligni, vecchi e stanchi che si portano dietro gente che applaude a comando per evitare che il pubblico s’addormenti in sala annoiato dalla loro volgarità e dal basso profilo della cosa.

Le genti d’Italia, a differenza di quelle dell’Europa, non cercano soluzioni avanzate, non forzano il destino, non inseguono il futuro, non vogliono salvarsi da sé ma al contrario tentano di fuggire nel trapassato remoto, di escludere dalla loro vita la realtà. Ecco che riemergono croci democristiane e recentemente simboli para-fascisti per salvare da inesistenti comunisti un ceto medio impoverito terrorizzato da tutto e da tutti. A sinistra  i ceti politici si dividono in mezza dozzina di sinistre affermando di far così, senza rappresentanza politica e senza accesso ai mezzi di comunicazione di massa gestiti dai loro nemici politici, gli interessi delle masse di poveri puniti e sfruttati dalla globalizzazione fallita e dall’egoismo sociale di piccolissime minoranze di ricchissimi. Si tratta evidentemente nel caso italiano non della reazione di un popolo davanti al male che monta  ma di genti diverse che stanno assieme per sbaglio, di masse indottrinate dalla pubblicità commerciale della televisione, di grandi miserie morali spacciate per virtù.  Al centro-nord cresce pure la Lega Nord un partito che s’identifica con una patria virtuale che è la Padania e non sa che farsene di quella presente. 

La Francia ci ha dato la sua solita lezione, ci vorrà gente che umilmente raccolga l’evidenza dei fatti e la certezza delle presenti miserie e lentamente ma decisamente cominci a costruire il futuro. Sempre che non sia troppo tardi.

IANA per FuturoIeri




14 maggio 2009

Civiltà francese, civiltà italiana...


Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Civiltà italiana, civiltà francese…

In questi giorni si accende nel cuore della Francia una lotta politica e di civiltà in relazione all’uso di internet e in particolare alla possibilità di scaricare file di varia natura protetti  dal “diritto d’autore” che come è noto non tutela l’artista ma il produttore o la finanziaria che ha prodotto o finanziato un’opera o un programma o un videogioco. La legge voluta dal marito della Carla Bruni e dal suo partito presenta quattro  problemi: la difficoltà di procedere legalmente all’intercettazione delle comunicazioni nei confronti di soggetti perlopiù incensurati che ‘potrebbe prefigurare un controllo da “Grande Fratello”, L’irritazione di milioni di fruitori della rete che vedono le Major alleate del potere politico e che passeranno a forme di boicottaggio o di reazione, la capacità di mettere in campo contromisure e la possibilità che vengano alla luce programmi che garantiscono l’anonimato degli utenti che scaricano,  la difficoltà di un governo eletto, e non quindi una dittatura comunista o fascista, a tener una linea salda su una materia del genere visto che non mancheranno dal basso critiche e problemi dal momento che forti interessi si sono mossi per spingere il governo francese a far questo passo. Di per sè si tratta di creare un provvedimento amministrativo che stacca la possibilità di connettersi alla rete in caso di tre violazioni. La cosa più grave è che si prefigura un regime di sorveglianza con un comune interesse fra potere politico e potere privato, al punto che la legge prevede un’autorità nuova nominata dall’esecutivo- cioè dal marito della Carla-   il che è quantomeno in contraddizione con le professioni di fede nella cultura liberale dei  nostri leader europei e dell’attuale presidente francese. La corrispondenza privata e la vita privata è garantita dalle leggi liberali, se si tratta di leggi liberali. Ma qui sembra che i diritti fondamentali siano legittimi se sono parte della volontà dei poteri economici, illegittimi se li contrastano. Il quotidiano “Il Manifesto”  pubblica oggi 14 aprile 2009 una interessante analisi della situazione, il quotidiano la “Repubblica” , dando ampio spazio a quanti vogliono autorità che s’attivino contro pirati veri e presunti,fa l’analisi del problema a partire dall’Italia. Si viene a scoprire, e la cosa non mi era nota, che da tempo questo governo ha una commissione “Comitato tecnico per la pirateria digitale e multimediale” presieduto da Mauro Masi, il quotidiano sottolinea che “ Il comitato non comprende rappresentanti dell’utenza, sta facendo una serie di audizioni con le associazioni industriali di settore…”. Chi scrive non può sapere se quanto riferisce il quotidiano sia più o meno fondato, tuttavia pare credibile questa scelta e le simpatie a favore del modello francese. Vorrei far notare ai miei venticinque lettori che qui non è tanto in questione una questione di quattrini ma dietro l’interesse di cassa di pochi singoli miliardari, detentori dei mezzi con i quali si riproducono alcune forme rilevanti di cultura e intrattenimento, c’è qualcosa di nuovo. E’ l’idea che un soggetto statale, o un soggetto pubblico-privato, o un soggetto pubblico ma che esiste per favorire interessi privati possa entrare nella vita quotidiana delle connessioni dei singoli alla rete e spiarli! Non c’è verso: l’unico modo per rendere palesi gli effetti di questa legge o di leggi siimili è andare a vedere cosa fanno gli italiani o i francesi sulla rete uno per uno. Sinceramente mi preoccupa una specie di ente pubblico che può legalmente spiare cosa faccio con il mio computer, in particolare mi fa disgusto se esso si relaziona ad un potere esecutivo espressione di una maggioranza di governo verso la quale io mi trovo all’opposizione. Qui c’è il pericolo di ritrovarsi con la versione casereccia  del supercomputer immaginato nella serie classica di Capitan Harlock - il pirata dello spazio- che scheda gli abitanti del pianeta Terra dalla lettera A alla Z con tutte le conseguenze del caso. Se si prende in considerazione il fatto che una simile legislazione deve prevedere un programma che raccoglie i dati su tutte le connessioni a livello nazionale e che controlla i siti pornografici, eccentrici, politici, ecologisti ai quali un tale si collega e magari fa una classifica dei soggetti da sanzionare o prevede di fare dei controlli su certe tipologie d’utenti allora si scopre che se non è il supercomputer immaginato nei cartoni animati del 1978 certamente può essere il suo antenato. Se così non è mi chiedo come si possa procedere per individuare i pirati di internet della domenica pomeriggio: forse consultando dei maghi, o con le delazioni condominiali, o con una buca in piazza nella quale si lasciano le spiate come al tempo della Santa Inquisizione? Mi chiedo cosa sia l’Italia di oggi stretta fra poteri nuovi e tecnologie dirompenti e un ceto politico che vorrebbe vivere ancora nel 1948 al tempo della guerra fredda e dell’egemonia americana sull’Europa Occidentale. Un Belpaese che rifiuta il rapporto con la contemporaneità se non per intervenire in difesa di interessi singolari e di alcuni privati o che s’acconcia a far compromessi con un mondo nuovo estraneo alla fobie, alle certezze e ai miti delle nostre classi sociali egemoni. L’Italia deve darsi una sua civiltà o sarà vittima di ogni suggestione e di ogni vento di follia che viene dall’altro versante delle alpi o dagli Stati Uniti d’America. Il Belpaese deve essere, oppure non sarà mai più.

 

IANA per FuturoIeri




15 febbraio 2009

A proposito di Gaber

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

A proposito di Gaber

Gaber nella sua canzoncina “Io non mi sento italiano” lodava il Rinascimento, quello era per il cantautore il momento storico che l’italiano frustrato e risentito contro la prepotenza, la potenza e il pesante pregiudizio degli stranieri poteva tirar fuori dal cilindro per rivendicare una dignità forte. Credo che vi siano delle canzoni che accompagnano l’ascesa di un popolo, il suo rivendicare prepotente e alle volte criminale e bellicista un posto al tavolo delle potenze del mondo. Quando si straparla di Rinascimento credo sia opportuno tenere a mente la canzone Unser Liebe Fraue, il noto inno dei tremendi lanzichenecchi. Già perchè verso la fine del Rinascimento italiano emerge in Germania la figura di Lutero e attraverso la crociata luterana culminata nel sacco di Roma e la traduzione in tedesco della Bibbia si forma l’identità culturale di popoli germanici. A fronte di un Rinascimento italiano frantumato in mille piccoli interessi meschini di cardinali, duchi e principi emerge una germania protestante che si dà il libro sacro nella sua lingua, che prende forma grazie alla contrapposizione durissima fra Germania Luterana e Chiesa di Roma, fra mondo latino e mondo alemanno. Forse Gaber non sapeva di quest’inno, forse quando ha composto la canzonicina non ha fatto mente locale su come è finito il nostro bel Rinascimento. Il Papa Medici sconfitto e assediato, il comandante più valoroso Giovanni Dè Medici ucciso e Roma presa e saccheggiata per trenta giorni e poi ripetutamente violata dalla feccia che seguì la calata dei Lanzi. Come al solito il mito di un Rinascimento da cartolina, da libretto turistico per stranieri annoiati ha schiacciato la storia e il suo lato spiacevole. Il Rinascimento è stato l’ennesima disfatta delle genti del Belpaese ha esportato la sua civiltà in Spagna, Germania, Francia e tanti altri regni, imperi e principati che a turno hanno invaso l’Italia o sottratto ai mercanti e ai banchieri italiani i loro affari e il loro mercati. Se poi l’ipotetico interlocutore straniero fosse erudito o altamente scolarizzato con un fare beffardo potrebbe chiedere: “il Rinascimento di chi?”.

L’Italia del Rinascimento era data da stati regionali in contrasto fra loro, c’è un Rinascimento addirittura per i senesi diverso da queloo fiorentino che a sua volta è diverso da quello lombardo o romano. No l’Italia possibile, se mai sarà, non può che proiettarsi nel futuro. Cedere alla tentazione di fuggire nel passato è una cosa troppo banale e facile, affermare che solo nel trapassato remoto si trovi qualcosa di confortante è qui nel Belpaese un facile alibi per una comoda fuga dalla realtà e da questo presente.

Quando il passato è una fuga consolatoria allora io non mi sento italiano.

IANA per FuturoIeri




5 febbraio 2009

Quinta nota dal fu regno di Francia

 

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Quinta nota dal fu regno di Francia

L’ultima volta che mi sono recato nel fu regno di re Luigi XIV ho avuto modo di visitare un supermercato della cultura. Era il giorno della vigilia del grande sciopero di gennaio ed ero accompagnato da un con un collega francese. Sono entrato, ho visto l’ambiente, il centro commerciale dove è collocato, il contesto. Mi sono reso conto che la cultura, dal video al libro, dal fumetto alla canzone d’autore è una merce; una fra le tante possibili merci. Il supermermarket della cultura è situato in una zona commerciale subito fuori l’autostrada, in quel luogo diversi supermercati specializzati e un centro commerciale concentrano la popolazione in uno spazio votato l commercio e all’esposizione di beni. Certo questo fa parte di questa contemporaneità: società di massa, internet per tutti –o quasi-, delocalizzazione delle imprese, speculzione di borsa, creazione di infrastrutture viarie legate alla grande distribuzione. La Francia rende evidente quello che alle volte sfugge in Italia, in questo caso l’impatto che questa terza rivoluzione industriale ha avuto sulla collettività. Creare un modello di commercio e di relazioni sociali cambia le condizioni materiali di vita e il rapporto che i singoli hanno con la loro realtà, anch il concetto generale di cultura muta in queste condizioni. Al mio rientro in Italia mi sono reso conto di come questo rapporto con la contemporaneità sia sofferto al punto che essa viene ignorata, occultata, allontanata con un chiaccherare continuo e ossessivo di cose ridicole. La solita occhiata ai giornali nazionali nella rastrelliera dell’autogrill è stata patetica, a tratti fantozziana. Il grande questito che sembrava sconvolgere le genti del Belpaese non riguardava le catastrofi finanziarie, ecologiche o le guerre aperte sul pianeta azzurro ma al contrario le chiacchere sulla presunta omosessualità del noto ballerino Bolle. La privatissima vicenda di un grande artista era la grande notizia del giorno, la seconda era la vicenda dello scontro polemico Quirinale–Di Pietro letto come una questione personale, nella quale s’era inserito Beppe Grillo. Non credo sia solo una questione d’informazione di parte, faziosa, disgustosa; dietro questo a mio avviso c’è una scombinata popolazione italiana che in moltissimi casi intende non veder più la realtà per quello che è. Il nostrano giornalismo asseconda questa pulsione alla rimozione della maggior parte degli italiani, per quel loro particolare interesse che è il non rompere le scatole a chi paga la pubblicità e agli editori che talvolta sono dei disinvolti uomini d’affari o di finanza. Da questo rifiuto della realtà condiviso dalla maggior parte della popolazione deriva l’incapacità d’assumerse su di sé comportamenti responsabili, visioni chiare, capacità di guardare al mondo e alle novità di questa terza rivoluzione industriale con qualche speranza, con la ragionevole volontà di poter contribuire, di poter indirizzare i processi economici e tecnologici di questi anni.

Se le disperse genti del Belpaese non ritroverranno la capacità di recepire queste novità che arrivano e d’indirizzarle, di comprendere l’enormità dei cambiamenti in atto ci sarà da mettere in conto qualche grave disgrazia e per certo la nostra dipendenza dalla volontà altrui.

IANA per FuturoIeri




5 febbraio 2009

Quarta nota dal fu regno di Francia

 

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

Quarta nota dal fu regno di Francia

La Francia con la sua alta opinione di sé e con la presenza dello Stato in quella particolare promozione della propria nazione che è riassunta nel concetto di civilizzazione francese pone ai viaggiatori del Belpaese qualche interrogatico.

Quale politica internazionale per il Belpaese in tempi di grande crisi?

Come chiamare alcuni esiti dell’Italia come realtà unitaria? Forse si può usare il termine civilizzazione?

Una civiltà con uno Stato inconsapevole della sua stessa realtà, con un popolamento incapace di pensare di reggersi sulle sue gambe che ha bisogno tutti i giorni di oltre cento basi NATO, basi straniere. Ma si è mai vista una civiltà italiana?

Anche Giorgio Gaber nella sua canzone “Io non mi sento italiano” era quasi forzato a parlar di Rinascimento per dare un poco di lustro al Belpaese e trarre qualche motivo d’orgoglio che non fosse la vittoria occasionale della partita di calcio. Quante volte del resto si sente qualche discorso fuoriluogo su Mussolini o su fatti del trapassato remoto nel momento in cui si cercano le ragioni di una comune identità. Il Rinascimento è stato però qualcosa che si è espresso in forme e modi diversi nelle diverse regioni della Penisola, quindi un fenomeno non nazionale. Occorre ancora una volta per l’Italia concepire quello che non è èpossibile altrove e in specie presso i “cugini” d’oltralpe ossia una civiltà senza una sua centralità, senza la forza di uno Stato unificante e minimo comune denominatore delle diversità. Per certi aspetti l’immigrazione selvaggia di questi anni ha fatto sì che sull’onda di una certa diffidenza e paura per i propri beni e i propri privilegi molti abitanti del Belpaese si siano posti il problema di chi sono rispetto agli altri. Non è un fenomeno nuovo: i nostri emigranti in terra straniera si scoprirono di avere una nazionalità, questo avvenne anche in occasione della Prima Guerra Mondiale quando l’appartenenza ad un Regno e a uno Stato si concretizzò drammaticamente. La Prima e la Seconda Repubblica hanno sempre preferito ad una comune identità le molte identità particolari di partito, di gruppo, di comitato d’affari, di casta (…). Oggi questo problema dell’identità è aggravato dalla crisi, dalla presenza delle comunità altre sul nostro territorio, dalla televisione-spazzatura che riempie le teste dei molti di luoghi comuni e di soluzioni semplicistiche o demagogiche. Non basterà scatenare i bassi istinti e il chiacchericcio rissoso dei politicanti e dei giornalisti, il nodo di chi siamo qui e ora è determinante per capire quale potrà essere il futuro del Belpaese e delle sue disperse genti. Temo che la Democrazia, quella poca che abbiamo avuta finora, risulterà essere l’ennesima occasione sprecata per mettere assieme le diversità italiane sulla base di un decente livello di civiltà.

IANA per FuturoIeri




31 gennaio 2009

Una nota dal fu Regno di Francia

 

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

5-Una nota dal fu Regno di Francia

Le Monde Diplomatique n° 658 del gennaio 2009 nell’edizione francese a pag. 2 elogia il quotidiano italiano “Il Manifesto” per il difficile tentativo di restare aperto in tempi di crisi e di cordoni ben stretti per quel che riguarda il finanziamento pubblico della stampa. In particolare si sottolinea il difficile tentativo di preservare una propria libertà d’opinione e d’indipendenza in tempi di crisi e di contrazione dei finanziamenti. Va da sé che in Italia il finanziamento pubblico della stampa quotidiana da strumento di libertà si è trasformato in una farsa meschina e grottesca e non ripeterò in questa sede quanto in merito ha già detto e ben scritto Beppe Grillo; tuttavia è interesssante che in un trafiletto l’autorevole Le Monde Diplomatique elogi un quotidiano italiano. Non credo sia una questione d’interesse d’uscio e bottega dal momento che “Il Manifesto” pubblica una traduzione italiana de Le Monde Diplomatique; perché come spiega il quotidiano francese il tentativo del quotidiano italiano di farcela rappresenta: “Un bel exemple puor tuos les journaux qui, en France aussi, doivent combattre puor preserver leur independence…”.

A questa realtà s’associa l’evidenza della diffusione in rete di forme alternative di lotta e di partecipazione alla vita politica, è come se una parte della pubblica opinione non potesse più rapportarsi con l’opinione correnti della carta stampata e della televisione commercile e stesse cercando di creare dei suoi percorsi alternativi per comunicare e mobilitare la propria indignazione politica e sociale. E’ come se la grande comunicazione ufficiale non bastasse più, come se franasse su se stessa ed uscisse dalla realtà parlando di sé e forzatamente su di sé in un linguaggio stereotipato e di circostanza. Quello sfogo anche aggressivo che è tipico del linguaggio e della comunicazione in tempo di crisi sociale e morale pare aver abbandonato tanta parte della carta stampata. Si consuma così fra una nota intelligente dal fu Regno di Francia e un grido accorato di Beppe Grillo la scissione assoluta fra la realtà e il suo divenire e la sua rappresentazione di comodo tranquillizzante e stereotipata. Fin dove potrà arrivare questo miracolo di scindere la realtà dalla sua rappresentazione? Fino a una grande catastrofe che apra gli occhi a tutti quanti? Fino a un qualche disastro epocale?

In attesa di una grande rivelazione o di qualche probabile piccola apocalisse ai molti resta lo squallore quotidiano di veri problemi e di grandi drammi raccontati con canovacci degni di venditori ambulanti d’aspirapolveri: “per ogni spazzatura di casa c’è sempre la ricetta e lo strumento adatto. Basta firmare il contratto e qualche cambiale in bianco”.

Ed il futuro si è già dissolto nel presente.

IANA per FuturoIeri




2 luglio 2008

I NANI CHE SI CREDEVANO GIGANTI

Sono talvolta le piccole notizie a fare i maggiori squarci di luce. Leggiamo oggi sui giornali (e ieri lo abbiamo visto in tv) un episodio che ha visto protagonista il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy. Non bastassero le figuracce già inanellate con quella donna di pochi letti che è la neo-moglie Carlà Brunì. Invitato dalla terza rete, France 3, per una conferenza stampa sul semestre francese a capofila dell’Unione Europea, si è prodigato in un siparietto degno dei tempi d’oggi. Mentre si lasciava truccare, nei minuti che precedevano la diretta, Sarkozy si è scagliato contro un tecnico dell’emittente: “E’ una questione di educazione. Quando si viene invitati si ha il diritto di essere salutati”. Infine sempre più irato: “Qui non siamo al servizio pubblico, siamo in mezzo a dei manifestanti... E’ incredibile e molto grave... Ma le cose cambieranno”. Al di là che il tecnico di France 3 fosse stato solo distratto oppure non avesse voluto salutarlo, il presidente francese non è la prima volta che da in escandescenze. Ricordiamo alcuni mesi fa, quando ad una manifestazione agricola un contadino si rifiutò di stringergli la mano e fu nobilmente appellato come “stro...”.

Da tutto questo occorre trarre, a nostro avviso, la conclusione che o i popoli si emancipano dalla condizione atavica di sudditi, ieri di re oggi di presidenti, e iniziano a considerarli per quello che sono, cioè dei mediocri frustrati, uomini falliti che trovano nella politica l’unico modo per affermarsi, oppure saranno guai, perché questi lillipuziani che ci governano o amministrano le nostre città - tanto in Francia quanto in Italia - si monteranno sempre più la testa, pensando di essere onnipotenti. Basti pensare a Berlusconi che vuole porre le “alte” cariche al di sopra di qualunque legge, quando invece buon senso sarebbe accelerare la verifica di ogni pendenza e sgombrare il campo da ogni seppur minimo dubbio sulla loro declamata limpidezza. Rammentiamo che ‘candidati’ trova l’etimologia nelle vesti candide che dovevano portare i senatori romani.
Ma questo sarebbe da Paese serio, quale noi purtroppo non siamo. E forse neppure la Francia!

 

Amici di Futuro Ieri  http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/appel.htm



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