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30 novembre 2012

RENZI DI NUOVO BOCCIATO DALLA CORTE DEI CONTI

La Corte dei Conti “richiama” il sindaco di Firenze Matteo Renzi. Da una parte una previsione di spesa del personale non conforme ai limiti previsti dalla legge. Dall’altra metodi “contabilmente” non corretti e non previsti dalle normative per arrivare al pareggio finanziario nel bilancio: una “reiterata irregolarità contabile – scrivono i magistrati contabili fiorentini – che oltre ad essere contraria ai principi di sana gestione, denota il permanere di una situazione di precarietà finanziaria che richiede l’adozione di particolari misure di adeguamento delle previsioni dell’entrata e della spesa”.

La bocciatura della Corte dei Conti è arrivata con una sentenza di due giorni fa. Per quanto riguarda la spesa del personale il Comune di Firenze ha previsto un totale per alcune tipologie contrattuali (cioè quelli a tempo determinato) che “risulta superiore al 50 per cento dell’importo totale della spesa sostenuta per le stesse finalità nell’anno 2009 (o triennio 2007/2009) (120,26%)”.

Una situazione che “risulta aggravata dalla previsione nell’anno 2012 di nuove assunzioni di personale, rinnovi, proroghe dei contratti a tempo determinato. Ciò costituisce una grave irregolarità contabile in quanto in contrasto con la normativa e con i principi generali ai fini del coordinamento della finanza pubblica” scrive il collegio di 4 magistrati.

Poi la parte del patto di stabilità interno che, dopo un precedente rilievo della magistratura contabile, sarà al vaglio dei revisori. “L’impostazione del bilancio pluriennale – scriveva la Corte dei Conti nella ‘grave irregolarità’ sottolineata in precedenza – per le annualità 2013 e 2014 non garantisce il rispetto del patto di stabilità e costituisce una grave irregolarità contabile per cui è necessaria l’assunzione immediata di idonei atti di correzione e l’eventuale rideterminazione delle previsioni di bilancio”. In più i giudici rilevano “il mancato rispetto del vincolo di destinazione” per i soldi incassati con le multe e con i servizi aggiuntivi di trasporto pubblico... [ da www.ilfattoquotidiano.it ]




23 novembre 2011

Terzo libro delle tavole di Madduwatta: L'eredità di una Grande Guerra

Il comune buonsenso vede un mistero nelle origini del fascismo, in realtà se si colloca la questione della sua presa del potere fra il 1919 e il 1922 si capisce quanto in profondità la Grande Guerra avesse devastato la società italiana e dissolto molti legami civili e morali che la tenevano assieme. In generale mi sento di scrivere che la guerra tende a non esaurirsi con il fatto militare o con i trattati di pace ma al contrario essa influisce sul futuro di quanti vi hanno preso parte e se è totale ne rovescia la vita e dissolve il senso delle cose. La guerra distrugge e crea la realtà che dovrà esser chiamta a ricostruire, essa è un processo dinamico con aspetti fortemente creativi e tende a operare enormi distruzioni fisiche e materiali e anche psicologiche e culturali. Oggi  le sedicenti democrazie vanno in guerra con popoli poveri e stranieri, la stessa democrazia dovrebbe istigare i reggitori del potere finanziario e politico a più miti consigli, linvece c'è una certa sottomissione nella pubblica opinione; l'esperto, il demagogo televisivo, il sofista corruttore della carta stampata lodano e giustificano i nuovi conflitti come se fossero partite di calcio fra "impiegati scapoli contro quelli ammogliati"o cose della pallavolo femminile. Manca ai media il senso della responsabilità e alle società private che aiutano i servizi segreti a far passare nella pubblica opinione una certa idea del nemico di turno il senso profondo di ciò che fanno e di quanta violenza irrazionale immettono nelle  popolazioni che compongono le sedicenti odierne democrazie. Forse in fondo finanzieri, politici a pagamento, opinionisti, scellerati, sofisti televisivi, banchieri  amorali e masse di elettori corruttibili  e cattivi  desiderano la fine delle libertà di tutti per mezzo di un grande disastro militare, non riescono a confessarlo neanche a loro stessi, ma di questo si tratta; è l'urlo che viene dal profondo  della loro psiche. La guerra è una pericolosa avventura, l'inizio è certo, la fine mai. In troppi nel profondo desiderano la guerra totale, quella guerra definitiva che distrugge il loro mondo e queste "democrazie all'Occidentale" ormai composte da masse elettorali di umani scellerati, imbelli, dissoluti e corrotti e plagiati dalla pubblicità commerciale fin dall'infanzia.



 L’eredità della guerra  a Firenze

 

Il linguaggio politico italiano dei primi anni del dopoguerra rimase pervaso dall’odio e dalla violenza.

La propaganda di guerra[1] aveva portato nel discorso pubblico e politico  le categorie di amico e di nemico, la criminalizzazione dell’avversario politico  e il disprezzo dei miti e simboli altrui.  

Nei primi anni del dopoguerra, le forze socialiste ed operaie in Italia costruirono un loro universo simbolico derivato dalle sofferenze e dai lutti generati dal conflitto mondiale.  Era un universo fondato su un antagonismo feroce nei confronti del tentativo della classe dirigente della penisola di costruire un mito pubblico della guerra volto a celebrare la Nazione e la “Nuova Italia” uscita vittoriosa dal conflitto.  Le forze di sinistra indicarono senza appello le responsabilità delle sofferenze e la borghesia era da loro additata alla riprovazione universale per i lutti, le privazioni, e i disastri provocati con la guerra.  Il 5 dicembre 1918 le associazioni e le forze politiche socialiste dirette al Parterre, nella piazza che era stata teatro della manifestazione solenne del 1916 per il genetliaco del re, in corteo per commemorare i “morti proletari in guerra” furono oggetto di una pesante provocazione. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale” il 6 dicembre scrissero di questo incidente nella cronaca,  affermando che i manifestanti furono fermati da gruppi organizzati di studenti, reduci e mutilati, i quali mentre parlava l’On. Pescetti provocarono gravi incidenti facendo fallire la manifestazione. I quotidiani sottolinearono che gli aggressori s’allontanarono cantando a tutto fiato l’inno di Mameli, mentre i socialisti, quando si ricomposero, cantarono l’inno dei Lavoratori. In questo episodio, come in molti altri, i canti[2] erano la rappresentazione sofferta e partecipata di un omaggio funebre di parte. Il giorno precedente “La Difesa” aveva lanciato un appello rivolto a “tutti i proletari” per mostrare ai patrioti fiorentini, definiti “quattro gatti”, la forza e il seguito di cui godevano i veri eroi; ossia coloro che “deprecarono la guerra e nella guerra perirono”. L’appello era rivolto a: “Quanti hanno mente, cuore, fede socialista”, in modo che tutti potessero vedere la lealtà e il coraggio dei militanti socialisti. Infatti la chiamata a raccolta affermò senza mezze parole che: “Ogni diserzione è un’offesa alla memoria dei “nostri” caduti ed all’idea nella quale tenacemente sperarono. Proletari in piedi![3]” Il 28 dicembre lo stesso periodico fece un’analisi dell’evento delineando esattamente chi erano i manovratori politici e cosa volevano: “Ed ora che la guerra è finita, la reazione continua. Si mantengono ancora in vita le associazioni di resistenza attraverso le quali la reazione si compie. Ne avemmo un esempio evidente colla provocazione di domenica scorsa, nella quale si giunse all’assalto a mano armata quando sorse a parlare il vecchio deputato Beppe Pescetti, quasi si volesse ripetere il gesto che tolse la vita a Giovanni Jaures…”[4].

Questo avveniva contemporaneamente alla richiesta da parte dei socialisti fiorentini delle dimissioni della giunta Serragli[5], colpevole di malversazioni nella gestione di

 

stoffe, destinate ad essere poste in vendita per calmierare  i prezzi nel contesto della politica annonaria del Comune nell’ultimo anno di guerra.

Le commemorazioni funebri, atto di pietà religiosa, divennero fin dal dicembre del 1918 terreno di scontro politico, di dimostrazione di fede ideologica e di potere.

 “La Difesa”, per sottolineare  la propria identità politica opposta e diversa rispetto a quella borghese,  non esitò  nell’appello[6]  del 14  dicembre a scrivere  a proposito dei soldati caduti che si trattava di “nostri morti”.

Il blocco politico[7] che aveva fatto sua la causa della guerra e l’aveva gestita era ben deciso a continuare la sua lotta politica anche nel dopoguerra, mantenendo ben salde le posizioni di potere che aveva raggiunto all’interno dell’amministrazione comunale. La primavera-estate del 1919  Firenze vide la nascita di organismi e associazioni come la Lega antibolscevica, l’Associazione agraria Toscana e lo scatenamento di tumulti annonari[8] causati dal carovita. Nello stesso periodo cresceva la forza e il consenso per il Partito Socialista che ottenne alle elezioni del 1919 un risultato storico a Firenze, superiore alla media nazionale.

            In questo contesto[9] il 24 aprile 1919, in piazza Ottaviani, i primi aderenti al fascio fiorentino aprirono la loro sede nello stesso edificio dell’Associazione Nazionale dei Combattenti.  I fascisti agirono in modo da compensare lo scarso numero di aderenti con la violenza fisica e verbale portando avanti “quella che qualcuno ha voluto chiamare, a Firenze, “guerra incivile”, tanto fu lo scontro in mano ai facinorosi, ai violenti, a gente che stimava che la forza dovesse sostituirsi allo scambio di idee, al confronto fra le ragioni addotte tra le parti”[10].

Nel luglio del 1920, in periodo pre-elettorale per il rinnovo delle cariche amministrative, “La Difesa” pubblicò un articolo di denuncia in merito alle continue pesanti provocazioni delle camicie nere, affermando che era tempo di rispondere con la forza.  La violenza esplose il 29 agosto 1920. Nel corso di una manifestazione di protesta che sfilava per il centro di Firenze si verificarono alcuni incidenti, nei quali restarono uccisi un commissario di polizia e due manifestanti.  Le esequie del commissario furono celebrate in forma solenne con la partecipazione delle autorità.

Anche le altre due vittime furono accompagnate nel loro ultimo viaggio terreno con una cerimonia civile alla quale partecipò una folla di migliaia di persone,[11] decisa ad esprimere netta ostilità contro le autorità politicamente schierate. Gli onori funebri si erano trasformati in un rito pubblico nel quale le forze contrapposte palesavano la consistenza delle adesioni alla loro causa.

Le elezioni amministrative del novembre del 1920 si svolsero in un clima rovente, con i socialisti accusati esplicitamente di essere traditori della patria; la consultazione elettorale fu favorevole al blocco “anti–socialista” e l’esito avrebbe portato alla formazione della giunta Garbasso.  Il 7 novembre del 1920 un corteo socialista, che manifestava a seguito della diffusione delle notizie sul risultato elettorale in città, fu fatto oggetto di colpi di rivoltella sparati dai fascisti e subito dopo disperso[12]  dalla forza pubblica.

Sparatorie avvennero in altri luoghi della città, fu anche lanciata una bomba in via Roma. Le responsabilità dell’attentato furono subito attribuite ad un socialista e ad un delinquente comune suo presunto complice. Il fine di quelle provocazioni era di creare una situazione torbida e confusa in modo da accusare i socialisti di sovversione e, come era già accaduto durante la guerra, di tradimento. “Il Nuovo Giornale” lanciò la notizia che i socialisti si erano organizzati in gruppi armati di rivoltella che minacciavano gli avversari.  Fu facile, per le componenti politiche del blocco, accusare i socialisti di aver ucciso due persone vicine al loro schieramento; furono organizzati  funerali solenni per queste “vittime del terrore rosso” che ricordavano l’omaggio funebre che veniva tributato agli eroi di guerra.

L’11 novembre 1920, in concomitanza con i festeggiamenti del genetliaco reale, sfilò il corteo funebre. Durante il percorso vi fu una provocazione e scoppiò un tafferuglio, forse provocato dai fascisti; i quali per ottenere maggiore visibilità sfilarono anche dopo il corteo[13], nonostante i divieti delle forze dell’ordine, percorrendo di nuovo le vie cittadine.

Lo scopo di tale prova di forza era certamente dovuto al loro desiderio di mostrarsi come l’unica forza politica in grado d’imporre ordine e sicurezza nella città.  Il 27 febbraio 1921 la bomba di un’ignota mano terroristica esplose in mezzo a un gruppo di studenti liberali che formavano un corteo patriottico diretto in piazza dell’Unità d’Italia per onorare i caduti deponendo una corona d’alloro sull’obelisco.

L’esplosione ferì a morte lo studente Carlo Menabuoni che morì dopo giorni d’agonia. La vittima successivamente fu oggetto di una mitizzazione tesa a mostrare il defunto quale esempio di caduto fascista ed ex combattente eroico ucciso a tradimento mentre partecipava ad una manifestazione patriottica in memoria dei caduti. Per la verità il Menabuoni era affiliato ai giovani liberali e nel corso del conflitto mondiale cadde prigioniero, forse aveva delle simpatie per il fascismo, tuttavia la sua trasformazione in martire della causa fascista  è stata una evidente strumentalizzazione.

Si scatenò la caccia all’uomo e i fascisti, organizzati in cinque bande armate, percorsero la città. Una di queste prese di sorpresa il sindacalista Spartaco Lavagnini[14] sul lavoro e lo uccise.

Il sindacalista era molto conosciuto e uccidendolo intesero eliminare un punto di riferimento ed un simbolo delle lotte operaie fatte a Firenze durante la guerra.

Questa violenza scatenò una guerriglia urbana[15] che colse gli stessi fascisti impreparati. Il 27 sera, a seguito della morte di Lavagnini, i ferrovieri proclamarono uno sciopero per il giorno dopo, i tranvieri aderirono all’agitazione perché alcuni colleghi erano stati picchiati dai fascisti. Il 28 febbraio verso le 9 avvengono i primi scontri fra fascisti e scioperanti a Porta a Prato. La spedizione fascista contro il rione sovversivo di San Frediano partì in tarda mattinata e, inaspettatamente, le squadre non riuscirono ad entrare nel quartiere. Furono fermate e costrette a difendersi dalla reazione popolare presso via dei Serragli e Piazza Tasso. Una spedizione che doveva raggiungere Sesto Fiorentino fu bloccata da una folla inferocita presso Castello, un rione fiorentino al confine fra i due comuni, ed i fascisti per evitare il linciaggio si barricarono nella villa del Tenore Caruso. Contro i fascisti e la polizia vennero erette, nelle strade di Firenze, delle barricate, presidiate anche con le armi. Nel primo pomeriggio interi quartieri popolari erano fuori controllo e a quel punto l’esercito attaccò con il 69° e l’84° fanteria, forti di autoblindo, artiglieria e mitragliatrici. La difesa era incentrata sulle barricate e su ostacoli difesi da qualche arma da fuoco e dal lancio di oggetti, si registrò perfino il lancio di un acquaio di graniglia su un autoblindo.

L’attacco militare nei quartieri d’Oltrarno eliminò le barricate con l’uso delle autoblindo e in qualche caso dell’artiglieria. Nel tardo pomeriggio l’esercito ebbe ragione dei difensori e passò agli arresti dei sospetti. In questa situazione di guerriglia urbana avvenne l’uccisione di Giovanni Berta che diverrà il “caduto fascista” fiorentino più noto e di conseguenza il più esaltato  dal regime che gli dedicò addirittura una città nelle colonie e lo stadio di Firenze. Si trattò, con ogni probabilità, di un pestaggio mortale attuato da più persone, forse di un delitto di folla.  Il Berta transitava in bicicletta sul Ponte Sospeso, nei pressi dell’attuale Ponte alla Vittoria quando venne fermato, picchiato e scaraventato in Arno. Giovanni Berta era figlio di un famoso industriale fiorentino ed ex marinaio che, nel corso del conflitto, aveva fatto naufragio per causa belliche e si era salvato a nuoto. Sapeva quindi nuotare, la sua morte è quindi da imputare al pestaggio subito.

La sera fu ucciso presso Varlungo dai difensori di una barricata il brigadiere dei carabinieri Loy che, convinto che lo scontro armato fosse cessato, si era avvicinato inconsapevolmente al blocco stradale. Il giorno successivo il 1 marzo fu eretta una barricata dalle parti di via Erbosa, in piazza del Bandino, che bloccava l’accesso a cinque strade. Un maresciallo dei carabinieri con quindici attaccanti cercò di sgombrare  la barricata, fu ucciso dal lancio di alcune bombe a mano. La barricata fu eliminata dall’intervento dell’esercito che arrivò sul posto con una sola autoblindo e due cannoni. I Bersaglieri intervennero in Santa Croce,  a Ponte a Ema ed a Scandicci fu usata l’artiglieria e le mitragliatrici per rimuovere le “forze ostili”.

“La Nazione” uscì il 2 marzo con un titolo in prima pagina che sembrava riprendere le edizioni edite durante il conflitto: “Le strade di Firenze insanguinate dalla guerriglia civile. Un tragico bilancio: 15 morti e 100 feriti.” I titoli interni furono scritti come se il quotidiano stesse riportando la cronaca di una battaglia: “moto insurrezionale nel quartiere di San Frediano. Le mitragliatrici in azione – Numerose vittime – Feroce vendetta contro un “fascista” altri dolorosi conflitti-arresti e alcune perquisizioni”.  In terza pagina i titoli non erano meno forti e mostrano l’eccezionale portata di quella violenza e la continuità fra il linguaggio della propaganda politica e quello della propaganda di guerra: “Rivolta nel quartiere di Santa Croce. L’uccisione di un maresciallo dei carabinieri al Bandino – Lancio di bombe – Tentativo d’assalto ad una caserma – L’artiglieria in azione – altri morti ed altri feriti – L’ultimatum dei fascisti al comitato comunista – la cessazione dello sciopero”.

Il giorno successivo, il 3 marzo, fu pubblicata la cronaca dei fatti di Scandicci, con questo titolo: “Il moto insurrezionale di Scandicci domato dall’artiglieria”. Questo titolo per quanto enfatico era veritiero: vennero sparati circa tremila colpi di mitragliatrice e qualche tiro di una batteria di pezzi da 75 per arrivare alla conquista del Comune.

Il  giorno antecedente “Il Nuovo Giornale” uscì in edicola con un editoriale[16] che

addossava tutta la responsabilità delle violenze ai socialisti ed agli operai.

I due quotidiani conservatori rivelano che il linguaggio di guerra era il naturale mezzo per descrivere la situazione,  in un certo senso la guerra si era proiettata oltre la fine del conflitto.

 La lotta per il controllo di Firenze arrivò, ad una svolta attraverso un’azione principalmente militare, e solo in parte squadristica, rivolta contro la popolazione di alcuni quartieri. A causa di queste violenze ritornò con nuova forza in città quel linguaggio politico e giornalistico derivato direttamente dalla propaganda bellica che demonizzava l’avversario, incitava all’odio, esaltava e presentava come eroi i morti della propria parte, i quali divenivano le prove più evidenti e più sacre della santità della causa che veniva attribuita al loro sacrificio supremo. I fatti di Firenze furono riportati con molta enfasi dalla stampa nazionale; a questo proposito “L’Avanti” affermò  che ormai “La stampa dipende dai pescecani”[17] e di conseguenza s’era schierata dalla parte dei fascisti.

L’analisi dei fatti accaduti fu fatta dal quotidiano il 5 marzo 1921 e fu molto semplice: “…si vede come la condotta dei fasci non sia la ritorsione contro gli atteggiamenti delle organizzazioni operaie, ma invece dipenda da tutto un preordinato piano d’azione col quale si mira a distruggere quei fortilizi di resistenza che la classe operaia si è creata attraverso tanti anni di sacrifici e lotte.” Il quotidiano sottolineava che quest’impresa organizzata militarmente aveva causato 16 morti, 200 feriti e 500 arresti Il marzo del 1921 si caratterizzò per il clima di tensione diffuso che sfociò in pestaggi e anche uccisioni in tutta la Toscana; violenze particolarmente gravi accaddero a Empoli e a Foiano della Chiana.

Con l’acquisizione del linguaggio di guerra da parte delle forze politiche anche le onoranze funebri ai caduti per la causa divennero oggetto di costruzione di identità e di scontro.

In questo contesto l’8 agosto 1921, si verificarono degli incidenti nella strada che porta al cimitero di Trespiano. Una delegazione degli Arditi del popolo, mentre si recava ad onorare i caduti in guerra, si scontrò con una delegazione dell’Associazione Nazionale Mutilati di Guerra, in modo tale da provocare la reazione delle guardie regie che intervennero disperdendo il corteo.  Il 7 dicembre del 1921 fu invece il funerale di un operaio, un lutto privato e non pubblico, l’occasione per altri pestaggi fascisti contro quelli che avevano espresso una solidarietà di classe[18] verso il defunto.

I riti funebri rappresentarono uno strumento di manifestazione della propria identità e presenza politica durante quegli anni. Questo fatto si era reso possibile perché la Grande Guerra aveva creato le condizioni perché il culto verso i morti fosse, sia nel discorso pubblico sia a livello culturale, un confronto con la propria memoria, la propria identità politica e quindi con l’immagine di sé. I morti per la causa erano i testimoni di una passione e di un comune partecipare ad una ideologia. Il fascismo a livello nazionale cercò di trasformare gli squadristi uccisi e i simpatizzanti ammazzati, veri o presunti tali, in eroici caduti; in un certo senso in nuovi martiri di carattere politico.

L’obiettivo dei fascisti era creare anche a Firenze il culto dei caduti fascisti e per costruire questo nascente mito, che nelle loro intenzioni doveva avere un rilievo nazionale, scelsero il cimitero delle Porte Sante, ossia il cimitero monumentale di San Miniato. La loro prova di forza in materia di uso strumentale dei riti funebri la tennero solo nel 1924 quando, premuti da un’opinione pubblica ostile a causa dell’efferato delitto Matteotti, decisero di andare sino in fondo, imponendo la loro mitologia funebre a tutta la cittadinanza.

Il 23 ottobre 1924, Padre Ermenegildo Pistelli[19] trasformò il pietoso rito di inaugurazione di un monumento in memoria di tre maestri caduti in guerra in una cerimonia fascista, alla quale parteciparono insegnanti e gli alunni delle elementari[20]. I bambini sfilarono davanti al ricordo modellato come un’ara romana e salutarono romanamente.

Il 24 ottobre furono tre avanguardisti, morti in una spedizione armata contro gli oppositori avvenuta a Sarzana nel 1921, ad essere tumulati con un rito che intendeva riaffermare il primato del fascismo su tutti i partiti[21], mentre il 28 ottobre per la ricorrenza della marcia su Roma esercito e camicie nere assieme inaugurarono un monumento[22], peraltro piuttosto brutto, ad uno squadrista ucciso nel luglio del 1921.  Il 2 novembre un gruppo di cittadini evidentemente arrabbiati appesero in una cappella privata un ritratto funebre di Giacomo Matteotti; ne seguì una colluttazione con i fascisti, intervennero i carabinieri[23] per sedarla. L’elemento del ricordo dell’eroe caduto si era così trasferito dal contesto della propaganda di guerra in quello della vita politica, anzi nel caso di Matteotti si può dire che la condanna dell’omicidio politico e la conseguente identità politica antifascista passasse per l’esibizione del suo ritratto funebre.

Il ricordo dei morti era ben presente nel discorso politico del primo dopoguerra, questo fatto era concomitante con il problema dei ritorno delle salme dei caduti dai cimiteri di guerra  e delle loro onoranze funebri,  una questione questa  rimasta  irrisolta subito dopo la fine della guerra.


 



[1] L’esperienza di guerra e la propaganda avevano creato un linguaggio fondato sulla coppia di opposti Nemico/Amico. “…Possiamo definire dicotomizzare un permanente abito mentale dell’età moderna che sembrerebbe possibile fra risalire alla realtà della Grande Guerra. “Noi” siamo tutti da questa parte, il nemico sta dall’altra. ”Noi” siamo individui con nome e identità personali; “esso” è soltanto un’entità collettiva. Noi siamo visibili, esso è invisibile. Noi siamo normali; esso è grottesco. Le cose che ci appartengono sono naturali; le sue strane. Il nemico non è buono come lo siamo noi”. Paul Fussell, La Grande Guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna, 2000, p.97. 

 

[2] La Difesa”, 19 dicembre 1918; anche “La Nazione” del 14 dicembre diede notizia della manifestazione.  Tra i “quattro gatti” che provocarono gli incidenti c’era l’artista e ex ardito Ottone Rosai ; su questo cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino,1919-1925, cit., p.53.  In generale sulla storia del canto politico in Italia dalle origini fino ai nostri giorni cfr. Stefano Pivato, Bella Ciao, canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, Bari, 2005

 

[3] “Cfr. “La Difesa”, 19 dicembre 1918

 

[4] Cfr. “La Difesa”, 28 dicembre 1918

 

[5] Lo scandalo aveva per oggetto il costo spropositato di una partita di pessime stoffe acquistata dal Comune nel contesto delle iniziative prese per sostenere lo sforzo bellico. Il fatto provocò le dimissioni del sindaco e la caduta della giunta.  Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986, p.111. e Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p.75 e p.112.

 

[6] Tra la fine del 1918 e per tutto il 1919 “La Difesa” fu energica nel rivendicare l’impegno e la lotta sostenuta dagli operai e dagli umili durante la Grande Guerra, arrivando infine  nell’aprile del 1919 ad affermare che il patriottismo borghese che stava organizzando i suoi riti pubblici era una reazione alle manifestazioni e alla presenza socialista. Cfr. “La Difesa”, 19 aprile 1919.

 

[7] Sul determinante sostegno del quotidiano “La Nazione” ai gruppi politici che facevano propria la lotta antisocialista: cfr. Indro Montanelli, Giovanni Spadolini e aa.vv., La Nazione nei suoi cento anni, Tipografia del Resto del Carlino, Bologna, 1915, pp. 114 – 115.

 

[8] Sui tumulti annonari nella città di Firenze cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, I tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki, Firenze, 2001

[9]  “Alle elezioni del 1919 il successo socialista è considerevole: 8 deputati (contro 3 popolari, 2 liberali e 1 democratico) e 92.000 voti (contro 33.000 ai “Costituzionali” e 40.000 ai cattolici del partito popolare). E questo successo è superiore alla media nazionale. Ma la sua stessa portata preoccupa la destra nazionalista, la classe media (commercianti e piccoli artigiani) ed i cattolici, che l’anticlericalismo dei “massimalisti” spaventa”. Pierre Antonetti. Storia di Firenze, Edizioni scientifiche Italiane, Napoli, 1993. Sul contesto nel quale si costituì il fascismo fiorentino Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, cit., p.113.e Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit., p. 51 - 68. Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, cit.

 

[10] Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 1986, p. 402.

 

[11] Roberto Cantagalli nel suo saggio scrive che ai funerali di coloro che erano morti durante la manifestazione parteciparono circa 50.000 persone.  Lo scrittore Vannucci  racconta che si trattò di una folla con di poche migliaia di partecipanti.  Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit, pp.114 - 115.    Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 495.

 

[12] Cfr. “Il Nuovo Giornale” e “La Nazione”, 8 novembre 1920.

 

[13] Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1920; sulle violenze avvenute nel 1920 a Firenze. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, p. 23.

 

[14] Spartaco Lavagnini, Arezzo 1886 – Firenze 1921. Diplomato ragioniere fu uno dei sindacalisti impegnati durante gli anni della guerra a difendere i diritti degli operai. Al momento della morte era un  impiegato delle Ferrovie e segretario del Sindacato dei Ferrovieri della sezione di Firenze. Ricoprì anche il ruolo di direttore del giornale “La Difesa”.   Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit., pp.147 - 173. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 – 29.

 

[15] Per quel che riguardala ricostruzione dei fatti di quei giorni sono stati presi come testi di riferimento: Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993,  Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 – 1925, cit.

 

[16]  “Il Nuovo Giornale” uscì nelle edicole il 2 marzo, trascorsi i due giorni decisivi di violenze, intitolando la prima pagina: “Tre giornate di sangue, d’orrore, d’incendi a Firenze”. L’editoriale del direttore Banti affermava che un gruppo di “parricidi perché assassini della patria” pagati dagli stranieri avevano scatenato la sommossa.  La cronaca de “La Nazione” del 3 marzo descriveva il ritorno da Scandicci, che avevano preso a colpi di cannone e di mitragliatrice, del corteo dei camions con i soldati vincitori, i quali sfilarono per Porta San Frediano ed i Lungarni esponendo sopra un camion un ritratto di Lenin preda bellica, come se l’azione fosse stata un fatto di guerra. Dopo di loro sfilarono per le strade anche i fascisti. I giornali fiorentini enfatizzarono le violenze di quei giorni e i loro articoli influirono su come i fatti furono successivamente ricordati. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 -25.

 

[17] “L’Avanti”, il 1 marzo 1921, pur non avendo ancora tutti i dati per comprendere le proporzioni dei fatti, pubblicò un articolo di denuncia sulle violenze avvenute a Firenze ed indicò nei giornali borghesi i complici degli assassini.  Fu anche pubblicato il necrologio funebre di Spartaco Lavagnini, che ricordava per toni e termini quello dei caduti durante la Grande Guerra.  Subito dopo i fatti violenti, una volta riportato l’ordine con la forza in città, dalle officine di proprietà della famiglia Berta furono licenziati tutti gli operai; la stessa cosa accadde alle Officine Galileo.

 

[18]  “La Nazione”, 9 agosto 1921. Il pestaggio che seguì i funerali dell’operaio ucciso è riportato nella cronaca de “Il Nuovo Giornale” dell’8 dicembre 1921.

 

[19] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 24 ottobre 1924.

 

[20]  Le cerimonie in ricordo dei maestri caduti furono due, la prima per il ritorno delle salme il 17 gennaio 1924 e l’altra per il monumento-ara del 23 ottobre 1924. Cfr. Dino Barzotti, Ubaldo Bifoli, Carlo Donnini, Maestri delle scuole elementari di Firenze,  Giuntina, Firenze , 1925.

 

[21] Cfr. “La Nazione”,  24 e 25 ottobre 1924

 

[22] Cfr. “La Nazione”, 29 ottobre 1924; “Il Nuovo Giornale”, 28 e 29 ottobre 1924

 

[23] Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 515

 




4 marzo 2011

Linea 18 fra Calenzano, Sesto e Firenze

Il fattto che mi fa scrivere questo pezzo è un fatto di cronaca banale: la soppressione di una linea dell'Ataf fiorentina in quel di Toscana, ma da utente di quella linea da circa sette anni, anno più anno meno, posso dire qualcosa.

Si tratta di una linea a me cara perchè oltre alla comodità di portarmi sul posto di lavoro e a Firenze in zona Cascine e Ospedale aveva il pregio indiscutibile di esser sotto casa.
La cosa che merita attenzione sono i toni nuovi che ho udito quando ho preso la corsa all'andata e  al ritorno dal lavoro in quello che sarà l'ultimo giorno della linea, i commenti malevoli degli utenti, soprattutto sestesi, non erano rivolti tanto al governo o alla regione ma al potere locale in quel di Firenze e Sesto. Cosa ho capito in questi ultimi viaggi fra Sesto e Firenze: non esiste più una credibilità del potere politico a prescindere e per ideologia neanche fra i più anziani. Nel momento in cui il cosidetto zoccolo duro dei partiti qui in Toscana è toccato nella sua quotidianità e nel suo privato ecco che ogni finzione ideologica si dissolve, le parole volano e non sottovoce, la gente parla ed emerge un quadro di un mondo umano di provincia fortemente legato al qui e ora e alieno da passioni e furori ideologici. Mi spiace per quanti sognano rivoluzioni o ribellioni, ma quel che vedo del banale vissuto quotidiano è un mondo privo di qualsiasi trascendenza o volontà di superamento dell'uomo in una forma vivente superiore o evoluta rispetto al quotidiano. Fra le note mentali che mi sono fatto nell'ascoltarte i discorsi degli utenti delle ultime corse del 18 c'è l'evidenza che non esitono più pasti gratis per le coalizioni del centro-sinistra o sedicente tale. Se l'elettorato, giovane o anziano che sia, si ritiene colpito nel suo quotidiano al momento del voto trarrà le dovute conseguenze; e questo nonostante certi benpensanti, oratori di provincia con un piede in politica, professorissimi senza cattedra che smaniano per veder qualche mutamento in un corpo sociale disulluso, cinico, incattivito dalle troppe violenze morali e pecuniarie subite, e dalle amarezze della vita.
Ecco la grande novità nella disgrazia di dover ripensare la mia sveglia mattutina: scopro che è viva e  reale una condizione elettorale e umana nella quale contano i fatti, il bisogno, il quotidiano e dove il resto più o meno ideologico e mitologico è cosa per poche  minoranze di esaltati, di oratori, di ciarlatani televisivi. La politica, a parole, si è fatta amministrazione di orientamento più o meno liberal-democratico o social-democratico e il suo elettorato l'inchioda a questa sua nuova natura che ha scelto per se stessa.
Si tratta di una nota importante di natura personale che forse da sola aiuta a spiegare la pesante flessione della coalizione di Centro-sinistra alle ultime elezioni che hanno riconfermato il Sindaco e la coalizione a guida PD in quel di Sesto Fiorentino. In generale conta da quando al poilitica ha voluto essere manifestazione dell'amministrare entro il parametro di un sistema capitalista corretto rozzamente e malamente dal clientelismo e dal corporativismo cadaverico  all'italiana il puro
il dare e il puro  avere.
Da alcuni anni a questa parte contano solo i fatti e il dare e l'avere anche per l'elettorato. Il resto è politica che pensa se stessa e pochi fra i comuni mortali intendono quale sia la sua parabola sulla vita umana e il suo discorso sul mondo.

Questa la cronaca dei fatti secondo una fonte credibile:

http://www.toscanatv.com/leggi_news?idnews=NL119060

Trasporto pubblico, dal 5 marzo soppressa la linea 18 dell'Ataf
TOSCANA - 17/02/2011 - Sabato 5 marzo parte il nuovo assetto delle linee del trasporto pubblico locale Ataf e Linea nell'area fiorentina di Sesto e Calenzano.

Una riorganizzazione resa particolarmente complessa dalla consistente riduzione dei trasferimenti statali per il TPL decisi dal governo quantificabili in circa 550.000 euro per l'area metropolitana nord-ovest, pari a quasi il dieci per cento della spesa totale per l'intero servizio. 'Ciononostante - ha affermato stamani l'assessore alla mobilita' Ernesto Appella - siamo riusciti a salvaguardare sia gli assi portanti del servizio che a mantenere tutti i collegamenti tra l'area e il centro di Sesto Fiorentino'. Nello specifico, il nuovo assetto contemplera' la soppressione dell'attuale linea 18 dell'Ataf che sara' in parte sostituita, per quanto riguarda il territorio sestese, dal nuovo percorso della linea 64 che servira' l'area di Querceto da via Don Minzoni a via dell'Olmo. Tutte le altre linee cittadine saranno mantenute o potenziate. il 2 che collega l'asse Calenzano-Sesto-Firenze S.Maria Novella sara' rafforzato introducendo venti corse giornaliere in piu'; confermate al livello attuale anche le linee 56 (Piagge-Careggi) e 57 (Firenze S.Maria Novella-Polo Scientifico). Il 28 (Volpaia-Firenze S.Maria Novella) vedra' una lieve diminuzione delle corse mentre saranno rafforzate le linee 96 (Sesto FS-Osmannoro) e 97 (Calenzano-Polo Scientifico), che avranno una frequenza ogni quarto d'ora nei giorni feriali (...)

Per i miei venticinque lettori: IANA per FuturoIeri




30 gennaio 2010

La città e la memoria privata



De Reditu Suo - Secondo Libro

La città e la memoria privata

Un fatto banale l’aver confuso il nome di  una struttura dove si tengono spettacoli con il nome di un’altra mi ha condotto a far un ritardo, nulla di pericoloso ma certo una cosa fastidiosa. Ho attraversato una parte della città chiedendomi del perché di un simile errore, come è stato possibile sbagliare su una cosa del genere? La città è cambiata prima quei luoghi si chiamavano diversamente e oggi che hanno un nuovo nome e li ho confusi. Per essere esatti ritornando verso casa ho avuto modo di osservare che in fin dei conti Firenze in certi suoi punti è proprio un’altra cosa. Rosticcerie e friggitorie cinesi, rivenditori di Kebab, minimarket con l’esercente asiatico alla cassa, venditori ambulanti di colore  danno  il senso di un mondo umano altro che si è incluso e incastrato in ciò che credevo di conoscere e in qualche modo capire. La mia memoria privata è in difetto perché  confonde il passato remoto dell’infanzia e della pre-adolescenza con questa faticosa maturità appena iniziata. Mi sono trovato davanti all’evidenza da me troppe volte ignorata che proprio nel mio quotidiano quel mondo che credevo di conoscere si è trasformato, ciò che ricordo talvolta non risponde a quello che c’è oggi perché la mia memoria privata rimanda al passato, alla mia esperienza personale. Questa realtà mi comunica che lo spazio che credevo anche il mio non è più tale perché si è modificato, e non ci posso far nulla; i processi che hanno fatto questo sono materialmente incommensurabili rispetto alla mia vita di singolo.  Stavolta ho sperimentato sulla mia pelle l’enorme distanza fra la vita del singolo e l’enormità di tutto ciò che lo circonda;  mi sono sentito un corpo estraneo, un soggetto isolato dentro un mondo umano dove sono solo di passaggio e dove i legami precedenti di natura culturale, storica, affettiva sono stati rimossi, tagliati o si sono ridimensionati. La diversità della città rappresenta anche la diversità degli umani che ne sono parte, non è più possibile nel Belpaese ignorare l’evidenza della presenza di comunità straniere che sono ormai parte della popolazione delle città e dei paesi, non è possibile nascondersi dietro un dito e far finta che tutto sia come venti o trent’anni fa quando tutto sembrava poggiare su qualche regola certa, su qualche patto ancestrale fra popolazioni diverse che parlavano grossomodo la stessa lingua e si son trovate a subire alcune grandi tragedie della storia. Quali che siano state le aspirazioni di coloro che sono vissuti nel passato oggi questa realtà riempie di sé tutto lo spazio e trova da sé le ragioni del suo operare e del suo trasformarsi sotto le insegne del Dio-denaro e delle illusioni della pubblicità commerciale. Non c’è un senso nelle cose  e nelle attività presenti nel qui e ora se non quello che gli umani impongono ad esse  o che s’illudono di attribuire. Quando tutto il pensiero umano è riconducibile o pesantemente condizionato dalle logiche del sedicente mercato è ovvio che ogni attività assume senso solo in relazione al profitto economico. Questo fa sì che la mia memoria si trovi a disagio quando il ricordo che viene dal passato si confronta con questo immediato presente e con la sua unica logica.

IANA per Futuroieri




20 dicembre 2009

Il male di vivere quotidiano


De Reditu Suo

Il male di vivere nel quotidiano

Il giorno 19 dicembre del 2009 il calo della temperatura in tutta Europa si è fatto sentire, Alle sette del mattino con un discreto freddo e un cielo coperto io e altri utenti dell’ATAF ci siamo accorti che nella direzione Sesto Fiorentino - Firenze non circolavano gli autobus se non quelli delle linee che collegano Prato-Sesto le quali non sono parte dell’ATAF. Per trovare un mezzo pubblico ci ho messo quasi tre ore dopo un vano tentativo fatto alla locale stazione ferroviaria di Sesto Fiorentino. Per una nevicata notturna un po’ abbondante era andato a pezzi il sistema di collegamento pubblico, e io son arrivato a occupare la mia cattedra con un ritardo riprovevole, tuttavia le classi erano semivuote e il danno è stato contenuto. Questa vicenda mi fa considerare il fatto che tutta la civiltà nostra è vulnerabile, basata un fenomeno straordinario e tutto si fa difficile se non impossibile. Uso comunemente l’autobus o vado a piedi per spostarmi quando sono a Firenze per motivi di lavoro, di studio o per questioni personali e il disagio straordinario mi ha mostrato la precarietà di certe mie convinzioni e abitudini. Son stato forzato a riconsiderare il male di vivere al tempo della maturità della Terza Rivoluzione Industriale nel Belpaese alla luce del senso di precarietà che ho incontrato il giorno 19 che mi è parso come la conferma di tante mie perplessità su questo modello di produzione, consumo e sviluppo. Questa condizione umana di sentirsi deboli e in mano ai rovesci della fortuna e del clima rimanda a un modello di civiltà industriale in crisi di prospettive e di decenza tale modello nello Stivale è aggravato da un senso diffuso di precarietà e dalle disparità sociali che ascese nella gerarchia sociale che emergono per affiliazioni a gruppi politici, per ragioni di famiglia, per amicizie più o meno nobilmente giustificate, per appartenenza a gruppi di privati con interessi comuni. Il merito, il valore del singolo non hanno un gran peso, la mobilità sociale di esprime per vie proprie  ed è poca o nulla  in un Belpaese dove il figlio del notaio fa il notaio, il figlio del medico fa il medico, il figlio del docente universitario fa prima l’assistente e poi il docente universitario magari nella stessa facoltà e nella medesima specializzazione. Quest’Italia immobile la metto nel calderone delle cose che danno il senso del male di vivere in questi anni di crisi della Seconda Repubblica, la persona onesta non può credere in un sistema che premia la viltà e il cinismo, l’idiozia e la raccomandazione che profuma di politica.    Questa passione per le vie parallele per far fare carriera ai protetti dei potenti di turno crea una distorsione spaventosa perché in Italia l’avversario politico si trasforma nel nemico sociale, ossia in colui che usurpa il  posto di lavoro, che passa avanti a tutti quando c’è l’assegnazione di qualche appalto pubblico, che ottiene quel favore, magari miserabile e ridicolo, che viene negato ad altri. Adesso però il delirio degli interessi privati rozzamente gabellato per questioni morali, religiose o ideologiche dovrebbe far i conti con una realtà in rapida trasformazione e con un sistema di produzione, sviluppo e consumo tutto da ripensare e rideterminare. Credo che il cupo desiderio di morte che è parte di questo Tempo empio riuscirà a prevalere su ogni cosa.

IANA per FuturoIeri




13 luglio 2009

Fine dei quarantanove passi

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fine dei quarantanove passi…

Questo mio congedo da questa serie di scritti esige una riflessione. Il Belpaese oggi presenta masse diverse di esseri umani perlopiù sofferenti. Nello specifico del loro rapporto con il potere assomigliano all’umanità imbelle, scellerata, dissoluta, rincretinita e  psicologicamente svuotata che si osserva nella serie classica di Capitan Harlock del 1978.

Nel cartone animato gli umani, come in tutte le favole del genere, vengono salvati da una temibile invasione aliena dall’eroe di turno e dal suo seguito di seguaci e amici e dalla sua corrazzata spaziale, la famosa Arcadia. Qui nella realtà di una quotidianità segnata da una crisi del sistema di produzione e consumo a livello globale l’eroe non c’è e in compenso i nuovi tempi stanno disintegrando tutto quello che è stato il mondo umano e sociale che c’era prima. Credo che il processo sia arrivato a un punto tale da poter affermare che ciò che era il Belpaese al tempo della mia infanzia non esiste più, tutto è diventato altro e per sempre. Voglio quindi rammentare, per chiarire ai miei pochi pazienti lettori e lettrici, quali sono le cose alle quali mi sento d’appartenere e che sembrano essere qui e ora nonostante tutto. Metto tutto in poesia, versi liberi per maggior comodità.

DOVE SONO

Mi sento d’appartenere

Al buio delle periferie silenziose e ai lampioni

solitari che l’illuminano di notte

Ai profili scuri delle colline la cui forma  incornicia

il firmamento nel freddo inverno

Alle nuvole bianche spiaccicate nel cielo azzurro d’agosto

Alle pinete di pomeriggi lontani, muro verde dove

il mare incontra la terra

All’umido della pioggia che cade fitta

nel bosco da tempo secco

Al mar Tirreno al tramonto, quando sembra immenso

Alle case vecchie e nuove, con il loro tabernacolo incassato

nel muro come nel tempo antico

Ai biondi campi di grano stretti fra le colline, ai boschi e

ai filari di cipressi messi in fila a dividere il tempo degli uomini

da quello delle stagioni

Ai parchi degli antichi sovrani e padroni, oggi

aperti al pubblico

Al fiume, alle sue acque scure, ai suoi argini

alle sue rumorose piene

Ai pomeriggi di sole della mia infanzia

con le serrande semichiuse per il caldo

Alle mura, alle rovine, ai palazzi della mia città

ai resti del tempo passato, di uomini e donne

che non esistono più da generazioni

Alla piccola grande gente della mia infanzia, ai suoi miti perduti,

ai suoi rumori, alle sue parole, alle sue illusioni, alle sue cose

Ora tutti ricordi.

IANA





11 luglio 2009

Italia precaria, Italia di tutti e di nessuno...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Italia precaria, Italia di tutti e di nessuno…

 

Fra noi in confidenza: parliamo del precariato e di quanto esso sta distruggendo la Nazione Italiana. Passeggiando la sera per Sesto Fiorentino mi è capitato un fatto curioso, ho trovato un cartello su ex ufficio che procurava lavoro interinale. L’ufficio era stato svuotato dai mobili e il cartello recitava che il locale era da affittare. Un “affittasi Fondo” messo sopra il vetro che recitava”agenzia per il lavoro”. Questo mi ha portato a considerare quanto fosse profonda questa crisi. C’è quasi una legge dantesca del contrappasso nel pensare che quei  colletti bianchi, immagino precari anche loro per massima parte, si siano trovati senza lavoro o nelle condizioni dei tanti che erano venuti a chiedere da loro. I procuratori di lavoro a termine che ora devono cercarselo, una roba da film di Totò. Solo che i tempi sono diversi, quel sottinteso di ottimismo e di fiducia che aveva l’Italia di ieri è un ricordo del remoto passato, questo Belpaese è di gran lunga più tragico e meno felice, è a suo modo un tempo disperato perchè non ha dalla sua neanche il senso del tragico o del corso storico che viene in essere fra massacri, grandi realizzazioni dell’umanità e cose straordinarie. In altre zone le cose non vanno meglio, mi è capitato di vedere nel centro di Firenze presso la stazione un grande albergo, mi ricordo di aver letto più volte la carta del menù del ristorante di lusso esposta fuori dal palazzo. Quella notte era tutto spento e passando da quelle parti di notte ho visto una famigliola, credo di extracomunitari dell’America Latina ma non saprei dirlo con certezza, che dormiva avvolta fra cartoni e coperte sotto un lato dell’edificio. Questa miseria che avanza è diversa da quella del passato, è intrisa di una disperazione quasi pagana, di un vuoto che odora di lucida follia, di delirio, è la miseria dei tempi nostri, quella di una terza rivoluzione industriale che deve ancora compiersi fino in fondo. Robot, computer, lavoro interinale, disgregazione delle forme di vita sociale e politica, internet  tutto questo non basta ancora, manca lo sviluppo e la diffusione di nuove forme d’energia per mandar avanti il sistema di produzione e consumo in un contesto di piena realizzazione di questa nuova fase del capitalismo e della civiltà industriale. Il sistema di produzione e consumo si è infilato in un collo di bottiglia: la crescita infinita sta trovando risorse limitate, enormi ma limitate. Il pianeta azzurro è un corpo celeste quindi è grande ma è anche finito, quindi non può offrire idrocarburi, materie prime, risorse alimentari, aria e acqua in quantità illimitate. Nuove fonti d’energia rinnovabili potrebbero almeno in parte limitare questa corsa verso il disastro, forme avanzate di politica ambientale ed etica potrebbero circoscrivere gli effetti disastrosi del sistema, ma mente scrivo tutto questo un’intera generazione, e precisamente la mia, è abbandonata ai suoi problemi; i vecchissimi poteri del trapassato remoto si tengono ben stretti i loro privilegi, la famiglia d’origine –quando c’è- è il primo e spesso unico conforto morale e la  principale forma d’assistenza sociale del disoccupato e dello studente, i movimenti ecologisti sono marginali nel contesto politico.

L’Italia precaria è l’Italia di tutti e di nessuno, perché rappresenta bene le miserie di questo presente e l’assenza di pensiero e di futuro che segna questi anni sciagurati.

IANA per FuturoIeri




11 marzo 2009

LE LISTE CIVICHE DI BEPPE GRILLO E GLI AFFINI

Abbiamo preso parte Domenica scorsa, l’8 marzo, alla sessione mattutina del I incontro nazionale delle Liste Civiche a 5 stelle promosse da Beppe Grillo. Diamo conto delle impressioni ricevute dal clima e dagli interventi ascoltati.
Intanto una nota numerica, il Saschall, ex Teatro Tenda, di Firenze era pieno come un uovo. Dentro verosimilmente c'erano stipate circa tremila persone, fuori qualche centinaio ascoltavano da un altoparlante.
Ha introdotto Beppe presentando la "Carta di Firenze", dodici punti elaborati dai Meetup di tutta Italia in questi mesi. Ha incentrato il suo intervento sulla crisi della democrazia rappresentativa e sul ridotto potere decisionale delle assemblee elette a scapito degli esecutivi, tanto a livello nazionale che europeo. Di contro la speranza in un recupero di ruolo e forza per incidere veramente nelle dinamiche istituzionali non può che ripartire dal primo Ente a contatto con la comunità, ovvero i Municipi. Ecco perché tutti gli sforzi delle persone di buona volontà, animate dalla voglia di adoperarsi per cambiare registro, devono partire da lì, a cominciare dalle prossime elezioni amministrative di giugno. Eleggere cittadini che sappiano essere come la pulce di Trilussa, capace di ingrippare il meccanismo invalso.
Notevoli poi, per spessore e capacità di analisi, gli interventi di Maurizio Pallante (Movimento Decrescita Felice) sui Comuni e gli sprechi, quello dei Dott. Miserotti, Bolognini (di Pistoia) e Gentilini su salute-alimenti-inceneritori, di Marco Travaglio sulla legalità nelle Pubbliche Amministrazioni, del Prof. Petrella sugli acquedotti comunali, di Matteo Incerti su ecologia e riciclo, etc etc.
Insomma una tale quantità e qualità di idee, proposte, modelli da far sembrare quel teatro un'oasi rigogliosa nel deserto della politica italiana.
Una considerazione finale: ma molto di quello che abbiamo sentito ( e che ognuno può leggere su
www.beppegrillo.it/listeciviche ) non è stato anche patrimonio delle Liste Verdi sin dalla metà degli anni ottanta? E oggi invece cosa fanno, dove sono finite? Chiunque sia sufficientemente disintossicato dalla politica con la "p" minuscola immaginerebbe che Liste Civiche e Verdi debbano convergere gli sforzi per combattere assieme le medesime battaglie... a Firenze come a Bologna a Torino e ovunque in Italia. E' così o la partitocrazia peggiore, quella che divide o blandisce, ha contagiato proprio tutti, incupendo anche il sole che un tempo rideva?

Inveterati ottimisti continuiamo a sperare che la Politica riprenda la "P" maiuscola, anche grazie all'unione di intenti fra simili, a partire dai Verdi, dall’Italia dei Valori e dalle Liste Grillo!

 

Associazione FUTURO IERI – http://digilander.libero.it/amici.futuroieri




27 febbraio 2009

TALE RENZI DA FIRENZE...

C’è un ragazzo, tale Renzi (ex parecchie cose: Margherita/Ppi/Dc), che a Firenze sta sgomitando per farsi notare. Con appoggi rilevanti ha vinto le recenti primarie del Pd a candidato sindaco, alcuni mass media vanno occupandosi di lui, forse è il caso di conoscerlo meglio. Per questo abbiamo rintracciato alcune notizie su di lui pubblicate negli ultimi anni.

 

 

“Alcuni giorni fa il presidente margheritino Matteo Renzi ha inviato tramite la sua casella di posta elettronica della Provincia di Firenze una mail a migliaia di destinatari in cui si parlava dei congressi della Margherita e del futuro Partito Democratico oltre alle primarie per la candidatura ulivista a sindaco di Rignano sull’Arno (dove peraltro è impegnato suo padre). Abbiamo per questo presentato un’interrogazione per avere spiegazioni circa il comportamento tenuto dal presidente Renzi, per sapere se, a prescindere da quanto già accaduto, ritenga corretto l’uso personalistico di strumenti istituzionali, quali la mail della Presidenza della Provincia, che dovrebbero invece servire esclusivamente per attività legate alla vita istituzionale dell’Ente che Renzi si trova a presiedere”. Questo quanto dichiarato dai Consiglieri Provinciali di Alleanza Nazionale Guido Sensi, Nicola Nascosti e Piergiuseppe Massai nell'interrogazione presentata. (13/02/2007)

 

Il consigliere dei Verdi Luca Ragazzo critica duramente “la non risposta” del presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi - esponente della Margherita - all’interrogazione discussa Lunedì scorso durante il Consiglio.
L’interrogazione del capogruppo dei Verdi riguardava l’ampia discrezionalità del presidente sulla concessione dei contributi: “Dalla fine dell’anno scorso - dichiara Ragazzo - Renzi può scavalcare la Giunta comunicando semplicemente al capo di gabinetto le proprie scelte in ordine ai contributi economici, un precedente pericoloso nella storia della Provincia. Agli altri assessori è negato un procedimento del genere. Inoltre, ad aggravare la procedura, si rileva che l’attuale capo di gabinetto è stato fino a poco tempo fa il suo segretario personale”.
“La risposta del presidente Renzi è stata elusiva e si è addirittura lamentato della maggiore autonomia che gli altri assessori hanno nei suoi confronti, forse ammettendo il suo poco carisma nei confronti della Giunta - commenta il consigliere dei Verdi”.
“Data la ‘non risposta’ del presidente - conclude Ragazzo - abbiamo chiesto il parere al Segretario Generale della Provincia sulla legittimità dell’atto. Dobbiamo riportare la politica ad un metodo trasparente e democratico, non personalistico o autoreferenziale, come invece è lo stile dell’attuale presidente. Inoltre è bene che Renzi smetta di giocare con le Istituzioni e con i soldi pubblici, è bene che inizi a confrontarsi e non a nascondersi dietro le sue prerogative, che spesso nelle sue mani diventano veri e propri privilegi”. (14/02/2007)

 

Sei giorni in America, dal 21 al 27 ottobre scorso, per il presidente Matteo Renzi (La Margherita / Pd) e una delegazione della Provincia di Firenze: questa la ‘missione’ organizzata per avviare contatti su moda e turismo.
“Dall’analisi dettagliata della determina riguardante il viaggio di Renzi e della delegazione negli Usa - dichiara Massimo Lensi di Forza Italia -, si è appurato che il costo complessivo della ‘missione’ è ammontato a ben 34.000 euro (quasi 70 milioni delle vecchie lire). Nella risposta ad una domanda d’attualità di Forza Italia in cui veniva chiesto di venire a conoscenza del costo complessivo del viaggio, il presidente Renzi aveva risposto una settimana fa, riferendosi soltanto al costo di pernottamento pari a 2.000 euro. Per quale motivo - si chiede l'esponente del centrodestra -, è stata celata la cifra complessiva nella risposta di Renzi? Guardando inoltre alla composizione della delegazione, composta addirittura da 5 persone, spuntano due nomi dello staff personale del presidente.
Ci pare incomprensibile – continua il consigliere – che su una cifra pubblica si sia cercato di minimizzare la spesa celando la cifra complessiva e rendendo note solo le spese relative al pernottamento. Mentre si parla di aumentare le tasse ai cittadini, il presidente Renzi organizza girate in America. Per Renzi – conclude l'esponente di Fi – i soldi spesi per la ‘missione’ americana porteranno a grandi risultati, per noi sono più semplicemente soldi pubblici sprecati”. (18/02/2007)

 

Al Presidente della Provincia di Firenze, Matteo Renzi, che gli faceva affettuosamente cenno di accomodarsi sulla sua poltrona per la firma di alcuni documenti, il Senatore a vita Giulio Andreotti ha risposto con una delle sue celebri battute: “Posso darle un consiglio? Non ceda mai la sua poltrona, nemmeno in affitto”. E’ iniziata così la visita a Palazzo Medici Riccardi di Andreotti, giunto a Firenze per presiedere il convegno “Le Autonomie Locali in Toscana. Comune, Provincia, Regione: Le idee dei geni fiorentini”. All’iniziativa hanno partecipato anche il Sindaco di Firenze e Presidente dell’ANCI Leonardo Domenici, ed un parterre di ottuagenari fra i quali il Presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze Edoardo Speranza, il Pro Rettore dell’Università di Firenze, Sandro Rogari, Pier Luigi Ballini dell’Università degli Studi di Firenze, Giulio Conticelli dell’Università degli Studi di Firenze. “Era il 1937 – ha ricordato Giulio Andreotti – quando per la prima volta partecipai ad un convegno a Firenze”. Questo Convegno fa parte delle iniziative previste dal Comitato Nazionale «Le Autonomie Locali nella Repubblica», promosso dalla Fondazione Alcide De Gasperi e presieduto dal Senatore Giulio Andreotti, che è stato costituito con decreto del 27 aprile 2006 del Ministro per i Beni e le Attività Culturali. (19/05/2008)

 

“La squadra di calcio della Fiorentina, da quando ha conquistato la scena internazionale accedendo alla Champions League e diventando squadra di alto livello, è diventata una vetrina niente male per i politici fiorentini “dell’apparire a tutti i costi” – fanno notare il capogruppo dei Verdi in Provincia, Luca Ragazzo ed i portavoce provinciali dei Verdi, Annalisa Pratesi e Tommaso Grassi – Certamente il Presidente Renzi non ha potuto sottrarsi alla possibilità di farsi un po’ di campagna elettorale personale in vista della scadenza elettorale del 2009”.
“Durante l’estate abbiamo assistito alla prima mossa sospetta: sui cartelloni pubblicitari, davanti ai quali sono stati intervistati i giocatori della Fiorentina in ritiro a San Piero a Sieve, è apparso il logo della Provincia di Firenze – ricordano gli esponenti del Sole che ride  – Per questo i Verdi hanno presentato una interrogazione per chiedere in virtù di quale accordo sui cartelloni pubblicitari è presente il logo della Provincia e se questo abbia comportato un costo per la collettività”.
“Nel mese di agosto sulla stampa locale è apparsa la notizia dell’acquisto da parte della Provincia di 80 mila euro di spazi pubblicitari all’Artemio Franchi per le partite di campionato di Serie A per trasmettere alcuni video sui corsi di avviamento al lavoro, sulle iniziative culturali e sugli appuntamenti di vario genere sul territorio - annunciano i Verdi -. La trattativa prevede il pagamento di circa 4mila euro alla società dei Della Valle per ogni partita in casa, che Renzi ha già annunciato derivare dagli stanziamenti che l’ente ha già comunque accantonato per spese di pubblicità. La trattativa si è conclusa  con un atto di Giunta Deliberazione di Giunta n° 189 del 2008”.
“Ebbene non ci sarebbe stato nessun problema a discutere in aula dell’opportunità politica di sponsorizzare la squadra della città attraverso l’acquisto degli spazi pubblicitari ma non possiamo condividere l’operato di Renzi nei confronti della società e nutriamo forti dubbi sulle modalità seguite da Florence Multimedia, società su cui abbiamo già espresso opinioni in passato, e che è divenuta apparato ad esclusivo servizio della comunicazione del Presidente Renzi – dichiarano  Ragazzo, Grassi e Pratesi – Con l’interrogazione presentata chiediamo se l’accordo con la Fiorentina è classificabile come sponsorizzazione economica concessa a terzi, quali sono i dettagli dell’accordo e la procedura con cui si è proceduto a definirlo con la società calcistica e se l’accordo si è o si intende sottoporlo al parere di certificazione della spesa da parte della Corte dei Conti”.
“La trasparenza della politica e dell’amministrazione di Renzi per l’ennesima volta è stata compromessa da un atteggiamento che,  in questo caso specialmente, pur di apparire e di accattivarsi i tifosi della Fiorentina abusa dei fondi economici della Provincia – concludono Ragazzo, Grassi e Pratesi  – Ribadiamo che non avemmo avuto problemi a discuterne apertamente in Consiglio, e speriamo sinceramente che nei video proiettati non vi sia l’immagine del Presidente Renzi, perché visto il vantaggio elettorale che ne potrebbe trarre in vista delle elezioni del 2009, si può configurare come abuso della propria posizione”. (06/10/2008)

 

Roma, (Apcom) - Complimenti dal ministro Pdl Gianfranco Rotondi a Matteo Renzi, vincitore delle primarie a Firenze per il candidato sindaco di centrosinistra. "Gira e rigira - dice Rotondi- vince sempre la Dc. Occhio al ragazzo che non si ferma a Firenze: altro che le velleità di Soru...". (16/02/2009)




24 febbraio 2009

Primarie ed elettori: gioie e dolori

 

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Primarie ed elettori: gioie e dolori

Da tempo sono abituato ai finti drammi della politica nostrana, al diluvio di chiacchere, alle scemenze su cose strane e pazze ripetute decine di volte tanto per far qualcosa e distrarre gli elettori. Stavolta in casa della fu opposizione la musica è cambiata con l’elezione di Matteo Renzi, gli elettori del fu Partito Comunista sono stati implacabili: cambiate mestiere!. Si è preferito un conservatore, un cattolico ai vecchi arnesi che avevano iniziato la carriera troppi anni or sono e che oggi canuti e logorati son stati congedati con quello schiaffo potente che si chiama primarie. Chi scrive è sempre stato ostile alle primarie e ha sempre visto la cosa come un grottesco e fantozziano imitare la civiltà Statunitense, che è diversissima dalla nostra. Un tafazzismo, un volersi far del male, un volersi torturare è a mio avviso la vera natura di questa cosa nata male e inseminata dalle fantasie di trans-comunisti passati dalla mattina alla sera dalla devozione per Mosca a quella per New York. E’ successo quello che succede dovunque si tengano le primarie chi mette assieme più soldi, pubblicità, potenza nel promuovere la sua immagine vince. Il più americano è il più forte, il consenso è stregato dai metodi della pubblicità. La patetica processione ai piedi del vincitore il giorno dopo l’evidenza della sua vittoria rivela quanto smisurata sia la distanza fra l’originale delle primarie statunitensi e questa cosa falsa e rozza gabellata ai più come cosa degna. Inoltre subito dopo la proclamazione dei risultati dello scrutinio, e la cosa inutile dirlo mi provoca un piacere intenso, sia i Verdi nella persona di Gianni Varrasi sia l’UDC nella persona di Razzanelli hanno sottolineato come la vittoria del Renzi sia data dalla magia bellissima di 3.500 voti di elettori del centrodestra che dalla mattina alla sera han sottoscritto di votare il PD partecipando alla consultazione. Mi scappa da ridere!. Si son acconciati, i devotissimi elettori del cavalier Berlusconi a presentarsi alle primarie altrui per votare il nostro. Se conosco qualcosa del Mario Rossi che vota per Berlusconi e per la PDL questo qualcosa mi dice che la stima nei confronti del Berlusconi non è solo devozione ma un vero e proprio “culto”: gli elettori di Berlusconi in un certo senso lo amano e hanno fede nel Presidente del Consiglio, è certissimo quindi che quei voti torneranno da dove son venuti al momento vero della consultazione elettorale. Come interpretare le vicende politiche nazionali e fiorentine? Mi è venuto in mente questo: essere democratici, onesti, giusti è cosa percepita dall’elettorato come debolezza; anzi è una ferita aperta perché l’avversario politico potrebbe infiltrare il partito ostile e usare i legittimi strumenti democratici per disgregare con gente prezzolata la linea politica dei suoi nemici. Le primarie non salveranno la poca democrazia che è rimasta in Italia, nella migliore delle ipotesi saranno l’ennesima tragica mascherata per fuggire dalla realtà e per fingere di non capire che le diverse genti del Belpaese, da decenni offese da una corruzione e degenerazione politica oscena, si sono da tempo allontanate da questa Repubblica e dai suoi vuoti rituali. Aggiungere un rito falso e rozzamente copiato ai troppi già presenti nella Penisola può solo aggravare la situazione.

IANA per FuturoIeri



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