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7 gennaio 2010

Satira e fumetti del tempo morto



De Reditu Suo

Satira e fumetti del tempo morto

Ammetto che è difficile iniziare un simile discorso, azzardare un ragionamento a partire dal proprio passato senza cadere nella trappola della nostalgia o della distorsione dei fatti. Quanto sto per scrivere riguarda anche la mia pre-adolescenza e l’adolescenza, tuttavia prego i miei venticinque lettori di considerare il senso ampio della cosa che va oltre la riflessione autobiografica. Partirò da Lamù che è un grande fumetto ed è anche una fra le più famose serie animate mandate in onda in Italia.  A beneficio di quanti non conoscono ciò di cui tratto riporterò degli stralci da Wikipedia:”Lamù (??????, Urusei Yatsura?) è un manga pubblicato in Giappone dal 1978 al 1987, scritto e disegnato da Rumiko Takahashi, dal quale sono stati nel tempo tratti una serie anime televisiva, sei film ed undici OAV. La vicenda in particolare ruota intorno ad Ataru Moroboshi, un ragazzo estremamente sfortunato e donnaiolo, e a Lamù, figlia del grande capo degli Oni giunto dallo spazio per invadere la Terra. Vestita unicamente di un bikini tigrato, Lamù s'innamora di Ataru dopo aver frainteso una sua frase per una proposta di matrimonio. Le avventure sono organizzate per singoli episodi, ed in alcuni casi un episodio è diviso in più puntate. Gli argomenti sono in genere la sfortuna e le avventure sentimentali di Ataru che si incrociano con gli insoliti alieni amici di Lamù o con i terrestri suoi "simili" dalle personalità più grottesche. Molte delle situazioni che di volta in volta si presentano, altro non sono che parodie della società moderna e del folklore giapponesi (un po' come sono i Simpson per il pubblico statunitense)...”. Si può leggere questa serie famosa e arcinota come una grande parodia, una presa in giro  della società giapponese a partire dal microcosmo immaginario di un liceo e di un gruppo di adolescenti  che si  trovano catapultati in storie e avventure eroico - demenziali. La realtà che costituisce il sistema dell’industria dell’intrattenimento giapponese ha permesso lo sviluppo di una serie che è anche esercizio di una capacità di critica verso la propria società e satira mordente del costume e delle fantasie popolari di natura eroica e fantascientifica.  Quello che sorprende è la capacità d’integrare la critica nel sistema entro i termini  di una cultura popolare legata alla civiltà industriale; se penso allo stesso periodo qui in Italia osservo che la satira di costume era svolta in modo fazioso e parziale da Cuore e da Tango pubblicazioni vicine al Partito Comunista Italiano. Il paragone con il modello giapponese mi svela il limite del Belpaese che  è quello di aver cercato di conciliare la civiltà industriale con la sua dimensione assoluta e invasiva con logiche strapaesane e l’avidità dei vecchi partiti politici. Il binario della critica doveva esser parte di una fazione, di una corrente, di un rifermento confessionale o politico; la società civile o era di parte o non era. La satira sul costume a livello fumettistico nello Stivale non è andata oltre il ristretto ambito della sfera delle pubblicazione politiche e di quelle orientate politicamente, perfino un personaggio fuori dagli schemi precostituiti come Pazienza, in qualche misura, è stato ascritto alla sinistra che contestava il sistema di potere democristiano prima e pentapartitico poi.  Credo che il Belpaese su questa cosa sia su un binario morto: affidare l’espressione della satira e della riflessione irriverente all’ambito politico ha creato una distorsione che ancor oggi fa in modo che gli autori di certi fumetti o di vignette siano inquadrati come soggetti schierati contro qualcuno. C’è qualcosa di cadaverico in questo modo italiano di pensare la satira e i fumetti, anche perché oggi fare politica è un vero e proprio mestiere e non una missione.

IANA per FuturoIeri




4 gennaio 2010

Il falso nel ridicolo:ideologie in Italia

De Reditu Suo

Il falso nel ridicolo: ideologie in Italia

Mi tocca sospendere una cosa che mi stava a cuore intorno al concetto di donna come soggetto vittima delle novità della terza rivoluzione industriale per fare un ragionamento urgente sui deliri finti che cercano di devastare l’animo di tanti che nel Belpaese hanno crucci ben più gravi.

La follia ideologica che ogni tanto prende l’Italia, di cui quella dei queste feste di fine 2009 oltre ad essere l’ennesima stanca, sporca e triste replica  di cose già viste e udite a mio avviso è qualcosa di orrendamente concreto: il merito nel Belpaese conta poco e quindi la politica diventa un potente ascensore sociale. Fare tifo politico o far parte di un gruppo organizzato è una difesa dei propri interessi o un mezzo per potenziare i propri personali strumenti per strappare alla malvagità del mondo umano qualche favore o qualche posizione di prestigio. Questa discrezionalità potrebbe innescare oltre alla divisioni e agli odi che già impestano l’Italia anche l’astio di quelle comunità di nuova immigrazione che hanno difficoltà a integrarsi le quali a breve per compensare, per così dire, la malasorte non esiteranno a chiedere il diritto di voto. Il criterio politico è una variante delle opzioni per le strategie economiche e sociali, ovviamente la cosa non avviene in modo lineare, sarebbe una cosa troppo ragionevole per le genti del Belpaese, ma in modo contorto, perverso, strano come se un pazzo avesse messo mano al pennello e avesse corrotto ciò che era dritto colorando sopra di esso ogni sorta di segno e di simbolo frutto della propria fantasia malata.  Il piano delle illusioni, quello della volontà di potenza e il rozzo cinismo di sedicenti classi dirigenti e il quotidiano dei diversi popoli d’Italia che si arrangiano alla meglio si confondono, s’incrociano e talvolta si sovrappongono. Le ideologie, l’appartenenza politica si distinguo in due fasce in modo piuttosto netto: i poveri e gli idioti che ci credono e i furbastri da tre lire e i cinici che ci lucrano sopra manipolando la gente. Un po’ come nel gioco del calcio quando i giocatori in campo se ne fregano della squadra del cuore, per loro conta il contratto e i bonus, mentre i tifosi al contrario sarebbero disposti a far a botte, o peggio, per dei colori e dei simboli che appartengono non a loro ma al proprietario della squadra di calcio che spesso è una società quotata in borsa. Centinaia di migliaia di tifosi si eccitano e straparlano di qualcosa  che è una proprietà di uno o più miliardari che vivono in un mondo estraneo e alieno rispetto al vissuto di tanti disgraziati che sfogano i loro dispiaceri la domenica quando si sintonizzano sulla partita. Forse la partita di calcio della squadra  del cuore spiega in parte il meccanismo idiota dell’ideologia in tempi in cui le ideologie non esistono più ma regnano incontrastati solo gli interessi delle piccole e grandi oligarchie e le logiche di potere. Tuttavia nel credere a ideologie morte o alle loro pietose caricature è prevalente un senso di cosa ridicola che suona falsa, solo la capacità degli umani di negare la realtà giustifica questa dimensione di follia. L’illusione di essere parte di qualcosa di grande e forte prevale sul senso d’appartenenza a questa realtà, l’ideologia morta che agita le sue ombre è l’altro aspetto di una civiltà di consumatori e di credenti nella pubblicità.

 IANA per FuturoIeri



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