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26 gennaio 2012

Il nuovissimo cambio di padrone: Le aliene di Andromeda

Il terzo libro delle tavole
Viaggio nell’Italia del remoto futuro
Nuovissimo cambio di padrone: le aliene di Andromeda


Tempo fa mi capitò di osservare sull’obelisco detto il  Birillo dalle parti della stazione, l’ultima targa in memoria dei morti ammazzati nella Terza Guerra Mondiale, la quale si unisce a tutte le precedenti e a modo suo le riconsacra.  Questa targa non fu fusa con il bronzo dei cannoni nemici come una volta ma in una lamina di drone da bombardamento ribattuta e incisa, i tempi cambiano. Così in questo mio lieto passeggiare per la capitale mi son tornate alla mente le cose del passato. L’inizio del XXI secolo era un periodo strano milioni d’italiani vivevano soli con i loro pensieri e i loro problemi, gli umani erano mentalmente chiusi ed egoisti pur muovendosi fra masse anonime di consumatori compulsivi  che giravano per centri commerciali,  grandi magazzini, supermercati ed erano turbati dai miti morti e dalle memorie perdute del secolo precedente e da milioni d’immagini della pubblicità commerciale  e della propaganda di guerra; nel frattempo le minoranze al potere e i capi politici infilavano un fallimento dietro l’altro. Il sistema sociale  e quello capitalistico erano entrati in una crisi irrecuperabile; in sintesi si pretendeva uno sviluppo infinito e consumi diffusi in presenza di una popolazione umana crescente calcolata intorno ai  sette miliardi di unità in un contesto di  risorse planetarie energetiche, naturali e minerali decrescenti. Lo squilibrio fra sistema di produzione e consumo e risorse  cominciò a crescere creando difficoltà ambientali e di natura sociale, ben presto le potenze imperiali principali del pianeta cominciarono a foraggiare terroristi, bande di soldati mercenari, seguaci di dittatori, ribelli, squadroni della morte per collocare in certi paesi o presso certi popoli dei personaggi autoritari o dei despoti in grado di aiutare i loro finanzieri e industriali di riferimento a controllare masse di forza lavoro, materie prime, risorse energetiche e naturali e ovviamente mercati. Da questo metodo per competere sul mercato globale, degno di  banditi e di cospiratori,  derivarono mille disordini e un problema: controllare le principali risorse naturali ed di energia fossile per lasciare a terra gli altri imperi rivali. Ovviamente si formarono due  grandi alleanze militari una dell’Eurasia e l’altra dei popoli dell’Atlantico che iniziarono a mobilitare i loro alleati minori per studiare le armi e i mezzi altrui e prepararsi allo scontro diretto. Quando la guerra grossa era in pieno sviluppo arrivarono gli alieni; un colpo di genio li spinse a scegliere una delle parti in lotta per avere la possibilità di creare sul pianeta delle basi e delle colonie proprie in accordo con  una parte degli umani, così una eventuale resistenza alla presenza aliena risultava dimezzata all’origine. Gli alieni erano molto diversi fra loro e quindi vennero presto alle vie di fatto per chi si sarebbe appropriato del Pianeta Azzurro e a seconda delle fazioni scelsero quello o quell’altro impero umano da foraggiare o da includere nel loro dominio. I più forti fra gli alieni si presero tutto il sistema solare pianeta azzurro incluso, i vincitori alieni della Terza Guerra Mondiale erano i più singolari di tutti e non supportavano nessun impero umano ma al contrario imponevano il proprio, essi risultarono alla fine sinceramente graditi alle genti della Penisola solitamente pronte a salire sul carro dei vincitori a prescindere da qualsiasi considerazione etica, religiosa, morale e perfino estetica.

Quella fu una delle tante volte nelle quali le genti del Belpaese cambiarono di nuovo  padrone. Il cambio del padrone straniero era un caso tipico nello Stivale dove dominazioni diverse nel corso dei secoli avevano preso possesso del territorio e delle popolazioni. L’ultima dominazione era avvenuta per mano dei popoli dell’Atlantico ed essi avevano preso il posto dei figli dei Goti, tutto l’apparato celebrativo dei padroni di turno fu rivisto e ripensato. Come era costume delle genti del Belpaese fu creato un sistema di omaggio al padrone del momento che sostituiva il precedente e c’era tanto da realizzare: scrivere libri idioti celebrativi dei nuovi padroni, fare film esagerati e assurdi sulle audaci imprese degli italiani nella Terza Guerra Mondiale, stampare qualche fumetto di cattiva fattura sugli eroi della Patria immortale, fare monumenti ai patrioti amici degli alieni, inaugurare solennemente cippi celebrativi orrendi, statue di cattivo gusto da mettere presso le rotonde stradali o presso i parchi pubblici, fontane celebrative intrise di cattivo gusto. Inoltre un paio di giorni festivi nuovi sostituirono i precedenti, fu dedicata all’alieno qualche festa patronale rivista e corretta e anche  inaugurazioni di opere di pubblica utilità e carità. Completava il quadro delle riverenze e delle  operazioni di ripulitura dello spazio urbano la sostituzione di toponimi e denominazioni di strade e vie diventate politicamente indecenti e scorrette, i manifesti affissi con i proclami di nuovi sindaci, nuovi governatori di regione, nuovi ministri e qualche tumulazione solenne di eroici caduti, o forse solo morti ammazzati, con grande rito civile e religioso.  
C’era molto da fare perché questi alieni venivano da lontano dalle parti della costellazione di Andromeda, ma c’era chi giurava che arrivassero perfino dalla galassia omonima, comunque non erano del tutto ignoti alle genti del Belpaese perché erano degli umanoidi di due metri e dieci, più o meno, con lineamenti graziosi e vagamente femminili, dotati di straordinari apparati tecnologici  anche all’interno del loro corpo, arti sottili, magri, intubati in tute aderenti e strette; sembravano proprio le mazoniane della serie classica di Capitan Harlock; quella andata in onda su Raidue nei lontani pomeriggi del 1979. Si trattò infatti di una serie  di cartoni animati giapponesi di gran pregio artistico che aveva causato in quel tempo  una cospicua produzione di figurine da appiccicare sugli album delle Edizioni Panini e l’ammirazione dei molti. Nonostante le difficoltà iniziali, e il pessimo carattere di queste creature i vantaggi di questo nuovo dominio emersero e furono nel contesto apprezzati. Per prima cosa aiutarono gli umani a rendere stabile la propria popolazione sul pianeta e la pressione sull’ecosistema diminuì sensibilmente e le popolazioni aliene trovarono lo spazio per inserirsi senza far troppi danni. Integrarono le capacità di produzione e consumo dell’energia con la loro tecnologia di gran lunga superiore a  quella umana e collocarono le loro colonie  ponendo la capitale del loro Regno planetario nella Penisola sollevando così il Belpaese dal pericolo di seguire altri popoli nel collasso delle strutture sociali, produttive ed energetiche, migliorarono inoltre la salute della popolazione afflitta da molte malattie psicologiche e fisiche dovute ai guasti della civiltà industriale, indirizzando le genti del Belpaese verso una forma di civiltà sostenibile in relazione alle risorse del territorio. Per avvicinare gli umani del Belpaese al loro modello di regno eliminarono i poteri dei ricchi, dando al denaro un valore di strumento e non di fine dell’esistenza o di culto sacro o di Dio vivente come era invece capitato sotto il dominio dei signori dell’Atlantico quando banchieri e miliardari erano il potere ultimo e definitivo e tutta la piramide sociale e il potere politico era sotto di loro. Ma qualche dispiacere arrivò comunque perché questi esseri allungati avevano una caratteristica dei nostri antichi romani, ossia identificavano Dio con il loro sovrano, il loro Cesare era sia Pontefice sia Imperatore. Quindi il Concordato fra Stato e Chiesa  risultava impossibile perché non erano due realtà distinte ma la stessa.  Fu necessario ricostruire una Fede religiosa per le genti del Belpaese a partire dal fatto che il Pontefice era coincidente con il loro sovrano e adattare il culto all’evidenza che il Dio di cui normalmente si ragiona presso i cristiani aveva un qualche rapporto con questi nuovi padroni, visto che erano qui. Così fu creata una nuova fede senza le incrostazioni del passato, i dogmi frutto di compromessi, le storie inverosimili di miracoli, le stranezze teologiche per imporre un culto religioso inteso come religione civile, come al tempo degli antichi; si realizzò così un modello di fede alla maniera del Machiavelli. In realtà molti Dei dell’Antichità altro non erano che astronauti alieni arrivati sul Pianeta Azzurro per i motivi più strani e di conseguenza fu possibile, una volta colta questa verità già nota fin dai tempi di Peter Kolosimo, arrivare a un decente compromesso nello Stivale fra le parti e creare una coincidenza fra Dio e il Sovrano alieno. La Chiesa divenne una e di Stato come capitò nella Francia Rivoluzionaria al tempo di Danton e Robespierre, e questo avvenne praticamente senza resistenze o critiche, in fondo anche Dio era per le genti del Belpaese uno dei tanti invasori arrivato due millenni fa a cacciare i molti Dei di prima, perché scandalizzarsi se il nuovo potere lo cambiava, e come i Cesari di un tempo poneva se stesso quale Dio del suo popolo e delle genti che erano parte del suo Regno.  La convivenza con gli alieni comportò una reciproca sopportazione e una forma di medicina integrata dai microchip e dalle nanotecnologie, gli alieni erano piuttosto sobri e non volevano perdere denari e risorse  in cure mediche costose e in spese di farmacia e a modo loro potenziarono gli umani del Belpaese con reciproca soddisfazione, inoltre non sopportavano sprechi di forza lavoro, truffe, furti, ignoranza e disoccupazione e forzarono le genti del Belpaese a seguirli sulla strada di un modo creativo e collettivo di vivere e di stare al mondo, dove il merito e il valore del singolo avevano modo di esser apprezzati e dove tutti avevano un loro posto con la dose propria di utilità collettiva e dignità individuale. Tuttavia  c’era un prezzo da pagare questi alieni sono simili alle api e alle formiche sul piano dei sessi, nel senso che la totalità dei loro vertici burocratici, scientifici, militari e politici erano tali per motivi di programmazione genetica e biologica e questa cosa era una proprietà di quello che poteva esser visto come il sesso femminile; questo turbò gli italiani maschi e anche le femmine furono sconvolte dalla novità di vedere il potere e il dominio sul mondo in simili mani smaltate e inanellate, e creò disagio  nonostante i benefici  enormi che comportava la sparizione dei vertici accademici, politici e militari e burocratici ereditati dal passato;  chinare la testa davanti al sesso debole era un prezzo amaro ma  accettabile se l’esito era la sparizione di interi ceti sociali di parassiti, papponi, delinquenti comuni, feccia umana collocata in posti di responsabilità dai dominatori venuti dall’Atlantico. In una parola per quanto doloroso fosse il vedere delle donne, o qualcosa di simile trattandosi di alieni, al potere per i popoli dello Stivale era molto  meglio esser governati da una regina aliena e dalle sue amazzoni spaziali e supertecnologiche che non subire i viceré  stranieri che governavano per mezzo di una finzione di  Stato in verità corrottissimo ed estraneo alla storia e alla vita delle genti della Penisola. Oggi che molti guasti del passato scellerato sono stati curati, e di quei secoli sciagurati è rimasto solo il ricordo e qualche mito morto mi chiedo quale funesto destino sarebbe capitato alle genti del Belpaese senza l’invasione aliena, forse l’unica che ha davvero portato dei benefici alle troppe volte invase genti d’Italia; forse gli altri esseri umani erano il problema, dopotutto con tutti i contributi dati all’arte e alle civiltà del Pianeta Azzurro sarebbe stato lecito aspettarsi un po’ di riguardo dai propri simili, ma questo fatto è diventato realtà solo con delle femmine aliene con la faccia simile alla plastica, la pelle gommosa e un odore molto forte di prato tagliato da poco. Per ciò che riguarda la città essa è stata miracolata da questa gente di Andromeda, essa è cresciuta in altezza e in profondità ed avendo avuto di nuovo  il ruolo di capitale essa ha incluso i territori vicini fino a un raggio di cinquanta chilometri, la città del passato si sta dissolvendo lentamente nel nuovo che sprigiona potenza; le distruzioni della Terza Guerra Mondiale hanno favorito la ricostruzione su nuove basi. Del resto dove queste creature sono arrivate hanno rifatto il volto delle città e della vita quotidiana con una architettura vivente, dove la struttura abitativa, industriale, o destinata ai servizi è parte viva del tessuto naturale per mezzo di quella loro tecnologia che dà una dimensione di vita e  di senso  anche ai muri delle case o al sistema di riscaldamento o allo scarico dei rifiuti. La mente elettronica è nel nuovo sistema parte di un complesso biologico unitario che integra l’essere vivente, i supporti alle forme di vita, la struttura, le caratteristiche specifiche del manufatto, ogni veicolo, mezzo militare o costruzione è una realtà unitaria. Questa è  una tecnologia che deriva direttamente dalle basi spaziali e dai moduli dei veicoli che attraversano lo spazio esterno. Certo che pare incredibile come miliardi di umani nel Novecento son vissuti in ambienti squallidi, pieni di sostanze discutibili e spesso tossiche, in edifici privi di gusto, in città inquinate piene di degenerazione sociale, corruzione e violenza, ed è incredibile che tutto questo era volto a creare ricchezza e potere per una piccolissima casta internazionale di miliardari e banchieri collocati ai vertici della piramide del potere. In effetti la vittoria aliena nella Terza guerra Mondiale è stata una benedizione per le diverse forme della specie umana. Ripulire l’ambiente urbano e il territorio dalle corruzioni degli anni della globalizzazione delle genti dell’Atlantico è cosa che impegnerà ancora molti anni. In questo almeno il contributo della popolazione della Penisola si è rivelato importante, ha permesso di armonizzare le esigenze degli esseri umani con le capacità della civiltà aliena; per la prima volta dopo secoli di oscurità le genti del Belpaese esportano la loro civiltà rinnovata invece di subire le indigeste e spesso pessime novità portate dai diversi invasori umani. Così dopo secoli è arrivata la resurrezione della Civiltà nel Belpaese, il beneficio che ne hanno ricavato gli abitanti per la salute mentale e la tranquillità della vita quotidiana è universalmente riconosciuto, e grande è la soddisfazione generale.  Ma in fondo un potere che sa essere erede della natura e della civiltà dei Cesari per quanto forestiero sia  è di casa nello Stivale  e l’integrazione fra le due popolazioni è oggi riuscita, quella architettonica un po’ meno e i magnifici  edifici del Regno stonano con quanto ereditato dal passato, spesso essi ridicolizzano molti manufatti della seconda metà del Novecento, ma come molte cose del passato e in particolare  le periferie deformi della civiltà industriale si dissolveranno per lasciare il posto al nuovo, come in una legge di natura dove vita, morte e resurrezione di una civiltà s’incrociano nello scorrere infinito del tempo cosmico.

IANA




29 marzo 2010

L'Italia delle antiche rovine e degli eroi immaginari


De Reditu Suo - Secondo Libro

                    L’Italia delle antiche rovine e degli eroi immaginari

Le genti del Belpaese si devono dividere fra i resti di macerie e rovine delle antiche civiltà del Belpaese e fra una miriade di eroi più o meno immaginari siano essi politici, santi elargitori di miracoli, artisti meravigliosi, architetti abilissimi, condottieri e altro ancora. Rovine di miti e tempi perduti ed eroi morti persi in ricordi lontani, in appunti frettolosi, note a margine di qualche guida turistica o pagina WEB di qualche Agriturismo o  hotel di questa lunga penisola. Dismessi i panni imperiali e fascisti o para-Risorgimentali da decenni il mondo umano del Belpaese si accontenta di eroi minimi televisivi, pubblicitari, banalmente propagandistici e talvolta in mancanza di meglio anche di quelli dei cartoni animati giapponesi. Personalmente dal 2005 ho riscoperto il grandissimo Capitan Harlock che fu un eroe dei cartoni animati al tempo della mia infanzia. Tuttavia rimane il problema che gli eroi apertamente finti, o virtuali  o trapassati possono ispirare  azioni concrete e assolutamente materiali; ma l’oggetto dell’ispirazione non è mai lì è sempre aldilà dell’azione e del gesto concreto e materiale. Questo vale anche per le rovine di cui è ornata la penisola ed esse sono un monito e una sfida: superare gli antichi ed evitare di fa la loro fine. Pure in  questo caso si è quasi perso il senso di monito e di sfida che il passato rivolge al presente. Le rovine diventano occasione per un turismo di massa frettoloso e poco audace che si accontenta dei pacchetti delle agenzie e che non cerca di scoprire qualcosa di personale trovando una via propria per decifrare un popolo con la sua storia e il suo passato. Io mi ostino a credere che sia possibile decifrare il passato in quanto tale e far di esso qualcosa di potente, qualcosa che diventa parte del singolo perché da ad esso un punto di partenza di una storia umana che è sua e che è di tutti gli altri e che dona la certezza di non essere al mondo solo di passaggio, casuali, piovuti sulla nera terra tanti anni fa per una bizzarria, dovuta all’amore o alla passione. Questa mia convinzione mi porta ad affermare che c’è bisogno di modelli, di punti di riferimento per giustificare i proprio stare al mondo, per dare un senso alle proprie azioni, per tendere più o meno consapevolmente a produrre una propria interpretazione del proprio ruolo nel mondo dell' uomo Avere una percezione del proprio passato e comprendere il proprio stare al mondo è utile per darsi una personalità con la quale si possa misurare la distanza propria dal mondo degli Dei e degli Eroi. Ognuno ha poi i suoi modelli, i suoi Dei e i suoi Eroi; personalmente non trovo quasi nulla di eroico e di divino dei capitani delle squadre di  calcio di serie A, al contrario milioni di umani miei simili sono così affascinati dal gioco del pallone che si sentirebbero offesi da questa mia persuasione. Alla fine di questi anni indecorosi e inverecondi qualcuno che verrà farà il confronto fra le rovine e i miti del nostro remoto passato e questa cosa informe che si va formando tra la morte della Prima Repubblica e  il lento decomporsi della Seconda. Il silenzio delle cose morte cadrà allora sui tutte le illusioni e i falsi idoli della propaganda e della pubblicità.

IANA per FuturoIeri




8 novembre 2009

Quale forma per la propria libertà?

De Reditu Suo

Quale forma per la propria libertà?

Per caso mi è caduto l’occhio su Youtube su uno dei tanti montaggi che intendono onorare Capitan Harlock, il pirata spaziale dei tardi  anni settanta inventato dal maestro del fumetto giapponese Leiji Matsumoto. Uno di questi  montaggi di sigle e spezzoni della serie si concludeva con una frase che credo una volta tradotta suonasse così: “Tutti gli uomini cercano la loro Arcadia”. Arcadia è la corrazzata spaziale del pirata Harlock e nello stesso tempo è il simbolo della libertà coincidente con la vita dell’eroe, visto che è l’arma con cui porta a effetto le sue imprese e con la quale si difende dai tanti nemici. Si tratta di una metafora poetica: l’astronave spaziale da guerra è il simbolo di una libertà assoluta e di un luogo nello spazio nel quale si è liberi dalle costrizioni dei poteri scellerati e corrotti sedicenti democratici e dai sovrani sanguinari e bellicisti che fanno solitamente da antagonisti all’eroe e alla sua ciurma. Ora c’è qualcosa di vero in questo frase e in questa metafora.

La libertà, inclusa la libertà di avere le proprie opinioni ha bisogno di strumenti, ha bisogno sempre di strumenti materiali e intellettuali per difendere se stessa da quelle forze che in modo palese o occulto vogliono plagiare la mente degli esseri umani. Oggi si fa questo con la propaganda più o meno politica, con le concentrazioni editoriali che si spalmano su certe posizioni o che sollecitano certe paure collettive, con la cattiva televisione, con la pubblicità commerciale che martella sempre gli stessi messaggi e le stesse modalità d’intendere la vita. La prima di tutte le libertà quella del pensiero esige un livello minimo di conoscenza degli strumenti del plagio, esige un po’ d’esperienza se non politica almeno di come si muove la società in cui uno vive, impone riflessioni ora dolorose ora penose sui propri errori; questa è quindi appropriazione di sé e affermazione di un proprio mondo interiore. Purtroppo viviamo in un tempo di decomposizione delle democrazie e delle libertà, forse questo avviene perché questa è una transizione verso qualcosa di nuovo che ci aspetta come esseri umani alla fine di questa terza rivoluzione industriale. Forse fra qualche decennio l’umanità sarà talmente integrata con gli strumenti tecnologici e il vivere quotidiano talmente cambiato che sarà impossibile riconoscere le tracce delle abitudini e delle fobie di questi anni.  In questo contesto internazionale, e nel caso italiano in particolare, la libertà di pensiero deve essere curata con grande attenzione perché nella cultura  materialista delle difformi genti d’Italia l’individuo è coincidente non con ciò che è ma con ciò che ha. Questo fa sì che i pensieri, le opinioni, le speranze più forti siano viste dalla stragrande maggioranza delle popolazione come divagazioni poetiche; al contrario le raccomandazioni, i soldi, la casa, le proprietà,la villa, la macchina di lusso son percepite come cose serie, certe, buone perché reali. Ecco allora il difetto principale della libertà di pensiero in Italia: essa è considerata dai più una cosa strana.  Avere le proprie idee e ostentarle è una cosa da gente eccentrica, meglio ripetere quelle di cui si sente dire in giro o non dir nulla, o non pensare affatto. La libertà di pensiero è quindi anche auto - determinazione e affermazione di sé come individui, essa è uno dei principali strumenti per decifrare questa realtà in trasformazione, ma nel Belpaese ora vanno forte gli inganni.

IANA per FuturoIeri




31 ottobre 2009

Ancora una volta su Capitan Harlock

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Ancora una volta su Capitan Harlock

Gli anni passano, il 1979 è molto lontano e scrivere della serie classica di capitan Harlock è anche fare una fuga nell’infanzia e nel trapassato remoto.

Eppure il 28 ottobre 2009 a breve scadenza dal trentesimo ho letto quest'intervista su Tiscali, in prima pagina, l’oggetto era una scrittrice italiana che aveva pubblicato un saggio su Capitan Harlock. Devo dar ragione a quanti mi hanno fatto osservare che certi miei scritti sull’argomento avevano capito l'importanza della cosa. Mi chiedo però cosa resta di quel passato che è morto e viene evocato qui e ora come se l’eroe disegnato dal maestro Leiji Matsumoto fosse un campione immaginario, una possibilità d'eroismo e di vita mentre era ed è finzione.
Credo che quella serie ormai nota come classica, i 42 episodi contro Raflesia sono quelli che contano, sia riuscita a fare, incredibile a dirsi, il salto oltre la sua stessa ombra. Il prodotto commerciale della civiltà industriale come pinocchio si è trasformato, la merce si è fatta arte, il legno è diventato carne e sangue.
Temo che vedrò pochi di questi miracoli, forse ho assistito, e questo è un grande privilegio, a  qualcosa di raro e prezioso.

In questi anni difficili, e a tratti disperati, è certissima l’esigenza di miti eroici un po’ più sobri e psicologicamente complessi di quelli ordinariamente confezionati dall’industria dell’intrattenimento. Gli eroi di oggi sono fin troppo figli dei videogames e troppo spesso sono dei macellai con la spada più potente o dal pugno devastante, o con la magia che fa l’esplosione più grande. Molto spesso  sono eccessivi nei dialoghi o con ambientazioni grottesche o esasperate, oppure si tratta di personaggi adolescenziali, fin troppo adolescenziali, al punto da sembrare infantili nella loro ingenuità. Questa mia affermazione è volutamente provocatoria e invito i miei pochi lettori a farsi la loro opinione personale.  Ritengo che quando il prodotto commerciale dell’industria dell’intrattenimento non si pone altri scopi che un facile successo di mercato cade fatalmente nel banale e nel ripetitivo. La finzione che simula qualcosa che ha a che fare con la vita e l’arte deve porsi il problema di superare i limiti dell’ovvio e stupire l’intelligenza e non solo suscitare facili emozioni.

Chi scrive è persuaso che i fumetti e i cartoni animati siano una forma d’arte, del resto non si capisce perché negare a un professionista che crea centinaia di tavole ciò che si attribuisce volentieri a uno scenografo o a un pittore. L’arte ha la sua autonomia, purtroppo oggi la civiltà industriale non accetta che vi siano realtà culturali o spirituali altre e diverse da essa.

Questo il titolo di Tiscali: Capitan Harlock, storia di un eroe molto anticonformista, A trent'anni dall'arrivo in Italia del cartone animato, Elena Romanello presenta il libro: Capitan Harlock. Avventure ai confini dell'Universo.

IANA per FuturoIeri




20 ottobre 2009

La reggenza d'Italia e il finale alla Capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

La reggenza d’Italia e il finale alla Capitan Harlock

 

Capita di ripensare alla 42° puntata della serie classica di Capitan Harlock e alla battuta che chiude tutta la vicenda bellica e umana intorno alla quale ruota il conflitto spaziale del cartone animato. Si tratta d una serie della fine degli anni settanta quindi con gli alieni invasori e l’eroe con la sua corrazzata spaziale che li sconfigge; tuttavia la complessità psicologica dei personaggi e la complessità della storia ne fa una serie di quarantadue puntate che è riuscita a far il salto oltre l’ombra e a trasformare qualcosa di commerciale in una creazione artistica. In quello che è l’ultimo atto della seria la regina Raflesia al comando degli invasori alieni attende nella sua “stanza dei bottoni” l’ennesimo rapporto, il suo esercito è stato sconfitto, le sue forze d’invasione sono in fuga, ma ha ancora delle speranze legate a delle forze combattenti presenti sul pianeta azzurro. Ad un certo punto mentre è seduta sul suo trono un messaggero porta la notizia che il loro centro di comando e controllo è stato distrutto. Sua maestà chiede che cosa significa e le viene risposto:” Maestà, tutto è perduto”. In questa quarantaduesima puntata tutto si dissolve in un momento e comincia una storia diversa dove si contano i vincitori e i vinti, si fa l’elenco di ciò che resta e di quel che è andato distrutto e perduto per sempre.

Io so che arriverà questo momento per la Reggenza che di fatto sta governando l’Italia, questa condizione politica e sociale è instabile e prima o poi cesserà. Probabilmente questo fatto sarà strettamente legato alle fortune dell’Impero Statunitense e delle sue alleanze, alla disfatta economica in corso, alla crisi delle fonti energetiche e delle materie prime.

Oggi le sedicenti classi dirigenti d’Italia vivono in uno strano limbo, in una stasi dove possono ignorare le rapidissime trasformazioni del mondo esterno, possono dilettarsi con gli scandali a sfondo sessuale o con i giudici perseguitati dalle telecamere. Si tratta del solito teatrino, di storielle da spettacolo di burattini, di parole al vento che devono bastare ai militanti e ai tesserati, più o meno fantasma, mentre tutto intorno al Belpaese cambia, e le stesse genti difformi della Penisola non sono più le stesse da almeno due decenni.

Il finale, non so quando e non so come, sarà spettacolare perché tutto verrà giù in solo momento. Sarà dato da un punto sottile nello spazio e nel tempo nel quale ciò che era prima cesserà d’essere e ciò che sarà prenderà forma. Il momento esatto dove il cambiamento sarà irreversibile e ritengo che avrà lo spazio temporale della durata della quarantaduesima puntata. Circa mezz’ora.

Un bel finale rapido e tagliente per la storia di una reggenza  italiana indecorosa, sgangherata, malfatta e nel complesso triste.

 

 IANA per FuturoIeri




28 settembre 2009

Rat-Man nei panni di Harlock: quando non basta la Parodia

La valigia dei sogni e delle illusioni

Rat-Man nei panni di Harlock: quando non basta la Parodia.

La vita è difficile. Scriverò qualcosa che a molti non suonerà bene. Ma credetemi, così è giusto.

Il Rat-Man numero 74 di Leo Ortolani si è indirizzato stavolta a colpire con la sua parodia l’opera del maestro giapponese Leiji Matsumoto. Si tratta di un rispettoso pestaggio cartaceo fatto usando con il suo personaggio di punta: Capitan Harlock. L’impianto della cosa è geniale: si prende di mira il celebre Capitan Harlock, e si badi bene solo quello della serie del 1978 contro Raflesia, disegnandolo come  il suo Topaccio vile, orbo, scemo, balordo e scimmiesco; Ortolani va oltre la figura del pirata spaziale e allarga  la sua satira per prendere pesantemente in giro anche i manga per ragazze inserendo nella parodia anche una figura femminile, sedicente transessuale, che cerca di distogliere Rat-Man dalla sua interpretazione fantozziana di Harlock per immetterlo nel loro fumetto per ragazze sull’orlo della chiusura. Si tratta di una botta a tutto ciò che è, ed è  stato, l’universo fumettistico e artistico del Matsumoto il quale si forma, fra l’altro, come autore di fumetti per ragazze.

Alcune invenzioni di Ortolani sono notevoli e meritano ammirazione fra le tante citerò Rattock che abbandona per quarantadue volte di fila la sua astronave per paura delle aliene donne-pianta, Rattock che viene rigirato come un vecchio calzino dalla Regina nemica al suo primo incontro, e la scena formidabile nella quale il protagonista del fumetto si affaccia da una vignetta per contemplare il suo pubblico constatando con sorpresa di essere letto da tanti affezionati. Inoltre c’è da sottolineare che la presa in giro s’estende alla serie animata e alle famosissime musiche che la caratterizzano. Il riferimento va sempre alla serie classica del 1978, infatti Rat-Man/Harlock può scegliere come colonna sonora nello spazio o una musica dolce e triste o le tele-prediche di Radio-Maria. Il topastro, ovviamente, si sintonizza su Radio-Maria con una radio antidiluviana. Questo numero 74 è un buon lavoro e una dissacrazione ben confezionata.

Qualcosa però non va.

Primo: Harlock è sempre in coppia con Tochiro uomo o con Tochiro-Computer, anche nella serie classica. Ortolani elimina questo fatto e si dimentica perfino della piccola Mayu su cui ruota tanta parte della vicenda del Pirata Spaziale.

Secondo: Ortolani non ha colpe in questo, sembra un tipo che ha cervello e talento, ma è troppo facile prendere in giro la colossale industria dell’animazione e del fumetto giapponese quando non si ha nulla di equivalente. E’ un fatto che la cultura popolare giapponese veicolata dai Manga, come vengono chiamati, è uno strumento potentissimo per favorire le esportazioni giapponesi, anche di beni e prodotti non direttamente collegabili ai fumetti; lo stesso potere politico s’interessa di questo settore industriale con forti ricadute culturali, economiche e di soft-power. Alle volte si ha la sensazione, lo scrivo da lettore di fumetti, che vi sia nel fare satira e nel citare gli autori giapponesi una sorta di rivalsa, di invidia mal celata, che si sfoga nella presa in giro e nel ridicolizzare. In sintesi si tratta di un complesso d’inferiorità fantozziano, ormai caratteristico delle genti del Belpaese, e che evidentemente s’estende anche al settore animazione e fumetti.

Forse in questo caso è da citare come difesa d’ufficio del maestro nipponico quella frase del celebre Fantozzi che in cura dallo psicologo della ASL chiede come può uscire dal complesso d’inferiorità. Il medico davanti a una folla di curiosi risponde che:”Lei non ha un complesso d’inferiorità. Lei è inferiore!”.

IANA per FuturoIeri




14 settembre 2009

La destra all'arrembaggio di capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

La destra all’arrembaggio di Capitan Harlock

 

E’ un fatto che ha scomodato perfino qualche commento giornalistico, una parte della destra italiana e segnatamente quella più arrabbiata ha assunto come eroe preferito il buon vecchio Capitan Harlock. Scanso equivoci vorrei far osservare che è singolare come da parte di una certa destra si cerchi di far di Capitan Harlock un proprio simbolo, invece altrove nessuno si pone il problema di far propri i simboli di un certo immaginario della "generazione  Mazinga".

Invito i gentili lettori a digitare su un motore di ricerca insieme i termini “Harlock”, “Destra”.
Per la verità c'è qualcosa che spinge in quella direzione: il simbolo dei pirati, la provenienza degli antenati di Harlock dalla Germania (c'è pure un nazista nel suo albero genealogico), i riferimenti certissimi dell'autore a Wagner e quindi di riflesso al tardo-romaticismo e al niccianesimo, e la critica radicale alla corruzione nella società umana e al cretinismo di una società dissoluta manipolata dalla televisione e dai divertimenti di massa.

Solo che occorre considerare, per amor del vero, che l'Harlock preso da destra non è esattamente quello della serie del 1979, la serie classica contro la regina Raflesia, ma piuttosto quello di una serie di gran lunga più infelice del 1982 nota come SSX, e segnatamente un OAV dal titolo: "L'Arcadia della mia giovinezza". In questo singolo OAV va in scena il suo antenato, il quale è con ogni evidenza un capitano della Luftwaffe, e assieme a lui appare anche l’antenato del suo amico e compagno d’avventure il giapponese mezzo samurai e mezzo ingegnere aereo-spaziale Tochiro.  Anche l’antenato del figlio del sol Levante si ritrova anche lui sul fronte occidentale in quella primavera del 1945. Entrambi gli antenati rimasti da soli contro tutti con l’ultimo aereo rimasto fanno amicizia e scappano in Svizzera. Scanso equivoci occorre rammentare che  le vicende del capitano si collocano nel 30° secolo e non nel 20°, nonostante ciò è proprio quella comparsata di dieci minuti a fronte di una produzione di anime su o con Harlock stimabile in un centinaio di ore, più o meno, che dà a quest’appropriazione da destra una qualche plausibilità.


E' curioso come la povertà di miti politici credibili crei un vuoto tale al punto tale che sui forum si discute se sia legittimo meno questo possesso politico del Capitano del 30° secolo.
La cosa appare piratesca, fra l'altro mi chiedo cosa ne possa pensare il creatore e detentore dei diritti del capitano Akira Leiji Matsumoto che è fortemente interessato al suo Copyright. Inoltre l’artista e

creatore del pirata spaziale da tempo lavora per far passare l’idea che i fumetti in generale, e quelli giapponesi in particolare, sono forme d’arte; l’accostamento tra il suo Harlock  e la  destra politica rischia di creare dei nemici a un ragionamento intellettuale pieno di dignità e buonsenso.
Io non credo che sia una cosa da balordi quest'accostamento all’insegna della politica, chi lo fa sa cosa fa. Penso alla necessità di trovare eroi, esempi, e miti; mancando quelli credibili e concretamente reali si può fuggire negli eroi dei prodotti d'intrattenimento, negli eroi virtuali.

Questo però mi fa pensare da un lato a un processo di surroga, viene a mancare il titolare di un posto e arriva il sostituto, dall'altro a una novità di una società in rapida trasformazione dove reale e virtuale si legano e s'intrecciano in forme nuove e totalizzanti.


IANA per FuturoIeri




13 settembre 2009

Sulla serie classica di Capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

Sulla serie classica di Capitan Harlock

Al giorno d’oggi vengono sfornati dall’industria del’intrattenimento decine di rifacimenti di serie animate famose, di cartoni animati che diventano film; il senso che mi trasmette tutto questo è di un calo di creatività e di volontà di rischiare sul nuovo. Per questo voglio tornare con la mente al remoto passato.

 Nel lontano 9 aprile 1979 alle 19.15 Capitan Harlock faceva la sua comparsa nel piccolo schermo della penisola, sembra passato più di un secolo da allora, tutto è cambiato dai dischi in vinile si è passati al digitale, i gettoni marroncini per il telefono della SIP sono sostituiti dai cellulari con i quali si naviga nella rete, i trasferelli e le figurine da attaccare sugli album sono sostituiti dai videogiochi e dai giochi di carte collezionabili con i mostriciattoli e gli eroi della serie animate di successo.

La stessa gente del Belpaese non è più la stessa, la presenza poi di numerose e diversissime comunità straniere ha moltiplicato il senso d’estraneità che si prova ritornando alla memoria agli anni dell’infanzia.

Allora ritornare a qualcosa di quel passato è oggi possibile senza cadere nel ridicolo, si tratta di un pezzettino del passato, di qualcosa che non è più e che è stato, un passato che può servire per ragionare su cose che considero importanti.

E’ interessante osservare una delle logiche del Pirata del 30° secolo: secondo lui è giusto intercettare le merci e i beni perché le ricchezze che finiscono in mano a gente corrotta non andranno mai a coloro che ne hanno davvero bisogno; infatti l’eroe teme che l’umanità cada preda di una catastrofe alimentare o di qualche forma di carestia a causa del modo dissennato con il quale sono gestite le risorse. La guerra contro l’alieno popolo di Mazone fa sì che la probabile restituzione ai poveri e ai bisognosi, alla Robin Hood tanto per capirsi, debba esser rimandata; comunque quella sembra la sua intenzione. Il trinomio che viene a formarsi nella storia vede la coincidenza dell’eroe, dell’uomo libero e del giusto entro i limiti del pirata fuorilegge Harlock, il che presenta di fatto una situazione nella quale l’esempio e la salvezza per gli umani non può arrivare da un regime corrotto, o da una sua improbabile auto-riforma, ma solo dall’esterno e in coincidenza di fatti tremendi e distruttivi al massimo grado. Del resto il governo terrestre e gli sciagurati abitanti del pianeta azzurro, fatte alcune eccezioni di coraggiosi che sui fanno perlopiù ammazzare, rimangono passivi davanti alla catastrofe che s’avvicina e si volgono alla fuga dal pericolo solo quando è troppo tardi e l’attacco è già in essere con tutta la sua portata distruttiva. C’ è nella storia un senso di contaminazione: il potere politico imbelle e scellerato inquina tutti i suoi cittadini, sudditi e funzionari; porta gli umani alla catastrofe annunciata e nota con largo anticipo, e tutto questo in nome del quieto vivere di un regime iniquo che preferisce rischiare la sua totale distruzione che modificare qualcosa di sé per far fronte alla violenza del nemico. L’eroe salva, a fatica e grazie alla fortuna, l’umanità e forse il mondo ma è forzato a darsi l’esilio, il suo messaggio di coraggio e valore è affidato ai pochi che sono stati con lui nella speranza che riescano a smuovere un’umanità sempre pronta a cadere nella corruzione e nella follia. L’umanità corrotta e il potere in mano agli scellerati si sostengono a vicenda in questa serie animata e le follie dei corrotti e dei rincretiniti sono pagate da tutti i terrestri a caro prezzo.

Oggi che è passato così tanto tempo mi rendo conto che quella serie di 42 puntate è stata una punta  massima dell’animazione giapponese, in particolare mi colpisce come la trama presenti così tanti spunti al punto che può essere meditata con un certo interesse anche nella maturità. Forse è un piccolo, grande classico.

IANA per FuturoIeri




14 maggio 2009

Civiltà francese, civiltà italiana...


Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Civiltà italiana, civiltà francese…

In questi giorni si accende nel cuore della Francia una lotta politica e di civiltà in relazione all’uso di internet e in particolare alla possibilità di scaricare file di varia natura protetti  dal “diritto d’autore” che come è noto non tutela l’artista ma il produttore o la finanziaria che ha prodotto o finanziato un’opera o un programma o un videogioco. La legge voluta dal marito della Carla Bruni e dal suo partito presenta quattro  problemi: la difficoltà di procedere legalmente all’intercettazione delle comunicazioni nei confronti di soggetti perlopiù incensurati che ‘potrebbe prefigurare un controllo da “Grande Fratello”, L’irritazione di milioni di fruitori della rete che vedono le Major alleate del potere politico e che passeranno a forme di boicottaggio o di reazione, la capacità di mettere in campo contromisure e la possibilità che vengano alla luce programmi che garantiscono l’anonimato degli utenti che scaricano,  la difficoltà di un governo eletto, e non quindi una dittatura comunista o fascista, a tener una linea salda su una materia del genere visto che non mancheranno dal basso critiche e problemi dal momento che forti interessi si sono mossi per spingere il governo francese a far questo passo. Di per sè si tratta di creare un provvedimento amministrativo che stacca la possibilità di connettersi alla rete in caso di tre violazioni. La cosa più grave è che si prefigura un regime di sorveglianza con un comune interesse fra potere politico e potere privato, al punto che la legge prevede un’autorità nuova nominata dall’esecutivo- cioè dal marito della Carla-   il che è quantomeno in contraddizione con le professioni di fede nella cultura liberale dei  nostri leader europei e dell’attuale presidente francese. La corrispondenza privata e la vita privata è garantita dalle leggi liberali, se si tratta di leggi liberali. Ma qui sembra che i diritti fondamentali siano legittimi se sono parte della volontà dei poteri economici, illegittimi se li contrastano. Il quotidiano “Il Manifesto”  pubblica oggi 14 aprile 2009 una interessante analisi della situazione, il quotidiano la “Repubblica” , dando ampio spazio a quanti vogliono autorità che s’attivino contro pirati veri e presunti,fa l’analisi del problema a partire dall’Italia. Si viene a scoprire, e la cosa non mi era nota, che da tempo questo governo ha una commissione “Comitato tecnico per la pirateria digitale e multimediale” presieduto da Mauro Masi, il quotidiano sottolinea che “ Il comitato non comprende rappresentanti dell’utenza, sta facendo una serie di audizioni con le associazioni industriali di settore…”. Chi scrive non può sapere se quanto riferisce il quotidiano sia più o meno fondato, tuttavia pare credibile questa scelta e le simpatie a favore del modello francese. Vorrei far notare ai miei venticinque lettori che qui non è tanto in questione una questione di quattrini ma dietro l’interesse di cassa di pochi singoli miliardari, detentori dei mezzi con i quali si riproducono alcune forme rilevanti di cultura e intrattenimento, c’è qualcosa di nuovo. E’ l’idea che un soggetto statale, o un soggetto pubblico-privato, o un soggetto pubblico ma che esiste per favorire interessi privati possa entrare nella vita quotidiana delle connessioni dei singoli alla rete e spiarli! Non c’è verso: l’unico modo per rendere palesi gli effetti di questa legge o di leggi siimili è andare a vedere cosa fanno gli italiani o i francesi sulla rete uno per uno. Sinceramente mi preoccupa una specie di ente pubblico che può legalmente spiare cosa faccio con il mio computer, in particolare mi fa disgusto se esso si relaziona ad un potere esecutivo espressione di una maggioranza di governo verso la quale io mi trovo all’opposizione. Qui c’è il pericolo di ritrovarsi con la versione casereccia  del supercomputer immaginato nella serie classica di Capitan Harlock - il pirata dello spazio- che scheda gli abitanti del pianeta Terra dalla lettera A alla Z con tutte le conseguenze del caso. Se si prende in considerazione il fatto che una simile legislazione deve prevedere un programma che raccoglie i dati su tutte le connessioni a livello nazionale e che controlla i siti pornografici, eccentrici, politici, ecologisti ai quali un tale si collega e magari fa una classifica dei soggetti da sanzionare o prevede di fare dei controlli su certe tipologie d’utenti allora si scopre che se non è il supercomputer immaginato nei cartoni animati del 1978 certamente può essere il suo antenato. Se così non è mi chiedo come si possa procedere per individuare i pirati di internet della domenica pomeriggio: forse consultando dei maghi, o con le delazioni condominiali, o con una buca in piazza nella quale si lasciano le spiate come al tempo della Santa Inquisizione? Mi chiedo cosa sia l’Italia di oggi stretta fra poteri nuovi e tecnologie dirompenti e un ceto politico che vorrebbe vivere ancora nel 1948 al tempo della guerra fredda e dell’egemonia americana sull’Europa Occidentale. Un Belpaese che rifiuta il rapporto con la contemporaneità se non per intervenire in difesa di interessi singolari e di alcuni privati o che s’acconcia a far compromessi con un mondo nuovo estraneo alla fobie, alle certezze e ai miti delle nostre classi sociali egemoni. L’Italia deve darsi una sua civiltà o sarà vittima di ogni suggestione e di ogni vento di follia che viene dall’altro versante delle alpi o dagli Stati Uniti d’America. Il Belpaese deve essere, oppure non sarà mai più.

 

IANA per FuturoIeri




15 aprile 2009

Chi non siamo più, chi non saremo..?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Chi non siamo più, chi non saremo…?

Il tempo maligno, cinico e baro regala alla gente come me l’evidenza di mutazioni che mi rendono alieno il mio stesso paese, il territorio, i luoghi dell’infanzia. Quasi trenta anni di tempo sono trascorsi dagli anni settanta, la grande politica dopo il crollo dell’URSS e la recente crisi del sistema economico statunitense è irriconoscibile. Se una macchina del tempo trascinasse un’assessore comunista di qualche comune toscano del 1979 nella realtà fiorentina di oggi dell’anno 2009 costui non capirebbe più nulla. Nell’apparente immobilismo italiano tutto è cambiato, radicalmente; e come al solito il Belpaese non ha avuto il buongusto di mettere nero su bianco la sua trasmutazione in un corpo informe ma del tutto nuovo. L’Italia del Belpaese di trenta lunghi anni fa non esiste più, anche i volti sono cambiati. Nel Parco delle Cascine osservo una notevole presenza delle comunità straniere presenti in città; mi ricordo che l’ultima volta che sono stato in quel parco mi sono soffermato a considerare che al principio del secolo appena passato su quel gran prato i primi gruppi di appassionati del calcio si adunavano proprio lì. Una targa apposta negli anni settanta ricorda quel periodo primo novecentesco. Oggi a far quella cosa ci sono soprattutto i nuovi arrivati, e forse è nella natura delle cose che l’immigrazione sia anche sostituzione fisica di qualcosa che prima c’era e oggi non c’è o si vede di meno. Questo piccolo dettaglio di colore è per me l’evidenza di un violento cambiamento anche nel quotidiano, se in prima elementare qualcuno mi avesse raccontato che fra trenta anni il computer, che si vedeva allora di solito solo nei cartoni animati giapponesi tipo Capitan Harlock, si sarebbe diffuso nelle case private, nei luoghi di lavoro e di studio e che messo in rete avrebbe collegato centinaia di milioni di esseri umani con internet l’avrei preso per un visionario o per uno che raccontava storie. O forse no. Già perché trent’anni fa c’erano molte speranze nel futuro e qua e là c’era qualche forma di proiezione verso il futuro, di speranza. Questo oggi manca ed è forse l’elemento più vistoso del Belpaese, noi come italiani non siamo un popolo che si proietta verso il futuro, i film di fantascienza, i cartoni animati  e i fumetti che hanno descritto orrori e meraviglie del lontano futuro alla mia generazione sono in massima parte di origine giapponese e statunitense. La mia generazione è stata, felicemente secondo me, colonizzata dall’immaginario dei manga giapponesi. La mancanza della percezione del futuro è il grande male del  popolo italiano, perché è più della semplice rappresentazione di un popolo che ha perso la capacità d’immaginare e di vivere nel lontano futuro; è l’evidenza palese di un deficit di capire e pensare il presente, di una condizione di minorità. Non ci vuole un Platone redivivo, basta il buonsenso di chi ha annusato le culture che pensano in termini di futuro per capire che il Belpaese non è più quello di prima per una sua mancanza di capacità di capire e di mettersi in rapporto con la storia e con la vita.  Non ci vuole un Cartesio per comprendere come il Belpaese si condanni all’incapacità di gestire il presente non avendo più un rapporto sano con il passato che ha dimenticato o peggio acriticamente abiurato; questo non credere più nei modelli del passato si è dato senza che ve ne fosse uno credibile diverso da quello del consumismo più becero e straccione possibile. L’Italia di oggi non sarà più quella del remoto passato, che a onor del vero non è remoto dal momento che è anche il tempo della mia infanzia, non sarà nemmeno quella pensata in questi ultimi anni o mesi perché la “grande politica” e i grandi interessi non riescono più a leggere e a capire le diverse genti d’Italia, l’Italia sarà l’incognita con cui dovremo vivere. Questi anni saranno una grande X, un qualcosa d’incalcolabile perché la capacità di pensare il futuro di tutti si è perduta. Rimane solo il futuro dei privati, talvolta neanche più quello delle famiglie ma solo dei singoli. In questo caso il futuro di tutti è il futuro di nessuno.

IANA per FuturoIeri



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