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24 luglio 2013

Diario Precario 19/6 e dal 20/6/2013 al 27/06/2013

Data. 19/6/2013

 

Note.

Fine. Ma anche no.

Tarda mattinata, caldo esagerato. Appena svegliato.

Il CSA mi chiede di fare una sostituzione. Hanno avuto le disdette per l’esame di maturità.

Si tratta di un liceo scientifico-sportivo parificato, è relativamente lontano rispetto a dove abito.

Dico di sì. Parto su due piedi perché la sessione d’esame è in corso.

Arrivo che è già iniziata la prima prova.

Mi presento senza la nomina stampata, arriverà più tardi.

 

 

Considerazioni.                                                        

Prima sorpresa: è uscito fra le tante tracce una con un brano di Pasolini di cui avevo indirettamente trattato in classe, avevo visto giusto a far qualcosa in questo senso durante le lezioni sulla storia della Repubblica.

Ho come l’impressione che i miei allievi non ne abbiano fatto tesoro. Chissà…

La mia mente era già andata verso calcoli di che cosa fare dopo.

Cercavo di allontanarmi dal pensiero del lavoro, essendo di fatto concluso anche se il contratto cessa il 30 del corrente mese. Ma mentre pensavo alla lettera da mandare alla commissione sull’ora alternativa e alla domanda relativa allo stato di disoccupazione ecco che torno in cattedra, anzi in commissione come esterno. Un supplemento d’attività lavorativa, va bene perché ci sarà da lavorare anche nelle due settimane di luglio e son soldi che arrivano dopo il contratto, del resto l’alternativa era presentarsi il 1 di luglio per chiedere al patronato di supportare la mia domanda per l’indennità di disoccupazione, così mi pare una cosa onorevole. Capita proprio bene la sostituzione e in un quartiere che conosco e avevo frequentato quando ero universitario. Il presidente di commissione pare un tipo tranquillo e sereno, io e lui siamo gli unici docenti di sesso maschile in quella commissione, gli allievi da esaminare sono 54. Quindi con una media di cinque a mattinata c’è da pensare ragionevolmente che l’esame arriverà fino alla seconda settimana di luglio. Curioso come l’indisponibilità di una collega diventa per me occasione di un guadagno, quasi una sorta d’equilibrio nei fatti della vita.

Ho già individuato le macchinette del caffè e delle merendine e il bar della scuola che resterà aperto in questo periodo.

Tuttavia questa novità mi rappresenta di nuovo il senso della precarietà della mia condizione lavorativa.  

 

 

 

Data. Dal 20/6/2013 al  27/6/2013

 

Presento la nomina stampata nel pomeriggio del giorno prima.

L’esame assomiglia a una serie di passaggi collegati fra loro.

Come in una produzione industriale.

Il 20 la seconda prova.

Il 21 e il 22 le correzioni

Il 24 la terza prova con correzione nel pomeriggio.

Il 25 attività legate alla burocrazia e al corretto funzionamento dell’esame

Il 26 giorno di pausa.

Il 27 inizio orali.

Il giornalaio sotto casa espone il cartello di cessione attività, intende chiudere.

 

Considerazioni.

Prima azione personale della maturità: faceva caldo fuori e ho sistemato io il ventilatore per dare un po’ di ricambio d’aria nell’aula durante la seconda prova.

Sorpresa: non mi ricordavo che ci fossero così tanti verbali, firme, lettura elaborati…

Avevo saltato un paio di maturità per motivi diversi e quindi rieccomi dentro il meccanismo.

Come professore elaboro i quesiti di terza prova per le mie materie, era una cosa che non facevo da tempo.

Dopo quattro giorni intensi il premio di un giorno di pausa poi di nuovo al lavoro.        

Il 27 i primi candidati per gli orali, i quali si mettono al centro di una sorta di U composta dal centro dato dal presidente della commissione e a destra le materie scientifiche e a sinistra quelle letterarie. Dietro il candidato c’è il pubblico.

In effetti dal punto di vista del posizionamento il candidato dovunque ruoti la testa vede gli esaminatori, la maturità è anche una prova di carattere.

La maturità così come è organizzata trovo che presenti parecchio di meccanico. Nel senso che alla fine risulta essere una somma fra le varie prove a cui si aggiungono i crediti scolastici. Arrivare al 100 è estremamente difficile, ci vogliono delle condizioni di partenza buone e occorre non sbagliare praticamente nulla.

Trovo questa modalità  troppo severa, soltanto alcuni casi rari per istituto possono raggiungere il punteggio massimo.

La prima cosa che cerco di fare in questi casi è ambientarmi, cercar di capire come funziona l’esame nel senso di scoprire chi sono i colleghi, quali le condizioni di lavoro, quali gli ambienti, dove si può parcheggiare la macchina, quali i trasporti pubblici su cui far affidamento.

Una delle cose che mi ha sorpreso è il traffico la mattina, la gente ordinaria non sembra esser andata in vacanza.

Il caldo è una tortura, perfino il volante e il cruscotto sono caldi. Metto la radio per sentir meno la temperatura.

Quando uso i mezzi pubblici ci metto più tempo per la percorrenza ma osservo la città e i luoghi durante il tragitto; però mi vedo la città, ripasso da luoghi conosciuti, faccio due passi.

Il giornalaio del quartiere ha messo il cartello “Cessione  attività, astenersi perditempo”. Coerente con i molti cartelli della piana  e della città con la scritta affittasi, vendesi, chiuso…

Come docente alle volte mi chiedo cosa faranno questi allievi e questi esaminandi, vent’anni fa era possibile fare una previsione, oggi il futuro si sta restringendo e domina un presente triste e piuttosto cupo nonostante il sole e il caldo aggravato dal tasso d’umidità.




29 settembre 2012

Diario Precario 26/09

Precario

Data. 26/09/2012

 

Note.

Giorno della convocazione. Ore 9. Aula grande per le conferenze di un noto istituto di periferia dove ho a suo tempo prestato servizio.

Prima impressione: cancelli chiusi, professori precari fuori e personale istituto e allievi dentro assieme ai responsabili della convocazione. Immagine mistica: il dentro e il fuori dal Tempio, iniziati e profani, fedeli e catecumeni.

Curiosa visione di carattere sacro con abbondanza di citazioni fantozziane. Poi il fastidio dell’attesa, battute di umor nero, al cancello un volantinaggio di offerte per corsi di specializzazione, uno striscione dei precari, molte insegnanti donne, squilli di cellulare. La commissione che inizia i lavori e chiama secondo la procedura e le classi d’insegnamento dalle liste delle graduatorie. Considerazioni e battute per ingannare il fastidio e l’attesa. Dopo tre ore arriva il mio turno, uno spezzone di quattordici ore, andare a restituire la chiave, andare nella nuova scuola, prendere servizio. Come ogni anno, ma ogni anno sempre peggio per me. Sempre più fastidio davanti a questa procedura, quasi un rito della burocrazia. Così vola il primo pomeriggio fra la scuola che devo lasciare per la cattedra del CSA e quella nuova, dove avevo la supplenza fino ad avente diritto, per le formalità del caso. Nuovo anno scolastico, nuovo lavoro, vecchi problemi, rifare i programmi.

 

Considerazioni.

Questa volta mi è capitata la conferma di quanto sia clamorosa in termini numerici la presenza femminile nella scuola. Alcune professoresse sono entrate nel bagno dei maschi. Non entravano più nel loro, del resto noi non eravamo la maggioranza. Sulle prime ho avuto una sorta d’espressione di sorpresa, mi ero chiesto se non avessi sbagliato porta ed ero corso a vedere, tutto a posto. Poi ho capito che la necessità fisiologica fa saltare le convenzioni, e la realtà parla di una larga maggioranza di donne nella scuola. Questo mi fa pensare al fatto che in fondo ci deve essere una sorta di pregiudizio nella scuola, infatti via via che si sale d’importanza nella gerarchia dell’insegnamento la presenza femminile si fa più rara. Tante le donne maestre, molte le professoresse delle scuole medie e dei licei ma molte meno fra i professori universitari. Di fatto è una gerarchia non scritta, qualcosa di tacito, di noto e nello stesso tempo di non formalizzato. Il sotto della gerarchia a prevalenza femminile, il sopra a prevalenza maschile. Mi piacerebbe avere un po’ di statistiche per provare o smentire questo mio pensiero. Per ora ci pensano i giornali a donare alla pubblica opinione le percentuali sulla prevalenza della docenza femminile.

(http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/09/04/ciao-maestro-le-donne-in-cattedra.html)

Ricordare.

Il mestiere

Restituire le chiavi. Un gesto comune per supplenti e precari; rendere al bidello le chiavi del cassetto del docente. Mi ricordo di una volta dove quasi mi commossi. Una scena da libro d’infanzia. Un custode con la barba bianca e il grembiule da lavoro blu mi si fa avanti e con tono cortese e amichevole prende in mano le chiavi del cassetto. La supplenza finiva poco prima delle vacanze di natale, ovvio che sarei rimasto senza stipendio per le feste,  e avrei in mancanza di certezza della durata della  cattedra accettato una nuova supplenza in un diverso istituto che dai primi di gennaio sarebbe arrivata a giugno. Mi ricordo quest’immagine quasi consolatoria di questo custode che con un fare da primo Novecento salutava rispettosamente, s’informava del fatto  e cordialmente mi augurava buona fortuna. Ne doveva aver visti tanti e viste tante di queste storie banali. Di solito la restituzione delle chiavi è una formalità,  un gesto così rozzo e ordinario da sembrare una faccenda di bassa burocrazia. Invece quell’episodio mi aprì la mente all’evidenza che era il segno concreto del passaggio. Il tuo cassetto è l’appartenere in quel momento al corpo docenti dell’istituto, il tuo lasciare il cassetto è l’uscita dal corpo docenti. Nel Judo c’è l’inchino come segno di rispetto, come formalità, come saluto. La restituzione delle chiavi è l’assolutamente informale inchino del supplente all’organigramma dell’istituto, alla continuità della scuola, alla materialità dell’essere docente con tanto di cassetto, registro cartaceo, eventuali compiti e libri ben stipati. Una chiave di banalissima fattura diventa il simbolo di una presenza, di un percorso lavorativo, di un pezzo di vita. Più della matita Rosso-Blu  o del registro personale la chiave dell’armadietto o del cassetto è il simbolo del docente in cattedra.



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