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17 maggio 2013

Diario Precario Dal 7/5 al 11/5/2013

Data. Dal 7/5/2013 al  11/5/2013

 

Note.

Maggio.

Governo  nuovo, PD e PDL assieme al potere. Vecchi schemi saltati.

I vecchi schemi politici erano evidentemente di facciata, una cosa così non arriva da un giorno all’altro.

 Così mi pare.

Incontrati gli amici a cena. Precisamente due cene e una merenda, uno alla volta; ovviamente.

Nessuno è felice. 

Terze prove restituite, programma classi quinte da fare e correggere e inviare con urgenza.

La fine della scuola è vicina, occorre accelerare interrogazioni e programmi.

 

Considerazioni.

La scuola è quasi finita, manca poco, ci sono le ultime battute e la chiusura dell’anno scolastico è prossima, mi sento come forzato, mi pare che stia finendo un percorso, di fatto un pezzetto di vita almeno professionale. La fine dell’anno mi provoca un senso di fretta, di necessità. Il lavoro diventa quotidiana urgenza, non c’è un mese di lavoro dopo questo ma solo una mezza settimana, ciò che non verrà fatto non sarà più fatto o andrà all’anno prossimo.

Il lavoro evita d’impazzire, c’è il pericolo fortissimo di perdere la ragione in una società come questa. Il lavoro vincola  l’individuo, dà una scadenza ai giorni, alle ore, lo forza a star dentro l’ordine costituito, in una parola a rispettare le regole della società. Non è quindi il lavoro ma questo tipo di società che crea infelicità a vagonate, l’appagamento dei sensi attraverso l’impiego del denaro per acquisire beni e servizi è tendenzialmente temporaneo. Il piacere del possesso o dell’uso è sempre limitato al tempo e  allo spazio interno al momento del consumo. Una società come questa non può essere stabile sul piano dei desideri e della soddisfazione, il meccanismo della produzione e del consumo ha bisogno di stimolare il consumatore e il potenziale acquirente; è una necessità interna al sistema di produrre milioni di tonnellate di merci  e di cavar dal commercio enormi profitti. Ma l’infelicità che vedo  a giro è esistenziale ed economica allo stesso tempo, l’essere umano nella civiltà incentrata sulla teocrazia del DIO-denaro è tendenzialmente un soggetto infelice. Si chiede in fondo ad esso d’uniformarsi al modello prevalente della pubblicità commerciale, ad essere simile quindi alle foto, spesso ritoccate, di donnine giovani e atleti superbi che vengono usate per promuovere i beni di consumo. Questo non è possibile a meno di non trasformare pesantemente la natura biologica degli umani. Gli umani attraversano stagioni diverse della vita, momenti diversi e solo pochi di essi hanno il corpo e la mente al massimo delle sue potenzialità e solo per periodi limitati. Martellare gli umani per mesi, anni, decenni, con modelli così singolari la grande massa dei consumatori produce un senso d’inadeguatezza e d’infelicità. Il modello dominante è raggiungibile solo per pochi, o  peggio per pochi ricchissimi che possono permettersi di pagare cure estetiche costose e soddisfazioni personali.  Il possesso di alcuni beni superflui è talmente qualificante della posizione sociale del soggetto da suscitare mode che sconfinano nell’ossessione, milioni di persone fatalmente osservando la differenza fra la loro realtà e i modelli proposti si sentono in affanno o infelici. Le ambientazioni poi sono ancora più devastanti, per uno come me che ha sempre avuto un rapporto stretto con la periferia è disorientante osservare le pubblicità con i centri cittadini messi a lucido come se avessero passato la cera su ogni mattonella, con casette da favola immerse nel verde, con ville e villette in campagne dove sembra sia scesa una qualche divinità e poi alberghi esclusivi, motoscafi, barche di lusso... La mia quotidianità è estranea a quel che vedo nella pubblicità, ma la pubblicità è l’elemento dominante nella comunicazione dei media. L’essere umano per non cadere in una condizione di alienazione dovrebbe o arrivare a dominare la propria immagine di sé oppure essere ricco quel tanto che basta per dar soddisfazione ai piaceri e ai bisogni indotti. Quindi un tipo di umano resistente alle persuasioni pubblicitarie ha una consapevolezza di sé che sconfina in una qualche forma di mistica, si tratta soggetto in grado di reggere a un bombardamento quotidiano d’immagini, emozioni, descrizioni che sono pensate per portarlo a  desiderare cose che gli sono presentate come capaci di migliorare la sua condizione e la percezione che ha di se stesso. I giovani sono presi in pieno dalla potenza della pubblicità commerciale  e segnatamente gli adolescenti che fanno il liceo o le superiori; c’è una dimensione di pesante condizionamento dell’individuo che non passa dalla scuola e nemmeno dalla famiglia ma dalla pubblicità commerciale. Studiando per mio conto la capacità di persuasione della pubblicità commerciale del XXI secolo mi sono reso conto che plasma i desideri e quindi l’immagine che l’essere umano ha di sé; e più un soggetto è culturalmente debole, più è poco propenso alla riflessione e alla meditazione e maggiormente è vulnerabile dalle diverse forme di persuasione pubblicitaria. Questa questione della pubblicità torna sempre nel mio pensiero. In fondo è necessario che un docente si confronti con la potenza dell’immaginario collettivo creato dai media vecchi e  nuovi, le lezioni specie di storia e filosofia rischiano di rimbalzare sul piano della formazione davanti alla potenza  di una società dei consumi ormai decadente. Decenni fa era centrale la formazione, allora si diceva formazione spirituale, data dal sistema scolastico per creare l’essere umano consapevole di sé e della realtà, oggi si assiste al prevalere nel discorso politico e nel senso comune di una concezione molto Inglese e Statunitense del concetto d’insegnamento già spiegata a suo tempo da Max Weber, ossia ” studente-cliente”. In sintesi un idea tipicamente mercantile del sapere, dove il rapporto fra allievo e insegnante è di tipo contrattualistico e commerciale, questo limita le possibilità del docente alla trasmissione pagata di nozioni e informazioni. Manca in breve quel rapporto fra allievo e maestri tipico dello sport e delle arti marziali, dove chi insegna è qualcosa di più di un fornitore di nozioni a pagamento. Io leggo le due cose collegate perché una dimensione consumista e mercantile della società e dei rapporti fra esseri umani deve comportare la prevalenza di un rapporto mercantile anche nella concezione dell’insegnamento e del fare scuola. Leggo questo come un esito ovvio di uno scivolare di tutti i valori che tengono insieme la società umana a vantaggio del valore assoluto del denaro, la merce che acquista tutte le merci si è trasformata in una forza pseudo-sacra e metafisica che dà la misura dell’importanza di tutte le cose nella società industriale del XXI secolo



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