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27 dicembre 2012

Diario Precario dal 22/12/2012 al 23/12

Data. Dal 22/12/12 al 23/12/2012

Note.

Vacanze di Natale… scuola chiusa.

Periodo difficile. Otto anni di precariato ormai evidenti mi fanno avvelenare le feste.

Del resto tutto il Belpaese pare in sofferenza.

Ho visto molti negozi chiusi, molti cartelli su case e fondi con la scritta “in vendita”.

Cattivo anche il Natale di questi tempi.

 

 

Considerazioni

Osservo un fatto: il detto CHI SA FARE FA, CHI NON SA FARE INSEGNA rivela che nel Belpaese si dà per scontata la separazione fra produzione  e ricchezza e conoscenza e docenza.

Il sapere è un disvalore perché praticato da cialtroni o incapaci, questa è la sintesi del proverbio. Se non fosse così perché stacca in modo così forte il FARE dall’INSEGNARE.

In effetti questa cosa mi è venuta all’occhio da una saggia osservazione di un carissimo amico.

In Italia rimane dominante  l’idea che tutto ciò che esiste sia materiale nel senso di merce da comprare e vendere. Non c’è spazio per altro e questo spiega le ossessioni e le paure degli italiani che possono ridursi a una sola: farsi fregare la roba e quindi i soldi. Del resto c’è un solo principio l’interesse del singolo è tutto, il DENARO è il DIO a cui la maggior parte degli abitanti della Penisola guarda con ammirazione, devozione, paura reverenziale. Banca e finanza si sono fatte potere politico perché la popolazione ormai in forme diverse tributa forme di culto al Dio–quattrino. Del resto come può essere altrimenti, io stesso devo ammettere che se fossi ricco, ma davvero ricco, avrei superato i tre quarti dei miei problemi semplicemente comprando le soluzioni ad essi. Non tutti certo. Ma i tre quarti sì. In effetti come potrebbe esser altrimenti. La forma dominante di comunicazione oggi è la pubblicità commerciale, essa esce da tutte la parti. Presente nella rete, in quasi tutti gli spettacoli televisivi, al cinema, in strada, in radio, dovunque in una parola. Questa comunicazione mette spesso e volentieri in relazione strettissima la felicità, il successo, la credibilità del comune essere umano con il possesso e il consumo di beni e servizi rigorosamente in vendita. Non si sfugge a questa cosa ed essa piano piano trasforma la mente, la plasma, fa dell’essere umano una bestia addomesticata asservita al senso dell’esistenza che trasmette la pubblicità commerciale. Così è normale che la vita sia in relazione non con la realtà in quanto realtà ma con la sua immagine distorta, con la sua rappresentazione più o meno consumistica. Il modello in testa è quello della pubblicità commerciale, i desideri sessuali son plasmati da decine di migliaia di immagini di modelle seminude o velate, gli oggetti desiderati sono quelli proposti con maggior insistenza o abilità, la macchina è quella del professionista con i superaccessori, la casa dei sogni è lo stereotipo della casa della classe medio-alta dei ricchi di successo ossia la villa o il villino con tetto, camino, giardino, cane, bambini biondissimi, albero con altalena, guardie private e così via... Quando mai una pubblicità mostra condomini popolari alla Fantozzi? Inoltre, a meno che non si tratti di materiale di cancelleria  o affini, quando mai compare nella pubblicità il maestro o l’insegnante?

Il modello di consumi e d’immagine dell’essere umano consumatore non è un sogno, che inteso come destino da forgiare da se stessi è scelta, è una prescrizione, quasi di tipo medico. Se esci dal modello sei uno con problemi, un tipo strano, uno che non sta alle regole con cui giocano gli altri. La “partita” che è comunemente giocata è quella di fare i soldi o almeno di trovare un lavoro per avere accesso ai beni di consumo, alla roba, al conto corrente. In breve quasi tutti inseguono gli stereotipi e i luoghi comuni della pubblicità commerciale, anche senza rendersene conto, per una forza d’inerzia e per una pigrizia mentale  presente nell’essere umano.

Quindi tornando al discorso quel pregiudizio contro il sapere e a favore del fare, come fonte di guadagno ovviamente, ben rappresentato dal proverbio si fondo con il mondo parallelo delle illusioni della pubblicità commerciale, con le immagini dell’essere ricchi e  felici. Il tutto senza nessuna mediazione, senza capacità di distinguere, di approfondire. Così l’immagine del docente diventa meschina agli occhi di milioni di umani del Belpaese; l’immagine in particolare del docente di materie umanistiche.

Io credo che questo proverbio tante volte sentito indichi proprio questa sfiducia in colui che insegna, e non è solo una consolazione tesa a svilire chi sale in cattedra. Si tratta di autentica sfiducia.

Questo è il mio problema: prendersi la credibilità. Perché è proprio la credibilità del docente l’oggetto del proverbio, l’insegnante deve dimostrare che per qualche motivo suo non rientra in quella categoria, ossia deve dimostrare e fondare con la sua quotidiana attività il senso di ciò che fa. Deve da sé creare la sua credibilità. Il che non è cosa facile e tanto precariato non aiuta.



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