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13 ottobre 2011

Il terzo libro delle tavole: Gestire la Morte di massa

Gestire la Morte di massa

 

Gestire la morte di massa è una cosa difficile e non tutti possono esser d’accordo, ma chi ha il potere deve provare a gestire l’ingestibile o fatalmente perderà il potere con tutte le conseguenze del caso. Se ripenso ai miei studi osservo che questo era il problema delle minoranze al potere a Firenze nel biennio finale della Grande Guerra. Allora la “consorteria” al potere in quel di Firenze fra il 1917 e il 1918 cercò almeno di creare la sua immagine di morte in guerra e di trasformarla da massacro in scala industriale con le sue logiche di profitti industriali e di finanza legate alla guerra e al debito che produceva a qualcosa di comprensibile e accettabile: un sacrificio per la Patria e la collettività. In qualche misura riuscirono nel loro intento perché crearono riti, simboli ostentati, atti pubblici in collegamento fra loro, i quali pur avendo numerosi precedenti erano tuttavia frutto della Grande Guerra. Le  minoranze al potere riuscirono a far convivere per due decenni la memoria della morte di massa con i detentori del potere trasfigurandola, distorcendone il senso e mitizzandola, e riuscirono a farne qualcosa di quotidiano presente nella titolazione delle strade e delle piazze, nelle lapidi, nei monumenti, nei programmi scolastici, nell’immaginario collettivo. La popolazione subì questa immagine pubblica della morte di massa, dal momento che il linguaggio delle minoranze al potere  non riusciva a far adeguata opera di persuasione la creazione della pedagogia patriottica s’integrò con i riti religiosi e con iniziative benefiche volte a procacciare un facile e immediato consenso. Ma mancava ancora l’elemento politico in grado di blindare il culto della Patria entro i termini di un blocco sociale di partito, mancava l’anello di congiunzione fra una cultura nazionalista e conservatrice timorosa di ogni minimo cambiamento sociale e una prospettiva politica in grado di mobilitare le masse della popolazione che, dopo l’enorme bagno di sangue, chiedevano di contare e di essere parte della vita politica. Mancava alle minoranze al potere il fascismo inteso come un movimento politico di massa, antisocialista, controrivoluzionario, espressione del nazionalismo e dell’imperialismo italiano, disposto a propagandare una lettura politica della Grande Guerra distorta e retorica e nello stesso tempo in grado di mobilitare almeno in parte le  masse di sudditi del Regno d’Italia per dare consistenza e numero alla conservazione dell’esistente. Personalmente credo che l’idea delle minoranze al potere nel Belpaese fosse quella di usare il fascismo per stroncare i socialisti e lasciare le cose come erano. Il fascismo nel corso del ventennio si rivelò uno strumento della conservazione e della reazione con sue finalità ideologiche che uscivano dal piccolo recinto egoistico di una minoranza di ricchi e  privilegiati che l’aveva accompagnato al potere, si rivelò almeno in parte autonomo anche se rimase sempre incompiuto il suo disegno di creare un regime  totalitario autentico.

 

La morte di massa in guerra era penetrata in profondità nella sensibilità della cittadinanza e la sacralizzazione dei caduti e la loro dimensione “eroica” erano un fatto politico e sociale che pervadeva tutti i ceti sociali. Perfino le sedute del Consiglio comunale[1] per commemorare i concittadini caduti, per segnalare quanti erano stati decorati e gli ufficiali che si erano distinti per gesta eroiche assumevano un tono “sacro”, non privo di ammonimenti pedagogici che si concretizzarono in eventi quali la solenne cerimonia promossa dal Comune in cui furono consegnate le medaglie al valore alle famiglie dei caduti al fronte. Al rito parteciparono[2], oltre alle autorità militari e civili, le rappresentanze  delle scuole.

L’intento patriottico di giustificare la morte in guerra  si concretizzò nell’esaltazione di figure[3] assunte a simbolo di “sacrificio della vita” per la Patria come Nazario Sauro e Cesare Battisti, due veri e propri “idoli laici” oggetto di numerose attenzioni e strumentalizzazioni in funzione antiaustriaca e, nel caso di Sauro, apertamente ostili al nuovo regno di Jugoslavia.  La compattezza militare dell’alleanza fu celebrata dalla Croce Rossa, il 25 marzo 1918 nel salone dei Cinquecento con la donazione  di cinquemila pacchi di generi di  conforto  alle famiglie dei morti e dei richiamati. Tutti i protagonisti dell’evento furono fotografati presso una parete stipata di pacchi che avevano impressi tre simboli: lo scudo sabaudo, la croce rossa americana ed il giglio di Firenze.

Fra gli ospiti intervenuti era presente anche Isidoro Del Lungo[4], uno dei massimi rappresentanti del mondo politico-culturale fiorentino, e due ufficiali americani per sottolineare la stretta collaborazione fra le potenze dell’alleanza[5] nella comune battaglia annonaria.

A questa iniziativa se ne aggiunse un'altra che consisteva in una fiera, svoltasi dal 31 marzo al 13 aprile, durante la quale, nella centralissima via Tornabuoni, furono vendute merci di vario genere dalle autorità alleate, con un intreccio fra beneficenza e commercio che ritornerà spesso nel dopoguerra nelle iniziative volte a finanziare una cassa scolastica o un monumento ai caduti. La grande manifestazione ginnico militare, tenutasi ai primi di  maggio alle Cascine vide la partecipazione di rappresentanze alleate. Fra le specialità in cui si cimentarono gli atleti fu presente il lancio della bomba a mano. Questa gara collocava la competizione sportiva all’interno di una rappresentazione simbolica della guerra e alludeva alla mobilitazione di tutte le risorse e di tutte le energie.

Del resto quest’evento sportivo era l‘occasione per l’elite al potere per prendersi un po’ di visibilità pubblica come risulta anche dall’elenco meticoloso degli intervenuti e dei premi offerti dai privati pubblicato sulle pagine de “La Nazione”[6]. Il  momento solenne  di questo sforzo propagandistico si ebbe il 4 luglio 1918, giorno in cui Firenze celebrò la festa nazionale americana; in quell’occasione,  fu conferita a Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, la cittadinanza onoraria.  Il Comune finanziò un film di propaganda che documentò l’evento: una scelta abbastanza inusuale e di indubbio rilievo e modernità rispetto a quanto era stato fatto fino ad allora. Il problema della creazione di una partecipazione di massa davvero rappresentativa della popolazione poteva essere, in parte, risolto attraverso la collaborazione fra il clero e le istituzioni. La propaganda patriottica fiorentina, per creare il proprio linguaggio e superare i dislivelli culturali e di alfabetizzazione, rielaborò le pratiche linguistiche e rituali della tradizione religiosa cattolica, senza mettere in discussione l’ordinamento sociale e il suo autoritarismo. Un esempio di questo atteggiamento è rappresentato da padre Ermenegildo Pistelli[7] che, nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico, il 18 novembre 1918, proclamò la superiorità del popolo italiano rispetto a quello germanico, in quell’occasione il sacerdote citava un professore tedesco,  perché riusciva ad essere civile anche se lasciato nell’analfabetismo, mentre il popolo germanico, che analfabeta non era, per essere civile aveva bisogno d’istruirsi. Tale atteggiamento era sintomatico della predisposizione di una certa cerchia d’intellettuali fiorentini politicamente vicini alla “consorteria” di considerare opportuno l’uso dei diversi livelli d’istruzione come strumenti di segregazione culturale e sociale.

La sacralità del rito religioso associata alle necessità e alle logiche del patriottismo poteva far partecipare emotivamente la maggior parte della popolazione nonostante le differenze di classe sociale d’appartenenza, tuttavia il legame fra chiesa ed autorità cittadine a Firenze giunse ad una sintesi solo in occasione della Messa solenne celebrata nel Duomo di Firenze nel febbraio 1919 per commemorare i caduti in guerra. Le autorità e le classi sociali al potere, infatti, avevano bisogno di fare un fronte comune contro i socialisti.

            La Messa solenne in  memoria dei caduti che si celebrò nel Duomo[8]  di Firenze

il 9 febbraio 1919 vide le autorità civili e religiose dare prova di grande compattezza, lo svolgimento del rito rivelava l’influenza dell’esperienza di guerra.

Il quotidiano “La Nazione” riportò la cronaca del rito osservando che “gran folla” era accorsa e che la cerimonia risultò essere “solenne e grandiosa”, per l’occasione il tempio era stato addobbato con “grande austera semplicità”: “Trofei composti da fasci di fucili, da cannoni e da proiettili, alcuni dei quali da 305 erano stati collocati all’interno del catafalco sulla sommità di esso sovrastava la bandiera nazionale.”.

Lo strumento bellico era  divenuto ornamento del luogo sacro e vale la pena notare che era il fucile a rappresentare il caduto, a “prendere il posto” dell’essere umano. Questa forma di rappresentazione[9]  Nella cronaca de “La Nazione” si può osservare una mutazione profonda nella percezione dello spazio sacro. L’inizio del periodo per rappresentare un moto spontaneo verso un avvenimento pubblico si apre con gran folla è accorsa….. La  descrizione stessa rivela che l’evento era stato studiato e preparato per suggestionare la folla dei partecipanti. La cronaca continuava poi rivelando che: “Otto soldati della 167° batteria bombardieri, con l’elmetto e completamente armati prestavano servizio d’onore ai lati. sarebbe poi stata fatta propria da alcuni monumenti dedicati ai caduti dove l’arma rappresentata con maggior frequenza fu proprio il proiettile d’artiglieria.

Altri reparti di bombardieri agli ordini del tenente Giordano si trovavano schierati lungo la navata maggiore. Dirigevano questo servizio il commissario Cav. Dalla Giovanna, i commissari di polizia comunale mag. Ronchetti e Andreotti, e i delegati di P.S. Bellesi e Blotta. All’esterno al disopra della porta maggiore era l’epigrafe dettata dall’illustre scolopio padre Manni[10]: NELLA PACE ETERNA – O VOI QUI IMPLORANTI– CON TANTO AMORE – O SOLDATI NOSTRI – GLORIOSAMENTE CADUTI PER LA GIUSTIZIA – RICORDATEVI FRATELLI – ASPETTANTI INTERO SOLLECITO IL FRUTTO DEL VOSTRO SANGUE. L’ingresso in Duomo era regolato da agenti e carabinieri. La musica presidiaria ed un battaglione di fanteria, schierato di fronte al tempio, ha reso gli onori alle autorità man mano che giungevano…”. La cronaca informa che, indossati i sacri paramenti, prima della Messa il cardinale pronunziò un discorso “improntato ad alti sensi di italianità” e ringraziò il Signore per la vittoria alleata e italiana. Il momento più solenne fu quello in cui, alla benedizione, il reparto d’artiglieri presentò le armi: la cerimonia religiosa e quella militare si fondevano armonicamente per sottolineare una piena convergenza di ideali e di identità. Nel corso della guerra avevano avuto una certa accelerazione sia le dinamiche di secolarizzazione e cristianizzazione da tempo in atto, sia la reazione tendente ad affermare una “restaurazione cattolica” della società e dello Stato. Tutto questo avveniva proprio mentre l’integrazione delle forze cattoliche nei gruppi dirigenti dei paesi liberali assumeva un nuovo e rilevante spessore in funzione sostanzialmente conservatrice e antisocialista: “Il dolore, la distruzione, la morte, che in tante parti dell’Europa la guerra aveva seminato, erano in ogni caso elementi su cui la chiesa poteva far leva per orientare nuovamente verso i valori religiosi e trascendenti. Le inquietudini e i turbamenti sociali scaturiti dalla guerra potevano portare inoltre parte dell’opinione pubblica a guardare di nuovo alla chiesa come elemento di conservazione sociale”[11].

Del resto, durante il conflitto, in virtù dell’istituzione dei cappellani militari e alle leve degli ecclesiastici, la Chiesa aveva avuto la possibilità di essere presente in modo organico nell’apparato militare. Questa convergenza di carattere politico aveva come suo corrispettivo retorico il poter sommare il martirio cristiano con la morte per la patria nella creazione di modelli di riferimento per la sacralizzazione dei morti nella Grande Guerra.    



[1] Il Comune di Firenze fu prodigo di queste iniziative. La celebrazione dei fiorentini caduti consisteva in un discorso solenne tenuto dal sindaco che, si apriva con l’encomio di una medaglia d’oro,  proseguiva con i nomi delle medaglie d’argento, di bronzo e con l’elencazione degli altri nominativi. Cfr.  Atti, CFi, II, 11 gennaio 1917, pp. 6 - 7. e, II, 25 novembre 1918, p. 359.

 

[2] Cfr. “La Nazione, Cronaca di Firenze, 21 aprile 1918.

 

[3] La figura di Nazario Sauro, eroe della marina, impiccato dagli austriaci,  fu usata in funzione antijugoslava anche sulle pagine della “Nazione”; ad esempio si scriveva che l’eroe era morto per rivendicare all’Italia territori attribuiti al nuovo Stato Jugoslavo. L’articolo di prima pagina del 19 novembre 1918, titolava a caratteri cubitali: “L’ombra di Nazario Sauro vigila sulla bandiera d’Italia nel porto di Pola”. “L’eroe caduto è già spirito protettore della Nazione, è già mito di un’Italia più grande che deve compiersi.” L’articolo insisteva sul fatto che la presenza nella memoria collettiva (e dove altrimenti?) di un simile martire rafforzava la convinzione di considerare la città come parte dell’Italia. “La Nazione” stessa si attribuì un eroe. Nell’agosto del 1919 offrì una targa d’argento per una gara nazionale di nuoto. Questa la dedica: “Questa targa offerta dalla “Nazione” si intitola al nome eroico del suo redattore Cesare Borghi sportman e giornalista che l’XI novembre 1915 assaltando Oslavia per l’Italia moriva”.

 

[4] Nato da nobile famiglia il 20 dicembre 1841, Isidoro Del Lungo fu uno dei massimi protagonisti della vita culturale e politica fiorentina dagli ultimi decenni dell’800 agli anni venti. Uomo di studi e di cultura, commentò La Divina Commedia, e curò i testi critici della Cronica di Dino Compagni. Morì a Firenze nel 1927. Cfr. DBI, XXVIII, pp. 96 - 101.

 

[5] Sul criminoso disinteresse della politica italiana rispetto ai propri prigionieri di guerra si rimanda a: Giovanna Procacci, I prigionieri di guerra, in La Prima Guerra Mondiale, a cura di Stephane Audouin-Rouzeau e Jean-Jacques Beker, Ed.it a cura di Antonio Gibelli, Vol.I, Einaudi, Torino, 2007. L’interesse nel ricercare l’aiuto degli alleati è certamente indice della difficoltà del momento e deve essere letto alla luce dell’affermazione di Denis Mack Smith nel saggio  I Savoia re d’Italia, RCS Rizzoli Libri, Milano, 1990, p. 283.  “Ma il re teneva celate le sue vere intenzioni: lui e i suoi ministri (Salandra e Sonnino) avevano deciso di condurre una guerra separata, con obiettivi diversi da quelli dei suoi nuovi alleati e con una diversa strategia, una guerra parallelacontro la sola Austria per garantire all’Italia la supremazia nell’Adriatico.”   Nel suo testo l’autore inglese pone l’accento sulla difficoltà alleata a costruire una strategia comune con l’Italia per vincere la guerra. L’intenzione italiana di condurre di fatto una guerra parallela si rivelò fallimentare;dopo il disastro di Caporetto il peso del contributo militare e l’influenza degli alleati aumentò. Sia “La Nazione” sia “Il Nuovo Giornale” rispecchiarono il cambiamento politico e militare sottolineando nei loro articoli le cerimonie e le battaglie fatte in comune con gli alleati. Rivelatore tuttavia dell’improvvisazione di questa svolta nel contesto fiorentino è l’aneddoto della banda musicale interalleata. “La Nazione” l’8 marzo 1918 rivelò che i musicanti furono trasportati coi carri della nettezza pubblica sotto gli occhi allibiti del pubblico che era  alle finestre.  Ne seguì una rovente polemica in Consiglio Comunale.

 

[6] “La Nazione”: 23 giugno, 3 luglio, 5 luglio 1918, e “Il Nuovo Giornale”, 23 giugno, 3 luglio, 5 giugno 1918. Un’eco significativa del “filo americanismo” emerso in queste manifestazioni si ha nel discorso inaugurale del 18 novembre 1918 di Ermenegildo Pistelli, ordinario di lettere greche e latine, che contiene un esplicito riferimento elogiativo al presidente americano Wilson quale difensore della civiltà e degli studi classici. Cfr. ASCFi, Belle Arti, A.1918, AF. 960-332, sul finanziamento del Comune di un film di propaganda.

 

[7] Il discorso di Padre Ermenegildo Pistelli è trascritto nell’Annuario dell’Istituto Regio di Studi Superiori di Firenze, 1918 – 1919, tip. Galletti, Firenze, 1919. Padre Ermenegildo Pistelli, scolopio e uomo politico, nacque a Camaiore nel 1862 e morì a Firenze nel 1927.  Figura di primo piano nella cultura e nella politica fiorentina, politicamente fu  nazionalista e fascista. Costui percorse tutta la gerarchia dell’insegnamento da maestro elementare a docente universitario di lingua greca e latina. Sulla concezione classista del pensiero pedagogico di padre Pistelli cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi D’Italia,  cit. pp.196 - 201. Sui problemi concernenti la funzione sociale e gerarchica dell’istruzione italiana cfr. Simonetta Soldani, La nascita della maestra elementare, in Fare gli Italiani, Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, Simonetta Soldani, Gabriele Turi (a cura di), il Mulino, Bologna, 1993, p. 101 e p. 129. Cfr. Marino Raicich, Scuola, cultura e politica da De Sanctis a Gentile, Nistri Lischi, Pisa,  1982,  pp. 357 - 363. Il concetto della cultura italiana come diversa e superiore da quella germanica è ribadito con forza in quello che è uno dei suoi ultimi scritti: Ermanegildo Pistelli, Lettere a un ragazzo italiano, Salani, Firenze, 1927, pag.42

 

[8] Cfr.“La Nazione”, 10 febbraio 1919. “La Nazione”, come è noto era un quotidiano legato agli interessi degli agrari e dei proprietari terrieri che si autodefinivano “moderati”. Fin dall’inizio del 1919, in considerazione della ripresa della attività e della propaganda socialista, questo giornale considerò la sua linea editoriale e politica un punto di riferimento per la reazione antioperaia e antisocialista.  Particolarmente intensa fu l’attività giornalistica rivolta a sostenere e ribadire il pensiero politico delle forze borghesi e il loro stile di vita. Cfr. Indro Montanelli, Giovanni Spadolini, La Nazione nei suoi cento anni 18591959, Tipografia de Il Resto del Carlino, Bologna, 1959, p. 124.

 

[9] Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, cit,  pp. 76 – 79, e pp. 343 – 345.

 

[10] Padre  Giuseppe Manni, scolopio e rettore della Badia Fiesolana, nacque a Firenze nel 1844 e vi morì nel 1920. Studioso insigne, epigrafista e poeta. Fu proprio lui ad accogliere nell’ordine degli Scolopi l’allora giovane Ermenegildo Pistelli. Cfr. Ermenegildo Pistelli, Il padre Manni, Arte della Stampa, Firenze, 1923.

 

[11] Guido Verucci, La chiesa nella società contemporanea, Laterza, Roma – Bari, 1988, pp. 9-10.

 



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