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23 ottobre 2009

Il Belpaese e il suo risorgere

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Il Belpaese e il suo risorgere

Fra una follia imperiale e l’altra, nei ritagli di tempo di questi anni pazzi e disonesti dove anche le parole hanno perso senso e suono mi ritrovo a delineare le possibilità di una condizione diversa da questa.

In cuor mio cerco di capire come possa in un futuro ancora lontano risorgere il Belpaese e come sia possibile l’uscire dai tempi presenti. Come prima evidenza credo che risalterà e si mostrerà apertamente che gli stranieri che fanno parte di civiltà e culture forestiere ci tengono a tenere le distanze fra noi e loro con tanti saluti alle fantasie universalistiche di origine politica o mistica che nel secolo scorso hanno fatto i loro danni nel nostro Belpaese. Questo comporterà per le genti della penisola  il pensare se stessi e il darsi quel nome e quel volto che oggi l’Italia non ha.

Una seconda evidenza sarà quella di costruire una forma di civiltà italiana, ossia di creare o ricreare gli strumenti civili e culturali per affrontare questo nuovo millennio e le novità portare dalla terza rivoluzione industriale. E’ evidente che la presente rappresentanza politica è legata al trapassato remoto, alle grandi ideologie del Novecento oggi sopravvissute in forma di farsa o di testimonianza del tempo che fu nella memoria di pochi privati, vincolata a un pertinace insistere in prassi di nepotismo e piccola corruttela in politica e nella vita civile e lavorativa. Questo modo di agire e di vivere è la scorciatoia che  prepara ogni sorta di disordini e disgrazie. Il Novecento è stato benigno col popolo italiano: i massacri che ha subito sono pochissima cosa rispetto a quel che è capitato a sovietici e cinesi nel Secondo Conflitto Mondiale, le sue città non hanno subito la sorte di Dresda, di Hiroshima, di Nagasaki che sono state cancellate a forza dalla faccia della terra. Questa fortuna enorme, immeritata, sfacciata potrebbe non durare in questo nuovo secolo del nuovo millennio che si presenta inquieto e ancor più insidioso del precedente. Non è possibile costruire una civiltà sulla base dei consigli dei pochi o della volontà di un dittatore o di un partito; una civiltà è una creazione collettiva, è l’insieme dei diversi strumenti che un gruppo umano si dà per reggere alla prova del suo tempo, alle sfide materiali, sociali e morali che deve vincere se non vuol essere disgregato e assorbito, o perfino distrutto, da gruppi umani più forti, più coesi, meglio armati.

Questi strumenti vanno pensati e costruiti e nello stesso tempo occorre che prenda forma una terza cosa che oggi è assente: una comune identità italiana, o per esser più precisi una serie di valori e di regole in comune valide per le diverse e disperse genti d’Italia. Se non si può avere una creazione qui e ora compiuta, ordinata, e precisa è almeno necessario che dei privati comincino l’opera del predicatore nel deserto che prova a delinearne i confini, a descrivere le prime forme, a indicare l’urgenza e la necessità di essere qualcosa.

Ho appena descritto tre cose dal suono folle, che addirittura presentano un che di stramberia nei tempi presenti. Non posso che indicare ai miei venticinque lettori di meditare criticamente su ciò che scrivo. Ognuno, se vuole, può rispondere a quel che affermo interrogando la propria coscienza e la propria onestà.

IANA per FuturoIeri



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