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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


5 maggio 2008

MESSAGGI IN BOTTIGLIA

Da quasi due anni mi trovo a scrivere  le mie considerazioni su questo  Blog e ho l’impressione di lanciare i classici messaggi nella bottiglia.  Scritti lasciati in balia delle onde, in questo caso dei capricci della rete.  Non si stupisca quindi il gentile lettore se alle volte tratto temi inconsueti o biografici, si tratta del mio modo di esporre in modo diretto.   Quando si ha un lavoro, degli impegni e qualche questione diventa difficile pensare a come raccontare qualcosa di te, a come far partecipi i gentili lettori delle proprie considerazioni, eppure è questo quello che faccio da un po’ di tempo a questa parte e non senza qualche soddisfazione.   Ultimamente mi sorprende, con straordinaria evidenza, il fatto che il mondo di prima si è dissolto, dissolte le ideologie e i  grandi partiti-chiesa, i leader di un tempo si sono riciclati in fusioni di forze politiche dalle sigle nuove oppure sono forzati a sparire dalla scena politica, scomparso il buonsenso di un tempo, finito il mondo umano dell’Italia dei quartieri popolari e della rispettabilità borghese quel che rimane è un qualcosa d’incerto, di precario dove la legge del più forte, ossia del più ricco, prevale.   Perché questo è il punto: la grande paura di tanti italiani ormai in là  negli anni e intimoriti dalla senescenza è quella di vivere in un paese che non riconoscono più tanto si è trasformato.  Il Belpaese è irriconoscibile non solo per la presenza di comunità asiatiche e Nord-africane, ma perché gli italiani stessi non sono più quelli di trent’anni fa.  Questa trasformazione è più forte e dirompente della trasformazione intravista da Pierpaolo  Pasolini quando la nascente società dei consumi iniziò a distruggere le culture popolari ancora esistenti nell’Italia degli anni Sessanta.  Qui la mutazione mette fra parentesi anche il concetto stesso di italianità e di appartenenza a un territorio o a una storia comune.  Pensate al caso di un cinese  o di un marocchino sui diciotto anni che è nato in Italia e fa parte della seconda generazione di stranieri immigrati,anche lui  in qualche modo è finito dentro il nostro Belpaese, ma qualcuno ha forse pensato alla sua identità, ai suoi diritti, a formulare un decente modo di mettere assieme le differenze?  Capita questo a tutti i popoli che ricorrono all’emigrazione, chiedi braccia e arrivano uomini, donne, bambini, poppanti, adolescenti, in una parola: famiglie e comunità intere. L’unica risposta che i nostri leader e i giornalisti più accreditati invocano è il ripristino della legalità e dell’ordine e forse della tradizione.  Benissimo! Per fare cosa poi?  Per lasciare tutto così come è, per permettere alle minoranze dei ricchi e dei protetti dal sistema il mantenimento di privilegi che derivano dalla loro posizione di potere  senza che ad esso corrisponda una presa di responsabilità verso la società nel suo complesso?  La normalità imposta a forza per realizzare che cosa? Una nuova rigenerazione  dell’italianità o una serie di centri commerciali e di aree urbane&industriali ad uso e consumo della speculazione selvaggia?  Mi piace la normalità a  condizione che essa sia uno strumento per vivere non un manganello da usare contro questo o quello a seconda delle esigenze delle minoranze al potere.  Sarebbe tutto di gran lunga più accettabile se i nostri banchieri, finanzieri, super-manager in carriera,  leader di agenzie pubblicitarie e di pubbliche relazioni, editori si assumessero, oltre ai privilegi della loro condizione, gli oneri del loro potere.  La loro condivisa dottrina della “mano invisibile del mercato” che tutti salva e tutti aiuta in realtà nasconde la natura di un potere irresponsabile verso la comune appartenenza ad un consorzio umano e a un pianeta con risorse grandi ma limitate.  Chi può deve cercare dentro di sé i propri valori e testimoniarli, almeno potrà far affidamento su se stesso.


  IANA per Futuroieri

digilander.libero.it/amici.futuroieri/



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