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2 maggio 2012
Note e annotazioni sul cambio di regime nel remoto futuro
Il terzo libro delle tavole
Viaggio nell’Italia del remoto futuro
Note sparse e testimonianze
( anticipazione da uno scritto ancora tutto da
scrivere)
Il materiale cominciò a esser troppo,
a mostrare la sua grandezza e vastità. Mi fermai per una pausa di riflessione.
Il dubbio di non aver capito i fatti di cui ero testimone e quelli di cui
raccoglievo la documentazione si fece pressante e cominciò a infastidirmi. Fu
nel principale parco pubblico della nuova capitale che mi sorprese l’idea di
dover fissare qualche dubbio, qualche evidenza lasciata in ombra, non capita. Che terra era mai questa dove gli esseri umani
passano da una causa all’altra con facilità e indifferenza? Dove è così facile
nel resto del mondo umano cambiar
patrono e protettore per interesse, alleato militare per opportunità, ammazzare
conoscenti e parenti per adesione partigiana a un partito armato? Domande senza
risposta, più mi addentravo dentro questa storia e più il terreno concettuale
su cui mi muovevo si trasformava in pantano. Sprofondavo dentro qualcosa che
era passato ed era futuro nello stesso
tempo, una sorta di saggezza corrotta, di sapere sul mondo e sul cosmo, ma un
sapere maligno, qualcosa di cattivo
spiritualmente, di machiavellico nel senso peggiore della parola. Mi trovavo
nell’imbarazzo e nel dubbio. La mia mente vagava verso tante risposte senza
accettarne alcuna. Ero confuso come non mai. Cercai d’immaginarmi una
popolazione sottoposta nel corso dei secoli a tante invasioni, cambi di
padrone, regimi dispotici. Cosa può uscir fuori da una cosa del genere se non
tribù disperse, gruppi di umani dediti a ogni sorta di traffico e di mezzo
discutibile per vivere. La corruzione diventa un sistema, il servire due o più
padroni un fatto banale, mettersi fra i potenti per cercare protezione una
seconda natura. Ma quello che era capitato non era il frutto di qualcosa di
remoto, di un fatto antico che si ripete; nel darsi al nuovo potere alieno
degli Xenoi c’era qualcosa di diverso. Era una vera e propria abiura di sé
stessi, il rifiuto di appartenere a un tempo dei padri e degli antenati non più
accolto, non più capito, ripugnante se letto con le prospettive presenti. Questa è una diversa forma di abiura, non è
un fatto occasionale, semplice, dettato dalla necessità; è dissoluzione di ciò
che si è e rinascita in altra forma. La radicalità estrema della soluzione
Xenoi offre a questo regime la soluzione per cancellare il passato, per fondare
un nuovo privo di compromessi, tanto potente quanto inquietante per i suoi
vicini. Forse perfino per il resto dell’umanità, stavolta gli eredi di più di
una antica civiltà umana si erano dati agli alieni Xenoi, era più di un patto
era la smentita dell’importanza della civiltà umana, la loro aveva bisogno di
negarsi e di chiedere una mano così improbabile per risorgere e di nuovo
essere. Nella penisola era stato allestito un laboratorio pericoloso,
inquietante che fatalmente avrebbe prima
o poi attraversato i mari e i monti. Provai a raggruppare i problemi per
argomenti e per osservazioni. Per prima cosa segnai il fattore guerra. In fondo
c’era stata una guerra globale supportata da sponsor alieni e combattuta con
forze miste. La Guerra aveva influito nella creazione di un regime che
altrimenti mai avrebbe preso forma. La seconda cosa da segnalare era la
presenza di forti opposizioni interne nate da un malcontento generale e dalla
guerra mal gestita e combattuta in modo fallimentare, la terza cosa è
l’entusiasmo con cui una parte dei popoli di queste terre hanno accolto gli
Xenoi. Ma la quarta non rimanda ad alcuna di queste cose. La spinta interna a
distruggere se stessi per rigenerarsi arriva dal profondo, da qualcosa che la
sociologia e la storia possono intuire ma non spiegare del tutto; un fenomeno
quasi naturale di morte del vecchio e del degenerato e del corrotto per far
spazio a qualcosa di diverso che maturerà e farà un suo ciclo.
Cominciai ad appuntare alcune frasi,
impressioni di vario tipo che qui riporto in neretto per il lettore.
Certezza della disfatta in guerra, forse…ma è stata la causa principale?
Se così è perché le opposizioni si formano anni prima, perché un tessuto
sociale dava supporto a proteste silenziose o aperte contro l’ordine
costituito? Come mai milioni di umani che traevano beneficio dal sistema
corrotto e dissoluto non hanno difeso i loro capi e i loro benefattori e
protettori? Da dove viene questa voglia di distruggere, criminalizzare,
dissolvere, annientare il passato per creare un mondo umano nuovo? Ci sono dei
precedenti? Da dove parte questa volontà di annientare il passato che ricorda
roghi da inquisizione e mito del progresso di matrice colonialista? Qualcosa
che viene dal passato? Qualcosa che viene dal futuro?
Il mio animo era scosso, non trovavo
la soluzione. Mi sovvenne un consiglio di Rodolfo il tale che avevo più volte
incontrato per scrivere del processo. Osservare la città, in particolar modo
ciò che non si osserva di solito. Non
avevo capito bene a cosa si riferisse. Poi intesi. Avevano cambiato le
titolazioni di alcune piazze o vie. Questa non fu l’unica sorpresa. Tutti i monumenti ai caduti erano stati
riconsacrati, non c’era opera che non avesse una targa magari minuscola che
ricordava la guerra Xenoi e il nuovo
regime. Compresi che quella era una strada. Mi ricordai anche di un particolare
insolito. Un dettaglio a cui non avevo prestato attenzione. Invece aveva un
peso enorme. Il comandante era nel comitato promotore di una grande opera
monumentale da erigere in onore degli Xenoi. Un volto raffigurante l’immagine
idealizzata del Dio vivente di quelle creature da realizzare in materiali
nuovissimi, preziosi e brillanti. Doveva riconsacrare l’arco della città. Il
quale era stato più volte riconsacrato nel corso della sua storia.
Questa storia era frutto del caso,
nel senso che per una combinazione ero capitato proprio nell’ufficio del
comandante mentre egli visionava i verbali della commissione per il monumento.
Mi aveva mostrato alcuni bozzetti e il progetto. Sul momento non avevo dato
peso alla cosa, per il mio gusto era una cosa bizzarra, curiosa, strana. Da
quando in qua un regime che deve rimuovere tonnellate di macerie, stravolgere
la vita quotidiana degli abitanti, convivere per generazioni con una presenza
aliena si mette a ragionare di monumenti. Un volto gigante iscritto in un
cerchio tutto dorato e lucente per fare
uno spettacolo ottico quando il sole colpisce l’opera. Non avevo capito che
questi stavano creando un loro universo simbolico e mitico che doveva sostituire quello
distrutto. In una sorta di ruota del destino medioevale al tracollo di una
civiltà e dei suoi miti e delle sue ragioni d’esistenza andava a sostituirsi un
nuovo modello. Un modello che stava liquidando le macerie mitologiche,
simboliche e di vita quotidiana. Poi con calma avrebbero i nuovi padroni della
penisola pensato al resto. Così fra miti
da creare e volontà di potenza si consumava la trasformazione. Non avevo capito
quanto fosse profonda la cosa e quanto preciso fosse il progetto.
Questo fatto mi aprì la mente ad una
evidenza. Il processo di cui dovevo occuparmi per motivi accademici e di
carriera era parte della distruzione del mito e delle immagini del regime
precedente. Non era una questione di giustizia come è comunemente intesa nel
Nord Europa ma al contrario di una demolizione controllata del potere di
persuasione di miti e di bugie pietose a sfondo storico che erano state la
patina di legittimità dell’antico ordine sociale e politico. “Antico Ordine”, forse questo è
il termine giusto per indicare quell’impasto di credenze, miti, pubblicità
commerciale, illusioni da centro commerciale che avevano segnato quasi due
secoli di civiltà industriale. Il
Belpaese era una cantiere, un grosso esperimento sociale, un opera da ingegneri
della genetica e delle istituzioni; ero davanti a una trasformazione di civiltà
che aveva come suo fine la realtà umana.
Iniziavano per gradi e iniziavano con trasformare le cose immateriali come la
memoria del passato, l’immagine della realtà, il senso della vita quotidiana, i
miti, i simboli. Questi nuovi
personaggi al potere erano un pericoloso e creativo incrocio fra i maghi del
Rinascimento, i rivoluzionari del Novecento e i contattisti del ventunesimo
secolo, ma stimo che la loro ispirazione più forte venisse dagli eretici gnostici al tempo dei Cesari.
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17 marzo 2012
Abiure e riti punitivi

Il terzo libro delle tavole
Viaggio nell’Italia del remoto futuro
Abiure e riti punitivi
( anticipazione da uno scritto ancora
tutto da scrivere)
Dal momento che questo mio libro non
è esattamente un saggio ma qualcosa di biografico sono in dovere di descrivere questo
episodio che mi aiutò a capire i fatti e le circostanze di quanto avevo in
animo di studiare. Avevo seguito il consiglio del comandante. Mi ero recato
nell’ala della grande Biblioteca dove si tenevano le esposizioni, la mostra
aveva un titolo filosofico e artistico “Dalla dissoluzione alla forma”; ma
trattava di cose che non avevano nulla a che fare con la filosofia e con
l’arte. Quello che avevo visto mi aveva
profondamente turbato, era la rappresentazione da parte del nuovo regime
dell’ultimo secolo di storia della Penisola, per il nuovo potere tutta la
storia precedente era da buttare, un regno dei delitti e dei crimini imposto da
forze straniere sopra un popoli tenuti artificiosamente divisi e oppressi da
ignoranza e delinquenza. L’esposizione mi colpì subito per il fatto che il
percorso cronologico dei fatti era invertito, dal presente al passato; c’era un
senso di oppressione e di buio via via che il visitatore si allontanava dal
presente e si calava nel passato. Le ultime stanze erano in penombra, e
l’ultima era buia, con solo dei pannelli
e degli indicatori rossi fosforescenti che segnavano la via. Era la sala
dedicata alle guerre della passata Repubblica. Una discesa dalla luce verso un
buio tetro e oppressivo. Come primo impatto pensai a una trovata estetica, ma
mi resi conto che c’era qualcosa di più. Non capivo fino in fondo il perché di
questa scelta che mi fu chiara quando a distanza di settimane ne ragionai con
Rodolfo che mi aprì la mente con queste parole:
Certo. Provi a pensare una discesa agli inferi. Enea, Dante, Ulisse…tanto
per fare dei nomi di prestigio. Del resto molti di questi nuovi signori sono
gnostici, o forse dovrei dire neo-gnostici e per loro la luce è anche
rivelazione della vera natura umana, del sacro e del divino che è dentro
l’essere umano. Quindi la discesa al regno delle ombre e delle tenebre è la
distinzione fra un tempo della luce e del bene, ovvero questo, e un tempo della
materia, della corruzione spirituale, del caos bestiale di poteri forestieri e
alieni dominanti e prepotenti che è il passato ormai morto. Lei si è calato
nelle tenebre del tempo che è stato, è come entrato in un tunnel dove ha visto
un passato di tenebre funeste, dopo dal buio è tornato alla luce del presente.
Ma mi dica sono curioso di sapere se quanto ha visto ha suscitato in lei
stupore, indignazione, disagio. Non è una bella storia, di certo non è una
favola per bambini la storia delle popolazioni nostre.
Il mio interlocutore mi sorprese di
nuovo, la sua aria cordiale si era contaminata con una sorta di curiosità
beffarda e bonaria. Così parlai liberamente.
Il passato di questa Penisola visto con la logica di quella mostra è una
discesa verso le tenebre della follia e della malattia mentale, ogni atto,
gesto o segno del passato è criminalizzato e demonizzato. Mi sembra una
fortissima presa di distanza da se stessi. Non so…
Lui subito precisò il mio pensiero
La parola giusta è abiura. Queste genti del Belpaese abiurano se stesse,
o per meglio dire ciò che sono state. Questi che oggi sono al potere sanno
benissimo che le genti del Belpaese son ben disposte a far abiura del passato,
a pensare ogni regime, anche quello dove hanno prosperato e son vissuti per
generazioni come un potere forestiero, artificiale, estraneo. Questo fa parte
di un meccanismo di difesa per il quale nessuno è mai responsabile di quel che
fa nella vita pubblica; del resto da secoli minoranze di criminali organizzati,
famiglie di miliardari apolidi, generali stranieri, condottieri imposti da
questo o da quel potere alieno hanno determinato la vita pubblica del Belpaese.
Quando non esiste alcuna identificazione che non sia farisaica o squallidamente
opportunistica con il governo del proprio paese è normale che si scateni
l’abiura del proprio passato e il ripudio di pezzi fondamentali della propria
esistenza privata. So che per un uomo del Nord come è lei questo può suscitare
raccapriccio, ma se osserva con animo sereno e commosso la storia delle genti
nostre non potrà non osservare quanto sia comune la dissoluzione di regimi
sedicenti sacri e retti e la necessità per milioni di umani di cambiar colore
della divisa o del vestito prima di essere uccisi dai militari del nuovo regime
o linciati da una folla di traditori e opportunisti saliti sul carro del
vincitore all’ultimo minuto. Ho visto la mostra, tre o quattro volte perché ho
dato una mano a trovare certi materiali, non che fossi felice della cosa, ma
capisco che non c’è nulla da fare. Una storia antica di riti di abiura
collettiva e di divorzio dalle proprie
idee di un tempo si è ripetuta, mi è toccato in sorte assieme alla gente del
mio tempo di vedere l’atto patetico della dissoluzione di un sistema e di un
regime marcito e dell’ascesa di un nuovo sistema.
C’era qualcosa che non mi piaceva in
queste parole, sì quello che mi raccontava era vero ma comprendevo che c’era
molto di più in quel che avevo visto. Risposi alle sue parole.
Mi permetto di rammentare che non tutti in Europa si dimostrano così
disinvolti e pronti, e devo dire che pochi popoli sono così feroci nei
confronti di quelli che per motivi di sfortuna o di fede rimangano tagliati
fuori dal cambiar il colore della divisa. Devo, con onestà, confidarle che sono
rimasto negativamente impressionato della cattiveria e della ferocia con la
quale questi popoli della penisola si scagliano contro i gruppi sociali e le
fazioni perdenti al pesante gioco della guerra. Ma proprio perché lei è a conoscenza dei fatti
e mi ha mostrato una certa familiarità mi preme ricordarle la parte finale di
tale mostra. Una delle ultime stanze è dedicata alla criminalità comune al
tempo della Repubblica controllata dai militari dell'Esercito Atlantico. Capisco
tutto, ma affermare che la delinquenza di strada, lo spaccio di eroina, la
violenza privata, i delitti di sangue fossero uno strumento di repressione per
schiacciare la popolazione e tenerla nella paura e sempre disposta ad accettare
capi autoritari e leggi liberticide mi pare esagerato. Come si può pensare che
un governo sia pure marcio per aver mano libera nelle sue ruberie usasse la
delinquenza comune per scatenare ondate di paura e confondere la popolazione.
Il mio accompagnatore mi rivolse un
sorriso beffardo. Rispose così.
Avrà visto immagino quello che per anni la televisione e i media non
mostravano. Per anni le genti delle nostre terre potevano solo immaginarsi le
teste rotte e delle vecchine scippate e trascinate sull’asfalto dalla feccia, i
papponi presi assieme alle loro donnine allegre a cui avevano spaccato la
faccia per un paio di banconote imboscate, il delinquente spacciatore con il
volto da straniero con i morti da overdose sulla coscienza, la manovalanza
ripugnate della bassa forza della delinquenza, la vittima della rapina o della
piccola truffa in lacrime, la bambina picchiata dai teppisti minorenni per
rubare un braccialetto o una collanina e cose simili… Bene di questo si parlava
spesso e la popolazione era sempre preoccupata, in un continuo stato d’ansia
tenuto artificialmente alto dai telegiornali. A seconda delle stagioni
politiche le notizie venivano gonfiate oppure sparivano come per magia, la
presenza del delitto era sempre presente. Il male quotidiano non aveva un volto
o un nome, arrivava, spariva, ritornava; ma tutti avevano paura ed erano
disposti ad accettare misure discutibili di polizia e leggi restrittive della
libertà, intanto caste di miliardari e politicanti corrotti si riempivano le
tasche di soldi e portavano il contante delle tangenti e delle truffe
all’estero. Mi creda, aldilà delle esagerazioni c’è molto di vero in quella
mostra e proprio dove l’animo umano rifiuta di accettare la verità. Qui da noi
la vittima e il carnefice si confondono,
e ogni diritto si sfarina nell’arbitrio e nell’opinione, e ogni regime che arriva ha il marchio
d’infamia di esser arrivato sulla punta delle baionette straniere o per mano di
violenti e di faziosi o come accade oggi grazie ai bombardamenti orbitali e
alle macchine biologiche da guerra di
questi alieni Xenoi. La paura dell’altro, del diverso, del delinquente, del
nulla è l’arma più forte del potere corrotto. Ogni persona onesta quando dilaga
la paura inizia a temere per i propri cari, per i figli, le figlie, la moglie,
padre, madre e così via… La paura uccide la razionalità e la capacità di capire
e di stare al mondo, allora diventi
manipolabile, oggetto di dominio di chi tira le fila del sistema di comando e
controllo della società, del sistema dei media, della finanza, della gestione
dello Stato.
In me cresceva però un certo
fastidio, dovevo rispondere, qualcosa mi aveva disturbato e offeso.
Mi perdonerà certamente, ma devo dirle che mi ha turbato la scelta delle
canzoni abbinata ai quadri e ai reperti storici della mostra, in particolare le
canzoni mi sembravano davvero insensate. Erano un sottofondo spesso inquietante
e triste, la cosa mi è sembrata strumentale e malevola. Sul serio la cosa era
forzata e inquietante. Eppure devo riconoscere che una certa continuità fra questo tempo e il passato che è polvere permane, è
come se si ripetesse una storia antica di abiure, maledizioni e rancori
antichissimi; dove l’alieno è solo uno dei tanti autori di un rinnovarsi
catastrofico della vostra civiltà. Sembra quasi che la vostra gente abbia
bisogno di un dominatore straniero per liquidare le caste al potere e
sostituirle con altro.
Non era offeso ma felicemente
sorpreso e così mi rispose
Caro professor Ulmann, voi avete visto bene. Gli autori di quelle canzoni
erano straordinari per i loro tempi e bene compresero le genti nostre. Certo
spiace vederli ridotti a strumento, prendendo quello o quel brano e togliendolo dal contesto e trovarlo posto
in una cosa simile. Io avrei preferito il silenzio, un silenzio da sepolcro
abbandonato, da cimitero di campagna perso fra le nostre montagne. Ma così va
oggi. Piuttosto si prenda qualche giorno di libertà e osservi questo presente,
cerchi di capire la natura vitale delle nostre genti, il rinnovarsi dei tempi e
delle diverse forme d’umanità. Cosa crede: siamo un popolo vivo, siamo un
popolo che vive sopra il cumulo delle macerie delle civiltà che gli sono
crollate sulla testa. Ogni volta dobbiamo rifare tutto da capo come se l’ultimo
crollo fosse un nuovo inizio.
Ero talmente colpito che ringraziai
per la risposta e mi congedai stupito da tanta verità.
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29 febbraio 2012
Vita vissuta e stracci che volano

Il terzo libro delle tavole
Viaggio nell’Italia del remoto futuro
Vita vissuta e stracci che volano
( anticipazione da uno scritto ancora tutto da
scrivere)
Il Rodolfo Brandimarte osservò il
cielo mi fece cenno che era tempo di rientrare. Ero curioso e spinto quasi da
un desiderio di conoscere e di carpire i segreti della sua vita, non che ci
fosse molto, ma quel poco che doveva pur esserci era per me materiale per due o
tre pubblicazioni universitarie. Confesso che ero ossessionato dalla carriera,
ero come un cane che cerca il suo osso nel prato per far felice il padrone.
Volevo sapere. Era la mia professione, ero uno scienziato della geopolitica
e della storia, un futuro professore
dell’Università di Berlino. Un tipo serio. Oggi mi vergogno di quei sentimenti,
il tempo mi ha reso umile, e la vita ha ridimensionato le mie ambizioni e le
mie aspettative. Mentre lo accompagnavo a una stazione della metropolitana di
superficie, egli parlò di nuovo.
Il mondo umano ha avuto a che fare con diverse tipologie di rivoluzionari
e teppisti della politica, qui è
avvenuto un fatto singolare, e capisco che nella sua fredda terra sia così
difficile inquadrare i fatti. Dal momento che la voglio aiutare la devo
istruire su un fatto: nella trasformazione presente c’è un impasto di vecchio e
nuovo. In questa Penisola sotto i Cesari abbiamo avuto almeno cinquantafra colpi
di Stato e guerre civili.Tutte le volte quando un potere umano e personale
crollava arriva il potere nuovo che demoliva, bruciava, uccideva, confiscava,
puniva, razziava i vinti. Poi il potere nuovo subito corrotto e precipitato
nella violenza diventava a sua volta preda di altri e il ciclo si ripeteva.
Questa diarchia fra potere degli alieni Xenoi
e governo in carica è in continuità con il nostro passato. C’è un misto
di passato e di presente in questa situazione, mentre per altre civiltà questi
eventi della Terza Guerra Mondiale e della successiva conquista aliena sono
stati una catastrofe senza alcun possibile paragone, qui è la durezza della
cosa è stata attenuata da una continuità di tipo storico e culturale. A un
tempo dove domina un potere blu si sostituisce un tempo dove domina il nero e
l’oro, coloro che erano schierati con le armate blu sono passati alle milizie
nere e alle armate color oro, chi è rimasto preso in mezzo è stato razziato,
violentato, rapinato, ucciso, mutilato, bruciato, fatto a pezzi, fatto sparire,
trattato con psicofarmaci, detenuto, riabilitato. Stavolta è solo la qualità
della persecuzione e della cura dei
malvagi ad essere diversa. La potenza del nuovo regime indica che per qualche
secolo vivremo a stretto contatto con gli Xenoi. Attuali protettori di chi in
questa parte di Vecchio Mondo ha il potere politico, finanziario e militare.
Mi stupì questa franchezza, compresi
che era sincero, che non aveva nulla da perdere, e forse non aveva altro
desiderio che di dire la sua piccola verità. Quella che cercavo. Quel sapere e
quel tanto di rivelazioni che potevano
far di uno studioso con l’assegno di ricerca un professore di ruolo. Allora
così parlai.
Quel che dite mi fa pensare, dunque per voi c’è continuità? Perché
parlate di Nero e di Oro contrapposti al blu?
Mi rispose subito.
Il Blu era il colore dominante del potere antico e della sua alleanza
militare, il nero è il simbolo di questo nuovo sistema, abbondano sulle nere bandiere
anche teschi, ossa, armi, fiamme e cose del genere; l’oro è invece il colore di
questi Xenoi. L’oro del resto è il metallo degli Dei antichi, in un certo senso
essi sono come divinità. Poi l’oro è un metallo straordinario, unico nel suo
genere e viene usato per creare i
microscopici meccanismi inseriti nei corpi delle facce di plastica che servono
a renderli sani e forti e a prolungare la loro vita che si conta in migliaia di
anni terrestri. Il nero e l’oro sono i colori del nuovo potere, e forse di una
forma di civiltà che si sta formando alimentata dalle macerie delle precedenti
disfatte sotto il peso dei secoli, della malvagità delle minoranze al potere e
della corruzione interna e delle miserie e guerre da esse provocate. Ma le
ultime forme della civiltà erano ancor più miserabili delle precedenti, le
minoranze al potere erano fatte da grandi burocrati, miliardari, despoti di
paesi dell’Est e del Sud e costoro erano senza rispetto per l’arte, la poesia,
il rapporto con la natura, la filosofia. La miseria grande del potere morto è quello
di non aver avuto forma ma di adattarsi ai contenitori che trovò, queste
minoranze hanno lasciato solo inquinamento, tecnologia in obsolescenza,
disastri ambientali, povertà, caos sociale e infine questa grande disfatta. Almeno
con questa cosa del salire sul carro del vincitore prima della fine della
guerra queste nostre genti si son salvate da ben più dure punizioni e amarezze.
Ma una storia antica si è ripetuta, al potere vinto si è sostituito uno nuovo
dove i livelli più bassi sono occupati da gente che ha gettato nelle fogne la
vecchia divisa e ha preso la nuova giacchetta da cameriere, da domestico. Chi è
arrivato tardi, o non ha capito che il crollo del fronte occidentale era
questione di pochi giorni ci ha rimesso i beni e spesso la pelle. Ecco sono
arrivato.
Prima di andar via devo però avvertirla. Non cerchi cose eroiche, storie
belle, eroi, oscure trame fatte da spie e diavoli. Non troverà altro che uomini
e donne alla ricerca del loro posto al sole, del loro guadagno, dei loro
desideri, della loro fortuna materiale.Nel mio Belpaese questa è una storia
antichissima, che si ripete tutte le volte che un esercito straniero si fa
signore di queste genti e di queste terre. Regimi all’apparenza solidissimi si
sono dissolti in un pomeriggio o in una
sola notte a seconda della velocità con cui arrivava la notizia della disfatta
finale. Allora scattava la corsa per entrare nelle file dei vincitori; ma non sempre questa cosa è possibile. Stavolta i pochi che
hanno capito in tempo non hanno avuto bisogno di far a mezzo, i posti erano
liberi; la bassa cultura e le scarse capacità intellettuali dei gregari della
gente di potere ha impedito a decine di migliaia di burocrati, funzionari,
miliziani e poliziotti di andare dalla parte giusta all’ultimo momento; non
avevano capito che era arrivato il nuovo potere e che aveva già della gente sua
sul territorio. Non ci sono vittime innocenti nelle fosse comuni, solo idioti e
ignoranti e qualche delinquente comune
che non è scappato in tempo con la refurtiva.
A questo punto ero senza parole, non
mi aspettavo un discorso così da una persona colta e amante dell’arte e della
filosofia. C’era una brutalità e un cinismo politico che sconfinava nel
disprezzo. Non avevo molto tempo, tra pochissimo sarebbe arrivato il mezzo, lui
era in attesa per salire e andarsene, volevo avere l’ultima parola. Così
risposi per congedarmi.
C’è del vero in quanto raccontate, la storia dei popoli oppressi è piena
di mezzi discutibili per evitare le punizioni dei padroni di turno. Credo però
che questo salvarsi sia un fatto naturale, l’essere umano come elemento
biologico deve salvare se stesso se può, alla fine se cessa la civiltà ritorna
la naturalità.
Non avevo finito la frase che
replicò.
Non è natura, non è biologia. Questa è una strategia culturale che
consiste nell’imitare il signore del momento, fingere di essere lui, travestire
se stessi con panni diversi. In verità è una forma di adulazione, di richiesta
di benevolenza. La Germania non è abituata a queste cose, il carattere della
maggior parte degli abitanti impedisce l’uso di una simile strategia politica,
per questo le chiedo di capire quel che vedrà aldilà delle apparenze. C’è un
modo apparente di essere e una sostanza intima. Cerchi quella natura intima nel
nostro agire politico e troverà le sue risposte.
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23 febbraio 2012
Viaggio nell'Italia del remoto futuro - Continuità e mistero del mondo umano
Il terzo libro delle tavole
Viaggio nell’Italia del remoto futuro
Continuità e mistero del mondo umano
( anticipazione da uno scritto ancora
tutto da scrivere)
Il mio accompagnatore si mostrò di
passo lento, ma dotato di una strana energia fisica e intellettuale che stonava
con l’apparenza e con la sua età peraltro avanzata, forse aveva ricevuto
qualche cura contro la vecchiaia di origine xeno. Con una rara cortesia mi
portò a vedere il quartiere nella zona
dell’aeroporto, una vasta area di tre chilometri di raggio che fu devastata dai
bombardamenti orbitali e che conserva ad oggi le tracce di quelle devastazioni.Alcune
depressioni dovute alle bombe a pressione sono diventate dei piccoli giardini
condominiali, certi edifici sono del tutto nuovi, mi spiegò che perfino le
strade erano cambiate a causa dei
bombardamenti. Mi citò più volte il caso di Berlino dopo la Seconda Guerra Mondiale
e la riunificazione delle due Germanie, mi confidò che aveva passato dei mesi
in Germania per ragioni di studio e amava molto la capitale e in particolare i
suoi musei e il Mitte, questo fu una fortuna perché si dimostrò aperto e
ragionevole nei miei confronti, non tutti gli abitanti della Penisola son
disposti a dar confidenza a un deutsch. A un certo punto quando si era sulla
via del ritorno e non avevo neppure iniziato a far domande sulla vera ragione
del mio viaggio ossia il suo caso nell’ambito del processomi portò davanti a
una chiesa, una piccola chiesa, con un portico aperto; forse una reliquia del
passato salvatasi per miracolo dai bombardamenti. Mi indicò una lapide. Era una
lapide in onore dei caduti della Grande Guerra con il suo elenco, le figure
allegoriche scolpite, alcuni simboli, le frasi di rito incise, e le foto dei
caduti, sotto la riconsacrazione ai caduti della Seconda Guerra Mondiale, altre
foto, altri volti fissati per l’eternità. In un altro punto era stata posta una
nuova un nuova lapide, quella in memoria dei caduti della nuova guerra Xeno;
non una manciata di foto ma un centinaio di fototessere piccole trasformate in icone piccole di pietra
con eternati i volti di civili,
militari, miliziani, profughi. Un mosaico delle atrocità subite dal quartiere,
un microcosmo della grande violenza tecnologica e militare.La targa nuova era molto
diversa, materiale diverso, solenne a suo modo, le figure eroiche non erano
umane e presentavano quei volti tipici
inespressivi e dai tratti allungati della popolazione Xenoi, completavano
il ritratto dei arrivati gli arti sottili, le tute e i contenitori da
esplorazione, le armi e le dotazioni tecnologiche. I simboli umani e alieni erano
posti a decorazione del tutto, come se si fosse trattato di un Tabernacolo del
Rinascimento o di una targa del Novecento. I nuovissimi morti ammazzati erano
stati ben sistemati con un lavoro ben fatto e quasi artistico come suggerì ironicamente
il mio amichevole accompagnatore che non voleva per nessun motivo cedere alla
tentazione di chiamarli caduti, vittime, martiri, eroi. Per lui dei corpi sfatti
e sfracellati che diventano decomposizione chimica sono morti e la morte
livella ogni cosa, anche le illusioni sublimi e la retorica degli scellerati
che vivono di cattiva politica e di parassitismo ideologico.Restò impassibile
per due o tre minuti a fissare quella cosa, quella riconsacrazione umana e aliena
della morte in guerra. Mi permisi di interrompere quel silenzio.
Certo che c’è una bella differenza fra il prima e il dopo, questo angolo,
questa chiesa rionale in poco spazio rivela la distanza tra tempi molto
diversi.Certo che il passaggio della storia con le sue tragedie e i suoi lutti
dissolve e recupera il passato e le sue forme. Davvero suggestivo il luogo dove
mi avete portato. Interessante comparare il volto degli Xenoi vincitori con
questi bassorilievi con il caduto della Grande Guerra, la bandiera, la vittoria
che sorregge …
Il mio interlocutore mi fece un
segno. Era quasi infastidito. Voleva dire qualcosa, usai il comunicatore
universale per registrare e questo è quanto disse.
I simboli sono come armi, mezzi di distruzione di massa se usati senza
onestà e decenza; solo che colpiscono le parti migliori dell’intelligenza umana,
impediscono di uscire dai limiti, dai confini segnati dagli stereotipi. Di
solito hanno una funzione consolatoria, di conservazione di una certa immagine
del passato, di esaltazione delle minoranze al potere, di far calare su tanta
parte della popolazione una lettura dei fatti. E solo quella lettura e nulla di
diverso!Ma per chi comanda è molto di più, è lasciare un segno del proprio
tempo, una forma del proprio dominio, dare un nome e un volto alle cose. Ma qui
c’è di più, questi vogliono rifare anche la religione e la spiritualità; è
l’ennesimo frutto dei tempi. La sconfitta dei secoli che furono era già in
essere e questi tipi calati dal cielo hanno solo dovuto dar una botta a un
mondo umano marcio, inquinante, corrotto oltre ogni limite e infine bellicista
e sconfitto sotto il peso dei suoi egoismi e dei suoi vandalismi contro la
natura, la propria stessa civiltà industriale.
Ero incuriosito, stava per dire
qualcosa di notevole. Feci un cenno di approvazione e il mio interlocutore
continuò.
Da quando sono arrivati questi qui da Andromeda e dintorni perfino la
fede è crollata oltre a tutto il resto e molte chiese e templi di culto di
varie religioni sono andati distrutti o spesso
riconsacrati al nuovo culto gradito agli Xenoi.
Qualcuno è scappato, qualcuno fa il bandito ma molti si sono adattati e
senza troppe storie hanno cambiato la giubba e son passati alla nuova fede.
Intendo per fede quella specie di gnosi che dovrebbe associare in una sola
visione mistico-scientifica noi umani con gli alieni Xenoi. La nuova gnosi, il
nuovo Culto Nazionale di Stato è stato un grosso affare, in tanti ci hanno
cavato denaro e beni e spesso un mestiere.Corretti a modo loro i Vangeli,
espulso il Vecchio Testamento, perché fa riferimento a qualcosa che non gli è
gradito, inseriti i Vangeli Gnostici è stata creata la base della nuova fede.
Fede gradita al nuovo potere e ai suoi protettori dalla faccia di plastica.
Alle popolazioni del nostro Belpaese non importano le basi dottrinali dei
culti, le ragioni profonde, basta che la nuova religione non sia troppo diversa
dalla vecchia e recuperi abbastanza dei culti precedenti. Alle volte rimango
sconvolto dalla facilità con la quale gli umani della mia cultura passano dalla
fedeltà all’abiura; questi quiche ora comandano non hanno neanche creato una
teologia, il sovrano Xenoi si manifesta con la sua potenza e questo basta. Risolto
grazie a loro ogni questione di fede,
ogni riforma, Dio è l’estensione naturale del sovrano alieno; una soluzione
semplice e rapida che unita a generose elargizioni di nanotecnologie mediche,
nuove possibilità di lavoro, e elargizioni didenari ha causato un passaggio
dalle vecchie fedi alla nuova. Del resto questi qui non chiedono soldi, non
chiedono riti purgativi dell’anima come preghiere, penitenze, digiuni, donazioni, dicono solo che la parte
indistruttibile e incorruttibile che è in noi va cercata, va svelata e deve
diventare potenza e energia da usare per avvicinare le nostre vite terrene al
loro sovrano che li guida. Le anime liberate dall’ignoranza di se medesime dovrebbero
fare come loro e creare una forza collettiva, questa potenza dovrebbe essere
una parte autocosciente del tutto che è dietro l’Universo materiale e
fenomenico, possibilmente loro amica devota. Vorrebbero da parte nostra la
creazione di una sorta di mente collettiva, come hanno loro a livello di
comunità e di gruppo, ma sul momento la nostra spiritualità umana è lontana dal
determinare un corpo sociale nuovo. Se riuscissero nell’impresa di avvicinare
gli umani alla loro mente potrebbero capire meglio quella cosa per loro un pochino
misteriosa che è l’individualità e
l’unicità di ogni singolo umano. Mi sono fatto l’idea che queste creature hanno
l’anima, ma collettiva. Quindi il nostro essere spirituali e sacri deve per
loro essere un fatto collettivo, i loro capi hanno una propria individualità
perché ricevono una sorta di mandato dal gruppo, magari sono autenticamente
loro ma se devono ritornare a un diverso incarico non più di dominio e
controllo, dirigenza o rappresentanza perdono gran parte della loro
individualità. L’idea che un tipo qualunque sia se stesso alla maniera nostra è
per loro un fenomeno ai confini delle loro capacità di comprensione. Va da sé
che sono bravissimi nel lavoro coordinato e nella ricerca e in tutti i campi
della scienza e della tecnologia, del dominio su altri, e ovviamente della
guerra.
Ero colpito da questo discorso che mi
apriva gli occhi davanti alla grande mutazione avvenuta e allora mi feci forza
e pronunciai la seguente affermazione:
Ma non crede che questa chiesa rappresenti un balzo verso il futuro, un
nuovo fatto straordinario che potrebbe portare mutazioni positive e buone. In
fondo qui c’è l’incontro fra specie diverse e la determinazione di una nuova
civiltà.
Il mio accompagnatore mi rivolse un
sorriso beffardo. Rispose così.
Di questa chiesa non sanno che fare, e parlo di questo edificio. Tante volte i nostri luoghi di culto si sono
riempiti con elenchi di caduti, di ex voto, di lapidi tombali, di targhe. Ogni
ricordo passato si perde nella memoria, ogni storia diventa discorso politico
staccato dai fatti e dalle sofferenze, ogni simbolo perde senso e va
reinterpretato. Di questa storia umana passata, del sacro che ha per secoli
dato forma alle genti nostre nessuno sa che cosa fare; ma li conservano questi
resti, i molti rispettanociò che è stato come si conserva il ritratto del nonno in qualche angolo della
cucina o del salotto di casa. Loro ci hanno permesso di conservare quel che non
capiscono del tutto, in questo sono migliori di gran parte delle civiltà umane,
lo riconosco. Questi nostri ultimi anni sono i resti dei resti del naufragio di
tante civiltà della Penisola, civiltà naufragate una sull’altra. Antichità, Medioevo,
età Moderna, e ora la Contemporaneità sono tempi crollati uno sopra l’altro
creando questa nostra enorme collina di detriti culturali e di simboli e miti
morti, il tutto implacabilmente sbiadito dal passare dei decenni e dei secoli. Ma
siate sincero. Voi volete chiedermi di quel processo e di ciò che ho visto e
fatto in quel periodo.
Il discorso mi colpì come una
nerbata, ero in agitazione e così risposi:
In verità sono qui per questo, e penso sinceramente che sia per la vostra
persona quasi un dovere mettere a disposizione dei secoli e degli studiosi la
vostra testimonianza sincera e veritiera.
Mi fissò con curiosità, come se
avesse visto qualcosa di comico nella mia risposta.
Verità, quale verità? Le racconterò come ho vissuto, questo lo posso
fare, ma non è da pensare che la mia povera persona possa donare verità di
durata secolare e autenticamente sincere.
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2 febbraio 2012
Il regno della giustizia e il falò delle vanità

Il terzo libro
delle tavole
Viaggio
nell’Italia del remoto futuro
Il
regno della giustizia e il falò delle vanità
(
anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)
Il luogo dell’incontro era un piccolo locale vicino a un parco, una
specie di chiosco con i tavolini come si vedono in molte capitali d’Europa.
L’uomo era lì con i suoi capelli bianchi, ben lavato, cravatta e camicia
d’altri tempi, una cartellina in cuoio vecchia, forse con delle carte. Aveva
davanti a sé un bicchierino di bianco, un piattino rivelava che aveva mangiato
qualcosa, mi accomodai e ordinai altri due bicchieri di quella roba. Rodolfo Brandimarte era estremamente cordiale
quasi familiare, dopo il secondo bicchierino di bianco il vecchio bibliotecario
mi chiese di Berlino e del Museumsinsel; conosceva il sistema museale della
capitale e di sicuro aveva visitato la città. Mi apprestavo a fare delle
domande su cosa era successo durante i primi giorni di apertura del Processo
Nazionale contro i vinti della Guerra Xeno, quando ormai in animo di far
confidenze tirò fuori dalla tasca un oggetto dall’apparenza un po’ ripugnante,
un oggetto circolare schiacciato, rovinato. Era una medaglia, una vecchia
medaglia bruciata e graffiata. Mi raccontò una storia accaduta allora, non
lontano da questo parco; dove un tempo era stato costruito il Palazzo nuovo del
tribunale. Era la triste storia del commendator Pasquali, che fu linciato dalla
folla subito dopo l’entrata in città degli Xeno; ma Rodolfo mi rivelava dei
particolari di cui era a conoscenza. Mi ricordo quel che disse e inoltre presi anche
qualche appunto, così parlò:
La distruzione del grande
palazzo del tribunale avvenne nella Terza Guerra Mondiale durante le prime fasi
dell’attacco Xeno che spianarono con le bombe a pressione il quartiere e le
piste per gli aerei poco lontane da quel punto. Quell’edificio era un pessimo
edificio, presuntuoso, brutto, inquietante; sembrava uscito da un videogioco
degli anni Novanta dell’altro secolo o da un film di supereroi statunitensi. A ricostruire
qualcosa di serio ci pensò il regime presente che ha in sorte di essere vincolato
ai nuovi protettori alieni venuti da Andromeda.Sotto il regime dei raccomandati
e dei servi sciocchi controllato dai popoli dell’Atlantico le questioni di
giustizia erano affidate a complicati meccanismi burocratici dove dei tristi
personaggi pagati con i soldi pubblici e dei privati pagati dalle parti in
causa e ambigui amici degli amici creavano degli atti denominati sentenze e
tali atti burocratici stabilivano chi aveva ragione e chi torto, le sanzioni,
le punizioni, la detenzione in centri carcerari o di cura psichica, o l’innesto
di meccanismi di rilevamento sul corpo.Si trattava aldilà delle apparenze e dei
proclami roboanti della propaganda di guerra delle genti asservite ai poteri di
Atlantide di un clamoroso impasto fra migliaia di procedure burocratiche,
opportunismo, desiderio di potere e carriera di alcuni singoli, corruzione
sfacciata, aspettativa di mance e
dazioni, minacce da parte di organizzazioni criminali e terroristiche. Poi il
sistema venne distrutto dalla Guerra Grossa, le armate di Atlantide furono
scacciate dal Vecchio Mondo e gli schiavi e i servi dei loro governatori,
delegati e generali che avevano posto al potere vennero processati, ma spesso messi davanti ai loro delitti e giustiziati sommariamente
dalle stesse popolazioni che avevano subito i loro oltraggi, le loro violenze e
le infami rapine di beni e di ricchezze naturali. Ma la storia che le voglio
raccontare oggi è diversa, è quella del commendator Pasquali Luciano, non so da
dove venisse; viveva in un appartamento ben arredato in un palazzo oggi
scomparso, forse era un giudice, forse un avvocato, forse un amico degli amici;
non so ma era conosciuto come uno di quelli che ci credeva davvero, che voleva
quel sistema, che ci aveva lucrato sopra e aveva ottenuto onori e soldi. Quando
la città fu assediata e i suoi amici persero il controllo delle colline e dei
territori limitrofi alla periferia, il commendatore si chiuse in casa; lo
videro rovistare in cantina incurante dei bombardamenti e delle sirene
d’allarme, qualcuno dei vicini lo invitò più volte a scappare, ci fu chi cercò
di fermarlo per dirgli che in fondo forse per lui era il caso d’andarsene dal
momento che qualche strada restava aperta, non aveva senso unire alla sconfitta
della sua causa anche la perdita della vita. Ma il commendatore andava dalla
cantina alla casa, dalla casa alla cantina con grosse scatole e carte
d’ufficio, pareva pazzo; qualche volta lo videro rovistare fa le rovine del
Palazzo per cercare qualche frammento della mobilia degli uffici. Così questa
cosa fu notata, e qualcuno pensò bene di far la spia, di mandare l’avviso ai
primi miliziani filo-xenoi entrati da poco in città. Forse volevano la sua morte per
entrare in casa e metterla a sacco, in tanti si presero delle libertà con la
roba altrui in quei giorni. Alla fine salirono le scale una dozzina fra
miliziani e guerriglieri e qualche entusiasta dell’ultima ora, metà di loro non
aveva né armi e neppure una divisa o un distintivo o una fascia al braccio, la
porta fu sfondata con un paio di proiettili e presa a calci, andò giù fra grida
e urli. Lo spettacolo che si presentò fu qualcosa di assurdo, i mobili erano
accatastati alle pareti, in quello che era il salotto c’era una specie di
tenda, come un grosso telo che copriva il pavimento, fatto da più teli malamente cuciti e tenuti
insieme. Il capo dei miliziani era uno che aveva fatto mesi di guerriglia,
rimase stupito ma capì che era una sorta di tenda, una tenda messa nel salotto
di casa. Chiamò fra il gruppo uno di cui si fidava e entrò dentro con la
pistola in mano e il coltello nell’altra, il commendatore era rannicchiato come
un bambino al centro della tenda, si era circondato delle cose della sua vita,
della sua carriera, aveva creato un mondo di oggetti piccoli e grandi che
ricordavano la sua carriera, il mondo come era stato prima. C’era perfino un
vecchio computer della Apple, fotografie, diplomi e certificazioni,
una foto del figlio morto in guerra, un vestito da avvocato, il codice civile e
quello penale. Ormai era un povero pazzo che viveva nei ricordi di un tempo
morto. Il vecchio guerrigliero era sinceramente addolorato in quanto la scena era patetica e miserabile nello
stesso tempo, ma ormai si era spinto troppo in là e fu costretto dalla
situazione a prenderlo a forza, a farlo tirar fuori per i capelli, a stordirlo
a suon di bastonate. Presero la tenda, ne fecero in sacco e presero il
commendatore dolorante trascinandolo per le scale, poco più avanti c’era una
piazzetta, un tempo era stata un parcheggio o qualcosa del genere. La tenda fu
rovesciata nel mezzo della piazza e tutta la roba cadde rovinosamente, una
piccola folla guardò stupita la scena e molti cominciarono a ridere, era una
risata di liberazione, il mondo di prima era morto e quella roba rovesciata per
terra ne era la rappresentazione simbolica. La folla sembrava una sola maschera
di cattiveria e crudeltà, volevano vederlo a pezzi, fracassato, uno che doveva
pagare per tutti, poco importava se era ormai un relitto umano, un povero scemo.
Qualcuno fra la folla gridò: bruciamo
tutto! Che vada a fuoco il ricordo di questi anni odiosi, criminali e
criminogeni!
Lo stesso capo dei guerriglieri era
sorpreso, aveva dodici elementi di cui forse solo sei o sette armati ma davanti
a lui si era radunata una folla di cento persone, alcune erano armate, con lo sfascio delle polizie locali e delle forze armate migliaia di
armi vecchie e nuove erano state prese dai privati per la propria difesa
personale, era a disagio. Forse fu per
paura che presentò alla gente riunita il commendatore dolorante e sporco. Tenne
un breve discorso nel quale disse che era finita, che ciò che era stato prima
aveva cessato d’esistere; quelli che avevano retto il regime erano andati in
rotta, fuggiti come sorci davanti ai potenti Xenoi e alle loro armi e non
sarebbero tornati e avevano lasciato i loro servi sciocchi e i loro schiavi in
preda alla furia di coloro che avevano derubato, oppresso e vessato con mille
crimini. Ora era necessario vedere i simboli e le cose del passato, quel passato
era morto, occorre capire per dimenticare. Qualcuno gridò che si doveva dar
fuoco a ogni cosa, alcuni fra la folla erano diventati come pazzi, esaltati,
c’era chi furente aveva la bava alla bocca, alla fina qualcuno si avvicinò e
diede fuoco. Il commendatore cercò di avvicinarsi, sembrava un diavolo, con le
ultime forze cercò di avvicinarsi agli oggetti di famiglia, alle foto. Fu la
folla e non i miliziani a prenderlo per
le gambe a trascinarlo via e a pestarlo
con durezza, gli ruppero le mani, c’è chi dice a morsi per rubare la fede
nuziale. Alla fine uno dei guerriglieri lo rovesciò a calci e lo mise supino.
Allora videro una vecchia fascia, un oggetto che in passato avevano sindaci e
assessori, ma questa era piena di patacche e medaglie, roba di tutti i tipi
anche di società sportive e di circoli ricreativi. Era il suo ultimo tesoro e
lo aveva stretto intorno alla pancia. Fu ammazzato a calci, bastonate e
manganellate mentre stringeva con le sue mani rotte il suo tesoro,
l’ultimo frammento del mondo nel quale era vissuto ed aveva prosperato. Se lo era legato alla pancia e fermato nella carne con degli spilli. Uno
della folla prese la fascia e staccò le medagliette e una per volta le lanciò
alla folla, souvenir del linciaggio gratuitamente distribuiti a tutti i
partecipanti. Molti le presero e le gettarono nel fuoco, un segno di abiura del
passato. Poi uno alla volta andarono via da quel posto, e dopo arrivarono i
salariati pagati dalla giunta che ripulivano le macerie e portavano via i morti,
caricarono il corpo rotto simile a un maiale scannato, presero la robaccia
bruciata, si tennero per sè qualcosa che pensavano di valore sfuggito alla folla. Uno
di loro era un mio conoscente e mi regalò questa cosa, un delle medaglie del
commendatore finita nel fuoco, credo sia di una qualche associazione sportiva probabilmente sciolta da decenni.
Rodolfo Brandimarte finì la storia e tirò giù tutto il vino, con calma
riprese il filo del discorso e mi disse che la vicenda poteva sembrar strana a
uno studioso figlio della Germania, ma era necessario capire la storia di
queste terre sempre dominate dai forestieri, da piccoli tiranni, generali e despoti domestici e demagoghi corrotti e corruttori alzati al
potere da eserciti stranieri e da poteri finanziari che non sanno neppure
offendere nella comune lingua. Il dominio forestiero e il servo locale
asservito agli stranieri avevano reso le popolazioni piene di odio e di
rancore, un rancore che non sapeva esprimersi politicamente o militarmente
finchè gli Xenoi e la loro guerra non hanno risolto la questione armando una parte
della popolazione e sollevando sotto le loro insegne milioni di malcontenti e
dissidenti. Questo fatto storico è a mio avviso in continuità con la
storia del Belpaese, quante volte una calata di eserciti o di barbari in armi
aveva distrutto imperi o regni secolari con il seguito di vendette, saccheggi,
stragi, violenze private, sostituzione di podestà e di governatori,locali e
perfino di leggi e consuetudini. I popoli della penisola erano di fatto il
frutto di sedimentazioni di popoli stranieri, d’invasori, di leggi e costumi esito
di guerre e invasioni e ad ogni calamità seguivano le abiure collettive di fedi
di fazione, politiche e religiose.Quanti episodi di pestaggio e omicidio
collettivo si sono avuti in queste terre a causa del passaggio di eserciti
forestieri o del cambio di regimi corrotti e dispotici dall’inizio della storia
è incalcolabile. Chiesi se era possibile fare due passi e lui si offrì di
raccontarmi la storia del quartiere in quei giorni di transizione dal vecchio
al nuovo mostrandomi i luoghi e cosa era rimasto del passato, curiosamente
volle pagare lui il conto. La giornata era bella, l’aria pulita e fresca.
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26 gennaio 2012
Il nuovissimo cambio di padrone: Le aliene di Andromeda
Il terzo libro delle tavole Viaggio nell’Italia del remoto futuro Nuovissimo cambio di padrone: le aliene di Andromeda

     Tempo fa mi capitò di osservare sull’obelisco detto il Birillo dalle parti della stazione, l’ultima targa in memoria dei morti ammazzati nella Terza Guerra Mondiale, la quale si unisce a tutte le precedenti e a modo suo le riconsacra. Questa targa non fu fusa con il bronzo dei cannoni nemici come una volta ma in una lamina di drone da bombardamento ribattuta e incisa, i tempi cambiano. Così in questo mio lieto passeggiare per la capitale mi son tornate alla mente le cose del passato. L’inizio del XXI secolo era un periodo strano milioni d’italiani vivevano soli con i loro pensieri e i loro problemi, gli umani erano mentalmente chiusi ed egoisti pur muovendosi fra masse anonime di consumatori compulsivi che giravano per centri commerciali, grandi magazzini, supermercati ed erano turbati dai miti morti e dalle memorie perdute del secolo precedente e da milioni d’immagini della pubblicità commerciale e della propaganda di guerra; nel frattempo le minoranze al potere e i capi politici infilavano un fallimento dietro l’altro. Il sistema sociale e quello capitalistico erano entrati in una crisi irrecuperabile; in sintesi si pretendeva uno sviluppo infinito e consumi diffusi in presenza di una popolazione umana crescente calcolata intorno ai sette miliardi di unità in un contesto di risorse planetarie energetiche, naturali e minerali decrescenti. Lo squilibrio fra sistema di produzione e consumo e risorse cominciò a crescere creando difficoltà ambientali e di natura sociale, ben presto le potenze imperiali principali del pianeta cominciarono a foraggiare terroristi, bande di soldati mercenari, seguaci di dittatori, ribelli, squadroni della morte per collocare in certi paesi o presso certi popoli dei personaggi autoritari o dei despoti in grado di aiutare i loro finanzieri e industriali di riferimento a controllare masse di forza lavoro, materie prime, risorse energetiche e naturali e ovviamente mercati. Da questo metodo per competere sul mercato globale, degno di banditi e di cospiratori, derivarono mille disordini e un problema: controllare le principali risorse naturali ed di energia fossile per lasciare a terra gli altri imperi rivali. Ovviamente si formarono due grandi alleanze militari una dell’Eurasia e l’altra dei popoli dell’Atlantico che iniziarono a mobilitare i loro alleati minori per studiare le armi e i mezzi altrui e prepararsi allo scontro diretto. Quando la guerra grossa era in pieno sviluppo arrivarono gli alieni; un colpo di genio li spinse a scegliere una delle parti in lotta per avere la possibilità di creare sul pianeta delle basi e delle colonie proprie in accordo con una parte degli umani, così una eventuale resistenza alla presenza aliena risultava dimezzata all’origine. Gli alieni erano molto diversi fra loro e quindi vennero presto alle vie di fatto per chi si sarebbe appropriato del Pianeta Azzurro e a seconda delle fazioni scelsero quello o quell’altro impero umano da foraggiare o da includere nel loro dominio. I più forti fra gli alieni si presero tutto il sistema solare pianeta azzurro incluso, i vincitori alieni della Terza Guerra Mondiale erano i più singolari di tutti e non supportavano nessun impero umano ma al contrario imponevano il proprio, essi risultarono alla fine sinceramente graditi alle genti della Penisola solitamente pronte a salire sul carro dei vincitori a prescindere da qualsiasi considerazione etica, religiosa, morale e perfino estetica. Quella fu una delle tante volte nelle quali le genti del Belpaese cambiarono di nuovo padrone. Il cambio del padrone straniero era un caso tipico nello Stivale dove dominazioni diverse nel corso dei secoli avevano preso possesso del territorio e delle popolazioni. L’ultima dominazione era avvenuta per mano dei popoli dell’Atlantico ed essi avevano preso il posto dei figli dei Goti, tutto l’apparato celebrativo dei padroni di turno fu rivisto e ripensato. Come era costume delle genti del Belpaese fu creato un sistema di omaggio al padrone del momento che sostituiva il precedente e c’era tanto da realizzare: scrivere libri idioti celebrativi dei nuovi padroni, fare film esagerati e assurdi sulle audaci imprese degli italiani nella Terza Guerra Mondiale, stampare qualche fumetto di cattiva fattura sugli eroi della Patria immortale, fare monumenti ai patrioti amici degli alieni, inaugurare solennemente cippi celebrativi orrendi, statue di cattivo gusto da mettere presso le rotonde stradali o presso i parchi pubblici, fontane celebrative intrise di cattivo gusto. Inoltre un paio di giorni festivi nuovi sostituirono i precedenti, fu dedicata all’alieno qualche festa patronale rivista e corretta e anche inaugurazioni di opere di pubblica utilità e carità. Completava il quadro delle riverenze e delle operazioni di ripulitura dello spazio urbano la sostituzione di toponimi e denominazioni di strade e vie diventate politicamente indecenti e scorrette, i manifesti affissi con i proclami di nuovi sindaci, nuovi governatori di regione, nuovi ministri e qualche tumulazione solenne di eroici caduti, o forse solo morti ammazzati, con grande rito civile e religioso. C’era molto da fare perché questi alieni venivano da lontano dalle parti della costellazione di Andromeda, ma c’era chi giurava che arrivassero perfino dalla galassia omonima, comunque non erano del tutto ignoti alle genti del Belpaese perché erano degli umanoidi di due metri e dieci, più o meno, con lineamenti graziosi e vagamente femminili, dotati di straordinari apparati tecnologici anche all’interno del loro corpo, arti sottili, magri, intubati in tute aderenti e strette; sembravano proprio le mazoniane della serie classica di Capitan Harlock; quella andata in onda su Raidue nei lontani pomeriggi del 1979. Si trattò infatti di una serie di cartoni animati giapponesi di gran pregio artistico che aveva causato in quel tempo una cospicua produzione di figurine da appiccicare sugli album delle Edizioni Panini e l’ammirazione dei molti. Nonostante le difficoltà iniziali, e il pessimo carattere di queste creature i vantaggi di questo nuovo dominio emersero e furono nel contesto apprezzati. Per prima cosa aiutarono gli umani a rendere stabile la propria popolazione sul pianeta e la pressione sull’ecosistema diminuì sensibilmente e le popolazioni aliene trovarono lo spazio per inserirsi senza far troppi danni. Integrarono le capacità di produzione e consumo dell’energia con la loro tecnologia di gran lunga superiore a quella umana e collocarono le loro colonie ponendo la capitale del loro Regno planetario nella Penisola sollevando così il Belpaese dal pericolo di seguire altri popoli nel collasso delle strutture sociali, produttive ed energetiche, migliorarono inoltre la salute della popolazione afflitta da molte malattie psicologiche e fisiche dovute ai guasti della civiltà industriale, indirizzando le genti del Belpaese verso una forma di civiltà sostenibile in relazione alle risorse del territorio. Per avvicinare gli umani del Belpaese al loro modello di regno eliminarono i poteri dei ricchi, dando al denaro un valore di strumento e non di fine dell’esistenza o di culto sacro o di Dio vivente come era invece capitato sotto il dominio dei signori dell’Atlantico quando banchieri e miliardari erano il potere ultimo e definitivo e tutta la piramide sociale e il potere politico era sotto di loro. Ma qualche dispiacere arrivò comunque perché questi esseri allungati avevano una caratteristica dei nostri antichi romani, ossia identificavano Dio con il loro sovrano, il loro Cesare era sia Pontefice sia Imperatore. Quindi il Concordato fra Stato e Chiesa risultava impossibile perché non erano due realtà distinte ma la stessa. Fu necessario ricostruire una Fede religiosa per le genti del Belpaese a partire dal fatto che il Pontefice era coincidente con il loro sovrano e adattare il culto all’evidenza che il Dio di cui normalmente si ragiona presso i cristiani aveva un qualche rapporto con questi nuovi padroni, visto che erano qui. Così fu creata una nuova fede senza le incrostazioni del passato, i dogmi frutto di compromessi, le storie inverosimili di miracoli, le stranezze teologiche per imporre un culto religioso inteso come religione civile, come al tempo degli antichi; si realizzò così un modello di fede alla maniera del Machiavelli. In realtà molti Dei dell’Antichità altro non erano che astronauti alieni arrivati sul Pianeta Azzurro per i motivi più strani e di conseguenza fu possibile, una volta colta questa verità già nota fin dai tempi di Peter Kolosimo, arrivare a un decente compromesso nello Stivale fra le parti e creare una coincidenza fra Dio e il Sovrano alieno. La Chiesa divenne una e di Stato come capitò nella Francia Rivoluzionaria al tempo di Danton e Robespierre, e questo avvenne praticamente senza resistenze o critiche, in fondo anche Dio era per le genti del Belpaese uno dei tanti invasori arrivato due millenni fa a cacciare i molti Dei di prima, perché scandalizzarsi se il nuovo potere lo cambiava, e come i Cesari di un tempo poneva se stesso quale Dio del suo popolo e delle genti che erano parte del suo Regno. La convivenza con gli alieni comportò una reciproca sopportazione e una forma di medicina integrata dai microchip e dalle nanotecnologie, gli alieni erano piuttosto sobri e non volevano perdere denari e risorse in cure mediche costose e in spese di farmacia e a modo loro potenziarono gli umani del Belpaese con reciproca soddisfazione, inoltre non sopportavano sprechi di forza lavoro, truffe, furti, ignoranza e disoccupazione e forzarono le genti del Belpaese a seguirli sulla strada di un modo creativo e collettivo di vivere e di stare al mondo, dove il merito e il valore del singolo avevano modo di esser apprezzati e dove tutti avevano un loro posto con la dose propria di utilità collettiva e dignità individuale. Tuttavia c’era un prezzo da pagare questi alieni sono simili alle api e alle formiche sul piano dei sessi, nel senso che la totalità dei loro vertici burocratici, scientifici, militari e politici erano tali per motivi di programmazione genetica e biologica e questa cosa era una proprietà di quello che poteva esser visto come il sesso femminile; questo turbò gli italiani maschi e anche le femmine furono sconvolte dalla novità di vedere il potere e il dominio sul mondo in simili mani smaltate e inanellate, e creò disagio nonostante i benefici enormi che comportava la sparizione dei vertici accademici, politici e militari e burocratici ereditati dal passato; chinare la testa davanti al sesso debole era un prezzo amaro ma accettabile se l’esito era la sparizione di interi ceti sociali di parassiti, papponi, delinquenti comuni, feccia umana collocata in posti di responsabilità dai dominatori venuti dall’Atlantico. In una parola per quanto doloroso fosse il vedere delle donne, o qualcosa di simile trattandosi di alieni, al potere per i popoli dello Stivale era molto meglio esser governati da una regina aliena e dalle sue amazzoni spaziali e supertecnologiche che non subire i viceré stranieri che governavano per mezzo di una finzione di Stato in verità corrottissimo ed estraneo alla storia e alla vita delle genti della Penisola. Oggi che molti guasti del passato scellerato sono stati curati, e di quei secoli sciagurati è rimasto solo il ricordo e qualche mito morto mi chiedo quale funesto destino sarebbe capitato alle genti del Belpaese senza l’invasione aliena, forse l’unica che ha davvero portato dei benefici alle troppe volte invase genti d’Italia; forse gli altri esseri umani erano il problema, dopotutto con tutti i contributi dati all’arte e alle civiltà del Pianeta Azzurro sarebbe stato lecito aspettarsi un po’ di riguardo dai propri simili, ma questo fatto è diventato realtà solo con delle femmine aliene con la faccia simile alla plastica, la pelle gommosa e un odore molto forte di prato tagliato da poco. Per ciò che riguarda la città essa è stata miracolata da questa gente di Andromeda, essa è cresciuta in altezza e in profondità ed avendo avuto di nuovo il ruolo di capitale essa ha incluso i territori vicini fino a un raggio di cinquanta chilometri, la città del passato si sta dissolvendo lentamente nel nuovo che sprigiona potenza; le distruzioni della Terza Guerra Mondiale hanno favorito la ricostruzione su nuove basi. Del resto dove queste creature sono arrivate hanno rifatto il volto delle città e della vita quotidiana con una architettura vivente, dove la struttura abitativa, industriale, o destinata ai servizi è parte viva del tessuto naturale per mezzo di quella loro tecnologia che dà una dimensione di vita e di senso anche ai muri delle case o al sistema di riscaldamento o allo scarico dei rifiuti. La mente elettronica è nel nuovo sistema parte di un complesso biologico unitario che integra l’essere vivente, i supporti alle forme di vita, la struttura, le caratteristiche specifiche del manufatto, ogni veicolo, mezzo militare o costruzione è una realtà unitaria. Questa è una tecnologia che deriva direttamente dalle basi spaziali e dai moduli dei veicoli che attraversano lo spazio esterno. Certo che pare incredibile come miliardi di umani nel Novecento son vissuti in ambienti squallidi, pieni di sostanze discutibili e spesso tossiche, in edifici privi di gusto, in città inquinate piene di degenerazione sociale, corruzione e violenza, ed è incredibile che tutto questo era volto a creare ricchezza e potere per una piccolissima casta internazionale di miliardari e banchieri collocati ai vertici della piramide del potere. In effetti la vittoria aliena nella Terza guerra Mondiale è stata una benedizione per le diverse forme della specie umana. Ripulire l’ambiente urbano e il territorio dalle corruzioni degli anni della globalizzazione delle genti dell’Atlantico è cosa che impegnerà ancora molti anni. In questo almeno il contributo della popolazione della Penisola si è rivelato importante, ha permesso di armonizzare le esigenze degli esseri umani con le capacità della civiltà aliena; per la prima volta dopo secoli di oscurità le genti del Belpaese esportano la loro civiltà rinnovata invece di subire le indigeste e spesso pessime novità portate dai diversi invasori umani. Così dopo secoli è arrivata la resurrezione della Civiltà nel Belpaese, il beneficio che ne hanno ricavato gli abitanti per la salute mentale e la tranquillità della vita quotidiana è universalmente riconosciuto, e grande è la soddisfazione generale. Ma in fondo un potere che sa essere erede della natura e della civiltà dei Cesari per quanto forestiero sia è di casa nello Stivale e l’integrazione fra le due popolazioni è oggi riuscita, quella architettonica un po’ meno e i magnifici edifici del Regno stonano con quanto ereditato dal passato, spesso essi ridicolizzano molti manufatti della seconda metà del Novecento, ma come molte cose del passato e in particolare le periferie deformi della civiltà industriale si dissolveranno per lasciare il posto al nuovo, come in una legge di natura dove vita, morte e resurrezione di una civiltà s’incrociano nello scorrere infinito del tempo cosmico.IANA
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16 gennaio 2012
Uno scritto filosofico-sociale su questo tempo
Con la gentile concessione di Carlo Gambescia pubblico questo scritto filosofico di Stefano Boninsegni. Uno scritto che descrive la società odierna formata dai processi di terza rivoluzione industriale come una giungla popolata da esseri umani tendenzialmente soli con legami sociali ridotti o di natura mercantile.
http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2012/01/lamico-stefano-bonisegni-in-questo-bel.html
 L' amico Stefano Boninsegni
(*), nel bel post di oggi, ci ricorda due cose fondamentali: in primo
luogo, che bisogna sempre distinguere tra necessaria difesa
dell’individuo e sciocca celebrazione dell’individualismo;in secondo
luogo, che l’individualismo come avversione verso l’esistenza di
qualsiasi forma di società intermedia tra individuo e Stato, mina le
radici stesse della socialità umana. Insomma, un “ripassino” niente
male. Buona lettura. (C.G.) -
Società senza socialità di Stefano
Boninsegni
. Secondo il “reazionario” Joseph de Maistre, l'attacco
alla religione e l'individualismo dei Lumi avrebbero distrutto la
socialità, che l'autore francese considerava sacra e proponeva di porla
sotto comando divino (si veda S. Holmes, Anatomia
dell'antiliberalismo, 1995 ). Al di là delle argomentazioni, spesso
ingenue, usate da Joseph de Maistre, non vi è dubbio che oggi gli
uomini vivono in società sempre più atomizzate, dove la socialità è un
bene sempre più scarso. Un musicista intervistato da Giordano
Casiraghi nel suo Anni 70 (2005) afferma : “se negli anni 70
parlavi di politica in un ristorante, vi era la probabilità che quelli
del tavolo accanto interferissero. Oggi sarebbe inconcepibile” Manca
cioè un clima di socialità che lo renda possibile. Significativamente,
sempre di più le Amministrazioni locali sono impegnate nel recupero di
antiche feste, sagre ecc. Lo scopo è il recupero delle identità
culturali, ma più profondamente vi è l'intento di creare socialità. Diversa
la situazione nella passata società industriale. Essa ha generato,
secondo le varie fasi, una pluralità di forme di socialità che hanno
svolto la funzione di sostituire i legami della società agricola,
arginando l'azione socialmente dissolvente del capitalismo. Il che non
toglie che in essa si siano sviluppati fenomeni di solitudine
metropolitana, sulla quale tanto si è scritto e riflettuto.
L'alienazione capitalista ha progredito inesorabilmente per restituire
l'attuale società, spesso definita come la società dell'estraneità
reciproca Diffuso, tuttavia, fra chi ne ha l'età, il rimpianto di
quando nel quartiere ci si conosceva tutti, i negozi erano luogo di
conversazione e conoscenza, in un clima di disponibilità reciproca. Se
una famiglia nel periodo festivo, ad esempio, incontrava in un camping
un' altra famiglia che abitava nello stesso quartiere, scattava una
sorta di obbligo sociale di frequentarsi. In questo caso valeva un senso
di appartenenza ad un territorio. Se un comunista si imbatteva in un
altro comunista, la socializzazione era garantita dal senso di
appartenenza ad un popolo altro (la diversità comunista) Per quanto
riguarda poi, nello specifico, gli anni Settanta, al di là del duro
scontro politico che li contrassegnò, rappresentarono un festival di
socialità giovanile : a fianco del quartiere che resisteva come fonte di
socialità, l'ampia minoranza di giovani che si rivoltò, recuperò le
piazze come luogo di incontro e socializzazione. Vi erano piazze per
militanti “puri”, nonché piazze per aspiranti freaks Per inciso, sarà da
questa componente che scatterà un rifiuto di una militanza repressiva e
saranno avanzate istanze tutt'altro che trascurabili all'interno del
processo culturale che culminerà nell'individualismo del decennio
successivo Con questo, anticipando la nostre conclusioni, vogliamo
sostenere che non vi è una vera socialità in mancanza di un senso di
appartenenza. Secondo Dahrendorf ( Il conflitto sociale nella
modernità , 1992 ) ciò che ha garantito socialità e solidarietà
nella passata società industriale, va ricercato nel conflitto di classe.
Esso ha creato solidarietà profonde nel mondo del lavoro e,
direttamente e indirettamente, ha ispirato grandi aggregazioni popolari,
che paradossalmente hanno costituito quella coesione sociale necessaria
al capitalismo. Ma è proprio alla fine degli anni Settanta, distinti
dalla fine del movimento operaio e dell'idea socialista, che
rapidamente si passa da un'atmosfera solidarista ad una mentalità
individualista. E' in questa fase che si teorizza la “fine delle
ideologie”, espressione mistificante nella misura in cui una soltanto ne
resta in posizione egemonica, ovvero quella liberale. Il “pensiero
debole”, dalla sua, teorizza che con la fine dell'ultima metafisica, il
marxismo, gli uomini sono liberati dall'ossessione di ingegnarsi ad
elaborare utopie. Ma la “vera” teorica di questa transizione è la stessa
Signora Thatcher: allieva di Ayn Rand, era solita sostenere che “ la
società non esiste, ma solo gli individui”. Per inciso, l'individualismo
di ritorno, di cui ella celebra i fasti, è in realtà un individualismo
malato di narcisismo, edonismo, lontano dagli ideali della scrittrice
russa. In ogni caso, la mentalità individualista che si afferma dalla
fine degli anni Settanta, dissolve ogni senso di appartenenza, e con
questi, inesorabilmente e tangibilmente, la socialità, fino al punto di
inquietare, come abbiamo visto, le stesse “istituzioni”, perché una
società che perde la sua socialità è sempre sull'orlo dell'implosione. Questo
processo ha avuto varie interpretazioni. Pietro Barcellona, che ha
studiato profondamente il legame sociale ha scritto : “Ciò che è
cambiato non è facilmente coglibile astrattamente, e ci costringe ad
affrontare il problema della rilevanza fondativa delle pratiche
sociali.E' cambiata, infatti, anzitutto quella che si direbbe la Stimmung
; il senso comune, l'immaginario. La direzione di marcia, il senso
della vita, ( appunto la Stimmung del tempo ) : il tempo in cui
viviamo ha un altro “senso”. E' penetrata sempre più nel senso comune
una “visione singolarizzata” della nostra vita. L'immagine con la quale
strutturiamo il mondo non è più “espressiva” del rapporto con l'altro” (
L'individuo sociale ,1996 ). Alain Laurent ha avanzato un'
ipotesi interessante : anche se sul piano culturale ( nel senso lato del
termine ) prevalevano visioni anti-individualiste, nella vita concreta
gli individui progressivamente adottavano modelli consumisti e
individualisti. Ad un certo punto esplode inevitabilmente la
contraddizione ( Storia dell'individualismo,1994) Marco
Revelli, che ha definito il passaggio del solidarismo degli anni
Settanta all'individualismo degli Ottanta come il passaggio
dall'identità collettive all'individualismo del consumismo di massa, ha
il merito di aver posto fortemente l'accento sull'erosione della
socialità. In passato il docente piemontese ha intravisto nel Terzo
settore un possibile veicolo di socialità. In realtà, rischio che lo
stesso Revelli aveva preventivato, quest'ultimo si è ridotto alle
cosiddette cooperative sociali, a cui gli enti pubblici appaltano varie
funzioni a scopo di risparmio. Del resto - così teorizza Revelli - "la
socialità bisogna volerla o non sarà" ( La sinistra sociale,
1997 ) Ma la socialità non si può volere. Essa, date certe
condizioni, sgorga spontaneamente. Gli uomini occidentali
contemporanei, al momento, come ha spiegato Lasch, sono condannati ad un
“io minimo”, schiacciato sulle proprie strategie difensive, in una
società colta come una giungla. ( L'io minimo, 1985 ). .
Stefano Boninsegni . (*)
Storico delle idee sociali. Si è occupato di Sorel e del sindacalismo
rivoluzionario. Ha scritto saggi di argomento sociologico e filosofico
sul movimento operaio, l’individualismo di massa e la crisi del legame
sociale. Tra le sue opere ricordiamo in particolare New Economy
(2003 ) e l'importante libro-intervista a Giano Accame e Costanzo
Preve, Dove va la Destra? - Dove va la Sinistra? (2004), volumi
pubblicati dalle Edizioni Settimo Sigillo. . Copyright
© 2012 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per
richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com.
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5 dicembre 2011
Dedica finale della recita a soggetto
Bibliografia
di nove libri e tre DVD per capire “La recita a soggetto”.
Dedico
“La recita a soggetto” a tutti i lavoratori del Maggio Fiorentino Formazione di
ieri, oggi, domani.
Bibliografia di nove libri e tre DVD per capire “La recita a soggetto”.
DVD
Joel Bakan, Jennifer Abbott, Mark Achbar, The Corporation, Ed.it. Fandango, 2003 The take – La presa, di Avi Lewis e Naomi Klein Ed.it. Fandango, 2005
Capitalism - A Love Story, di Michael Moore, ed.it Dolmen Home Video, 2009
Libri
Ernesto balducci, Pierluigi Onorato, Cittadini del Mondo, Seconda Edizione, Principato, Milano, 1987 Stefano Boninsegni, New Economy, Settimo Sigillo, Castello, 2003 Stefano Boninsegni (a cura di), Dove va la Destra? Dove va la sinistra?, Settimo Sigillo, Roma, 2004 Noam Chomski, Democrazia e istruzione, EDUP, Roma, 2004 Fabio Mini, La guerra dopo la guerra, Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, Gli Struzzi, Torino, 2003 Hayao Nakamura, Il paese del Sol Calante, Sperling & Kupfer, Milano, 1993 Piero Ottone, Saremo colonia?, o forse lo siamo già, Longanesi, Bergamo, 1997 Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini&Castoldi, Milano, 2000 Veltri Elio, Il topino intrappolato, legalità, questione morale e centrosinistra, Editori Riuniti, 2005, Roma
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23 novembre 2011
Le tavole delle Colpe di Madduwatta: Dominati e dominanti nel Belpaese

Una storia antica si ripete, il padrone straniero batte un colpo e il Belpaese risponde,talvolta a modo suo. Il 2 maggio 1945 le forze armate della Wermacht che Hitler aveva collocato nella Penisola si arresero alle forze armate alleate, inizia sotto il presidente statunitense Truman la pagina dell'Italia colonia culturale, economica, morale e civile degli Stati Uniti; e tanto per non sbagliare di lì a breve portaerei di terra per gli aerei da guerra a stelle e strisce sul mediterraneo infestato da terroristi e agenti comunisti. Le forze che si opponevano a questo erano le solite forze d'opposizione italiane ossia divise su tutto e settarie e destinate a restare sempre fuori dalle stanze che contano e dove si decide qualcosa. In particolare i Comunisti italiani erano la principale opposizione all'egemonia statunitense sulla penisola e avevano un peso politico e sociale ma mai sono andati al potere con le bandiere rosse al vento e le insegne della falce e martello stampate sopra. Alcuni ex comunisti pentiti dopo mezzo secolo e sotto le insegne di un riformismo laburista in salsa italiana e con un ex democristiano come premier il professor Prodi sono arrivati a prendere alcuni ministeri. Fine. Per il resto si tratta di una storia antica già nota tante volte scritta; il presidente Truman si aggiunge alla lunga schiera di dominatori e padroni forestieri quali Teodorico, Alboino, Carlo Magno, l'Imperatore Barbarossa, Federico II, Francesco I, Carlo V, Napoleone, Francesco Giuseppe, Vittorio Emanuele II. Tutti questi personaggi sono fondatori di periodi più o meno intensi di dominio straniero sulle terre e i beni delle genti difformi della Penisola, il Savoia non si salva dalla lista sommaria qui esposta perchè la Repubblica ha abiurato con la sua fondazione il passato monarchico e autoritario del fu Regno d'Italia. Quindi anche quel periodo diventa per forza di cose dominio straniero. Oggi il dominio Statunitense in Italia è in crisi e a mio avviso il presidente del consiglio appena deposto dal parlamento italiano ha pagato questo passaggio, o forse dovrei scrivere per questo cambiamento di pagina. Per far capire cosa intendo osservo che il mito americano si va dissolvendo, gli anni dove si poteva fare un manifesto politico ricopiandolo dalla pubblicità commerciale sono morti, sono morti anche gli anni ottanta del denaro facile del mito reganiano in politica, del neo liberismo rimane solo l'incubo della povertà per milioni di piccoli borghesi e l'arrocco dei privilegi e delle impunità da parte di piccolissime minoranze di miliardari e di superburocrati. Piccole minoranze di straricchi disposti a tutto pur di comprarsi politica e nazioni al riparo dallo strapotere delle multinazionali e dei diversi complessi militar-industriali legati alle potenze imperiali. Il mito umano e metafisico di Berlusconi apparteneva a una parte del Belpaese che credeva in una versione ridotta e stracciona del sogno made in USA, per milioni di elettori era il fondatore di una dinastia imprenditoriale e politica che ricordava la telenovela di Dallas, la serie con il mitico e cattivissimo J.R. Il cavalier nero era per milioni di elettori l'uomo milanese che aveva creato da sè una grande dinastia familiare proprio come quelle delle telenovele made in USA. Quest'uomo anche per i suoi scandali sessuali, giudiziari, politici, privati, per milioni d'italiani fu d'esempio e occasione d'invidia e di approvazione aperta o tacita. Il potentissimo Berlusconi era la biografia di tanta parte del Belpaese; e questo prima di venir eletto. Quel tempo è finito e frequentemente sulla rete o in televisione si sente il rombo degli aerei da bombardamento della NATO e statunitensi nel Mediterraneo e nel lontano oriente. Infatti le prime mosse del cosidetto governo tecnico sono superpolitiche e di allineamento alla politica estera di Stati Uniti e ex Impero Inglese guarda caso proprio sull'Iran paese che fa buoni affari con cinesi e russi e perfino con gli italiani e che è messo sotto pressione e minacciato di aggressione militare da parte di Israele, USA e da ciò che resta del fu Impero Inglese. Solitamente Berlusconi aveva buoni rapporti con i leader russi e cinesi, a mio avviso questo era un motivo in più per tanti partigiani e tifosi della causa statunitense in Italia per invitarlo a lasciare la Presidenza del Consiglio. Il tempo di Berlusconi è finito quando sono morti per milioni d'italiani i suoi sogni propagandistici da pubblicità commerciale e il suo mito americano di quarta mano. Spero che la sua uscita si porti dietro chi ha creduto in queste cose pessime e funeste, aggiungo che se ci sarà un Italia sarà fondata sull'ennesima abiura dei popoli della Penisola verso un passato ritenuto indecoroso, quel passato è questo presente.
IANA
http://it.wikipedia.org/wiki/Dallas_(serie_televisiva) http://it.wikipedia.org/wiki/Larry_Hagman http://www.lettera43.it/attualita/32040/la-russia-inaccettabili-le-sanzioni-usa-all-iran.htm http://www.notiziarioitaliano.it/index.php/mondo/82706-programma-nucleare-sanzioni-all-iran http://anpi-lissone.over-blog.com/article-19147943.html http://www.iran.it/
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23 novembre 2011
Terzo libro delle tavole di Madduwatta: L'eredità di una Grande Guerra
Il comune buonsenso vede un mistero nelle origini del fascismo, in realtà se si colloca la questione della sua presa del potere fra il 1919 e il 1922 si capisce quanto in profondità la Grande Guerra avesse devastato la società italiana e dissolto molti legami civili e morali che la tenevano assieme. In generale mi sento di scrivere che la guerra tende a non esaurirsi con il fatto militare o con i trattati di pace ma al contrario essa influisce sul futuro di quanti vi hanno preso parte e se è totale ne rovescia la vita e dissolve il senso delle cose. La guerra distrugge e crea la realtà che dovrà esser chiamta a ricostruire, essa è un processo dinamico con aspetti fortemente creativi e tende a operare enormi distruzioni fisiche e materiali e anche psicologiche e culturali. Oggi le sedicenti democrazie vanno in guerra con popoli poveri e stranieri, la stessa democrazia dovrebbe istigare i reggitori del potere finanziario e politico a più miti consigli, linvece c'è una certa sottomissione nella pubblica opinione; l'esperto, il demagogo televisivo, il sofista corruttore della carta stampata lodano e giustificano i nuovi conflitti come se fossero partite di calcio fra "impiegati scapoli contro quelli ammogliati"o cose della pallavolo femminile. Manca ai media il senso della responsabilità e alle società private che aiutano i servizi segreti a far passare nella pubblica opinione una certa idea del nemico di turno il senso profondo di ciò che fanno e di quanta violenza irrazionale immettono nelle popolazioni che compongono le sedicenti odierne democrazie. Forse in fondo finanzieri, politici a pagamento, opinionisti, scellerati, sofisti televisivi, banchieri amorali e masse di elettori corruttibili e cattivi desiderano la fine delle libertà di tutti per mezzo di un grande disastro militare, non riescono a confessarlo neanche a loro stessi, ma di questo si tratta; è l'urlo che viene dal profondo della loro psiche. La guerra è una pericolosa avventura, l'inizio è certo, la fine mai. In troppi nel profondo desiderano la guerra totale, quella guerra definitiva che distrugge il loro mondo e queste "democrazie all'Occidentale" ormai composte da masse elettorali di umani scellerati, imbelli, dissoluti e corrotti e plagiati dalla pubblicità commerciale fin dall'infanzia.
L’eredità
della guerra a Firenze
Il linguaggio politico italiano dei primi anni del dopoguerra rimase pervaso
dall’odio e dalla violenza.
La propaganda
di guerra
aveva portato nel discorso pubblico e politico
le categorie di amico e di nemico, la criminalizzazione dell’avversario
politico e il disprezzo dei miti e
simboli altrui.
Nei primi anni del dopoguerra, le forze socialiste ed operaie in Italia costruirono
un loro universo simbolico derivato dalle sofferenze e dai lutti generati dal
conflitto mondiale. Era un universo
fondato su un antagonismo feroce nei confronti del tentativo della classe
dirigente della penisola di costruire un mito pubblico della guerra volto a
celebrare la Nazione e la “Nuova Italia” uscita vittoriosa dal conflitto. Le forze di sinistra indicarono senza appello
le responsabilità delle sofferenze e la borghesia era da loro additata alla
riprovazione universale per i lutti, le privazioni, e i disastri provocati con
la guerra. Il 5 dicembre 1918 le associazioni
e le forze politiche socialiste dirette al Parterre, nella piazza che era stata
teatro della manifestazione solenne del 1916 per il genetliaco del re, in
corteo per commemorare i “morti proletari in guerra” furono oggetto di una
pesante provocazione. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale” il 6 dicembre
scrissero di questo incidente nella cronaca, affermando che i manifestanti furono fermati
da gruppi organizzati di studenti, reduci e mutilati, i quali mentre parlava
l’On. Pescetti provocarono gravi incidenti facendo fallire la manifestazione. I
quotidiani sottolinearono che gli aggressori s’allontanarono cantando a tutto
fiato l’inno di Mameli, mentre i socialisti, quando si ricomposero, cantarono
l’inno dei Lavoratori. In questo episodio, come in molti altri, i canti
erano la rappresentazione sofferta e partecipata di un omaggio funebre di
parte. Il giorno precedente “La Difesa” aveva lanciato un appello rivolto a
“tutti i proletari” per mostrare ai patrioti fiorentini, definiti “quattro gatti”,
la forza e il seguito di cui godevano i veri eroi; ossia coloro che
“deprecarono la guerra e nella guerra perirono”. L’appello era rivolto a: “Quanti
hanno mente, cuore, fede socialista”, in modo che tutti potessero vedere la
lealtà e il coraggio dei militanti socialisti. Infatti la chiamata a raccolta
affermò senza mezze parole che: “Ogni diserzione è un’offesa alla memoria dei
“nostri” caduti ed all’idea nella quale tenacemente sperarono. Proletari in
piedi!”
Il 28 dicembre lo stesso periodico fece un’analisi dell’evento delineando
esattamente chi erano i manovratori politici e cosa volevano: “Ed ora che la
guerra è finita, la reazione continua. Si mantengono ancora in vita le
associazioni di resistenza attraverso le quali la reazione si compie. Ne avemmo
un esempio evidente colla provocazione di domenica scorsa, nella quale si
giunse all’assalto a mano armata quando sorse a parlare il vecchio deputato
Beppe Pescetti, quasi si volesse ripetere il gesto che tolse la vita a Giovanni
Jaures…”.
Questo
avveniva contemporaneamente alla richiesta da parte dei socialisti fiorentini delle
dimissioni della giunta Serragli,
colpevole di malversazioni nella gestione di
stoffe,
destinate ad essere poste in vendita per calmierare i prezzi nel contesto della politica
annonaria del Comune nell’ultimo anno di guerra.
Le commemorazioni
funebri, atto di pietà religiosa, divennero fin dal dicembre del 1918 terreno
di scontro politico, di dimostrazione di fede ideologica e di potere.
“La Difesa”, per sottolineare la propria identità politica opposta e diversa
rispetto a quella borghese, non
esitò nell’appello del 14
dicembre a scrivere a
proposito dei soldati caduti che si trattava di “nostri morti”.
Il blocco
politico
che aveva fatto sua la causa della guerra e l’aveva gestita era ben deciso a
continuare la sua lotta politica anche nel dopoguerra, mantenendo ben salde le
posizioni di potere che aveva raggiunto all’interno dell’amministrazione
comunale. La primavera-estate del 1919 Firenze vide la nascita di organismi e
associazioni come la Lega antibolscevica, l’Associazione agraria Toscana e lo
scatenamento di tumulti annonari
causati dal carovita. Nello stesso periodo cresceva la forza e il consenso per
il Partito Socialista che ottenne alle elezioni del 1919 un risultato storico a
Firenze, superiore alla media nazionale.
In
questo contesto
il 24 aprile 1919, in piazza Ottaviani, i primi aderenti al fascio fiorentino
aprirono la loro sede nello stesso edificio dell’Associazione Nazionale dei
Combattenti. I fascisti agirono in modo
da compensare lo scarso numero di aderenti con la violenza fisica e verbale
portando avanti “quella che qualcuno ha voluto chiamare, a Firenze, “guerra
incivile”, tanto fu lo scontro in mano ai facinorosi, ai violenti, a gente che
stimava che la forza dovesse sostituirsi allo scambio di idee, al confronto fra
le ragioni addotte tra le parti”.
Nel luglio del 1920, in periodo pre-elettorale per il rinnovo delle
cariche amministrative, “La Difesa” pubblicò un articolo di denuncia
in merito alle continue pesanti provocazioni delle camicie nere, affermando che
era tempo di rispondere con la forza. La
violenza esplose il 29 agosto 1920. Nel corso di una manifestazione di protesta
che sfilava per il centro di Firenze si verificarono alcuni incidenti, nei
quali restarono uccisi un commissario di polizia e due manifestanti. Le esequie del commissario furono celebrate
in forma solenne con la partecipazione delle autorità.
Anche le altre
due vittime furono accompagnate nel loro ultimo viaggio terreno con una
cerimonia civile alla quale partecipò una folla di migliaia di persone,
decisa ad esprimere netta ostilità contro le autorità politicamente schierate.
Gli onori funebri si erano trasformati in un rito pubblico nel quale le forze
contrapposte palesavano la consistenza delle adesioni alla loro causa.
Le elezioni amministrative del novembre del 1920 si svolsero in un clima
rovente, con i socialisti accusati esplicitamente di essere traditori della
patria; la consultazione elettorale fu favorevole al blocco “anti–socialista” e
l’esito avrebbe portato alla formazione della giunta Garbasso. Il 7 novembre del 1920 un corteo socialista,
che manifestava a seguito della diffusione delle notizie sul risultato
elettorale in città, fu fatto oggetto di colpi di rivoltella sparati dai
fascisti e subito dopo disperso
dalla forza pubblica.
Sparatorie avvennero in altri luoghi della città, fu anche lanciata una
bomba in via Roma. Le responsabilità dell’attentato furono subito attribuite ad
un socialista e ad un delinquente comune suo presunto complice. Il fine di
quelle provocazioni era di creare una situazione torbida e confusa in modo da
accusare i socialisti di sovversione e, come era già accaduto durante la
guerra, di tradimento. “Il Nuovo Giornale” lanciò la notizia che i socialisti
si erano organizzati in gruppi armati di rivoltella che minacciavano gli
avversari. Fu facile, per le componenti
politiche del blocco, accusare i socialisti di aver ucciso due persone vicine
al loro schieramento; furono organizzati
funerali solenni per queste “vittime del terrore rosso” che ricordavano
l’omaggio funebre che veniva tributato agli eroi di guerra.
L’11 novembre 1920, in concomitanza con i festeggiamenti del genetliaco
reale, sfilò il corteo funebre. Durante il percorso vi fu una provocazione e
scoppiò un tafferuglio, forse provocato dai fascisti; i quali per ottenere
maggiore visibilità sfilarono anche dopo il corteo,
nonostante i divieti delle forze dell’ordine, percorrendo di nuovo le vie
cittadine.
Lo scopo di tale prova di forza era certamente dovuto al loro desiderio
di mostrarsi come l’unica forza politica in grado d’imporre ordine e sicurezza
nella città. Il 27 febbraio 1921 la
bomba di un’ignota mano terroristica esplose in mezzo a un gruppo di studenti
liberali che formavano un corteo patriottico diretto in piazza dell’Unità
d’Italia per onorare i caduti deponendo una corona d’alloro sull’obelisco.
L’esplosione ferì a morte lo studente Carlo Menabuoni che morì dopo
giorni d’agonia. La vittima successivamente fu oggetto di una mitizzazione tesa
a mostrare il defunto quale esempio di caduto fascista ed ex combattente eroico
ucciso a tradimento mentre partecipava ad una manifestazione patriottica in
memoria dei caduti. Per la verità il Menabuoni era affiliato ai giovani
liberali e nel corso del conflitto mondiale cadde prigioniero, forse aveva
delle simpatie per il fascismo, tuttavia la sua trasformazione in martire della
causa fascista è stata una evidente strumentalizzazione.
Si scatenò la
caccia all’uomo e i fascisti, organizzati in cinque bande armate, percorsero la
città. Una di queste prese di sorpresa il sindacalista Spartaco Lavagnini
sul lavoro e lo uccise.
Il
sindacalista era molto conosciuto e uccidendolo intesero eliminare un punto di
riferimento ed un simbolo delle lotte operaie fatte a Firenze durante la guerra.
Questa
violenza scatenò una guerriglia urbana
che colse gli stessi fascisti impreparati. Il 27 sera, a seguito della morte di
Lavagnini, i ferrovieri proclamarono uno sciopero per il giorno dopo, i
tranvieri aderirono all’agitazione perché alcuni colleghi erano stati picchiati
dai fascisti. Il 28
febbraio verso le 9 avvengono i primi scontri fra fascisti e scioperanti a
Porta a Prato. La spedizione fascista contro il rione sovversivo di San
Frediano partì in tarda mattinata e, inaspettatamente, le squadre non
riuscirono ad entrare nel quartiere. Furono fermate e costrette a difendersi
dalla reazione popolare presso via dei Serragli e Piazza Tasso. Una spedizione
che doveva raggiungere Sesto Fiorentino fu bloccata da una folla inferocita presso
Castello, un rione fiorentino al confine fra i due comuni, ed i fascisti per evitare
il linciaggio si barricarono nella villa del Tenore Caruso. Contro i fascisti e
la polizia vennero erette, nelle strade di Firenze, delle barricate, presidiate
anche con le armi. Nel primo pomeriggio interi quartieri popolari erano fuori
controllo e a quel punto l’esercito attaccò con il 69° e l’84° fanteria, forti
di autoblindo, artiglieria e mitragliatrici. La difesa era incentrata sulle
barricate e su ostacoli difesi da qualche arma da fuoco e dal lancio di oggetti,
si registrò perfino il lancio di un acquaio di graniglia su un autoblindo.
L’attacco
militare nei quartieri d’Oltrarno eliminò le barricate con l’uso delle
autoblindo e in qualche caso dell’artiglieria. Nel tardo pomeriggio l’esercito
ebbe ragione dei difensori e passò agli arresti dei sospetti. In questa
situazione di guerriglia urbana avvenne l’uccisione di Giovanni Berta che
diverrà il “caduto fascista” fiorentino più noto e di conseguenza il più
esaltato dal regime che gli dedicò
addirittura una città nelle colonie e lo stadio di Firenze. Si trattò, con ogni
probabilità, di un pestaggio mortale attuato da più persone, forse di un
delitto di folla. Il Berta transitava in
bicicletta sul Ponte Sospeso, nei pressi dell’attuale Ponte alla Vittoria
quando venne fermato, picchiato e scaraventato in Arno. Giovanni Berta era
figlio di un famoso industriale fiorentino ed ex marinaio che, nel corso del
conflitto, aveva fatto naufragio per causa belliche e si era salvato a nuoto.
Sapeva quindi nuotare, la sua morte è quindi da imputare al pestaggio subito.
La sera fu
ucciso presso Varlungo dai difensori di una barricata il brigadiere dei
carabinieri Loy che, convinto che lo scontro armato fosse cessato, si era
avvicinato inconsapevolmente al blocco stradale. Il giorno successivo il 1
marzo fu eretta una barricata dalle parti di via Erbosa, in piazza del Bandino,
che bloccava l’accesso a cinque strade. Un maresciallo dei carabinieri con
quindici attaccanti cercò di sgombrare
la barricata, fu ucciso dal lancio di alcune bombe a mano. La barricata
fu eliminata dall’intervento dell’esercito che arrivò sul posto con una sola autoblindo
e due cannoni. I Bersaglieri intervennero in Santa Croce, a Ponte a Ema ed a Scandicci fu usata
l’artiglieria e le mitragliatrici per rimuovere le “forze ostili”.
“La Nazione” uscì il 2 marzo con un titolo in prima pagina che sembrava
riprendere le edizioni edite durante il conflitto: “Le strade di Firenze insanguinate dalla guerriglia civile. Un tragico
bilancio: 15 morti e 100 feriti.” I titoli interni furono scritti come se
il quotidiano stesse riportando la cronaca di una battaglia: “moto
insurrezionale nel quartiere di San Frediano. Le mitragliatrici in azione –
Numerose vittime – Feroce vendetta contro un “fascista” altri dolorosi
conflitti-arresti e alcune perquisizioni”.
In terza pagina i titoli non erano meno forti e mostrano l’eccezionale
portata di quella violenza e la continuità fra il linguaggio della propaganda
politica e quello della propaganda di guerra: “Rivolta nel quartiere di Santa
Croce. L’uccisione di un maresciallo dei carabinieri al Bandino – Lancio di
bombe – Tentativo d’assalto ad una caserma – L’artiglieria in azione – altri
morti ed altri feriti – L’ultimatum dei fascisti al comitato comunista – la
cessazione dello sciopero”.
Il giorno
successivo, il 3 marzo, fu pubblicata la cronaca dei fatti di Scandicci, con
questo titolo: “Il moto insurrezionale di Scandicci domato dall’artiglieria”.
Questo titolo per quanto enfatico era veritiero: vennero sparati circa tremila
colpi di mitragliatrice e qualche tiro di una batteria di pezzi da 75 per arrivare
alla conquista del Comune.
Il giorno antecedente “Il Nuovo Giornale” uscì
in edicola con un editoriale
che
addossava
tutta la responsabilità delle violenze ai socialisti ed agli operai.
I due quotidiani
conservatori rivelano che il linguaggio di guerra era il naturale mezzo per
descrivere la situazione, in un certo
senso la guerra si era proiettata oltre la fine del conflitto.
La lotta per il controllo di
Firenze arrivò, ad una svolta attraverso un’azione principalmente militare, e
solo in parte squadristica, rivolta contro la popolazione di alcuni quartieri.
A causa di queste violenze ritornò con nuova forza in città quel linguaggio
politico e giornalistico derivato direttamente dalla propaganda bellica che
demonizzava l’avversario, incitava all’odio, esaltava e presentava come eroi i
morti della propria parte, i quali divenivano le prove più evidenti e più sacre
della santità della causa che veniva attribuita al loro sacrificio supremo. I
fatti di Firenze furono riportati con molta enfasi dalla stampa nazionale; a
questo proposito “L’Avanti” affermò che ormai “La stampa dipende dai
pescecani”
e di conseguenza s’era schierata dalla parte dei fascisti.
L’analisi dei fatti accaduti fu fatta dal quotidiano
il 5 marzo 1921 e fu molto semplice: “…si vede come la condotta dei fasci non
sia la ritorsione contro gli atteggiamenti delle organizzazioni operaie, ma
invece dipenda da tutto un preordinato piano d’azione col quale si mira a
distruggere quei fortilizi di resistenza che la classe operaia si è creata
attraverso tanti anni di sacrifici e lotte.” Il quotidiano sottolineava che
quest’impresa organizzata militarmente aveva causato 16 morti, 200 feriti e 500
arresti Il marzo del 1921 si caratterizzò per il clima di tensione diffuso che
sfociò in pestaggi e anche uccisioni in tutta la Toscana; violenze
particolarmente gravi accaddero a Empoli e a Foiano della Chiana.
Con l’acquisizione del linguaggio di guerra da parte delle forze
politiche anche le onoranze funebri ai caduti per la causa divennero oggetto di
costruzione di identità e di scontro.
In questo contesto l’8 agosto 1921, si verificarono degli incidenti nella
strada che porta al cimitero di Trespiano. Una delegazione degli Arditi del
popolo, mentre si recava ad onorare i caduti in guerra, si scontrò con una
delegazione dell’Associazione Nazionale Mutilati di Guerra, in modo tale da
provocare la reazione delle guardie regie che intervennero disperdendo il
corteo. Il 7 dicembre del 1921 fu invece
il funerale di un operaio, un lutto privato e non pubblico, l’occasione per
altri pestaggi fascisti contro quelli che avevano espresso una solidarietà di
classe
verso il defunto.
I riti funebri rappresentarono uno strumento di manifestazione della
propria identità e presenza politica durante quegli anni. Questo fatto si era
reso possibile perché la Grande Guerra aveva creato le condizioni perché il
culto verso i morti fosse, sia nel discorso pubblico sia a livello culturale,
un confronto con la propria memoria, la propria identità politica e quindi con
l’immagine di sé. I morti per la causa erano i testimoni di una passione e di
un comune partecipare ad una ideologia. Il fascismo a livello nazionale cercò
di trasformare gli squadristi uccisi e i simpatizzanti ammazzati, veri o
presunti tali, in eroici caduti; in un certo senso in nuovi martiri di
carattere politico.
L’obiettivo dei fascisti era creare anche a Firenze il culto dei caduti
fascisti e per costruire questo nascente mito, che nelle loro intenzioni doveva
avere un rilievo nazionale, scelsero il cimitero delle Porte Sante, ossia il
cimitero monumentale di San Miniato. La loro prova di forza in materia di uso
strumentale dei riti funebri la tennero solo nel 1924 quando, premuti da
un’opinione pubblica ostile a causa dell’efferato delitto Matteotti, decisero
di andare sino in fondo, imponendo la loro mitologia funebre a tutta la
cittadinanza.
Il 23 ottobre 1924, Padre Ermenegildo Pistelli
trasformò il pietoso rito di inaugurazione di un monumento in memoria di tre
maestri caduti in guerra in una cerimonia fascista, alla quale parteciparono
insegnanti e gli alunni delle elementari.
I bambini sfilarono davanti al ricordo modellato come un’ara romana e salutarono
romanamente.
Il 24 ottobre
furono tre avanguardisti, morti in una spedizione armata contro gli oppositori
avvenuta a Sarzana nel 1921, ad essere tumulati con un rito che intendeva
riaffermare il primato del fascismo su tutti i partiti,
mentre il 28 ottobre per la ricorrenza della marcia su Roma esercito e camicie
nere assieme inaugurarono un monumento,
peraltro piuttosto brutto, ad uno squadrista ucciso nel luglio del 1921. Il 2 novembre un gruppo di cittadini
evidentemente arrabbiati appesero in una cappella privata un ritratto funebre
di Giacomo Matteotti; ne seguì una colluttazione con i fascisti, intervennero i
carabinieri
per sedarla. L’elemento del ricordo dell’eroe caduto si era così
trasferito dal contesto della propaganda di guerra in quello della vita
politica, anzi nel caso di Matteotti si può dire che la condanna dell’omicidio
politico e la conseguente identità politica antifascista passasse per
l’esibizione del suo ritratto funebre.
Il ricordo dei morti era ben presente nel discorso politico del primo
dopoguerra, questo fatto era concomitante con il problema dei ritorno delle
salme dei caduti dai cimiteri di guerra e delle loro onoranze funebri, una questione questa rimasta irrisolta subito dopo la fine della guerra.
L’esperienza di guerra e la propaganda
avevano creato un linguaggio fondato sulla coppia di opposti Nemico/Amico.
“…Possiamo definire dicotomizzare un permanente abito mentale dell’età moderna
che sembrerebbe possibile fra risalire alla realtà della Grande Guerra. “Noi”
siamo tutti da questa parte, il nemico sta dall’altra. ”Noi” siamo individui
con nome e identità personali; “esso” è soltanto un’entità collettiva. Noi
siamo visibili, esso è invisibile. Noi siamo normali; esso è grottesco. Le cose
che ci appartengono sono naturali; le sue strane. Il nemico non è buono come lo
siamo noi”. Paul Fussell, La Grande
Guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna, 2000, p.97.
La Difesa”, 19 dicembre 1918; anche “La
Nazione” del 14 dicembre diede notizia della manifestazione. Tra i “quattro gatti” che provocarono gli
incidenti c’era l’artista e ex ardito Ottone Rosai ; su questo cfr. Roberto
Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino,1919-1925, cit., p.53. In generale sulla storia del canto politico
in Italia dalle origini fino ai nostri giorni cfr. Stefano Pivato, Bella Ciao, canto e politica nella storia
d’Italia, Laterza, Bari, 2005
“Cfr. “La Difesa”, 19 dicembre 1918
Cfr. “La Difesa”, 28 dicembre 1918
Lo scandalo aveva per oggetto il costo
spropositato di una partita di pessime stoffe acquistata dal Comune nel
contesto delle iniziative prese per sostenere lo sforzo bellico. Il fatto
provocò le dimissioni del sindaco e la caduta della giunta. Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986, p.111. e
Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti
annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p.75 e
p.112.
Tra la fine del 1918 e per tutto il 1919
“La Difesa” fu energica nel rivendicare l’impegno e la lotta sostenuta dagli
operai e dagli umili durante la Grande Guerra, arrivando infine nell’aprile del 1919 ad affermare che il
patriottismo borghese che stava organizzando i suoi riti pubblici era una
reazione alle manifestazioni e alla presenza socialista. Cfr. “La Difesa”, 19 aprile 1919.
Sul determinante sostegno del quotidiano
“La Nazione” ai gruppi politici che facevano propria la lotta antisocialista: cfr. Indro Montanelli, Giovanni
Spadolini e aa.vv., La Nazione nei suoi
cento anni, Tipografia del Resto del Carlino, Bologna, 1915, pp. 114 – 115.
“Alle elezioni del 1919 il successo socialista
è considerevole: 8 deputati (contro 3 popolari, 2 liberali e 1 democratico) e
92.000 voti (contro 33.000 ai “Costituzionali” e 40.000 ai cattolici del
partito popolare). E questo successo è superiore alla media nazionale. Ma la
sua stessa portata preoccupa la destra nazionalista, la classe media (commercianti
e piccoli artigiani) ed i cattolici, che l’anticlericalismo dei “massimalisti”
spaventa”. Pierre Antonetti. Storia di
Firenze, Edizioni scientifiche Italiane, Napoli, 1993. Sul contesto nel
quale si costituì il fascismo fiorentino Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, cit., p.113.e Roberto
Cantagalli, Storia del fascismo
fiorentino, 1919 - 1925, cit., p. 51 - 68. Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella
Toscana del 1919, cit.
Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma,
1986, p. 402.
Roberto Cantagalli nel suo saggio scrive
che ai funerali di coloro che erano morti durante la manifestazione
parteciparono circa 50.000 persone. Lo
scrittore Vannucci racconta che si
trattò di una folla con di poche migliaia di partecipanti. Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit, pp.114
- 115. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 495.
Cfr. “Il Nuovo Giornale” e “La Nazione”, 8 novembre 1920.
Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1920; sulle violenze
avvenute nel 1920 a Firenze. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, p. 23.
Spartaco Lavagnini, Arezzo 1886 – Firenze
1921. Diplomato ragioniere fu uno dei sindacalisti impegnati durante gli anni
della guerra a difendere i diritti degli operai. Al momento della morte era
un impiegato delle Ferrovie e segretario
del Sindacato dei Ferrovieri della sezione di Firenze. Ricoprì anche il ruolo
di direttore del giornale “La Difesa”. Cfr.
Roberto Cantagalli, Storia del fascismo
fiorentino, 1919 - 1925, cit., pp.147 - 173. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea,
Firenze, 1993, pag. 24 – 29.
Per quel che riguardala ricostruzione dei
fatti di quei giorni sono stati presi come testi di riferimento: Alberto
Marcolin, Firenze in camicia nera,
Medicea, Firenze, 1993, Giorgio Spini,
Antonio Casali, Firenze, Laterza,
Bari, 1986. Roberto Cantagalli, Storia
del fascismo fiorentino, 1919 – 1925, cit.
“Il
Nuovo Giornale” uscì nelle edicole il
2 marzo, trascorsi i due giorni decisivi di violenze, intitolando la prima
pagina: “Tre giornate di sangue, d’orrore, d’incendi a Firenze”. L’editoriale
del direttore Banti affermava che un gruppo di “parricidi perché assassini
della patria” pagati dagli stranieri avevano scatenato la sommossa. La cronaca de “La Nazione” del 3 marzo
descriveva il ritorno da Scandicci, che avevano preso a colpi di cannone e di
mitragliatrice, del corteo dei camions con i soldati vincitori, i quali
sfilarono per Porta San Frediano ed i Lungarni esponendo sopra un camion un
ritratto di Lenin preda bellica, come se l’azione fosse stata un fatto di
guerra. Dopo di loro sfilarono per le strade anche i fascisti. I giornali fiorentini enfatizzarono le
violenze di quei giorni e i loro articoli influirono su come i fatti furono
successivamente ricordati. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 -25.
“L’Avanti”, il 1 marzo 1921, pur non
avendo ancora tutti i dati per comprendere le proporzioni dei fatti, pubblicò
un articolo di denuncia sulle violenze avvenute a Firenze ed indicò nei
giornali borghesi i complici degli assassini.
Fu anche pubblicato il necrologio funebre di Spartaco Lavagnini, che
ricordava per toni e termini quello dei caduti durante la Grande Guerra. Subito dopo i fatti violenti, una volta
riportato l’ordine con la forza in città, dalle officine di proprietà della
famiglia Berta furono licenziati tutti gli operai; la stessa cosa accadde alle
Officine Galileo.
“La
Nazione”, 9 agosto 1921. Il pestaggio che seguì i funerali dell’operaio ucciso
è riportato nella cronaca de “Il Nuovo Giornale” dell’8 dicembre 1921.
Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”,
24 ottobre 1924.
Cfr. “La Nazione”, 24 e 25 ottobre 1924
Cfr. “La Nazione”, 29 ottobre 1924; “Il
Nuovo Giornale”, 28 e 29 ottobre 1924
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