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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


26 agosto 2016

Una ricetta precaria N.18

Ricetta precaria

Siamo a 18, due volte nove

Il passato porta con se ricordi anche ridicoli, se non fossero cose della mia vita perfino patetici. Mi ricordo di un momento della mia vita quando ero sospeso fra essere in tesi e la specializzazione per l'insegnamento. Capitava molto spesso di andare a giro in giacca. Senza la cravatta il farfallino, ma comunque in giacca. Il caso aveva voluto che fosse nelle mie disponibilità una scelta di giacche. Frutto questo anche di una donazione di uno zio che non se ne faceva di nulla per cambio taglia, se non ricordo male. Di solito nei film succede sempre qualcosa diavventuroso o erotico. Nel mio caso c'era un effetto calamita da parte dei mendicati di ogni specie.
Evidentemente individuavano in un tipo con la giacca qualcuno che doveva aver qualche spicciolo da donare. Era un continuo tampinarmi e infastidirmi per chiedere l'elemosina. Una volta fuori dal cancello della facoltà di Lettere uno dei soliti ambulanti con la pelle color cioccolato ha insistito così tanto sul fatto che aveva fame e dovevo dargli qualcosa per mangiare che gli ho donato il mio panino. Dall'espressione che ha fatto voleva preferibilmente qualche moneta, prese comunque il pane e andò via.

Quel periodo passò e notata la cosa un po' fastidiosa in molte occasioni evitai di andar a giro in giacca, non mi salvò questo dall'assistere alla virulenta scena quotidiana della mendicità ma era, per così dire, un vestire meno appariscente. Questo episodio mi riporta alla mente un mio vecchio espediente per non buttar via il pane. Il concetto dell'arrangiarsi in cucina con il pane mi portò a creare certe combinazioni che facevo con il pane vecchio, il pomodoro, il basilico, sale, pepe e quel che capitava. Per quel che capitava intendo: cipolla, avanzi di salsiccia, aglio, erba cipollina, qualche uliva rimasta in frigo. L'idea è questa: usare il pomodoro liquido e il pane vecchio. Faccio a pezzi il pane vecchio e lo metto assieme al pomodoro in una padella. Aggiungo un cucchiaio d'olio e faccio cuocere a fuoco lento. Poi metto gli avanzi e il basilico in modo da insaporire il composto. Per dare un senso alla cosa sale e pepe quanto basta. Aspetto che il pane si riduca a una specie di massa informe. Occorre assaggiare più volte il composto per assicurarsi che non si bruci o diventi pessimo. Quando siete sicuri della cosa buttate tutto su un piatto e mangiate. Se c'è bere vino rosso. Se è venuta male la cosa vi consolerete con il vino.

E così avrete risolto.




25 agosto 2016

Una ricetta precaria N.17

Ricetta precaria

Siamo a 17, numero primo

Il passato alle volte ritorna a tradimento, specie quando si sta in ozio, quando si hanno quei momenti della vita ove si scopre di aspettare qualcosa o di non aver nulla da fare o peggio di non voler far nulla. Così capita che con la calura estiva ritornino ricordi anche fastidiosi, ricordi lontani. Esperienze che mettono a nudo l'inesperienza di anni passati o peggio l'ingenuità. Curioso. Il proprio passato fa parte di noi stessi e è un fardello costitutivo della propria identità personale. Certo che il passato che ritorna è pieno di dettagli spiacevoli, di cose che danno fastidio a esser rammentate, di difficoltà improvvise, di disgrazie, di cose che era meglio se non capitavano. Mi ricordo di un periodo di disoccupazione subito dopo la laurea e la specializzazione. Si tratta di un ricordo di almeno dodici anni fa. Mi trovavo con poco denaro e sul momento non avevo la possibilità di trovare delle supplenze per via del punteggio basso in graduatoria. Avevo fatto una supplenza ma proprio sotto Natale era cessata e mi ritrovavo a spasso senza un lavoro. Erano le difficoltà normali nel Belpaese di chi non ha protettori o raccomandazioni serie e deve per così dire far fronte a questo genere di cose, mi trovavo in quel periodo davvero a contare i soldi. Inaspettatamente mi venne in soccorso un caro amico che doveva lasciare un lavoro presso un'associazione per entrare nel pubblico impiego. Si trattava di una cosa temporanea ma sarebbe servita per guadagnare qualche soldo sotto Natale e tirare avanti. Mi presentò al direttore del progetto e lavorai per un mese per loro. Si trattava di compilare delle schede per una celebrazione importante e di far un lavoro di segreteria. Mi ricordo che mi portavo il panino da casa. Si trattava di mettere assieme due o tre fette di pane da toast. Di solito lo farcivo con maionese, cetriolini e cipolline sottoaceto, insalata, pomodoro e anche una sottiletta di formaggio. Qualche volta aggiungevo un pizzico di sale o un wurstel tagliato a pezzi. Si trattava d una ricetta un po' d'emergenza, un tipico mettere di tutto. Eppure era una combinazione piuttosto riuscita perché mi faceva da pasto di mezzogiorno. Il panino incartato aveva quasi sempre la caratteristica di restare unto, era fatale e allora talvolta l'avvolgevo nella carta stagnola. Certo a ripensarci oggi era un segno di gioventù il trovare un lavoro di ripiego e l'arrangiarsi con un panino e una lattina. Un altro ricordo legato al tramezzino è quello di un bar dalle parti di Pietrasanta. Allora ero tutor e lavoravo per La scuola Edile Lucchese, fu il mio primo lavoro nel settore dell'insegnamento. Ero contento di aver trovato un lavoro nel settore dell'insegnamento, benchè non fosse quello il percorso verso il quale mi stavo specializzando. Mi ricordo di un tramezzino buonissimo preso in un Bar durante una pausa di quel lavoro. Mi ricordo che era bianco, talmente bianco che sembrava di mollica e basta. Con maionese, l'uovo sodo e l'insalata nella farcitura mi fece per un istante dimenticare le difficoltà di quel lavoro, gli allievi, la scuola, il direttore, gli studi e le mie inquietudini sul futuro. Fu circa quindici anni fa. Alle volte un sandwich o tramezzino può portare la testa indietro nel tempo, e allora basta un panino e ricordi cose che sembravano sparite. Ritornano volti, fatti, circostanze; il tempo si riavvolge come in un sogno e come il sogno appare confuso, fumoso, prossimo all'oblio.




4 agosto 2016

Una ricetta precaria N.16

Ricetta precaria

Siamo a 16, quattro volte quattro

Può succede in estate, quando siete in vacanza solo formalmente ma in realtà in casa a subire il caldo di pensare al passato. Ad anni di gioventù e di più forti passioni. Oggi le idee e le speranze di dieci o quindici anni fa sembrano stranezze, spesso illusioni o allucinazioni televisive. Il tempo passa inesorabile e la vita si fa difficile, quando uno si mette a cercar di capire quest'attività del pensare sembra come il perdersi in un labirinto. Mi ricordo di anni passati quando i problemi personali e politici convivevano con l'allegria dell'andare a giro di notte, per caso, dopo una partita, per un qualsiasi motivo d'occasione. In fondo i fatti sono semplici quando si è giovani è più facile confondersi e illudersi. Il tempo che è passato è irripetibile e quindi su questo essere una e una sola volta s'attaccano tutte le speculazioni e i pensieri sulle scelte fatte e sui destini del mondo. Quello che è stato e quello che non è stato convivono nel ricordo e nella riflessione. Eppure sento che nel passato c'era una grande forza d'inerzia, un peso enorme che impediva la trasformazione e il cammino ed è la quel misto di rassegnazione e abitudine al male che contraddistingue tanta parte delle genti del Belpaese. In quelle notti fra periferie e luoghi di villeggiatura avrei dovuto capire la forza silenziosa e negativa che era sparsa nell'aria. Ci si abitua al male e alla degenerazione. Le genti del Belpaese si adagiano, spiaggiano. Questo è dovuto al fatto che non c'è un piano condiviso, un ordine morale o religioso che trovi concordi non solo gli italiani-italiani ma anche gli italiani-italiani e le nuove comunità. La notte raccontava di questo e della dissoluzione dei legami antichi, patriottici, tradizionali. Forse le insegne in arabo o in cinese, forse i discorsi fatti con gli amici, forse le targhe delle macchine, o la babele di lingue e dialetti o forse i quartieri della periferia con il loro silenzio dopo una certa ora dovevano indicarmi il segreto più evidente del XXI secolo. Un mondo di consumatori è un mondo che ha come suo punto di raccolta e di condivisione il consumo stesso e quello che tiene assieme il sistema è il denaro; quello che sempre più spesso chiamo l'ultimo DIO. Eppure questo è solo uno dei tanti mondi umani possibili, è probabile che fra un decennio o due tutto questo sistema sia esaurito e consumato e magari sostituito. Propria questa consapevolezza di essere in uno dei mondi possibili mi spinge a pensare e a cercar di capire l'assoluto mistero delle cose evidenti; perché può capitare in questo aldiquà di dover render conto a se stessi di cosa si è stati, come e perchè. Una ricetta fra le tante, maturata nelle notti lontane merita di esser presentata ai venticinque lettori. Si tratta del solito panino da tavola calda tipo camioncino spersa in periferia fra fabbriche e officine chiuse e viadotto autostradale. Una delle mie farciture preferite era la seguente: dato un banale hamburger si proceda con la classica spalmata di ketchup e maionese, salsa piccante se c'è e se vi va. A questo va aggiunto una fetta di pomodoro fresco con una spruzzatina di sale sopra. Questo ardito panino non sempre è possibile perché non è detto che l'ambulante abbia sottomano il pomodoro fresco da insalata. Nel caso provate.

Mangiare questa cosa calda con bevanda gassata o lattina di bi




4 agosto 2016

Una ricetta precaria N.16

Ricetta precaria

Siamo a 16, quattro volte quattro

Può succede in estate, quando siete in vacanza solo formalmente ma in realtà in casa a subire il caldo di pensare al passato. Ad anni di gioventù e di più forti passioni. Oggi le idee e le speranze di dieci o quindici anni fa sembrano stranezze, spesso illusioni o allucinazioni televisive. Il tempo passa inesorabile e la vita si fa difficile, quando uno si mette a cercar di capire quest'attività del pensare sembra come il perdersi in un labirinto. Mi ricordo di anni passati quando i problemi personali e politici convivevano con l'allegria dell'andare a giro di notte, per caso, dopo una partita, per un qualsiasi motivo d'occasione. In fondo i fatti sono semplici quando si è giovani è più facile confondersi e illudersi. Il tempo che è passato è irripetibile e quindi su questo essere una e una sola volta s'attaccano tutte le speculazioni e i pensieri sulle scelte fatte e sui destini del mondo. Quello che è stato e quello che non è stato convivono nel ricordo e nella riflessione. Eppure sento che nel passato c'era una grande forza d'inerzia, un peso enorme che impediva la trasformazione e il cammino ed è la quel misto di rassegnazione e abitudine al male che contraddistingue tanta parte delle genti del Belpaese. In quelle notti fra periferie e luoghi di villeggiatura avrei dovuto capire la forza silenziosa e negativa che era sparsa nell'aria. Ci si abitua al male e alla degenerazione. Le genti del Belpaese si adagiano, spiaggiano. Questo è dovuto al fatto che non c'è un piano condiviso, un ordine morale o religioso che trovi concordi non solo gli italiani-italiani ma anche gli italiani-italiani e le nuove comunità. La notte raccontava di questo e della dissoluzione dei legami antichi, patriottici, tradizionali. Forse le insegne in arabo o in cinese, forse i discorsi fatti con gli amici, forse le targhe delle macchine, o la babele di lingue e dialetti o forse i quartieri della periferia con il loro silenzio dopo una certa ora dovevano indicarmi il segreto più evidente del XXI secolo. Un mondo di consumatori è un mondo che ha come suo punto di raccolta e di condivisione il consumo stesso e quello che tiene assieme il sistema è il denaro; quello che sempre più spesso chiamo l'ultimo DIO. Eppure questo è solo uno dei tanti mondi umani possibili, è probabile che fra un decennio o due tutto questo sistema sia esaurito e consumato e magari sostituito. Propria questa consapevolezza di essere in uno dei mondi possibili mi spinge a pensare e a cercar di capire l'assoluto mistero delle cose evidenti; perché può capitare in questo aldiquà di dover render conto a se stessi di cosa si è stati, come e perchè. Una ricetta fra le tante, maturata nelle notti lontane merita di esser presentata ai venticinque lettori. Si tratta del solito panino da tavola calda tipo camioncino spersa in periferia fra fabbriche e officine chiuse e viadotto autostradale. Una delle mie farciture preferite era la seguente: dato un banale hamburger si proceda con la classica spalmata di ketchup e maionese, salsa piccante se c'è e se vi va. A questo va aggiunto una fetta di pomodoro fresco con una spruzzatina di sale sopra. Questo ardito panino non sempre è possibile perché non è detto che l'ambulante abbia sottomano il pomodoro fresco da insalata. Nel caso provate.

Mangiare questa cosa calda con bevanda gassata o lattina di bi




10 luglio 2016

Una ricetta precaria N.15. Notti lontane e paninari col furgone

Ricetta precaria

Siamo a 15, tre volte cinque

Può succedere di notte, magari notte fonda, di spostare la macchina per via del lavaggio delle strade e delle multe e rimozioni del mezzo. Quando è davvero tardi il silenzio è notevole il quartiere sembra deserto, un dormitorio, un posto di fantasmi. Questo è il momento per ripensare agli anni andati e dissolti. Quello che sorprende è di aver passato infanzia, preadolescenza, adolescenza, primi anni di maturità in un Belpaese che non ha dei fini; ossia non c'è un senso delle cose e delle diverse condizioni o comunità a cui uno appartiene. La vita gira su se stessa e s'avvita nel sistema produzione-consumi-spazzatura. Ideologie secolari e materialistiche, forme di religione popolare, aspirazioni alla santità e alla giustizia; tutto si sfalda nel tempo che scorre. In passato ci sono state epoche dove il fine della comunità era l'obbedienza al sovrano-sacerdote e alle divinità politeiste, nel Medioevo c'era una piramide sociale il cui fine ultimo era imporre e far prosperare un regno cristiano, quale che fosse, in nome di Dio e del principe del tempo e del luogo. Questa civiltà non ha uno scopo condiviso. Ci sono delle minoranze di ricchissimi apolidi il cui fine è diventare ancora più ricchi piegando le leggi e le comunità e la convivenza fra soggetti sociali diversi che compongono le diverse parti umane di uno Stato. La realtà in cui vivo è permeata dal fatto di non avere senso, o meglio di non avere un regno dei fini che giustifica l'ordinamento sociale e l'esercizio del potere di una minoranza sulle maggioranze. Questa mancanza di senso si percepisce quando il silenzio e la notte è calata e il tumulto del giorno è spento. Forse la periferia è privilegiata rispetto ai centri urbani, si capisce meglio la mancanza di forma della vita quotidiana. Questa percezione è resa nitida dall'assenza dei luoghi tipici del potere quali palazzi nobili, grandi uffici, monumenti, rovine di tempi lontani, luoghi che rimandano a memorie di eventi e fatti del passato. Si è soli davanti a se stessi e al vuoto di questi anni. Il fare tardi mi ricorda un periodo della mia vita di tardo adolescente e quasi adulto. Da giovane ero stato un giocatore di Warhammer e capitava di far tardi, allora poteva capitare che si facevano le macchinate e perdenti e vincenti andavano a giro a mangiar qualcosa. Tra le mete possibili gli ambulanti professionisti della salsiccia e dell'hamburger alla piastra condito con le salse più improbabili. Era un modo di riempire la notte insonne con discorsi di tutti i tipi e va da sé sul gioco e di stare in compagnia. In un certo senso il darsi al gioco al tavolo verde, con i pezzi, le miniature, lo scenario e i dadi e le carte era un modo per mettere fra parentesi per qualche ora questa realtà così fastidiosamente concreta. Una ricetta fra le tante merita di esser presentata. Ero solito per il panino ordinare una salsiccia o un wurstel. Una delle mie farciture preferite era la seguente: una spalmata di ketchup, una abbondante di maionese, tabasco quello che serve. A questo va aggiunto, a seconda delle possibilità del paninaro di solito un ambulante in un furgone, una o due scelte fra funghi, crauti, melanzane, cipolla rosolate alla buona sulla piastra rovente. Mangiare calda con bevanda gassata o lattina di birra.

E avevate risolto




29 giugno 2016

Una ricetta precaria N.14

Ricetta precaria

Siamo a 14, due volte sette

Può succedere di trovarsi come un cretino spaesato davanti al frigo e con la falsa urgenza di metter su un pranzo in squallida solitudine. Nel mentre pensate a cosa inventare, la vostra mente va altrove. Alla maturità quest'anno nella prima prova fra le molte citazioni delle tracce c'era un brano di Umberto Eco, una definizione di PIL dall'Enciclopedia dei ragazzi e un discorso siciliano, ma celebrativo del paesaggio italiano, di Vittorio Sgarbi... Il senso di molte cose che avvengono nel quotidiano sfugge, o è incomprensibile. Forse perché non esiste. Il tempo delle certezze di passati remoti di soli trent'anni fa quando c'erano ancora i partiti di massa, totem e tabù nell'intrattenimento e nella comunicazione si è dissolto. La realtà non ha più interpreti e nessuno può ragionevolmente proporre dei grandi e ultimi fini dell'umanità. Per le minoranze al potere conta il calcolo sul breve periodo e il profitto personale. Molti appartenenti ai ceti super-privilegiati vorrebbero raccontare cose vagamente metafisiche e pseudo-religiose alle vaste plebi e plebaglie che costituiscono i diversi elettorati d'Europa. Ma il gioco ora viene male. In antico i re-sacerdoti e la nobiltà arcaica potevano rigirarsi la plebe abbastanza bene fra riti e adorazioni d'idoli e d'immagini. Ma nella civiltà industriale questo è meno facile, il plebeo-consumatore ha molti difetti ma ha uno spiccato senso della realtà: si rende conto in fretta di quando cala il suo potere d'acquisto e che si sta riducendo la sua quota di spazzatura perché consuma meno del solito. Quindi raccontargli che sta meglio quando sta peggio riesce male, anzi dopo tre o quattro anni capisce che lo fregano e mette in campo contromisure anche improvvisate o ridicole. In una parola reagisce, come reagisce un animale che sente il fiato del predatore sul collo, quindi in modo istintivo ma non senza intelligenza. In fondo se il consumatore non consuma ha perso lo scopo della sua vita e la sua ragione d'ingombrare la terra con il suo peso e la sua mole. Da questo fatto l'eccesso di ridicolaggini dell'informazione-spettacolo. Tutto quello che nei media comunica la realtà del quotidiano tende a passare dalle forme ordinarie dello spettacolo per queste plebi elettorali da rassicurare e tranquillizzare. Segno che sono milioni quelli davvero preoccupati o furiosi contro il sistema e le minoranze al potere. Se cosi non fosse non ci sarebbe alcun bisogno di distrarre con dosi da cavallo di spettacoli sullo stile della pubblicità commerciale e della banalità più scintillante. Il mondo di tutti è comunicato come se fosse una strana favola in 3D da vedere al cinema o una lite fra adolescenti rappresentata sui social. Intanto mentre questo avviene la stazione era sorvegliata dalle truppe aviotrasportate, un fatto diventato ordinario e quotidiano che fa da cornice a questi miei pensieri.

Oggi ho pensato a un piatto in cui due cucchiaiate di preconfezionata salsa russa vengono avvolte in una capiente fetta, anch'essa preconfezionata, di prosciutto crudo; completa il tutto tre bocconi di prosciutto e popone e un paio di sedani rinvenuti per caso e messi in mezzo a guarnire. Una cosa facile e agile per i pigroni che nemmeno vogliono far la fatica d'accendere il fornello. Un paio di fette di pane completano la cosa. Vino bianco ovviamente. In fondo fa caldo e la testa è altrove. Mettersi poi a pulire le pentole….




13 giugno 2016

Una ricetta precaria N.13

Ricetta precaria

Siamo a 13, un numero da Skaven di Warhammer

Può succedere che un tale dormendo sogni di far a pugni con un banco di nebbia lattiginosa, appiccicosa. Più si dimena, pesta di calcio, schiaffo pugno e più la massa bianca si fa stretta, forte. Alla fine è messo in ginocchio da qualcosa che non ha corpo, forma e ha un colore indefinito, come un sudario. Un rivale informe che trae forza dal disperdersi della propria energia e dalla perdita di senso delle proprie azioni. Sono questi i segni di un disagio che resta sepolto nel profondo, di quel male di vivere tipico di tutte le civiltà industriali; male che somma tutte le cause e tutti gli effetti ma che rimane senza nome, volto e cura. Perchè non c'è niente di peggio che non sapere da dove arriva il male, da dove arriva l'offesa e che nome e volto essa abbia. Condizione comune questa in una società burocratizzata, meccanica, vincolata a leggi spesso incomprensibili o a dinamiche di potere oscure. Non si sa da che parte arriva il male che colpisce; e questo male non ha un volto e meno che mai un senso o una ragione. Perchè ne ha troppi di volti e di ragioni e quindi nessuno volto e nessuna ragione in particolare; e quando si osserva una provenienza specifica essa sembra sempre un'accidente di qualcosa di più grande e più vasto. Perché questo modello di civiltà industriale è esso stesso produttore di disagio, precarietà e devianza di tutti i livelli e gradi. Ogni male particolare è la manifestazione di un tutto che è pervasivo, e ogni rimedio sempre parziale e particolare. Quindi si richiede l'improbabile per affrontare l'impossibile: riuscire a capire la totalità del modello di vita e di civiltà per determinare come si possa uscire da questa condizione alienante e infelice. Il che non vuol dire conoscere tutti i dettagli e tutte le verità, ma intuire e capire questo sì. Questo in parte è possibile. Occorre ritrovare se stessi e trovare le proprie ragioni per affrontare il male di vivere, ma questo è un ben duro e difficile percorso.

La ricetta di oggi è il tipico espediente per coloro che sono in una condizione d'insonnia e sentono il bisogno d'aprire il frigo travolti da noia disperante e sconclusionata. Prendete due coppie di pringles, non sono patatine anche se sembrano, mettete una fetta di prosciutto crudo in mezzo. Ora aldilà del fatto che di questo bizzarro e industrialissimo snack rompifame ce ne sono diverse categorie come al solito il consiglio è di usare quel che capita. Tanto finisce sempre così. Il segreto della cosa è di avere una striscia di prosciutto abbastanza fine da poter esser racchiusa fra la doppia coppia che avete in mano. Fate una sorta di panino e provate a mettere in bocca tutto in un solo colpo. Lo so che è da scemi ma in caso contrario le pringles si sbriciolano. Se riuscite a infilarle almeno per i due terzi si romperanno in bocca con effetto tipico. L'esito se ci riuscite è uno snack ultraveloce per le notti insonni. Il consiglio è di berci qualcosa dietro. Fate voi. Così avrete fatto finta per qualche minuto di aver combinato qualcosa mentre eravate solo in cerca di una distrazione dai vostri problemi e dalla difficoltà di dormici sopra.

E anche così avrete risolto












13 maggio 2016

Una ricetta precaria N.12

Ricetta precaria

Siamo a 12 come le dita delle due mani di eventuali giganti esadattili. Magari anche alieni.

Un ricordo d'infanzia riaffiora nella mente, lontanissimo, sfocato. Magari distorto rispetto a quel che era. Un giorno al tempo dell'asilo chi scrive e i bambini videro un gobbo che passava. Era un tempo nel quale i campi da un decennio stavano lasciando il posto all'espansione delle periferie. Il gobbo era anziano, forse era nato alla fine dell'altro secolo o all'inizio del Novecento. Figlio di un mondo diverso da quello del primo benessere e dei primi consumi di massa; il mondo i quel mio primo tempo di vita. Vestito di nero, curvo sotto il peso della sua deformità diede una terribile occhiata ai bimbi e fu ricambiato, molti avevano visto i gobbi solo nei libri delle favole; mi ricordo che ci fu del chiasso. Era un fatto simbolico, umile, di un ordinario cretinismo caratteristico di tutte le cose squallidamente banali. Il vecchio incrocia il nuovo. Un tempo va e uno viene. Tipico della vita umana su questo pianeta. In fondo la nascita è un momento e la morte ha la forma dell'istante. Quello che è in mezzo è una parabola simile a quelle della freccia dell'arciere. C'è il volo verso l'alto e poi la curva verso il basso. Fatto ordinario questo, squallidamente banale. Il problema è che fra i due estremi c'è una vita intera, e il senso della propria esistenza è il proprio segreto e un mistero da scoprire. Non esistono ricette facili per capire chi si è e quale è la propria strada; la scoperta di se stessi e il senso della propria vita è una lunga e tenace conquista personale. Diffidare di santoni, facili ricette, ideologie d'accatto, disciplinamento aziendale o sociale. Quindi la ricetta associata parte da una ciotola, tipico oggetto dell'infanzia. Nella ciotola buttate una pesca noce e delle fragole a pezzi. Aggiungete gelato a vostro gusto e poi ponete un cucchiaio di maraschino e uno di Alkemes. Aspettate lo sciogliersi del gelato e ingozzatevi con il composto nel quale si sono confusi aromi e sapori. Consigliato per sere calde o per momenti di smarrimento psicologico.

E anche così avrete risolto






9 maggio 2016

Una ricetta precaria per dessert e noia sconsolata. N.11

Ricetta precaria

Siamo a 11 come le dita della mano, più una di un piede.

Mostri esadattili esclusi dal conteggio grossolano sulle dita.

Allora, andiamo al dunque prendete un barattolo di dozzinale gelato alla panna possibilmente di provenienza empolese, ficcatelo con forza iraconda dentro un bicchiere in cui avete collocate almeno quattro o cinque fragole mature e grosse. Di quelle golose. Poi aggiungete un cucchiaio grosso di amaro al tartufo prodotto in qualche semisconosciuta distilleria umbra. Agitate tutto e cominciate a mangiare il composto godendovi le fragole semigelide mentre contemplate la punta della Calvana. Già perché qualche mano ignota in una domenica di pioggia ha scritto sotto la croce NO INC in caratteri bianchi. Segno di protesta già visto in altre parti d'Europa e in ben diverse occasioni; un atto manifesto contro la decisione di costruire l'inceneritore presa dal Palazzo. Francamente molte cose potevo aspettarmi ma non questa. Non si vedeva un atto politico da quelle parti da quando i militi della Repubblica Sociale e i partigiani comunisti si erano sparati nel lontano 1944. Qualcuno ha picchiato un colpo sulla cassa da morto della pubblica opinione nella piana fra Prato e Firenze. Novità quindi sotto le nuvole cariche di pioggia.

Mai visto in trent'anni di vita in questi termini una roba come questa. Per una volta una domenica triste, domestica, umida, sconsolata e piovosa si è risolta con una sorpresa. Aggiungete alla degustazione l'audizione di canzoni partigiane tipo “Fischia il vento” e “Bella Ciao” quest'ultima solo ed esclusivamente nella versione del coro dell'Armata Rossa; perché la versione italiana appare alle vostre orecchie troppo poco solenne.

E anche così avrete risolto




25 aprile 2016

Una ricetta precaria per il pranzo. N.10

Ricetta precaria

Siamo a 10 come le dita della mano. O almeno della mia mano.

Allora, incubo veritiero. Un bel risveglio post-incubo.

Vi ritrovate soli come cani in un luogo d'infanzia e pre-adolesenza, in una piazzola cercate dei funghi distinguendo i commestibili dai velenosi o immangiabili. Alcuni nello stesso spazio cercano cibo nella spazatura. Vi resta impressa una donna. Perchè vi ritrovate in testa una simile cosa lo sa solo l'inconscio. Poi solo. Tutti sono andati via o stanno scappando e il problema che resta è il ritorno, tornare indietro, al lavoro. Fine incubo. Non male, un bel rebus da decifrare.

Certo non è facile spendere tanta parte della propria vita a studiare, a insegnare, a formare per uno stipendio a detta di quasi tutti medio-basso. Altri mestieri tipo la top model, questo risulta dagli articoli di giornale alla voce quanto guadagnano a sfilata e dove hanno la residenza fiscale e ordinaria macedonia di scandali, sono molto incisivi nell'immaginario collettivo consentono a chi li esercita di cumulare in un giorno i denari che un docente o un ricercatore magari precario mette assieme in un anno. Del resto neanche la sottolineatura di certi fatti discutibili e talvolta penali che riporta la cronaca a proposito dei personaggi e delle belle signore del mondo dello spettacolo e della moda serve a sollevare il problema del senso e del fine ultimo dell'esistenza. I molti vivono nel qui e ora e non c'è scopo aldilà dello stretto e immediato presente; quindi l'ostentazione della ricchezza è la manifestazione dell'Ultimo DIO ovvero il denaro. Questo se riportato a livello di stipendio elargito nel settore della ricerca universitaria magari in una disciplina scientifica è ancora più stridente per le persone sensibili. Ma i molti non sono sensibili. I molti che sono consumatori compulsivi e plagiati dalla pubblicità amano perdersi nel mondo delle immagini in movimento e delle illusioni di ricchezza, nelle favole televisive e cinematografiche. Il quotidiano di chi vive di ricerca, insegnamento, educazione è scisso fra il torcere le spine di ferro dell'ordinario e la lotta contro un mondo straordinario e fantastico che è l'aspirazione dei molti; la democratizzazione e diffusione dei mezzi di comunicazione ha permesso di manifestare con forza quello che in altri tempi era sottotraccia o nascosto da ideologie, religioni, fedi laiche, dispotismo, tirannide: la scissione fra i pochi che esercitano il potere e hanno la ricchezza e i molti che sono chiamati a costruirla quella ricchezza gestita dai pochissimi. Quindi a risveglio avvenuto il ricettario qui ostentato con arrogante incoscienza consiglia la classica fetta di pane magari un po' raffermo con uno strato di discutibile burro salato. La commistione fra l'amarognolo del caffellatte e il salato del burro vi darà la scossa per uscire dalla porta e tornare al lavoro quotidiano. Inflitta la fetta nella tazza grande di un caffellatte malfatto darà come esito almeno di dare un sapore alla mistura che consumate la mattina.

Buon lavoro! E anche così avrete risolto



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