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5 gennaio 2018

Ricetta precaria n. 31 e 32

Ricetta precaria

31   “fatto 30 si fa 31, e di perdono non c’è più per nessuno”

Salsiccia amara

In frigo  una salsiccia avanzata attende il suo destino. Residuato di crostini, ragù, fame a mezzanotte. Fate voi.  C’è bisogno di:

Pezzettino di buccia d’arancia e acqua di rubinetto un mestolo

Senape dolce o aromatizzata al miele, circa un cucchiaio

La salsiccia e un po’ di schiacciata secca per far d’accompagnamento.

Si tratta di questo mettete tutto in una padella. La senape dolciastra e la buccia d’arancia amara trasferiranno parte del loro aroma alla carne della salsiccia frollata dalla permanenza in frigo. L’acqua farà uscire il grasso e l’accorperà con la senape. Fuoco lento. I sapori devono mischiarsi. Quando la salsiccia parrà cotta a vostro piacere spegnete. A questo punto avrete la carne suina dal vago sapore dolce-amaro e un sughetto giallastro inquietante e pieno di grassi. Due possibilità una è usare la schiacciata secca per gustare il sughetto l’altra lasciar perdere per amore delle vostre analisi del sangue. La salsiccia va degustata così come è.

Una ricetta facile per ricordare brevemente nei cinque o sei  minuti del pasto tutti i volti di una vita, basta concentrasi un attimo e per chi è sui quaranta è facilissimo. Una massa informe di luoghi volti, storie si riproporrà come ombre di tempi andati, di storie finite, di speranze svanite. In fondo anche se va bene il ricordo è sempre qualcosa di amaro e di misterioso, ciò che poteva essere sarà sempre un mistero, una congettura, forse una storia fantastica. Ci sono poi i ricordi di luoghi legati a fatti o emozioni che magari venti o trenta anni di storia hanno cancellato, mutato o spazzato via. Ci sono i ricordi di emozioni o sentimenti o passioni ormai  persi nello scorrere di tutte le cose. Un attimo d calma e magari un bicchier di vino possono far ricordare cose sepolte. Alle volte può esser utile salire su un luogo alto, come una montagna o una collina o un alto edificio. Mi capitò di farlo anni fa quando presi il ruolo. In un attimo dall’alto vidi la città e i quartieri dove erano collocati i diversi istituti dove avevo lavorato. Avevo da anni evitato di farlo, forse inconsciamente temevo di esser messo davanti a una verità semplicissima. Eppure in un attimo mi si squadernò una scoperta che era anche liberatoria da tanti affanni. Quasi tutto il mondo umano e lavorativo per il quale avevo tanto fatto e patito risultava tale da poter esser catturato con un solo sguardo. Era relativamente piccolo, se uno ci pensava bene. Lì mi ritornarono in mente una miriade di volti, facce, circostanze, storie… tutto di colpo diventava tremendamente piccolo, e io un dettaglio fra i tanti. Perché alle volte va costruito, per assenza manifesta d’alternative, il proprio destino; per provare a prendersi un posto in mezzo a ciò che l’orizzonte mostra o sulla distanza sfuma con i colori dell’orizzonte.

Ricetta precaria

32   ossia 16 per due o otto per quattro

Tetrapak di lenticchie veterano

Allora da capodanno è avanzato un tetrapak di lenticchie. Un veterano di una festa perlopiù triste o  esagerata nel bere e nel mangiare. O tutte e due le cose assieme.

In una ciotola si pongano: avanzo di olive nere, pezzetto di scalogno, un quarto di cipolla, un cucchiaio di sale, più un ingrediente a sorpresa di cui dirò. In una padella/tegame si collochi un bicchiere d’acqua, pomodorini da usare se no marciscono, un cucchiaio di olio piccante e chi vuole può includere un rametto di rosmarino perso da qualche parte. Si proceda a far cuocere a fuoco lento il contenuto della padella/tegame fino a spappolare con la cottura i pomodorini e a far una sorta di sughetto. Quando è passato il tempo e si è formato una sorta di sugo primordiale si proceda a buttare le lenticchie veterane. Ne seguirà un sugo eterogeneo a cui sommerete gettandolo senza ritegno la ciotola con olive avanzate e i pezzi di scalogno e le fette di cipolla; a questo va aggiunto uno o due pomodori secchi tagliati fine. Quando quest’aggiunta si è un poco ammorbidita tale da risultare edibile spegnete il fuoco e buttate il composto in una terrina. Ne verrà fuori una zuppa da consumere con del buon pane magari di mais giallo preso dal fornaio, ma se poi avete quello del supermercato tutto fa, in fondo l’importante è la salute. Certo che le lenticchie veterane sono tali perché ancora inutilizzate dopo il tempo delle festività. In fondo questo esser fuori luogo fa proprio pensare a quanto siano rituali e organizzati i consumi nella civiltà industriale. In fondo  se un essere umano si perde dentro la propaganda pubblicitaria e la manipolazione che i media operano sui consumatori e sui telespettatori rischia di uniformare la sua esistenza al destino dei prodotti che consuma.  Alle stagioni della vita si sovrappongono gli estratti conto e la quantità di beni e servizi prodotti o consumati; il vivente come variabile di processi economici giganti, anzi titanici e faustiani. Perfino la vita politica diventa amministrazione e segmentazione del mercato elettorale in fasce di potenziali votanti sulla base di consumi, ideologia, inclinazione sessuale, ceto sociale ecc… Il tutto diviso, controllato, meditato, analizzato con rigore scientifico e positivistico dai tecnici ed esperti dell’industria della pubblicità e delle pubbliche relazioni. Quindi il picco di vendita di lenticchie è evidentemente a dicembre per le festività natalizie. Eppure sono buone anche in altri mesi invernali o autunnali. Da qui deve venire l’idea di conquistarsi almeno nel proprio frigo un momento di libertà dai luoghi comuni e dalle logiche mercantili.

A proposito, a chi piace c’è chi mette la salsiccia a pezzi, i cubettini di pancetta… Questa ricetta già così è carica di sapori, mi pare che vada bene come sta.

E se vi va beveteci sopra un bicchiere di vino e così avrete risolto almeno il primo piatto.

 

 




29 dicembre 2017

Ricetta precaria n. 30

Ricetta precaria

30   volte bischeri

Guazzabuglio alla fiorentina

Allora ci siamo. Panettoni, colombe pandori  fuori stagione e a metà prezzo dopo le feste indulgono allo stravizio fuori tempo massimo. Allora da una parte nascosta c’è la bottiglia di Alchemes. Ossia un alcolico rossiccio dal vago aspetto di sciroppo impiegato nella preparazione di dolci tipico di Firenze. Dall’altra parte una confezione di dessert alla vaniglia cremoso e una panna spray. Ma meglio ancora se possibile un avanzo di panna montata e una confezione di crema pasticciera in tetra pack da supermercato. Per dare senso alla cosa occorre pensare di realizzare mettendo assieme la crema e la panna una crema più fluida, sarà necessario inserire i due ingredienti i un contenitore e operare affinchè essi si trasformino in una cosa quasi liquida. A questo punto si aggiunga un cucchiaio del liquore di cui si è detto prima e si sbatta tutto finchè non diventa omogeneo. Si può allora tentare l’impresa d’usare il composto sopra l’avanzo di un pandoro, colomba o panettone. Da avanzi vari risulterà una cosa particolarmente ghiotta, e se l’idea del liquore non piace si può provare con scaglie di mandorle, cioccolato o anche con canditi. Il composto in questo caso si presterà di più ad esser consumato senza esser accorpato a un avanzo di prodotto dolciario di natura festiva.  Questa è una ricetta facile facile che si fa sbattendo degli ingredienti in un contenitore anche con un cucchiaio, Ha però il senso di un’abbondanza prepotente perché è un composto dolciario che intende sommarsi a un dolce già esistente. Questo concetto d’abbondanza mi rimanda a un lontano episodio della mia infanzia quando abitavo nel quartiere quattro a Firenze. Mi capitò quest’episodio che mi rimase in testa. In un Supermercato dove i miei andavano spesso c’era in uno scaffale del banco della gastronomia un grande orcio di vetro con dei funghi porcini tagliati. Dato che avrò avuto cinque o sei anni, o poco più; l’orcio di vetro sembrava grande e il commesso che ricordo essere grosso e con dei baffi neri e  il cappello da cuoco e il camice bianco sembrava una sorta di guardiano di prelibatezze. Quel vaso sembrava enorme, mi sembrò essere il tesoro della gastronomia. Stimavo che mi arriva al petto, la ricchezza alimentare data dall’olio e dai funghi che sapevo essere costosi mi colpì la fantasia. Pareva una sorta di tesoro, quasi un richiamo per i clienti che prometteva abbondanza e soddisfazione, quando tempo dopo vidi che mancavano dei funghi rimasi quasi deluso. Allora c’era qualcuno che li comprava, quell’emblema d’abbondanza non era poi inviolabile; bastava pagare . Oggi provo simpatia per questo ricordo e per la sua infantile ingenuità, in fondo era un segno di quegli anni di passaggio fra gli anni settanta   e ottanta quando tanta parte della gente del Belpaese sembrò che la società avesse svoltato lasciandosi alle spalle antiche paure e miserie sedimentate. Oggi molto della mitologia consumistica e del facile ottimismo di quegli anni sono argomenti di libri di storia o note su commenti a film e programmi televisivi di tempi trascorsi. Col senno di poi non è poco aver vissuto e capito qualcosa di quell’Italia, così posso misurare con ciò che fu il tempo presente.




29 dicembre 2017

Ricetta precaria n. 29

Ricetta precaria

29   numero primo

 

Pasta ricca agli avanzi di cenone

Gli eroici furori di cenoni natalizi, compleanno, onoranze e cose strane da ricordare hanno lasciato tracce nel frigo e nella dispensa.

Avete sottomano nell’ordine: avanzi di sugo al pomodoro circa mezza lattina, mezza salsiccia, un pugno abbondante di olive nere snocciolate, un cucchiaio di olio piccante e ben due pezzi generosi di pomodoro essiccato. Quanto basta per una pasta per una persona quasi due.  Occorre avere l’incoscienza di mettere tutto assieme nel tegame, magari meglio se prima si fa a piccoli pezzetti la salsiccia e la si lascia cuocere qualche minuto in più a fuoco lento con l’olio e il pomodoro.  Poi quando sembra cotta e il tutto si è amalgamato vanno messe le olive e i due tocchi di pomodoro essiccato per dare un sapore più deciso. A chi piace anche sale e pepe. Ci vuole poi una pasta che regga il sugo che deriva da questa commistione di avanzi. Consiglio reginette o mafaldine che dir si voglia, ma chi si mette ai fornelli si regola con ciò che ha. Senza scrupoli quando il composto apparirà ai vostri occhi omogeneo e cotto aggiungete la pasta bollita a parte, al dente. Condite l’insieme con del formaggio tipo gran busta pecorino romano dop già grattugiato. Si dà per scontato che la pigrizia impedisca lo sforzo fisico di grattar qualcosa di più sofisticato. E poi vorrete rilassarvi. Già che ci siete cercatevi anche un generoso bicchiere di vino rosso, nulla di complicato, ci sarà pure un cartone di vino da tavola in casa, giusto per accompagnare. In fondo alle volte basta poco per star bene una pasta al dente, un sugo ben fatto o comunque preparato con un po’ d’affetto per se stessi e un bel bicchiere che riscalda i pensieri e fa correre la memoria  e le piccole speranze quotidiane. Può succedere che miglior antidoto al male di vivere che schiaccia e opprime sia proprio la piccola soddisfazione o gioia quotidiana che arriva. Una sorta di piccola rivalsa che compensa una curva esistenziale fatta di discese e salite. Dove la piccola soddisfazione, l’attimo della cosa ben fatta e di soddisfazione compensa l’amarezza di cose tristi e di brutti spettacoli a cui una persona perbene oggi assiste piuttosto di frequente. In fondo c’è quasi un senso di sfida al mondo nel volersi ostinare a vivere entro i termini di una felicità magari intermittente ma donata da ciò che si fa per se stessi e con gratuita spontaneità. Oggi la felicità propagandata è perlopiù quella della persuasione pubblicitaria, l pubblicità associa alle merci emozioni e stati d’animo positivi e ha una grande orza di persuasione presso le moltitudini. Trovare piacere e soddisfazione nelle piccole cose del quotidiano, anche in una pasta ben fatta e con gli avanzi del frigo, può essere un antidoto contro le troppe mediatiche promesse di felicità fantastiche e illusorie.




28 dicembre 2017

Ricetta precaria n. 27 e 28

Ricetta precaria

27  ossia 3 per tre per tre volte.

Pizza con avanzo di peperonata

 

Fare una pizza farcita con gli avanzi preferiti del frigo. Che forza! La  proposta è pizza con l’avanzo di peperonata.  Come è noto si tratta di patate, peperoni e pomodoro, compatibile quindi con una pizza  e se piace è possibile usare il formaggio per pizza per amalgamare i sapori, e a chi piace un po’ di basilico. Su questa questione ci possono essere diversi gusti e diverse casualità nella dispensa, ad esempio potreste scoprire che nel frigo ci sono le sottilette. Allora ecco la difficile scelta mettere o non mettere ciò che è del toast nella pizza? Dipende dall’appetito e dal grado d’inconsapevolezza culinaria. Come ricetta d’emergenza per i giorni di solitudine  va bene perché mette assieme gli avanzi del frigo con la pizza che è semplice, popolare e congelata dentro il frigo. Basta seguire le istruzioni e avere un forno e mettere assieme i diversi ingredienti. Il pasto è già fatto. Questa ricetta emergenziale è tipica di quando una persona sui trenta o quaranta si alza pigramente dal letto o dal divano e scopre la nudità della sua solitudine, ordinaria in una civiltà industriale che tende a produrre alienazione al quadrato. Essa aggiunge alla normale dimensione del male di vivere quello del male di vivere in una società connessa e artificiale che bilancia i molti benefici che offre  sul piano del benessere e del soddisfacimento dei bisogni primari con una forte pressione psicologica e col senso di una dimensione precaria dell’esistere; come se tutta la solida realtà e della vita sociale faticosamente e aspramente costruita potesse dissolversi nell’aria per uno di quei grandi accidenti che sempre capitano nella storia delle civiltà umane. La pizza così fatta accompagnata da vino comune o da una buona birra è il tipico pasto per le solitudini quando senza radio, televisione cellulare il singolo rimane solo con se stesso sul tavolo di cucina e può farsi in silenzio una severa analisi ci coscienza. Ripensare la sua vita e scorgere il bene e il male che è in lui., le occasioni del tempo passato, i peccati d’omissione, le scelte fatte e perfino i successi ottenuti anche  con dedizione e sacrificio. Alle volte basta poco. Basta staccare un attimo per veder passare avanti a sé tutto il film della propria vita vissuto in prima persona. Una pizza agli avanzi di peperonata unita a un decoroso raccoglimento interiore può essere strumento di coscienza.

Basta volerlo

 

 

 

 

Ricetta precaria

28.  Sette per quatto, e il numero dell’autobus che ho preso per anni per studiare e andare al lavoro.

Involtino inquieto

Oggi ragioneremo di un involtino inquieto.  Nel frigo è avanzata dell’insalata russa. Prenderete una vaschetta di prosciutto cotto in offerta al più vicino supermercato e una scatoletta di carne in gelatina dalla dispensa. Meglio se questo è avanzo di cenone, capodanno, pasto conviviale. Riciclare le presenze ingombranti del frigo è cosa buona  e giusta e organizzare un semplice impasto con gli avanzi è utile. Questo rabbercio di un pasto è il mettere insieme i resti della scatoletta di carne in gelatina con gli avanzi dell’insalata russa. Ne farete un bizzarro composto amalgamato alla meglio e su questa massa di carne, verdura,patate, gelatina sarà avvolto nelle fette di prosciutto cotto. Ne ricaverete una sorta di rozzo tubo. A chi piace, ma non è consigliato, è possibile sostituire il prosciutto crudo con il cotto. Questo tubo è  l’involtino inquieto  e può essere  posto sul piatto con un contorno di piselli bolliti con sale e aromi. Va accompagnato con vino forte,  sia esso rosso o bianco o rosè. Questa ricetta mi ricorda dei prodotti del supermercato di anni fa, molti anni fa. Gli involtini di prosciutto in gelatina. Certo gli anni sono passati. L’Italia degli anni ottanta è un ricordo lontano, qualcuno oggi per nostalgia dell’adolescenza o della gioventù, alcuni sentendo alla radio o su youtube le canzoni di allora si commuovono. Perfino le sigle dei cartoni animati giapponesi sono diventate un genere nostalgico, canticchiate a mezza voce da gente che ha da tempo moglie, figli, una professione avviata. Una generazione di bambini allora  divise ore di televisione fra i telefilm statunitensi lodatori e propagandisti dello stile  vita  statunitense e dall’altra parte i robot e gli eroi e le eroine dei cartoni animati giapponesi.  Due civiltà extraeuropee che spalmavano il loro immaginario collettivo sulla generazione di bambini e giovani delle sconsigliate e malconsigliate genti del Belpaese. Forse in quell’Italia c’era una buona dose di cose ben fatte, ma personalmente ritengo che vi fossero dei guasti terribili; una sorta di destino segnato. Alla superficiale abbondanza e presupposta spensieratezza di allora faceva da contrappunto la natura sofistica e la cattiva coscienza dei detentori del potere politico, l’ignoranza delle cose importanti della vita e la poca coscienza di sé e la povertà d’ambizioni collettive delle sedicenti classi dirigenti, l’egoismo e la fuga nel privato delle masse un tempo politicamente attive. Il benessere di allora era incluso entro i termini di un consumismo spesso straccione e  plebeo, nostrana imitazione palese dello stile di vita statunitense. Alle volte basta un particolare insignificante come un banale prodotto da gastronomia per ritornare indietro nel tempo e rivedere un pezzo di se  incluso in una storia più grande. Di quei tempi rimangono solo ricordi e l’eco di furori e titanismi eroici mai vissuti ma  visti attraverso il piccolo schermo.




28 dicembre 2017

Ricetta precaria n. 27

Ricetta precaria

27  ossia 3 per tre per tre volte.

Pizza con avanzo di peperonata

 

Fare una pizza farcita con gli avanzi preferiti del frigo. Che forza! La  proposta è pizza con l’avanzo di peperonata.  Come è noto si tratta di patate, peperoni e pomodoro, compatibile quindi con una pizza  e se piace è possibile usare il formaggio per pizza per amalgamare i sapori, e a chi piace un po’ di basilico. Su questa questione ci possono essere diversi gusti e diverse casualità nella dispensa, ad esempio potreste scoprire che nel frigo ci sono le sottilette. Allora ecco la difficile scelta mettere o non mettere ciò che è del toast nella pizza? Dipende dall’appetito e dal grado d’inconsapevolezza culinaria. Come ricetta d’emergenza per i giorni di solitudine  va bene perché mette assieme gli avanzi del frigo con la pizza che è semplice, popolare e congelata dentro il frigo. Basta seguire le istruzioni e avere un forno e mettere assieme i diversi ingredienti. Il pasto è già fatto. Questa ricetta emergenziale è tipica di quando una persona sui trenta o quaranta si alza pigramente dal letto o dal divano e scopre la nudità della sua solitudine, ordinaria in una civiltà industriale che tende a produrre alienazione al quadrato. Essa aggiunge alla normale dimensione del male di vivere quello del male di vivere in una società connessa e artificiale che bilancia i molti benefici che offre  sul piano del benessere e del soddisfacimento dei bisogni primari con una forte pressione psicologica e col senso di una dimensione precaria dell’esistere; come se tutta la solida realtà e della vita sociale faticosamente e aspramente costruita potesse dissolversi nell’aria per uno di quei grandi accidenti che sempre capitano nella storia delle civiltà umane. La pizza così fatta accompagnata da vino comune o da una buona birra è il tipico pasto per le solitudini quando senza radio, televisione cellulare il singolo rimane solo con se stesso sul tavolo di cucina e può farsi in silenzio una severa analisi ci coscienza. Ripensare la sua vita e scorgere il bene e il male che è in lui., le occasioni del tempo passato, i peccati d’omissione, le scelte fatte e perfino i successi ottenuti anche  con dedizione e sacrificio. Alle volte basta poco. Basta staccare un attimo per veder passare avanti a sé tutto il film della propria vita vissuto i prima persona.

Ricetta precaria

27  ossia 3 per tre per tre volte.

Pizza con avanzo di peperonata

 

Fare una pizza farcita con gli avanzi preferiti del frigo. Che forza! La  proposta è pizza con l’avanzo di peperonata.  Come è noto si tratta di patate, peperoni e pomodoro, compatibile quindi con una pizza  e se piace è possibile usare il formaggio per pizza per amalgamare i sapori, e a chi piace un po’ di basilico. Su questa questione ci possono essere diversi gusti e diverse casualità nella dispensa, ad esempio potreste scoprire che nel frigo ci sono le sottilette. Allora ecco la difficile scelta mettere o non mettere ciò che è del toast nella pizza? Dipende dall’appetito e dal grado d’inconsapevolezza culinaria. Come ricetta d’emergenza per i giorni di solitudine  va bene perché mette assieme gli avanzi del frigo con la pizza che è semplice, popolare e congelata dentro il frigo. Basta seguire le istruzioni e avere un forno e mettere assieme i diversi ingredienti. Il pasto è già fatto. Questa ricetta emergenziale è tipica di quando una persona sui trenta o quaranta si alza pigramente dal letto o dal divano e scopre la nudità della sua solitudine, ordinaria in una civiltà industriale che tende a produrre alienazione al quadrato. Essa aggiunge alla normale dimensione del male di vivere quello del male di vivere in una società connessa e artificiale che bilancia i molti benefici che offre  sul piano del benessere e del soddisfacimento dei bisogni primari con una forte pressione psicologica e col senso di una dimensione precaria dell’esistere; come se tutta la solida realtà e della vita sociale faticosamente e aspramente costruita potesse dissolversi nell’aria per uno di quei grandi accidenti che sempre capitano nella storia delle civiltà umane. La pizza così fatta accompagnata da vino comune o da una buona birra è il tipico pasto per le solitudini quando senza radio, televisione cellulare il singolo rimane solo con se stesso sul tavolo di cucina e può farsi in silenzio una severa analisi ci coscienza. Ripensare la sua vita e scorgere il bene e il male che è in lui., le occasioni del tempo passato, i peccati d’omissione, le scelte fatte e perfino i successi ottenuti anche  con dedizione e sacrificio. Alle volte basta poco. Basta staccare u attimo per veder passare avanti a sé tutto il film della propria vita vissuto i prima persona. Una pizza agli avanzi di peperonata unita a un decoroso raccoglimento interiore può essere strumento di coscienza.

Basta volerlo





11 settembre 2017

Volentieri riceviamo e volentieri pubblichiamo

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

 

 

 

                                                                      

 




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Ricetta precaria

26.  in confidenza: l’odore della brace

L’odore del fuoco, delle carni alla griglia che arrostiscono, di quell’insieme di odori dati dalle spezie a contatto con il fuoco, il grasso che cola sui carboni, l’annusare suscitano ricordi. Alle volte penso che se avessi la disponibilità di tempo e volontà cercherei di riprodurre gli odori per il solo piacere d’annusarli. Che si sia trattato di bistecca, salsicce o pollo l’odore anticipava la deposizione delle carni sul piatto. Sale, pepe, rosmarino, alloro, salvia erano i fondamentali di queste iniziative all’insegna del fuoco vivo. Devo dire che mi davano grande soddisfazione i peperoni e le melanzane alla griglia con l’olio crudo sopra. Poi la brace poteva servire per arrostire il pane  e veniva fuori, a volerlo, anche una buonissima bruschetta con solo olio, sale e un poco di pepe. In effetti con un paio di peperoni, una melanzana e qualche fetta di pane appena abbrustolito era assicurato un degno accompagnamento per la carne alla brace. Questo mi porta a un ricordo della pre-adolescenza quando il sottoscritto allora ragazzino era comandato a prendere rametti secchi e legnetti per far da esca e accendere il carbone. Quasi trent’anni fa mio padre aveva per abitudine di andare sempre nello stesso campeggio con la roulotte e la veranda. Una volta scelse una piazzola piuttosto larga e ben messa, ombrosa e quasi attaccata al sottobosco. Si accorse di un dislivello fra la piazzola e il sottobosco non lontano da dove metteva la griglia o come si dice oggi BBQ. Per via del fatto che intendeva restare per qualche anno in quel posto, lasciando la roulotte in inverno, e per la sua natura laboriosa decise di mettere in sicurezza i bordi della piazzola. Con dei paletti di metallo e delle lastre di plastica infisse nel terreno, io ovviamente ero comandato come aiuto in quest’opera, stabilizzò quei bordi. Ne ricavò una specie di gradino che impediva alla terra e alla ghiaia della piazzola di finire di sotto in direzione del sottobosco quando sarebbero arrivate le piogge invernali. Personalmente rimasi un pò contrariato da quest’accanimento, era una cosa che non capivo fino in fondo; dopotutto il campeggio non era suo ma di un proprietario. Ritornai apposta in quel punto due anni dopo la morte di mio padre, erano gli ultimi giorni della stagione turistica. Avevo un momento di limbo nelle faccende della scuola e volevo sfruttare qualche giorno per fare una breve vacanza in tenda. Ritrovai quel lavoro di sistemazione, evidentemente a distanza di anni aveva retto. Probabilmente i manutentori e gli operai del campeggio avranno creduto esser stata una cosa fatta chissà quando dalla direzione e l’avevano lasciata al suo posto vista l’utilità.  Era una strana lezione di vita. Qualcosa era rimasto sia pure come traccia residuale di quei lontani anni ormai andati, il babbo morto e tumulato ma quella sistemazione ora era utile ad altri campeggiatori ignari della sua origine. Mi ricordo che ci pensai su e consideravo quanto fosse effimero e davvero pieno di risvolti stravaganti il passaggio in vita degli esseri umani.   Il tempo di quelle grigliate all’aria aperta era andato ma restava una traccia minimale infissa nel terreno, e in certo senso era lì per me. Perché i ricordi hanno anche bisogno di segni per attivarsi, e i ricordi servono a capire almeno da dove si viene e qualche volta dove si va.

Forse questo ricordo, cari lettori, vi farà passare la voglia di mettervi al BBQ, allora dieta! E avete risolto




22 luglio 2017

Ricetta precaria n. 24. Insalatona ai ricordi romani

24.  Due dozzine sommate

Insalata con cose prese a caso che passione, o se si vuole il rovistare fra frigo e dispensa. Buttando sopra a casaccio varie tipologie di sottaceti, pinoli, noci. Mi ricordo di un viaggio di oltre vent’anni fa fatto al tempo del liceo, ero a Roma e mi capitò in un locale di mangiare un’insalata di questo tipo. La base era data da un piatto di lattuga, così almeno mi par di ricordare. Sopra la lattuga del salmone tagliato fine, dei bastoncini di polpa di granchio fatti a rondelle e dei gamberetti sgusciati. Mi rimase questo ricordo e provai più volte a rifarlo con tipologie diverse d’insalata, usando olio sale e, aceto oppure senza  con olio e limone. Mi ritrovai ad effettuare diverse prove per trovare un modo soddisfacente di preparare quest’insalata. Mi ricordo che in quel viaggio comprai una teiera che raffigurava un gatto e un topo che era accucciato sul coperchio. Si ruppe per un incidente domestico, ci cadde sopra una pentola. Rifare una simile insalata sono sicuro che mi riporterebbe a tempi lontani, al periodo immediatamente precedente tangentopoli, a quel mondo antico di cui ormai si sono perse le tracce. L’Italia prima di internet e del cellulare, che avevano solo alcune categorie di professionisti allora. Ripensando a quel passato mi accorgo che quei venticinque anni  e qualcosa valgono un secolo: la vita, le abitudini, il linguaggio sono state sottoposte a un cambiamento accelerato. Allora non lo sapevo ma quell’assolato mezzogiorno romano  era uno degli ultimi della cosiddetta Prima Repubblica, se qualcuno mi avesse detto allora che nel giro di uno o due anni sarebbe crollato il sistema e dato corso a una trasformazione accelerata avrei dubitato di lui, avrei ritenuto al cosa poco probabile. Nel giro di due o tre anni andò in onda un po’ si tutti i canali televisivi, le cose avvennero letteralmente così perché senza le televisioni che li sbugiardavano e li esponevano al pubblico ludibrio lorsignori non avrebbero perso la presa sul Belpaese, la dissoluzione di una classe dirigente ormai priva del suo alibi: il contrasto al comunismo. Una lunga teoria di potenti di allora furono messi alla gogna mediatica o caddero in disgrazia, i partiti si sciolsero o sparirono, le seconde e terze file delle gerarchie politiche catapultati nel ruolo dirigenziale. Chiuse i portenti di quel periodo un partito nato da un anno il cui leader e signore era il Cavalier Berlusconi, e fu costui  prendere il potere e di fatto a gestirlo dall’opposizione o dal governo per circa vent’anni. Con il 1994 era sparita la Prima Repubblica e nasceva di fatto la Seconda. Oggi il ricordo vitale che traggo dalla preparazione di quell’insalatona dall’aspetto solare e marino è che quel che è reale muta e si trasforma, spesso cambia in modo repentino, rapido. Eraclito di Efeso avrebbe detto con la rapidità del fulmine. Alle volte nella vita può sembrare che una situazione sia stabile. Ferrea. Poi tutto si disgrega e si riaggrega con grande velocità. La saggezza, ammesso sia salubre nel Belpaese, indica che si deve percepire il cambiamento per tempo per preparare le misure del caso o essere abbastanza preparati e forti per reagire a qualsiasi evento positivo o negativo che sia. Il caso  che porta calamità spesso è il frutto dell’idiozia umana e dell’arrogante ignoranza dei ricchi e dei potenti del momento. E con questi pensieri vi sarà passata la voglia di cucinare, anche così avete risolto.




18 luglio 2017

Considerazioni sopra il passivo e l'attivo dello sport

Ricetta precaria

23.  il numero primo

Caldo, il caldo a Firenze è davvero caratteristico. Umido e implacabile. Per chi rimane i città la tentazione è fingere d’essere in vacanza o in palestra. E quindi beveroni sportivi come se in essere ci fosse un allenamento gravoso e duro e la tentazione fosse d’iscriversi a qualche torneo d’arti marziali o a una competizione agonistica.

Beveroni per sportivi della tarda domenica mattina. Beverone utile e facile: acqua minerale gasata o Ferrarelle per metà, succo di frutta a piacere per un quarto e per l’ultimo quarto spremuta o succo d’arancia. Dissetante. Quanto meno. Certo che per chi ha fatto vita di palestra o le ha frequentate per anni i ricordi sono tanti.  Devo dire che i beveroni fatti con parti di acqua gasata e succhi di frutta li ho provati per via del caldo di giugno e luglio fuori dal contesto di palestra. Anche così non mi sembrano male, mi rappresentano un alternativa alle bevande gassate in lattina.

Quando penso allo sport amatoriale o agonistico qui in Italia il pensiero va al gioco del calcio, eppure non è questo il mio caso. Ho praticato il judo per un paio di decenni, e ancora non ho smesso e la realtà mi gettato tante volte  in faccia l’evidenza di come gli sport dove circola un maggior quantitativo di denaro siano quelli più gettonati e popolari. Lo sport di massa è figlio della civiltà industriale e quindi è naturale che tenda a trasformarsi in merce, prodotto e intrattenimento. Ma nel caso italiano per quel che riguarda il calcio c’è qualcosa di più. Si tratta della fusione fra campanilismo, intrattenimento, mondo dei VIP, soldi e talvolta scandali e cronaca sportiva.  Il calcio evidentemente è lo sport che concentra e genera grandi ricchezze e l’interesse della politica  e degli sponsor, i discorsi dei molti, passioni e speranze. In certe città può trasformarsi in festa collettiva per una vittoria memorabile o in contestazioni che interessano questori e prefetto. Sospetto che il calcio per le genti del Belpaese sia prima di tutto tifoseria e attaccamento ai colori cittadini. Spesso è capitato gente che non mi conosceva mi chiedeva della mia squadra, alla risposta che non m’interessavo del calcio rimanevano quasi male, a molti pareva una cosa strana. Rappresentazione plastica di questa inclusione fra calcio e identità personale è il celebre Fantozzi di Paolo Villaggio nella scena nella quale segue la partita nel salotto di casa con la scodella di spaghetti o la frittata con le cipolle sul tavolo davanti alla televisione. Rappresentazione caricaturale e grottesca ma non priva di verità quella che consegna alla storia del cinema il compianto Paolo Villaggio Questa condizione del vedere i beniamini e gli sportivi super sponsorizzati attraverso o schermo mi  è sempre sembrato questo modo di concepire lo sport come qualcosa di passivo. Forse si tratta di uno spettacolo gratificante per molti,  ma privo di quella disciplina, di quel misurare le proprie possibilità, del competere con altri stando nelle regole fissate tipico delle diverse attività sportive. Nel rapporto passivo con il gioco del pallone, tipico delle genti del Belpaese, manca appunto l’essenza delle discipline sportive, ossia il disciplinamento del corpo e della mente umana.   



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