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26 gennaio 2012
Il nuovissimo cambio di padrone: Le aliene di Andromeda
Il terzo libro delle tavole Viaggio nell’Italia del remoto futuro Nuovissimo cambio di padrone: le aliene di Andromeda

     Tempo fa mi capitò di osservare sull’obelisco detto il Birillo dalle parti della stazione, l’ultima targa in memoria dei morti ammazzati nella Terza Guerra Mondiale, la quale si unisce a tutte le precedenti e a modo suo le riconsacra. Questa targa non fu fusa con il bronzo dei cannoni nemici come una volta ma in una lamina di drone da bombardamento ribattuta e incisa, i tempi cambiano. Così in questo mio lieto passeggiare per la capitale mi son tornate alla mente le cose del passato. L’inizio del XXI secolo era un periodo strano milioni d’italiani vivevano soli con i loro pensieri e i loro problemi, gli umani erano mentalmente chiusi ed egoisti pur muovendosi fra masse anonime di consumatori compulsivi che giravano per centri commerciali, grandi magazzini, supermercati ed erano turbati dai miti morti e dalle memorie perdute del secolo precedente e da milioni d’immagini della pubblicità commerciale e della propaganda di guerra; nel frattempo le minoranze al potere e i capi politici infilavano un fallimento dietro l’altro. Il sistema sociale e quello capitalistico erano entrati in una crisi irrecuperabile; in sintesi si pretendeva uno sviluppo infinito e consumi diffusi in presenza di una popolazione umana crescente calcolata intorno ai sette miliardi di unità in un contesto di risorse planetarie energetiche, naturali e minerali decrescenti. Lo squilibrio fra sistema di produzione e consumo e risorse cominciò a crescere creando difficoltà ambientali e di natura sociale, ben presto le potenze imperiali principali del pianeta cominciarono a foraggiare terroristi, bande di soldati mercenari, seguaci di dittatori, ribelli, squadroni della morte per collocare in certi paesi o presso certi popoli dei personaggi autoritari o dei despoti in grado di aiutare i loro finanzieri e industriali di riferimento a controllare masse di forza lavoro, materie prime, risorse energetiche e naturali e ovviamente mercati. Da questo metodo per competere sul mercato globale, degno di banditi e di cospiratori, derivarono mille disordini e un problema: controllare le principali risorse naturali ed di energia fossile per lasciare a terra gli altri imperi rivali. Ovviamente si formarono due grandi alleanze militari una dell’Eurasia e l’altra dei popoli dell’Atlantico che iniziarono a mobilitare i loro alleati minori per studiare le armi e i mezzi altrui e prepararsi allo scontro diretto. Quando la guerra grossa era in pieno sviluppo arrivarono gli alieni; un colpo di genio li spinse a scegliere una delle parti in lotta per avere la possibilità di creare sul pianeta delle basi e delle colonie proprie in accordo con una parte degli umani, così una eventuale resistenza alla presenza aliena risultava dimezzata all’origine. Gli alieni erano molto diversi fra loro e quindi vennero presto alle vie di fatto per chi si sarebbe appropriato del Pianeta Azzurro e a seconda delle fazioni scelsero quello o quell’altro impero umano da foraggiare o da includere nel loro dominio. I più forti fra gli alieni si presero tutto il sistema solare pianeta azzurro incluso, i vincitori alieni della Terza Guerra Mondiale erano i più singolari di tutti e non supportavano nessun impero umano ma al contrario imponevano il proprio, essi risultarono alla fine sinceramente graditi alle genti della Penisola solitamente pronte a salire sul carro dei vincitori a prescindere da qualsiasi considerazione etica, religiosa, morale e perfino estetica. Quella fu una delle tante volte nelle quali le genti del Belpaese cambiarono di nuovo padrone. Il cambio del padrone straniero era un caso tipico nello Stivale dove dominazioni diverse nel corso dei secoli avevano preso possesso del territorio e delle popolazioni. L’ultima dominazione era avvenuta per mano dei popoli dell’Atlantico ed essi avevano preso il posto dei figli dei Goti, tutto l’apparato celebrativo dei padroni di turno fu rivisto e ripensato. Come era costume delle genti del Belpaese fu creato un sistema di omaggio al padrone del momento che sostituiva il precedente e c’era tanto da realizzare: scrivere libri idioti celebrativi dei nuovi padroni, fare film esagerati e assurdi sulle audaci imprese degli italiani nella Terza Guerra Mondiale, stampare qualche fumetto di cattiva fattura sugli eroi della Patria immortale, fare monumenti ai patrioti amici degli alieni, inaugurare solennemente cippi celebrativi orrendi, statue di cattivo gusto da mettere presso le rotonde stradali o presso i parchi pubblici, fontane celebrative intrise di cattivo gusto. Inoltre un paio di giorni festivi nuovi sostituirono i precedenti, fu dedicata all’alieno qualche festa patronale rivista e corretta e anche inaugurazioni di opere di pubblica utilità e carità. Completava il quadro delle riverenze e delle operazioni di ripulitura dello spazio urbano la sostituzione di toponimi e denominazioni di strade e vie diventate politicamente indecenti e scorrette, i manifesti affissi con i proclami di nuovi sindaci, nuovi governatori di regione, nuovi ministri e qualche tumulazione solenne di eroici caduti, o forse solo morti ammazzati, con grande rito civile e religioso. C’era molto da fare perché questi alieni venivano da lontano dalle parti della costellazione di Andromeda, ma c’era chi giurava che arrivassero perfino dalla galassia omonima, comunque non erano del tutto ignoti alle genti del Belpaese perché erano degli umanoidi di due metri e dieci, più o meno, con lineamenti graziosi e vagamente femminili, dotati di straordinari apparati tecnologici anche all’interno del loro corpo, arti sottili, magri, intubati in tute aderenti e strette; sembravano proprio le mazoniane della serie classica di Capitan Harlock; quella andata in onda su Raidue nei lontani pomeriggi del 1979. Si trattò infatti di una serie di cartoni animati giapponesi di gran pregio artistico che aveva causato in quel tempo una cospicua produzione di figurine da appiccicare sugli album delle Edizioni Panini e l’ammirazione dei molti. Nonostante le difficoltà iniziali, e il pessimo carattere di queste creature i vantaggi di questo nuovo dominio emersero e furono nel contesto apprezzati. Per prima cosa aiutarono gli umani a rendere stabile la propria popolazione sul pianeta e la pressione sull’ecosistema diminuì sensibilmente e le popolazioni aliene trovarono lo spazio per inserirsi senza far troppi danni. Integrarono le capacità di produzione e consumo dell’energia con la loro tecnologia di gran lunga superiore a quella umana e collocarono le loro colonie ponendo la capitale del loro Regno planetario nella Penisola sollevando così il Belpaese dal pericolo di seguire altri popoli nel collasso delle strutture sociali, produttive ed energetiche, migliorarono inoltre la salute della popolazione afflitta da molte malattie psicologiche e fisiche dovute ai guasti della civiltà industriale, indirizzando le genti del Belpaese verso una forma di civiltà sostenibile in relazione alle risorse del territorio. Per avvicinare gli umani del Belpaese al loro modello di regno eliminarono i poteri dei ricchi, dando al denaro un valore di strumento e non di fine dell’esistenza o di culto sacro o di Dio vivente come era invece capitato sotto il dominio dei signori dell’Atlantico quando banchieri e miliardari erano il potere ultimo e definitivo e tutta la piramide sociale e il potere politico era sotto di loro. Ma qualche dispiacere arrivò comunque perché questi esseri allungati avevano una caratteristica dei nostri antichi romani, ossia identificavano Dio con il loro sovrano, il loro Cesare era sia Pontefice sia Imperatore. Quindi il Concordato fra Stato e Chiesa risultava impossibile perché non erano due realtà distinte ma la stessa. Fu necessario ricostruire una Fede religiosa per le genti del Belpaese a partire dal fatto che il Pontefice era coincidente con il loro sovrano e adattare il culto all’evidenza che il Dio di cui normalmente si ragiona presso i cristiani aveva un qualche rapporto con questi nuovi padroni, visto che erano qui. Così fu creata una nuova fede senza le incrostazioni del passato, i dogmi frutto di compromessi, le storie inverosimili di miracoli, le stranezze teologiche per imporre un culto religioso inteso come religione civile, come al tempo degli antichi; si realizzò così un modello di fede alla maniera del Machiavelli. In realtà molti Dei dell’Antichità altro non erano che astronauti alieni arrivati sul Pianeta Azzurro per i motivi più strani e di conseguenza fu possibile, una volta colta questa verità già nota fin dai tempi di Peter Kolosimo, arrivare a un decente compromesso nello Stivale fra le parti e creare una coincidenza fra Dio e il Sovrano alieno. La Chiesa divenne una e di Stato come capitò nella Francia Rivoluzionaria al tempo di Danton e Robespierre, e questo avvenne praticamente senza resistenze o critiche, in fondo anche Dio era per le genti del Belpaese uno dei tanti invasori arrivato due millenni fa a cacciare i molti Dei di prima, perché scandalizzarsi se il nuovo potere lo cambiava, e come i Cesari di un tempo poneva se stesso quale Dio del suo popolo e delle genti che erano parte del suo Regno. La convivenza con gli alieni comportò una reciproca sopportazione e una forma di medicina integrata dai microchip e dalle nanotecnologie, gli alieni erano piuttosto sobri e non volevano perdere denari e risorse in cure mediche costose e in spese di farmacia e a modo loro potenziarono gli umani del Belpaese con reciproca soddisfazione, inoltre non sopportavano sprechi di forza lavoro, truffe, furti, ignoranza e disoccupazione e forzarono le genti del Belpaese a seguirli sulla strada di un modo creativo e collettivo di vivere e di stare al mondo, dove il merito e il valore del singolo avevano modo di esser apprezzati e dove tutti avevano un loro posto con la dose propria di utilità collettiva e dignità individuale. Tuttavia c’era un prezzo da pagare questi alieni sono simili alle api e alle formiche sul piano dei sessi, nel senso che la totalità dei loro vertici burocratici, scientifici, militari e politici erano tali per motivi di programmazione genetica e biologica e questa cosa era una proprietà di quello che poteva esser visto come il sesso femminile; questo turbò gli italiani maschi e anche le femmine furono sconvolte dalla novità di vedere il potere e il dominio sul mondo in simili mani smaltate e inanellate, e creò disagio nonostante i benefici enormi che comportava la sparizione dei vertici accademici, politici e militari e burocratici ereditati dal passato; chinare la testa davanti al sesso debole era un prezzo amaro ma accettabile se l’esito era la sparizione di interi ceti sociali di parassiti, papponi, delinquenti comuni, feccia umana collocata in posti di responsabilità dai dominatori venuti dall’Atlantico. In una parola per quanto doloroso fosse il vedere delle donne, o qualcosa di simile trattandosi di alieni, al potere per i popoli dello Stivale era molto meglio esser governati da una regina aliena e dalle sue amazzoni spaziali e supertecnologiche che non subire i viceré stranieri che governavano per mezzo di una finzione di Stato in verità corrottissimo ed estraneo alla storia e alla vita delle genti della Penisola. Oggi che molti guasti del passato scellerato sono stati curati, e di quei secoli sciagurati è rimasto solo il ricordo e qualche mito morto mi chiedo quale funesto destino sarebbe capitato alle genti del Belpaese senza l’invasione aliena, forse l’unica che ha davvero portato dei benefici alle troppe volte invase genti d’Italia; forse gli altri esseri umani erano il problema, dopotutto con tutti i contributi dati all’arte e alle civiltà del Pianeta Azzurro sarebbe stato lecito aspettarsi un po’ di riguardo dai propri simili, ma questo fatto è diventato realtà solo con delle femmine aliene con la faccia simile alla plastica, la pelle gommosa e un odore molto forte di prato tagliato da poco. Per ciò che riguarda la città essa è stata miracolata da questa gente di Andromeda, essa è cresciuta in altezza e in profondità ed avendo avuto di nuovo il ruolo di capitale essa ha incluso i territori vicini fino a un raggio di cinquanta chilometri, la città del passato si sta dissolvendo lentamente nel nuovo che sprigiona potenza; le distruzioni della Terza Guerra Mondiale hanno favorito la ricostruzione su nuove basi. Del resto dove queste creature sono arrivate hanno rifatto il volto delle città e della vita quotidiana con una architettura vivente, dove la struttura abitativa, industriale, o destinata ai servizi è parte viva del tessuto naturale per mezzo di quella loro tecnologia che dà una dimensione di vita e di senso anche ai muri delle case o al sistema di riscaldamento o allo scarico dei rifiuti. La mente elettronica è nel nuovo sistema parte di un complesso biologico unitario che integra l’essere vivente, i supporti alle forme di vita, la struttura, le caratteristiche specifiche del manufatto, ogni veicolo, mezzo militare o costruzione è una realtà unitaria. Questa è una tecnologia che deriva direttamente dalle basi spaziali e dai moduli dei veicoli che attraversano lo spazio esterno. Certo che pare incredibile come miliardi di umani nel Novecento son vissuti in ambienti squallidi, pieni di sostanze discutibili e spesso tossiche, in edifici privi di gusto, in città inquinate piene di degenerazione sociale, corruzione e violenza, ed è incredibile che tutto questo era volto a creare ricchezza e potere per una piccolissima casta internazionale di miliardari e banchieri collocati ai vertici della piramide del potere. In effetti la vittoria aliena nella Terza guerra Mondiale è stata una benedizione per le diverse forme della specie umana. Ripulire l’ambiente urbano e il territorio dalle corruzioni degli anni della globalizzazione delle genti dell’Atlantico è cosa che impegnerà ancora molti anni. In questo almeno il contributo della popolazione della Penisola si è rivelato importante, ha permesso di armonizzare le esigenze degli esseri umani con le capacità della civiltà aliena; per la prima volta dopo secoli di oscurità le genti del Belpaese esportano la loro civiltà rinnovata invece di subire le indigeste e spesso pessime novità portate dai diversi invasori umani. Così dopo secoli è arrivata la resurrezione della Civiltà nel Belpaese, il beneficio che ne hanno ricavato gli abitanti per la salute mentale e la tranquillità della vita quotidiana è universalmente riconosciuto, e grande è la soddisfazione generale. Ma in fondo un potere che sa essere erede della natura e della civiltà dei Cesari per quanto forestiero sia è di casa nello Stivale e l’integrazione fra le due popolazioni è oggi riuscita, quella architettonica un po’ meno e i magnifici edifici del Regno stonano con quanto ereditato dal passato, spesso essi ridicolizzano molti manufatti della seconda metà del Novecento, ma come molte cose del passato e in particolare le periferie deformi della civiltà industriale si dissolveranno per lasciare il posto al nuovo, come in una legge di natura dove vita, morte e resurrezione di una civiltà s’incrociano nello scorrere infinito del tempo cosmico.IANA
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16 gennaio 2012
Uno scritto filosofico-sociale su questo tempo
Con la gentile concessione di Carlo Gambescia pubblico questo scritto filosofico di Stefano Boninsegni. Uno scritto che descrive la società odierna formata dai processi di terza rivoluzione industriale come una giungla popolata da esseri umani tendenzialmente soli con legami sociali ridotti o di natura mercantile.
http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2012/01/lamico-stefano-bonisegni-in-questo-bel.html
 L' amico Stefano Boninsegni
(*), nel bel post di oggi, ci ricorda due cose fondamentali: in primo
luogo, che bisogna sempre distinguere tra necessaria difesa
dell’individuo e sciocca celebrazione dell’individualismo;in secondo
luogo, che l’individualismo come avversione verso l’esistenza di
qualsiasi forma di società intermedia tra individuo e Stato, mina le
radici stesse della socialità umana. Insomma, un “ripassino” niente
male. Buona lettura. (C.G.) -
Società senza socialità di Stefano
Boninsegni
. Secondo il “reazionario” Joseph de Maistre, l'attacco
alla religione e l'individualismo dei Lumi avrebbero distrutto la
socialità, che l'autore francese considerava sacra e proponeva di porla
sotto comando divino (si veda S. Holmes, Anatomia
dell'antiliberalismo, 1995 ). Al di là delle argomentazioni, spesso
ingenue, usate da Joseph de Maistre, non vi è dubbio che oggi gli
uomini vivono in società sempre più atomizzate, dove la socialità è un
bene sempre più scarso. Un musicista intervistato da Giordano
Casiraghi nel suo Anni 70 (2005) afferma : “se negli anni 70
parlavi di politica in un ristorante, vi era la probabilità che quelli
del tavolo accanto interferissero. Oggi sarebbe inconcepibile” Manca
cioè un clima di socialità che lo renda possibile. Significativamente,
sempre di più le Amministrazioni locali sono impegnate nel recupero di
antiche feste, sagre ecc. Lo scopo è il recupero delle identità
culturali, ma più profondamente vi è l'intento di creare socialità. Diversa
la situazione nella passata società industriale. Essa ha generato,
secondo le varie fasi, una pluralità di forme di socialità che hanno
svolto la funzione di sostituire i legami della società agricola,
arginando l'azione socialmente dissolvente del capitalismo. Il che non
toglie che in essa si siano sviluppati fenomeni di solitudine
metropolitana, sulla quale tanto si è scritto e riflettuto.
L'alienazione capitalista ha progredito inesorabilmente per restituire
l'attuale società, spesso definita come la società dell'estraneità
reciproca Diffuso, tuttavia, fra chi ne ha l'età, il rimpianto di
quando nel quartiere ci si conosceva tutti, i negozi erano luogo di
conversazione e conoscenza, in un clima di disponibilità reciproca. Se
una famiglia nel periodo festivo, ad esempio, incontrava in un camping
un' altra famiglia che abitava nello stesso quartiere, scattava una
sorta di obbligo sociale di frequentarsi. In questo caso valeva un senso
di appartenenza ad un territorio. Se un comunista si imbatteva in un
altro comunista, la socializzazione era garantita dal senso di
appartenenza ad un popolo altro (la diversità comunista) Per quanto
riguarda poi, nello specifico, gli anni Settanta, al di là del duro
scontro politico che li contrassegnò, rappresentarono un festival di
socialità giovanile : a fianco del quartiere che resisteva come fonte di
socialità, l'ampia minoranza di giovani che si rivoltò, recuperò le
piazze come luogo di incontro e socializzazione. Vi erano piazze per
militanti “puri”, nonché piazze per aspiranti freaks Per inciso, sarà da
questa componente che scatterà un rifiuto di una militanza repressiva e
saranno avanzate istanze tutt'altro che trascurabili all'interno del
processo culturale che culminerà nell'individualismo del decennio
successivo Con questo, anticipando la nostre conclusioni, vogliamo
sostenere che non vi è una vera socialità in mancanza di un senso di
appartenenza. Secondo Dahrendorf ( Il conflitto sociale nella
modernità , 1992 ) ciò che ha garantito socialità e solidarietà
nella passata società industriale, va ricercato nel conflitto di classe.
Esso ha creato solidarietà profonde nel mondo del lavoro e,
direttamente e indirettamente, ha ispirato grandi aggregazioni popolari,
che paradossalmente hanno costituito quella coesione sociale necessaria
al capitalismo. Ma è proprio alla fine degli anni Settanta, distinti
dalla fine del movimento operaio e dell'idea socialista, che
rapidamente si passa da un'atmosfera solidarista ad una mentalità
individualista. E' in questa fase che si teorizza la “fine delle
ideologie”, espressione mistificante nella misura in cui una soltanto ne
resta in posizione egemonica, ovvero quella liberale. Il “pensiero
debole”, dalla sua, teorizza che con la fine dell'ultima metafisica, il
marxismo, gli uomini sono liberati dall'ossessione di ingegnarsi ad
elaborare utopie. Ma la “vera” teorica di questa transizione è la stessa
Signora Thatcher: allieva di Ayn Rand, era solita sostenere che “ la
società non esiste, ma solo gli individui”. Per inciso, l'individualismo
di ritorno, di cui ella celebra i fasti, è in realtà un individualismo
malato di narcisismo, edonismo, lontano dagli ideali della scrittrice
russa. In ogni caso, la mentalità individualista che si afferma dalla
fine degli anni Settanta, dissolve ogni senso di appartenenza, e con
questi, inesorabilmente e tangibilmente, la socialità, fino al punto di
inquietare, come abbiamo visto, le stesse “istituzioni”, perché una
società che perde la sua socialità è sempre sull'orlo dell'implosione. Questo
processo ha avuto varie interpretazioni. Pietro Barcellona, che ha
studiato profondamente il legame sociale ha scritto : “Ciò che è
cambiato non è facilmente coglibile astrattamente, e ci costringe ad
affrontare il problema della rilevanza fondativa delle pratiche
sociali.E' cambiata, infatti, anzitutto quella che si direbbe la Stimmung
; il senso comune, l'immaginario. La direzione di marcia, il senso
della vita, ( appunto la Stimmung del tempo ) : il tempo in cui
viviamo ha un altro “senso”. E' penetrata sempre più nel senso comune
una “visione singolarizzata” della nostra vita. L'immagine con la quale
strutturiamo il mondo non è più “espressiva” del rapporto con l'altro” (
L'individuo sociale ,1996 ). Alain Laurent ha avanzato un'
ipotesi interessante : anche se sul piano culturale ( nel senso lato del
termine ) prevalevano visioni anti-individualiste, nella vita concreta
gli individui progressivamente adottavano modelli consumisti e
individualisti. Ad un certo punto esplode inevitabilmente la
contraddizione ( Storia dell'individualismo,1994) Marco
Revelli, che ha definito il passaggio del solidarismo degli anni
Settanta all'individualismo degli Ottanta come il passaggio
dall'identità collettive all'individualismo del consumismo di massa, ha
il merito di aver posto fortemente l'accento sull'erosione della
socialità. In passato il docente piemontese ha intravisto nel Terzo
settore un possibile veicolo di socialità. In realtà, rischio che lo
stesso Revelli aveva preventivato, quest'ultimo si è ridotto alle
cosiddette cooperative sociali, a cui gli enti pubblici appaltano varie
funzioni a scopo di risparmio. Del resto - così teorizza Revelli - "la
socialità bisogna volerla o non sarà" ( La sinistra sociale,
1997 ) Ma la socialità non si può volere. Essa, date certe
condizioni, sgorga spontaneamente. Gli uomini occidentali
contemporanei, al momento, come ha spiegato Lasch, sono condannati ad un
“io minimo”, schiacciato sulle proprie strategie difensive, in una
società colta come una giungla. ( L'io minimo, 1985 ). .
Stefano Boninsegni . (*)
Storico delle idee sociali. Si è occupato di Sorel e del sindacalismo
rivoluzionario. Ha scritto saggi di argomento sociologico e filosofico
sul movimento operaio, l’individualismo di massa e la crisi del legame
sociale. Tra le sue opere ricordiamo in particolare New Economy
(2003 ) e l'importante libro-intervista a Giano Accame e Costanzo
Preve, Dove va la Destra? - Dove va la Sinistra? (2004), volumi
pubblicati dalle Edizioni Settimo Sigillo. . Copyright
© 2012 - all rights reserved. Tutti i diritti sono riservati. Per
richiedere la riproduzione del post scrivere all'indirizzo e-mail: carlo.gambescia@gmail.com.
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5 dicembre 2011
Dedica finale della recita a soggetto
Bibliografia
di nove libri e tre DVD per capire “La recita a soggetto”.
Dedico
“La recita a soggetto” a tutti i lavoratori del Maggio Fiorentino Formazione di
ieri, oggi, domani.
Bibliografia di nove libri e tre DVD per capire “La recita a soggetto”.
DVD
Joel Bakan, Jennifer Abbott, Mark Achbar, The Corporation, Ed.it. Fandango, 2003 The take – La presa, di Avi Lewis e Naomi Klein Ed.it. Fandango, 2005
Capitalism - A Love Story, di Michael Moore, ed.it Dolmen Home Video, 2009
Libri
Ernesto balducci, Pierluigi Onorato, Cittadini del Mondo, Seconda Edizione, Principato, Milano, 1987 Stefano Boninsegni, New Economy, Settimo Sigillo, Castello, 2003 Stefano Boninsegni (a cura di), Dove va la Destra? Dove va la sinistra?, Settimo Sigillo, Roma, 2004 Noam Chomski, Democrazia e istruzione, EDUP, Roma, 2004 Fabio Mini, La guerra dopo la guerra, Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, Gli Struzzi, Torino, 2003 Hayao Nakamura, Il paese del Sol Calante, Sperling & Kupfer, Milano, 1993 Piero Ottone, Saremo colonia?, o forse lo siamo già, Longanesi, Bergamo, 1997 Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini&Castoldi, Milano, 2000 Veltri Elio, Il topino intrappolato, legalità, questione morale e centrosinistra, Editori Riuniti, 2005, Roma
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23 novembre 2011
Le tavole delle Colpe di Madduwatta: Dominati e dominanti nel Belpaese

Una storia antica si ripete, il padrone straniero batte un colpo e il Belpaese risponde,talvolta a modo suo. Il 2 maggio 1945 le forze armate della Wermacht che Hitler aveva collocato nella Penisola si arresero alle forze armate alleate, inizia sotto il presidente statunitense Truman la pagina dell'Italia colonia culturale, economica, morale e civile degli Stati Uniti; e tanto per non sbagliare di lì a breve portaerei di terra per gli aerei da guerra a stelle e strisce sul mediterraneo infestato da terroristi e agenti comunisti. Le forze che si opponevano a questo erano le solite forze d'opposizione italiane ossia divise su tutto e settarie e destinate a restare sempre fuori dalle stanze che contano e dove si decide qualcosa. In particolare i Comunisti italiani erano la principale opposizione all'egemonia statunitense sulla penisola e avevano un peso politico e sociale ma mai sono andati al potere con le bandiere rosse al vento e le insegne della falce e martello stampate sopra. Alcuni ex comunisti pentiti dopo mezzo secolo e sotto le insegne di un riformismo laburista in salsa italiana e con un ex democristiano come premier il professor Prodi sono arrivati a prendere alcuni ministeri. Fine. Per il resto si tratta di una storia antica già nota tante volte scritta; il presidente Truman si aggiunge alla lunga schiera di dominatori e padroni forestieri quali Teodorico, Alboino, Carlo Magno, l'Imperatore Barbarossa, Federico II, Francesco I, Carlo V, Napoleone, Francesco Giuseppe, Vittorio Emanuele II. Tutti questi personaggi sono fondatori di periodi più o meno intensi di dominio straniero sulle terre e i beni delle genti difformi della Penisola, il Savoia non si salva dalla lista sommaria qui esposta perchè la Repubblica ha abiurato con la sua fondazione il passato monarchico e autoritario del fu Regno d'Italia. Quindi anche quel periodo diventa per forza di cose dominio straniero. Oggi il dominio Statunitense in Italia è in crisi e a mio avviso il presidente del consiglio appena deposto dal parlamento italiano ha pagato questo passaggio, o forse dovrei scrivere per questo cambiamento di pagina. Per far capire cosa intendo osservo che il mito americano si va dissolvendo, gli anni dove si poteva fare un manifesto politico ricopiandolo dalla pubblicità commerciale sono morti, sono morti anche gli anni ottanta del denaro facile del mito reganiano in politica, del neo liberismo rimane solo l'incubo della povertà per milioni di piccoli borghesi e l'arrocco dei privilegi e delle impunità da parte di piccolissime minoranze di miliardari e di superburocrati. Piccole minoranze di straricchi disposti a tutto pur di comprarsi politica e nazioni al riparo dallo strapotere delle multinazionali e dei diversi complessi militar-industriali legati alle potenze imperiali. Il mito umano e metafisico di Berlusconi apparteneva a una parte del Belpaese che credeva in una versione ridotta e stracciona del sogno made in USA, per milioni di elettori era il fondatore di una dinastia imprenditoriale e politica che ricordava la telenovela di Dallas, la serie con il mitico e cattivissimo J.R. Il cavalier nero era per milioni di elettori l'uomo milanese che aveva creato da sè una grande dinastia familiare proprio come quelle delle telenovele made in USA. Quest'uomo anche per i suoi scandali sessuali, giudiziari, politici, privati, per milioni d'italiani fu d'esempio e occasione d'invidia e di approvazione aperta o tacita. Il potentissimo Berlusconi era la biografia di tanta parte del Belpaese; e questo prima di venir eletto. Quel tempo è finito e frequentemente sulla rete o in televisione si sente il rombo degli aerei da bombardamento della NATO e statunitensi nel Mediterraneo e nel lontano oriente. Infatti le prime mosse del cosidetto governo tecnico sono superpolitiche e di allineamento alla politica estera di Stati Uniti e ex Impero Inglese guarda caso proprio sull'Iran paese che fa buoni affari con cinesi e russi e perfino con gli italiani e che è messo sotto pressione e minacciato di aggressione militare da parte di Israele, USA e da ciò che resta del fu Impero Inglese. Solitamente Berlusconi aveva buoni rapporti con i leader russi e cinesi, a mio avviso questo era un motivo in più per tanti partigiani e tifosi della causa statunitense in Italia per invitarlo a lasciare la Presidenza del Consiglio. Il tempo di Berlusconi è finito quando sono morti per milioni d'italiani i suoi sogni propagandistici da pubblicità commerciale e il suo mito americano di quarta mano. Spero che la sua uscita si porti dietro chi ha creduto in queste cose pessime e funeste, aggiungo che se ci sarà un Italia sarà fondata sull'ennesima abiura dei popoli della Penisola verso un passato ritenuto indecoroso, quel passato è questo presente.
IANA
http://it.wikipedia.org/wiki/Dallas_(serie_televisiva) http://it.wikipedia.org/wiki/Larry_Hagman http://www.lettera43.it/attualita/32040/la-russia-inaccettabili-le-sanzioni-usa-all-iran.htm http://www.notiziarioitaliano.it/index.php/mondo/82706-programma-nucleare-sanzioni-all-iran http://anpi-lissone.over-blog.com/article-19147943.html http://www.iran.it/
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23 novembre 2011
Terzo libro delle tavole di Madduwatta: L'eredità di una Grande Guerra
Il comune buonsenso vede un mistero nelle origini del fascismo, in realtà se si colloca la questione della sua presa del potere fra il 1919 e il 1922 si capisce quanto in profondità la Grande Guerra avesse devastato la società italiana e dissolto molti legami civili e morali che la tenevano assieme. In generale mi sento di scrivere che la guerra tende a non esaurirsi con il fatto militare o con i trattati di pace ma al contrario essa influisce sul futuro di quanti vi hanno preso parte e se è totale ne rovescia la vita e dissolve il senso delle cose. La guerra distrugge e crea la realtà che dovrà esser chiamta a ricostruire, essa è un processo dinamico con aspetti fortemente creativi e tende a operare enormi distruzioni fisiche e materiali e anche psicologiche e culturali. Oggi le sedicenti democrazie vanno in guerra con popoli poveri e stranieri, la stessa democrazia dovrebbe istigare i reggitori del potere finanziario e politico a più miti consigli, linvece c'è una certa sottomissione nella pubblica opinione; l'esperto, il demagogo televisivo, il sofista corruttore della carta stampata lodano e giustificano i nuovi conflitti come se fossero partite di calcio fra "impiegati scapoli contro quelli ammogliati"o cose della pallavolo femminile. Manca ai media il senso della responsabilità e alle società private che aiutano i servizi segreti a far passare nella pubblica opinione una certa idea del nemico di turno il senso profondo di ciò che fanno e di quanta violenza irrazionale immettono nelle popolazioni che compongono le sedicenti odierne democrazie. Forse in fondo finanzieri, politici a pagamento, opinionisti, scellerati, sofisti televisivi, banchieri amorali e masse di elettori corruttibili e cattivi desiderano la fine delle libertà di tutti per mezzo di un grande disastro militare, non riescono a confessarlo neanche a loro stessi, ma di questo si tratta; è l'urlo che viene dal profondo della loro psiche. La guerra è una pericolosa avventura, l'inizio è certo, la fine mai. In troppi nel profondo desiderano la guerra totale, quella guerra definitiva che distrugge il loro mondo e queste "democrazie all'Occidentale" ormai composte da masse elettorali di umani scellerati, imbelli, dissoluti e corrotti e plagiati dalla pubblicità commerciale fin dall'infanzia.
L’eredità
della guerra a Firenze
Il linguaggio politico italiano dei primi anni del dopoguerra rimase pervaso
dall’odio e dalla violenza.
La propaganda
di guerra
aveva portato nel discorso pubblico e politico
le categorie di amico e di nemico, la criminalizzazione dell’avversario
politico e il disprezzo dei miti e
simboli altrui.
Nei primi anni del dopoguerra, le forze socialiste ed operaie in Italia costruirono
un loro universo simbolico derivato dalle sofferenze e dai lutti generati dal
conflitto mondiale. Era un universo
fondato su un antagonismo feroce nei confronti del tentativo della classe
dirigente della penisola di costruire un mito pubblico della guerra volto a
celebrare la Nazione e la “Nuova Italia” uscita vittoriosa dal conflitto. Le forze di sinistra indicarono senza appello
le responsabilità delle sofferenze e la borghesia era da loro additata alla
riprovazione universale per i lutti, le privazioni, e i disastri provocati con
la guerra. Il 5 dicembre 1918 le associazioni
e le forze politiche socialiste dirette al Parterre, nella piazza che era stata
teatro della manifestazione solenne del 1916 per il genetliaco del re, in
corteo per commemorare i “morti proletari in guerra” furono oggetto di una
pesante provocazione. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale” il 6 dicembre
scrissero di questo incidente nella cronaca, affermando che i manifestanti furono fermati
da gruppi organizzati di studenti, reduci e mutilati, i quali mentre parlava
l’On. Pescetti provocarono gravi incidenti facendo fallire la manifestazione. I
quotidiani sottolinearono che gli aggressori s’allontanarono cantando a tutto
fiato l’inno di Mameli, mentre i socialisti, quando si ricomposero, cantarono
l’inno dei Lavoratori. In questo episodio, come in molti altri, i canti
erano la rappresentazione sofferta e partecipata di un omaggio funebre di
parte. Il giorno precedente “La Difesa” aveva lanciato un appello rivolto a
“tutti i proletari” per mostrare ai patrioti fiorentini, definiti “quattro gatti”,
la forza e il seguito di cui godevano i veri eroi; ossia coloro che
“deprecarono la guerra e nella guerra perirono”. L’appello era rivolto a: “Quanti
hanno mente, cuore, fede socialista”, in modo che tutti potessero vedere la
lealtà e il coraggio dei militanti socialisti. Infatti la chiamata a raccolta
affermò senza mezze parole che: “Ogni diserzione è un’offesa alla memoria dei
“nostri” caduti ed all’idea nella quale tenacemente sperarono. Proletari in
piedi!”
Il 28 dicembre lo stesso periodico fece un’analisi dell’evento delineando
esattamente chi erano i manovratori politici e cosa volevano: “Ed ora che la
guerra è finita, la reazione continua. Si mantengono ancora in vita le
associazioni di resistenza attraverso le quali la reazione si compie. Ne avemmo
un esempio evidente colla provocazione di domenica scorsa, nella quale si
giunse all’assalto a mano armata quando sorse a parlare il vecchio deputato
Beppe Pescetti, quasi si volesse ripetere il gesto che tolse la vita a Giovanni
Jaures…”.
Questo
avveniva contemporaneamente alla richiesta da parte dei socialisti fiorentini delle
dimissioni della giunta Serragli,
colpevole di malversazioni nella gestione di
stoffe,
destinate ad essere poste in vendita per calmierare i prezzi nel contesto della politica
annonaria del Comune nell’ultimo anno di guerra.
Le commemorazioni
funebri, atto di pietà religiosa, divennero fin dal dicembre del 1918 terreno
di scontro politico, di dimostrazione di fede ideologica e di potere.
“La Difesa”, per sottolineare la propria identità politica opposta e diversa
rispetto a quella borghese, non
esitò nell’appello del 14
dicembre a scrivere a
proposito dei soldati caduti che si trattava di “nostri morti”.
Il blocco
politico
che aveva fatto sua la causa della guerra e l’aveva gestita era ben deciso a
continuare la sua lotta politica anche nel dopoguerra, mantenendo ben salde le
posizioni di potere che aveva raggiunto all’interno dell’amministrazione
comunale. La primavera-estate del 1919 Firenze vide la nascita di organismi e
associazioni come la Lega antibolscevica, l’Associazione agraria Toscana e lo
scatenamento di tumulti annonari
causati dal carovita. Nello stesso periodo cresceva la forza e il consenso per
il Partito Socialista che ottenne alle elezioni del 1919 un risultato storico a
Firenze, superiore alla media nazionale.
In
questo contesto
il 24 aprile 1919, in piazza Ottaviani, i primi aderenti al fascio fiorentino
aprirono la loro sede nello stesso edificio dell’Associazione Nazionale dei
Combattenti. I fascisti agirono in modo
da compensare lo scarso numero di aderenti con la violenza fisica e verbale
portando avanti “quella che qualcuno ha voluto chiamare, a Firenze, “guerra
incivile”, tanto fu lo scontro in mano ai facinorosi, ai violenti, a gente che
stimava che la forza dovesse sostituirsi allo scambio di idee, al confronto fra
le ragioni addotte tra le parti”.
Nel luglio del 1920, in periodo pre-elettorale per il rinnovo delle
cariche amministrative, “La Difesa” pubblicò un articolo di denuncia
in merito alle continue pesanti provocazioni delle camicie nere, affermando che
era tempo di rispondere con la forza. La
violenza esplose il 29 agosto 1920. Nel corso di una manifestazione di protesta
che sfilava per il centro di Firenze si verificarono alcuni incidenti, nei
quali restarono uccisi un commissario di polizia e due manifestanti. Le esequie del commissario furono celebrate
in forma solenne con la partecipazione delle autorità.
Anche le altre
due vittime furono accompagnate nel loro ultimo viaggio terreno con una
cerimonia civile alla quale partecipò una folla di migliaia di persone,
decisa ad esprimere netta ostilità contro le autorità politicamente schierate.
Gli onori funebri si erano trasformati in un rito pubblico nel quale le forze
contrapposte palesavano la consistenza delle adesioni alla loro causa.
Le elezioni amministrative del novembre del 1920 si svolsero in un clima
rovente, con i socialisti accusati esplicitamente di essere traditori della
patria; la consultazione elettorale fu favorevole al blocco “anti–socialista” e
l’esito avrebbe portato alla formazione della giunta Garbasso. Il 7 novembre del 1920 un corteo socialista,
che manifestava a seguito della diffusione delle notizie sul risultato
elettorale in città, fu fatto oggetto di colpi di rivoltella sparati dai
fascisti e subito dopo disperso
dalla forza pubblica.
Sparatorie avvennero in altri luoghi della città, fu anche lanciata una
bomba in via Roma. Le responsabilità dell’attentato furono subito attribuite ad
un socialista e ad un delinquente comune suo presunto complice. Il fine di
quelle provocazioni era di creare una situazione torbida e confusa in modo da
accusare i socialisti di sovversione e, come era già accaduto durante la
guerra, di tradimento. “Il Nuovo Giornale” lanciò la notizia che i socialisti
si erano organizzati in gruppi armati di rivoltella che minacciavano gli
avversari. Fu facile, per le componenti
politiche del blocco, accusare i socialisti di aver ucciso due persone vicine
al loro schieramento; furono organizzati
funerali solenni per queste “vittime del terrore rosso” che ricordavano
l’omaggio funebre che veniva tributato agli eroi di guerra.
L’11 novembre 1920, in concomitanza con i festeggiamenti del genetliaco
reale, sfilò il corteo funebre. Durante il percorso vi fu una provocazione e
scoppiò un tafferuglio, forse provocato dai fascisti; i quali per ottenere
maggiore visibilità sfilarono anche dopo il corteo,
nonostante i divieti delle forze dell’ordine, percorrendo di nuovo le vie
cittadine.
Lo scopo di tale prova di forza era certamente dovuto al loro desiderio
di mostrarsi come l’unica forza politica in grado d’imporre ordine e sicurezza
nella città. Il 27 febbraio 1921 la
bomba di un’ignota mano terroristica esplose in mezzo a un gruppo di studenti
liberali che formavano un corteo patriottico diretto in piazza dell’Unità
d’Italia per onorare i caduti deponendo una corona d’alloro sull’obelisco.
L’esplosione ferì a morte lo studente Carlo Menabuoni che morì dopo
giorni d’agonia. La vittima successivamente fu oggetto di una mitizzazione tesa
a mostrare il defunto quale esempio di caduto fascista ed ex combattente eroico
ucciso a tradimento mentre partecipava ad una manifestazione patriottica in
memoria dei caduti. Per la verità il Menabuoni era affiliato ai giovani
liberali e nel corso del conflitto mondiale cadde prigioniero, forse aveva
delle simpatie per il fascismo, tuttavia la sua trasformazione in martire della
causa fascista è stata una evidente strumentalizzazione.
Si scatenò la
caccia all’uomo e i fascisti, organizzati in cinque bande armate, percorsero la
città. Una di queste prese di sorpresa il sindacalista Spartaco Lavagnini
sul lavoro e lo uccise.
Il
sindacalista era molto conosciuto e uccidendolo intesero eliminare un punto di
riferimento ed un simbolo delle lotte operaie fatte a Firenze durante la guerra.
Questa
violenza scatenò una guerriglia urbana
che colse gli stessi fascisti impreparati. Il 27 sera, a seguito della morte di
Lavagnini, i ferrovieri proclamarono uno sciopero per il giorno dopo, i
tranvieri aderirono all’agitazione perché alcuni colleghi erano stati picchiati
dai fascisti. Il 28
febbraio verso le 9 avvengono i primi scontri fra fascisti e scioperanti a
Porta a Prato. La spedizione fascista contro il rione sovversivo di San
Frediano partì in tarda mattinata e, inaspettatamente, le squadre non
riuscirono ad entrare nel quartiere. Furono fermate e costrette a difendersi
dalla reazione popolare presso via dei Serragli e Piazza Tasso. Una spedizione
che doveva raggiungere Sesto Fiorentino fu bloccata da una folla inferocita presso
Castello, un rione fiorentino al confine fra i due comuni, ed i fascisti per evitare
il linciaggio si barricarono nella villa del Tenore Caruso. Contro i fascisti e
la polizia vennero erette, nelle strade di Firenze, delle barricate, presidiate
anche con le armi. Nel primo pomeriggio interi quartieri popolari erano fuori
controllo e a quel punto l’esercito attaccò con il 69° e l’84° fanteria, forti
di autoblindo, artiglieria e mitragliatrici. La difesa era incentrata sulle
barricate e su ostacoli difesi da qualche arma da fuoco e dal lancio di oggetti,
si registrò perfino il lancio di un acquaio di graniglia su un autoblindo.
L’attacco
militare nei quartieri d’Oltrarno eliminò le barricate con l’uso delle
autoblindo e in qualche caso dell’artiglieria. Nel tardo pomeriggio l’esercito
ebbe ragione dei difensori e passò agli arresti dei sospetti. In questa
situazione di guerriglia urbana avvenne l’uccisione di Giovanni Berta che
diverrà il “caduto fascista” fiorentino più noto e di conseguenza il più
esaltato dal regime che gli dedicò
addirittura una città nelle colonie e lo stadio di Firenze. Si trattò, con ogni
probabilità, di un pestaggio mortale attuato da più persone, forse di un
delitto di folla. Il Berta transitava in
bicicletta sul Ponte Sospeso, nei pressi dell’attuale Ponte alla Vittoria
quando venne fermato, picchiato e scaraventato in Arno. Giovanni Berta era
figlio di un famoso industriale fiorentino ed ex marinaio che, nel corso del
conflitto, aveva fatto naufragio per causa belliche e si era salvato a nuoto.
Sapeva quindi nuotare, la sua morte è quindi da imputare al pestaggio subito.
La sera fu
ucciso presso Varlungo dai difensori di una barricata il brigadiere dei
carabinieri Loy che, convinto che lo scontro armato fosse cessato, si era
avvicinato inconsapevolmente al blocco stradale. Il giorno successivo il 1
marzo fu eretta una barricata dalle parti di via Erbosa, in piazza del Bandino,
che bloccava l’accesso a cinque strade. Un maresciallo dei carabinieri con
quindici attaccanti cercò di sgombrare
la barricata, fu ucciso dal lancio di alcune bombe a mano. La barricata
fu eliminata dall’intervento dell’esercito che arrivò sul posto con una sola autoblindo
e due cannoni. I Bersaglieri intervennero in Santa Croce, a Ponte a Ema ed a Scandicci fu usata
l’artiglieria e le mitragliatrici per rimuovere le “forze ostili”.
“La Nazione” uscì il 2 marzo con un titolo in prima pagina che sembrava
riprendere le edizioni edite durante il conflitto: “Le strade di Firenze insanguinate dalla guerriglia civile. Un tragico
bilancio: 15 morti e 100 feriti.” I titoli interni furono scritti come se
il quotidiano stesse riportando la cronaca di una battaglia: “moto
insurrezionale nel quartiere di San Frediano. Le mitragliatrici in azione –
Numerose vittime – Feroce vendetta contro un “fascista” altri dolorosi
conflitti-arresti e alcune perquisizioni”.
In terza pagina i titoli non erano meno forti e mostrano l’eccezionale
portata di quella violenza e la continuità fra il linguaggio della propaganda
politica e quello della propaganda di guerra: “Rivolta nel quartiere di Santa
Croce. L’uccisione di un maresciallo dei carabinieri al Bandino – Lancio di
bombe – Tentativo d’assalto ad una caserma – L’artiglieria in azione – altri
morti ed altri feriti – L’ultimatum dei fascisti al comitato comunista – la
cessazione dello sciopero”.
Il giorno
successivo, il 3 marzo, fu pubblicata la cronaca dei fatti di Scandicci, con
questo titolo: “Il moto insurrezionale di Scandicci domato dall’artiglieria”.
Questo titolo per quanto enfatico era veritiero: vennero sparati circa tremila
colpi di mitragliatrice e qualche tiro di una batteria di pezzi da 75 per arrivare
alla conquista del Comune.
Il giorno antecedente “Il Nuovo Giornale” uscì
in edicola con un editoriale
che
addossava
tutta la responsabilità delle violenze ai socialisti ed agli operai.
I due quotidiani
conservatori rivelano che il linguaggio di guerra era il naturale mezzo per
descrivere la situazione, in un certo
senso la guerra si era proiettata oltre la fine del conflitto.
La lotta per il controllo di
Firenze arrivò, ad una svolta attraverso un’azione principalmente militare, e
solo in parte squadristica, rivolta contro la popolazione di alcuni quartieri.
A causa di queste violenze ritornò con nuova forza in città quel linguaggio
politico e giornalistico derivato direttamente dalla propaganda bellica che
demonizzava l’avversario, incitava all’odio, esaltava e presentava come eroi i
morti della propria parte, i quali divenivano le prove più evidenti e più sacre
della santità della causa che veniva attribuita al loro sacrificio supremo. I
fatti di Firenze furono riportati con molta enfasi dalla stampa nazionale; a
questo proposito “L’Avanti” affermò che ormai “La stampa dipende dai
pescecani”
e di conseguenza s’era schierata dalla parte dei fascisti.
L’analisi dei fatti accaduti fu fatta dal quotidiano
il 5 marzo 1921 e fu molto semplice: “…si vede come la condotta dei fasci non
sia la ritorsione contro gli atteggiamenti delle organizzazioni operaie, ma
invece dipenda da tutto un preordinato piano d’azione col quale si mira a
distruggere quei fortilizi di resistenza che la classe operaia si è creata
attraverso tanti anni di sacrifici e lotte.” Il quotidiano sottolineava che
quest’impresa organizzata militarmente aveva causato 16 morti, 200 feriti e 500
arresti Il marzo del 1921 si caratterizzò per il clima di tensione diffuso che
sfociò in pestaggi e anche uccisioni in tutta la Toscana; violenze
particolarmente gravi accaddero a Empoli e a Foiano della Chiana.
Con l’acquisizione del linguaggio di guerra da parte delle forze
politiche anche le onoranze funebri ai caduti per la causa divennero oggetto di
costruzione di identità e di scontro.
In questo contesto l’8 agosto 1921, si verificarono degli incidenti nella
strada che porta al cimitero di Trespiano. Una delegazione degli Arditi del
popolo, mentre si recava ad onorare i caduti in guerra, si scontrò con una
delegazione dell’Associazione Nazionale Mutilati di Guerra, in modo tale da
provocare la reazione delle guardie regie che intervennero disperdendo il
corteo. Il 7 dicembre del 1921 fu invece
il funerale di un operaio, un lutto privato e non pubblico, l’occasione per
altri pestaggi fascisti contro quelli che avevano espresso una solidarietà di
classe
verso il defunto.
I riti funebri rappresentarono uno strumento di manifestazione della
propria identità e presenza politica durante quegli anni. Questo fatto si era
reso possibile perché la Grande Guerra aveva creato le condizioni perché il
culto verso i morti fosse, sia nel discorso pubblico sia a livello culturale,
un confronto con la propria memoria, la propria identità politica e quindi con
l’immagine di sé. I morti per la causa erano i testimoni di una passione e di
un comune partecipare ad una ideologia. Il fascismo a livello nazionale cercò
di trasformare gli squadristi uccisi e i simpatizzanti ammazzati, veri o
presunti tali, in eroici caduti; in un certo senso in nuovi martiri di
carattere politico.
L’obiettivo dei fascisti era creare anche a Firenze il culto dei caduti
fascisti e per costruire questo nascente mito, che nelle loro intenzioni doveva
avere un rilievo nazionale, scelsero il cimitero delle Porte Sante, ossia il
cimitero monumentale di San Miniato. La loro prova di forza in materia di uso
strumentale dei riti funebri la tennero solo nel 1924 quando, premuti da
un’opinione pubblica ostile a causa dell’efferato delitto Matteotti, decisero
di andare sino in fondo, imponendo la loro mitologia funebre a tutta la
cittadinanza.
Il 23 ottobre 1924, Padre Ermenegildo Pistelli
trasformò il pietoso rito di inaugurazione di un monumento in memoria di tre
maestri caduti in guerra in una cerimonia fascista, alla quale parteciparono
insegnanti e gli alunni delle elementari.
I bambini sfilarono davanti al ricordo modellato come un’ara romana e salutarono
romanamente.
Il 24 ottobre
furono tre avanguardisti, morti in una spedizione armata contro gli oppositori
avvenuta a Sarzana nel 1921, ad essere tumulati con un rito che intendeva
riaffermare il primato del fascismo su tutti i partiti,
mentre il 28 ottobre per la ricorrenza della marcia su Roma esercito e camicie
nere assieme inaugurarono un monumento,
peraltro piuttosto brutto, ad uno squadrista ucciso nel luglio del 1921. Il 2 novembre un gruppo di cittadini
evidentemente arrabbiati appesero in una cappella privata un ritratto funebre
di Giacomo Matteotti; ne seguì una colluttazione con i fascisti, intervennero i
carabinieri
per sedarla. L’elemento del ricordo dell’eroe caduto si era così
trasferito dal contesto della propaganda di guerra in quello della vita
politica, anzi nel caso di Matteotti si può dire che la condanna dell’omicidio
politico e la conseguente identità politica antifascista passasse per
l’esibizione del suo ritratto funebre.
Il ricordo dei morti era ben presente nel discorso politico del primo
dopoguerra, questo fatto era concomitante con il problema dei ritorno delle
salme dei caduti dai cimiteri di guerra e delle loro onoranze funebri, una questione questa rimasta irrisolta subito dopo la fine della guerra.
L’esperienza di guerra e la propaganda
avevano creato un linguaggio fondato sulla coppia di opposti Nemico/Amico.
“…Possiamo definire dicotomizzare un permanente abito mentale dell’età moderna
che sembrerebbe possibile fra risalire alla realtà della Grande Guerra. “Noi”
siamo tutti da questa parte, il nemico sta dall’altra. ”Noi” siamo individui
con nome e identità personali; “esso” è soltanto un’entità collettiva. Noi
siamo visibili, esso è invisibile. Noi siamo normali; esso è grottesco. Le cose
che ci appartengono sono naturali; le sue strane. Il nemico non è buono come lo
siamo noi”. Paul Fussell, La Grande
Guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna, 2000, p.97.
La Difesa”, 19 dicembre 1918; anche “La
Nazione” del 14 dicembre diede notizia della manifestazione. Tra i “quattro gatti” che provocarono gli
incidenti c’era l’artista e ex ardito Ottone Rosai ; su questo cfr. Roberto
Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino,1919-1925, cit., p.53. In generale sulla storia del canto politico
in Italia dalle origini fino ai nostri giorni cfr. Stefano Pivato, Bella Ciao, canto e politica nella storia
d’Italia, Laterza, Bari, 2005
“Cfr. “La Difesa”, 19 dicembre 1918
Cfr. “La Difesa”, 28 dicembre 1918
Lo scandalo aveva per oggetto il costo
spropositato di una partita di pessime stoffe acquistata dal Comune nel
contesto delle iniziative prese per sostenere lo sforzo bellico. Il fatto
provocò le dimissioni del sindaco e la caduta della giunta. Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986, p.111. e
Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti
annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p.75 e
p.112.
Tra la fine del 1918 e per tutto il 1919
“La Difesa” fu energica nel rivendicare l’impegno e la lotta sostenuta dagli
operai e dagli umili durante la Grande Guerra, arrivando infine nell’aprile del 1919 ad affermare che il
patriottismo borghese che stava organizzando i suoi riti pubblici era una
reazione alle manifestazioni e alla presenza socialista. Cfr. “La Difesa”, 19 aprile 1919.
Sul determinante sostegno del quotidiano
“La Nazione” ai gruppi politici che facevano propria la lotta antisocialista: cfr. Indro Montanelli, Giovanni
Spadolini e aa.vv., La Nazione nei suoi
cento anni, Tipografia del Resto del Carlino, Bologna, 1915, pp. 114 – 115.
“Alle elezioni del 1919 il successo socialista
è considerevole: 8 deputati (contro 3 popolari, 2 liberali e 1 democratico) e
92.000 voti (contro 33.000 ai “Costituzionali” e 40.000 ai cattolici del
partito popolare). E questo successo è superiore alla media nazionale. Ma la
sua stessa portata preoccupa la destra nazionalista, la classe media (commercianti
e piccoli artigiani) ed i cattolici, che l’anticlericalismo dei “massimalisti”
spaventa”. Pierre Antonetti. Storia di
Firenze, Edizioni scientifiche Italiane, Napoli, 1993. Sul contesto nel
quale si costituì il fascismo fiorentino Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, cit., p.113.e Roberto
Cantagalli, Storia del fascismo
fiorentino, 1919 - 1925, cit., p. 51 - 68. Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella
Toscana del 1919, cit.
Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma,
1986, p. 402.
Roberto Cantagalli nel suo saggio scrive
che ai funerali di coloro che erano morti durante la manifestazione
parteciparono circa 50.000 persone. Lo
scrittore Vannucci racconta che si
trattò di una folla con di poche migliaia di partecipanti. Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit, pp.114
- 115. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 495.
Cfr. “Il Nuovo Giornale” e “La Nazione”, 8 novembre 1920.
Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1920; sulle violenze
avvenute nel 1920 a Firenze. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, p. 23.
Spartaco Lavagnini, Arezzo 1886 – Firenze
1921. Diplomato ragioniere fu uno dei sindacalisti impegnati durante gli anni
della guerra a difendere i diritti degli operai. Al momento della morte era
un impiegato delle Ferrovie e segretario
del Sindacato dei Ferrovieri della sezione di Firenze. Ricoprì anche il ruolo
di direttore del giornale “La Difesa”. Cfr.
Roberto Cantagalli, Storia del fascismo
fiorentino, 1919 - 1925, cit., pp.147 - 173. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea,
Firenze, 1993, pag. 24 – 29.
Per quel che riguardala ricostruzione dei
fatti di quei giorni sono stati presi come testi di riferimento: Alberto
Marcolin, Firenze in camicia nera,
Medicea, Firenze, 1993, Giorgio Spini,
Antonio Casali, Firenze, Laterza,
Bari, 1986. Roberto Cantagalli, Storia
del fascismo fiorentino, 1919 – 1925, cit.
“Il
Nuovo Giornale” uscì nelle edicole il
2 marzo, trascorsi i due giorni decisivi di violenze, intitolando la prima
pagina: “Tre giornate di sangue, d’orrore, d’incendi a Firenze”. L’editoriale
del direttore Banti affermava che un gruppo di “parricidi perché assassini
della patria” pagati dagli stranieri avevano scatenato la sommossa. La cronaca de “La Nazione” del 3 marzo
descriveva il ritorno da Scandicci, che avevano preso a colpi di cannone e di
mitragliatrice, del corteo dei camions con i soldati vincitori, i quali
sfilarono per Porta San Frediano ed i Lungarni esponendo sopra un camion un
ritratto di Lenin preda bellica, come se l’azione fosse stata un fatto di
guerra. Dopo di loro sfilarono per le strade anche i fascisti. I giornali fiorentini enfatizzarono le
violenze di quei giorni e i loro articoli influirono su come i fatti furono
successivamente ricordati. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 -25.
“L’Avanti”, il 1 marzo 1921, pur non
avendo ancora tutti i dati per comprendere le proporzioni dei fatti, pubblicò
un articolo di denuncia sulle violenze avvenute a Firenze ed indicò nei
giornali borghesi i complici degli assassini.
Fu anche pubblicato il necrologio funebre di Spartaco Lavagnini, che
ricordava per toni e termini quello dei caduti durante la Grande Guerra. Subito dopo i fatti violenti, una volta
riportato l’ordine con la forza in città, dalle officine di proprietà della
famiglia Berta furono licenziati tutti gli operai; la stessa cosa accadde alle
Officine Galileo.
“La
Nazione”, 9 agosto 1921. Il pestaggio che seguì i funerali dell’operaio ucciso
è riportato nella cronaca de “Il Nuovo Giornale” dell’8 dicembre 1921.
Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”,
24 ottobre 1924.
Cfr. “La Nazione”, 24 e 25 ottobre 1924
Cfr. “La Nazione”, 29 ottobre 1924; “Il
Nuovo Giornale”, 28 e 29 ottobre 1924
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17 ottobre 2011
Ammazzare la memoria, costruire il discorso politico
Ammazzare la memoria, costruire il
discorso politico
La lotta politica si fa anche con i simboli
e l’opposizione proletaria e socialista comprese subito di dover contrapporre
la propria simbologia e la propria lettura del conflitto a quella dei ceti
dominati, una lotta fra Davide e Golia,
e vinse Golia. In fondo in Italia è comune che vinca il più forte a scapito del
più debole. Il fascismo riuscì a controllare questo processo di creazione di
mito e gestione della morte di massa ma di sicuro non lo inventò. In realtà in
questa storia che il fondamento del fascismo stesso non c’è molto di più se non
la creazione del fascismo di se stesso attraverso l’abilità politica e
giornalistica di Mussolini. Tuttavia non era una cosa così scontata e non era
facile prevedere l’oblio che colpì la resistenza spesso eroica di tanti che
negli anni venti s’opposero al fascismo. Anche quella fu Resistenza
antifascista, ma non gode della stessa fama e fortuna di quella della Seconda
Guerra Mondiale. Credo che questa differenza di trattamento sia da riferirsi a mio avviso al modo arbitrario con il quale i
partiti politici dell’Arco
Costituzionale si son fatti strumentalmente forti della Resistenza per costruire un discorso di apologia continua
del loro sistema politico privo di reali alternative che solo Tangentopoli ha
saputo chiudere aprendo la via a una Seconda Repubblica. Infatti da quando è
arrivata una Seconda Repubblica priva dei partiti dell’Arco Costituzionale si
sente poco rammentare come fondamento della democrazia le prime forme di
resistenza al fascismo e per la verità
non sempre sono ricordate le seconde. Credo che questo sia dovuto al
fatto che il potere politico di ogni colore non si occupa mai di storia ma di
uso pubblico della storia o di propaganda politica che sono cose molto diverse dallo
studio della storia fondato secondo dei criteri e sulla base di dnti e testimonianze. Sul fascismo voglio aggiungere una
riflessione: non era sua invenzione il saluto romano, la camicia nera, il
fascio littorio, il grido Eia Eia Allà, il mito della Roma dei Cesari, l’aquila
come simbolo di potere, il martirio per la salvezza della Patria, e neppure
gran parte dell’iconografia e dei simboli della
retorica guerrafondaia e perfino il concetto di sangue e di stirpe. Perfino
le bande armate anticomuniste non erano così originali visto che già nel 1919 in
Germania i Freikorps massacravano centinaia di cittadini della Repubblica di
Weimar sospetti rivoluzionari. Il fascismo è stato un modo di gestire e di dare
un senso a tutto questo attraverso il potere politico. Se così non fosse
sarebbe inconcepibile la rete di complicità e di simpatizzanti che trovò quando
s’impadronì dello Stato. L’opportunismo, la corruzione e la decadenza delle
minoranze di ricchi liberali al potere e il re non spiegano come mai un
movimento politico così singolare e inquietante sia riuscito nella presa del
potere e nell’imporre la sua visione della realtà. Il linguaggio simbolico
fascista e le dichiarazioni belliciste e nazionaliste risultavano familiari a
tanta parte degli italiani dei ceti medi e medio-bassi, il perchè spero sia
chiaro.
La simbologia della morte divisa fra destra, centro e
sinistra
Ma ciò che colpisce è che la tendenza a tradurre in chiave di rito, di
“culto”, di “religione”, intenzioni e progetti della politica con segno
rovesciato era presente anche tra le
forze di sinistra, anche se con qualche eccezione. I socialisti e le forze politiche di
sinistra, spinte dal mito dell’esempio sovietico e dal prezzo pagato dalle
classi lavoratrici alla guerra, costruirono nel dopoguerra lapidi e monumenti,
analoghi e contrapposti a quelli espressi dalla memoria “ufficiale”. Tali
ricordi enfatizzarono alcuni aspetti antimilitaristici e anticapitalistici
della cultura anarchica e socialista.
Scrisse “La Difesa”, settimanale della Federazione Socialista fiorentina,
subito dopo il grande evento del 4 novembre:
“L’ENTUSIASMO CITTADINO
E’ stato grande. Non contestiamo. Le notizie militari e quello della
firma dell’armistizio sapientemente comunicata hanno fatto esultare la
cittadinanza, la quale, più che di ogni altra cosa è stata lietissima della
cessazione delle ostilità. Il censore non ci permetterebbe di esporre quello
che noi pensiamo sugli ultimissimi avvenimenti perché il nostro sereno e calmo
ragionamento potrebbe fare sui bollori dei giorni passati l’effetto di una
doccia fredda e noi, per non guastare l’amicizia non vogliamo disturbarlo.
Però non
possiamo lasciare passare sotto silenzio quello che nelle dimostrazioni è
avvenuto.
Ci si
dice per esempio che l’avvocato Meschiari ed
altri suoi degni compari non
si siano
lasciati fuggire neppure questa occasione per lanciare le solite stupide
invettive – tra le approvazioni degli imbecilli – contro il partito socialista. I nostri informatori sono persone
serie e degne di fede e non c’è quindi da porre in dubbio che questi signori
oggi abbiano vomitato le loro insolenze contro di noi…”.
La tensione
dovuta alle necessità di regolare i conti in sospeso fra le forze politiche e
sociali, aperti con l’entrata in guerra e acuiti oltremisura dagli anni del conflitto
era fortissima in città. Un primo segnale fu l’aggressione fatta a Giuseppe
Pescetti ad opera di gruppi di studenti e soldati organizzati nel corso della
commemorazione proletaria per i morti in guerra
avvenuta il 15 dicembre 1918. Furono i socialisti a dover affrontare una
reazione violenta, secondo loro portata avanti da quelle minoranze di soggetti
economici, ossia i “pescecani” di guerra, che trovarono i loro naturali alleati
in questa azione nei gruppi politici nazionalisti. Scriveva “La Difesa”:
“Numerosi ufficiali in congedo che si valgono della divisa militare e del grado
per imporsi, spadroneggiare e compiere indisturbati e impuniti tutti gli atti
teppistici che loro talenta”.
I socialisti
fiorentini, seguendo una polemica presente anche a livello nazionale,
evidenziarono la presenza fra questi avversari non solo dei pescecani ma anche
degli imboscati.
I socialisti
fiorentini risposero all’abuso che veniva fatto dei simboli militari da parte
degli avversari politici attraverso il ribaltamento concettuale del valore
attribuito alla divisa, alle medaglie ed alla bandiera. “La Difesa” lanciò, il
4 ottobre 1919, un appello “AGLI EX
COMBATTENTI” in cui si affermava: “Non resta perciò ai proletari
smobilitati che di ricorrere alla stessa arma dei nazionalisti, di scendere
cioè in piazza in divisa militare coi distintivi di guerra indicanti le
campagne fatte e le ferite riportate. Lanciamo l’appello che, verrà certamente
raccolto dal proletariato. Si tratta di vita o di morte. E’ in gioco la stessa
libertà di pensiero, di riunione e di organizzazione.
Siamo intesi!
Al primo ordine del partito socialista migliaia di ex-combattenti sovversivi,
dei quali non pochi sono ufficiali e graduati, devono partecipare alle nostre
dimostrazioni, vestiti in divisa, al canto dell’inno dei lavoratori e dietro i
vessilli rossi (…) Faremo vedere agli imboscatissimi eroi del marciapiede chi
veramente ha fatto la guerra.”
I socialisti,
anche a Firenze, usavano termini e parole dei loro avversari in contesti
diversi e rovesciandone i sensi. Il mondo dei
simboli e valori socialisti, come tutta la società italiana, era stato
costretto a confrontarsi con l’esperienza di guerra.
Esso si trovò
a condividere con i suoi avversari espressioni e parole di stampo religioso,
mistico o bellicistico che nel corso del conflitto avevano acquisito senso e
popolarità. I due insiemi culturali disomogenei, quali erano in quel
tempo il mondo socialista e quello cattolico-reazionario e fascista, avevano in
comune delle parole in grado di rappresentare valori mitici e simboli come:
“forza”, “bellezza”, e sopra ogni altra, “fede”, oltre ad affermazioni verbali
come “consacrare”, “vincere”, “combattere”, “infrangere la resistenza”.
Se ne ha un esempio nell’inaugurazione fiorentina del
vessillo della lega proletaria dei reduci di guerra. I socialisti descrissero e
qualificarono l’evento in
questi termini: “un imponente corteo, un comizio vibrante di entusiasmo, la
bandiera della lega consacrata alle battaglie per l’internazionale operaia in
una cerimonia religiosa.” Tale modo di parlare e quindi di veicolare messaggi
era adatto a portare avanti quella tensione e quella radicalità politica
ereditata dal periodo bellico, e diventata parte del linguaggio politico del
dopoguerra. Inoltre, le forze della sinistra attuavano lo smascheramento dei
simboli e delle parole d’ordine nazionaliste e clericali accompagnando
l’uso dei medesimi simboli e parole per affermare
concetti e progetti opposti. In quest’attività che
intendeva sovvertire le
categorie della
“memoria
ufficiale”
si distinse la rivista “l’Ordine Nuovo”.L’uso di tali strumenti simbolici e
linguistici, mutuato dagli avversari, non fu solo negativo, la dissacrazione e
la negazione dei valori fatti propri dalle forze di destra poteva avvenire
contemporaneamente alla rivendicazione del proprio ruolo avuto nel conflitto e
del sacrificio subito dal proletariato.
Gli
esiti di questa lotta simbolica sembrano confermare l’analisi generale dello storico George. L. Mosse a proposito
dell’uso politico
dei culti laici e della loro articolata simbologia: “I nazisti sapevano quel
che facevano quando posero il culto dei morti in guerra e il culto dei propri
martiri al centro della loro liturgia politica. Il culto dei caduti aveva
un’importanza diretta per la maggior parte della popolazione: maschi adulti
aveva combattuto nella guerra e perduto un quasi tutte le famiglie avevano
perso uno dei loro membri, e una maggioranza dei maschi adulti aveva combattuto
nella guerra e perduto un amico. Ma fu la destra politica, e non la sinistra,
che si dimostrò capace di annettersi il culto e metterlo a profitto. L’incapacità
della sinistra di dimenticare la realtà della guerra e di far proprio il Mito
dell’Esperienza di Guerra si risolse in un vantaggio per la destra che poté
sfruttare ai propri fini politici le sofferenze di milioni di persone”.
Il far proprio il mito politico del rappresentare i caduti per la patria
conferiva alla forza politica che ne assumeva, per così dire il monopolio, la
possibilità di presentarsi come una forza erede del passato storico in grado di
rigenerare la Nazione. L’appropriazione del mito da parte delle forze di
destra, nel caso di Firenze, fu resa più facile grazie alla presenza di
intellettuali reazionari e interventisti che erano schierati ed avevano operato
in funzione antisocialista fin dal periodo dell’amministrazione del sindaco
Orazio Bacci.
La giunta del
sindaco Antonio Garbasso
ereditò la politica culturale incentrata sull’esaltazione della vittoria, degli eroi e dei caduti; e adattò
alle nuove circostanze gli strumenti culturali e propagandistici. Per le forze
di sinistra era difficile affermare le proprie ragioni, poiché durante e subito
dopo la guerra fu attuato un gioco pesante contro i socialisti fatto di offese
e accuse di disfattismo e tradimento mentre la censura, che fu abolita solo a
distanza di diversi mesi dalla fine del conflitto, colpiva la stampa socialista. Difatti l’appello per la ricorrenza del 2
novembre 1919, pubblicato da “La Difesa” del 1 novembre 1919 uscì censurato; le
autorità non ammettevano la presenza di una liturgia diversa e di memorie alternative intorno alla straziante questione
dei caduti in guerra. La parte non censurata del testo riporta: “ 2
NOVEMBRE. Giorno dei morti. Le vittime della guerra reclamano e
attendono giustizia riparatrice. Ricordalo o popolo! E nei fiori vermigli che – al pensiero dei
tuoi dolori – butti al vento per ricoprire…CENSURA”.
Il fiore, simbolo della continuità della vita e di una speranza nella
morte, diveniva in questo appello un monito a non dimenticare le responsabilità
di quelle morti e di quel conflitto. Tale omaggio simbolico era un gesto che
era stato fatto proprio dalle giunte comunali che destinarono, per la
ricorrenza del 2 novembre, fondi per adornare le tombe dei caduti in guerra al cimitero di Trespiano.
Nel 1919, in occasione del giorno dei morti, il regio
commissario
aveva predisposto una cerimonia per la
deposizione di fiori sulle tombe dei caduti nel cimitero di Trespiano
cooptando le rappresentanze delle scolaresche comunali, dei sodalizi
patriottici e contando sull’appoggio de “La Nazione”.
Una vera e propria svolta verso una complessità simbolica e rituale più
consona all’esigenza di far partecipare le masse ai riti pubblici si ebbe solo
durante la giunta Garbasso. Una lettera del sindaco inviata nell’aprile del
1921, d’accordo col Consiglio comunale, al comitato di Treviso con l’offerta di
fiori del vivaio comunale, da deporre sulle tombe dei caduti del Piave, rivela
la volontà di superare i limiti della solita retorica. Il sindaco concluse la
lettera di omaggio
inviata al comitato affermando: “Portino queste fronde e questi fiori il memore
saluto di Firenze agli Eroi che attendono una Patria più grande, quale
sognarono cadendo… ”.
In questa lettera emergono due aspetti, che evidenziano un cambiamento
profondo rispetto alle esperienze precedenti: il primo è che i fiori assumevano
un valore simbolico, oltre a quello ovvio di rinascita e di continuità della
vita dopo la morte, in quanto consacrati al culto dei caduti; il secondo è la
mitizzazione e le strumentalizzazione della morte in guerra per fini politici.
Formalmente Garbasso affermava che i morti volevano un’Italia più grande e
diversa e affermando che era compito dei vivi rendere piena soddisfazione a
questa “attesa dei morti”. Non si trattava più di ricordare i morti in guerra
come portato di una lotta intrapresa per salvare la Patria, ma, al contrario,
di fare dei gloriosi caduti la ragione per cui era necessario mutarla a partire
da quel preciso momento storico.
“L’attesa dei
morti” è il dato palese di un profondo cambiamento culturale e politico che non
avrebbe mancato di inserirsi nelle forme dello stato totalitario; infatti, se
in tutti i paesi usciti dalla Grande Guerra il culto dei morti divenne un nodo
cruciale della vita pubblica fu, tuttavia, in Germania e in Italia che esso
“assunse un’importanza speciale.
Ancora negli anni 30, durante il regime fascista, l’Italia era
impegnata a sviluppare e ricostruire i suoi cimiteri militari, mentre in
Germania pellegrinaggi e cerimonie mantennero la memoria dei morti
costantemente viva fino allo scoppio della seconda guerra mondiale”. I riti dedicati ai caduti della Grande
Guerra, che vennero utilizzati dal fascismo nel contesto del costruendo stato
totalitario erano, infatti, stati elaborati e sperimentati già prima della
presa del potere da parte di Mussolini. Il 4 novembre del 1921, mentre Garbasso
nella veste di sindaco di Firenze si trovava a Roma per assistere al rito
dell’inumazione del Milite Ignoto nel Vittoriano, le principali autorità civili
e militari fiorentine onorarono la vittoria del 4 novembre con una Messa in
Santa Croce, celebrata su un altare da campo sopra cui fu stesa la bandiera
tricolore.
La cerimonia riuscì imponente, la suggestione del passaggio fiorentino
dell’Ignoto giocò certamente un ruolo e l’evento ebbe come ospite d’onore il
cattolicissimo generale Luigi Cadorna.
La commemorazione in onore dei
caduti raggiunse una sintesi fra il culto della fede cattolica e quello della
patria uscendo dai limiti della cerimonia elitaria e divenendo un evento
pubblico coinvolgente per le masse. La sacralizzazione dei caduti della Grande
Guerra in chiave di uso pubblico della storia e di manipolazione politica delle
masse, fu fatta propria dal fascismo. Nel caso fiorentino il fatto che il
sindaco si fosse “convertito” al fascismo facilitò la strumentalizzazione e
l’uso di parte del mito dei caduti. L’anno successivo il generale Cadorna ed il
sindaco furono i traghettatori verso il fascismo di questa cerimonia solenne
del 4 novembre. Il sindaco aveva del
resto manifestato la sua passione politica il 31 ottobre 1922, quando assieme
ai gerarchi fiorentini, aveva improvvisato un comizio a favore di Mussolini in
piazza Vittorio Emanuele mentre i fascisti andavano a liberare i loro camerati
rinchiusi in galera, alle Murate, per
svariati delitti. Pochi giorni dopo il 4 novembre del 1922 la Messa solenne in
Santa Croce e la cerimonia in Palazzo Vecchio videro ancora protagonisti i
fascisti fiorentini, ormai “padroni” della città. Kurt Suckert, ossia Curzio Malaparte, si
ritagliò un suo spazio quando tenne un comizio fascista nel salone dei
Cinquecento, inserendo la propaganda politica nel rito solenne. La cerimonia proseguì poi con un corteo i cui
partecipanti, dopo aver percorso il centro storico, ritornarono in piazza
Signoria, dove Cadorna prese la parola per lodare la marcia su Roma avvenuta
pochi giorni prima, evento che, egli
disse, avrebbe “salvato la Patria”. "Il Nuovo Giornale” e “La Nazione”
diedero un grande rilievo a questi fatti mentre il genetliaco del Re,
festeggiato anche a Firenze, ebbe poco spazio nella cronaca. “Il Nuovo
Giornale” gli dedicò, il giorno dopo, solo un piccolo trafiletto. Quanto ai
giornali non allineati con la giunta, essi non ebbero in quei giorni la
possibilità di circolare, perché i fascisti li bruciarono prima che potessero
arrivare nelle edicole.
Cfr. Gianni Isola, Guerra
al Regno della guerra, Storia della Lega proletaria mutilati invalidi reduci e
vedove di guerra (1918-1924), Le Lettere, 1990, Firenze, pp.166-181. In
generale sulle memorie dedicate ai caduti
di orientamento socialista cfr. Mario Isnenghi, La Grande Guerra, Giunti, Firenze,1993, pp.147-148
L’Avvocato
Gino Meschiari, (1883-1947) uomo politico repubblicano ed ufficiale dei
bersaglieri, in quel periodo era un
antisocialista convinto. Successivamente avrebbe legato il suo nome alle
associazioni combattentistiche; aderì al fascismo dopo il delitto Matteotti.
Esponente di prestigio della corrente repubblicana divenne “l’ultimo federale”
di Firenze durante la Repubblica Sociale. Il partito repubblicano lo espulse nel 1920 a causa della sua accesa difesa delle
proprie posizioni politiche scioviniste. Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 26 novembre
1920. Cfr. Carlo Francovich, La
Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, Firenze, 1969, pp. 49-50 e p 364.
“La Difesa”, Cronaca cittadina, 8
dicembre 1918. L’articolo che commentava la fine delle ostilità terminava con
un minaccioso giudizio sugli avversari politici: “Ma il gioco non è terminato e
non si sa come possa chiudersi la partita. Non sempre saremo disposti a
tollerare. Ed allora sapremo servire a dovere questi repubblicani passati al
servizio della monarchia, questi… socialisti che vanno puntellando la borghesia
traballante. Il tempo è galantuomo.”. Sui motivi che scatenarono le tensioni
che erano intercorse tra la giunta al potere e i socialisti fiorentini durante
il conflitto cfr. Luigi Tomassini, Associazionismo
operaio a Firenze fra 800 e 900, La società di Mutuo Soccorso di Rifredi
(1883-1922) Olschki Editore, Firenze,
1984, pp. 293 –299; e anche Giorgio Spini e Antonio Casali, Firenze, Editore Laterza, 1986, pp. 112
– 113. In generale sulle tensioni
sociali e politiche in Toscana nel 1919 cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella
Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001
Cfr. “La Nazione”, Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919.
Cfr. “Il Nuovo Giornale”, Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919. Cfr. “La
Difesa”, 14 dicembre 1918 e 28 dicembre 1918.
Cfr.”La Difesa”, 4 ottobre 1919.
Cfr. Antonio
Gibelli, La Grande Guerra degli italiani,
1915-1918, cit., pp. 240 – 246 e pp. 322 – 329. In generale sulla storia
del linguaggio politico in Italia nel 1919. Cfr. Roberto Bianchi, Pace, Pane, Terra il 1919 in Italia,
Odraedek edizioni, Roma, 2006. Per quel che riguarda l’organizzazione di ex combattenti che militavano
politicamente a sinistra e il loro linguaggio Cfr: Eros Francescangeli, Arditi del popolo, Argo Secondari e la prima
organizzazione antifascista, Odradek, Roma, 2008.
“La
Difesa”, 1 novembre 1919. Tale
tendenza non era un dato solo fiorentino, lo stesso “Ordine Nuovo” usò, il 1
maggio, questi termini per celebrare la data solenne: “Perché il mondo si salvi
è necessario che la fede socialista diventi il soffio animatore dell’opera di
ricostruzione, è necessario uno scatenamento di energie morali che torni a
potenziare l’umanità, a ridarle il vigore e la giovinezza adeguate allo immane
compito”.
“L’Ordine Nuovo” ad esempio
pubblicò racconti strazianti che alla denuncia sociale accompagnavano la
denuncia del conflitto e fra questi un articolato e concettualmente complesso
racconto “il Congresso dei morti” che fu pubblicato a puntate. Questo racconto immaginava che la grande
strage avvenuta con la guerra avesse convocato agli inferi così tanta folla da
scatenare un congresso fra i defunti. A
tale evento presero parte le grandi personalità della storia come Attila,
Alessandro Magno, Giulio Cesare, Garibaldi e tanti altri. Il congresso viene chiuso direttamente da
Gesù Cristo e da un Milite Ignoto; lo stesso Messia pronuncia una aperta
condanna del capitalismo, della chiesa, e della guerra. Cfr. “L’Ordine Nuovo ”, 24 maggio, 7, 14, 21
giugno; 17, 26 luglio, 9, 16 agosto 1919.
George L. Mosse, Le guerre
mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Editori Laterza, Roma – Bari,
1990, pp. 117 –118.
Il “Gr. Uff. Prof. Dott”. Orazio Bacci morì la notte fra il 24 e il 25
dicembre 1917, mentre si trovava a Roma per motivi d’ufficio. Nato a
Castelfiorentino il 17 ottobre 1864, intraprese a Firenze la carriera di insegnante
fin dai più bassi gradini arrivando ad essere prima un professore di Liceo, poi
un accademico della Crusca e infine un professore universitario. Nel 1910
ricoprì la carica di assessore alla Pubblica Istruzione. Dal gennaio del 1915 fu sindaco di Firenze, il suo mandato lasciò un
segno a causa delle molte iniziative culturali e benefiche attuate durante il
difficile periodo della guerra. Genero di Isidoro Del Lungo, ebbe una
formazione culturale e politica che fu determinante nell’impostare momenti e
riti di propaganda patriottica.
Antonio Garbasso ultimo Sindaco di Firenze e primo Podestà fascista della
città era nato a Vercelli nel 1871. Accademico dei Lincei, e docente di fisica
– matematica a Pisa e a Firenze. A
Firenze si occupò specificamente di ottica e di magnetismo. Fu eletto
Sindaco nel 1920, fu nominato senatore del Regno nel 1924, nominato podestà
mantenne la carica fino al 1928. La sua
opera politica e culturale a Firenze fu notevole, tant’è che attualmente esiste
una via Antonio Garbasso nella zona di San Gervasio che non ebbe una nuova
denominazione dopo la guerra. I frati
francescani della Verna gli diedero
sepoltura nel cimitero del convento nel 1933.
Tale consuetudine, che
aveva assunto le vesti della ritualità pubblica fin dal 1916, proseguì nel
decennio successivo e oltre. Cfr. ASCFi, f. 4445, doc. 119.
Cfr. “La Nazione”, 2 novembre
1919. La crisi politica e morale
della giunta Serragli impose la nomina di un commissario Regio nella persona di
Vittorio Serra Caracciolo. Cfr. Roberto
Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari
nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p. 75 e p.112
Atti, CFi,, I, 19
aprile 1921, p.318
George L.
Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia
al mito dei caduti, Editori Laterza, Bari, 1990, p.103
Cfr. “La
Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 5
novembre 1921
Cfr. “La
Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 4 e
5 novembre 1922. Su Firenze e la marcia
su Roma cfr. Roberto Cantagalli, Storia
del fascismo fiorentino, cit., pp. 316 – 319.
Cfr. “La
Nazione”, 11 novembre 1922 e “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1922. In
particolare “Il Nuovo Giornale” con una punta di malizia scrisse che nella
cerimonia solenne in Comune i presenti avevano gridato: “Viva il Duca d’Aosta,
viva casa Savoia.” Il duca D’Aosta era
stato preso in considerazione da alcuni gruppi politici d’estrema destra come
potenziale alternativa al sovrano legittimo Vittorio Emanuele III in caso
d’abdicazione da parte di quest’ultimo, e come probabile candidato alla
presidenza di un governo autoritario e antidemocratico. Cfr. Denis Mack Smith, I Savoia Re d’Italia, cit.
p. 314, e p. 325.
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13 ottobre 2011
Il terzo libro delle tavole: Gestire la Morte di massa
Gestire la Morte di massa
Gestire la morte di massa è una cosa
difficile e non tutti possono esser d’accordo, ma chi ha il potere deve provare
a gestire l’ingestibile o fatalmente perderà il potere con tutte le conseguenze
del caso. Se ripenso ai miei studi osservo che questo era il problema delle
minoranze al potere a Firenze nel biennio finale della Grande Guerra. Allora la
“consorteria” al potere in quel di Firenze fra il 1917 e il 1918 cercò almeno
di creare la sua immagine di morte in guerra e di trasformarla da massacro in
scala industriale con le sue logiche di profitti industriali e di finanza
legate alla guerra e al debito che produceva a qualcosa di comprensibile e
accettabile: un sacrificio per la Patria e la collettività. In qualche misura
riuscirono nel loro intento perché crearono riti, simboli ostentati, atti
pubblici in collegamento fra loro, i quali pur avendo numerosi precedenti erano
tuttavia frutto della Grande Guerra. Le
minoranze al potere riuscirono a far convivere per due decenni la
memoria della morte di massa con i detentori del potere trasfigurandola,
distorcendone il senso e mitizzandola, e riuscirono a farne qualcosa di
quotidiano presente nella titolazione delle strade e delle piazze, nelle
lapidi, nei monumenti, nei programmi scolastici, nell’immaginario collettivo. La
popolazione subì questa immagine pubblica della morte di massa, dal momento che
il linguaggio delle minoranze al potere
non riusciva a far adeguata opera di persuasione la creazione della
pedagogia patriottica s’integrò con i riti religiosi e con iniziative benefiche
volte a procacciare un facile e immediato consenso. Ma mancava ancora
l’elemento politico in grado di blindare il culto della Patria entro i termini
di un blocco sociale di partito, mancava l’anello di congiunzione fra una
cultura nazionalista e conservatrice timorosa di ogni minimo cambiamento sociale
e una prospettiva politica in grado di mobilitare le masse della popolazione
che, dopo l’enorme bagno di sangue, chiedevano di contare e di essere parte
della vita politica. Mancava alle minoranze al potere il fascismo inteso come un
movimento politico di massa, antisocialista, controrivoluzionario, espressione
del nazionalismo e dell’imperialismo italiano, disposto a propagandare una
lettura politica della Grande Guerra distorta e retorica e nello stesso tempo
in grado di mobilitare almeno in parte le
masse di sudditi del Regno d’Italia per dare consistenza e numero alla
conservazione dell’esistente. Personalmente credo che l’idea delle minoranze al
potere nel Belpaese fosse quella di usare il fascismo per stroncare i socialisti
e lasciare le cose come erano. Il fascismo nel corso del ventennio si rivelò
uno strumento della conservazione e della reazione con sue finalità ideologiche
che uscivano dal piccolo recinto egoistico di una minoranza di ricchi e privilegiati che l’aveva accompagnato al
potere, si rivelò almeno in parte autonomo anche se rimase sempre incompiuto il
suo disegno di creare un regime
totalitario autentico.
La morte di
massa in guerra era penetrata in profondità nella sensibilità della
cittadinanza e la sacralizzazione dei caduti e la loro dimensione “eroica”
erano un fatto politico e sociale che pervadeva tutti i ceti sociali. Perfino
le sedute del Consiglio comunale per
commemorare i concittadini caduti, per segnalare quanti erano stati decorati e
gli ufficiali che si erano distinti per gesta eroiche assumevano un tono
“sacro”, non privo di ammonimenti pedagogici che si concretizzarono in eventi
quali la solenne cerimonia promossa dal Comune in cui furono consegnate le
medaglie al valore alle famiglie dei caduti al fronte. Al rito parteciparono, oltre
alle autorità militari e civili, le rappresentanze delle scuole.
L’intento
patriottico di giustificare la morte in guerra
si concretizzò nell’esaltazione di figure
assunte a simbolo di “sacrificio della vita” per la Patria come Nazario Sauro e
Cesare Battisti, due veri e propri “idoli laici” oggetto di numerose attenzioni
e strumentalizzazioni in funzione antiaustriaca e, nel caso di Sauro,
apertamente ostili al nuovo regno di Jugoslavia. La compattezza militare dell’alleanza fu
celebrata dalla Croce Rossa, il 25 marzo 1918 nel salone dei Cinquecento con la
donazione di cinquemila pacchi di generi
di conforto alle famiglie dei morti e dei richiamati. Tutti
i protagonisti dell’evento furono fotografati presso una parete stipata di
pacchi che avevano impressi tre simboli: lo scudo sabaudo, la croce rossa
americana ed il giglio di Firenze.
Fra gli ospiti
intervenuti era presente anche Isidoro Del Lungo, uno
dei massimi rappresentanti del mondo politico-culturale fiorentino, e due
ufficiali americani per sottolineare la stretta collaborazione fra le potenze
dell’alleanza
nella comune battaglia annonaria.
A questa
iniziativa se ne aggiunse un'altra che consisteva in una fiera, svoltasi dal 31
marzo al 13 aprile, durante la quale, nella centralissima via Tornabuoni,
furono vendute merci di vario genere dalle autorità alleate, con un intreccio
fra beneficenza e commercio che ritornerà spesso nel dopoguerra nelle
iniziative volte a finanziare una cassa scolastica o un monumento ai caduti. La
grande manifestazione ginnico militare, tenutasi ai primi di maggio alle Cascine vide la partecipazione di
rappresentanze alleate. Fra le specialità in cui si cimentarono gli atleti fu
presente il lancio della bomba a mano. Questa gara collocava la competizione
sportiva all’interno di una rappresentazione simbolica della guerra e alludeva
alla mobilitazione di tutte le risorse e di tutte le energie.
Del resto quest’evento
sportivo era l‘occasione per l’elite al potere per prendersi un po’ di
visibilità pubblica come risulta anche dall’elenco meticoloso degli intervenuti
e dei premi offerti dai privati pubblicato sulle pagine de “La Nazione”.
Il momento solenne di questo sforzo propagandistico si ebbe il 4
luglio 1918, giorno in cui Firenze celebrò la festa nazionale americana; in
quell’occasione, fu conferita a Woodrow
Wilson, presidente degli Stati Uniti, la cittadinanza onoraria. Il Comune finanziò un film di propaganda che
documentò l’evento: una scelta abbastanza inusuale e di indubbio rilievo e
modernità rispetto a quanto era stato fatto fino ad allora. Il problema della
creazione di una partecipazione di massa davvero rappresentativa della
popolazione poteva essere, in parte, risolto attraverso la collaborazione fra
il clero e le istituzioni. La propaganda patriottica fiorentina, per creare il
proprio linguaggio e superare i dislivelli culturali e di alfabetizzazione,
rielaborò le pratiche linguistiche e rituali della tradizione religiosa
cattolica, senza mettere in discussione l’ordinamento sociale e il suo
autoritarismo. Un esempio di questo atteggiamento è rappresentato da padre
Ermenegildo Pistelli
che, nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico, il 18 novembre 1918,
proclamò la superiorità del popolo italiano rispetto a quello germanico, in
quell’occasione il sacerdote citava un professore tedesco, perché riusciva ad essere civile anche se
lasciato nell’analfabetismo, mentre il popolo germanico, che analfabeta non
era, per essere civile aveva bisogno d’istruirsi. Tale atteggiamento era
sintomatico della predisposizione di una certa cerchia d’intellettuali
fiorentini politicamente vicini alla “consorteria” di considerare opportuno
l’uso dei diversi livelli d’istruzione come strumenti di segregazione culturale
e sociale.
La sacralità
del rito religioso associata alle necessità e alle logiche del patriottismo
poteva far partecipare emotivamente la maggior parte della popolazione
nonostante le differenze di classe sociale d’appartenenza, tuttavia il legame
fra chiesa ed autorità cittadine a Firenze giunse ad una sintesi solo in
occasione della Messa solenne celebrata nel Duomo di Firenze nel febbraio 1919
per commemorare i caduti in guerra. Le autorità e le classi sociali al potere,
infatti, avevano bisogno di fare un fronte comune contro i socialisti.
La Messa solenne in memoria dei caduti che si celebrò nel Duomo di Firenze
il 9 febbraio
1919 vide le autorità civili e religiose dare prova di grande compattezza, lo
svolgimento del rito rivelava l’influenza dell’esperienza di guerra.
Il quotidiano
“La Nazione” riportò la cronaca del rito osservando che “gran folla” era
accorsa e che la cerimonia risultò essere “solenne e grandiosa”, per
l’occasione il tempio era stato addobbato con “grande austera semplicità”:
“Trofei composti da fasci di fucili, da cannoni e da proiettili, alcuni dei
quali da 305 erano stati collocati all’interno del catafalco sulla sommità di
esso sovrastava la bandiera nazionale.”.
Lo strumento
bellico era divenuto ornamento del luogo
sacro e vale la pena notare che era il fucile a rappresentare il caduto, a
“prendere il posto” dell’essere umano. Questa forma di rappresentazione Nella cronaca de “La
Nazione” si può osservare una mutazione profonda nella percezione dello spazio
sacro. L’inizio del periodo per rappresentare un moto spontaneo verso un
avvenimento pubblico si apre con “gran folla è accorsa….”.
La descrizione stessa rivela che
l’evento era stato studiato e preparato per suggestionare la folla dei
partecipanti. La cronaca continuava poi rivelando che: “Otto soldati della 167°
batteria bombardieri, con l’elmetto e completamente armati prestavano servizio
d’onore ai lati.
sarebbe poi stata fatta propria da alcuni monumenti dedicati ai caduti dove
l’arma rappresentata con maggior frequenza fu proprio il proiettile
d’artiglieria.
Altri reparti
di bombardieri agli ordini del tenente Giordano si trovavano schierati lungo la
navata maggiore. Dirigevano questo servizio il commissario Cav. Dalla Giovanna,
i commissari di polizia comunale mag. Ronchetti e Andreotti, e i delegati di
P.S. Bellesi e Blotta. All’esterno al disopra della porta maggiore era
l’epigrafe dettata dall’illustre scolopio padre Manni:
NELLA
PACE ETERNA – O VOI QUI IMPLORANTI– CON TANTO AMORE – O SOLDATI NOSTRI –
GLORIOSAMENTE CADUTI PER LA GIUSTIZIA – RICORDATEVI FRATELLI – ASPETTANTI
INTERO SOLLECITO IL FRUTTO DEL VOSTRO SANGUE. L’ingresso in Duomo era
regolato da agenti e carabinieri. La musica presidiaria ed un battaglione di
fanteria, schierato di fronte al tempio, ha reso gli onori alle autorità man
mano che giungevano…”. La cronaca informa che, indossati i sacri paramenti,
prima della Messa il cardinale pronunziò un discorso “improntato ad alti sensi
di italianità” e ringraziò il Signore per la vittoria alleata e italiana. Il
momento più solenne fu quello in cui, alla benedizione, il reparto d’artiglieri
presentò le armi: la cerimonia religiosa e quella militare si fondevano armonicamente
per sottolineare una piena convergenza di ideali e di identità. Nel corso della
guerra avevano avuto una certa accelerazione sia le dinamiche di
secolarizzazione e cristianizzazione da tempo in atto, sia la reazione tendente
ad affermare una “restaurazione cattolica” della società e dello Stato. Tutto
questo avveniva proprio mentre l’integrazione delle forze cattoliche nei gruppi
dirigenti dei paesi liberali assumeva un nuovo e rilevante spessore in funzione
sostanzialmente conservatrice e antisocialista: “Il dolore, la distruzione, la
morte, che in tante parti dell’Europa la guerra aveva seminato, erano in ogni
caso elementi su cui la chiesa poteva far leva per orientare nuovamente verso i
valori religiosi e trascendenti. Le inquietudini e i turbamenti sociali
scaturiti dalla guerra potevano portare inoltre parte dell’opinione pubblica a
guardare di nuovo alla chiesa come elemento di conservazione sociale”.
Del resto,
durante il conflitto, in virtù dell’istituzione dei cappellani militari e alle
leve degli ecclesiastici, la Chiesa aveva avuto la possibilità di essere
presente in modo organico nell’apparato militare. Questa convergenza di
carattere politico aveva come suo corrispettivo retorico il poter sommare il
martirio cristiano con la morte per la patria nella creazione di modelli di
riferimento per la sacralizzazione dei morti nella Grande Guerra.
Il Comune di Firenze fu prodigo di
queste iniziative. La celebrazione dei fiorentini caduti consisteva in un
discorso solenne tenuto dal sindaco che, si apriva con l’encomio di una
medaglia d’oro, proseguiva con i nomi
delle medaglie d’argento, di bronzo e con l’elencazione degli altri nominativi.
Cfr. Atti,
CFi, II, 11 gennaio 1917, pp. 6 - 7. e, II, 25 novembre 1918, p. 359.
Cfr. “La Nazione”,
Cronaca di Firenze, 21 aprile 1918.
La figura di Nazario Sauro, eroe della marina,
impiccato dagli austriaci, fu usata in
funzione antijugoslava anche sulle pagine della “Nazione”; ad esempio si
scriveva che l’eroe era morto per rivendicare all’Italia territori attribuiti
al nuovo Stato Jugoslavo. L’articolo di prima pagina del 19 novembre 1918,
titolava a caratteri cubitali: “L’ombra di Nazario Sauro vigila sulla bandiera
d’Italia nel porto di Pola”. “L’eroe caduto è già spirito protettore della
Nazione, è già mito di un’Italia più grande che deve compiersi.” L’articolo
insisteva sul fatto che la presenza nella memoria collettiva (e dove
altrimenti?) di un simile martire rafforzava la convinzione di considerare la
città come parte dell’Italia. “La Nazione” stessa si attribuì un eroe.
Nell’agosto del 1919 offrì una targa d’argento per una gara nazionale di nuoto.
Questa la dedica: “Questa targa offerta dalla “Nazione” si intitola al nome
eroico del suo redattore Cesare Borghi sportman e giornalista che l’XI novembre
1915 assaltando Oslavia per l’Italia moriva”.
Nato da nobile famiglia il 20
dicembre 1841, Isidoro Del Lungo fu uno dei massimi protagonisti della vita
culturale e politica fiorentina dagli ultimi decenni dell’800 agli anni venti.
Uomo di studi e di cultura, commentò La
Divina Commedia, e curò i testi critici della Cronica di Dino Compagni. Morì a Firenze nel 1927. Cfr. DBI,
XXVIII, pp. 96 - 101.
Sul
criminoso disinteresse della politica italiana rispetto ai propri prigionieri
di guerra si rimanda a: Giovanna Procacci, I
prigionieri di guerra, in La Prima
Guerra Mondiale, a cura di Stephane Audouin-Rouzeau e Jean-Jacques Beker,
Ed.it a cura di Antonio Gibelli, Vol.I, Einaudi, Torino, 2007. L’interesse nel
ricercare l’aiuto degli alleati è certamente indice della difficoltà del
momento e deve essere letto alla luce dell’affermazione di Denis Mack Smith nel
saggio I Savoia re d’Italia, RCS Rizzoli Libri, Milano, 1990, p. 283. “Ma il re teneva celate le sue vere
intenzioni: lui e i suoi ministri (Salandra e Sonnino) avevano deciso di
condurre una guerra separata, con obiettivi diversi da quelli dei suoi nuovi
alleati e con una diversa strategia, una guerra “parallela” contro
la sola Austria per garantire all’Italia la supremazia nell’Adriatico.” Nel suo testo l’autore inglese pone
l’accento sulla difficoltà alleata a costruire una strategia comune con
l’Italia per vincere la guerra. L’intenzione italiana di condurre di fatto una
guerra parallela si rivelò fallimentare;dopo il disastro di Caporetto il peso
del contributo militare e l’influenza degli alleati aumentò. Sia “La Nazione”
sia “Il Nuovo Giornale” rispecchiarono il cambiamento politico e militare
sottolineando nei loro articoli le cerimonie e le battaglie fatte in comune con
gli alleati. Rivelatore tuttavia dell’improvvisazione di questa svolta nel
contesto fiorentino è l’aneddoto della banda musicale interalleata. “La
Nazione” l’8 marzo 1918 rivelò che i musicanti furono trasportati coi carri
della nettezza pubblica sotto gli occhi allibiti del pubblico che era alle finestre. Ne seguì una rovente polemica in Consiglio
Comunale.
“La Nazione”: 23 giugno, 3 luglio, 5 luglio 1918, e
“Il Nuovo Giornale”, 23 giugno, 3 luglio, 5 giugno 1918. Un’eco significativa
del “filo americanismo” emerso in queste manifestazioni si ha nel discorso
inaugurale del 18 novembre 1918 di Ermenegildo Pistelli, ordinario di lettere
greche e latine, che contiene un esplicito riferimento elogiativo al presidente
americano Wilson quale difensore della civiltà e degli studi classici. Cfr.
ASCFi, Belle Arti, A.1918, AF.
960-332, sul finanziamento del Comune di un film di propaganda.
Il discorso di Padre Ermenegildo
Pistelli è trascritto nell’Annuario
dell’Istituto Regio di Studi Superiori di Firenze, 1918 – 1919, tip.
Galletti, Firenze, 1919. Padre Ermenegildo Pistelli, scolopio e uomo politico,
nacque a Camaiore nel 1862 e morì a Firenze nel 1927. Figura di primo piano nella cultura e nella
politica fiorentina, politicamente fu
nazionalista e fascista. Costui percorse tutta la gerarchia
dell’insegnamento da maestro elementare a docente universitario di lingua greca
e latina. Sulla concezione classista del pensiero pedagogico di padre Pistelli
cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi D’Italia,
cit. pp.196 - 201. Sui problemi
concernenti la funzione sociale e gerarchica dell’istruzione italiana cfr.
Simonetta Soldani, La nascita della
maestra elementare, in Fare gli
Italiani, Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, Simonetta Soldani,
Gabriele Turi (a cura di), il Mulino, Bologna, 1993, p. 101 e p. 129. Cfr.
Marino Raicich, Scuola, cultura e
politica da De Sanctis a Gentile, Nistri Lischi, Pisa, 1982,
pp. 357 - 363. Il concetto della cultura italiana come diversa e
superiore da quella germanica è ribadito con forza in quello che è uno dei suoi
ultimi scritti: Ermanegildo Pistelli, Lettere
a un ragazzo italiano, Salani, Firenze, 1927, pag.42
Cfr.“La Nazione”, 10 febbraio 1919. “La Nazione”, come è noto era un quotidiano
legato agli interessi degli agrari e dei proprietari terrieri che si
autodefinivano “moderati”. Fin dall’inizio del 1919, in considerazione della ripresa
della attività e della propaganda socialista, questo giornale considerò la sua
linea editoriale e politica un punto di riferimento per la reazione antioperaia
e antisocialista. Particolarmente
intensa fu l’attività giornalistica rivolta a sostenere e ribadire il pensiero
politico delle forze borghesi e il loro stile di vita. Cfr. Indro Montanelli,
Giovanni Spadolini,
La Nazione nei suoi cento anni 1859 –
1959, Tipografia de Il Resto del Carlino, Bologna, 1959, p.
124.
Cfr.
Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli
italiani, 1915-1918, cit, pp. 76 –
79, e pp. 343 – 345.
Padre Giuseppe Manni, scolopio e rettore della
Badia Fiesolana, nacque a Firenze nel 1844 e vi morì nel 1920. Studioso
insigne, epigrafista e poeta. Fu proprio lui ad accogliere nell’ordine degli
Scolopi l’allora giovane Ermenegildo Pistelli. Cfr. Ermenegildo Pistelli, Il padre Manni, Arte della Stampa,
Firenze, 1923.
Guido Verucci, La chiesa nella società contemporanea, Laterza, Roma – Bari, 1988,
pp. 9-10.
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12 ottobre 2011
Il terzo libro delle tavole: Creare il proprio Mito Bellico

CREARE IL PROPRIO MITO BELLICO

La storia si
ripete? Forse no e di sicuro identica mai, almeno il colore dei calzini di
qualcuno cambia ogni tanto. Ma il vizio di creare la memoria pubblica di un
popolo o di una comunità è cosa comune e praticata da quanti si trovano in mano
il potere politico in congiunzione con la repressione poliziesca e il controllo
di gran parte dei mezzi d’informazione.
Ho passato più di
dieci anni della mia vita a studiare il caso della Firenze del primo dopoguerra
e ho potuto individuare qualche meccanismo di creazione di mito politico e di
costruzione della memoria pubblica e di rimozione e disgregazione delle altrui
ragioni o dei ricordi scomodi. Ritengo che oggi i meccanismi di costruzione del
discorso pubblico sulla guerra e sull’identità collettiva siano più blandi e
più scomposti di quelli usati da nazionalisti e fascisti ma non per questo scomparsi. Al posto di una
retorica patriottica pesante,
schiacciante la coscienza e incentrata su eroi sanguinolenti e martiri della Patria
oggi si usano i trucchi spesso sporchi delle società di pubbliche relazioni che
costruiscono in collaborazione con i servizi segreti del caso l’immagine tremenda
del nemico di turno e di riflesso la propria. Gli esempi si sprecano, in questi
ultimi vent’anni il sedicente occidente è stato tempestato da notizie e
informazioni su orribili mostri politici e militari tanto armati quanto aggressivi, che si sono rivelati alla prova
dei campi di battaglia e dei bombardamenti NATO dei despoti e tiranni male
armati e isolati militarmente. E’ tuttavia interessante osservare come gli
strumenti di propaganda solitamente impiegati per colpire il nemico esterno si
rivelino efficaci anche contro quello interno. Offro quindi qualche scritto del
mio duro lavoro a beneficio del lettore sperando non che ne tragga auspici ma
che meditando sul passato possa circoscrivere certi fatti del presente che solo
in apparenza sembrano normali o frutto del caso ma che in realtà corrispondono
a calcoli e a meccanismi precisi della politica e della comunicazione fra le
caste al potere e le masse di elettori o di credenti in fedi politiche o
religiose. Oggi non mi sento d’invocare Dio, non è proprio il caso ma per certo
è bene augurarsi buona fortuna perché in
questi anni le tenebre dell’adorazione del Dio-denaro che spezzano pietà umana
e ragione sembrano farsi marea e tutta la terra appare allagata da una forza
incontenibile che disgrega, corrompe e apre le porte a qualsiasi avventura.
Allora è questo il tempo per non perdere la ragione, per meditare, riflettere,
ascoltare perché potrebbe arrivare il momento in cui ciò che è comunemente
chiamato male si presenterà e dovrà esser riconosciuto per ciò che è. Ma per
vedere l’abisso che si apre quando le tenebre del Dio-denaro sommergono il
mondo umano occorre conoscere qualcosa del passato, capire almeno in parte da
dove si viene. Se non si sa da dove si arriva e la natura della strada da
percorrere con difficoltà si potrà
sperare di arrivare alla propria destinazione.
La costruzione politica della memoria pubblica.
Le bande militari, la Martinella, la campana del Bargello e le campane di
tutte le chiese di Firenze suonarono assieme il 4 novembre 1918: era l’annuncio della fine della Grande Guerra per
gli italiani.
“Alle 18 dalla torre di Palazzo
Vecchio la storica Martinella con lunghi rintocchi dà segnale alle altre
campane, ed a essa risponde quasi subito la campana del Bargello e tutte le
altre numerose chiese della città. Le musiche militari che sono giunte sulla
piazza trascinandosi dietro una vera fiumana di popolo suonano gli inni della
Patria mentre la folla applaude entusiasticamente gridando: Evviva l’Italia!
Evviva l’Intesa! Evviva Trieste. W Trento
E’ un momento
di vera intesa d’irresistibile commozione.”
“Il Nuovo Giornale”, quotidiano fiorentino
nazionalista e interventista, usò queste parole per
sottolineare l’intreccio formatosi fra rito civile e rito religioso e la gioia
cittadina per la fine vittoriosa della guerra.
La conclusione del conflitto mondiale avrebbe di lì a breve costretto i
fiorentini e tutti gli italiani a confrontarsi con il senso di quel conflitto, con i
cambiamenti che aveva operato nella società e nella
percezione della propria identità nazionale.
A
partire da quella giornata gli strumenti
della propaganda bellica, costruiti durante il conflitto, sarebbero stati
utilizzati per creare un mito e una memoria pubblica da parte degli appartenenti alle forze politiche conservatrici fiorentine;
essi si erano mobilitati per attuare numerose iniziative di carattere
filantropico, politico e culturale
a sostegno dello sforzo bellico. I loro interessi politici e il loro
nazionalismo s’integravano nella realizzazione di manifestazioni di propaganda
patriottica nelle quali il concetto del sacrificio della vita in guerra era
ricorrente perché idealmente santificava la
patria e attribuiva, di riflesso, alle classi dirigenti una legittimazione alta
e nobile in quanto la Nazione era resa sacra dal sangue versato. Il discorso
politico in Italia fin dal periodo Risorgimentale
trovava nei morti in battaglia per la Patria l’espressione più alta della
sacralità, infatti il sacrificio e la morte in guerra erano elementi
fondamentali del Nationbuilding ottocentesco. Questo senso del sacrificio era
la base tradizionale sulla quale era possibile costruire una pedagogia
patriottica e politica rivolta alle masse popolari.
Durante il conflitto l’Italia aveva conosciuto forme di propaganda
rivolte alla totalità della popolazione, in un contesto di diffidenza e
contrasto fra “paese reale” e “paese legale”. L’immane conflitto – soprattutto per effetto della disfatta di
Caporetto – aveva insegnato che la costruzione del consenso di massa era
indispensabile per fare la guerra. L’esperienza avrebbe presto insegnato che
era indispensabile anche per governare la pace.
Porsi il
problema del cercare il consenso significava fare i conti con due pesanti
condizionamenti: uno riguardava il fatto che lo Stato era stato costruito in
opposizione alla Chiesa, e sotto la spinta di minoranze divise anche sul
progetto generale,
che aveva lasciato irrisolto il problema dell’identità nazionale delle
masse popolari; l’altro, più grave, era il profondo divario fra le diverse
classi sociali e fra città e campagna. Un divario accentuato dalla diversa
velocità dei tassi di alfabetizzazione e di conoscenza della lingua nazionale. La costruzione di una memoria pubblica della
Grande Guerra a Firenze iniziò con la prima deliberazione del Comune favore
dei futuri decorati in guerra assunta nel novembre del 1915. Essa si
concretizzò con la deliberazione di apporre di una targa commemorativa nel
loggiato degli Uffizi in modo da legare i nomi dei decorati al luogo ove erano
poste le statue degli uomini illustri. Con l’avanzata del conflitto e
dell’ecatombe di uomini che esso produsse emersero i limiti dei riti e delle
cerimonie allestite dalle classi dirigenti cittadine soprannominate anche la
“consorteria”. La “consorteria” con la sua cultura e con il richiamo alle
glorie Risorgimentali non riusciva a trovare gli strumenti propagandistici e
politici per governare la società di massa che si era formata negli anni del
conflitto nonostante si fosse impegnata in una catena d’iniziative volte a
trovare un consenso popolare.
Fin dal novembre del 1915 la giunta del sindaco Orazio Bacci
organizzò la mobilitazione cittadina e l’attività di propaganda bellica. Le
prime iniziative come la celebrazione per Battisti nel 1916 con la prima targa
posta in suo ricordo, la deposizione di fiori freschi a spese del comune nel
cimitero di Trespiano o le letture rituali dei nomi dei caduti in Consiglio
comunale, appaiono ancora prive di un indirizzo politico capace di trasformarle
in una pedagogia politica di massa. Toni nuovi, comunque, emersero con
chiarezza nel novembre 1916 nel modo in cui fu progettato l’evento della
riconsacrazione dell’arco dello Jadot in Piazza della Libertà. La solenne festa
del compleanno del Re fu l’occasione nella quale il Comune fece partecipare
alla cerimonia le scolaresche e le associazioni patriottiche con l’intenzione
di creare un disciplinato seguito di
massa.
Questo sforzo continuò anche nel 1917 ma la mancanza di un rapporto
di carattere continuativo e non occasionale con le masse pesava sulla qualità
degli eventi; il problema certo non poteva essere “superato” e risolto
continuando nella politica delle targhe dedicate a singoli personaggi o
agganciando le vicende di quel conflitto agli eroi risorgimentali o ad una
lettura della guerra in corso in chiave di “Quarta Guerra d’Indipendenza”.
Nell’ultimo anno di guerra a Firenze lo sforzo propagandistico si intensificò e
diede i massimi risultati, grazie anche all’impegno del Comune. Esso ebbe due
denominatori comuni: l’uso delle forme della ritualità mutuata dai riti
cattolici anche attraverso l’appoggio e la mobilitazione del clero e la
volontà, e forse la necessità, di far apparire salda l’alleanza e
l’integrazione con le altre potenze dell’Intesa attraverso la presenza di loro
rappresentanze nelle iniziative più importanti. Nel corso del conflitto nella
vita sociale italiana e cittadina la pietà per i morti con il necrologio funebre
prese forme che rispecchiavano la
società di massa e la serialità della produzione industriale con foto di volti
e storie congelate in poche righe così simili le une alle altre da sembrare
sempre uguali. La loro ossessiva presenza si sarebbe protratta, del resto, anche dopo
la fine della guerra.
Come i resti di
un naufragio che arrivano dopo
giorni sulle spiagge, alcuni di questi necrologi continuarono, infatti,
ad essere pubblicati, ben oltre l’armistizio, via via che i corpi dei caduti al
fronte venivano riconosciuti e ritrovati.
Il Nuovo Giornale”, 5 novembre 1918.
Ai reparti in linea la notizia della fine del conflitto fu comunicata alle tre di notte del 4
novembre 1918, mentre, fu di pubblica ragione a Firenze nella mattinata. Cfr. “La Nazione”, 5 novembre 1918.
Sul nesso Grande Guerra e identità
italiana cfr: Oliver Janz e Oliver Klinkhammer (a cura di), La morte per la
patria, La celebrazioni dei caduti dal
Risorgimento alla Repubblica, Donzelli, Roma, 2008 e Mario Isnenghi (a cura
di) , I luoghi della memoria. Strutture
ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Bari, 1997.
Sulla propaganda bellica in Italia
durante la Grande Guerra. Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, Sansoni, Milano,
1998, pp. 240 – 246.
Sul valore dato dalle classi
dirigenti cittadine alla cultura attraverso le diverse espressioni con cui si
manifestava e al particolare accento nazionalistico che esse assunsero nel
periodo della guerra e in quello del decennio precedente: cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi d’Italia, Associazioni di
cultura a Firenze nel primo Novecento, Angeli, Milano, 2000,. pp. 206 -
224.
Cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer (
a cura di), La Morte per la patria, La
celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore,
Roma, 2008, pp.IX-XI.
Antonio Gibelli, La
Guerra degli Italiani 1915-1918, Sansoni, Milano, 1998, pp. 92-93
Uno degli elementi che distinsero la
politica della giunta Bacci fin dall’inizio fu l’attività del Comune
indirizzata ad onorare ufficialmente i caduti in guerra. Per ciò che concerne
le onoranze funebri: cfr. ASCFi, f.
4445, doc. 119; sul l’impegno della municipalità in occasione scopertura della
targa a Battisti: cfr. ASCFi, f. 4445,
doc. 112
Questa cerimonia in particolare è
studiata nel secondo capitolo. Essa fu articolata e complessa e segnò uno dei
massimi risultati propagandistici della giunta Bacci. Cfr. Bargellini, III, p.
145. ASCFi, f. 4445, doc. 114; Bullettino,
CFi, Novembre 1916; “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1916. Per quello che riguarda la mentalità e la
sensibilità comune una simile messa inscena deve esser sembrata abbastanza
ragionevole in quanto:” La pedagogia
patriottica del periodo dell’Italia liberale ha usato il concetto di sacrificio
per la Patria. Si ritrova l’idea di ,morte per la Patria anche nel libro Cuore
e in generale nella letteratura scolastica…” cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer ( a cura di), La Morte per la
patria, La celebrazione dei caduti dal
Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2008, Pag.XIV.
Cfr. Simonetta Soldani, La Grande Guerra lontano dal fronte, in Storia d’Italia, Le regioni dall’Unità ad oggi, La Toscana, Giorgio
Mori (a cura di), Einaudi, Torino, 1986,
pp. 414 – 415, dove l’autrice osserva
come tale atteggiamento patriottico nel clero si generi durante la guerra e
verso la fine subisca una svolta; in particolare: “nella primavera del 1918 (…)
si sarebbe giunti a chiedere esplicitamente al clero di farsi carico in prima
persona e in modo diretto della propaganda in favore della continuazione della
guerra fino alla vittoria delle armi italiane, in un crescendo che avrebbe
fatto la gioia dei moderati toscani della cerchia di Lambruschini, e che era la
più evidente riprova dell’inettitudine dello Stato e dei suoi terminali
periferici a gestire una politica che si caratterizzava per una inusitata
intensità e minuziosità prescrittiva in campo sociale, e che poneva con urgenza
problemi di coinvolgimento e di consenso di grandi masse popolari”.
Cfr. “La Nazione”, 10 – 15 marzo
1918, 30 luglio, 19 novembre 1918. Cfr. “Il Nuovo Giornale” 14 - 17 settembre
1918, 7 - 16 novembre 1918.
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5 ottobre 2011
DDL INTERCETTAZIONI: UNA PERNACCHIA LI SEPPELLIRA'
NO AI BAVAGLI Contro ogni bavaglio, le censure e il "Ddl intercettazioni" che si appresta a tornare al voto della Camera, Mercoledì 5 ottobre dalle 17 alle 19 al Pantheon (Roma) conferenza stampa e sit-in promosso dal Comitato per la libertà di informazione, dello spettacolo e della cultura. Tutti coloro che hanno a cuore la Costituzione sono invitati a partecipare e a promuovere iniziative in tutte le piazze reali e virtuali, in Italia e all'estero. Tutti insieme per un nuovo "NO" al bavaglio http://articolo21.org - http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011 ! Amici dell'Associazione FUTURO IERI ( http://digilander.libero.it/amici.futuroieri )
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23 settembre 2011
Ottimo, Ottimoo, Ottimo: superata la velocità della Luce.
Smentito Einstein, velocità della luce può essere superata:
esperimento riuscito al Cern.Questo è uno dei tanti titoli che si trovano in rete, la scoperta è ormai confermata e rilancia in questi tempi di bestiale barbarie la scienza e la speranza. Scienziati e Fantascienziati adesso possono ridefinire la propria visione sul mondo. Ciò che era relegato nei libri di fantascienza è oggi un fatto, parte della fisica del Novecento andrà riscritta o rifatta da capo. Forse è il segno questo di un mondo nuovo dell'inabissamento definitivo di un Novecento cadaverico, sanguinario, esagerato e putrefatto che nei suoi ultimi sussulti di sopravvivenza è riuscito a inquinare il nuovo millennio. Spero che questo momento di gloria per la scienza d'Europa segni la fine di quest'epoca che ha debordato aldilà dei suoi limiti cronologici. Ora c'è da sperare che il superamento di questo limite considerato per quasi un secolo insuperabile sia di buon auspicio per altri ambiti quali la politica, l'emissione di moneta da parte delle banche centrali private, la legalità la questione della pace, il ridimensionamento dei centri di potere finanziari e così via... La scienza ha battuto un colpo e ha aperto una finestra sul futuro. A questo punto è bene accogliere mentalmente il nuovo tempo e concettualmente abbandonare i resti decomposti e osceni di un Novecento morto. Molto delle cose distorte e pazze sopravvisute al se stesse e alla propria epoca passata è da buttare nella spazzatura o nella raccolta differenziata. Ma queste cose riguardano la politica, la finanza, il neo-liberalismo, la volontà di potenza dei poteri imperiali e delle loro multinazionali al seguito, l'emissione di moneta a partire dalle banche private associate nelle BANCHE CENTRALI, la globalizzazione, l'uso sistematico dello strumento della guerra da parte delle presunte democrazie per risolvere le controversie internazionali, la sopravvivenza in forma grottesca di ideologie morte e decomposte da decenni nella vita politica, la scelerattezza di classi dirigenti formate da miliardari sociopatici. Superata la velocità della luce, ottimo auspicio, bellissimo annuncio, peraltro molto atteso.IANA per FuturoIeri
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